sabato 23 gennaio 2021

i probabili veri motivi (non ambientali) per il no di Biden alla Keystone Pipeline


Era da un po' che volevo scrivere un post sulla Keystone Pipeline, perché è un argomento interessante per i legami fra politica, economia ed ambiente. E quanto è appena successo, nel quadro del prime mosse dell’amministrazione Biden in campo energetico, riporta alla ribalta internazionale questo oleodotto. I primi provvedimenti del nuovo presidente apparentemente sembrano mosse dalla questione ambientale. In realtà, nonostante che persino le organizzazioni economiche stiano mettendo in guardia sulle conseguenze economiche e finanziarie del cambiamento climatico (in particolare le più grandi preoccupazioni vengono dal settore delle assicurazioni oltreché, ovviamente, dai climatologi), questi provvedimenti possono essere letti – paradossalmente – più come provvedimenti volutamente ambientalistici, anzichè come un favore ai petrolieri statunitensi, con possibili ripercussioni sui contributi ai partiti americani, che nel petrolio sono sempre stati molto squilibrati a favore dei repubblicani.

il percorso della Keystone Pipeline con i punti dolenti,
in particolare l'acquifero di Ogallala
BIDEN VS. TRUMP: SVOLTA AMBIENTALE?
Scienzeedintorni si occupa di Scienza e non di politica tranne quando si tratta di decisioni in materia di scienza o politica ambientale. Quindi commento solo in questi argomenti e in merito non posso che essere d’accordo sulle decisioni in materia economico – ambientale prese dal nuovo presidente degli Stati Uniti. Di fatto il giudizio – sempre dal punto di vista strettamente scientifico – sulla amministrazione Trump non può essere positivo in special modo dal punto di vista ambientale e sanitario. D’altro canto se non ci fosse stata la pessima gestione del COVID le elezioni sarebbero probabilmente andate diversamente, ma la sottovalutazione dell’epidemia, la lotta alle mascherine (in special modo da parte dei suoi sostenitori più “arrabbiati”), i contrasti con Anthony Fauci e gli imbarazzanti tweet sulle cure più fantasiose non hanno certo giovato alla causa del presidente Trump.
D’altro canto si vide subito la direzione in cui andava 4 anni fa l’amministrazione ora uscente con la nomina di Scott Pruit alla presidenza dell’EPA, l’Agenzia di Protezione Ambientale: era un po' come mettere Totò Riina alla presidenza dell’antimafia e di fatto l’EPA in questi 4 anni si è distinta per demolire la normativa in materia. Emblematico il ricorso contro lo Stato della California il quale pretendeva di mantenere gli standard delle emissioni degli autoveicoli, insieme ad altri 13 stati i quali hanno condiviso le indicazioni del Golden State. Ma non è che i petrolieri abbiano avuto una particolare stima di quella amministrazione, distintasi soprattutto per cercare di dare una mano più a carbone, nucleare e – nel petrolchimico – alle raffinerie che al settore estrattivo dell’oil&gas, nonostante i vantaggi per il fracking e i permessi a valanga in terre federali, comprese le riserve naturali (aspetto che mette in una luce particolare l’avversione verso Trump di alcuni repubblicani importanti come George Bush jr). E questo senza contare la lotta contro le energie rinnovabili.
Adesso la situazione dal punto di vista del rapporto fra politica e petrolio oltreatlantico è un po' confusa. Innanzitutto occorre ricordare che la potente lobby del petrolio è sempre stata tradizionalmente filo-repubblicana: di fatto una buona parte dei finanziamenti al GOP derivano proprio da questa fonte, ma dopo le vicende del Campidoglio del 6 gennaio le aziende petrolifere hanno sospeso per 6 mesi le donazioni alla politica, che nel 2020 sono state di oltre 50 milioni di dollari ai repubblicani e circa 10 ai democratici.

l'area della fallimentare asta del 6 gennaio 2021 
LE DECISIONI DI BIDEN. Il ritorno agli accordi di Parigi e nell’OMS erano scontati. Ma in campo energetico i provvedimenti risultano in favore dell’industria estrattiva oil&gas e la volontà espressa recentemente da parte delle compagnie petrolifere di accettare norme più stringenti sulle emissioni di metano dei giacimenti (depotenziate nell’era-Trump ma di fatto sostenute volontariamente da diverse di esse) potrebbe essere sia un gentile ricambio per questi provvedimenti, come un segnale nei confronti del mondo finanziario, preoccupato per la situazione ambientale (in particolare per le conseguenze nel settore assicurativo dei cambiamenti climatici) e che recentemente ha stretto i cordoni della borsa nei confronti dei prestiti e dei fidi alle aziende del settore, non solo e non tanto per questioni ambientali, ma soprattutto perché con i prezzi del petrolio (e soprattutto del gas) che corrono queste aziende sono diventate pessimi pagatori e ci sono nel settore molti ricorsi alla bancarotta. 
Diciamo che due decisioni in particolare possono essere lette con favore dal mondo dell’estrazione di petrolio. La prima è la moratoria per due mesi di nuovi pozzi nelle terre federali offshore e sulla terraferma (ricordo che in USA anche il sottosuolo appartiene al proprietario del terreno). Le ultime aperture del genere dell’amministrazione Trump in Alaska decise frettolosamente dopo il 3 novembre 2020 sono state un disastro: pochi i lotti aggiudicati, nonostante un taglio del 30%  (e che non verranno sicuramente sfruttati), anche perché le principali banche hanno avvisato molto esplicitamente che non avrebbero finanziato questi progetti. Ma come mai dico che è una cosa a favore dei petrolieri? Perché dopo anni di aumento della produzione, quasi raddoppiata nel decennio, con l’eccedenza di petrolio che c’è negli USA oggi nuovi pozzi in produzone avrebbero ulteriormente saturato il mercato.

La rete degli oleodotti negli USA al 2019
IL NO ALLA KEYSTONE PIPELINE: PIÙ POLITICO CHE AMBIENTALISTAMa la decisione più interessante da questo punto di vista è quella sulla Keystone Pipeline. Per molti osservatori si tratta di una misura ambientale e in rete c’è stata subito la polarizzazione tra quelli che “Biden si è mosso per l’ambiente” contro quelli che “la lobby ambientalista ci rovinerà”.
Ebbene, non si tratta di una decisione in senso filoambientale, ma meramente politica. La rete degli oleodotti in USA è di oltre 300.000 km e quella del gas è praticamente incalcolabile. (fonte: American Petrol Institute). Sembrerà strano ma è insufficiente: il boom degli oil shales del North Dakota e del Permian shale in Texas hanno come unico ostacolo la mancanza di oleodotti e di gasdotti. Per questo il petrolio del North Dakota viene spedito in buona parte via treno e sia lì che in Texas la mancanza di gasdotti fa si che il metano estratto insieme al petrolio venga bruciato (il petrolio può anche essere trasportato in normali camion autobotti, trasportare così il metano è più complesso e oltretutto il suo prezzo di mercato è talmente basso che è più economico bruciarlo che venderlo). Per questo in Texas il quantitativo di metano bruciato è talmente enorme da essere sufficiente per gli usi domestici di 5 milioni di case.

Una delle tante manifestazoni ambientaliste contro la Keystone Pipeline
La Keystone Pipeline é stata molto osteggiata. Indiscutibile. Anzi direi che é stata ben piú osteggiata di tutte le altre decine di oleodotti e gasdotti costruiti / progettati negli USA negli ultimi anni
(sui quali di polemiche ce ne sono state pochissssssime). Invece su questa infrastruttura sono scorsi fiumi di inchiostro e di pagine web.  
Allora, che gli oleodotti in USA lascino un pò a desiderare come standard sia di sicurezza che di protezione ambientale é noto (almeno fino a qualche anno fa in certi stati non erano neanche tenuti a denunciare le perdite. Celebre il caso dell'agricoltore del North Dakota che si trovò i campi invasi da una perdita di un oleodotto che passava di lì e che durava da giorni. Ma la legge non imponeva al gestore dell'opera di denunciare incidenti del genere...). Comunque, questo accanimento proprio e soltanto su questa opera dovrebbe destare qualche sospetto.
Sono d’accordo che da un lato si tratta di un progetto il cui percorso si è completamente disinteressato di qualsiasi cosa lo circondasse. Insomma, non si può dire da questo punto di vista che la Keystone Pipeline sia particolarmente “environmental frendly”: (1) attraversa aree incontaminate, (2) passa sopra 3 fiumi importanti (3) rischia inoltre – in caso di rottura – di contaminare l'acquifero di Ogallala, necessario per il 20% delle terre agricole USA) e (4) che l'estrazione di petrolio dalle tar sands dell'Alberta non sia il massimo dell’ecologia (eufemisticamente parlando); inoltre si può affermare che trasportare quel bitume ponga dei problemi tecnici (e in caso di fuoriuscite anche ambientali) maggiori di un normale petrolio greggio, per tacere di tutto il mio pensiero sulla questione “CO2 e clima”, ben nota a chi mi segue. Insomma, tutte queste condizioni sono state un cavallo di troia molto efficace per presentare questa opera come un rischio assoluto. E su questo non posso che essere d'accordo.

l'aumento della produzione di petrolio USA negli ultimi anni:
si capisce che ora il mercato non è più pronto per quantitativi simili
Ma queste proteste sono state innescate da una "manina": la spiegazione più profonda di queste proteste e del divieto di questi giorni, nascosta ai più, è rappresentata proprio dal motivo per cui è stata progettata:  spedire alle raffinerie del Texas il petrolio prodotto nelle oil sands dell'Alberta (che quanto a problemi di trasporto del petrolio estratto sono messe ancora peggio del North Dakota). Quindi alla fine chi non la vuole sono, banalmente, i produttori di petrolio USA, anche se la cosa non deve venire fuori
 … anche in questo caso la politica trumpiana è stata più favorevole alle raffinerie che ai petrolieri: 830.000 barili al giorno sono circa il 7% della produzione USA, un qualcosa di non proprio trascurabile, che sarebbe affluito nelle raffinerie del Texas
Dopodichè succede persino che una decisione presa dal nuovo presidente ribalti una decisione che avrebbe permesso importazioni di petrolio promossa e ampiamente sostenuta da colui che aveva come slogan “America First”…. Le contraddizioni della politica… E non è un caso che il primo ministro canadese Trudeau, non abbia preso “molto sportivamente” questo provvedimento ... 
Si può dire quindi che la dubbia (ad essere buoni) compatibilità ambientale di questa infrastruttura sia stata un ottimo pretesto per dare già al Presidente Obama la possibilità di vietare la sua realizzazione (veto poi tolto da Trump e ripreso da Biden fra le cose più urgenti da fare appena eletto).

Da ultimo un appunto sugli ambientalisti: questa è una battaglia molto simile a quelle contro l'adrazina negli anni 90 e il glifosato oggi. In questi casi i prodotti chimici sono passati come assolutamente pericolosi per salute e ambiente (lo saranno anche… ma… i loro sostituti? Da mescolare alle fonti di montagna per migliorarle?): il tutto è successo in entrambi i casi dopo la scadenza dei brevetti relativi: ad esempio oggi in troppi producono glifosato, ledendo gli interessi economici delle principali multinazionali del settore; in questo ultimo caso si sfrutta l’ambientalismo, che ci casca al volo, – o, meglio, si sfruttano le ragioni dell’ambientalismo – per ottenere un altro risultato, in questo caso l'impedire massicce importazioni di petrolio dall'estero e favorire l’oil&gas nazionale.

 

giovedì 7 gennaio 2021

Il rischio - frana in Italia – problemi e prospettive: almeno monitoriamo stabilmente le aree a rischio


Stavolta il lockdown è stato provvidenziale, perché in questo periodo dell’anno probabilmente l’Hotel Eberle di Bolzano sarebbe stato pieno come, specialmente in caso di bella giornata, sarebbe stata ben più frequentata la passeggiata lungo la quale è costruito. Si tratta di un evento che merita alcune riflessioni sull’uso del territorio in Italia, riflessioni che appunto si possono fare con una certa serenità perché stavolta non c’è scappato, per fortuna, il morto.

Questi ragionamento valgono indipendentemente da “quando” la struttura è stata costruita. Pare che lì ci fosse qualcosa di tipo ricettivo già nella prima metà del secolo scorso; in seguito sono stati realizzati dei campi da tennis, che da ultimo sono stati sostituiti da una (o forse più) espansioni dell’immobile, le ultime probabilmente avvenute meno di 30 anni fa. 

le linee gialle evidenziano i due fronti di cava. Quello crollato è il sinistro
COSA SI VEDE DALLE IMMAGINI. Dopo aver evidenziato che siamo davanti a una tipica frana di crollo, osservando con Google Earth l’albergo si notano delle cose interessanti.
Innanzitutto il fabbricato è su un piccolo ripiano di un versante piuttosto pendente. Il ripiano dovrebbe essere il contatto tra la formazione di Guncina, depositi vulcanici tufacei (più precisamente per i geologi, epiclastiti) e le sovrastanti lave della formazione di Andriano.
Ma è quello che si vede dietro il fabbricato che desta parecchie curiosità: si vedono due nicchie separate fra loro da un sottile diaframma e il crollo ha interessato esclusivamente la nicchia a sinistra.
La domanda del geologo è “cosa potrebbero rappresentare queste nicchie?
Ci sono tre possibilità (l’una non esclude le altre, potrebbero anche coesistere tutte):
  • vecchie cave 
  • il residuo di vecchie frane 
  • lavori per allargare il terrazzo e fare posto al fabbricato
Qui si è scatenato un bel dibattito sui social (utilissimi in questi frangenti, quando servono a diffondere buffonate lo sono molto meno) e ringrazio quei colleghi e quei lettori che con le loro considerazioni e testimonianze lo hanno permesso (chiunque può vederlo sulla mia bacheca di Facebook).
A questo punto devo fare ammenda: lì per lì l’ipotesi delle vecchie cave mi aveva lasciato scettico perché mi parevano troppo poco sviluppate e avevo pensato di più alle tracce di vecchie frane (con successivo asporto del materiale franato, data la sua utilità). E questo – colpevolmente – nonostante avessi potuto notare lo stretto diaframma che separava i due incavi, un aspetto che era sicuramente un indizio molto favorevole per questa ipotesi. Poi la discussione in materia ha ampiamente dimostrato che di due piccole cave si trattasse.
I risultati morfologici dell’attività estrattiva sono stati fondamentali per l’attività successiva, perché hanno formato i due slarghi del terrazzo dalle dimensioni ideali per permettere la costruzione di un qualcosa (e appunto la realizzazione dei campi da tennis).
Non escludo poi che il terrazzo sia stato ampliato contestualmente a uno o più degli interventi a cui è stata soggetta l’area; anzi, non si può neanche escludere che questa operazione sia stata effettuata in più volte: notate che il diaframma fra i due incavi si trova(va) dove cambia il tetto dell’edifico... Forse la parte a sinistra è stata realizzata dopo quella più a destra.

una tipica rete paramassi. Efficace per crolli di piccole dimensioni
CONSIDERAZIONI SU QUESTO CASO. Una costruzione del genere in quel posto non ci dovrebbe stare, a meno di certe precauzioni; le domande sono: si sarebbe potuto costruire lì con le regole vigenti adesso? quali regole erano vigenti all'epoca? C’era la possibilità di un intervento di messa in sicurezza preventivo del versante? Non saprei… certe cose non si possono decidere a tavolino osservando delle fotografie e non conosco l'epoca della realizzazione, tantomeno cosa dicesse la normativa locale allora vigente.
Che sia un albergo, un capannone industriale o un condominio non fa molta differenza. E, al di là del fatto che non so quando effettivamente i campi da tennis siano stati sostituiti dall’edificato, direi che oggi (e da qualche decennio) non sarebbe possibile a meno di una valutazione della pericolosità da frana, che adesso giustamente è sancita al valore massimo dalla cartografia in materia (fonti: IFFI e Provincia di Bolzano).
Comunque una valutazione del rischio (o una sua ammissione implicita) c’è stata, perché sempre da Google Earth sono evidenti delle reti paramassi sopra le vecchie cave e una lettrice – che ringrazio – ha pubblicato sulla mia bacheca una foto che ne evidenzia la presenza fino al piano del terrazzo.
Con queste reti è stato contemplato il rischio di crolli di piccole dimensioni, ma – appunto – difese di questo genere servono se e solo se il pericolo consista in crolli di dimensioni ridotte, non certo quando l’evento interessa, come in questo caso, una parete intera, che le reti se le porta via. Pertanto si deduce che nessuno abbia pensato all’eventualità del crollo generalizzato, oppure tale probabilità è stata ritenuta troppo improbabile per i costi dell’intervento conseguente: un sistema di ancoraggio del versante con tiranti, per esempio, sarebbe forse stato risolutivo, ma oltre ad essere costoso c’è da chiedersi se sia stato risolutivo e siamo qui a parlare della sua eventuale efficacia a tavolino e non con dei dati oggettivi. 

Tiranti inseriti nella roccia per bloccare la parete:
 rimedio quando il rischio è rappresentato dal distaccodi blocchi molto grandi o della parete nella sua interezza 

Di sicuro, dinanzi ad una richiesta di tal genere, se io oggi dovessi decidere come funzionario preposto dalle Autorità di un intervento del genere chiederei: “caro signor X, Lei vuole costruire un edificio in quella posizione? Bene, stante la classificazione dell’area (per inciso in questo caso sarebbe pienamente giustificata dalla realtà oggettiva dei fatti!) Lei prima di costruire deve dimostrarmi come mettere in sicurezza il versante, e quindi deve produrmi tutta la documentazione dell’intervento che i suoi tecnici ritengono necessario, sia strutturale che di monitoraggio prima di iniziare l'edificazione. Dopodiché solo se giudicheremo adeguato quanto propone Le verrà dato il permesso (magari anche con delle ulteriori prescrizioni); il tutto – ovviamente – verrà realizzato a sue spese”. 

Frana. a Marano (Bo)
CONSIDERAZIONI GENERALI SUL RISCHIO-FRANA IN ITALIA. Il problema è che di costruzioni del genere nel nostro Paese ce ne sono fin troppe e non solo dei “tempi moderni”. come è vero che da noi le frane sono uno degli agenti principali di modifica del paesaggio e la loro frequenza è dimostrata dalla quantità incredibile di termini con cui questi fenomeni sono chiamati (ne abbiamo contati almeno 26).
È vero che se si dovesse delocalizzare tutto quanto l’edificato in aree con pericolosità da frana, alluvione o vulcani e fare come ad Aulla (MS) dove un intero quartiere improvvidamente costruito in riva al Magra è stato abbandonato, quante città, compresa buona parte di Firenze, per esempio, andrebbero evacuate e opere come il Ponte Vecchio demolite?
Anche per i terremoti, basterebbe costruire in modo e sito adeguato e, d’altro canto, frane alluvioni ed eruzioni vulcaniche non sono evitabili (tranne che frane o alluvioni provocate da un dissennato uso del territorio)
Quindi cosa fare se vogliamo salvaguardare vite e beni umani? Dobbiamo considerare soprattutto un aspetto importante: abbiamo una quantità di beni di interesse storico impressionante, mentre il quartiere Matteotti di Aulla non lo era. In questi anni assistiamo, ad esempio, alla sostituzione di ponti con altri a minore impatto idraulico (vedi questo mio vecchio excursus sui ponti “di una volta”). Ma se il ponte sul Rio Siligheddu ad Olbia non aveva valore architettonico e quindi è stato sostituito (in ritardo, purtroppo), già quello di Garessio era considerato con affetto dalla popolazione per cui dopo il 1994 ci sono volute altre due alluvioni evitabili in concomitanza delle piene del Tanaro nel 2016 e nel 2020 prima di deciderne la sostituzione. È poi decisamente impossibile sostituire il Ponte Vecchio a Firenze (anche io mi opporrei strenuamente a questo, nonostante sia stato la causa di tutte le alluvioni della città, esattamente come il ponte di Garessio…) e peraltro il mio timido suggerimento di studiare l’eventualità della sostituzione del Ponte Vespucci (costruito negli anni ‘50 del XX secolo e idraulicamente discutibile) è stato ricoperto da insulti.
Il rischio-frana non ha invece avuto la stessa grande attenzione riservata ai ponti, e oltre allo stillicidio di eventi franosi a cui assistiamo di continuo, abbiamo avuto uno spettacolare esempio del rischio che corrono beni storici nel 2018 con la frana sopra il santuario di Gallivaggio, che comunque – per fortuna – non lo ha danneggiato. Gallivaggio è stato un esempio importante perché, data l’importanza del complesso e la presenza della Strada Statale dello Spluga, l versante era monitorato a terra con strumentazione specifica da diversi anni: quando i dati mostrarono un peggioramento della situazione l’area fu evacuata diversi giorni prima e il crollo fu previsto con diverse ore di anticipo.

la frana di Gallivaggio in diretta
COSA POSSIAMO FARE. È evidente che se un bene antropico è esposto a rischio-frana occorra innanzitutto accertare le possibilità di un eventuale intervento di salvaguardia  e valutarne il rapporto costi-benefici: questo perché non sempre un intervento è possibile (come appunto a Gallivaggio, dove l’unica possibilità è stata quella di aspettare il crollo mettendo in sicurezza le persone) e perché non sempre i costi sono compatibili con il valore dei beni. 
Dunque, la messa in sicurezza, dove è possibile, andrebbe fatta eccome (e si creerebbe anche del lavoro…). E dove non è possibile (per questioni “naturali” o “economiche” o semplicemente prima di un intervento),  le aree a rischio-frana con potenzialità di influire su beni e persone dovrebbero essere sempre sottoposte a monitoraggio, almeno per limitare i danni ed evitare vittime. Oggi un monitoraggio preliminare e piuttosto economico può essere realizzato, almeno per i movimenti lenti, utilizzando i radar satellitari InSAR (ne ho parlato diverse volte, per esempio qui), eventualmente integrando con bersagli appositamente realizzati quelli che sono stati ricavati “naturalmente" (edifici, speroni rocciosi, superfici piane). Nei casi più eclatanti è possibile realizzare sistemi di monitoraggio in loco con varia strumentazione (come ha fatto il Dipartimento di Scienze della Terra dell'università di Firenze: temporanei, come per la frana del lungarno Torrigiani o permanenti come per l'abitato di Ricasoli).
In ogni caso d’ora in poi vorrei non vedere più nuove costruzioni in aree a rischio. Purtroppo succede molto più spesso di quello che si pensi e continuano ad arrivarmi immagini di nuove realizzazioni in posizione discutibile sia per le frane che per le alluvioni. 

Frana sulla ferrovia ad Andora nel gennaio 2014
IL PROBLEMA DELLE INFRASTRUTTURE LINEARI. Un capitolo a parte meritano le infrastrutture lineari, come strade, ferrovie e acquedotti. Mentre è possibile evitare aree a rischio nella costruzione di infrastrutture puntuali come gli edifici, non sempre una infrastruttura lineare può evitarle, specialmente in un territorio come quello italiano. Pertanto la messa in sicurezza delle infrastrutture è fondamentale, anche per prevenire le continue  interruzioni accidentali (tanto per restare in Provincia di Bolzano, la ferrovia della Pusteria è nuovamente interrotta per oltre un mese come un anno fa per una frana e quella del Brennero lo è stata poche settimane fa). Questo anche a costo di disagi alla circolazione, ma è sempre meglio una interruzione programmata con alle spalle uno studio e un progetto di sistemazione al posto di una interruzione improvvisa a cui si deve porre rimedio “di corsa”. In caso di nuove realizzazioni è bene affrontare rigorosamente questo problema, ponendo rimedio prima che i dissesti inizino a manifestarsi.

giovedì 31 dicembre 2020

Il terremoto della Croazia del 29 dicembre 2020


Oltre alle "solite" Grecia e Turchia che nel Mediterraneo e zone adiacenti sono sicuramente le aree sismicamente più attive, quest'anno un posto di vertice lo occupa la Croazia, e non nella sua zona più tradizionalmente prona ai terremoti, la costa adriatica, ma nel suo – in genere meno agitato –  settore di NE. Dopo il terremoto di marzo a Zagabria, non era facile imaginare che la sequenza sismica del 28 dicembre a sud della capitale evolvesse in modo così tragico, ma quegli eventi hanno rappresentato davvero il più classico dei foreshocks. Purtroppo il problema dei foreshocks è che li riconosci per tali solo a posteriori e per fortuna è molto raro che un evento sismico nella classe di M 5 preceda un evento molto più forte (quindi non è possibile sgomberare la popolazione tutte le volte che si verifica un sisma del genere). Un altro aspetto interessante è che se non ci sono dubbi sul meccanismo transpressivo (trascorrente con componente compressiva) del 29 dicembre, gli eventi che lo hanno preceduto il 28 dicembre sono interpretati diversamente dalle diverse agenzie, aprendo scenari possibilmente interessanti. 

a nord l'area del terremoto di Lubjana di maggio
a sud quella dei terremoti di dicembre 
I TERREMOTI DELLA CROAZIA NEL 2020. Insomma, il 2020 non è stato sicuramente il migliore anno della quasi trentennale storia di questa repubblica. E non solo, come il resto del mondo, per la pandemia. Possiamo vedere in questa carta di INGV entrambe le aree interessate quest'anno dalla sismicità in Croazia. In realtà dei 3 terremoti del primo giorno (il 28 dicembre), manca il più forte, il M 5.2 delle 5,25 GMT (le 6,25 italiane), che ha dato il via alla sequenza, perché l’evento principale, il M 6.4 del 29 dicembre, ha più o meno lo stesso epicentro. Già a marzo un terremoto M 5.5. ha colpito la capitale Zagabria e i sobborghi, con epicentro a poco a nord della città, arrecando vistosi danni in un'area assolutamente impreparata nonostante la storia sismica pregressa. E, già che c'era, il Paese è stato investito anche da qualche alluvione. Ma il finale di questa disgraziata annata è stato ancora peggiore: il 28 dicembre si è attivata una sequenza sismica decisamente importante a SE della capitale, che è proseguita il giorno dopo con un evento decisamente molto forte, a causa del quale in particolare la città di Petrinja ha pagato un grave tributo in danni e vittime. E a questo proposito permettetemi uno sfogo in quanto anche qui come in Italia succede una cosa decisamente brutta: ho scritto spesso che ci sono 3 classi di edifici che devono imperativamente restare in piedi:
  1. scuole, per salvaguardare la popolazione più giovane che ha la precedenza e perché sono strutture ideali per accogliere eventuali sfollati) 
  2. ospedali, perché possono maledettamente servire e perché evacuarli è una cosa complessa che fa perdere un sacco di tempo 
  3. centri della Protezione Civile che coordinano i soccorsi 
Purtroppo abbiamo visto invece che ci sono vittime in una scuola e l’ospedale deve essere evacuato. Triste. Mi auguro in Italia in Croazia e nel resto de mondo una campagna volta alla sicurezza sismica di scuole e ospedali. in Italia era  stata iniziata ma nel nostro Paese le buone azioni spesso non giungono a conclusione. E tutto questo con un risentimento dell' VIII grado MCS, che con una magnitudo così è – tutto sommato – abbastanza contenuto e quindi è andata anche meglio di quanto avrebbe potuto amdare. 

l'estrusione delle Alpi orientali da Grenerczy (2002)
GEODINAMICA DELLA CROAZIA. Non so quanto possa essere interessante per il caso attuale ma una novantina di km a NE il terremoto M 4.1 del 2 giugno 1998 fu preceduto da eventi minori (Ivancic et al, 2002). 
La situazione geodinamica locale è terribilmente complessa, direi una delle più complesse al mondo, perché qui interferiscono fra loro Alpi, Carpazi, Dinaridi e il bacino pannonico (quest'ultimo in estensione) nel quadro della collisione della placca adriatica contro quella euroasiatica e la placca euroasiatica nei Balcani è a sua volta la somma di un certo numero di placche minori. Insomma, occorre una sintesi “essenziale” oppure ci vorrebbero pagine e pagine, cosa inutile qui e sulla quale – in ogni caso – altri saprebbero fare (molto) meglio. Banalmente il quadro tettonico è governato dal movimento verso l’Europa stabile della placca adriatica, con la complicazione della sua cosiddetta “indentazione” nell’orogene alpino (ne ho parlato qui a proposito del terremoto del Friuli del 1976): in pratica il blocco adriatico si incunea dentro le Alpi e di conseguenza tutta l'area fra Svizzera e Austria viene estrusa verso est (una situazione simile è ipotizzata anche per la parte orientale dell’Himalaya); un chiaro effetto macroscopico di questa situazione è l'allontanamento dalle Alpi dei Carpazi. 
Annoto che mi piacerebbe a questo proposito discutere con qualcuno il rapporto fra la possibile continuazione delle Dinaridi oltre il Friuli nel quadro dei back-thrust alpini (spero che mi perdonino i non geologi per questa espressione in geologhese puro). 

L'Area di Zagabria è assolutamente fondamentale perché è proprio il giunto fra le unità alpine, quelle dinariche e quelle del bacino pannonico (Stanko et al 2020). A sud delle Alpi lungo le coste adriatiche della penisola balcanica, la placca adriatica scende sotto quella europea e la collisione è piuttosto obliqua, come anche le Dinaridi stesse (Schmid et al 2020), per cui:
  • a nord di Zagabria, intorno ai monti di Medvednica, dalla geologia (tanto per cambiare) molto complessa, prevalgono eventi di tipo compressivo, come dimostrano il terremoto M 5.5. del 22 marzo 2020 e le sue repliche essenziali, avvenuti in profondità lungo un sovrascorrimento immergente verso SE (Markušic et al 2020). 
  • invece già nell’area poco a sud della capitale croata al regime tettonico compressivo si aggiunge una componente trascorrente che spesso è addirittura prevalente, come si è visto con l’evento M 6.4 del 29 dicembre
Database europeo delle sorgenti sismiche SHARE, dove è evidente
il cambio dell'andamento delle strutture sismogenetiche all'altezza di Zagabria
Questa differenza si può apprezzare anche nella carta del database europeo delle sorgenti sismogenetiche, dove le stelle contraddistinguono i due eventi croati principali di quest’anno. 

La deformazione è associata ad una diffusa sismicità che raggiunge, specialmente lungo le coste dalmate e montenegrine livelli estremamente alti. Nella parte settentrionale del Paese, affetta quest'anno dai terremoti,  gli eventi sismici sono più rari, e di energia in genere minore. Comunque Herak et al (2009) citano ad esempio il terremoto M 6.0 dell'8 ottobre 1909. L'epicentro è stato a Pokpusko, circa 20 km NW di Petrinja. Proprio Petrinja fu gravemente danneggiata durante la susseguente catena di repliche da un evento importante (M 5.3 del 28 gennaio 1910). Ho trovato poco sulla faglia di Petrinja. È possibile che si tratti di un vecchio sovrascorrimento della fase compressiva precedente che essendo una linea di debolezza viene ripreso adesso come faglia trascorrente, sia pur sempre con una persistente componente compressiva.

Le soluzioni dei meccanismi focali da parte delle varie agenzie
IL PROBLEMA DEL MECCANISMO FOCALE. Una cosa interessante è che fra gli eventi del 28 e quello del 29 ci sono delle differenze sostanziali nel meccanismo focale, come si vede qui sopra. Sia il nostro INGV come il tedesco Geofon e il Servizio Geologico degli Stati Uniti (USGS) concordano su movimento e magnitudo del terremoto M 6.4 del 29 dicembre. C'è solo qualche differenza sulla presenza di una componente compressiva oltre a quella prevalente trascorrente.
Ma le agenzie si differenziano fra loro su cosa è successo in corrispondenza del M 5.2 del 28 dicembre. In particolare per USGS e GEOFON questo evento ha avuto un meccanismo simile a quello del terremoto di Zagabria del 22 marzo, con una faglia inversa che immerge a NE. Per INGV invece è molto diverso e punta ad una faglia trascorrente praticamente perpendicolare a quella del giorno dopo. 
Ottenere un tensore degli sforzi NON È SEMPLICE. Altrove ho spesso fatto notare come i parametri di un terremoto possono cambiare e non poco da quelli "preliminari" a quelli "definitivi". E se possono cambiare localizzazione e (soprattutto) profondità per il tensore è anche peggio in quanto ci vorrebbero parecchi dati in zona e in questo caso specifico non ce ne sono tanti. Questo porta ad incertezze e può essere la causa delle differenti interpretazioni. 
La traccia della ipotetica faglia perpendicolare che potrebbe essersi attivata il 28 dicembre.
Gli epicentri delle due scosse sono vicini all'intersezione dei due segmenti

Comunque, messo così, il quadro rende possibile l'attivazione di due faglie diverse, la prima il 28 e la seconda il 29 dicembre. La cosa appare strana ma parlando di eventi a forte componente trascorrente, il buon Constantin Bandinelli, uno studente di Geologia piuttosto vispo (mi ricorda per accanimento e passione il sottoscritto a quei gloriosi tempi, ma lui è matematicamente più pronto), mi ha ricordato un particolare non da poco e cioè che anche a Ridgecrest in California il 4 e il 5 giugno 2019 si sono attivate delle faglie all’incirca perpendicolari fra loro (me lo ero dimenticato e pensare che ho fatto anche gli interferogrammi di quel terremoto che lo dimostrano... ahia... l'età). Diciamo che, semplicemente guardando le carte e le immagini ottiche da satellite in zona ci sono due allineamenti morfologicici che corrispondono a due possibili andamenti delle faglie. Ma è appunto un controllo sommario con delle carte, che consente solo di fare delle ipotesie che quindi NON può essere ritenuto soddisfacente. La traccia morfologica di questa faglia IPOTETICA (ricordo: ipotetica! non dite che "per il Piombino è così" ... è solo una ipotesi...) potrebbe essere quella valle che si vede ad W di Petrinja in questa ultima carta, realizzata da Sotirios Valkaniotis, un geofisico dell'osservatorio nazionale di Atene, dove la faglia di Petrinja è ben visibile sia come valle del in alto a sinistra che come cresta e scarpata in basso a destra. Nella carta ho tracciato la riga rossa, corrispondente a questa ipotetica faglia.

E DAGLI CON LA FANTAGEOLOGIA DELLE TRIVELLE (PESSIMA SCIENZA, PESSIMO NOME). Alla fine una precisazione… chi mi conosce sa che non ho mai negato l’esistenza della sismicità indotta, specialmente da parte delle attività connesse allo sfruttamento dell’oil&gas. Ma in questo caso no… non sono state le “trivelle” come si legge in qualche post demenziale che ha incominciato a circolare in rete e che mi è immediatamente arrivato… non ci possono entrare per niente con un evento come questo! Che  barba.. già il termine “perforazioni” mi pare più esatto dell’orrendo “trivelle” (che sarebbero un’altra cosa… usare una trivella per scavare un pozzo di migliaia di metri? Mapperfavore…)  e quindi sarebbe più giusto chiamarli "no-perf", termine che per giunta mi pare anche più elegante di no-triv. Dopodichè è stato ampiamente dimostrato che – al limite – la sismicità si fa estraendo o reimmettendo fluidi, non certo “perforando” (o... vabbè… “trivellando”). E – appunto – siccome al limite i danni li fai con le “pompe” il termine più corretto sarebbe “no-pomp”.
Ma forse a qualcuno questa assonanza non andrebbe giù ... 

BIBLIOGRAFIA CITATA

Grenerczy 2002 Tectonic processes in the Eurasian-African plate boundary zone revealed by space geodesy, in Plate Boundary Zones, Geodyn. Ser., vol. 30, pp. 67 – 86, edited by S. Stein and J. T. Freymueller, AGU, Washington, D. C.

Herak et al 2009 Seismicity and earthquake focal mechanisms in North-Western Croatia Tectonophysics 465, 212-220

Ivancic et al 2002 Seismicity of Croatia in the period 1997–2001 Geofisika 18/19, 17-30

Markušic et al 2020 The Zagreb (Croatia) M5.5 Earthquake on 22 March 2020 Geosciences 2020, 10, 252; doi:10.3390/geosciences10070252 

Schmid et al 2020 Tectonic units of the Alpine collision zone between Eastern Alps and western Turkey Gondwana Research 78 (2020) 308e374 

Stanko et al 2020 Estimation of the High-Frequency Attenuation Parameter Kappa for the Zagreb (Croatia) Seismic Stations Appl. Sci. 2020, 10, 8974; doi:10.3390/app10248974

sabato 31 ottobre 2020

Il terremoto del Mar Egeo del 30 ottobre 2020



Tettonica del mar Egeo da Jolivet e Brun (2010)

L’area del Mar Egeo è un concentrato dei principali processi geodinamici che hanno plasmato la regione Mediterranea: scontri di placche che hanno provocato a più riprese la subduzione nel mantello di crosta oceanica e continentale, formazione di montagne, metamorfismo di alta pressione e bassa temperatura, collassi post-orogenici e formazione di bacini di retroarco, nuclei metamorfici, gneiss sono gli ingredienti di una evoluzione molto complessa, iniziata già nella parte finale del Mesozoico con la chiusura della Tetide, quel braccio oceanico che divideva l’Eurasia (molto virgolettato) dall’Africa e dall’Arabia (unite fino a poco tempo fa). 

IL MAR EGEO E LA PLACCA ADRIATICA. Possiamo definire il mare Egeo e la Turchia come le aree più orientali di quella zona che va dalle Alpi occidentali al Caucaso compressa tra il sistema Alpino – Dinarico e la zona di convergenza che va dal bordo meridionale della catena alpina ai monti Zagros e quindi all’Iran passando per la Carnia, la costa adriatica della penisola balcanica, la costa ionica greca, Creta e la Turchia meridionale. La rotazione antioraria della penisola italiana ha parecchio complicato il quadro, schiacciando ulteriormente questa fascia nel suo bordo occidentale. In Italia i terremoti come quello di Verona nel 1117, Brescia nel 1222 , Asolo del 1695 e quelli della Carnia (non solo nel 1976), come il recente terremoto di Zagabria, sono da leggersi in questo contesto. 
Andando verso est la situazione si complica per la presenza di altre microzolle come quella Egea e quella Anatolica, che fanno parte insieme ad Adria di tutto quel numeroso gruppo di placchette che compongono attualmente la fascia interposta fra Afroarabia e Eurasia da Gibilterra all'Iran. 
Fra parentesi molte di queste microplacche si presterebbero ad un trattato di "filosofia geologica": siccome non è che una placca si forma o viene eliminata all'improvviso le domande sono: quando è che la divisione di una placca ne genera 2? E quando dopo una collisione due placche si uniscono definitivamente? Quali di quelle dell'area di collisione lungo l'asse di chiusura della Tetide sono ancora da considerare placche a se stanti? Certo ... una parte di questo dibattito sarebbe dovuto alla "mente discontinua umana", per dirla alla Dawkins ma .. sarebbe interessante...

Nella carta da Burchfiel et al (2006) si vedono 
le velocità differenti rispetto all'Europa Stabile
fra i due lati della faglia dell'Anatolia

A sud di Creta abbiamo registrato un terremoto molto forte di recente (M 6.6 del 5 maggio 2020), e l’isola è stata teatro del più forte terremoto storico dell’area mediterranea, quello del 365 EV, noto come "terremoto di Alessandria", di cui ho parlato qui.
Quello che colpisce nel Mediterraneo orientale è la larghezza della fascia sismica: terremoti importanti si trovano ben oltre la zona di convergenza e quindi non investono solo le coste adriatiche, ioniche e Creta: tutto l’avampaese in Grecia, nel Mare Egeo e in Turchia è soggetto a forti eventi. Anzi, gli effetti si vedono fino al Caucaso, lontano 500 km dalla zona di collisione fra Arabia ed Eurasia. Avevo parlato di questa situazione 3 anni fa a proposito del terremoto iraniano del 12 novembre 2017. Rispetto a quello che ho scritto in quel post bisogna aggiungere che anche la Grecia e l’Egeo sono costellati da faglie che spesso provocano forti terremoti lontane dalla vera zona di convergenza.

Insomma, la spinta dell'Afro - Arabia provoca pure la frantumazione del bordo dell'Eurasia, rimettendo in gioco delle linee di discontinuità che probabilmente rappresentano vecchi limiti di placche, configurandosi come "cicatrici litosferiche" nel senso di Heron et al (2016) (ne avevo parlato qui). 
All’interno della placca adriatica nei Balcani oltre agli eventi compressivi abbiamo diversi terremoti molto forti di tipo trascorrente, come risposta alla compressione nel suo interno (mi pare anche quello di Skopje del 1963 sia dovuto a una faglia trascorrente). Anche la faglia dell’Anatolia è una notissima trascorrente e già agli albori delle ricerche con i dati GPS si è visto come la parte a sud della faglia abbia un movimento molto forte rispetto all’Europa stabile, come si vede in questa carta tratta da Burchfiel et al (2006). 

Modificata da Kahveci et al (2019) i terremoti del Mar Egeo
TETTONICA DEL MAR EGEO. Quanto all'area di nostro specifico interesse interesse adesso, in questa carta modificata da Kahveci et al (2019) vediamo con la stella gialla l'evento del 30 ottobre 2020 e che tra Turchia occidentale e mare Egeo i terremoti si addensano lungo delle direttrici preferenziali. Fra queste ho segnalato in giallo la parte più occidentale della faglia dell’Anatolia (a proposito… dove finisca ad ovest? Sembra finire bruscamente sulla costa orientale greca. Non ho mai approfondito il problema anche se mi ha sempre incuriosito); in nero ho invece delimitato l’area dei terremoti profondi che si scatenano nella parte ormai scesa in profondità sotto l'Egeo della crosta del Mediterraneo orientale, l’ultimo resto della Tetide ancora in posto insieme al mar Ionio (a proposito: Ionio o Jonio?? il correttore suggerisce il primo)

Per quanto riguarda in senso stretto il mar Egeo, siamo in un regime di retroarco (cioè in una collisone fra placche, un’area superficiale – e quindi della placca superiore – sotto la quale la placca inferiore scende nel mantello). Il regime di retroarco spesso corrisponde alla formazione di bacini a crosta continentale assottigliata o a crosta oceanica, in particolare quando la placca in subduzione si immerge verso ovest o verso nord; nel Mediterraneo occidentale in questo contesto tettonico si sono aperti i bacini di Alboran, Baleari, Ligure – Provenzale e Tirrenico; qui invece l’attività di apertura è abbastanza ridotta: si vede ma il bacino non si è (ancora?) aperto. La sismicità dell’area in genere è quindi tipica di un regime estensionale, ma, come in tutta l'area tra Balcani, Caucaso e Iran esistono anche diverse trascorrenze. 


IL TERREMOTO DEL 30 OTTOBRE 2020. Qui sopra le carte dell'USGS mostrano la struttura responsabile del terremoto del 30 ottobre 2020, la faglia di Kaystrios, una struttura che soddisfa esattamente i risultati dell'esame dei sismogrammi relativi a questo evento: una faglia normale grossolanamente parallela alla zona di convergenza e quindi con una estensione in direzione nord – sud. 
Sulla immersione del piano ci sono soluzioni un po' contrastanti: pareva una faglia a basso angolo, poi 12 ore dopo un ricalcolo di USGS ha portato ad un piano immergente a 54 gradi circa, ma ancora dopo ritorna la faglia a basso angolo. Non è stato comunque cambiato il meccanismo focale.
Vediamo, sempre da USGS, altre caratteristiche, in particolare il dislocamento che è stato provocato dal terremoto e il sismogramma del sismografo a lungo periodo posto nella sede dell’Osservatorio Meteosismico di Perugia a Deruta.



Questa invece è la carta delle repliche nelle 23 ore successive al terremoto principale, avvenuto alle 11.51 GMT (quindi alle 13.51 nelle isole in territorio greco e alle 14.51 nella terraferma turca). Gli epicentri delle repliche identificano l’area al di sopra della superficie del piano di faglia che si è mossa. Si notano anche dei terremoti avvenuti nella notte successiva nella terraferma immediatamente a NE, probabilmente lungo una faglia orientata circa SW-NE che immagino sia stata messa in movimento dal terremoto principale stesso. Non ho i meccanismi focali ma voto per una faglia trascorrente sinistra se il piano di faglia dell’evento principale fosse orientato verso sud, destra in caso contrario.

MUSICA ASSOCIATA:
  • Il sirtaki ed altri balli greci
  • W.A. Mozart sonata per pianoforte n.11 K331, in particolare il terzo tempo, il famoso “rondò alla turca”
  • ma già che ci siamo, parlando di Grecia, musicalmente non possiamo non citare l’indimenticabile Maria Callas e uno dei più grandi direttori d’orchestra del ‘900, Dimitri Mitropoulos

BIBLIOGRAFIA CITATA:

Burchfiel et al (2006) GPS results for Macedonia and its importance for the tectonics of the Southern Balkan extensional regime Tectonophysics 413, 239–248

Heron et al (2016). Lasting mantle scars lead to perennial plate tectonics. Nature communications DOI: 10.1038/ncomms11834

Jolivet e Brun (2010) Cenozoic geodynamic evolution of the Aegean LaurentInt J Earth Sci (Geol Rundsch)99, 109–138

giovedì 15 ottobre 2020

No! cavare le ghiaie dai fiumi non è un rimedio contro le alluvioni.... (un'altra dannosa "leggenda metropolitana")


Dopo aver evidenziato il problema del ruolo dei fiumi nella gestione del territorio e la necessità di costruire un nuovo mondo intorno ad essi, oggi parlo di una questione assurda che viene sempre alla ribalta dopo le alluvioni: la visione secondo la quale per difenderci dalle alluvioni bisognerebbe dragare il fondo dei fiumi per abbassarne gli alvei, asportando un certo spessore di sedimenti fluviali. Nell’intenzione  di chi ne parla, verrebbe aumentata la portata  del corso d’acqua, cosa teoricamente utile in caso di piena. Secondo qualcuno ci sarebbero stati troppi anni di incuria e malinteso ambientalismo da salotto grazie ai quali gli alvei sono stati lasciati a se stessi, senza neanche toccare l’albero nell’alveo, e prima o poi i fiumi ti presentano il conto. Si trattasse solo di alberi chi ha pronunciato queste parole non avrebbe del tutto torto, perché l’effetto-diga provocato dai tronchi che si mettono di traverso sotto i ponti è decisamente uno dei fattori che possono provocare le alluvioni (ma se i ponti, specialmente su fiumi non troppo grandi, fossero a campata unica...). Il problema è che per qualcuno automaticamente questo vuol dire che per combattere le alluvioni sia fondamentale ripulire non solo dagli alberi ma anche dalla ghiaie, ignorando gli affronti fatti ai fiumi, in particolare restringendone gli alvei. In effetti questa visone tipica degli interessi di chi sfrutta la ghiaia fluviale, in questo periodo ampiamente portata avanti persino da sindaci, presidenti di Regione, parlamentari etc etc come panacea per le alluvioni, appare logica ai non esperti del ramo, ma in realtà fa sobbalzare sulla sedia legioni di geologi ed ingegneri ambientali e idraulici, perché è uno dei peggiori errori che si possano compiere. Oltretutto senza memoria, perché stiamo ancora pagando i danni delle escavazioni dei tempi passati. Passiamo in rassegna alcune delle motivazioni per le quali questa è una pratica in genere estremamente scorretta.


Lettera a La Stampa. Fino a quando lo dice un cittadino comune
che dichiara inoltre di non essere competente in materia è un conto;
quando invece lo dice un politico importante è un altro
Quando qualcuno parla di ambientalisti da salotto per molti aspetti ha ragione: l’ambientalismo italiano spesso ha atteggiamenti che contrastano con le “buone pratiche” in materia ambientale, soprattutto perché in molti ambientalisti manca una specifica cultura scientifica, e per questo non si rendono spesso conto di quello che stanno dicendo. Però sulla questione delle escavazioni dei fiumi bisogna andare cauti.
Innanzitutto queste operazioni andrebbero in realtà viste nel loro contesto e non giudicate aprioristicamente come si usa fare al solito in Italia, dove su qualsiasi questione si fa i manichei: o si deve essere “completamente a favore” o si deve essere “completamente contro”, quando spesso ogni azione (o inazione!) può avere conseguenze sia favorevoli che sfavorevoli a seconda dello stato dei luoghi.
 
PERCHÈ ESTRARRE MATERIALI DAI FIUMI? Le ghiaie e le sabbie fluviali rappresentano un ottimo prodotto di base per l’edilizia che ha diversi vantaggi per chi lo fa: 
  • è di facile estrazione
  • il materiale è di qualità pregevole, poiché risulta già pulito (cioè privo di sedimenti fini), disomogeneo e ben arrotondato
  • gli impianti, attualmente usati per la lavorazione di inerti cavati altrove spesso si trovano nelle golene vicino a vecchie cave 
  • la cava in alveo evita di usare a questo scopo spazio agricolo nella piana
I costi ambientali? Beh, non sono quasi mai presi in considerazione nelle valutazioni di progetti estrattivi (peraltro non solo in questi…) e di conseguenza cavare nei corsi d’acqua appare molto più conveniente rispetto che a farlo altrove, per i vantaggi di cui sopra. 
I sedimenti fluviali sono sempre stati sfruttati nei secoli passati, ma ad un tasso molto modesto (anzi, direi quasi sostenibile), fino agli ultimi decenni del XIX secolo, da quando l’inizio dell’espansione edilizia ha provocato un drammatico incremento della domanda di materiali da costruzione, domanda che ha raggiunto i livelli più alti nei 3 decenni successivi alla seconda guerra mondiale. Purtroppo, è stato ampiamente dimostrato come asportare i sedimenti alteri l’equilibrio del corso d’acqua, che nel giro di qualche anno tenderà a definire un nuovo profilo di equilibrio aumentando la propria azione erosiva di fondo alveo determinando la scomparsa del materasso alluvionale (il complesso di sedimenti  – sabbia, ghiaia e ciottoli – che costituiscono il fondo dell’alveo).

LA PROPOSTA DI LEGGE SULLE ESCAVAZIONI
. Constatati i guai che l’incontrollato prelievo di inerti ha provocato nei decenni precedenti al 1980, le Autorità furono costrette – peraltro obtorto collo – a vietare l’estrazione degli inerti dai fiumi. Da quel momento la credenza popolare secondo la quale le esondazioni siano favorite dal fatto che nell’alveo dei corsi d’acqua vi siano alberi, arbusti e molto, forse troppo, materasso alluvionale (che, appunto, diminuisce lo spazio per le acque) è stata alimentata ad hoc proprio dai cavatori e dalle aziende produttrici di materiale per l’edilizia, e – conseguentemente – da politici che dando ragione alla ggggente ricevono facili consensi di persone che non hanno ben chiara la situazione.
Nel 2018 è stata presentata la Proposta di Legge n. 260 «Disposizioni per la manutenzione degli alvei dei fiumi e dei torrenti», dove si afferma che la causa di tanti disastri stia “nella mancata pulizia degli alvei dei fiumi e dei torrenti che provoca l’innalzamento degli alvei, dovuto alla cronica deposizione dei sedimenti e di trasporto solido, riducendo la sezione, che non riesce più a contenere il volume d’acqua del bacino scolante”. Secondo questa proposta la maggior parte dei problemi di alluvione sarebbe risolta con una manutenzione costante del corso d’acqua, liberandolo dai tronchi d’albero e dal materiale vegetale che ne impediscono il regolare deflusso, e con una pulizia del fondale dei fiumi e dei torrenti dalla deposizione della sabbia e della ghiaia trascinate dalla corrente, dovuta a “una legislazione obsoleta, carica di inopportune ideologie ambientaliste”. 
Ovviamente nessun accenno alle cause antropiche delle alluvioni quali edificazioni in aree ad alta pericolosità e confinamento dei fiumi in alvei troppo stretti per sopportare le piene e alla mancanza di sfoghi nelle paludi non più esistenti dopo le bonifiche… (paludi che vengono attualmente un po' riprodotte dalle casse di espansione). Per rimediare a questo problema, il testo darebbe per tre anni poteri straordinari ai Presidenti delle Regioni per concedere a privati l’autorizzazione a estrarre “ciottoli, ghiaia e sabbia e altre materie dal letto dei fiumi: materiale lapideo, valutato sulla base dei canoni demaniali, che verrà reso agli operatori per quantitativi commisurati al lavoro svolto”. 

Insomma, gli estensori della legge non sanno (o non capiscono) che il problema non sta nei fondi degli alvei, ma nel fatto che i fiumi sono stati ristretti, rettificati e talvolta pure intubati e non possano più esondare facilmente, non sono più in grado di depositare sedimenti nelle pianure che allagavano. Per questo oggi nelle golene si sedimenta quello che si depositerebbe nelle piane. Questi sono dei seri problemi, ma rispetto ai desiderata dei cavatori in genere è un falso problema: cavare inerti dalle golene spesso non è possibile, innanzitutto perché sono sedimenti più fini rispetto alle ghiaie di alveo e poi perché le golene, specialmente quelle dei grandi fiumi padani, per la loro fertilità sono oggetto di ricercatissime concessioni a privati per uso agricolo. 
Un altro aspetto importante da considerare è la riforestazione dovuta all’abbandono delle campagne (e specialmente delle colline), che dal dopoguerra ha notevolmente diminuito in molti bacini l’erosione e quindi l’afflusso di sedimenti nei fiumi.

L'abbassamento del livello dell'Arno dalla metà del XIX secolo,
avvenuta nonostante il forte afflusso di sedimenti
dovuto al disboscamento massiccio della fine del XIX secolo
da Rinaldi e Simon (1998)
PERCHÈ IL DRAGAGGIO NON È UNA RISPOSTA CONTRO LE ALLUVIONI. Innanzitutto l’abbassamento diretto del livello del fondo nella zona di estrazione provoca un aumento locale di pendenza che tende a migrare verso monte, dove quindi l’alveo si approfondirà. E qui qualcuno dirà: ma è cosa buona! E invece no. Vediamo le conseguenze dell’abbassamento indiscriminato di un alveo (Rinaldi et al, 2005):
  • vengono scoperte le pile dei ponti, degli argini e delle briglie, compromettendo quindi la loro stabilità 
  • la diminuzione del livello del fiume provoca un abbassamento delle falde acquifere, provocando problemi di approvvigionamento idrico, la scomparsa di aree umide e l’alterazione della vege-tazione riparia perché il suolo è più secco 
  • Inoltre aumenta il rischio a valle perché accelera e concentra i deflussi, accentuando di conseguenza il picco di piena e la sua velocità di trasferimento verso valle
  • il deficit di trasporto solido sbilancia il delicato equilibrio dei litorali, già messi a dura prova dall’aumento del livello marino e, in molti casi, dalla subsidenza
Insomma, come è già successo fino agli anni ‘80, il prelievo di inerti dai fiumi rende instabile l’equilibrio geomorfologico non solo in zona, ma anche a forte distanza sia a monte che a valle.
 
Non solo, ma – cosa questa non troppo nota – l’abbassamento generalizzato degli alvei dovuto al sovrasfruttamento delle ghiaie che ha coinvolto fino ad oggi tutti o quasi i fiumi italiani si sta attenuando proprio per la cessazione di questa pratica che ha pure azzerato l’effetto degli estesi disboscamenti dell’Italia post-unitaria, quando i fiumi si erano riempiti di detriti, peggiorando dunque le loro prestazioni in quanto a portata utile, ma fornendo buon materiali che però oggi sono stati praticamente tutti sfruttati dove di buona qualità.  Anzi, addirittura in molti casi si assiste a una nuova fase di deposizione, nonostante il minor afflusso di sedimenti per la riforestazione: questo fa capire quanto abbiano inciso i prelievi di ghiaie! 
Questo comporta dei problemi di percezione da parte delle popolazioni (e di parecchi politici…)  che adesso vedono i fiumi meno incavati di prima e per questo si allarmano senza sapere che il fiume sta tendendo a tornare dov’era prima del disequilibrio antropico. E soprattutto l’abbassamento dell’alveo ha coinciso con una errata percezione di sicurezza spingendo a costruire in golena, generalmente abusivamente (regolarizzando poi grazie ai condoni) ma in qualche caso anche con i giusti permessi.

classico esempio delle conseguenze delle escavazioni
sui ponti: la parte della pila una volta sottoterra è ora scoperta
UN PERCORSO RAGIONATO. Questo non vuole assolutamente dire che in alcune condizioni l’estrazione di ghiaie non sia una opzione valida, ma lo è solo ed esclusivamente – appunto – in determinate condizioni, in genere associate – guarda caso – ad azioni antropiche... 
Per migliorare le condizioni di sicurezza e  la qualità ambientale e paesaggistica, l’approccio attualmente ritenuto corretto consiste nell’individuazione a livello di una intera asta fluviale di un assetto di riferimento o di progetto rispettoso delle caratteristiche generali del corso d’acqua. Nel concetto di "assetto" ci sono sia il ripristino e/o la rinaturalizzazione delle sponde quanto le "giuste" quote, profondità e larghezza dell'alveo (e si sa quanto gli alvei siano stati ristretti negli ultimi decenni). Ovviamente bisogna che il tutto sia compatibile con l'uso del suolo in atto nel bacino (in special modo per la risposta alle piogge). Tale assetto di riferimento deve poi essere applicato ai singoli segmenti fluviali (Luino, 2019).
Per assetto di riferimento non bisognerebbe considerare solo la profondità dell’alveo, ma anche la sua larghezza. 
Il successivo confronto tra l’assetto attuale e quello sperabile consente di valutare le attuali condizioni di funzionalità dell’asta fluviale e l’individuazione delle azioni da intraprendere per ottenere e successivamente mantenere  tale configurazione: si tratta quindi – banalmente – di analizzare gli attuali usi e programmare i possibili interventi utili per dar maggior spazio (e quindi respiro) ai fiumi..  Poco sopra ho usato l’avverbio sperabilmente perché,  purtroppo, spesso l’assetto di progetto ideale va in conflitto con l’attuale sviluppo antropico, e se l’obiettivo prioritario fosse quello di garantire adeguate condizioni di sicurezza per i centri abitati e le infrastrutture principali,  bisogna anche purtroppo pensare ad eventuali delocalizzazioni di edifici o di infrastrutture.
Un altro aspetto da non trascurare è quello dei ponti (ne avevo parlato qui). Ad esempio dopo la terribile alluvione del 1994, in Piemonte sono state svolte tante azioni che hanno consentito al territorio di reagire in modo positivo alla addirittura maggiore intensità dell’evento del 2016, dove ci sono stati problemi solo dove non si è voluto affrontare la questione.
 
 
Come musica associata direi: 
- Riccardo Marasco - L'alluvione (una scanzonata storia ambientata a Firenze il 4 novembre 1966)
- George Friedrich Haendel - Musica sull'acqua

Bibliografia:

Luino (2019) L’uomo e i corsi d’acqua: una convivenza che è diventata difficile fra urbanizzazioni intensive, alluvioni, danni e proposte di legge per  rimuovere i sedimenti fluviali Geologia dell’Ambiente 2/2019, 2-9

Rinaldi et al (2005) sediment mining in alluvial channels: physical effects and management perspectives River Res. Applic. 21: 805–828 

Rinaldi e Simon (1998) Bed-level adjustments in the Arno River, central Italy Geomorphology 22 (1998) 57-71 

venerdì 25 settembre 2020

il declino italiano: per fermarlo occorrerebbe la ricerca scientifica e tecnologica, ma i nostri giovani migliori spesso sono costretti ad andare all'estero (e ci vorrebbe pure una maggiore comprensione dell'importanza di Scienza e Tecnologia)


Le statistiche in merito alle borse per giovani ricercatori distribuite dalla Unione Europea sono interessanti perché forniscono uno specchio reale dell'Italia di oggi, Paese di eccellenze che però stenta nella produzIone di base. È un grosso problema perché non si vive di solo turismo e di pelletteria, anche se qualcuno fino all'epoca pre-COVID era pure convinto di questo. Nossignori, noi siamo un Paese che ha basato la sua ricchezza sull'export manifatturiero, nonostante la mancanza di materie prime. Ma per esportare bisogna essere più bravi degli altri. E senza ricerca e sviluppo non si rimane più bravi. Purtroppo siamo anche un Paese in cui ci si laurea poco e poi o si va all'estero o si va a fare qualsiasi altra cosa. Solo uno sforzo per recuperare in ricerca e sviluppo potrà salvarci da quello che è per adesso un inarrestabile declino. Ma occorre che la classe dirigente se ne renda conto.
 
LE BORSE ERC E LA LORO DISTRIBUZIONE PER NAZIONE. Marco Cattaneo, il Direttore di Le Scienze, ha presentato questi due grafici il 3 settembre, facendo notare delle cose che da un lato non possono che farci piacere, ma dall’altro sono devastanti. 
Quel giorno sono stati assegnati gli ERC Starting Grants, le borse europee per i giovani ricercatori, non necessariamente in materie scientifiche. I finanziamenti del Consiglio europeo delle ricerche (ERC - European Research Council) supportano ricercatori di qualsiasi nazionalità ed età che desiderino condurre un progetto di ricerca di frontiera su un tema da loro proposto. È interessante che nella distribuzione di queste borse siano incoraggiate proposte trasversali a vari ambiti disciplinari, progetti "pionieristici" che si rivolgano ad applicazioni e ambiti nuovi ed emergenti e che introducano approcci non convenzionali e innovativi (ovviamente non convenzionali ma cum grano salis, quindi ad esempio l’approccio di chi vuol dimostrare l’influenza di Giove e Saturno sui terremoti risulta sì parecchio alternativo e non convenzionale, ma anche altrettanto idiota…)

Ora vediamo i risultati: 
Il primo grafico, qui sotto, mostra i vincitori per nazione: con 102 su 436 i tedeschi fanno il pieno, rappresentando quasi il 25% del totale (giudizio critico: scontato). Ma per noi c’è una ottima notizia: i giovani italiani arrivano secondi, aggiudicandosene 53 (giudizio critico: standing ovation), mentre i francesi, terzi, sono solo 37 (giudizio critico: prrrr ai giovani galletti) e gli estoni quarti (!) con 28 (giudizio critico: stratosferici: con poco più di 1.300.000 abitanti, prendere tutto quel popò di premi... ). Gli inglesi, quinti ne hanno prese la metà di noi… (giudizio critico: meno fantasiosi persino dei tedeschi).


Insomma, sarà pure scalcinato e in preda a vari difetti, vessato dalla burocrazia, dalle lotte fratricide e tutto il resto, ma il mondo universitario (e scolastico in generale) del Belpaese da questa assegnazione esce parecchio bene. 
E ne esce molto bene anche vedendo la percentuale assolutamente insoddisfacente di PIL che viene spesa nella Pubblica Istruzione rispetto ad altri Paesi (come si vede qui accanto). Forse siccome hanno poche risorse a disposizione, i nostri si sanno ingegnare meglio. Ma è l'ambiente italiano stesso a stimolare la fantasia, che se ben indirizzata è fondamentale nella ricerca tanto quanto lo sono la razionalità e la voglia di creare qualcosa di nuovo.

Purtroppo l’entusiasmo viene successivamente smorzato se andiamo a vedere dove lavorano questi ricercatori, cioè dove  verranno sviluppati questi progetti (e quindi dove andranno i soldi degli ERC Starting Grants, dati visibili nel secondo grafico).
Al solito vince la Germania (giudizio critico: toh, ma guarda… chi se lo poteva aspettare???).  Ma il disastro per noi è che tra borse ottenute da italiani e borse che si spenderanno in Italia c’è un saldo netto di -33 (giudizio critico: imbarazzante). 
In confronto il Regno Unito, pure con la Brexit, ha un saldo di +36: hanno vinto 26 britannici e in UK si spenderanno 62 borse (giudizio critico: attentissimi all'innovazione).
Così, se siamo secondi per borse vinte, finiamo decimi per borse incassate, dietro anche a Belgio e Svezia (e  – naturalmente – all’Estonia, ma questo ve lo immaginavate...).  
 
Il commento di Marco Cattaneo è questo: 
non c'era bisogno di questa ennesima catastrofe per ricordare come l'Italia non sia capace di attirare talenti dall'estero mentre è bravissima a perdere i suoi.
Però, ecco, sono quattro mesi che parliamo dei fottuti banchi a rotelle e non ci accorgiamo che ci è sfuggito il futuro.
Il futuro ci scappa anche quando cerchiamo ricercatori dall'estero o di richiamare i nostri espatriati, per un semplicissimo motivo: parlo di cifre spannometriche ma diciamo che un incarico che all'estero vale 6.000 euro al mese, in Italia ne vale 2000. Difficile accapararsi i migliori pagandoli meno...

RICERCATORI E LAUREATI IN ITALIA E LA CRISI DEL SETTORE PRODUTTIVO ITALIANO. Ce ne dà un altro esempio di questo l’amico Carlo Bisci dell’università di Camerino, un ateneo piccolo ma che funziona molto bene, con delle belle eccellenze (il paradigma contrario a quello che ha indicato la legge Gelmini con il suo accorpamento dei dipartimenti…): la bilancia commerciale dei ricercatori. 
La nostra è saldamente e tristemente negativa. E non di poco rispetto agli altri. È bello notare come in molte nazioni è normalissimo vedere i propri ricercatori andare all'estero e nel contempo ne accoglie un numero simile dall'estero. Dall'Italia in tanti se ne vanno si accoglie pochissimo. Anche per le cifre che queste persone possono guadagnare, come abbiamo visto sopra.

A questo si aggiunge l'ennesimo guaio: noi “produciamo” meno laureati in proporzione rispetto al resto d’Europa, e, pur essendo meno, fanno fatica a trovare il lavoro per il quale hanno studiato ed è abbastanza comune vedere in Italia laureati che lavorano in ruoli decisamente demansionati. 
Ora qui faccio un ragionamento sui laureati in discipline scientifiche o tecniche. Non perché non considero quelle umanistiche e sociali, ma perché non ne conosco il mondo in maniera sufficiente a parlarne (ricordo che nel mio curriculum c’è anche l’organizzazione di stagioni musicali, cerco sempre citazioni letterarie su eventi geologici, etc etc). 
Si è detto che “non c’è collegamento fra industria e università”. Ok, è chiaro che se i laureati trovassero il posto “giusto” non ce ne sarebbero tanti che svolgono attività demansionate. Ora, se il problema fossero i laureati italiani, le aziende li troverebbero all’estero (dove questo problema non mi risulta essere così stringente e quindi se ne deduce che l'università “accontenti” l’industria). Ma non mi pare che ci sia questa corsa al laureato straniero. Ed è anche chiaro che questo concetto di sfasamento sia pure influenzato da un altro gravissimo errore concettuale: la ricerca in università è diversa da quella dell'industria e se le due entità possono collaborare, non è che un dipartimento universitario possa diventare il reparto ricerca e sviluppo di una azienda.

La realtà è un’altra: all’industria italiana i ricercatori non servono. L’Italia è un Paese strano. Prendiamo l’automotive: abbiamo la Ferrari, la Maserati, la Ducati e la Betamotor. Eccellenze allo stato puro nel loro settore. Ma nelle auto “normali” e specialmente medio-grandi non è che si vada un gran chè. Sulle moto poi… la mia amata Guzzi vivacchia, e passano settimane senza che ne veda una per strada. Bei tempi quando ero giovane che oltre alle 4 tradizionali giapponesi, Triumph e BMW c’erano Guzzi, Morini (lo avevo anche io) e Benelli come se piovesse. Per non andare ancora più indietro ricordando i tempi di Vespa e Lambretta. 
E questo succede anche in altri settori. Insomma… abbiamo eccellenze assolute ma poca produzione “di base” e il fatto di avere un costo del lavoro alto non è una scusa viste per esempio la Germania o la Svezia (Paese quest’ultimo dove la disoccupazione è davvero bassa).

La mancanza di ricerca la si è vista con la fine dell'industria ferroviaria italiana: per un bel pezzo abbiamo vissuto nella bambagia di una nazione in cui le ferrovie, considerate un residuo del passato (il radioso futuro era per la gomma), più che per spostare uomini e merci servivano per collocare personale e far lavorare l’industria con le commesse (per Andreotti  c'erano due tipi di pazzi, quelli che si credono Napoleone e quelli che credono di poter risanare le ferrovie). 
Inoltre il mercato che riforniva di mezzi e materiali le ferrovie era un mercato chiuso, autarchico e assistenzialista, in cui addirittura alcune gare per le forniture erano divise in tre sezioni, una per il Nord, una per il Centro e una per il Sud. Soprattutto mancava una spinta a migliorare la produzione, che è rimasta, a parte qualche eccezione, mediocre (le E656 degli anni '70 in sostanza non erano altro che delle E636 degli anni '30 potenziate..). L’unica vera invenzione, l’assetto variabile della FIAT Ferroviaria, giacque per 15 anni inutilizzata, con un solo esemplare, l’ETR 401. Poi quando questa tecnologia fu ripresa negli anni ‘90 iniziarono le commesse anche dall’estero, persino dalle leggendarie ferrovie tedesche! Oggi l’assetto variabile, venduta alla francese Alstom la FIAT Ferroviaria, si chiama "tilt-train".

La mediocrità di un mercato chiuso ha avuto conseguenze drammatiche dopo l'introduzione del mercato unico del 1992 e cioè la chiusura di quasi tutte le aziende del settore (o la vendita a grossi gruppi stranieri delle poche rimaste). Per cui oggi Trenitalia e le altre imprese ferroviarie acquistano treni in Polonia, Germania, Svizzera e Francia. E meno male che la decotta Ansaldo – Breda è stata salvata dal cattivo straniero e ora si chiama Hitachi Rail Italy. Restano solo (ma fino a quando?) la Alstom (ex FIAT ferroviaria) a Savigliano e la Bombardier a Vado Ligure (l’ex TIBB), più poco altro, non in grado di incidere significativamente a livello europeo.

Dopodiché, se non si fa ricerca applicata figuriamoci se si fa ricerca di base, in un distinguo assurdo: non è vero che la ricerca di base sia fine a se stessa e basta… (forse perché non produce effetti immediati?) perché la ricerca applicata sfrutta le scoperte di quella di base… prendiamo l’elettricità: ora come potremmo farne a meno? Eppure quando fu scoperta sembrava solo un giocattolo per ricchi che prendendosi per mano si facevano passare la corrente nei corpi.

PERCHÈ QUESTO DECLINO? Il risultato è che un Paese come l’Italia che dopo le distruzioni della seconda guerra mondiale è stato il terzo a mandare un veicolo nello spazio, stupiva con la Vespa, la 500, la Olivetti con il personal computer (che occasione perduta questa... roba da crampi allo stomaco...) e le ricerche su plastiche e nucleare (anche se queste due si sono rivelate un boomerang per l’ambiente) ora vive un declassamento tecnologico mostruoso. Ho pensato che il problema sia nato dalla sciagurata riforma scolastica di Gentile e Croce (quello che la Scienza non vivifica l’intelletto e che gli scienziati sono “menti minute” mica come i filosofi e gli storici (ne avevo parlato qui)
E da questo ne consegue che non sono riconosciute le tante eccellenze che abbiamo in Italia dal punto di vista scientifico, in cui i nostri ricercatori che lavorano ancora in Italia, spesso al prezzo di sacrifici economici e non solo (dalla medicina allo studio delle frane).  E ricordo anche che i soldi spesi in ricerca in qualche modo tornano indietro e non solo perché i ricercatori hanno poi bisogno di tutto il famoso “indotto”.
Eppure il nostro è un Paese dove nei giornali e soprattutto nei telegiornali termini come innovativo, innovazione e simili sono usati a profusione ma anche quello in cui troppo spesso Scienza e Tecnologia sono ritenute cose che "non fanno cultura", con tanta gente che si vanta ad esempio di non sapere la matematica (ma pronta a darti di cretino se sbagli l'anno di morte di qualche grande filosofo). E se notate i "coccodrilli" in TV e giornali sono dedicati molto di più a giornalisti, letterati, giuristi e persino a sportivi. Ma quanti scienziati vengono nominati? Guardate invece in Gran Bretagna dove al funerale di Stephen Hawking c'erano migliaia di persone (ma in Inghilterra c'era un giornale scientifico che faceva 200.000 copie a numero... nel XIX secolo...)

Olivetti Programma-101 del 1965:
il primo Personal Computer della storia
 la cui potenzialità non fu capita.
Classico esempio di quello che l'Italia poteva essere
grazie alla ricerca scientifica e tecnologica 
COSA IMPEDISCE DI FARE RICERCA IN ITALIA?. 
I guai sono essenzialmente 3: 
il primo sono gli economisti in stile bocconiano, quelli “ganzi”del “che ce ne frega della ricerca scientifica e tecnologica quando facciamo le scarpe più belle del mondo?” e tutti coloro che pensano cha all'Italia basti il turismo
il secondo problema è avere i soldi per la ricerca. Non solo nel pubblico. Qualche anno fa noi di CaffeScienza Firenze e Prato organizzammo un caffè-scienza con quelli della Betamotor sulla ricerca per motori più efficienti a due tempi. È una azienda che dedica al reparto ricerca & sviluppo ingenti risorse (il 10% del personale..) che però ha anche un certo fatturato. Invece il tessuto produttivo italiano è spesso fatta di piccole aziende che non possono permettersi di finanziare un reparto di ricerca e sviluppo “importante”. Sono poche le aziende che possono permetterselo grazie a un fatturato importante.
il terzo problema sono gli amministratori delegati con contratto a breve termine e premi sui risultati: a questi interessa incassare il più possibile e spendere il meno possibile e non sono per la “soddisfazione degli azionisti”. Risparmiano sulla manutenzione, pensate un po' cosa gli possa interessare della ricerca, che nel loro mandato costerebbe e basta, facendo al limite guadagnare i loro successori.

Il problema purtroppo, è che senza la ricerca scientifica e tecnologica:
  • non si inventano nuovi prodotti e nuovi procedimenti di lavorazione 
  • non si migliora l’esistente, né in qualità né in costo
  • e quindi l’unico modo per restare competitivi è strizzare fornitori e dipendenti
E questo è quanto succede da noi, dove quello del “prezzo” è l’unico fattore che conta. 
E poi mi è anche toccato sentire che spendere di più per la istruzione è inutile perché tanto i laureati vanno a fare altre cose (anche io ne sono stato per tanti anni un esempio...
Questo discorso lo trovo proprio autolesionistico. Perché in un Paese come il nostro o si fa ricerca scientifica e tecnologica o il declino diventa inarrestabile. 
Ciascuno ha le sue idee dal punto di vista politico (ci mancherebbe altro..) Però mi auguro che in tutti gli schieramenti d’ora in poi vedano l’istruzione e la ricerca scientifica e tecnologica come strettamente necessarie. Non si può continuare a pensare all’edilizia (e per di più “normale”) come ad un settore trainante. Punto e basta. Oppure a dire che tanto si vive con il turismo (si è visto ora con il COVID il crollo del settore...)

E poi c’è – battuta finale – il problema della burocrazia asfissiante che ti leva qualsiasi voglia di fare.
Noi siamo la nazione in cui fra smart working e burocrazia succede questo:
mi scrive una amica che di lavoro fa (e bene) la ricercatrice:
pensa che vado in missione la settimana prossima. Ebbene: per loro risulto in presenza perché una missione é una attività "non smartizzabile" e la mia compagna di stanza non può andare al lavoro perchè .... risulteremmo entrambe in presenza (lei perché sarebbe lì e anche io che invece sono fuori regione in missione)
Il problema è stato risolto con il solito bizantinismo burocratico...

Musica associata: 
Lunapop: 50 special (oggi probabilmente una canzone verrebbe scritta sull'Honda SH..)
Gioacchino Rossini: Ouverture del Guglielmo Tell con la cavalcata finale in memoria dell'industria motociclistica italiana 
Donald Fagen: I.G.Y. (international Geophysical Year) dall'album "the nightfly"