lunedì 13 luglio 2026

Le emissioni dell'eruzione dell'Hunga-Tonga del gennaio 2022 hanno avuto un effetto scarsissimo sul clima


collocazione geografica dell'Hunga Tonga
da Le Mevel et al (2023)

Fra le ipotesi più “gettonate” da parte dei climascettici per spiegare le elevate temperature di questi giorni e di questi anni c’è il vapore d’acqua liberato dall’eruzione dell’Hunga Tonga del gennaio 2022 che avrebbe causato un riscaldamento dell’atmosfera perché il vapore è un gas-serra (curioso che chiamino in causa un effetto-serra negandone però un altro...). Quella del gennaio 2022 è stata una esplosione decisamente anomala perché rispetto alle normali esplosioni vulcaniche ha emesso una quantità incredibilmente elevata di acqua e pochissimi composti di zolfo, al contrario di quello che succede normalmente. È una situazione totalmente diversa quindi anche per le modellazioni atmosferiche. A dicembre 2025 è uscito un rapporto da parte di APARC nel quale viene smentita l’idea (perché già chiamarla ipotesi è troppo) secondo la quale il riscaldamento odierno è dovuto al vapor d’acqua emesso nel gennaio 2022. Anzi, semmai è stato registrato un effetto contrario, seppure praticamente insignificante.

In questi mesi i climascettici sono un po' nel panico, perché non riescono a giustificare le attuali ondate di caldo che si verificano in tutto il mondo e la busca accelerazione del riscaldamento globale evitando di tirare fuori il CO2 di origine antropica. Tolte alcune idee pittoresche tipo quella del ciclo del jet stream, cavallo di battaglia di climatologi fai-da-te (intendendo con questo termine personaggi privi dei titoli accademici per poter essere considerati dei climatologi, nonostante abbiano un discreto seguito, anche se molti dei loro followers in realtà sono lì per prenderli per il fondoschiena), mentre l’attività solare è un po' in ribasso visto che i dati indicano chiaramente che il Sole non c’entri nulla. E quindi i climascettici procedono con una “sana” disinformazione, taroccando le pagine dei giornali oppure presentando grafici adattati alle loro esigenze (il mio pensiero va all’ingnoranza e al bias sul tema del clima dei loro “pollowers” che si bevono beatamente queste assurdità). Inoltre ricordo le posizioni ondivaghe di chi oscilla tra “i cambiamenti climatici non esistono” oppure “sono sempre avvenuti”, per non parlare di chi dice che dovremmo adattarci al “clima caraibico senza capire cosa vuol dire (grave che una scemenza del genere sia condivisa da personaggi di livello altissimo all’interno delle istituzioni della nostra Repubblica e ancora più grave che un incontro sul futuro rispetto al clima si sia tenuto al Senato con la fermamente voluta e accurata assenza del mondo scientifico). Ci sono poi, e ne ho appena parlato, quelli che adesso attribuiscono il problema alle scie chimiche. Da ultimo c’è chi continua a tirare fuori il vapore di acqua emesso in atmosfera dalla eruzione dell’Hunga Tonga del 15 gennaio 2022. Ora, a parte che non si capisce perché l’effetto di queste emissioni si debba sentire adesso e non 3 anni fa, è uscito un rapporto internazionale del WCRP (World Climate Research Program - Programma Mondiale per la Ricerca sul Clima) che ha appena smentito questa ipotesi.

IL RAPPORTO DI APARC SUGI EFFETTI SUL CLIMA DELL’ERUZIONE DELL’HUNGA TONGA. Tutto è scritto nel Rapporto n. 11 dell’APARC (Atmospheric Processes And their Role in Climate), dal titolo The Hunga Volcanic Eruption Atmospheric Impacts Report, uscito alla fine del 2025, rappporto che nelle sue 382 pagine descrive gli impatti atmosferici dell'eruzione del vulcano Hunga Tonga del 15 gennaio 2022. Gli effetti sul clima e sull'ozono dell’eruzione sono stati documentati combinando le osservazioni, effettuate con diversi satelliti, con palloni aerostatici, e anche da terra e integrandole in studi di modellizzazione globale. Lo potete trovare a questo indirizzo. Nel rapporto sono inclusi i contributi dell’Hunga Tonga-Hunga Haʻapai Impact Model Observation Comparison (HTHH-MOC), un progetto di modellazione internazionale che coinvolge oltre dieci modelli climatici globali (Hsu et al, 2025).

Il rapporto parte dalle informazioni di base sull'eruzione, descrivendo poi l'evoluzione delle nubi e dei materiali emessi dall’eruzione su scale temporali sia brevi (meno di un mese) che pluriennali, determinando gli impatti su chimica e dinamica dell’atmosfera a varie altezze di troposfera e stratosfera e sullo strato di ozono stratosferico e si conclude descrivendo gli effetti di queste emissioni sulla radiazione solare, su quella riemessa dalla Terra e quindi sulla temperatura superficiale.


IL PROGETTO APARC. Due parole doverose su questo progetto, dato che non è molto noto. Fondato nel 1992, APARC (precedentemente SPARC) è un progetto fondamentale del World Climate Research Program (WCRP): promuove e coordina la creazione, l'analisi e l'interpretazione di dati climatici a lungo termine che richiedono la cooperazione internazionale.

In linea generale, i tre temi principali di cui APARC si occupa sono:

  1. la comprensione della dinamica atmosferica e della variabilità climatica per fornire proiezioni climatiche più accurate su scale che vanno da quella stagionale a quella centenaria.
  2. gli effetti sul clima di chimica e dinamica dell’atmosfera e delle radiazioni, sia quelle solari che quelle emesse dalla Terra
  3. Dati a lungo termine per la comprensione del clima
Insomma, APARC valuta il valore dei dati climatici a lungo termine per migliorare la nostra comprensione del sistema climatico, della variabilità e delle tendenze climatiche, nonché per la valutazione dei modelli climatici.
Un altro oggetto di studio sono le emissioni dei gas controllati dal Protocollo di Montreal, cioè quelli che danneggiano lo strato di ozono, che è l’unico tentativo coronato da successo di limitare le emissioni di una categoria di prodotti che alterano l’atmosfera.

l'impatto sul clima degli aerosol vulcanici
IMPATTO SUL CLIMA DEI VARI PRODOTTI DELLE ESPLOSIONI VULCANICHE
. Ho già parlato della questione diverse volte, per esempio qui.
Riassumo comunque i principali prodotti che provocano effetti climatici nei primi anni dopo una eruzione vulcanica:
  • un aumento del vapore acqueo atmosferico aumenta la quantità della radiazione infrarossa proveniente dalla superficie terrestre che viene riflessa in basso. Quindi un aumento del tenore di vapor d’acqua nell’atmosfera aumenta l’effetto serra e di conseguenza le temperature
  • L'SO2 si converte rapidamente in aerosol di solfato che riducono la radiazione solare diretta che colpisce la Terra e quindi provocano una diminuzione delle temperature
  • a queste due forzanti ne va aggiunta una terza: la latitudine. Secondo il modello di Brewer-Dobson della circolazione atmosferica globale, l'aria tropicale sale nella stratosfera e poi si sposta verso i poli mentre scende. Quindi nella zona equatoriale le correnti atmosferiche tendono a risalire, mentre alle alte latitudini la circolazione è discendente. Ne segue che i prodotti delle esplosioni vulcaniche all’equatore si disperdono molto più facilmente nella stratosfera rispetto a quelli derivanti da esplosioni alle alte latitudini

L’ERUZIONE DI HUNGA TONGA  DEL 15 GENNAIO 2022 E LE SUE EMISSIONI. Per la descrizione dell’evento rimando a questo post. Quella dell'Hunga del 2022 è stata una esplosione sottomarina di elevata magnitudo, con un VEI (indice di esplosività vulcanica) pari a 6 (niente male, come per il Pinatubo nel 1983). La caratteristica principale per cui verrà ricordato questo evento consiste nel fatto di aver iniettato enormi quantità di vapore acqueo nella stratosfera (quasi 150 milioni di tonnellate), con il risultato di aver incrementato globalmente il contenuto di acqua nella stratosfera di circa il 10%. Di fatto l’acqua ha rappresentato ben più del 90% delle emissioni totali collegate all’evento, il che lo rende unico nell'era delle osservazioni satellitari e la distingue dalle grandi eruzioni subaeree degli ultimi decenni (ad esempio, El Chichón nel 1982 e Pinatubo nel 1991). Per questo potrebbe rappresentare il primo esempio geofisicamente osservato di un evento "freatopliniano": una eruzione vulcanica esplosiva di grande magnitudo che coinvolge l'interazione tra magma e acqua esterna.
In particolare ci sono state le prime osservazioni dirette di una sostanziale idratazione stratosferica da parte di un'eruzione sottomarina, un fenomeno ipotizzato, ma - appunto - mai osservato direttamente e chiare evidenze dell'iniezione atmosferica di sale marino derivato dall'evaporazione dell'acqua di mare.
Le emissioni di zolfo invece sono state modeste: tra 500.000 e un milione di tonnellate di SO2, ben poca cosa se si confrontano con i 55 milioni indicati mediamente dalla letteratura scientifica per la famosa eruzione del Tambora nel 1815 (Self et al 2004) e anche dei 15 indicati per il Pinatubo (Guo et al, 2004).
Di fatto è noto come Tambora, Krakatoa o Pinatubo abbiano provocato un raffreddamento globale negli anni successivi, mentre le emissioni di anidride solforosa dell'Hunga Tonga sono state ben al di sotto della soglia critica di circa 5 milioni di tonnellate che i modelli indicano necessari per provocare impatti climatici significativi dovuti agli aerosol di solfato. Però, a causa della enorme quantità di acqua disponibile, gli aerosol si sono formati molto prima rispetto alle altre eruzioni.
in blu la forzante radiativa del vapore d'acqua, in giallo quella degli aerosol
L’eruzione del dicembre 2022 pone quindi un problema importante: mentre le altre conosciute hanno emesso tanto SO2 e poca acqua, quali potrebbero essere allora le conseguenze di questo enorme rilascio di vapore d’acqua del gennaio 2022? 
Gli aerosol di zolfo sono rimasti nella stratosfera per meno di due anni e il raffreddamento da essi provocato è stato trascurabile. Ma cosa dice il rapporto sulle significative quantità di di vapore acqueo emesse nella stratosfera media, con una permanenza compresa tra 4 e 7 anni (quindi adesso, dato che siamo nel 2026, tale quantitativo sta diminuendo)? Potrebbero contribuire, seppur in minima parte, al riscaldamento del clima terrestre? Notiamo innanzitutto che il vapore d’acqua è persistito nella stratosfera più a lungo degli aerosol vulcanici (anzi, in buona parte persiste ancora). Lo vediamo nella figura qui accanto, che riporta l'evoluzione nel tempo della forzante radiativa dovuta al vapore d'acqua in blu, mentre in arancione è indicata la forzante dovuta agli aerosol di zolfo. Entrambe le forzanti sono modellate a tre livelli:  in cima all'atmosfera (TOA, Top of the Atmosphere), al passaggio fra troposfera e stratosfera (TROP, Tropopausa) e sulla superficie terrestre (SURF). 
Nei primi due anni il forzante radiativo negativo causato dagli aerosol nella stratosfera sono stati di un ordine di grandezza maggiore del forzante radiativo positivo del vapore acqueo. Dal 2024, cioè da quando il carico di aerosol dell'Hunga è in gran parte scomparso, rimane quindi solo il forzante derivato dal vapore acqueo stratosferico, che però si è rivelato trascurabile (<0,005 W m⁻²).

In conclusione, per il rapporto dell’APARC gli effetti sulle temperature globali dell’eruzione dell’Hunga Tonga sono stati assolutamente trascurabili e non possono essere presi come forzante per l’aumento delle temperature globali osservato negli ultimi anni.
In barba ai vaneggiamenti dei climascettici, bocciati per l’ennesima volta.



BIBLIOGRAFIA

Guo et al (2004). Re-evaluation of SO2release of the 15 June 1991 Pinatubo eruption using ultraviolet and infrared satellite sensors. Geochemistry Geophysics Geosystems 5, 4 Q04001,

Le Mevel et al (2023) The magmatic system under Hunga volcano before and after the 15 January 2022 eruption Science Advances 9, eadh3156 (2023)

Self et al (2004). Magma volume, volatile emissions, and stratospheric aerosols from the 1815 eruption of Tambora. Geophysical Research Letters 31, L20608     

Zhu et al 2025 Hunga Tonga–Hunga Ha′apai Volcano Impact Model Observation Comparison (HTHH-MOC) project: experiment protocol and model descriptions. Geosci. Model Dev., 18, 5487–5512

                                                                                      

martedì 7 luglio 2026

una nuova ricerca fa luce sulla storia dei primi animali e sulla estinzione delle faune di Ediacara


A pochi mesi di distanza torno a parlare della radiazione del Cambriano, quando appunto avevo fatto notare come Radiazione sia un termine decisamente più adatto di esplosione, data la lunghezza della fase di differenziazione e affermazione di Animalia (non ci dispiace per gli antievoluzionisti, a cui il concetto di radiazione al posto dI esplosione non piacerà di sicuro...). L‘occasione è un nuovo lavoro in cui viene esplorata una sezione stratigrafica in Cina che comprende un lasso di tempo molto lungo, partendo dalle prime testimonianze di Animalia alla scomparsa dei predecessori, i Vendozoi (o faune ediacarane): le nuove testimonianze fossili confermano quindi i dati genetici, dimostrando come le divisioni principali di Animalia siano avvenute ben prima dell’inizio del Cambriano

L’EDIACARANO, L’ULTIMO PERIODO DEL NEOPROTEROZOICO. L’Ediacarano inizia alla fine dell’episodio di Terra a palla di neve del Marinoano 635 milioni di anni fa (ne ho parlato qui) e termina 539 milioni di anni fa, quando si conclude l’era Neoproterozoica e inizia con il Cambriano l’era Paleozoica. All’inizio della ricerca paleontologica nelle Isole Britanniche le rocce di prima del Permiano erano sembrate prive di vita, per cui era stata definita una era azoica precedente a quella paleozoica. In realtà non solo questa definizione è durata ben poco, ma dal punto di vista biologico la parte terminale di quel periodo rappresenta una fase estremamente importante: i quasi 100 milioni di anni dell’Ediacarano hanno visto prima le cosiddette faune di Ediacara (i Vendozoa) e poi l’affermazione di Animalia, i cui primi resti datano a circa 575 milioni di anni fa, quindi 35 milioni di anno prima dell’inizio di quella che era stata definita l’esplosione del Cambriano. La presenza nella fase finale dell’Ediacaranio di animali a simmetria bilaterale era stata ipotizzata dal ritrovamento di tracce di locomozione (Mangano e Buatois, 2014), dato che i Vendozoi non avevano capacità motorie; ma i fossili di bilaterali dell’epoca fino ad oggi erano decisamente scarsi, con solo quattro generi controversi: Kimberella, Ikaria (di cui ho parlato qui), Uncus e Yilingia. In particolare non erano mai stati trovati fossili che potevano essere gli autori delle tracce di locomozione. Questa lacuna è stata colmata da un lavoro appena uscito (Li et al, 2026) nel quale sono state esaminati i fossili del tardo Ediacarano e dell’inizio del Cambriano ritrovati a Jiangchuan, nella Cina sud-occidentale.

Dikinsonia costata, uno dei più classici esponenti
dei Vendozoi dell'Ediacarano
LE FAUNE DI EDIACARA: I VENDOZOI. Con la definizione di fauna di Ediacara si intende un complesso di forme di vita pluricellulare vissuti nella parte finale del Neoproterozoico, i cui resti si trovano in tutte le serie sedimentarie dell’epoca ancora visibili. I termini “faune di Ediacara” ed Ediacarano, il periodo in cui si trovano questi fossili, derivano da una località in Australia meridionale, nota perché ha restituito eccellenti reperti di questo tipo. Interpretati all’inizio come antenati degli animali, oggi i Vendozoa sono classificati come un qualcosa di diverso, lungo un’altra linea evolutiva rispetto ad Animalia e alle piante. Insomma, un altro ramo della vita oggi estinto.

LE PRINCIPALI SUDDIVISIONI DI ANIMALIA AVVENNERO GIÀ NELL’EDIACARANO. La divisione più evidente di Animalia è quella morfologica fra 
(a) forme prive di simmetria, come le spugne e gli ormai rarissimi placozoi, 
(b) forme a simmetria radiale come Cnidari e Ctenofori 
(c) forme a simmetria bilaterale (i bilatera) a cui appartiene la stragrande maggioranza dei phyla di Animalia

A loro volta i Bilatera si dividono in:
I. protostomi (fra i quali gli artropodi e i molluschi) 
II. deuterostomi (fra i quali echinodermi, cordati evertebrati). 
I due gruppi di Bilatera si differenziano per procedimenti diversi di formazione del corpo durante la fase embrionale. Da notare come all’interno dei deuterostomi gli echinodermi siano caratterizzati dalla disposizione del corpo in cinque sezioni attorno a un asse centrale, con una simmetria che ricorda quindi quella radiale.
La diversificazione di Animalia durante la transizione Ediacarano-Cambriano ha rappresentato un evento cruciale nella storia della Terra in quanto ha alterato radicalmente il pianeta e la sua biosfera.
I dati paleontologici suggeriscono che nell’Ediacarano superiore ci siano state due ondate di estinzione
- la prima alla transizione tra la comunità faunistica di tipo Mar Bianco e la comunità faunistica di tipo Nama, circa 550 milioni di anni fa
- la seconda al passaggio Ediacarano – Cambriano 539 milioni di anni fa. Al passaggio fra le comunità faunistiche del Mar Bianco e di Nama si cominciano a trovare forme appartenenti ad Animalia, diffuse quindi nel Nama e assenti nel più antico Mar Bianco: per questo la parte terminale dell’Ediacarano è anche detta il "Mondo dei Vermi", indicando così uno stadio morfologico dei metazoi dell’epoca (i termini Animalia e Metazoa sono abbondantemente coincidenti). Di fatto, nella comunità faunistica di tipo Nama compaiono le prime prove di predazione macroscopica sotto forma di fori nei più antichi organismi biomineralizzanti macroscopici. Sono indicazioni tali da far constatare a Darroch et al. (2018) come questo impulso di ricambio segni il più grande cambiamento nella complessità biologica. C’è poi una seconda ondata di cambiamenti appunto al passaggio Ediacarano - Cambriano. Il fatto principale quindi è che le faune dell’Ediacarano terminale sono più simili a quelle successive del Cambriano che con quelle della prima parte dell’Ediacarano.
Di fatto già da tempo era noto come i dati dell’orologio molecolare ponessero le principali divisioni fra Animalia ben prima dell’inizio del Cambriano (per esempio Erwin et al, 2011) e non è ancora del tutto chiaro (almeno a leggere la bibliografia) come sia avvenuta al suo inizio, in particolare nei rapporti di parentela fra quattro suddivisioni fondamentali: spugne, placozoi, forme a simmetria radiale e a simmetria bilaterale. Il problema è che la documentazione fossile è molto scarsa nel periodo fondamentale in cui i vari phyla di Animalia si stavano diversificando e quindi fino ad oggi quello che s sa è dedotto dai dati genetici degli animali odierni, che appunto hanno fornito in varie ricerche dati contraddittori fra loro.

le principali suddivisione di Animalia 
IL NUOVO BIOTA DI JIANGCHUAN DELLA FINE DELL'EDIACARANO. Li et al (2026) descrivono nella Cina sud-occidentale una associazione di oltre 700 esemplari di fossili a corpo molle (la maggior parte dei quali precedentemente sconosciuti) nella quale si nota una eccezionale diversità morfologica e, di conseguenza, anche tassonomica.
L'eccezionale conservazione è probabilmente facilitata da una rapida sepoltura in condizioni ambientali anossiche simili a quelle dei Burgess Shale del Cambriano. Si deve notare a questo proposito che la conoscenza dei fossili di questa fase così importante dell’evoluzione della vita sulla Terra sarebbero ben poca cosa senza i fossili contenuti nel Burgess Shale e in altri lagerstatten dalle caratteristiche simili così diffusi e particolari del Cambriano in cui l’ambiente riducente ha impedito la dissoluzione dei corpi e quindi sono rimaste preservate una buona quantità di parti molli. I resti, denominati Biota di Jiangchuan, sono conservati sotto forma di pellicole carboniose all’interno di sedimenti della parte terminale dell’Ediacarano e dell’inizio del Cambriano. La sezione quindi comprende sia il passaggio fra le faune di tipo Mar Bianco e quelle di Nama che quello successivo fra Ediacarano e Cambriano. Vi si trovano macroalghe, alcuni, sebbene molto scarsi, fossili appartenenti ai vendozoi, le tipiche forme di vita macroscopiche dell’Ediacarano (l’attribuzione è sicura solo per Lobodiscus, altri potrebbero esserlo ma gli Autori non ne sono certi), ma soprattutto ci sono tanti esponenti di Animalia, spesso eccezionalmente ben conservati (addirittura sono visibili strutture di alimentazione, organi locomotori e intestini). La cosa interessante è il ritrovamento sia di Vendozoi che di Metazoi, sia pure non insieme.
Escludendo i resti di Shaanxyllithes, la cui affinità è ancora dibattuta (alcuni Autori li inseriacono in Vendozoa, altri in Animalia), i fossili rappresentano un compendio di quella che dovevano essere all’epoca gli animali (anche se non mi consta abbiano trovato né spugne, né placozoi). Ci sono forme a simmetria radiale, rappresentati sia da Cnidari (quelli che una volta si chiamavano celenterati, oggi rappresentati soprattutto da meduse, coralli e anemoni di mare) che Ctenofori (un phylum costituito oggi da circa 100 specie di animali invertebrati marini dal corpo trasparente quasi interamente costituito d'acqua e lunghi qualche centimetro), ma, fatto estremamente importante, anche da diversi esponenti di bilatera, fra i quali diversi animali vermiformi e i più antichi deuterostomi. Il biota di Jiangchuan fornisce quindi importantissime indicazioni sulla radiazione iniziale dei Bilateria, il clade animale più diversificato.

LA DIFFERENZIAZIONE DI BILATERA. Ovviamente il piatto forte della scoperta sono i fossili di Bilatera e, soprattutto, di possibili deuterostomi. Alcuni esemplari sono riferibili ai Mackenziidi del Cambriano, la cui affinità è stata oggetto di controversie: descritti prima come echinodermi, poi addirittura come forme simili agli anemoni di mare, alla fine, in attesa di in attesa di capirci qualcosa di più, sono stati classificati molto saggiamente come Bilatera incertae sedis (escludendo ovviamente la relazione con le anemoni di mare, che essendo cnidari hanno simmetria radiale).
Il fossile di Bilatero più numeroso (ben 185 esemplari) è un “verme” allungato con una bocca nella quale sembra esserci un qualcosa che assomiglia ad una lingua (prudentemente indicata come struttura anteriore reversibile) e un probabile stomaco. Il più grande di questi esemplari è lungo oltre 6 cm. Una banda scura lungo il corpo è compatibile con la presenza di un intestino, ma non è chiaro se fosse dotato anche di apertura anale e di sicuro non aveva appendici tipo arti o antenne.
È particolarmente importante la presenza di quattro esemplari che mostrano caratteristiche anatomiche compatibili con gli ambulacrari (gruppo formato da echinodermi e emicordati), che quindi dovrebbero rappresentare alcuni dei più antichi deuterostomi. Infine, sempre fra i probabili deuterostomi, ci sono dei fossili allungati e tubolari che potrebbero rappresentare dei tubi come quelli che vengono abitati oggi da alcuni emicordati (gruppo oggi non troppo diffuso, ma che all’inizio del Paleozoico con i graptoliti è stato protagonisti di una fioritura mica male).


L’EVOLUZIONE DI ANIMALIA DAL PUNTO DI VISTA DEL BIOTA DI JIANGCHUAN. I fossili di Jiangchuan suggeriscono che all’epoca i Bilatera si fossero già diversificati, attribuendo ad essi le tracce fossili dell'Ediacarano note da tempo, data la mancanza nei Vendozoi di caratteristiche tali da produrle. Da notare che a Jiangchuan a causa delle modalità di sedimentazione le tracce che mancano negli orizzonti contenenti i fossili sono presenti in orizzonti vicini.
I nuovi esemplari di Jiangchuan colmano finalmente il divario tra la documentazione fossile corporea dei protostomi e dei deuterostomi e quella genetica, confermando la comparsa di questi ultimi e degli ctenofori a simmetria radiale già prima dell’inizio del Cambriano.
Queste osservazioni confermano come la comunità faunistica di Nama (nota in Namibia, Siberia, USA), così ben visibile a Jiangchuan, abbia molte più cose in comune con le faune del Cambriano che con quelle tipo Mar Bianco presenti nella parte precedente dell’Ediacarano. Queste osservazioni porterebbero quindi alla conclusione che non solo, come avevo già evidenzato pochi mesi fa quella cambriana non è stata una esplosione improvvisa ma una radiazione (ne avevo parlato qui), ma che il record fossile concorda con i dati genetici sul fatto che il fenomeno sia iniziato prima dell’inizio del Cambriano. Insomma, metazoi e vendozoi occupavano spazi separati.

LA FINE DEI VENDOZOI: QUANDO E PERCHÈ? Non ci sono dubbi: i Vendozoi si sono estinti. Sul perché e sul quando ci sono ancora dei dubbi. Le associazioni fossili del tardo Ediacarano della Cina meridionale indicano o comunità molto diversificate (metazoi da una perte e Vendozoi da un’altra) o differenze nella fossilizzazione.
Di sicuro scompaiono (o diventano estremamente più rari) i matgrounds, tappeti microbili induriti che erano il tipico habitat dei Vendozoi, anche se ad esempio per Buautois et al (2014) l'ecologia basata sui tappeti microbici di tipo ediacarano persistette fino all'inizio del Cambriano, pur se modificati da tappeti microbici di tipo proterozoico in terreni misti bioturbati di tipo francamente fanerozoico.
Lo studio dei matground nella sezione tipo del Cambriano basale a Fortune Head, Terranova, Canada, rivela diffuse strutture sedimentarie indotte da microrganismi e tipiche tracce di tappeti microbici di tipo ediacarano (Buatois et al, 2014). Qui i fossili di Vendozoi sono presenti immediatamente al di sotto del passaggio Ediacarano – Cambriano, ma non si ritrovano nella successione cambriana sovrastante, nonostante fossero rimaste le stesse condizioni ambientali ottimali per la loro conservazione; al loro posto le superfici microbiche sono caratterizzate dalla comparsa delle prime abbondanti tracce di artropodi nell'evoluzione della Terra. Queste caratteristiche implicano che la scomparsa dei Vendozoi sia una conseguenza della comparsa di nuovi cladi bilaterali, che a poco a poco hanno eliminato le condizioni favorevoli alla conservazione dei matground ediacarani. inoltre i vendozoi, privi di movimento e di difese, non sono stati in grado di rispondere alla pressione dovuta al metazoi, sia dal punto di vista del movimento dei fondali che da quello della predazione.
Quindi la quasi totale mancanza di associazioni fra Vendozoi e Metaozi evidenzianta anche nel caso di Jiangchua suggerisce anche in questo caso che i due gruppi abitassero ambienti distinti e che i Vendozoi siano scomparsi a causa della loro staticità e dell’attività dei metazoi e che quindi rappresentino un esperimento evolutivo fallito con l'avvento dei sistemi di movimento e predazione dei metazoi.

BIBLIOGRAFIA

il post è basato su: Li et al (2026). The dawn of the Phanerozoic: A transitional fauna from the late Ediacaran of Southwest China. Science 392/6793,63-68

ALTRI ARTICOLI CITATI

Buautois et al (2014). Ediacaran matground ecology persisted into the earliest Cambrian. Nature Communications, 5:3544

Darroch et al (2018). Ediacaran Extinction and Cambrian Explosion. Trends in Ecology & Evolution 33/9, 653-663

Erwin et al (2011) The Cambrian Conundrum: Early Divergence and Later Ecological Success in the Early History of Animals Science 334, 1091 – 1097

Mangano e Buatois (2014). Decoupling of body-plan diversification and ecological structuring during the Ediacaran–Cambrian transition

Wang et al 2024 A late-Ediacaran crown-group sponge animal. Nature 630, 905-911







giovedì 25 giugno 2026

il quadro tettonico dei terremoti del Venezuela del 24 giugno 2026 e gli "eventi sismici multipli"


Un terremoto di magnitudo 7.2 ha colpito il Venezuela settentrionale, a ovest di Caracas alle 18.04 locali. L’evento è stato seguito 39 secondi dopo da una scossa M 7.5, anche se chi ha sentito lo scuotimento non ha certo percepito la presenza di due scosse distinte. Ora come ora si teme un disastro di grande portata: il bilancio provvisorio alle 15.00 italiane del giorno dopo parla, oltre ai danni, di oltre un centinaio di vittime ma purtroppo per il PAGER di USGS la probabilità che non si superi il migliaio è piuttosto bassa. Anzi, la probabilità attuale è di migliaia di vittime. C’è solo da sperare che il PAGER sia stato pessimistico. Una circostanza che potrebbe rendere grave il bilancio è che le scosse sono avvenute in tarda serata e che il tramonto sia avvenuto appena mezz’ora dopo prima di poter organizzare i soccorsi è calata la notte. Non è l’unico caso di scosse molto ravvicinate, basta ricordare il terremoto delle Sandwich Australi del 2018 e – soprattutto – quello dell’Irpinia del 1980.

TERREMOTI DEL VENEZUELA. Storicamente prona ai terremoti essendo su un limite di placca, nella parte settentrionale del Venezuela dall'inizio del XX secolo si sono verificati cinque terremoti di magnitudo superiore a 7, a partire proprio nel 1900 dal terremoto M 7.7 nel mare antistante Caracas. Dal 1975 l’IRIS Earthquake Browser riporta 18 eventi con M uguale o maggiore di 6; di questi 4 hanno avuto M 7 o più (quindi erano solo 2 fino a ieri). Nella storia sono comunque noti diversi terremoti con M superiore a 7 prima del 1900, e in alcuni casi quelli con epicentro in mare hanno provocato anche degli tsunami. Una buona parte di essi si trova lungo il sistema di faglie di Boconò, che assorbe buona parte della deformazione fra placca Caraibica e Placca Sudamericana.


IL QUADRO TETTONICO DEI TERREMOTI IN VENEZUELA E L’IMPORTANZA DEL SISTEMA DI BOCONÓ. La tettonica della placca caraibica è piuttosto particolare: se si eccettua la sua parte più orientale, dove la litosfera dell’Oceano Atlantico si immerge sotto di essa e quindi è un tipico margine attivo, il resto dei suoi margini con le placche adiacenti sono essenzialmente trascorrenti (o trasformi). E in effetti anche i terremoti del 24 giugno 2026 presentano il tipico meccanismo trascorrente di quasi tutta l’area, ivi compreso il terribile terremoto M 7.0 di Haiti del 2010. Si tratta di eventi di Magnitudo molto elevata, ma il problema maggiore è che avvengono a bassa profondità, come è stato sperimentato nel caso Haitiano. In questo momento le stime parlano di una profondità di 10km: si tratta di un dato “standard” che probabilmente verrà affinato nei prossimi giorni ma quello finale non sarà molto diverso.

La geodinamica del limite meridionale della placca caraibica è il risultato dell'interazione di tre placche tettoniche: la placca sudamericana, la placca caraibica e la placca di Nazca. 
E tanto per complicare le cose, ai confini di placca sono stati individuati dei blocchi minori, fra cui il Blocco Andino Settentrionale, geodinamicamente compreso nella placca caraibica e a sua volta diviso in più sottoblocchi.
Il movimento relativo della placca caraibica rispetto alla placca sudamericana è di circa 20 mm/anno verso est ed è accomodato nel Venezuela settentrionale dal sistema di faglie di Boconò, che separa il Blocco Andino Settentrionale dalla placca sudamericana e prosegue da Caracas verso est grossolanamente parallelo alla costa come faglia di San Sebastiano. Quindi la parte settentrionale del Venezuela si trova nella placca caraibica, il resto del Paese si trova nella placca Sudamericana
Lungo il sistema di Boconò la velocità media di scorrimento del Blocco Andino Settentrionale rispetto alla Placca Sudamericana è di circa 12 mm/anno, assorbendo così buona parte dei 20 mm/anno del movimento relativo fra le due placche. Il resto è assicurato dai movimenti del blocco rispetto al resto della placca caraibica e anche al suo interno. I terremoti del 24 giugno 2026 sono quindi coerenti con una rottura con movimento trascorrente destro lungo il sistema di faglie di Boconó, di cui troviamo una ottima descrizione in Poussè-Beltran et al (2018).

A causa della breve durata delle registrazioni strumentali e della mancanza di un calendario sismico durante il periodo precoloniale la storia della attività sismica delle Americhe è molto recente e anche se non hanno ospitato eventi sismici significativi negli ultimi secoli, sono state indicate come sedi di lacuna sismica. Ciò non vale per il sistema di Boconó in quanto sede di importante sismicità storica: ad esempio il terremoto M 7.1 del 26 marzo 1812 ha interessato l’area fra Barquisimeto e San Felipe, distruggendo queste località. Ovviamente in un terremoto come questo l’epicentro corrisponde al punto dove è iniziata e da dove ha iniziato a propagarsi la frattura, che in questo caso secondo i modelli dovrebbe essere lunga almeno 120 km, ma fatto salvo questo concetto, l’epicentro del 1812 si trova ad una sessantina di km a Est di quelli odierni, distanziati a loro volta fra loro di pochi km. Sempre Pousse-Beltran et al (2018) hanno accertato scavando delle trincee almeno altri 2 eventi con evidenti movimenti cosismici negli ultimi 1000 anni.

LA DOPPIA SCOSSA. La sequenza è iniziata con una scossa di M 7.2 a cui è seguita dopo appena 39 secondi quella più forte. Il meccanismo quindi, al di là della trascorrenza, è un po' complesso e di fatto i due tensori rivelano meccanismi leggermente diversi fra loro.
È difficile districarsi nei sismogrammi in condizioni del genere perché la seconda scossa inizia quando il movimento associato alla prima non è terminato e difatti anche in Venezuela è stata percepita dagli abitanti una sola, lunga scossa. Una prima conseguenza in casi del genere è che in automatico la seconda scossa non viene rilevata, ma viene individuata solo dopo la revisione dei dati e nei database la seconda può comparire con diverse ore di ritardo. Sono quasi sicuro che, ad esempio, fino alle 8.00 di stamattina nel tedesco Geofon fosse presente solo il primo evento, con la sua Magnitudo. 
Quando il secondo evento è più forte, all’inizio la Magnitudo dell'evento viene sottostimata, perché viene attribuita quella del primo. Situazioni del genere, con un secondio terremoto che si scatena quando ancora lo scuotimento del primo è abbondantemente in corso sono rare ma se ne verificano. È successo nel 2023 (mi pare ad agosto) anche per una delle tante sequenze sismiche dei Campi Flegrei. Questa caratteristica ricorre anche in caso di Magnitudo importanti: un caso molto recente è quello del terremoto nelle Isole Sandwich Australi del 12 agosto del 2021: a un terremoto di magnitudo 7.5 è seguita, circa due minuti e mezzo dopo, una seconda scossa con M 8.1, che non venne identificata subito (dati USGS in questa pagina). Nel 2025 una cosa simile, ma con un maggior intervallo fra le scosse, è avvenuta pochi mesi fa sempre in Venezuela: il 24 settembre 2025 una scossa M 6.2, sempre con meccanismo trascorrente ma all’interno del Blocco Andino Settentrionale, ha colpito la città di Mene Grande sulla sponda del lago di Maracaibo. A questa ne è seguita una seconda più forte, di M 6.3, ma stavolta a 4 ore di distanza.

In Italia, la durata notevole della scossa del 23 novembre 1980 in Irpinia ha avuto una durata notevole perché in realtà le analisi successive hanno individuato la complessità dell’evento, composto da ben 3 eventi principali, il secondo dopo 20 e il terzo dopo 39 secondi dalla prima scossa (Bernard e Zollo, 1989). Naturalmente, siccome non c’è stata interruzione nello scuotimento. in Irpinia nessuno si è accorto della cosa, così come il 24 giugno 2026 in Venezuela. Anzi, per scoprire la complessità dell’evento irpino c’è voluto un pò di tempo. E per capire meglio il terremoto venezuelano e le sue repliche ci sarà da scindere, in diversi casi, il segnale sismico del terremoto M 6.8 (dato ancora incerto) avvenuto 25 minuti dopo in Giappone.

Interessante notare che il terremoto Irpino del 1980 è stato un evento con meccanismo distensivo, quello delle Sandwich australi compressivo e quest’ultimo trascorrente. Quindi queste caratteristiche possono essere condivise da terremoti di tutti i tipi.

BIBLIOGRAFIA

Bernard e Zollo (1989). The Irpinia (Italy) 1980 Earthquake: Detailed Analysis of a Complex Normal Faulting. Journal of Geophysical Research, 94 B2, 1631-1647

Pousse-Beltran et al (2018). Earthquake geology of the last millennium along the Boconó Fault, Venezuela. Tectonophysics 747–748, 40–53










giovedì 18 giugno 2026

ancora alla ribalta quelli delle scie chimiche, addirittura con una assurda proposta di legge ...


Dopo qualche anno torno a parlare dei miei “amici” delle scie comiche ehm… chimiche, un complotto secondo il quale quelle degli aerei non sarebbero scie di condensazione, bensì avrebbero una montagna di usi cattivi contro la popolazione: ci sono diverse narrazioni in merito, in special modo con HAARP e 5G, anche se più o meno tutti danno la colpa alle scie chimiche alternativamente per una serie di fenomeni meteorologici estremi come nubifragi, ma anche siccità e persino terremoti; oggi poi gli sciacomici le citano addirittura come causa del global warming, al posto del CO2. Nella galassia di questi personaggi si sono affacciati altri personaggi: a seguito di una demenziale legge dello stato della Florida, la SB 56, che avrebbe vietato le attività di geoingegneria e modificazione climatica all'interno dei suoi confini statali, qualche tempo fa una avvocatessa italiana e i suoi (pochi) sodali hanno presentato un disegno di legge di iniziativa popolare per fare la stessa cosa in Italia. La cosa divertente è che non solo si sono ispirati al testo della legge approvata in Florida, ma lo hanno addirittura bassamente copiato fino ad arrivare a strafalcioni assurdi come la citazione del “commercio interstatale”, un affare tipicamente interno agli USA. E meno male che questo testo lo ha curato una persona che, data la sua professione, avrebbe dovruto sapere come redigerlo dal punto di vista legale. Annoto che non tutti gli sciacomici appoggiano questo progetto; anzi, alcuni sono fermamente contrari.

SCIE CHIMICHE PER TUTTI I GUSTI (ANZI, PER TUTTA UNA SERIE DI PRESUNTI SCOPI). Qualcuno innanzitutto mi deve spiegare a cosa servirebbero le scie chimiche. In origine per i complottisti anziché semplici scie di condensazione sarebbero state la spia del rilascio di sostanze chimiche disperse intenzionalmente nell'atmosfera per alterare la salute pubblica allo scopo di diminuire la popolazione mondiale. Se fosse vero, si tratterebbe del complotto più costoso e meno efficace della storia, visto che la popolazione mondiale in alcune aree sta ancora aumentando e dove diminuisce lo fa – banalmente – per la denatalità. Poi è arrivato alla ribalta HAARP, un progetto scientifico nato per conoscere meglio la ionosfera, utilizzando delle antenne per inviare onde radio a bassissima frequenza (ELF – Extremely Low Frequence). Queste onde riscaldano la ionosfera e ne provocano delle ondulazioni ma, ovviamente, sono molto più deboli in confronto a quelle inviate dal Sole. Ci sono anche i militari di mezzo, anzi la marina statunitense, perché le onde ELF sono le uniche a poter essere captate dai sottomarini nucleari a zonzo negli oceani. I complottardi hanno pensato ad un nuovo uso delle scie chimiche con HAARP: gli aerei spargerebbero Bario ed altre sostanze per aumentare l'elettroconduttività dell'aria. Fra gli scopi possibili ci sarebbe quello di provocare terremoti rinforzando la radiazione prodotta da HAARP (non ho mai capito perché proprio il bario, ma tant’è…).
Neanche a Star-Trek potevano pensare ad un'arma così micidiale....


Naturalmente la questione è folle perchè senza addentrarsi nei calcoli, è facile comprendere che l'energia delle onde elettromagnetiche trasmesse da HAARP è quella di una lampadina. Ma figuriamoci se oltre al non capire come si scatenano i terremoti, questi soggetti possano considerare una bazzecola come le quantità di energia in gioco rispetto a quella occorrente per scatenare un sisma... 
Oggi la situazione è ancora più variegata: specialmente dopo il COVID, sono arrivati i no5G, convinti che questa sia una tecnologia dannosa per l’umanità. In particolare le scie degli aerei spargerebbero virus o sostanze per aumentare i supposti effetti nefasti del 5G, che ovviamente si sommerebbero a quelli dell’onnipresente HAARP. E comunque ci sono varie scuole di pensiero (oddio… pensiero…) sui suoi danni deliberati. 
Da ultimo è venuta alla ribalta l’idea che le scie servano per modificare il clima e che l’effetto-serra del CO2 sia una bufala. 
Insomma, il riscaldamento globale è sì antropico, ma non deriverebbe dalle emissioni climalteranti di CO2, bensì da geoingegneria clandestina tramite le scie chimiche (chi lo farebbe e perché mi è abbastanza oscuro). D’altro canto il suolo è fertile: quelli che credono alle scie chimiche si mescolano ad altri complottismi in un connubio fra HAARP, novax, no 5G, no riscaldamento globale a causa del CO2, negazionisti dello sbarco sulla Luna e financo persino abbiamo all’interno di questo complesso di fenomeni pure una minoranza di terrapiattisti. Insomma, cervelli predisposti a credere qualsiasi cosa, basta che non sia quella che loro definiscono come narrazione ufficiale...

Quello che non è cambiato ed è comune a tutti i complottardi è la questione della meteorologia: qualsiasi situazione è dovuta alle “irrorazioni” fatte con le scie chimiche che causerebbero a comando (di chi? Bill Gates? Soros?) siccità, alluvioni ed eventi meteorologici estremi. Pertanto piove? È colpa delle scie chimiche! non piove? È colpa delle scie chimiche! fa caldo? È colpa delle scie chimiche! fa freddo? È colpa delle scie chimiche!
Insomma, a detta di questi fenomeni, ci starebbero irrorando con bario, alluminio e altri composti velenosi che provocherebbero danni alla salute, ai raccolti e sarebbero persino responsabili di alluvioni ed eventi meteorologici estremi, mentre i cambiamenti climatici antropici vengono negati o minimizzati: la responsabilità sarebbe attribuita a presunti programmi globali di geoingegneria segreta (su questo ultimo aspetto che le major dei combustibili fossili non ci abbiano messo lo zampino lo troverei strano).


LA SCIENZA E LE SCIE DEGLI AEREI.
Basterebbe essere “non troppo suonati” per capire che le scie chimiche sono una cazzata (nome di un noto gruppo Facebook), ma ci sono anche i volonterosi che provano a spiegare come stanno le cose. Ad esempio il buon Lorenzo Mori, geologo livornese, ha fatto recentemente su Facebook una serie di osservazioni assolutamente interessanti.
Dopo aver osservato come il cloud seeding (l’inseminazione delle nuvole) sia una tecnica nota, praticata su nuvole già formate, spesso con risultati modesti e su aree limitate (e non che il cloud seeding in una piccola zona a centinaia di km di distanza abbia provocato… l’alluvione di Valencia del 2024) si domanda come sia possibile per una persona che crede nelle scie chimiche verificare da sola, in modo scientifico, che questa sia una teoria priva di fondamento.
Purtroppo non abbiamo a disposizione strumenti per analizzare direttamente la composizione di una scia in quota, ma conosciamo molto bene la reazione chimica della combustione del cherosene. In forma semplificata: 2C₁₂H₂₆ + 37O₂ → 24CO₂ + 26H₂O
Nei motori a reazione reali, a causa delle altissime temperature e pressioni, avvengono anche reazioni collaterali che producono inquinanti come gli ossidi di azoto (NOₓ) e il monossido di carbonio. Ad ogni modo, come in qualsiasi combustione, i prodotti principali sono anidride carbonica e acqua.

Ora, perché alcuni aerei rilasciano scie e altri no? Innanzitutto bisogna precisare il concetto di punto di rugiada: è la temperatura alla quale l'aria satura di vapore acqueo iniziare a condensare sotto forma di goccioline. La formazione di una scia dipende quindi dalla temperatura dell’aria e da quella del punto di rugiada: se alla quota a cui vola l'aereo le due temperature sono molto vicine, significa che l'aria è già quasi satura di umidità e se a quell'aria si aggiunge altro vapore acqueo proveniente dai motori, questo condensa e congela formando minuscoli cristalli di ghiaccio, cioè la scia.
Lorenzo a Livorno ha potuto verificare personalmente questa cosa e in un modo semplice che può fare chiunque: giovedì 11 giugno, intorno alle 17:05, ha osservato un aereo che lasciava una lunga scia bianca che si allargava progressivamente nel cielo. Sarà stata una scia chimica?
Nel classico sito FlightRadar gli è stato facile individuare l'aereo "incriminato": a una quota di circa 9.150 metri stava passando sopra la città labronica un Airbus A220-300 di ITA Airways che espletava il volo Lamezia Terme – Milano (non era quindi un aereo fantasma, come pretende la narrazione dei complottisti).
Poi ha preso un’altra classica app, Windy. Windy mostra oltre al radar meteorologico tante altre cose, fra le quali il profilo verticale dell'atmosfera, dove vengono evidenziate sia la temperatura reale che quella di rugiada alle varie quote. A Livorno, alle 17:00, alla quota di circa 9.150 metri, risultavano una temperatura di -42 °C e una temperatura di rugiada di -44 °C: condizioni alle quali era estremamente facile che il vapore acqueo emesso dai motori condensasse e congelasse, formando una scia persistente come quella osservata.
In buona sostanza Lorenzo conclude che bastano semplici ricerche su due applicazioni comunissime come Flight Radar e Windy e cinque minuti di tempo per verificare la cosa, più o meno lo stesso tempo che molte persone impiegano per condividere o scrivere idiozie sulle scie comiche.

E CHE ORGANIZZAZIONE CI VORREBBE? I complottisti parlano di un qualcosa di sistematico a scala mondiale. Bene, questo qualcosa necessiterebbe di una organizzazione sviluppata ed efficiente. 
Iniziamo dalla questione dei quantitativi: quanto materiale dovrebbe essere imbarcato su un aereo? Per creare scie lunghe centinaia di Km ci vorrebbero tonnellate di materiale, con una serie di apparecchiature a bordo per lo stoccaggio e per la irrorazione. E dove ci sarebbe negli aerei di linea questo spazio?
C’è poi la questione della filiera di questi prodotti: fornitura delle materie prime, aziende di produzione delle sostanze e chi vi lavora dentro, personale per la loro distribuzione negli aeroporti dove ci vorrebbero altri tecnici (addetti al trasporto, alla manutenzione e al carico / scarico, personale delle compagnie aeree). Senza parlare dei depositi per lo stoccaggio dei materiali. Insomma, quanto personale, quanto spazio e quale massa di materiali sarebbero necessari per una operazione del genere?
Sicuramente si tratterebbe di una macchina organizzativa di dimensioni tali da coinvolgere migliaia di persone: come sarebbe possibile mantenere segreta una realtà del genere? Insomma, siamo allo stesso livello dei negazionisti degli allunaggi: una operazione a cui lavorano migliaia di persone ma delle quali nessuno si pente e ne parla…. 
Insomma, basterebbe usare un po' di logica e di senso critico per capire l’assurdità di questo complotto. In diversi, compreso il sottoscritto, fanno notare questo agli sciacomici, dei quali nessuno risponde.
Sarebbe bello che chi fa selezione del personale potesse guardare anche i social network dei candidati, in particolare di quelli che credono a fesserie del genere.

la legge della Florida e la proposta italiana
LA LEGGE DELLA FLORIDA E LA PROPOSTA DI LEGGE ITALIANA. Riassumo la questione: una demenziale legge dello stato della Florida, la SB 56, avrebbe vietato le attività di geoingegneria e modificazione climatica all'interno dei suoi confini statali, nello specifico vietando il rilascio deliberato di sostanze chimiche nell'atmosfera per alterare il clima o l'intensità della luce solare; la legge introduce sanzioni molto severe per i trasgressori. È chiaro che una legge del genere ha la stessa utilità di una che vieta la caccia ai tirannosauri… ma non solo: il divertente è che per gli squinternati della Florida, che hanno approvato questa legge a larghissima maggioranza, l’effetto-serra del CO2 sarebbe una bufala, mentre in realtà usando i dati scientifici, a mettere fuori legge tutte le emissioni climalteranti questa legge vieterebbero soprattutto quelle di CO2!!! (insomma, già circolare con una autovettura dovrebbe essere vietato...).

A seguito di questa demenziale legge qualche tempo fa una avvocatessa italiana e i suoi (pochi) sodali hanno presentato un disegno di legge di iniziativa popolare per fare la stessa cosa in Italia, denominato "Cieli Blu". In questo momento stanno raccogliendo le firme e, al momento, sono arrivate a 35.000, a fronte delle 50.000 necessarie per poterla presentare al Parlamento.
In sostanza questa proposta di legge vuole vietare qualsiasi attività di geoingegneria e modificazione artificiale delle condizioni meteorologiche nei cieli italiani, ovvero quelle che, secondo i promotori, sarebbero le cosiddette "scie chimiche" (che però non mi pare vengano citate). 
La cosa assurda è che non si capisce proprio cosa proibisca. Sicuramente, perché lo cita, il cloud seeding (che in Italia non viene fatto da 20 anni almeno), o gli esperimenti di spargimento di riflettenti per diminuire l’entità della radiazione solare e quindi attutire il Global Warming (tecnologia ancora non sperimetabile, complimenti per la lungimiranza...). Dopodiché ci sono anche delle perle che testimoniano un maldestro copiaincolla del testo della Florida: a parte delle frasi in cui manca il verbo, si cita il commercio interstatatale (un concetto applicabile solo ad uno stato federale strutturato come lo sono gli USA e il tentativo di spiegare perchè hanno lasciato questo termine è stato ancora più maldestro dell'originale...), e pure l'imputato in un modo in cui non lo fa nessuna legge italiana, se non quelle che si occupano specificamente di riti processuali. A questo aggiungiamo che troviamo scritto Metereologiche (neanche l'ortografia... ma utilizzare un correttore no, eh?). 
Insomma, un qualcosa di surreale, che per di più è stato portato avanti da una avvocatessa. 

In chiusura si deve annotare anche come nel mondo degli sciacomici, a partire da molti guru del settore come un noto sanremese, ci siano forti contrarietà a questa proposta di legge, che da alcuni viene addirittura considerata come voluta dai poteri forti… 
Per non parlare dei sostenitori della legge quando parlano di comuni inesistenti: sono soddisfatti dell’appoggio fornito dal comune di Bugliano, ma se la prendono con i cattivissimi dipendenti di Vergate sul Membro, i quali ostacolerebbero la raccolta firme. Insomma, siamo davvero alle comiche sulle scie comiche!!!!!!!!!!!!!


 

giovedì 11 giugno 2026

la geodinamica delle Filippine e il terremoto M 7.8 dell'8 giugno, che non è causato dalla grande subduzione a est dell'arcipelago


carta tettonica delle Filippine con l'epicentro del terremoto 
M 7.2 dell'8 giugno 2026
Il meccanismo del terremoto M 7.8 che l’8 giugno ha colpito Mindanao, l’isola più meridionale delle Filippine, è quello di un classico evento compressivo. A proposito di questo evento molti hanno parlato della subduzione sotto l’arcipelago della placca del mare delle Filippine, che borda l’arcipelago lungo le sue coste orientale (attenzione: la placca del Mare delle Filippine è spesso chiamata erroneamente placca delle Filippine ma non comprende l’arcipelago omonimo: si tratta di una placca con sola crosta oceanica dalla storia complessa). Ma non è così: questo importante evento sismico è dovuto ad una delle diverse subduzioni che si trovano lungo il lato occidentale dell’arcipelago. Al momento si parla di una quarantina di vittime ma il bilancio purtroppo potrebbe non essere definitivo.

LE FILIPPINE: UN CROCEVIA DI SUBDUZIONI. L’arcipelago delle Filippine si è formato a seguito di una complessa serie di eventi geologici. Può essere suddiviso in due blocchi tettono-stratigrafici:
  1. Blocco Continentale Palawan-Mindoro: era originariamente parte della terraferma asiatica, da cui si è separato durante il Mesozoico a causa della apertura del Mar Cinese Meridionale nel Paleogene superiore e in diverse ricostruzioni è indicato come facente parte della placca della Sonda, insieme a Indocina e Indonesia occidentale (Giava, Sumatra, Kalimantan)
  2. Cintura Mobile delle Filippine, risultato di una lunga storia di archi magmatici insulari e terranes ofiolitici che iniziarono a formarsi durante il Cretaceo in pieno oceano.
Evito di andare nei dettagli e raccontare la complessa storia della formazione di questi territori, al crocevia fra diverse placche (Eurasia, Sonda, Mar delle Filippine) e microplacche (blocco di Palawan, cintura mobile delle Filippine) e altri vicini sia pure non interessanti direttamente l’area perché sarebbe una impresa improba risolvere chiaramente il tutto in poche righe. Mi limito a osservare come l’arcipelago sia letteralmente assediato da subduzioni: ad est troviamo una situazione molto semplice: la subduzione sotto di esso della placca del mare delle Filippine; nel lato occidentale la situazione è più complessa perché di subduzioni ne abbiamo ben 4: da nord a sud la fossa di Manila con cui l’Eurasia scende sotto la placca della Sonda e altre 3 grazie alle quali il blocco di Palawan scorre sotto la cintura mobile filippina: Negros, Sulu e, a largo di Mindanao, Cotabato (Hsu et al, 2026).

Il contesto tettonico oscilla quindi tra il complesso e l’insolito sotto diversi aspetti, e si nota anche una certa confusione terminologica, a partire dal fatto che se consideriamo, come compare in diverse carte, il blocco di Palawan e la Cintura Mobile Filippina come appartenenti alla placca della Sonda. Ora, l’inserimento del blocco di Palawan nella placca della Sonda potrebbe anche essere giusto, ma se ci inseriamo anche la Cintura Mobile Filippina verrebbe fuori che la placca della Sonda subduce sotto l’estremità di se stessa, cosa che trovo un po' – diciamo così – originale. Insomma, mi parrebbe più corretto considerare la Cintura Mobile delle Filippine una microplacca a se stante. Inoltre ricordo che spesso viene chiamata semplicemente Placca delle Filippine quella del Mare delle Filippine, che non comprende assolutamente l’arcipelago!

Filippine Meridionali: i terremoti profondi della subduzione
della placca del mare delle Filippine
e quelle più superficiali della subduzione di Cotabato
La convergenza tra placca del Mare delle Filippine e blocco dell’arcipelago avviene alla rispettabile velocità di circa 80 mm/anno, mentre ad ovest il blocco di Palawan subduce sotto la Citura Mobile Filippina a una velocità molto minore, circa 1 cm/anno. Data soprattutto la velocità di convergenza ad est dell’arcipelago non ci si può stupire della sismicità importante (più di 50 terremoti con M da 7 in su dal 1970), a cui si aggiunge un vulcanismo notoriamente piuttosto attivo.

A questo caos si aggiunge un’altra circostanza: a causa dell’obliquità della convergenza sul lato orientale fra la Cintura Mobile Filippina e placca del mare delle Filippine si è pure formato all’interno delle isole un importante sistema di faglia trasforme, la faglia delle Filippine, una struttura che si estende per oltre 1.200 km all'interno dell'arcipelago e che aggiunge – se ce ne fosse stato bisogno – ulteriore sismicità, essendo associato a importanti terremoti storici, tra cui quello devastante di magnitudo 7.6 di Luzon del 1990 e proprio a Mindanao il terremoto di Surigao del 1879, caratterizzato da oltre 100 km di fagliazione superficiale (Perez e Tsutsumi 2017).

Notare che i terremoti delle zone di subduzione quando non troppo profondi si scatenano in mare, anche a qualche decina di km di profondità, mentre quelli di questo sistema sono ancora più pericolosi, perché si verificano a pochi km di profondità e spesso all’interno del territorio abitato. È una situazione simile a quella del Giappone, con i forti terremoti di subduzione nell’oceano e sismicità nettamente più debole nella sua parte meridionale lungo la Linea Tettonica Mediana, che però a dispetto della magnitudo più debole (raramente è maggiore di 6) provoca forti danni a causa della bassa profondità degli ipocentri (ne ho parlato qui).

IL TERREMOTO M 7.8 DEL 7 GIUGNO 2026. Mindanao è la seconda isola più grande dell'arcipelago e si trova all'estremità sud-orientale delle Filippine. La sua parte occidentale è caratterizzata da una depressione tettonica, il bacino di Cotabato e dalla presenza di numerose faglie attive. L'isola si è formata negli ultimi 4 milioni di anni in seguito al completamento della collisione di frammenti della placca del Mar delle Filippine contro la cintura mobile filippina (Hsu et al, 2026).

l'area delle repliche del terremoto M 7.2
Il terremoto M 7.8 del 7 giugno 2026 si è verificato poco a sud della sua costa meridionale e chiaramente non può essere legato alla subduzione della placca del Mare delle Filippine, banalmente perché da quelle parti i terremoti dovuti a quel contesto tettonico avvengono a oltre 200 km di profondità. Invece profondità molto bassa e meccanismo focale indicano che il colpevole è la piccola subduzione di Cotabato (Chen et al, 2020), che fra l’altro ha un pessimo precedente di 50 anni fa, il terremoto M 7.9 de Golfo di Moro, avvenuto il 16 agosto 1976 in una posizione più a NW di quello del 2026. Quell’evento fece molte più vittime rispetto a quello di pochi giorni fa (le cifre vanno tra 5.000 e 8.000). Quel gravissimo bilancio però non è dovuto al terremoto in se e per se, ma al devastante tsunami con onde alte fino ad 8 metri. Lo tsunami si è prodotto anche stavolta, ma le onde sono state inferiori al metro.

La sequenza continua a diversi giorni dalla scossa principale, come si vede da questa carta con i dati di USGS. Fra le repliche, nelle 2 ore successive sono state registrate ben 3 scosse con M superiore a 6 e nei primi 4 giorni dopo l’evento almeno altre 30 scosse con M compresa fra 5 e 6


BIBLIOGRAFIA

Chen et al (2020). Evidence of an east-dipping slab beneath the southern end of the Philippine Trench (1°N–6°N) as revealed by ISC-EHB. Journal of Asian Earth Sciences: X 4 (2020) 100034

Hsu et al (2026). Recent Advances on the Tectonics of the Philippine Arc-Trench System. In: Tectonic Evolution and Natural Hazards in Southeast Asia: From Scientific Observations to Disaster Reduction, 1-24

Tsutsumi et al (2015). Coseismicdisplacementand recurrence interval of the 1973 Ragay Gulf earthquake, southern Luzon, Philippines. J Disaster Res 10(1):83–90.

Yan et al (2022). Tectono-magmatic evolution of the Philippine Sea Plate: A review. Geosystems and Geoenvironment 1 (2022) 100018


martedì 2 giugno 2026

il terremoto M 6.1 a largo della costa calabra della notte fra il 1° e il 2 Giugno 2926




Il terremoto M 6.1 della notte fra il primo e il 2 giugno 2016 è un classico evento lungo il piano di subduzione presente sotto la Calabria e il Mar Tirreno. Qui vediamo come gli ipocentri dei terremoti si approfondiscono andando verso NW. Almeno per i cataloghi conosciuti, si tratta del terremoto più forte mai registrato nello slab tirrenico. 
Ovviamente non c'è stato nessun allerta per uno tsunami: troppo debole e troppo profondo per poterne generare uno.
Non si registrava in Italia un terremoto così forte dal terremoto M 6.5 di Norcia del 30 ottobre 2016
Entrambi i terremoti non hanno fatto vittime, e questo è dovuto a fattori diversi:
  • nel 2016 l’evento del 30 ottobre fa parte della sequenza dell’Appennino Centrale del 2016/2017 iniziata il 24 agosto ad Amatrice e le persone erano ancora fuori casa dopo i due forti terremoti di Visso del 25 settembre 2026
  • questa volta è stata la profondità che ha impedito danni perché l’ipocentro è stato a 250 km, 
UN'AREA DI PERCEPIMENTO MOLTO VASTA. Come ho fatto notare giusto poco tempo fa per i terremoti profondi in generale, un evento del genere viene percepito in un'area molto vasta, ma il risentimento è molto debole. Come si vede qui sotto dalla carta della pagina "hai sentito il terremoto" di INGV i questionari arrivati a INGV evidenziano come l’evento sia stato percepito in un'area molto vasta ma con un risentimento davvero basso anche nell’area costiera davanti a dove il terremoto si è prodotto (in genere V grado, con alcuni punti in cui è stata raggiunta la parte bassa del VI grado).

il risentimento macrosismico dal sito
 "hai sentito il terremoto"di INGV
QUALCUNO HA PERCEPITO "DUE TERREMOTI"
. È interessante notare come molte persone abbiano percepito due terremoti diversi. È un fenomeno che succede normalmente per terremoti molto forti a grande distanza: le onde di compressione (le onde P) sono molto più veloci di quelle di taglio (le onde S) e quando l’osservatore si trova ad una certa distanza le onde S iniziano ad arrivare dopo che il treno delle onde P è già passato. Siccome le onde S sono più ampie e sono quelle che fanno più danni, i sistemi di allerta terremoto funzionano molto bene in aree dove i terremoti sono forti ma lontani dalla costa come il Giappone settentrionale, in cui può passare diverse decine di secondi tra l’arrivo delle onde P e l’arrivo delle onde S (ne ho parlato qui). In Italia invece, dato che la maggior parte degli eventi potenzialmente distruttivi sono i molto superficiali e sotto i nostri piedi, non si percepisce la presenza di due treni di onde nelle aree in cui gli edifici possono avere problemi. Nei terremoti profondi del Tirreno, la percezione di due terremoti diversi è abbastanza comune.

LA QUESTIONE DELLA DATA. Chi consulterà i cataloghi sismici si troverà perplesso sulla data: il database di INGV riporta le 0.12 del 2 giugno 2026, nei database internazionali l’ora ufficiale dell’evento indicata è 22.12 del 01 giugno. Questo succede perché per motivi di chiarezza nella divulgazione scientifica, il catalogo INGV indica l’ora italiana, mentre quelli internazionali sono sincronizzati con l'orario GMT (Greenwich) perché devono avere forzatamente tutti lo stesso orario per questione di sincronizzazione dei dati. Adesso siamo nel periodo in cui vige l’ora legale e quindi l’orario del catalogo INGV è in anticipo sui cataloghi basati su Greenwich di 2 ore.


dove si originano i terremoti profondi
DOVE SI ORIGINANO I TERREMOTI PROFONDI COME QUESTO? Ho parlato di un altro forte terremoto avvenuto pochi mesi fa, quello M 5.9 sotto a Ischia del 10 marzo, che è stato ancora più profondo (410 km).
Qui entra in gioco davvero una stranezza, perché in effetti nel mantello i terremoti non possono generarsi siccome il materiale per la temperatura e la pressione a cui si trova riesce a deformarsi senza rompersi
Ma ci sono delle rilevanti eccezioni a questa regola, che vediamo nella carta qu accanto: nel mantello troviamo alcune (e rare) fasce ristrette dove avvengono terremoti a profondità anche superiori ai 400 km corrispondenti agli slab, il termine scientifico con cui sono identificate le parti di crosta oceanica che scendono nel mantello a seguito degli scontri fra placche (insomma, le zone di subduzione). Gli slab sono rigidi, e quindi possono ospitare terremoti anche forti come in questo caso. Vediamo nella carta qui accanto la loro distribuzione.
Naturalmente non può mancare nell’elenco l’Italia, affamata (e affermata!) collezionista di fenomeni geologici (specialmente di quelli rischiosi…); questo proprio grazie alla sismicità del Tirreno.
Gli slab sono stati notati già con le prime indagini sismiche e sono stati individuati all'inizio proprio per la caratteristica di ospitare terremoti che normalmente nel mantello non ci possono stare. E infatti all'inizio della tettonica a placche proprio la sismicità che accompagna gli slab ha consentito il riconoscimento delle zone di subduzione.
E anche sotto il Tirreno abbiamo uno slab, quello formato dalla subduzione sotto l’Europa della crosta e dal mantello sottostante del Mar Ionio (insomma della Tetide, l’oceano che nel mesozoico si è aperto tra Europa e Africa e che successivamente si è richiuso, a parte il Mediterraneo Orientale). Vediamo la situazione nella immagine qui sotto a sinistra, tratta e modificata da Chiarabba et al (2008).

NO, IL MARSILI NON C’ENTRA NIENTE!!!! Come sempre il Marsili è gettonatissimo tutte le volte che c’è un terremoto nel Tirreno a qualsiasi profondità e in qualsiasi posizione. Il drammatico sono i commenti piccati e risentiti quando qualcuno fa notare a questi commentatori che sparano fessere.  Ma come al solito il grande vulcano non c’entra niente.  
Che il vulcanismo del Tirreno a partire dalla Campania, per proseguire nelle Eolie e arrivare al Marsili abbia un legame geodinamico con la subduzione della placca africana all’interno della quale si generano i terremoti profondi è ovvio, ma non ci può essere un legame diretto fra terremoti come questo e il gigante del Tirreno: un terremoto vulcano-tettonico non avviene a una distanza epicentrale di 120 km, tantomeno a 250 km di profondità e quindi a circa 275 km di distanza effettiva fra vulcano e ipocentro. E anche la Magnitudo è parecchio elevata per essere un sisma generato da un vulcano: solo alle Hawaii troviamo eventi vulcano-tettonici di questi ordini di grandezza, ma sono molto superficiali, anche se leggermente poco più profondi che ai Flegrei (mediamente 8 km) e c’è un’altra serie di eventi a profondità comprese fra 30 e 40 km. Ma lì inoltre il regime tettonico è completamente differente.
Insomma, terremoti e vulcani sono un effetto del quadro geodinamico. Ma nessuno de due guda l'altro