domenica 18 aprile 2021

L' eruzione della Soufriere a Saint Vincent: attività diametralmente opposta a quella islandese


In pochi giorni l’attenzione di chi segue i vulcani si è spostata dall’Etna, dove la situazione sembra essersi un po' calmata, verso l’Islanda dove una eruzione spettacolare ma tranquilla (a parte la necessità di evitare le emissioni di gas) ha una ottima copertura mediatica. Una eruzione di lava basaltica calda e fluida che procede mentre si stanno aprendo lungo una frattura diverse nuove bocche.  Ma ora l’attenzione si è spostata altrove, ai Caraibi, alla Soufriere di St. Vincente. Islanda e St.Vincent offrono contemporaneamente lungo le sponde dell’Atlantico i due estremi dell’attività vulcanica: pacifica emissione di lava la prima, violenta emissione di ceneri la seconda. A St.Vincent la situazione è piuttosto difficile: si tratta di una eruzione molto forte, dagli sviluppi imprevedibili non diversa comunque da altre che lo stesso vulcano ha prodotto. Attualmente la cenere è la protagonista assoluta, come si vede da tante immagini

l'arco delle piccole Antille
(Germa et al 2011) 
L'ARCO MAGMATICO DELLE PICCOLE ANTILLE. La Soufriere di St.Vincent è un vulcano dell’arco caraibico: i suoi vilcani formano le isole delle Piccole Antille ed è un arco vulcanico intraoceanico (anche il mar dei Caraibi, ad ovest,  è su crosta oceanica) lungo 750 km sotto al quale la crosta dell’Atlantico scende sotto la placca caraibica. Si tratta di una subduzione relativamente lenta (2÷4 cm / anno) dalla sismicità piuttosto bassa: una ventina di eventi con M superiore a 6 in 40 anni, in altri archi è ben superiore (fonte: IRIS Earthquake Browser).  Insieme alle isole Sandwich meridionali le Piccole Antille rappresentano le uniche aree in cui per adesso si consuma la crosta dell’oceano Atlantico. Per adesso perché in un futuro geologicamente vicino è possibile che si stia formando a largo di Gibilterra una nuova zona del genere, come sembrerebbe testimoniare la forte attività sismica che ha portato ad eventi tipo il terremoto del 1755 (Rosas et al, 2016).
La storia della placca caraibica è piuttosto lunga e particolare, a partire dal rapporto con le due placche maggiori con cui ha a che fare e cioè Nordamerica e Sudamerica. 
Uno dei fattori più importanti che giocano nella geologia dell’area è il piano di subduzione diretto verso ovest e che quindi, siccome si oppone al flusso del mantello, si sposta sempre di più verso ovest, come succede per esempio nell’arco delle Sandwich del sud ed è successo nella catena appenninica.
L'arco vulcanico originale, il cosiddetto "proto-arco" o "arco caraibico mesozoico" (Bouysse et al. 1985), attivo dal Cretaceo inferiore / Turoniano superiore al Paleocene inferiore, è probabilmente rappresentato attualmente dalla cresta di un alto batimetrico sommerso ad ovest dell'arco attivo, l’alto di Aves (Macdonald et al., 2000). L'attuale arco delle Piccole Antille si è sviluppato a partire da circa 25 MA, quindi dall'Oligocene superiore  (Germa et al., 2011). Il vulcanismo è quasi continuo nel settore meridionale, mentre nel settore settentrionale vediamo due archi, uno attualmente inattivo in buona parte sommerso tranne delle piccole isole tra Anguilla e Guadalupe più a est, e uno attivo che in contraddizione con la norma di andare verso est, si trova un po' a ovest di quello vecchio, che ha sostituito circa 5,5 Ma. Ci sono comunque tracce di un arco più esterno anche nell’area meridionale.
La causa di questa migrazione in senso contrario, che è significativa dal punto di vista accademico, ma alla fine dal lato pratico si tratta di solo una cinquantina di km, sono ancora incerte. Ci sono due ipotesi:
  • delle discontinuità nella parte di crosta atlantica che scende sotto l’arco (evidenziate da alcune zone di frattura nell'oceano Atlantico che stanno anch'esse subducendo), in analogia con quanto è successo tra Filippine e Taiwan e nel complesso izu-Bonin-Marianne (Bouysse and Westercamp, 1990) 
  • la diminuzione della inclinazione del piano di subduzione che ha quindi spostato vero ovest la zona dove si producono le condizioni per la fusione del mantello sovrastante (Allen et al, 2019)
È significativo che questo nuovo arco si sia formato all’interno di un bacino di retroarco (come il Tirreno o il mar del Giappone).


Il piccolo duomo che aveva iniziato a crescere
il 30 dicembre 2020
L'ISOLA DI SAINT VINCENT. L’isola di Saint Vincent è formata da vari vulcani coalescenti, dei quali l’unico ancora attivo è la Soufriere, chiamata così per la presenza di una miniera di zolfo. Questo vulcano ha prodotto almeno cinque principali eruzioni storiche (datate 1718, 1812, 1902-03, 1971 e 1979). Sono accertate con il radiocarbonio altre eruzioni con una forbice di qualche decina di anni intorno a 1640, 1550, 1480 e 1580 (con il radiocarbonio non si detemrinano ovviamente le età dei flussi piroclastici, ma l'età di parti vegetali rimaste intrappolate al loro interno). Si dice “almeno” perché il carattere esplosivo delle eruzioni principali demolisce le tracce di possibili eventi minori inframmezzati fra esse, tipo quella del 1971 (un duomo di lava crebbe circa 200 metri sopra il livello del lago che si era formato nel cratere), o del 1979 (in questo caso oltre a far crescere nel cratere il duomo accanto al quale si è messo in posto il nuovo duomo nei primi mesi del 2021 ha prodotto anche una esplosione con rilascio di cenere, ma le cui tracce immagino siano state già obliterate dalla attività in corso). L'eruzione del 1902 fece almeno 1600 vittime investite dai flussi piroclastici, per lo più i braccianti impegnati nelle piantagioni.


il primo annuncio della nuova fase eruttiva
L'ERUZIONE ATTUALE. In questa eruzione le esplosioni hanno sventrato il cratere, distruggendo sia il nuovo duomo che quello del 1978.
L’eruzione è stata preannunciata da un periodo di attività sismica di fondo iniziato ai primi di novembre, con la magnitudo massima di 3.3 raggiunta il 16 dicembre e che aveva portato alla emissione di uno stato di allerta giallo. Il 27 dicembre un satellite NASA ha notato un forte aumento di temperatura all’interno del cratere, dove il 30 dicembre è iniziata la costruzione di un duomo di magma accanto a quello prodotto nell’eruzione del 1978, accompagnata da una accresciuta attività fumarolica e da rare emissioni di lava.
I duomi di lava sono il prodotto dell’attività di un magma che fuoriesce da una bocca ma dato appunto che è estemamente viscoso non riesce a scorrere e si accumula attorno alla bocca. L’estrusone di duomi di lava è una attività molto frequente in vulcani della serie orogenica. Ad esempio dopo la drammatica eruzione del 1980 un duomo è cresciuto per anni nel St.Helens. 
In rosso la zona evacuata all'inizio
della attività esplosiva
Di conseguenza l’allerta da gialla fu innalzata ad arancio. Non è che quindi fosse aumentato il rischio nel complesso dell’isola, ma soltanto nel cratere e ai suoi bordi. Però come per esempio nei Campi Flegrei il livello arancio, oltre a servire di monito appunto ad evitare di andare verso il cratere, serve per aumentare l’intensità dei controlli sul monitoraggio (ripeto che se in Islanda c’è una tranquilla effusione di magma con un indice di esplosività molto basso, per cui puoi anche quasi toccare la lava, a Saint Vincent il rischio di esplosioni con lanci di scorie che ricadono dentro e nei pressi del cratere era molto elevato e quindi la prudenza era d'obbligo: meglio rimanere molto lontano dal cratere). La costruzione del piccolo duomo è continuata, accompagnato da una attività effusiva; in febbraio fu notato un aumento delle emissioni sulfuree fino a che la situazione è precipitata a partire dal 9 di aprile ed assistiamo ora a quella che è una delle più grandi eruzioni vulcaniche degli ultimi anni, con la cenere che oltre a St Vincent sta ricoprendo altre isole vicine. 16.000 persone sono state evacuate dalla parte nord dell'isola, quella dove c’è il vulcano, che continua a produrre esplosioni e pure densi flussi piroclastici che hanno già raggiunto in alcuni casi il mare e che avrebbero causato la morte di chiunque fosse stato da quelle parti. 
Attualmente (17 aprile) si è formato un cratere profondo circa 100 metri dove è possibile che stia crescendo un nuovo duomo. Lo si vede da questa immagine del centro di ricerca sismica dell'università delle Indie Occidentali.


la nuvola di SO2 prodotta dalla Soufriere
 al 14 aprole 2021
I satelliti sono i protagonisti principali del monitoraggio dell’eruzione:
  • quelli dotati di radar riescono a penetrare le nuvole di polvere, assicurando quindi una copertura dal punto di vista topografico: vediamo per esempio in queste imagini come era il cratere della Soufriere prima dell'eruzione 
  • l'eruzione viene poi sempre monitorata da satellite e si vede una elaborazione sula situazione attuale 
  • altri, muniti di sensori appositi ci fanno vedere l’evoluzione della nuvola di cenere e di quella di SO2

Avevo iniziato ad associare a dei post della musica. Ci riprovo. In questo caso consiglio una cosa spettacolare ma poco conosciuta: la "sinfonia romantica - una notte nei tropici" di Louis Moreau Gottschalk. Ascoltatela che vi sorprenderà

Allen et al 2019 The role of arc migration in the development of the Lesser Antilles: A new tectonic model for the Cenozoic evolution of the eastern Caribbean Geology 47,891–895

Bouysse et al  1985. Evolution de la terminaison nord de l'arc interne des Petites Antilles au Plio-Quaternaire. Bulletin dela Société Géologique de France Tome I (no 2), 181–188 Série 8.

Bouysse e Westercamp 1990. Subduction of Atlantic aseismic ridges and Late Cenozoic evolution of the Lesser Antilles island arc. Tectonophysics 175, 349–380

Germa et al 2011 The volcanic evolution of Martinique Island: Insights from K–Ar dating into the Lesser Antilles arc migration since the Oligocene Journal of Volcanology and Geothermal Research 208, 122–135

MacDonald, R., Hawkesworth, C.J., Heath, E., 2000. The Lesser Antilles volcanic chain: a study in arc magmatism. Earth-Science Reviews 49, 1–76.

Rosas et al 2016 Seismic Potential of Thrust‐Wrench Tectonic Interference between Major Active Faults Offshore SW Iberia: A New Explanation for the 1755 Great Lisbon Earthquake? in: Duarte and Schellart (Editors)Plate Boundaries and Natural Hazards Wiley p.193-216




lunedì 12 aprile 2021

Dopo il terremoto del 1980 lo strain rate alto in Irpinia non è calato: si conferma la pericolosità sismica dell'area (e quindi la necessità di prepararsi costruendo bene)


Quando Gregorio Farolfi con altri ricercatori stava pubblicando un articolo sui rapporti fisici fra magnitudo dei terremoti e strain rate, avendo accesso ai dati ho potuto notare che tra il 1991 e il 2011 ci sono evidenti massimi del tasso di deformazione nelle aree colpite dai terremoti fra Emilia e Toscana (2012 e 2013) e nell’Italia centrale (1997, 2009 e 2016), mentre aree colpite poche decine di anni fa da importanti eventi sismici come il Belice o il Friuli presentavano – non inaspettatamente – un tasso di deformazione basso; la sorpresa è che invece in Irpinia questo valore era ancora abbastanza alto. Allora ho parlato con Filippo Bernardini di INGV e ne è nato un lavoro che giustifica questo fatto e che dimostra come un nuovo evento sismico importante sia possibile in Irpinia.

Il lavoro (Piombino, Bernardini e Farolfi 2021 Assessing Current Seismic Hazard in Irpinia Forty Years After the 1980 Earthquake Merging Historical Seismicity and Satellite Data about Recent Ground Movements) è stato pubblicato su Geosciences ed è disponibile a questo indirizzo.

Ogni bersaglio persistenti (Permanent scatterer – PS) ottenuto con le immagini radar dei satelliti InSAR ha il proprio sistema di riferimento e quindi si possono confrontare solo le serie temporali dello spostamento di PS fra loro vicini; al contrario le stazioni GNSS (il più noto di questi sistemi è il GPS) operano tutte nello stesso sistema di riferimento. Per questo i movimenti tettonici a larga scala sono stati sempre studiati solo con i GNSS. Ma se le stazioni GNSS sono poche e forniscono dati solo durante la loro esistenza, i PS sono ricavabili in grande quantità in ogni serie di immagini InSAR. Qualche anno fa Gregorio Farolfi ha avuto l’intuizione di “correggere” i dati dei PS amalgamandoli con quelli GPS e quindi aumentando decisamente il numero di punti di riferimento, anche se così si leggono per adesso solo la componente verticale e quella E-W, non la componente N-S del movimento. Uscimmo quindi con una applicazione del metodo su tutta l’Italia, Sardegna esclusa relativa al periodo 1991 – 2011 ottenuta con i dati del Piano Straordinario di Telerilevamento, in cui abbiamo evidenziato movimenti piuttosto interessanti (Farolfi, Piombino e Catani 2019)(un riassunto è qui).

I terremoti dal 1990 con M 5+ si addensano
dove lo strain rate è più alto
STRAIN RATE E TERREMOTI. Lo strain rate è stato calcolato fino ad oggi in diversi modi: con il momento sismico (Barani et al 2010), con la geodesia attraverso i dati delle stazioni GPS (Riguzzi et al., 2012), con gli sforzi ricavati dallo studio di faglie e pozzi (Montone and Mariucci 2016). Anche Gregorio Farolfi aveva calcolato lo strain rate con i dati GPS (Farolfi e Delventisette, 2017) ma è andato avanti e lo ha calcolato di nuovo con gli stessi dati che abbiamo usato per il lavoro del 2019 (Farolfi et al, 2020). Usare i dati dei Ps dei satelliti InSAR (ovviamente normalizzati grazie ai dati GPS) ha portato un aumento della densità dei dati e una distribuzione più omogenea rispetto all’utilizzo delle sole stazioni GPS, con la possibilità quindi di determinare questa misura a scala molto più dettagliata. La cosa interessante è che analizzando gli eventi sismici verificatisi dal 1990 nella penisola italiana, si vede che la probabilità del verificarsi di un forte evento sismico raddoppia con il raddoppio dello SR: l’unica area ad alto strain rate tra 1991 e 2011 nella pianura padana era proprio quella dei terremoti emiliani del 2012, mentre anche la Toscana di NW, sede di una discreta sismicità fra 2012 e 2013 presentava uno strain rate più elevato che nei dintorni e valori estremamente alti caratterizzavano l’area dei terremoti dell’Appennino Centrale (1997, 2009 e 2016). In Emilia il valore è un po' basso rispetto al centro Italia: lo spiego con la spessa coltre sedimentaria sopra le rocce in deformazione che essendo plastica attutisce le deformazioni che avvengono nel più rigido basamento sottostante.
Dopo il 1908 gli unici 3 terremoti a M 6 o più
  in Italia meridionale sono avvenuti in Irpinia

Un’altra cosa interessante è che aree colpite da terremoti recenti come il Friuli (1976) e la Sicilia occidentale (1968) hanno un tasso di deformazione piuttosto basso, il che appare abbastanza logico perché un forte terremoto ridistribuisce il campo di sforzi che poi è quello che guida la deformazione.
Invece lo strain rate è ancora molto alto in Irpinia, il che è in qualche modo controintuitivo, perché quest'area ha ospitato la maggior parte dei più forti terremoti dell'Italia meridionale dopo il 1908: Mw 6.7 23 luglio1930, le 3 scosse (alle 18:09, 18:19 e 18:44 UTC) del 21 agosto 1962, di cui la seconda, la più distruttiva con Mw 6.11) e – soprattutto – la terribile scossa complessa del 23 novembre 1980): solo i terremoti Mw 6.4 Belice del 1968 e Mw 6.0 a nord di Palermo nel 2002 hanno raggiunto valori così alti dopo il 1908.
La cosa mi ha incuriosito e allora ho coinvolto Filippo Bernardini di INGV, che è un esperto di sismologia storica, per capire se in qualche modo la storia sismica dell’Irpinia poteva giustificare quello che si ricava dai dati dello strain rate e cioè la presenza di quello che appare un requisito necessario per un nuovo evento sismico piuttosto forte.
Ne è venuto fuori un articolo che è stato pubblicato su Geoscience di MDPI in un volume speciale per il 40° anniversario del terremoto del 1980 (si trova qui).

lo strain rate in Irpinia e le faglie principali: 
il sistema al centro è quello del Monte Marzano
LO STRAIN RATE IN IRPINIA. L'Irpinia è appunto una delle aree in Italia che mostravano tra 1991 e 2011 il tasso di deformazione più elevato: partendo dal settore immediatamente più a NW dell’Irpinia e muovendosi verso SE lungo l’asse della catena appenninica, vediamo che nel Sannio il tasso di deformazione era basso (meno di 20 nstrain/a 10 km a N di Benevento); da qui, entrando in Irpinia il valore sale a 35 in meno di 30 km (a Grottaminarda), toccando i livelli massimi (48 nstrain/a) 15 km a sud dell'epicentro del terremoto del 23 novembre 1980, pochi km ad est della faglia del Monte Marzano. Dunque in Irpinia abbiamo sempre più di 40 nstrain/a, valore fra i maggiori in Italia. Anche verso sud il tasso di deformazione scende ma in maniera più graduale, mantenendosi sopra 35 nel Vallo di Diano, e mentre a nord dell'Irpinia lungo l'asse della catena il valore scende rapidamente sotto i 30 nstrain / a, verso sud i valori rimangono al di sopra di questo valore ben più a lungo, fino al confine con la Calabria dove scende a circa 20 nstrain/anno proprio al limite fra Appennino meridionale e arco calabro – peloritano.

QUADRO TETTONICO DELL’IRPINIA. L’orogene appenninico meridionale è poco omogeneo, in parte a causa delle tante discontinuità ereditate, a partire dalle faglie estensionali che si sono formate 200 milioni di anni fa quando iniziò l’apertura della Tetide; ma soprattutto c’è un disaccoppiamento tra i livelli strutturali più superficiali (la piattaforma Carbonatica campana) e quelli più profondi (la parte più occidentale della piattaforma ionica sepolta, su cui quella campana è sovrascorsa) a causa di una fascia argillitica e arenacea interposta tra le due serie carbonatiche (Ascione et al, 2020). 
Da ultimo, da qualche centinaia di migliaia di anni, tutto il vecchio orogene, dall'Appennino settentrionale in giù, è soggetto ad una estensione post-orogenica, con la formazione di vari sistemi di faglia a cui si deve la maggior parte dei terremoti distruttivi che hanno colpito la penisola italiana. Il terremoto del 1980 è avvenuto propio lungo uno di questi sistemi, quello del Monte Marzano (Galli et al 2013), che ha originato diversi terremoti storici (Galli 2020). 
Una conseguenza di questo nuovo regime sono i forti afflussi di CO2 dal mantello (Chiodini et al 2020, ne ho parlato qui) ed è probabile che la sismicità del Matese del 2013 - 2014 sia dovuta ad una iniezione di magma ad una certa profondità (Di Luccio et al 2018, ne ho parlato qui)
A complicare ulteriormente il quadro c’è pure un sistema di faglie trascorrenti E-W che probabilmente hanno originato i terremoti del 1962 e la crisi del 1456, un evento complesso probabilmente composto da più scosse a pochi giorni di distanza (per questo non ha un epicentro definito) e che ha interessato un'area molto vasta dell'Italia meridionale, provocando danni dalla Puglia all'Abruzzo, Irpinia compresa; una faglia appartenente a questo sistema è stata invocate anche per il 1930, il cui meccanismo è ancora dibattuto (Pino et al 2008) ma dove comunque il danneggiamento osservati si adatta meglio ad una faglia normale orientata NW-SE (Serva et al, 2007). Quanto alla sequenza del 1962, solo nel 2016 è stato prodotto un meccanismo focale affidabile con due possibili soluzioni: una faglia E-O immergente verso N, oppure una faglia N-S immergente verso W (Vannoli et al 2016). Dal mio punto di vista trovo più logica la faglia E-W. Si tratta quindi almeno in questo caso di una situazione significativamente diverse dalla cinematica dei grandi terremoti tipici dell'Appennino meridionale, ben rappresentata invece dal terremoto del 23 novembre 1980.



Il duomo irpino, limitato a W
dalle grandi faglie distensive attive
I MOVIMENTI INDIVIDUATI CON I DATI SATELLITARI. Come si vede dalle figure qui sopra i dati raccolti per il nostro lavoro del 2019 hanno confermato il sollevamento generale della maggior parte dell’Italia meridionale, anche se i valori sono inferiori a quelli dell'Appennino Centrale (soprattutto in quello che nel 2019 abbiamo chiamato il “Duomo Abruzzese”). Poche aree mostrano subsidenza, principalmente a causa dello sfruttamento umano delle acque sotterranee. Proprio tra Benevento e Potenza troviamo i valori di sollevamento più alti di tutto l'Appennino Meridionale, superiori a 1.8 mm / anno e quindi in analogia con quello abruzzese abbiamo identificato il “duomo irpino”. È molto interessante vedere poi che questo duomo possa essere diviso in due porzioni differenti, separate da un corridoio a sollevamento minore posto nei pressi della zona degli epicentri dei terremoti del 1930 e del 1980.
Per quanto riguarda invece la componente E-W si conferma che le faglie normali più attive corrispondono alla fascia di divergenza fra una zona occidentale che si muove verso W e una orientale che si muove verso E.

Gli ultimi 400 anni di terremoti in Irpinia:
si nota chiaramente il raggruppamento degli eventi maggiori
LA SISMICITÀ STORICA IN IRPINIA. Filippo Bernardini ha usato il catalogo parametrico dei terremoti italiani, che si può considerare completo nell’area irpina negli ultimi 400 anni per gli eventi più forti (Mw ≥ 6.0) e dalla fine del XIX secolo per quelli a M compresa fra 4 e 5. 
Fino alla fine del XVII secolo la storia sismica del settore irpino è in gran parte incompleta e scarsamente documentata, non perché non ci siano stati terremoti, ma per le informazioni storiche scarse e parziali. Nella finestra di riferimento del catalogo storico (dal 1000) – escludendo come accennato il terremoto del 1456 – si conoscono prima del 1700 solo gli eventi del 1466 e nel 1517); sono noti inoltre due terremoti nel primo millennio (nel 62 – il famoso terremoto che precedette di qualche anno l'eruzione di Pompei – e nell'989), per i quali l’origine è sempre la faglia del monte Marzano (Galli, 2020). 
Nei 400 anni di completezza del catalogo sismico in Irpinia i terremoti più forti (Mw≥6.0) tendono a raggrupparsi nel tempo, distanziati da fasi lunghe caratterizzate da sismicità inferiore e meno frequente:
  • a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo, per un periodo di 40 anni, l'Irpinia fu interessata da quattro terremoti importanti (1692, 1694, 1702 e 1732, gli ultimi 3 con Mw> 6,5, grandi eventi ciascuno dei quali provocò estese distruzioni su vaste aree e molte vittime, con quello del 1694 considerato come una sorta di gemello del terremoto del 1980)
  • un altro cluster di forti terremoti è quello che ha colpito il settore nel XX secolo, tra il 1930 e il 1980 (tre eventi con Mw ≥6,0 su un periodo di 50 anni)
  • è improbabile che nei 200 anni tra il 1732 e il 1930 in Irpinia si siano verificati grandi terremoti, poiché il catalogo vi documenta eventi minori (1741 Mw 5.4, 1794 Mw 5.3 e 1853 Mw 5.6) e allo stesso tempo documenta eventi forti nelle zone adiacenti (Mw 6,7 1805 Matese e Mw 6,5 nel 1851 e Mw 7,1 nel 1857 in Basilicata). 
Si può quindi presumere che la sismicità storica dell'Irpinia sia stata caratterizzata da periodi di intensa attività, con forti terremoti nell'arco di pochi anni o decenni, intervallati da lunghi periodi di attività da lieve a moderata, con terremoti di magnitudo inferiore a 6.0.

CONCLUSIONE. Fondendo la sismicità storica e lo strain rate, pensiamo quindi che si possa delineare uno scenario secondo il quale:
  • il breve intervallo di tempo tra eventi forti in Irpinia nei periodi 1694 - 1732 e 1930 – 1980 sia legato a periodi di alto tasso di deformazione
  • e che invece la mancanza di sismicità particolarmente forte tra il 1732 e il 1930 potrebbe essere stata dovuta a condizioni di basso tasso di deformazione
Per cui non solo il verificarsi in Irpinia di nuove forti scosse a quarant'anni di distanza da uno dei più forti eventi sismici conosciuti nel distretto è un quadro realistico perché i terremoti significativi in Italia dal 1990 sono avvenuti soltanto in aree caratterizzate da tassi di deformazione elevati (e l’Irpinia appartiene a questa categoria), e perché gli eventi sismici particolarmente significativi avvengono in quest’area in particolari spazi temporali. Per questo è possibile che la crisi iniziata nel 1930 non sia ancora finita e che quindi non siamo arrivati ancora ad un periodo di quiescenza come quello tra il 1732 e il 1930.

Sottolineo ancora una volta che c’è un modo estremamente efficace per prevenire i danni e le vittime di eventuali terremoti attraverso una misura logica e tecnologicamente possibile: la costruzione degli edifici solo con tecnologie appropriarte alla pericolosità sismica locale e solo in aree idonee, cioè non soggette a frane e/o amplificazione delle onde sismiche.


Ascione et al (2020) The MS 6.9, 1980 Irpinia Earthquake from the Basement to the Surface: A Review of Tectonic Geomorphology and Geophysical Constraints, and New Data on Postseismic Deformation Geosciences 2020, 10, 493 

Barani et al (2010) 
Strain rates in northwestern Italy from spatially smoothed seismicity Journal Of Geophysical Research 115, B07302

Chiodini et al (2020) Correlation between tectonic CO2 Earth degassing and seismicity is revealed by a 10-year record in the Apennines, Italy. Sci. Adv. 2020, 6, 35. 

Di Luccio et al (2018) Seismic signature of active intrusions in mountain chains. Sci. Adv. 2018, 4, e1701825. 

Farolfi e Del Ventisette (2017) Strain rates in the Alpine Mediterranean region: Insights from advanced techniques of data processing. GPS Solut. 2017, 21, 1027–1036. 

Farolfi et al (2020) Spatial forecasting of seismicity provided from Earth observation by space satellite technology. Sci. Rep. 2020, 10, 1–7 

Galli et al (2013) Integrated near surface geophysics across the active Mount Marzano Fault System (southern Italy): seismogenic hints Int J Earth Sci (Geol Rundsch) DOI 10.1007/s00531-013-0944-y 

Galli (2020) Roman to Middle Age Earthquakes Sourced by the 1980 Irpinia Fault: Historical, Archaeoseismological, and Paleoseismological Hints. Geosciences, 10, 286. 

Pino et al (2008) Waveform modeling of historical seismograms of the 1930 Irpinia earthquake provides insight on “blind” faulting in Southern Apennines (Italy). J. Geophys. Res. , 113, B05303. 

Serva et al (2007) Environmental effects from five his-torical earthquakes in southern Apennines (Italy) and macroseismic intensity assessment: Contribution to IN-QUA EEE Scale Project. Quat. Int. 2007, 173, 30–44. 

Vannoli et al (2016) New constraints shed light on strike-slip faulting beneath the southern Apennines (Italy): The 21 August 1962 Irpinia multiple earthquakes. Tectonophysics 2016, 691, 375–384. 

sabato 3 aprile 2021

I possibili sviluppi dell'eruzione nella penisola di Reykjanes


La webcam della televisione islandese
All’inizio con i pronostici di venerdì 19 marzo quando l’eruzione era iniziata sembrava che la montagna avesse partorito il topolino: per molti esperti la lava che ha iniziato a sgorgare nella valle di Geldingadalir era poca e l’eruzione doveva durare due o tre giorni. Ma a ulteriore dimostrazione della perfetta applicabilità alle eruzioni vulcaniche del principio di Niels Bohr “è difficile fare delle previsioni, specialmente per il futuro”, se già il giorno dopo la lava iniziava a sgorgare più fiacca e quindi quasi confermando tali aspettative, domenica – quando il tutto doveva secondo le previsioni finire – il cratere si è fatto più gagliardo e nei giorni successivi anche un secondo cratere proveniente dalla stessa frattura ha iniziato a emettere lave. Talchè ora si prevede che la valle di Geldingadalir venga riempita in qualche decina di giorni (previsione appunto che dimostra come adesso l’ipotesi sia decisamente quella di una lunga durata…).
Ma, come vedremo, una evoluzione diversa da quanto era stato ipotizzato sarebbe stata probabilmente suggerita se fosse arrivata – in diretta – l’analisi delle lave, cosa ovviamente impossibile. 

diagramma MgO vsTiO2 dalle analisi di Enikö Bali
che dimostra quanto sia primitivo questo magma

LE LAVE DELL’ERUZIONE ATTUALE. In Islanda il limite fra la placca nordamericana e quella euroasiatica è contrassegnato da un punto caldo, le cui radici si trovano presumibilmente in una zona abbastanza profonda del mantello. L’eccesso di magma rispetto a quello che arriverebbe in superficie se ci fosse lì il normale flusso di magma sotto la dorsale medio – atlantica è il responsabile dell’esistenza dell’isola e ha costrutio una crosta spessa circa 17 km. Nell'isola troviamo magmi di diversa composizione, dai basalti alle rioliti, alcuni provenienti dal mantello, altri – specialmente quelli ad alto tenore di sicilice – presentano invece una forte componente proveniente dalla rifusione di magmi che si erano solidificati nella crosta sotto l’isola. 
La lava della eruzione attuale è ovviamente di un basalto, classificato come olivin-tholeiite. L’Iceland Geology blog (al solito preziosissima fonte di informazione per le vicende geologiche islandesi) linka una pagina molto interessante dal sito della radio – TV islandese: Enikö Bali, professore presso l'Istituto di Scienze della Terra ha appunto analizzato la prima lava emessa. La cosa importante che si ricava dal suo studio è che questa lava non mostra segni di sosta in una camera magmatica crustale e quindi è risalita direttamente e rapidamente dal mantello (Bali, 2021). 
Che le lave di questi giorni a Geldingadalir siano di origine molto profonda è dimostrato da una serie di caratteristiche:
  • il bassissimo rapporto fra gli ossidi di Magnesio e Titanio, come da diagramma: le lave emesse da magmi più differenziati sono più ricche in TiO2 e più povere in MgO; le lave del Geldingadalir hanno un quantitativo di TiO2 particolarmente basso e un tenore di MgO particolarmente alto, 
  • il tenore di gas (acqua, CO2 e ossidi di zolfo) è molto alto, molto maggiore di quello rilevato durante l’eruzione del Bardarbunga; se il magma risiede per un po' nella crosta i gas risalgono anche durante la sua sosta e quindi – anche se un po' semplicisticamente – si può dire che più un magma rimane nella crosta prima di eruttare più è impoverito di gas quando si mette in posto in superficie);
  • la temperatura (calcolata attraverso un geotermometro e cioè con una analisi di alcuni minerali) all’uscita dal cratere di 1180°C, valore alto anche per un magma del genere  
  • i dati geofisici concordano con questa ricostruzione.
Le lave continuano ad essere molto "primitive" anche adesso, come confermano le ulteriori analisi anche con altri parametri geochimici. Probabilmente di lave del genere nella penisola non ne troviamo perchè sono poche ed essendo le prime di ogni ciclo di attività dei vulcani della penisola sono sepolte sotto le colate successive.

Gli allineamenti vulcanici dell'Islanda orientale
e della penisola di Reykjanes
SITUAZIONE ATTUALEDa giorni ormai il ritmo di produzione della lava è tra 5 e 7 metri cubi al secondo. Non è un ritmo particolarmente elevato: il Bardarbunga nel 2014 ci ha messo qualche mese per produrre un km cubo di lave, mentre a questo ritmo a Geldingadalir ci vorrebbero oltre 6 anni. Quindi il quantitativo non è particolarmente rilevante. 
Fondamentalmente penso che la produzione dei magmi della penisola di Reykjanes debba essere in media meno abbondante che nei vulcani dell'Islanda occidentale perché – sempre nel quadro della divergenza fra la placca nordamericana e quella euroasiatica – i due allineamenti hanno significati diversi: l'Islanda occidentale si trova in corrispondenza di un segmento divergente del margine, mentre le coste dell'Islanda meridionale (e in particolare la loro parte centrale ed occidentale) invece si trovano in corrispondenza di un segmento trasforme anche se con una leggera componente estensionale.
Comunque anche a questo ritmo i crateri visibili dalla webcam sono decisamente cresciuti, dal punto di vista della gravità anche troppo in fretta perché ogni tanto si verificano dei crolli. Nella valle si è formato un lago di lava profondo qualche decina di metri. 
Ma il problema maggiore è rappresentato dai gas. Rispetto alla migliore pietra di paragone che abbiamo, sempre l'eruzione del 2014, come è stato già sottolineato il tenore di gas di questa eruzione è molto più elevato ed è uno dei sintomi che concordano sulla "primitività" di questi magmi. Ricordo inoltre che gas come CO2 e SO2 sono più pesanti dell'aria e che SO2 in presenza di acqua si ossida formando acido solforico. Oltretutto siamo nella parte più abitata del Paese e quindi il servizio meteorologico islandese fornisce sempre una mappa aggiornata in continuo dei gas, con la posizione del pennacchio, estremamente variabile quanto lo sono i venti, e il livello di pericolo conseguente. La carta dinamica si trova a questo URL.

istantanea alle 19.00 del 2 aprile della mappa dei gas
dal sito del servizio meteo islandese

I vulcani della penisola di Reykjanes 
eruttano più o meno contemporaneamente
LA POSSIBILE CONTINUAZIONE DELL’ATTIVITÀ. Ora pensiamo al contesto vulcanico della penisola di Reykjanes. Ebbene, negli ultimi settemila anni non troviamo nulla di simile, solamente magmi che hanno subito qualche differenziazione nella crosta sottostante.
Inoltre in tutta la penisola non esiste attività vulcanica negli ultimi 700 anni, mentre tra 2020 e 2021 ci sono state ben due iniezioni, quella della primavera scorsa, che non è arrivata in superficie e che quindi non è stato possibile analizzare, e quella di oggi.
Ricordo ancora che nella penisola di Reykjanes il territorio è diviso in varie aree da una serie di segmenti circa SW-NE e l’attività viene considerata a livello di queste aree e non per edificio singolo, 
Di fatto, come si vede da questo diagramma preso da Sæmundsson et al 2020, i vari sistemi della penisola si mettono in attività più o meno in contemporanea e anche le fasi di quiescenza sono comuni.
Limitatamente agli ultimi 3500 anni abbiamo 3 cicli di attività tra 3.550 – 3050, tra 2550 – 1900 e tra 800 – 1300 anni fa separati da intervalli di quiescenza di circa 500 e 750 anni. Oggi sono giusto 750 anni dalla fine dell’ultima attività pregressa.
Siccome l’ultima fase di quiescenza è stata assoluta (è dimostrabile dalle testimonianze storiche) si può presumere che anche durante le altre fasi simili non ci sia stata la benchè minima attività vulcanica.

La conclusione a cui sono arrivati i vulcanologi è quindi che la sismicità così intensa degli ultimi 15 mesi, il fatto di aver avuto due distinte iniezioni di magma a meno di 12 mesi di distanza l’una dall’altra, l’origine molto profonda e l’elevato contenuto di gas dei magmi di questa eruzione fanno proprio pensare che l’evento a cui stiamo assistendo sia l’inizio di una nuova fase di attività dei sistemi vulcanici della Reykjanes che durerà qualche secolo.

Bali 2021 Characterisation of rock samples collected on the 1st and 2nd days of the eruption - major elements and mineral chemistry: link 

Sæmundsson et al 2020 Geology and structure of the Reykjanes volcanic system, Iceland Journal of Volcanology and Geothermal Research 391 (2020) 106501


sabato 27 marzo 2021

Il terremoto dell'Adriatico del 27 marzo 2021: un processo di frammentazione all'interno della placca adriatica

Alle 13.47 GMT del 27 marzo 2021 un evento sismico di M ancora incerta (tra 5.2 e 5.5, abbastanza intenso per i parametri italiani) ha colpito la crosta sotto al mar Adriatico lungo il transetto Vieste – Spalato, ed è stato risentito non solo lungo tutte le coste prospicienti, ma anche più all’interno nella nostra penisola. Al primo evento sono seguite diverse repliche fra cui almeno un paio di M superiore a 4.

CONTESTO GEOLOGICO. L’Adriatico, la pianura padano - veneta, l'Istria e la Puglia fanno parte di un blocco continentale considerato l’ultimo relitto della microplacca adriatica, uno dei vari piccoli blocchi tipo Iberia, Atlante, Anatolia, Egeo etc etc che contraddistinguono i limite fra le due placche principali (Eurasia e Africa) e che tanto alimentano discussioni e problemi sulle ricostruzioni paleogeografiche. Sui margini della placca adriatica si sono verificate nel mesozoico le condizioni ideali per la deposizione di imponenti serie sedimentarie lungo un margine continentale, come la Serie Toscana, la serie Umbro – Marchigiana e quelle sotto la pianura padana; all'interno di Adria invece la subsidenza è stata bassa, il mare molto basso si alternava ad isole e le serie sedimentarie dell’Adriatico e della Puglia che ne sono risultate non sono particolarmente spesse, anche se di idrocarburi ne contengono eccome (basti vedere i pozzi nell’Adriatico e in Basilicata). Nell’Adriatico però questi calcari sono coperti da un forte spessore di sedimenti recenti pliopleistocenici, legati al disfacimento delle rocce coinvolte nella formazione della catena appenninica.


LA DORSALE MEDIO-ADRIATICA. Iniziamo con l’ovvio: “le trivelle” non c’entrano assolutamente niente. E non voglio più rientrare in questo assurdo argomento: il terremoto di oggi nell’Adriatico non è un fenomeno strano… quella è una zona ad elevata sismicità, dove ad esempio sono avvenuti 3 terremoti a M tra 5 e 5.5 nel 2003 e nel 2004. Questo succede a causa della attività di una serie di strutture compressive orientate NW-SE che risulta piuttosto interessante per una serie di motivi. 

Una sezione fra l'Appennino centrale e la dorsale medio - adriatica
(Schisciani e Calamita 2009)

Innanzitutto una caratteristica di questo sistema è la doppia orientazione delle strutture: nel lato settentrionale la vergenza delle pieghe e delle faglie è SW, (più o meno come nelle Dinaridi) mentre verso l’Italia la vergenza è verso NE. Si vede bene in questo sketch preso da Kastelic et al (2013), affiancato da una carta di Sani et al (2016) in cui sono evidenti le strutture e la loro orientazione. 
Nella parte centrale della fascia sismica, proprio nella zona del terremoto di oggi, troviamo la “dorsale medio – adriatica”: Scisciani e Calamita (2009) per capire la complicata evoluzione strutturale dell'Adriatico Centrale hanno utilizzato profili sismici di varia origine (industriali, in genere per le esplorazioni petrolifere) e scientifici, unendoli alla analisi della sismicità recente. E hanno scoperto una fascia in cui lo spessore dei sedimenti plio-pleistocenici è molto minore perché il basamento con i calcari mesozoici e quello che sta loro sotto risulta piuttosto sollevato: togliendo questi sedimenti vedremmo una dorsale che si staglierebbe a una quota superiore rispetto a quello che la circonda.
Una seconda caratteristica peculiare è che in questo caso non siamo al bordo della placca, ma al suo interno (Sani et al, 2016). In genere le placche presentano ampi fenomeni tettonici ai margini, ma restano indisturbate e antisismiche all’interno, sia pur con significative eccezioni (ad esempio la placca indoaustraliana sia nell’oceano indiano che in Australia o l’Eurasia a nord del Tibet). Anche i margini di Adria (Alpi orientali, Appennini e Balcani) sono notoriamente piuttosto instabili. Al suo interno invece è stabile tranne – appunto – lungo la dorsale medio – adriatica, che costituisce una importante zona di deformazione al suo interno, nella quale la deformazione si sviluppa grazie ad una debolezza preesistente e dove la sismicità con meccanismi focali compressivi è ben documentata. 
LA FORMAZIONE DELLA DORSALE MEDIO-ADRIATICA. Ma perché si è formata questa dorsale, lunga 300 e larga fra 30 e 60 kilometri? Probabilmente proprio per il fatto che è la zona di cerniera fra due diverse aree in compressione, come si vede nella della sismicità di Sani et al (2016) e quella delle fasce tettoniche di Sciciani e Calamita (2009) dove si evidenzia una sorta di collegamento tra i settori attivi del fronte dell'Appennino settentrionale e delle Dinaridi.
Nella fascia della dorsale troviamo diversi sovrascorrimenti, faglie transpressive ad alto angolo e faglie inverse cieche; talvolta queste strutture riprendono vecchie faglie distensive mesozoiche. Le faglie mostrano il massimo rigetto a livelli stratigrafici più profondi (cioè all'interno della successione carbonatica mesozoica) e solo in pochi casi la deformazione arriva alla successione silicoclastica Pliocene-Quaternario.
Ora qualcuno dirà: “ma come… i sedimenti recenti sono stati interessati pochissimio dalla tettonica della dorsale medio-adriatica? Ma se è attiva ancora adesso…”. In effetti questa apparentemente sarebbe una contraddizione, ed è vero: la maggior parte dei piegamenti sono avvenuti nel Miocene, e dopo è seguito un periodo di stasi tettonica.. Ma non è una contraddizione: la fase di quiete si è infatti interrotta nel pleistocene quando i processi di compressione sono iniziati di nuovo. E la sismicità attuale ne è una conseguenza. È possibile che la ripresa dell’attività sia connessa a quel grande cambiamento nel campo di sforzi che è avvenuto nell’area italiana circa 700.000 anni fa e che ha coinciso con l’inizio del sollevamento nell’Appennino centrale e meridionale.

Kastelic et al 2013 Seismogenic sources in the Adriatic Domain Mar. Petrol. Geol. 42, 191–213 Scisciani e Calamita 2009.  

Sani et al 2016 Insights into the fragmentation of the Adria Plate Journal of Geodynamics 102, 121–138 

Scisciani e Calamita 2009 Active intraplate deformation within Adria: examples from the Adriatic region. Tectonophysics 476, 57–72, 


domenica 21 marzo 2021

L'eruzione del Fagradalsfjall in Islanda: contesto e il perché della confusione sulla data dell'ultima eruzione



Webcam sull'eruzione
alle 11.25 GMT del 21 marzo
Come ha comunicato il servizio meteorologico islandese, nella penisola di Reykjanes è iniziata una eruzione vulcanica intorno alle 21.45 del 19 Marzo 2021 a Geldingadalur, vicino al Fagradalsfjall. L’eruzione è stata osservata con una web camera posizionata in zona (ignoro se appositamente) ed è anche stata confermata dalle immagini termiche satellitari. Mentre scrivo è possibile che la montagna abbia partorito il topolino: un anno di “duri sforzi” per una strisciatina di lava. Ma siamo davanti ad una eruzione vulcanica: e se da un lato è in genere possibile capire che una eruzione stia per avvenire (e qui sono 14 i mesi di preavviso..), prevedere all’interno dell’eruzione cosa succederà anche fra poche ore è difficile. Potrebbe durare pochi giorni oppure proseguire… chissà... Sulla attribuzione della ultima eruzione del Fagradalsfjall c’è un po' di confusione, dovuta al fatto che prima di scrivere la gente, giornalisti compresi, dovrebbe capire – cosa che non è per niente intuitiva – che i vulcani della penisola di Reykjanes non vengono classificati come edifici singoli, ma raggruppati in sistemi areali e quindi è facile prendere l’ultimo evento di un sistema per l’ultimo evento in un apparato. 

Vulcani e limiti di placca in Islanda dallo Smithsonian Volcanism Program
LA PENISOLA DI REYKJANES: UN SEGMENTO TRASFORME DELLA DORSALE MEDIO – ATLANTICA. La penisola di Reykjanes occupa la parte SW dell’Islanda. Come è noto l’isola è un affioramento della dorsale medio – atlantica, dovuto ad un eccezionale afflusso di materiale dal mantello sottostante. Le dorsali medio - oceaniche, che costituiscono i limiti di placca divergenti dove si crea nuova crosta oceanica, non sono continue ma vengono suddivise in vari segmenti da faglie perpendicolari ad esse, le cosiddette faglie trasformi. Il tratto in verde che passa per la parte orientale dell’isola rappresenta il limite divergente fra la placca euroasiatica e quella nordamericana – per cui è a tuttoi gli effetti un tratto della dorsale medio - atlantica) è contrassegnato da alcuni dei vulcani più importanti dell’isola (Bardarbunga, Katla, Grimsvotn etc etc). Inoltre nella sua parte più meridionale si colloca l’area del Laki, dove sono avvenute le due più grandi eruzioni effusive a livello mondiale dei tempi storici: celebre quella del 1783 (Thordarson et al 2003), di cui mi sono occupato svariate volte, ad esempio qui, ma quella del 934 EV fu anche peggiore (Thordarson et al 2001).
Questo segmento e il proseguimento della dorsale medio atlantica a sud dell’Islanda – la dorsale di Reykjanes – sono distanti un centinaio di km; tale distanza è colmata nella parte meridionale dell’isola da una faglia trasforme (linea in rosso), trasversale all’andamento della dorsale, contraddistinta anche essa da una fascia vulcanica a cui appartengono diversi complessi come l’Eyjafjallayokull, l’Hekla e quelli della penisola di Reykjanes.
Quindi anche nella parte meridionale dell’isola passa il limite fra le due placche: la capitale Reykjavik è nella placca americana, la costa meridionale dell’isola in quella europea. Questo limite oltre alla componente trascorrente presenta anche una componente estensionale, che si esprime attraverso una serie di blocchi separati da faglie in direzione SW – NE molto ben visibili dal satellite a causa della scarsa copertura del suolo. Queste faglie rilasciano stress durante episodi vulcano-tettonici che si verificano a intervalli di diverse centinaia di anni. 
Lungo queste faglie troviamo i principali centri vulcanici. L’attività vulcanica si accompagna alla presenza di numerose aree geotermiche.
LA CONFUSIONE NELLA NOMENCLATURA E QUINDI NELLA DATAZIONE DELL’ULTIMA ATTIVITÀ. Una prima cosa da notare è che c’è un po' di confusione sulla attività pregressa del Fagradalsfjall da parte dei soliti internauti che vogliono fare quelli che sanno e che cliccano senza sapere di cosa si stanno occupando: proprio a causa di questa geologia molto particolare, nella penisola di Reykjanes l’attività vulcanica viene suddivisa non per singoli edifici come accade nel resto del mondo, ma per sistemi, seguendo la suddivisione del territorio nei diversi segmenti diretti SW-NE come si vede da questa immagine tratta da Sæmundsson et al (2020): un articolo di review estremamente preciso ed interessante, in cui però il sistema del  Fagradalsfjall è distinto da quello del Krýsuvík, cosa che gli eventi degli ultimi mesi hanno messo in dubbio, dando invece ragione alla letteratura pregressa. Quindi se il Fagradalsfjall NON ha attività negli ultimi 12.000 anni, il sistema a cui appartiene, il Krýsuvík-Trölladyngja sì: è stato attivo e parecchie volte anche in epoca storica, l’ultima volta nel XIV secolo. A dimostrazione di questo la tabella del Global Volcanism Program non lascia dubbi e per esempio cliccando in questo sito sul nome del Fagradalsfjall si viene appunto rimandati alla pagina dell’attività del sistema di Krýsuvík-Trölladyngja (scritto giusto? i nomi islandesi mi terrorizzano, ho sempre paura di sbagliare a scriverli...), al cui questo vulcano a scudo è attribuito. Quindi se si guarda il singolo edificio, questo non presenta attività olocenica, ma il compelsso a cui appartiene la presenta eccome.

Il rigonfimento al Thorbjorn 
della primavera 2020, 
10 km a SW dell'attuale eruzione
OLTRE UN ANNO DI TERREMOTI PRECURSORI. Ai tempi dell’eruzione del Bardarbunga avevo decisamente più tempo da dedicare a Scienzeedintorni e quindi riuscii a fornire una buona copertura dell’evento. Quella del 2020 – 2021 nella penisola di Reykjanes avrebbe meritato diversi post ma non ne ho avuto il tempo.
Riassumo dunque quello che è successo. 
Per seguire le vicende geologiche islandesi consiglio l’Iceland Geology blog: sempre preciso e puntuale. Incrociando i miei appunti con i dati del blog e quelli, più saltuari, del Servizio Meteorologico Islandese (competente anche per terremoti e vulcani, che si limita agli eventi principali) si può comunque ricostruire la storia di quanto è successo dal dicembre 2019, quando nella penisola di Reykjanes è iniziata una intensa attività sismica, accompagnata da un sollevamento di un paio di centimetri. I terremoti sono continuati per qualche mese ed erano centrati intorno al Thorbjorn, a meno di 2 km dalla cittadina di Grondavik, sulla costa meridionale della penisola. Il Thorbjorn – che si trova a 10 km SSW del Fagradalsfjall – fa parte anche esso del sistema di Krýsuvík-Trölladyngja ed è un classico Tuya, un corpo lavico generato da una singola eruzione dalla cima piatta che si forma quando la lava basaltica erutta sotto un ghiacciaio (per questo è ovvio che l’eruzione che lo ha costruito sia avvenuta in un periodo glaciale). Durante la crisi sismica di inizio 2020 l’area del Thorbjorn è stata soggetta a un deciso sollevamento (come si vede dalla figura), ma entro aprile 2020 i terremoti sono cessati. Le deformazioni registrate, unitamente allo stile dei terremoti, hanno consentito di riferire questo quadro all’intrusione di un sill, fondamentalmente un corpo magmatico orizzontale poco spesso ma molto sviluppato come area. 
A luglio un nuovo sciame sismico ha interessato per la prima volta l’area centrale del Krýsuvík; la puntata successiva è stata il terremoto M 5.1 del 20 ottobre 2020 (nella figura l’interferogramma con il sollevamento associato dei giorni successivi) a cui è seguita una attività piuttosto gagliarda, con diversi eventi a M maggiore di 4, per esempio il 10 gennaio. L’attività sismica è proseguita con una serie di terremoti continui o quasi, poi il 24 febbraio un terremoto di M 5.7 in corrispondenza del quale sono state anche registrate delle emissioni di vapori caldi dal sottosuolo
sia l'area in rigonfiamento un anno fa che l'area della eruzione attuale sono allineate
 con la faglia del terremoto del 24 febbraio, e di quelli precedenti
Alla fine di febbraio la situazione si evolve improvvisamente e si verificano diversi terremoti anche con M superiore a 5: uno di questi ha addirittura provocato l’apertura di alcune fratture che hanno danneggiato delle strade; inoltre ci sono stati degli eventi di tremore sismico sul Krisuvik. 
Il primo marzo c’è la conferma della iniezione di magma nell’area e 3 giorni dopo per la prima volta è stato indicato come sede di una possibile eruzione il piccolo vulcano a scudo del Fagradalsfjall, mentre i terremoti dimostravano che il magma stava sempre più avvicinandosi alla superficie, seguendo l’espansione del dicco. Il 7 marzo è avvenuto un primo episodio di tremore vulcanico con il dicco che era ormai a due km dalla superficie e continuava ad espandersi verso SW. L’ avanzata dei dicchi a partire da un centro vulcanico noto è un fenomeno abbastanza comune in Islanda ed è successo anche nel 2014. quando il dicco che ha provocato l’eruzione del Bardarbunga, partito da sotto il vulcano, si è incuneato nella crosta allontanandosene, per sgorgare in superficie a circa 30 km di distanza (circostanza che ha fortunatamente evitato una eruzione nella caldera del vulcano, che avrebbe causato una ripetizione dei guai dell’eruzione sotto il ghiaccio dell’Eyafjallayokull nel 2010). 
Addirittura ad un certo punto con la velocità di espansione verso SW che continuava abbastanza costante è stato persino ipotizzato che l’eruzione sarebbe iniziata in mare. Comunque il 12 marzo l’espansione del dicco si ferma. A quel punto è iniziato un rapido processo di sollevamento dell’area intorno al Fagradalsfjall, con l’eruzione sempre più prossima, fino appunto alla sera del 19 marzo, quando il magma è finalmente uscito in superficie.

i gas emessi durante l'eruzione del Bardarbunga 2015
POSSIBILI SVILUPPI: Per adesso l’eruzione non sembra particolarmente importante. Se non interverranno nuovi fattori in pochi giorni tutto si fermerà. Insomma, dopo un anno e passa di terremoti potrebbe anche essere che la montagna abbia partorito il topolino, ma come è noto le previsioni sui vulcani sono praticamente impossibili durante un evento.
Comunque ci sono una serie di buone notizie: non essendo una zona ghiacciata non ci sono rischi né di uno jokulhaups (una alluvione improvvisa dovuta all’improvviso scioglimento del ghiaccio provocato dall’attività vulcanica) né come nel 2010 un misto di ghiaccio e ceneri che blocchi il traffico aereo. Anche se potrebbero esserci dei problemi per l’aeroporto principale del Paese, che non è lontano (e infatti mi risulta che sia stato chiuso per qualche ora).
La cattiva notizia è che potrebbero dare dei problemi i gas emessi insieme all’attività vulcanica, in particolare i composti di zolfo che nella grande eruzione del 1783 (Thordarson et al 2003) hanno provocato un aumento della mortalità in tutta Europa e molti timori, per fortuna non verificatisi (Gíslason et al 2015) per le comunità più vicine al Bardarbunga fra 2014 e 2015. 
La Protezione civile islandese ha ovviamente predisposto un preciso sistema di sorveglianza. Ma dato il precedente confortante del 2015, i numeri per adesso limitati e la relativa lontananza delle aree abitate le preoccupazioni per questo problema non sono per ora eccessive.

Gíslason et al. 2015 Environmental pressure from the 2014–15 eruption of Bárðarbunga volcano, Iceland. Geochemical Perspective Letters (2015) 1, 84-93

Sæmundsson et al 2020 Geology and structure of the Reykjanes volcanic system, Iceland Journal of Volcanology and Geothermal Research 391 (2020) 106501

Thordarson et al 2001 New estimates of sulfur degassing and atmospheric mass-loading by the 934 AD Eldgja eruption, Iceland Journal of Volcanology and Geothermal Research 108, 33-54

Thordarson et al 2003 The Laki and Grimsvotn eruptions in 1783 - 1785: a review and a re-assessment J. Geophys. Res. - Atmos. 108 (33 - 54)

 









sabato 23 gennaio 2021

i probabili veri motivi (non ambientali) per il no di Biden alla Keystone Pipeline


Era da un po' che volevo scrivere un post sulla Keystone Pipeline, perché è un argomento interessante per i legami fra politica, economia ed ambiente. E quanto è appena successo, nel quadro del prime mosse dell’amministrazione Biden in campo energetico, riporta alla ribalta internazionale questo oleodotto. I primi provvedimenti del nuovo presidente apparentemente sembrano mosse dalla questione ambientale. In realtà, nonostante che persino le organizzazioni economiche stiano mettendo in guardia sulle conseguenze economiche e finanziarie del cambiamento climatico (in particolare le più grandi preoccupazioni vengono dal settore delle assicurazioni oltreché, ovviamente, dai climatologi), questi provvedimenti possono essere letti – paradossalmente – più come provvedimenti volutamente ambientalistici, anzichè come un favore ai petrolieri statunitensi, con possibili ripercussioni sui contributi ai partiti americani, che nel petrolio sono sempre stati molto squilibrati a favore dei repubblicani.

il percorso della Keystone Pipeline con i punti dolenti,
in particolare l'acquifero di Ogallala
BIDEN VS. TRUMP: SVOLTA AMBIENTALE?
Scienzeedintorni si occupa di Scienza e non di politica tranne quando si tratta di decisioni in materia di scienza o politica ambientale. Quindi commento solo in questi argomenti e in merito non posso che essere d’accordo sulle decisioni in materia economico – ambientale prese dal nuovo presidente degli Stati Uniti. Di fatto il giudizio – sempre dal punto di vista strettamente scientifico – sulla amministrazione Trump non può essere positivo in special modo dal punto di vista ambientale e sanitario. D’altro canto se non ci fosse stata la pessima gestione del COVID le elezioni sarebbero probabilmente andate diversamente, ma la sottovalutazione dell’epidemia, la lotta alle mascherine (in special modo da parte dei suoi sostenitori più “arrabbiati”), i contrasti con Anthony Fauci e gli imbarazzanti tweet sulle cure più fantasiose non hanno certo giovato alla causa del presidente Trump.
D’altro canto si vide subito la direzione in cui andava 4 anni fa l’amministrazione ora uscente con la nomina di Scott Pruit alla presidenza dell’EPA, l’Agenzia di Protezione Ambientale: era un po' come mettere Totò Riina alla presidenza dell’antimafia e di fatto l’EPA in questi 4 anni si è distinta per demolire la normativa in materia. Emblematico il ricorso contro lo Stato della California il quale pretendeva di mantenere gli standard delle emissioni degli autoveicoli, insieme ad altri 13 stati i quali hanno condiviso le indicazioni del Golden State. Ma non è che i petrolieri abbiano avuto una particolare stima di quella amministrazione, distintasi soprattutto per cercare di dare una mano più a carbone, nucleare e – nel petrolchimico – alle raffinerie che al settore estrattivo dell’oil&gas, nonostante i vantaggi per il fracking e i permessi a valanga in terre federali, comprese le riserve naturali (aspetto che mette in una luce particolare l’avversione verso Trump di alcuni repubblicani importanti come George Bush jr). E questo senza contare la lotta contro le energie rinnovabili.
Adesso la situazione dal punto di vista del rapporto fra politica e petrolio oltreatlantico è un po' confusa. Innanzitutto occorre ricordare che la potente lobby del petrolio è sempre stata tradizionalmente filo-repubblicana: di fatto una buona parte dei finanziamenti al GOP derivano proprio da questa fonte, ma dopo le vicende del Campidoglio del 6 gennaio le aziende petrolifere hanno sospeso per 6 mesi le donazioni alla politica, che nel 2020 sono state di oltre 50 milioni di dollari ai repubblicani e circa 10 ai democratici.

l'area della fallimentare asta del 6 gennaio 2021 
LE DECISIONI DI BIDEN. Il ritorno agli accordi di Parigi e nell’OMS erano scontati. Ma in campo energetico i provvedimenti risultano in favore dell’industria estrattiva oil&gas e la volontà espressa recentemente da parte delle compagnie petrolifere di accettare norme più stringenti sulle emissioni di metano dei giacimenti (depotenziate nell’era-Trump ma di fatto sostenute volontariamente da diverse di esse) potrebbe essere sia un gentile ricambio per questi provvedimenti, come un segnale nei confronti del mondo finanziario, preoccupato per la situazione ambientale (in particolare per le conseguenze nel settore assicurativo dei cambiamenti climatici) e che recentemente ha stretto i cordoni della borsa nei confronti dei prestiti e dei fidi alle aziende del settore, non solo e non tanto per questioni ambientali, ma soprattutto perché con i prezzi del petrolio (e soprattutto del gas) che corrono queste aziende sono diventate pessimi pagatori e ci sono nel settore molti ricorsi alla bancarotta. 
Diciamo che due decisioni in particolare possono essere lette con favore dal mondo dell’estrazione di petrolio. La prima è la moratoria per due mesi di nuovi pozzi nelle terre federali offshore e sulla terraferma (ricordo che in USA anche il sottosuolo appartiene al proprietario del terreno). Le ultime aperture del genere dell’amministrazione Trump in Alaska decise frettolosamente dopo il 3 novembre 2020 sono state un disastro: pochi i lotti aggiudicati, nonostante un taglio del 30%  (e che non verranno sicuramente sfruttati), anche perché le principali banche hanno avvisato molto esplicitamente che non avrebbero finanziato questi progetti. Ma come mai dico che è una cosa a favore dei petrolieri? Perché dopo anni di aumento della produzione, quasi raddoppiata nel decennio, con l’eccedenza di petrolio che c’è negli USA oggi nuovi pozzi in produzone avrebbero ulteriormente saturato il mercato.

La rete degli oleodotti negli USA al 2019
IL NO ALLA KEYSTONE PIPELINE: PIÙ POLITICO CHE AMBIENTALISTAMa la decisione più interessante da questo punto di vista è quella sulla Keystone Pipeline. Per molti osservatori si tratta di una misura ambientale e in rete c’è stata subito la polarizzazione tra quelli che “Biden si è mosso per l’ambiente” contro quelli che “la lobby ambientalista ci rovinerà”.
Ebbene, non si tratta di una decisione in senso filoambientale, ma meramente politica. La rete degli oleodotti in USA è di oltre 300.000 km e quella del gas è praticamente incalcolabile. (fonte: American Petrol Institute). Sembrerà strano ma è insufficiente: il boom degli oil shales del North Dakota e del Permian shale in Texas hanno come unico ostacolo la mancanza di oleodotti e di gasdotti. Per questo il petrolio del North Dakota viene spedito in buona parte via treno e sia lì che in Texas la mancanza di gasdotti fa si che il metano estratto insieme al petrolio venga bruciato (il petrolio può anche essere trasportato in normali camion autobotti, trasportare così il metano è più complesso e oltretutto il suo prezzo di mercato è talmente basso che è più economico bruciarlo che venderlo). Per questo in Texas il quantitativo di metano bruciato è talmente enorme da essere sufficiente per gli usi domestici di 5 milioni di case.

Una delle tante manifestazoni ambientaliste contro la Keystone Pipeline
La Keystone Pipeline é stata molto osteggiata. Indiscutibile. Anzi direi che é stata ben piú osteggiata di tutte le altre decine di oleodotti e gasdotti costruiti / progettati negli USA negli ultimi anni
(sui quali di polemiche ce ne sono state pochissssssime). Invece su questa infrastruttura sono scorsi fiumi di inchiostro e di pagine web.  
Allora, che gli oleodotti in USA lascino un pò a desiderare come standard sia di sicurezza che di protezione ambientale é noto (almeno fino a qualche anno fa in certi stati non erano neanche tenuti a denunciare le perdite. Celebre il caso dell'agricoltore del North Dakota che si trovò i campi invasi da una perdita di un oleodotto che passava di lì e che durava da giorni. Ma la legge non imponeva al gestore dell'opera di denunciare incidenti del genere...). Comunque, questo accanimento proprio e soltanto su questa opera dovrebbe destare qualche sospetto.
Sono d’accordo che da un lato si tratta di un progetto il cui percorso si è completamente disinteressato di qualsiasi cosa lo circondasse. Insomma, non si può dire da questo punto di vista che la Keystone Pipeline sia particolarmente “environmental frendly”: (1) attraversa aree incontaminate, (2) passa sopra 3 fiumi importanti (3) rischia inoltre – in caso di rottura – di contaminare l'acquifero di Ogallala, necessario per il 20% delle terre agricole USA) e (4) che l'estrazione di petrolio dalle tar sands dell'Alberta non sia il massimo dell’ecologia (eufemisticamente parlando); inoltre si può affermare che trasportare quel bitume ponga dei problemi tecnici (e in caso di fuoriuscite anche ambientali) maggiori di un normale petrolio greggio, per tacere di tutto il mio pensiero sulla questione “CO2 e clima”, ben nota a chi mi segue. Insomma, tutte queste condizioni sono state un cavallo di troia molto efficace per presentare questa opera come un rischio assoluto. E su questo non posso che essere d'accordo.

l'aumento della produzione di petrolio USA negli ultimi anni:
si capisce che ora il mercato non è più pronto per quantitativi simili
Ma queste proteste sono state innescate da una "manina": la spiegazione più profonda di queste proteste e del divieto di questi giorni, nascosta ai più, è rappresentata proprio dal motivo per cui è stata progettata:  spedire alle raffinerie del Texas il petrolio prodotto nelle oil sands dell'Alberta (che quanto a problemi di trasporto del petrolio estratto sono messe ancora peggio del North Dakota). Quindi alla fine chi non la vuole sono, banalmente, i produttori di petrolio USA, anche se la cosa non deve venire fuori
 … anche in questo caso la politica trumpiana è stata più favorevole alle raffinerie che ai petrolieri: 830.000 barili al giorno sono circa il 7% della produzione USA, un qualcosa di non proprio trascurabile, che sarebbe affluito nelle raffinerie del Texas
Dopodichè succede persino che una decisione presa dal nuovo presidente ribalti una decisione che avrebbe permesso importazioni di petrolio promossa e ampiamente sostenuta da colui che aveva come slogan “America First”…. Le contraddizioni della politica… E non è un caso che il primo ministro canadese Trudeau, non abbia preso “molto sportivamente” questo provvedimento ... 
Si può dire quindi che la dubbia (ad essere buoni) compatibilità ambientale di questa infrastruttura sia stata un ottimo pretesto per dare già al Presidente Obama la possibilità di vietare la sua realizzazione (veto poi tolto da Trump e ripreso da Biden fra le cose più urgenti da fare appena eletto).

Da ultimo un appunto sugli ambientalisti: questa è una battaglia molto simile a quelle contro l'adrazina negli anni 90 e il glifosato oggi. In questi casi i prodotti chimici sono passati come assolutamente pericolosi per salute e ambiente (lo saranno anche… ma… i loro sostituti? Da mescolare alle fonti di montagna per migliorarle?): il tutto è successo in entrambi i casi dopo la scadenza dei brevetti relativi: ad esempio oggi in troppi producono glifosato, ledendo gli interessi economici delle principali multinazionali del settore; in questo ultimo caso si sfrutta l’ambientalismo, che ci casca al volo, – o, meglio, si sfruttano le ragioni dell’ambientalismo – per ottenere un altro risultato, in questo caso l'impedire massicce importazioni di petrolio dall'estero e favorire l’oil&gas nazionale.