lunedì 4 novembre 2013

Il "Progetto Firenze 2016": una iniziativa a tutto tondo per la memoria dell'alluvione di Firenze del 4 novembre 1966 e le alluvioni in generale


Oggi è il 4 novembre, data per Firenze associata, come per tante altre città italiane, alla tragica alluvione del 1966. Ma per Firenze questo evento è stato “più evento” che in altre città, ed è ricordato tutti gli anni per tutti i suoi risvolti anche internazionali: la città è stata per quei giorni il centro del mondo, il luogo di cui tutti parlavano dall'Europa alla lontana Australia. Ci sarebbero molte cose da dire su Scienzeedintorni a proposito di quell'evento, di quello che è stato fatto e di quello che non è stato fatto, in campo geologico come in altri ambiti. Invece voglio presentare una iniziativa, “Firenze 2016”, che nei prossimi tre anni si occuperà delle alluvioni, in particolare quelle che hanno coinvolto le città d'arte, in tutte le possibili sfaccettature.

Il 4 novembre del 1966 l'Arno ruppe gli argini, prima nel tratto tortuoso a monte di Firenze e poi anche nella città, dove come è sempre successo nella storia, la prima tracimazione è avvenuta nella stretta a monte del Ponte Vecchio. In quei giorni l'Arno fece danni immensi in Toscana, ma tutta l'Italia centro – settentrionale fu severamente colpita e a questo si aggiunse pure una alta marea eccezionale a Venezia. Ma per tutto il mondo questa è ”l'alluvione di Firenze”: le immagini e le notizie da Firenze campeggiavano a caratteri cubitali sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo. E come non ricordare gli “Angeli del fango”, giovani di ogni nazionalità che vennero a dare una mano alla città devastata.

Ho dei ricordi personali e visto che dovevo ancora compiere 6 anni penso di essere uno dei più giovani fra i non alluvionati ad averli. L'acqua (oddio, acqua... quella terribile poltiglia di fango, nafta e cose varie...) arrivò praticamente a lambire casa mia: abitavo in una strada in leggera, quasi impercettibile, pendenza, ma questo bastò: la parte iniziale della strada fu leggermente alluvionata e la parte finale, dove stavo io, no
Ma ricordo fra l'altro alcuni miei compagni di classe (ero in prima elementare) che hanno perso tutto quello che avevano; i miei zii e i miei cugini che se l'erano cavata stando ad un piano alto dalla alluvionata e sempre senza energia elettrica Porta al Prato ma che venivano la sera da noi a vedere la televisione levandosi le scarpe infangate prima di entrare in casa; la vicina tornata a casa ancora sconvolta perchè aveva visto nel fango un cadavere: si era poi resa conto che era un manichino portato via da un negozio ma le ci volle lo stesso un po' di tempo per riprendersi. 
Sento ancora i discorsi fra mio nonno e mia mamma, parlavano di qualcuno che era in macchina ma che era tornato indietro a causa dell'acqua proprio quella mattina in cui ci eravamo svegliati presto per andare a vedere alle Cascine la parata militare: il nonno, oltre ad essere un Cavaliere di Vittorio Veneto e quindi aver combattuto la prima guerra mondiale, era stato un sommergibilista nella seconda e quindi la parata del IV novembre, allora giorno di festa per scuole e lavoro, era un “must” imperdibile per la nostra famiglia.
E ricordo anche i muri impregnati di nero – nafta che sono rimasti così per anni (quanto tempo c'è voluto per ripulirli tutti.... impossibile anche solo per quello dimenticare... bastava un giro in città e l'alluvione ti riveniva in mente)
Andando fuori Firenze fino a qualche tempo fa sugli argini dell'Arno accanto al ponte che collega Empoli a Sovigliana c'erano ancora le rampe del ponte di barche che aveva sostituito il crollato ponte che collega le due località.

Oggi, 4 novembre, è il 47° anniversario della tragedia. Ci sono stati i convegni e le conferenze stampa “di rito”, con una novità: la città si sta preparando al 50° dell'alluvione con un comitato specifico “Firenze 2016”. Perchè l'alluvone del 1966 è stata tante cose: non solo una catastrofe idrogeologica, ma l'avvio di un embrione di Protezione Civile, e l'inizio di una complessa serie di attività di restauro dei beni culturali danneggiati, a partire dal Crocifisso di Cimabue, emblema della distruzione, ai libri della Biblioteca Nazionale, all'ovviamente enorme numero di opere d'arte danneggiate in quella che è l'area al mondo con la maggior densità di beni culturali di ogni ordine e grado.

Non c'erano allora i mezzi tecnologici di oggi e neanche molte delle tecniche che appunto sono nate per rispondere al restauro di una quantità incredibile di opere d'arte, tecniche spesso legate ad intuizioni di un singolo restauratore e poi replicate in tanti altri casi, lungo l'Arno ma anche altrove.
Ricordo che il problema non era l'acqua, ma appunto la poltiglia fangosa con nafta e altre “schifezze” che aveva coperto muri, automobili ed opere d'arte e contro la quale non si sapeva cosa fare. 

Carla Bonanni, all'epoca alla Biblioteca Nazionale, una persona che ho avuto la fortuna di conoscere bene, mi raccontava che all'inizio praticamente facevano esperimenti libro per libro, non avendo la minima idea di quale fosse il metodo per rimetterli in sesto (e, soprattutto, all'inizio l'interrogativo era se questo metodo potesse esistere davvero...).

Il comitato Firenze 2016 è un qualcosa di particolare, un contenitore in cui riunire tutto quello che è stato il disastro del 1966 e le esperienze che ne sono seguite a 360 gradi in campo tecnico, scientifico ed umano, dagli studi sulla sistemazione del territorio al restauro delle opere d'arte alla gestione delle emergenze; verrà istituito un centro di documentazione in cui ci sarà spazio per tutto questo, ma anche al ricordo delle persone e dei gesti di quei giorni a loro modo eroici, compiuti sia da importanti personaggi come da “persone della strada”. E ricordare anche le 30 vittime, argomento di cui si è sempre parlato poco.

Una parte rilevante del progetto sarà dedicata agli studi per la prevenzione delle alluvioni e per la mitigazione del rischio in caso si verificassero e un'altra all'attività di educazione con le scuole.
L'obbiettivo finale è essere la capofila delle “città d'arte alluvionate” e fornire assistenza in caso sia necessario.

Il 4 novembre è ovviamente il giorno “deputato” per parlare di questo e quindi oggi il comitato si è presentato con un convegno in due posti diversi: al mattino nell'Aula Magna dell'Università, l'istituzione dedita per definizione alla ricerca, con il tema “La prevenzione ed i costi delle alluvioni”. Nel pomeriggio ci siamo trasferiti nel cenacolo di Santa Croce per la seconda sessione “Il ricordo dell'alluvione”, significativamente in uno dei luoghi – simbolo del disastro, nel “durante” con le immagini del chiostro quasi del tutto sommerso durante la fase più acuta della piena e nel “dopo” con il Cristo di Cimabue praticamente distrutto.
È stato ricordato Pasquale Rotondi, uno dei protagonisti del recupero, del salvataggio preliminare e del restauro di quel ben di Dio che la poltiglia aveva praticamente distrutto, con un libro ricavato dai suoi appunti che è un po' un diario degli eventi ed è stato presentato il punto di documentazione dell'alluvione ospitato nel Chiostro Antico della basilica.
Nei prossimi anni verranno ricordate anche altri protagonisti.

Un programma interessante che servirà entro il 2016, per documentare ma soprattutto per il futuro delle città minacciate dalle alluvioni.




sabato 2 novembre 2013

Trasporti pubblici vs trasporto privato: meno costi, città meno inquinate e più posti di lavoro


In queste pagine ogni tanto mi occupo di trasporto pubblico. Lo faccio per passione ma anche perchè il traffico privato ha drammatici risvolti sulla vita nelle città moderne, sull'ambiente e sulla questione energetica. Una volta non esistevano mezzi privati. In Italia diciamo fino agli anni 50 ce n'erano pochi e ci si spostava a piedi, in bicicletta o con i mezzi pubblici. Poi è arrivata l'automobile che ha cambiato le abitudini. I mezzi privati sono diventati così i protagonisti assoluti delle strade, l'automobile un oggetto anche da esebire agli altri. e, almeno in Italia, chi usa il mezzo pubblico è "meno considerato" di chi si muove in macchina. Però la mobilità privata ha costi sociali ed economici che usando i mezzi pubblici  sarebbero molto minori. Vediamo allora quali sono i maggiori vantaggi del Trasporto Pubblico rispetto a quello privato, facendo notare che quanto si applica alle grandi città va bene anche in centri più piccoli e per collegamenti a distanza molto maggiore.

Lugano è una città di oltre 50.000 abitanti, non propriamente dei “poveracci”; il traffico stradale è scarso, una funicolare porta direttamente in centro da una stazione ferroviaria che è dotata di un parcheggio di dimensioni molto ridotte e sugli autobus campeggia una pubblicità che dice “cambiamo il traffico prima che il traffico cambi la città”. Non c'è che dire, il traffico ha cambiato molto la vita degli abitanti delle città, non solo in Svizzera e la qualità della mobilità influisce in maniera sostanziale sulla qualità della vita.

Eppure ci sarebbe il modo di migliorarla.
La necessità di diminuire la congestione e l'inquinamento provocati dalla mobilità privata è ormai evidente. Si potranno fare tante cose, a partire dal rinnovamento del parco veicoli e da una gestione del territorio realizzata in funzione del trasporto pubblico (oggi vediamo come in diversi casi il ricorso al mezzo privato è necessario anche a causa di una gestione del territorio che non ha tenuto conto dell'aspetto mobilità). Ma senza un potenziamento qualitativo e quantitativo delle reti di trasporto pubblico, difficile che posano esserci dei risultati decenti.
C'è poi un altro aspetto: il peggioramento della qualità della vita nei centri urbani ha come conseguenza una “fuga” dalle città; fuga però limitata alle ore di riposo e ai giorni festivi e che porta ancora più traffico perchè aumentano i pendolari...

Vediamo gli aspetti in cui la mobilità privata incide negativamente rispetto a quella pubblica sui vari bilanci e perchè quella pubblica sarebbe vincente

- Ambiente. Le conseguenze del ricorso esteso alla mobilità privata ha drammatiche conseguenze per l'inquinamento atmosferico prodotto dai motori, dal particolato al benzene ed altre sostanze che se ne vanno per l'aria: in media i mezzi di trasporto pubblico consumano 3-4 volte meno energia per passeggero / chilometro rispetto alle auto e dunque anche il costo complessivo per la comunità potrebbe diminuire fino al 50%. Vista dalla parte opposta, per ogni chilometro percorso automobili e ciclomotori emettono 3,5 volte più gas serra per passeggero rispetto al trasporto pubblico. 

- Sicurezza stradale. Il tasso di mortalità da traffico è un'altra causa di morte o di invalidità molto frequente della mobilità provata, ma nel trasporto pubblico urbano è estremamente ridotto. Le stime della UITP (Unione Internazionale edei Trasporti Pubblici dicono che raddoppiando la quota di mercato del trasporto pubblico, si stima che al 2025 sarebbero risparmiate 60.000 vite rispetto al 2005. Quindi un massiccio uso del mezzo pubblico comporterebbe anche una diminuzione di incidenti (e, si suppone, delle tariffe assicurative RCAuto....), ricoveri in ospedale e ore di malattia per infortuni. E ci sarebbero anche una minore frequenza di quei disturbi della salute che sono almeno in parte riconducibili all'inquinamento atmosferico. Ne ha parlato anche "Il Sole - 24 ore": 14 miliardi di Euro all'anno....
EDIT: HO RICOSTRUITO LA QUESTIONE: LA PAGINA È FINTA. MA I DATI SONO VERI E D'ALTRO CANTO CORRISPONDONO A 250 EURO A CITTADINO ITALIANO ALL'ANNO. CON I COSTI REALI DEI RICOVERI, DELLE RIABILITAZIONI ETC ETC DIREI CHE ANCHE AD OCCHIO IL QUADRO È REALISTICO

- Uso del territorio. Utilizzare mezzi privati per coprire il percorso casa-lavoro comporta un’occupazione di circa 90 volte in più dello spazio urbano rispetto ad una metropolitana 
 
- Aspetti economici. Sono parecchi oltre ai costi sanitari. 
1. i minori consumi energetici significano un alleggerimento della bolletta che si paga in termini di importazioni di idrocarburi.
2. un aspetto economico meno evidente ma molto presente, come ribadito in rassegna stampa dal Segretario Generale UITP, Alain Flausch, è che ogni anno l’Europa perde circa 100 miliardi di euro, o almeno l'1% del PIL, a causa della congestione del traffico

3. Per contro, gli investimenti di capitale in progetti di trasporto pubblico producono reazioni a catena in economia e generano valore che può essere da 3 a 4 volte superiore a quello dell'investimento iniziale, secondo alcune stime fatte su base mondiale.
Nello scenario del raddoppio della quota di trasporto pubblico al 2025 si potrebbero avere 7 milioni di nuovi posti di lavoro in tutto il mondo, in aggiunta ai 13 milioni attuali. In città come Amsterdam, Barcellona e Dublino gli operatori del trasporto pubblico sono i più grandi datori di lavoro.

Ricordo che il servizio pubblico è attraente se è comodo, cioè se gli itinerari a disposizione sono funzionali, e se è economico, veloce, frequente, puntuale e con mezzi non sovraffollati. In molte città del mondo queste necessità sono supportate e le compagnie del settore cercano di soddisfare le aspettative degli utenti attuali e di strapparne altri al mezzo privato.
Purtroppo in altre realtà, i servizi non riescono a rispondere alle esigenze degli utenti: spesso la scelta di servirsi di mezzi pubblici, anche quando ci sono, non è praticabile e in particolare l'aspetto più penalizzante è la velocità del servizio.
Per cui sarebbe importante dare ai mezzi pubblici spazi che ora sono in comune con i mezzi privati (corsie preferenziali per gli autobus) creando alternative per gli automobilisti (del tipo: ti fermo all'inizio della città con un parcheggio scambiatore ma per andare all'interno prendi l'autobus (o il tram o la metro) e ci metti meno di prima anche spendendo meno.
Inoltre occorre un coordinamento fra i diversi mezzi (integrazione tariffaria, coincidenze, eliminazioni delle sovrapposizioni) per creare un sistema di trasporto attraente, efficiente e facile da usare.

Qui nasce una considerazione importante: oggi senza i contributi pubblici (in Italia forniti dalle Regioni) utilizzare il trasporto pubblico costerebbe di più che usare l'auto (soprattutto se in macchina ci sono più persone (e costa probabilmente di più che andare in motorino). Questo rappresenta un problema di non poco conto, soprattutto in periodi di crisi e di contrazione della spesa pubblica come quello che stiamo vivendo, ed espone anche al rischio di depotenziamento progressivo e dismissione dei servizi (rischi che si sono purtroppo realizzati in parecchie situazioni).
Però alla luce di quanto sopra, è evidente come il denaro pubblico stanziato per il pubblico trasporto non sia un “costo”, ma un “investimento”: ogni individuo che ricorre al mezzo pubblico al posto della mobilità privata apporta miglioramenti ambientali, sanitari ed economici, oltre a creare posti di lavoro 
 
Il dato certo resta che la domanda di trasporto pubblico è destinata a crescere in modo esponenziale nei prossimi anni e che la quantità e qualità dell’offerta sarà un fattore essenziale per la crescita economica, il miglioramento della qualità della vita nelle città e per proteggere il Pianeta.
D’altra parte, saranno sempre più necessari investimenti su larga scala per migliorare e modernizzare le infrastrutture esistenti e crearne di nuove e dunque occorre uno sforzo comune per non mettere in pericolo le potenzialità di crescita futura, anche esplorando nuove vie e nuove forme di finanziamento.

Aggiungo due parole su quella che è la mia esperienza personale in torno a Firenze, area che conosco molto bene.
- La linea 1 della tramvia ha superato tutte le aspettative in termini di traffico e ora in certi orari è “quasi insufficiente”. Quando è partita nessuno ipotizzava numeri del genere.
- la fermata di Lastra a Signa è stata realizzata lungo la variante che ha quadruplicato parte della ferrovia Firenze – Empoli affiancando con un rettilineo in galleria un tratto particolarmente tortuoso. Ebbene, il parcheggio che era stato costruito al servizio della fermata si è rivelato quasi immediatamente insufficiente ed è stato ingrandito; oggi a Lastra a Signa fermano la maggior parte dei treni che passano di lì, anche molti di quelli che effettuano poche fermate
Appare evidente che se offri un servizio veloce, comodo ed al giusto costo molti utenti lo preferiranno al mezzo privato

- dall'altra parte invece i pendolari dal Valdarno Superiore sono sempre in lotta per i treni in ritardo, troppo affollati e spesso con meno carrozze rispetto a quanto dovrebbero essere. È  evidente che un servizio come quello lo utilizzi solo perchè non ne puoi fare a meno, non perchè è più comodo come invece dovrebbe essere. Mi domando cosa succederebbe se queste migliaia di persone decidessero di venire tutte a Firenze ciascuna con la sua automobile...

Ricordo comunque che ci saranno sempre (e vanno coinsiderati!) millemila validi motivi per cui qualcuno non può utilizzare il mezzo pubblico e deve per forza usare il mezzo privato (itinerari non serviti, persone con difficoltà motorie, trasporto di cose pesanti od ingombranti etc etc).  Poi ci saranno sempre quelli che “in autobus non ci vado perchè ci sono immigrati e gente che puzza”, ma questo è un altro discorso.
C'è poi il problema politico: decisioni come chiudere al traffico alcune aree della città o strappare al mezzo privato una parte delle strade in favore dei mezzi pubblici (corsie preferenziali, tramvie etc etc) sicuramente all'inizio sono  decisioni impopolari, che però se realizzate bene dando alternative pubbliche al trasporto privato dopo un iniziale rifiuto porteranno nel breve - medio periodo al consenso. È chiaro che con i ristretti tempi di una legislatura queste sono operazioni da fare appena un sindaco si è insediato o poco dopo. Non alla fine della legislature. E questa è una difficoltà.

E, da ultimo, un appunto: per spostamenti in città un altro validissimo mezzo sarebbe la bicicletta. Che in effetti sta vivendo, almeno come acquisti, un boom. 
Il fatto che quest'anno non si farà il Motor Show a Bologna, mentre la expo-bici di Padova ha fatto il pienone significherà pure qualcosa... 

Germania, Olanda, Danimarca, Svezia sono paesi ricchi e dal clima non proprio favorevole. Ma lì si viaggia molto in bicicletta e mezzi pubblici. Noi siamo poveri ma viaggiamo in macchina.
Quando i politici italiani capiranno la necessità di una mobilità a favore di biciclette e mezzi pubblici?

giovedì 31 ottobre 2013

Da Australopithecus a Homo: dell'inutilità della discussione sul numero di specie umane che sono esistite


L'articolo pubblicato su Science a proposito dell'ultimo interessantissimo reperto di Homo erectus trovato a Dmanisi, in Georgia, al di là della sua importanza nel quadro della paleoantropologia, rinfocola le solite beghe sulla quantità di specie umane esistite negli ultimi 2 milioni di anni. Trovo questa discussione poco attraente, poco scientifica, assolutamente inutile e facilmente governabile da pregiudizi ideologici. Soprattutto sono dell'opinione che con tutto quello che c'è da trovare e da studiare, la questione delle varie specie sia una perdita di tempo, come per esempio la discussione sul fatto che i neandertaliani siano una specie diversa da noi o no e decine di altri esempi del genere. Quindi voglio tratteggiare un attimo il perchè la penso così,

Recentemente è balzato alle cronache anche nei giornali generalisti la notizia dello studio pubblicato sulla rivista Science pochi giorni fa da un gruppo internazionale capitanato dal georgiano David Lordkipanidze: A complete Skull from Dmanisi, Georgia and the Evolutionary Biology of Early Homo.
In questo eccellente studio viene esaminato un cranio appartenente a Homo erectus, uno dei più antichi (o forse il più antico) reperti trovati in Europa, nel famoso sito di Dmanisi, che documenta una presenza umana fuori dall'Africa già poco meno di 2 milioni di anni fa, anche con la presenza di utensili del modo "olduvaiano".
Il cervello è piccolo, 546 c.c., ma la cosa interessante è che mostra somiglianze con i reperti di Homo fossili contemporanei africani. 
Ma ecco il punto dolente: la vasta diversità morfologica degli altri reperti di Dmanisi (in alcuni lavori denominati Homo georgicus) proverebbe che le popolazioni dell'epoca mostravano una certa vastità di morfologie e le somiglianze con i reperti africani della stessa epoca hanno portato gli Autori a scrivere che la conseguenza di tale scoperta sarebbe enorme: è possibile che diversi fossili precedentemente assegnati a diverse specie di Homo potrebbero in realtà essere solo varianti della stessa specie. In particolare, secondo quanto sostengono gli autori dello studio, H. erectus, H. ergaster, H. rudolfensis e H. georgicus (e forse anche H. abilis) potrebbero non essere specie a sé stanti. Ad uscire dall'Africa fu dunque una sola specie con un'elevata variabilità interna oppure un cespuglio di specie che si differenziarono in tempi brevi e andarono ad occupare piccole aree dell'Eurasia?

LA DISCUSSIONE: UNA SPECIE UMANA IN OGNI TEMPO O VARIE SPECIE CONTEMPORANEE? 

Si rianima quindi il dibattito su questa annosa questione, cioè specie unica o “cespuglio” con varie specie. Ricordo che secondo alcuni il percorso dell'Umanità ha visto istante per istante la presenza di una sola specie o se c'è stata una evoluzione “a cespuglio”, con la presenza contemporanea di più specie che si sono estinte quasi tutte, tranne quelle che appartengono alla linea arrivata oggi ad Homo sapiens. A dimostrazione dell'inutilità delle discussioni a cui ho fatto riferimento nell'introduzione, linko questo articolo su Pikaia, uno dei siti italiani che apprezzo maggiormente, dall'ironico e arguto titolo "la Terra è rotonda" in cui  è palesemente dimostrato come, oltretutto, queste discussioni servono solo ad ingenerare (più o meno volontariamente) confusione in chi non ha ben chiaro cosa sia una specie, e permettere di concludere che gli scienziati siano in confusione a proposito delle origini umane. Punto di vista che si sa a chi serve e perchè, a partire da De Mattei e RadioMaria....

Comincio a dire che dal mio punto di vista questa somiglianza non è poi una cosa così clamorosa, perchè se questi erectus rappresentano degli stadi iniziali della prima uscita dall'Africa potevano benissimo essere non tanto diversi dai loro cugini rimasti laggiù.

Ma il succo è un altro: messa come è messa, la discussione che è seguita all'articolo ci dice che le cose continuano evidentemente ad andare avanti su questo aspetto meramente tassonomico (di classificazione) e perdono il filo di quella che sarebbe, almeno per me, la logica.
Ora, a parte che ancora un concetto di specie non è molto chiaro (e spesso in natura i confini fra due popolazioni e due specie sono molto vaghi), quello che più mi fa specie (perdonatemi il gioco di parole) sono queste considerazioni sulle tante specie (o linee) che occupano lo spazio tra le prime Australopitecine e Homo sapiens.

MENTE UMANA DISCONTINUA E CLASSIFICAZIONE DEGLI ESSERI VIVENTI

A soccorrere il mio punto di vista sulla ridicolezza della questione cito come teste nientemeno che Richard Dawkins, sulla autorevolezza del quale – "gene egoista" a parte, secondo i “gusti” di ognuno – immagino che nell'ambiente scientifico pochi abbiano a dire qualcosa,
Ne “Il racconto dell'Antenato” Dawkins se la prendeva con la “mente discontinua” umana, quella che viene da lontano, dall'iperuranio delle idee di Platone, che classifica le cose rigidamente. 
 
Mi spiego: se in una strada il limite di velocità è 50 km/h è ovvio che se vado a 49 km/h sono nel giusto. Suggerendo che il limite sia stato messo per questioni di sicurezza e non per consentire a una macchinetta di multare automobilisti, se vado a 51 commetto una infrazione e sono pericoloso.
Ora, 2 km/h di differenza non fanno certo una differenza nel pericolo a priori.... magari in una notte di pioggia con asfalto scivoloso sarebbero troppi anche 30 km/h, mentre in una assolata giornata con strada asciutta anche a 70 la sicurezza è assicurata.
Però, è questo il punto, occorre stabilire un limite, una velocità di sicurezza convenzionale, che poi per una serie di motivi diventa legale. 

Idem dicasi per pedofilia e maggiore età: considerazioni morali a parte, legalmente è pedofilia se, indipendentemente dal sesso maschile o femminile, una persona adulta (poniamo quarantenne) fa attività sessuale con un individio il giorno prima che quest'ultimo compia 18 anni, mentre è perfettamente legale due giorni dopo.

La stessa cosa avviene con la classificazione zoologica.
La classificazione linneiana fornisce uno straordinario sistema per assegnare alle varie forme di vita il posto che compete loro. Come fece notare un missionario italiano che esplorò la giungla della Cina meridionale, i cinesi conoscevano benissimo tutti gli animali e tutte le piante della foresta, ma mancando una classificazione logica di questo tipo non riuscivano a collegarle fra loro.
Linneo era anche un creazionista (e non poteva essere altrimenti visto il tempo), e per le conoscenze del tempo fece un lavoro straordinario, compreso istituire i “Primati” senza che all'epoca delle scimmie antropomorfe si sapesse qualcosa oltre le dicerie e qualche rarissima testimonianza (e non è che questo collegamente sia piacuto al tempo... c'è chi lo contesta anche oggi...)

Con una posizione del genere è evidente che era assolutamente legittimo ed ovvio questo sistema “discontinuo”
Però quella classificazione ad albero di Linneo "discontinua ma quindi non troppo discontinua" è stata fondamentale per la Storia Naturale, per arrivare alla (logica) conclusione rappresentata dalle teorie evolutive (teoria in senso non di mera ipotesi, ma di corpus di idee ed informazioni inquadrato in una visione coerente, mi raccomando!). 
Un approccio evolutivo alla classificazione degli esseri viventi è stato operato con la cladistica atttraverso la sostituzione dell'anello mancante con quella dell'antenato comune (il “contenato” di Dawkins).

Da notare che anche gli antievoluzionisti accettano in parte l'evoluzione tirando fuori una delle loro solite fantasie, i baramini, cioè forme ancestrali create da Dio (a livello credo di “ordine” o di “famiglia”, chissà perchè ridare dignità a definizioni ormai tutte assorbite nei “cladi”) che si sarebbero differenziate per “degenerazione del DNA). Per chi volesse scrissi un post al proprosito.

PERCHÈ CLASSIFICARE DIVERSAMENTE I VARI FOSSILI

Una prima considerazione su Homo e dintorni è che le tante classificazioni che abbiamo si reggono solo sulla scarsezza di fossili. Se ne avessimo 100 volte tanti (e ben distribuiti nel tempo invece di mostrare ampie lacune come quella tra gli austalopitechi “classici” e Australopitecus sediba, si vedrebbero talmente tante forme intermedie che per stabilire un limite occorrerebbe usare delle convenzioni. Ricordo quella di Sir Arthur Keith, che mise un limite di 750 c.c. come valore inferiore della capacità cranica per essere Homo, ma che, alla fine, è molto convenzionale: per esempio ad un certo punto fiu spostato a 650 c.c. perchè alcuni habilis altrimento non erano più Homo (noto inoltre come per molti paleantropologi Homo habilis sia ancora una australopitecina, nonostante il nome).. E con questo limite neanche il cranio di Dmanisi apparterrebbe a Homo!

Insomma, usiamo le varie denominazioni come se riflettessero una realtà discontinua, ma alla fine molti studiosi (e, più modestamente anche il sottoscritto) sostengono che l'arcipelago di denominazioni sia solo una finzione per motivi pratici, anche perchè non è che una mamma Australopithecus ha partorito un figlio Homo... Queste varie classificazioni servono, ovviamente, perchè indicano in qualche modo “a che punto siamo” nell'evoluzione umanae e quindi basterebbe utilizzarli come “denominazioni tassonomiche informali”, come disse già qualcuno.

Mi spiego: avere davanti un reperto attribuibile a Homo heidelbergensis, al di là delle diatribe sul fatto se sia una specie diversa da H. ergaster, colloca chiaramente tale reperto nel tempo, nello spazio e nella posizione nella genia umana..
E invece questi motivi pratici scatenano lotte feroci su denominazioni, ipotesi se neanderthalensis e sapiens siano due specie diverse etc etc. Tutto tempo sprecato inutilmente, secondo me e che può essere usato meglio....
Una dimostrazione pratica è quella di Australopithecus sediba. Sono fossili che vanno a colmare sia pure in maniera marginale una importante lacuna nella documentazione fossile e hanno certe caratteristiche da Australopitecine e altre da Homo: sono ragionevolmente sicuro che gli Autori avessero descritto la specie come Homo sediba ma in sede di referazione sia stato loro imposto di cambiare la classificazione (il potere è dei Referi, giustamente!).

UNA CLASSIFICAZIONE "DINAMICA": SPECIE AD ANELLO E CRONOSPECIE

Ora (finalmente) arriviamo al nocciolo della questione: in buona sostanza, è nota la presenza delle “specie ad anello”, nelle quali una popolazione ancestrale si è divisa in varie le popolazioni che vivono in zone contigue e nelle quali individui di specie diverse ma che vivono al confine fra le due zone di distribuzione si accoppiano, quelli più lontani no. In futuro diventeranno sicuramente specie diverse, oggi sono a metà del guado. Sempre Dawkins fa una ottima dimostrazione di questo con le salamandre del genere Estatina, diffuse nelle alture che circondano la Central Valley della California: da una popolazione ancestrale arrivata in tempi non lontanissimi si sono differenziate delle popolazioni che mostrano differenze notevoli e che talvolta si comportano come specie differenti, talvolta no. 
 
Andando nel tempo esiste la stessa figura, la Cronospecie. Ad esempio potrebbe essere vero che un Homo sapiens odierno potrebbe accoppiarsi con una femmina di erectus di 1 milione di anni fa, la quale a sua volta potrebbe accoppiarsi con un maschio di habilis. Ma un sapiens e una habilis non potrebbero farlo.

DA AUSTRALOPITECINE A HOMO SAPIENS: UNA SOLA CRONOSPECIE?

È ovvio che questa visione non contrasta con la visione del “cespuglio”, perchè è evidente che ci sono state delle popolazioni che alla fine si sono estinte, non lasciando discendenti diretti, compe per esempio i Parantropi.

Quindi, lasciando al di fuori fossili come Sahelanthropus tchadensis o Orrorin tugenensis, la cui interpretazione è poco chiara, a me parrebbe più logico considerare tutto il resto di questo popò di forme all'interno di un'unica specie, che so... Homo stanteambulansuomo che cammina in piedi”… infischiandosene della presenza o non di "specie" diverse e considerare tutte la la varia nomenclatura appunto come “denominazioni tassonomiche informali” che rappresentano popolazioni di caratteristiche via via diverse e sono molto di aiuto per classificare i vari reperti (e, soprattutto, sono di aiuto per chi non avendoli studiati in dettaglio, che ne capisce appunto la collocazione nello spazio – tempo).

Così anche le possibili ibridazioni fra neanderthalensis e sapiens (e la questione, non secondaria, dei demisoviani e della persistenza di alcuni loro geni di una popolazione asiatica particolare in Nuova Guinea e dintorni) perdono forse di “clamore” ma consentono di vedere i dati genetici con un approccio meno dogmatico e più realistico, diventando semplicemente scambi fra popolazioni diverse della stessa specie che si erano separate per l'isolamento, diversificandosi in alcuni aspetti morfologici, strutturali, comportamentali e manufatturieri e che si sono in seguito reincontrate con relativi scambi genici.

sabato 26 ottobre 2013

Una ricerca multidisciplinare per descrivere l'ambiente in cui un milione di anni fa viveva Homo erectus nell'Africa Orientale


È bello vedere ricercatori dei più vari settori delle Scienze della Terra che si uniscono per determinare tutti gli aspetti geologici di una regione; in particolare oggi vedremo come come una ricerca finale di tipo paleontologico su fossili di piccoli vertebrati, legati ad ambienti più ristretti rispetto alla macrofauna, possa dare delle eccellenti indicazioni paleoambientali.
La Dancalia è situata all'inizio della grande spaccatura delle fosse tettoniche dell'Africa orientale; essa stessa è una delle tante depressioni associate al rift ed in particolare al famoso triangolo dell'Afar. Ho tratteggiato la storia geologica e del vulcanismo di quest'area in questo post. Siamo in posti estremamente significativi per il genere umano: proprio da qui un gruppo di Homo sapiens anatomicamente moderni partì alla conquista del mondo. Un gruppo di geologi fiorentini nel 1994 vi ha trovato un cranio riferibile a Homo erectus di un milione di anni fa. Il ritrovamento ha dato vita ad un lavoro multidisciplinare che ha tracciato le caratteristiche geografiche e ambientali dell'area ai tempi in cui viveva il proprietario di quel cranio.

Le zone di palude o delta sono fra le poche aree subaeree in cui si formano comunemente sedimenti e dove ci si può aspettare di trovare parecchi fossili. Purtroppo i sedimenti continentali antichi sono piuttosto rari. essenzialmente per due motivi:
1. sono subito sepolti da altri sedimenti in un contesto di subsidenza, cioè di alto tasso di sedimentazione e di continuo abbassamento del terreno (in quelle attualmente soggette a questa attività geologica l'unico sistema per avere informazioni sugli ultimi milioni di anni è quello di scavare pozzi ed estrarre carote)
2. oppure hanno vita breve in quanto vengono precocemente erosi. 

La conclusione ovvia è che i sedimenti continentali sono più difficlili a trovarsi rispetto a quelli marini ed anche la documentazione fossile della vita terrestre è molto più frammentaria di quella marina.
Si spiega così anche la scarsezza di reperti fossili che documentano l'origine di Homo.
 
Il vantaggio è che sedimenti del genere  con età di un milione di anni sono ancora abbastanza recenti ed è possibile che siano ben visibili in aree caratterizzate da una forte attività tettonica: in questo caso le faglie hanno provocato delle dislocazioni e formato delle pareti; il risultato di questa attività è la formazione di colline che se da un lato provocano l'erosione di questi sedimenti, dall'altro offrono per lo studio comode sezioni stratigrafiche (non è un caso che la maggior parte dei ritrovamenti di ominidi in tutta l'Africa Orientale siano in sedimenti di questo tipo).

La foto qui a destra illustra la situazione della Dancalia, che fornisce una ottima applicazione di questo aspetto, con l'ulteriore vantaggio di un clima arido in cui la vegetazione non copre il suolo e rende più semplice lo studio.
L'attività tettonica ha diviso la Dancalia in diversi bacini che si sono aperti nel basamento, formato da rocce di ben oltre mezzo miliardo di anni. In questi bacini il tasso di sedimentazione è elevato a causa della forte erosione delle alture in cui affiora il basamento. Nei fondi dei bacini si trovano inoltre parecchie rocce vulcaniche, soprattutto inella parte centrale della depressione, per cui la parte meridionale della Dancalia è divisa in due rami (tipo il lago di Como...). Ed è proprio grazie all'instabilità tettonica che le faglie hanno formato quelle scarpate (anche di pochi metri) in sedimenti molto recenti così comode per studiare quei sedimenti.
 
Oggi terra arida e dall'ambiente molto difficile, la Dancalia di un milione di anni fa era una terra umida e piena di vita, come dimostrano i sedimenti pleistocenici.
Vi si trovavano molti laghi, nei quali sfociavano dei fiumi formando delta. C'erano molti acquitrini e spesso le alluvioni ricoprivano zone che ordinariamente rimanevano in condizioni subaeree, coperte solo da un tappeto erboso. Nei sedimenti del Pleistocene terminale e dell'Olocene è registrato l'inaridimento recente della regione.

Il Dipartimento di Scienze della Terra dell'Università di Firenze ha una consolidata tradizione di spedizioni nel corno d'Africa; in quella del 1994, un gruppo di geologi di Firenze insieme a ricercatori locali ha fatto una scoperta eccezionale: un cranio di Homo erectus, scavato vicino al villaggio di Buia, nella depressione della Dancalia, circa 100 kilometri a sud della capitale eritrea, Massaua. L'impiego di vari criteri, dalle età assolute alla biostratigrafia fino alla stratigrafia magnetica, ha consentito di datare il reperto a circa un milione di anni fa.

Questa ricerca ne ha ovviamente spinte altre per cui in nuove missioni nella zona, oltre a reperti umani, che comprendono pochi fossili ma tanti strumenti litici, sono stati trovati i resti di una fauna analoga a quelle di tutta l'Africa Orientale del tempo (ippopotami, elefanti, coccodrilli, rinoceronti, suini e bovidi). Un particolare molto interessante è che alcune di queste ossa mostrano chiari segni di macellazione da parte degli uomini: questo aspetto è contenuto in Fiore et al (2004)

In questa immagine al microscopio, tratta dal lavoro appena citato, si vedono le strie provocate da uno strumento di macellazione su un frammento di femore di ippopotamo. 
I coccodrilli rappresentano le uniche ossa di carnivori: mancano quelle di carnivori terrestri ma la loro presenza è accertata dalla presenza su un fossile di suino di morsi ascrivibili ad una iena. 
È importante conoscere l'ambiente in cui vivevano e cacciavano questi uomini. La calotta cranica umana, in particolare, è stata ritrovata nella “formazione di Alat”, un complesso di sedimenti lacustri e deltizi.

Con le macrofaune (che ove presenti sono sostanzialmente facili da vedere e spesso anche da raccogliere) si possono ottenere molte informazioni (coccodrilli e ippopotami ad esempio sono animali acquatici per definizione e i coccodrilli in particolare ci dicono che siamo in un clima molto caldo). Se però si volesse comprendere meglio le caratteristiche dell'ambiente in cui i nostri progenitori si muovevano, sarebbe interessante definire quanto umida potesse essere la zona, e la maggior parte delle informazioni utili a determinare un quadro più particolareggiato possono essere rivelate solo da faune più piccole, da forme di vita adattate ad ambienti molto particolari.

Così i ricercatori del Dipartimento di Scienze della Terra dell'Università di Firenze e del museo nazionale eritreo hanno provveduto a colmare questa lacuna con alcune spedizioni fra il 2010 e il 2011, i cui reperti sono esposti al Museo stesso, ad Asmara. I risultati sono stati pubblicati quest'anno sul Journal of Human Evolution,

Esaminando direttamente i materiali scavati e poi passandoli al setaccio, con infinita pazienza sono stati ritrovati resti più o meno ben conservati di pesci (tra i quali un pesce – gatto), rettili (tartarughe, denti e squame di coccodrillo, pitoni), uccelli (pellicani e vari uccelli palustri) e piccoli roditori.
Quindi è stata accertata la presenza di animali che vivevano in vari ambienti: verso le spalle del bacino c'era proprio una savana; scendendo più in basso zone erbose di terraferma si alternavano a paludi; sono stati scoperti e determinati i resti di molti animali tipici di rive fluviali e lacustri, soprattutto di acque chiare e ossigenate, ma anche di uccelli ed altre creature tipiche di aree più secce con copertura erbacea. Un particolare importante: i laghi, sia pure non profondi, erano abbastanza estesi perchè sono stati trovati fossili di forme che vivono lontano dalle rive. L'alternanza di zone paludose e zone più secche è ben dimostrata dalla presenza di forme tipiche di entrambi gli ambienti.

Vediamo pertanto come con l'analisi dei fossili più di questo tipo si è potuto precisando meglio il quadro geologico ricavato dallo studio dei sedimenti e dalle precedenti ricerche sulla macrofauna. Condizioni simili sono condivise da altri siti dell'Afar in cui sono stati ritrovati fossili e utensili dello stesso periodo. Buia è per adesso, comunque, il più settentrionale di questi.

Riferimenti bibliografici:
Abbate et al, 2004 Geology of the Homo-bearing Pleistocene Dandiero Basin (Buia region, Eritrean Danakil depression) Rivista Italiana di Paleontologia e Stratigrafia, vol.110 pp. 5-34
Fiore et al, 2004: Taphonomic analysis of the late Early Pleistocene bone remains from Buia. Rivista Italiana di Paleontologia e Stratigrafia, vol.110, pp. 89-97.
Rook et al, 2013 Stratigraphic context and paleoenvironmental significance of minor taxa (Pisces, Reptilia, Aves, Rodentia) from the late Early Pleistocene paleoanthropological site of Buia (Eritrea)Journal of Human Evolution, January 2013, Vol. 64/1 Pages 83–92

venerdì 18 ottobre 2013

Geologi, assetto del territorio e politica


Tremonti voleva computare nella massa del debito dei Paesi Europei il decommissioning delle centrali nucleari. Poteva non avere torto. Ma se all'Italia facessero computare i costi per rimettere a posto questo sgangherato territorio di quanto aumenterebbe il debito? Al convegno di Longarone sul Vajont e alla giornata dedicata ai 90 anni della Geologia a Firenze sono state fatte alcune osservazioni sul ruolo del geologo. Un ruolo perfettamente sconosciuto ai più. Ricordo che fino alle apparizioni televisive di Mario Tozzi, nessuno sapeva cosa fosse un geologo e molti credevano che il geologo fosse quello che andava “nelle caverne” (con rispetto parlando per gli speleologi, dal mio punto di vista e taccio dei modi in cui pronunciavano questo secondo termine nelle maniere più varie e pittoresche...). Anzi, qualcuno non riusciva neanche a capire il termine “geologo”. Poi, anche quando andavo a fare trekking, finalmente qualcuno osservava che avevo “il martello di Tozzi” (il glorioso Estwing”).

Secondo me è necessario far capire che quelle dei geologi, nelle loro varie collocazioni (accademia, libera professione dipendenti pubblici e, perchè no, quelli che scrivono di geologia) non sono le classiche rivendicazioni corporativistiche di chi cerca di spacciare per interesse generale del Paese il proprio porco comodo, ma che una corretta gestione del territorio è proprio un importante interesse generale del Paese.
In altre parole, i geologi vogliono contare di più per mettersi a servizio del Paese, nella assoluta certezza che non tenendo di conto le Scienze della Terra e le loro istanze, l'Italia rischi parecchio. 
La questione è se il Paese vuole i geologi o no.
Il Vajont è stato un tipo esempio di come si possa oltraggiare il territorio, ma in quante altre occasioni, sia pure meno luttuose, danni e vittime sono almeno in parte da addebitarsi ad errori nella programmazione territoriale?

Ma perchè succede questo?
Diciamo che non c'è in questo momento uno scambio sereno di conoscenze fra il Geologo e la committenza, pubblica o privata che sia. Tutt'altro... anzi, spesso c'è un vero ostracismo... con il geologo che, chiamato solo per ultimo e per obbligo, dovrebbe limitarsi a ratificare quanto già fatto da altri.
Volete un esempio? Un comune importante ha deciso di riguardare il suo assetto urbanistico: ha demandato la cosa a due urbanisti che hanno avuto due anni di tempo e solo alla fine si è passati attraverso il giudizio di un geologo. Non è un caso infrequente: quante volte il geologo interviene “a cose fatte” e cioè viene chiamato per ultimo a dare una approvazione “formale” ad un progetto? Ovvio che in questo caso il professionista non può essere visto in altro modo se non come “l'ennesimo balzello dovuto” e/o come chi mette “lacci e lacciuoli”. Occorre far capire che se invece il geologo venisse chiamato prima sarebbe stato molto più logico e si sarebbe potuto sicuramente fare di meglio.
Come esperienza personale ricordo come tempo fa un conoscente che lavora in una fabbrica mi chiese lumi perchè il comune dov'è posta l'azienda è stato classificato sismico. Voleva trovare delle pezze d'appoggio per dimostrare di non essere in zona sismica. 

Eppure oggi più che mai il territorio italiano è a rischio anche perchè è cambiato lo “stile” delle alluvioni: negli ultimi anni più che piene epocali dei grandi corsi d'acqua (Pò, Arno, Tevere ad esempio) sono i piccoli bacini a destare preoccupazione e noi di piccoli bacini ne abbiamo tanti, per di più disposti intorno a mari dall'alta temperatura e dal forte tasso di evaporazione (la classica situazione favorevole alle bombe d'acqua).
Da più parti si chiede che le risorse finanziarie per gli interventi funzionali alla protezione del territorio possano essere trovate in deroga al patto di stabilità. Ma purtroppo sono ancora di più le parti che continuano in un assurdo ostracismo nei confronti dei geologi e nel rifiuto di un corretto uso del territorio.

Un altro campo in cui si dovrebbe considerare di più il ruolo del geologo è la Protezione Civile: oggi questo è un organismo essenziale immediatamente prima, durante e nell'immediato dopo di un evento calamitoso; diciamo che l'attività “di fondo” consiste nel monitoraggio per prevedere eventi calamitosi, mentre la parte “dormiente” si sveglia dall'emanazione di un allarme in poi, fino a “emergenza conclusa”. .Quindi i suoi unici compiti in “tempo di pace” sembrano essere il monitoraggio delle emergenze, al limite, lo studio dell'organizzazione.
Nelle emergenze siamo molto bravi, è difficile, anche dopo gli errori del passato anche recente, che un'alluvione colga impreparata la Protezione Civile.  
È ovvio che se le alluvioni sono prevedibili, i terremoti non lo sono e questo richiama il concetto di una Protezione Civile che non si limita alla previsione (quando possibile) e alla gestione delle emergenze, ma, facendo un notevole passo avanti, si potrebbe arrivare ad una Protezione civile che si occupi di prevenzione, utile contro tutte le calamità naturali. In quest'ottica soprattutto Urbanistica, Ingegneria e Geologia dovrebbero camminare a braccetto.

A questo proposito riterrei estremamente utile ripristinare il “Servizio Geologico d'Italia” (inserendoci dentro anche l'INGV), anziché tenere nel calderone dell'ISPRA una serie di multiformi competenze (nessuna polemica con il presidente dell'ISPRA, De Bernardinisi a cui ho espresso personalmente anche di recente la mia solidarietà per la condanna nel processo dell'Aquila)
Ora, lasciamo perdere il mitico USGS, il servizio geologico degli USA, ma a vedere i vari servizi geologici dei vari “states” viene invidia. Qualche giorno fa ho parlato con un ricercatore del servizio geologico spagnolo... sono dei marziani in confronto a noi

Nella classe dirigente e soprattutto in quella politica manca una coscienza della prevenzione e della salvaguardia nei temi ambientali. Molti dedicano all'assetto del territorio una scarsa attenzione e succede che che quando vi si dedicano lo fanno per cercare di alleggerire i vincoli imposti da una legislatura che è lungi dall'essere perfetta (anzi, spesso le maglie sono molto larghe) e piena di disposizioni legislative di vario livello non sempre in armonia fra loro.
Alle volte ho fatto notare come spesso alla base del problema non ci sia irresponsabilità nella classe politica, ma ignoranza: un irresponsabile sa che sta rischiando perchè fa una cosa sbagliata ma la fa lo stesso; invece spesso molti ignorano di essere lì a fare un errore.

Anche il Consiglio superiore dei Lavori Pubblici lascia un po' perplessi, soprattutto se si vede che a fronte di 110 membri votanti, fra ingegneri (oltre 60), consulenti e fiduciari, ci sia un solo geologo (che per di più ci ha messo 2 anni per avere l'ammissione).
In più nel CSLLPP una buona parte dei membri sono politicizzati (strano....) e questo comporta il fatto che c'è chi si fa il tifo a favore o contro i provvedimenti a seconda del partito di appartenenza del ministro in carica, alla faccia dell'”organismo tecnico”.
Con questo non si contesta il fatto che ci possano essere opinioni differenti su un progetto: nessuno potrà mai essere completamente obbiettivo, stando le differenti visioni che ci possono essere su sviluppo, opere da approvare e modo di affrontarle, ma che queste debbano dipendere più dalla fede politica che da un convincimento tecnico è semplicemente demenziale, in un consesso di quel tipo. Quindi ci vogliono dei commissari politicamente super partes da un punto di vista politico, al di là di legittime differenze di opinione, per esempio, fra chi vuole nei centri urbani piste ciclabili e chi vuole parcheggi per autovetture; forse sarebbe utile anche una riduzione del numero dei membri ma maggiore rappresentatività delle varie categorie tecniche.

Non ci si può stupire se molto spesso le modellizzazioni geologiche siano scadenti, quando non assenti, in molti piani territoriali e in molti progetti di opere più o meno grandi, nonostante i geologi siano convinti della mecessità di rispettare il contesto fisico in cui insistono queste opere.

In un'ottica del genere è normale che il Geologo sia per forza un rompiscatole che mette paletti (non solo per fare delle fondazioni più consone...), è uno che ti dice “alt! Così non è possibile” e, appunto, passa per un costo e per uno di quei lacci e lacciuoli burocratici che ostacolano il cittadino. Ma lo fa perchè fa il suo lavoro in un quadro di approccio sbagliato da parte della committenza.
Mi domando se non sarà anche che i geologi stessi (tutte le categorie) sbaglino qualcosa?
Insomma, occorre che i geologi si facciano sentire. L'Appello di Firenze, illustrato durante il convegno “Il Risorgimento e la GeologiaItaliana” nel novembre del 2011 mi sembra sia caduto nel dimenticatoio

Un primo problema, basilare, è che se si fa la domanda “chi è e cosa fa un Geologo” non so in quanti siano in grado di rispondere.
È evidente che, tanto per incominciare, occorra nelle Scienze della Terra un coordinamento fra le varie anime della geologia (accademici, liberi professionisti e geologi nella Pubblica Amministrazione). Non solo per una maggiore comunicazione e per un periodico scambio di opinioni, ma per poter interloquire meglio con chi deve decidere dell'assetto territoriale.

Quindi occorrerebbe che la categoria sia più comunicativa. Forse così qualcuno comincerebbe a chiamare il geologo “prima” e non come succede troppo spesso “dopo”, per curare sintomi ormai gravi o per esprimere un giudizio su un progetto già stabilito.

Altrimenti non ci si potrà stupire se, mancando conoscenze di base del territorio, un qualsiasi problema dovuto ad una serie di errori, consapevoli o inconsapevoli che siano, diventi “un evento eccezionale non previsto né prevedibile” come qualcuno (anche dei geologi, purtroppo) ha detto del Vajont.