mercoledì 9 settembre 2026

Dal “single lid” alla tettonica a placche: l'evoluzione del regime tettonico globale negli ultimi 3 miliardi di anni


I corpi celesti di tipo terreste, quindi quelli che presentano una composizione silicatica, sono dotati o sono stati dotati in un passato recente di una tettonica globale, rappresentato sulla Terra odierna dalla tettonica a placche. Le domande di base per geologi e geofisici sono (1) se sono possibili altri tipi di tettonica globale e (2) quando è comparsa sulla Terra la tettonica a placche. Oggettivamente, non c’è accordo unanime sul secondo punto, ma soprattutto meritano una particolare attenzione le idee di Robert J. Stern, per il quale ci sarebbero stati diversi episodi di tettonica a placche, l’ultimo di quali è iniziato circa un miliardo di anni fa, che si sono alternati a periodi in cui anche sulla Terra c’era un regime tettonico di single lid (coperchio singolo). In realtà, se in quasi tutto il Mesoproterozoico mancano gli indicatori di Tettonica a Placche ma ci sono quelli di un Single Lid, è probabile che l'inizio dell'episodio di Tettonica a Placche che stiamo vivendo sia iniziiato un pò prima della fine del Mesoproterozoico, in coincidenza con i primi segnali della formazione del supercontinente di Rodinia.

I vari regimi tettonici da Stern (2018)

Sulla Terra la tettonica a placche fornisce un quadro coerente in cui inserire la formazione delle catene montuose, i movimenti dei continenti, la presenza di vulcanismo e metamorfismo, il quadro paleobiogeografico dell’evoluzione della vita e quant’altro. Stern e Gerya (2018) la definiscono come un sistema tettonico globale in cui la litosfera è divisa in un mosaico di placche rigide che si muovono orizzontalmente e talvolta con la subduzione sprofondano nell'astenosfera più debole e duttile sottostante.

La Terra è unica rispetto agli altri 3 grandi corpi silicatici attivi del Sistema Solare con tettonica attiva (o, almeno, conclusasi in tempi geologicamente recenti), nei quali prevalgono movimenti verticali, con un regime tettonico che viene definito a single (o stagnant) lid (coperchio singolo o coperchio stagnante), con la più rigida litosfera nel ruolo del coperchio. In un pianeta con una tettonica a single lid non esiste un mosaico globale di placche tettoniche rigide in movimento, tantomeno una subduzione di lunga durata che guidi i movimenti orizzontali delle placche.
Questi single lid sono comunque diversi fra loro:
  • Io, il satellite di Giove punteggiato da enormi vulcani, ha una tettonica a Heat pipe (Tubo di calore)
  • Venere presenta numerosi plumes (pennacchi) di materiale più caldo (come li ha anche la Terra): provocano alcuni movimenti all’interno della litosfera con riflessi anche sulla superficie, ad esempio le Coronae e le fratture a loro assocate
  • Marte ha sia alcuni plumes che una serie di fratture
le varie scuole sulla data di inizio della tettonica a placche
Si nota come Stern diverga dai suori colleghi

LA TERRA: DA QUANDO LA TETTONICA A PLACCHE? Sulla Terra primordiale non c’era la tettonica a placche e quindi si pone il problema del suo inizio. Nella letteratura scientifica c’è un certo accordo sul fatto che fosse già presente più di 2,5 miliardi di anni fa nell'Archeano, sostituendo un precedente regime a single lid che ha caratterizzato l’inizio della storia del nostro pianeta. Le varie scuole di pensiero sono descritte in questa figura di Palin et al (2019): pongono questa transizione importante tra i 4 e i 2.9 miliardi di anni fa.
Queste date sono state ricavate essenzialmente dalla presenza di indicatori di movimenti orizzontali delle placche come associazioni di cinture orogeniche (dimostrano l’avvenuta collisione fra blocchi diversi) e/o dati paleomagnetici (quando evidenziano spostamenti della latitudine dei vari blocchi).
Sarebbero appunto evidenze indiscutibili di tettonica a placche, ma Robert J. Stern fornisce un’età estremamente più giovane e cioè circa un miliardo di anni fa. Come mai arriva a una conclusione così differente? Secondo lui la domanda gusta non sarebbe “da quando la tettonica a placche ha sostituito la tettonica a lid” ma "quanti episodi di tettonica a placche ha sperimentato la Terra?". La sua idea quindi è che ci sarebbe stata una alternanza fra episodi di tettonica a placche e di tettonica a single lid (singolo è preferito a stagnante). 

Insomma, per lui lo stile tettonico della Terra si sarebbe evoluto nel tempo e comprenderebbe negli ultimi 3 miliardi di anni tre episodi di tettonica a placche, di cui l’ultimo, quello attuale sarebbe iniziato nel Neoproterozoico, circa 1,0 miliardi di anni fa e altri due precedenti: il più antico tra 3 e 2,5 miliardi di anni fa nel Neoarcheano, quando il record geologico evidenzia diverse collisioni fra blocchi continentali e un secondo fra 2,0 e 1,8 miliardi di anni nel Paleoproterozoico, corrispondente alla formazione del supercontinente di Nuna/Columbia. In questo quadro la tettonica instabile a single lid avrebbe dominato il resto del Proterozoico e una parte sconosciuta dell'Archeano (Stern, 2013). 
(Francamente, come spiego più sotto, io anticiperei un pò la data di Stern di un paio di centinaia di milioni di anni perchè la tettonica a placche è sicuramente alla base della formazione del supercontinente di Rodinia, a partire da circa 1,2 miliardi di anni fa)

distribuzione degli indicatori di tettonica a placche
 secondo Stern et al (2026
)
INDICATORI DI TETTONICA A PLACCHE E INDICATORI DI SINGLE LID. Stern ha da tempo definito degli indicatori di tettonica a placche e degli indicatori di tettonica a single lid e li colloca nel tempo.
Gli indicatori di tettonica a placche sono i seguenti:
  1. le Kimberliti: la tettonica a placche provoca lungo le zone di subduzione l'iniezione di grandi volumi d'acqua nel mantello negli slab, dai quali l’acqua si infiltra nel mantello sovrastante ricco di carbonati, disgregandolo al punto tale da generare quella fase volatile mista tipica che le produce.
  2. la presenza di indicatori di collisione fra placche: cinture ofiolitiche, rocce metamorfiche di alta o altissima pressione come eclogiti e scisti blu 
  3. giacimenti orogenici di oro e rame ricchi di fluidi, comuni nel Noproterozoico più recente, ma assenti nel Mesoproterozoico (Goldfarb e Groves, 2015)
  4. formazione di margini passivi
Gli indicatori di tettonica a single lid sono i seguenti:
  1. magmi più anidri come Anortositi e Graniti di tipo A, quelli provenienti esclusivamente da magmi profondi che si sono differenzati nella risalita, con la parte più pesante che è rimasta più in basso.  Inoltre, in caso di single lid il mantello, sia pure pervaso di carbonati, è anidro perché non rifornito di acqua dagli slab in subduzione e quindi non riesce a produrre kimberliti. Di fatto le Kimberliti, prima rarissime, diventano comuni dal Neoproterozoico in poi.
  2. assenza di rocce metamorfiche di alta pressione
  3. giacimenti di minerali poveri di fluidi (secchi), come i giacimenti di ossido di ferro, rame e oro (IOCG) e i giacimenti di Fe-Ti-V-P associati ad anortositi,
  4. assenza di formazione di margini continentali passivi
presenza nel tempo di rocce metamorfiche di alta pressione
GLI INDICATORI TETTONICI NEL MESOPROTEROZOICO. È da tempo riconosciuto come il Mesoproterozoico abbia rappresentato una fase particolare nella storia della Terra per la quasi totale assenza, per circa un miliardo di anni, di prove di glaciazione continentale, di variazioni significative nella composizione isotopica del carbonio nei carbonati marini (∂13C) e di mancata formazione di margini continentali passivi. Per cui è considerato il periodo più monotono della storia terrestre, tanto da essere soprannominato "boring billion” (miliardo noioso).
Nel Mesoproterozoico si nota una assenza di indicatori di tettonica a placche. Ora, l'assenza di prove dell’esistenza di qualcosa non è prova della sua assenza, tantopiù quando si parla di storia della Terra dove la documentazione della storia della Terra viene progressivamente distrutta con il tempo da vari processi. Pertanto la domanda è se possa trattarsi semplicemente di un problema di conservazione. 
Addirittura c’è la possibilità che tutto sia dovuto ad un importante episodio di erosione avvenuto nel Neoproterozoico, quello che ha provocato la Grande Discordanza (ne ho parlato qui): gli oltre 60 milioni di anni di Snowball Earth (Terra palla di neve) del Criogeniano, durante il quale la glaciazione ha promosso la denudazione dei continenti ancora privi di copertura vegetale, esponendoli a una maggiore erosione subaerea a causa dell’abbassamento a scala globale il livello del mare, e anche direttamente attraverso l'erosione operata dai ghiacciai stessi (Brenhin Keller et al (2019). Quindi potrebbe anche essere che tutti gli indicatori di tettonica a placche del Mesoproterozoico siano stati rimossi dall'erosione e dalla tettonica.
Per risolvere questo enigma dobbiamo notare come nel Mesoproterozoico siano invece evidenti gli indicatori di una tettonica a Single Lid, mentre dal Neoproterozoico in poi prevalgono quelli di una tettonica a placche. Queste circostanze dimostrerebbero che la mancanza di indicatori di tettonica a placche nel Mesoproterozoico sia dovuta proprio alla sua mancanza, non a “fattori altri” e che quindi all’epoca il regime tettonico fosse proprio quello del Single Lid

UNA POSSIBILE CONTESTAZIONE ALLE IDEE DI STERN: INDICATORI DI TETTONICA A PLACCHE NELLA PARTE FINALE DEL MESOPROTEROZOICO. Secondo Stern non ci sono indicatori di tettonica a placche nel Mesoproterozoico. Nella figura qui accanto, tratta da Brown e Johnson (2018) in effetti e ne vedono - segnatamente rocce metamorfiche - anche nel Mesoproterozoico terminale (STE - Steniano) oltre che nel Toniano (TON), l'inizio del Neoproterozoico. Vero, sono meno che negli episodi precedenti ma penso che questo possa essere addebitato proprio all'erosione durante la Snowball Earth del Criogeniano. Insomma, se è davvero difficile pensare ad una tettonica a placche per la maggior parte del Mesoproterozoico, l'attuale fase a tettonica a placche potrebbe essere partita un pò prima di quanto afferma Stern, diciamo 1,3 miliardi di anni fa, nella parte conclusiva di questa era, in corrispondenza dei primi episodi di metamorfismo di alcuni terranes coinvolti nella formazione del supercontinente di Rodinia.

distribuzione degli zirconi secondo Hawkesworth et al (2020)
Si nota una coincidenza con le fasi in cui
 si registrano rocce metamorfichedi alta pressione
FASI PRECEDENTI DI TETTONICA A PLACCHE. Gli zirconi hanno due caratteristiche importanti: 
  1. si formano soprattutto durante fasi orogeniche 
  2. si conservano molto bene anche nei processi successivi quando la loro roccia madre subisce fenomeni di metamorfismo o addirittura rifusione. 
Per cui lo studio delle loro età registra le maggiori fasi di attività tettonica. Di fatto nel lontano passato due picchi di età U-Pb degli zirconi attestano importanti episodi di formazione della crosta continentale, come si vede da questo grafico di Hawkesworth et al (2020). Negli intervalli fra i picchi la produzione di zirconi è assente o molto ridotta.
Innanzitutto un periodo compreso fra 2.2 a 1.8 miliardi di anni fa, peraltro corrispondente all’episodio globale di amalgamazione di archi magmatici che ha costruito il supercontinente Nuna/Columba. Questa fase viene chiamata Orogene Orosiniano, da Stern (2023), il quale descrive sette esempi di ofioliti e sei siti di eclogiti legati alla subduzione in tutto il mondo. Non si può certo dire che questo non sia un quadro che suggerisce la presenza a larga scala di un mosaico globale di placche in movimento fra loro. Di fatto 
  1. tra 2,2 e 2,0 Ga si trova un magmatismo diffuso legato fenomeni legati a subduzione e accrezione di archi su più cratoni (ad esempio Laurentia, Baltica, Amazzonia).
  2. tra 2,0 e 1.9 Ga si colloca un episodio principale di collisione e crescita di terranes, ad esempio lungo l’orogene Trans-Hudsoniano in America settentrionale, nella fascia di Nagssustoqidian in Groenlandia e nell’orogene di Kola-Karelia in Europa settentrionale ed altri
  3. tra 1.9 e 1.8 Ga c’è il culmine dell'assemblaggio del supercontinente
Questi dati sono sostanzialmente in accordo con quelli di Brown e Johnson (2018) per le rocce metamorfiche di alta pressione e coincidono anche con la formazione di margini passivi.

Si po' poi andare oltre. Prima dell’episodio di formazione di zirconi corrispondente all’orogenesi orosiniana abbiamo un altro massimo della distribuzione delle età degli zirconi tra 3.2 e 2,5 miliardi di anni fa nel Neoarcheano, una fase contraddistinta da diverse collisioni fra blocchi. 

alternanza fra Single Lid e Plate Tectonics in Stern (2023)

L’ALTERNANZA FRA SINGLE LID E TETTONICA A PLACCHE. Quindi la morale della favola secondo Stern (2023) è che chi ha posto l’inizio della tettonica a placche nell’Archeano o nel Paleoproterozoico ha commesso l’errore fondamentale di non riconoscere il carattere transitorio di quei chiarissimi episodi di tettonica a placche e che per la maggior parte dell'Archeano e praticamente per tutto il boring billion del Mesoproterozoico si è ristabilito il regime a single lid; soltanto all’inizio del Neoproterozoico (o, meglio, verso la fine del Mesoproterozoico, è avvenuta la nuova trasformazione nel regime di Tettonica a placche che perdurta da allora fino ai nostri giorni. 

ATTENZIONE: Il diagramma di Stern che vediamo qui sopra inizia dalla fase di transizione verso il single lid che segue il primo episodio di tettonica a placche, quello tra 3.2 3 2.5 miliardi di anni fa, che quindi non vi compare.

C’è poi una coincidenza importante: l’inizio del Neoproterozoico è un momento fondamentale della storia degli Eucarioti, per cui è addirittura possibile che proprio l’avvento della nuova fase di tettonica globale abbia in qualche modo agito come forzante anche sull’evoluzione della vita sulla Terra.



BIBLIOGRAFIA

Brenhin Keller et al (2019). Neoproterozoic glacial origin of the Great Unconformity. PNAS 116(4) 1136-1145

Brown & Johnson (2018). Secular change in metamorphism and the onset of global plate tectonics. American Mineralogist 103, 181–196

Goldfarb e Groves (2015). Orogenic gold: common vs evolving fluid and metal sources through time. Lithos 223, 2–26.

Hawkesworth et al (2020). The Evolution of the Continental Crust and the Onset of Plate Tectonics. Front. Earth Sci. 8:326. 

Palin et al (2020). Secular change and the onset of plate tectonics on Earth. Earth-Science Reviews 207 (2020) 103172

Stern et al (2016). Kimberlites and the start of plate tectonics. Geology 44/10, 799–802.

Stern (2013). Modern-style plate tectonics began in Neoproterozoic time: An alternative interpretation of Earth’s tectonic history. In:  Condie e Pease (eds) When Did Plate Tectonics Begin on Planet Earth? GSA Books,

Stern (2020). The Mesoproterozoic Single-Lid Tectonic Episode: Prelude to Modern Plate Tectonics. GSA Today 30 (12), 4–10.

Stern et al (2023). A tectonic manifesto. Perspectives of Earth and Space Scientists, 4, e2023CN000214.

Stern e Geyra (2018). Subduction initiation in nature and models: A review. Tectonophysics 746 (2018) 173–198

Stern e Gerya 2023 Co-Evolution of Life and Plate Tectonics: The Biogeodynamic Perspective on the Mesoproterozoic-Neoproterozoic Transitions. In Dynamics of Plate Tectonics and Mantle Convection - Elsevier


giovedì 27 agosto 2026

Il disastro del Nepal del 26 agosto 2026


Alle 2.52 UTC di mercoledì 26 agosto 2026 (8.52 ora locale) il Servizio Geologico degli Stati Uniti (USGS) ha inizialmente segnalato una scossa di terremoto di magnitudo 4.4 nella regione lungo il confine tra Nepal e Cina a nord di Kathmandu. Contemporaneamente, una "valanga" di ghiaccio e roccia – più simile a una frana in questo caso – si è riversata lungo un versante montuoso nel fiume Lhende Khola, affluente del fiume Bhote Koshi, che scorre dalla Cina al Nepal, spesso attraverso profonde gole.
L’evento è stato particolarmente distruttivo ed è probabile che i dispersi, molti dei quali non verranno più ritrovati, siano ben più di 1.000, considerando i tanti villaggi coinvolti. Lì per lì molti commentatori hanno pensato ad una frana indotta dal terremoto, anche se con un certo scetticismo perché la Magnitudo pareva troppo bassa per indurla. Successivamente USGS ha corretto i dati, indicando che in realtà le onde sismiche sono state provocate dalla frana e revisionato pure la Magnitudo. Quindi non si è trattato di una frana indotta da un terremoto, ma di un terremoto indotto da una frana. Di fatto a causa del riscaldamento globale questi fenomeni rischiano di diventare molto più frequenti di quanto non sono di già, specalmente durante l’estate quando al caldo si soMmano le piogge monsoniche.

UN TERREMOTO DOVUTO AD UNA FRANA E NON VICEVERSA. In diversi nelle prime ore dopo il disastro eravamo scettici sul fatto che un evento di M 4.4 avesse potuto generare una frana di tali dimensioni, anche pensando ad un effetto-domino in un’area nella quale comunque i versanti sono acclivi e in questa stagione indeboliti dalle piogge monsoniche. In quest’ottica si poteva ipotizzare che lo scuotimento, sia pur debole, avesse portato al cedimento di una diga di ghiaccio possibilmente già indebolita da temperature superiori alla media. La profondità di 10 km dichiarata da USGS non deve ingannare: quando una qualsiasi agenzia sforna un bollettino sismico in mancanza di indicazioni precise inserisce come profondità ipocentrale il valore standard di 10 km, ma si tratta di una stima provvisoria che cambia se l’evento viene revisionato. Quindi si poteva ipotizzare un epicentro più superficiale..
In realtà poco dopo USGS ha cambiato lo scenario e inserito l’evento nella lista dei “significant earthquakes avvertendo che inizialmente, questo evento era stato segnalato come un terremoto di Magnitudo 4.4 e che ulteriori analisi delle onde sismiche a lungo periodo indicano che l'energia sismica è stata invece generata dal collasso di un ghiacciaio e da una colata detritica. La posizione dell'evento (o, meglio, il punto da cui è partito il tutto) è stata stimata tramite immagini satellitari. Si dee notare che il nuovo epicentro è diverso da quella riportata all’inizio, come si vede dalla figura qui accanto.


I GLOF – GLACIAL LAKE OUTBURST FLOOD: UN ENORME PERICOLO PER IL NEPAL. Di primo acchito l’ipotesi principale è quella di un GLOF (Glacial lake Outburst Flood), termine con cui si indica una inondazione improvvisa e distruttiva che si verifica quando una diga naturale che trattiene le acque di un lago glaciale d'alta quota cede. Un fenomeno comune nella regione: ad esempio Nie et al (2018) hanno registrato, analizzando l’area sia con il remote sensing che con una analisi geomorfologica ben 62 eventi del genere da 56 differenti laghi glaciali, e in questo articolo all’area vicina all’evento del 27 agosto viene data una attenzione particolare, dato che è una delle due regioni ingrandite nella loro carta di tutto il sistema Himalayano.
I GLOF impattano molto violentemente la sicurezza idrogeologica del Nepal: eventi storici, come quello di Dig Tsho del 1985 e quello del villaggio di Thame del 2024, sottolineano la devastazione causata da queste inondazioni, comprese vittime, sfollati e distruzione di infrastrutture critiche (Khatri, 2025). Ad aggravare la situazione è la morfologia dell’area, dove gli abitanti devono scegliere tra vivere nelle piane, in genere rappresentate quasi esclusivamente dagli alvei dei fiumi, o nei versanti circostanti, molto impervi.
I versanti, oltre ad essere impervi, sono bersagliati da una impressionante quantità di frane, dovute appunto alle pendenze e alla quantità di precipitazioni monsoniche durante la stagione umida e le poche infrastrutture sono messe a dura prova dalle frane, come fa notare il buon David Petley in questo post e come scrissi qua i cinesi stanno pensando ad una ferrovia per bypassare questi problemi.
Quindi in genere villaggi e strade sono costruite intorno ai letti dei torrenti o vicino ad essi, con gli evidenti problemi in caso di alluvioni, le quali ovviamente distruggono tutti i ponti. Si ricorda anche, come evento recente, la distruzione del “ponte della pace” nel 2025. La vulnerabilità del Nepal è ulteriormente aggravata dall’insufficiente preparazione alle catastrofi e dalla mancanza di risorse adeguate per l’adattamento climatico..
E non solo le piogge monsoniche provocano frane, ma pure i terremoti sono un fattore scatenante, come dimostra ad esempio il terribile terremoto Mw7.8 di Gorkha del 2015 (Roback et al, 2018).
Da notare che spesso si tratta di disastri internazionali perché molti fiumi del Nepal provengono dal territorio cinese.

UN AUMENTO DEI GLOF NEL FUTURO. La frequenza e l’intensità degli eventi GLOF è in aumento, esacerbando i rischi per le comunità che vivono a valle dei laghi glaciali ad alto rischio, perché il riscaldamento globale sta mettendo a dura prova il cosiddetto “terzo polo”, costituito dai ghiacciai che a causa della quota molto elevata occupano buona parte dell’Himalaya e del Tibet: di fatto la criosfera dell'Himalaya-Karakoram si sta ritirando rapidamente, portando alla formazione e all'espansione diffusa dei laghi glaciali. In questa situazione è ovvio che aumenti il rischio della formazione di GLOF.


IL DISASTRO DEL 26 AGOSTO. Per una ricostruzione preliminare ci viene in soccorso come sempre quando si parla di avvenimenti del genere David Petley che in questo report assegna all’inizio del fenomeno le coordinate 28.2765 N e 85.5194 E, in una zona che secondo Google Maps si trova a circa 5.000 metri di quota, dove di ghiaccio ce n’è, e tanto. Da lì il movimento è arrivato al fondovalle del fiume Chusumbda Trangpo, un affluente del Lhende Kola, che si unisce al Kyriong proprio nei pressi della frontiera con la Cina (il punto da dove sono arrivate le prime immagini del disastro). In quella zona la quota del fondovalle è circa 3.000 metri quindi si tratta di 2.000 metri di dislivello in meno di 8 km. Dato il dislivello tra la zona sorgente e il fondovalle la frana con la sua forza ha potuto raccogliere un quantitativo di materiale straordinariamente elevato. Ovviamente essendo nel periodo dei monsoni il movimento ha trascinato materiali umidi, aggiungendo pure l’acqua che vi era contenuta.
Da qui le immani dimensioni di questo disastro

26 AGOSTO: GLOF O NON GLOF? Ancora non è chiaro se almeno una parte dell’acqua coinvolta provenga da un lago glaciale svuotatosi improvvisamente o no. In caso negativo non sarebbe un GLOF, però è sicuro che l’origine sia legata a un fenomeno improvviso nel ghiaccio. Di fatto nell’area sembrano esserci dei laghetti dovuto al disgelo, contenuti appunto da delle dighe di ghiaccio e quindi l'idea del GLOF doiventa la èpiù probabile. Però per una conferma bisognerà aspettare un pò. Se non si è trattato di un GLOF, allora l’innesco potrebbe essere stato simile a quello del crollo del ghiacciaio della Marmolada del 2022 e in questo caso l'acqua sarebbe stata fornita sia dal ghiaccio crollato che dai versanti attraversati dalla frana.

COSA FARE PER MITIGARE IL RISCHIO NELL'HIMALAYA? Purtroppo è sicuro che fenomeni del genere tenderanno ad aumentare a causa del riscaldamento globale, come viene evidenziato in un articolo uscito di recente (Rather et al, 2026). 
Un GLOF è più pericoloso di un semplice crollo  di un ghiacciaio tipo quello della Marmolada del 2022, perché trascina fino dall'inizio una quantità di acqua maggiore.  
Prevedere un singolo GLOF o un crollo di un ghiacciaio potrebbe non essere difficilissimo, fatte salve le difficili condizioni per portare la strumentazione necessaria. Ma le aree potenzialmente a rischio sono troppe, e allora la soluzione migliore è una sorveglianza satellitare del territorio, sperando che possa essere sufficiente a prevedere i fenomeni.
Ma una volta appurata scientificamente la presenza di un rischio reale, il problema passa dalla Protezione Civile e a quanto ho capito in Nepal il livello di preparazioni alle catastrofi non è elevato e a causa della morfologia le delocalizzazioni potrebbero non essere semplici.


BIBLIOGRAFIA

Khatri (2025). Impacts of Glacial Lake Outburst Floods on Nepal’s National Security. Unity Journal 6, 63-78,

Nie et al (2018). An inventory of historical glacial lake outburst floods in the Himalayas based on remote sensing observations and geomorphological analysis. Geomorphology 308, 91–106

Rather et al (2026) Glacial lakes and GLOFs in a warming Himalaya-Karakoram region: current understanding, challenges, and the way forward. Npj Natural Hazards (2026)3:7

Roback et al (2018). The size, distribution, and mobility of landslides 

venerdì 14 agosto 2026

180 anni fa il terremoto M 6.0 di Orciano: anche se ancora non pienamente compreso, è stato il primo evento studiato scientificamente quasi in diretta.


1l 14 agosto di quest'anno saranno 180 anni dal terremoto che nel 1846 ha colpito le attuali province di Pisa e Livorno, con epicentro a Orciano Pisano. Sono state investite dalle scosse in particolare le colline a sud di Pisa, nella val di Fine e fino alla bassa Val di Cecina. I danni sono stati ingenti ma poteva andare peggio: avvenuto di giorno, alle 12.57, quando i contadini erano fuori nei campi, non oso pensare al bilancio se fosse avvenuto di notte, viste le distruzioni. Questo terremoto viene ricordato in maniera particolare per alcune circostanze: innanzitutto per la posizione, dato che si tratta dell’unico evento sismico di una certa importanza fuori dalla zona sismica principale della penisola italiana e le sue cause ancora non sono ancora ben chiarite. Una caratteristica importante di questo evento è data dalle risposte della Scienza e della Pubblica amministrazione: si può dire che sia stato il primo terremoto i cui effetti sono stati studiati in maniera moderna dai geologi, come pure efficiente e “moderna” è stata la risposta da parte delle Autorità. Questo terremoto ha alcune caratteristiche peculiari e non è stato ancora ben chiarito il suo quadro geodinamico.

INQUADRAMENTO GEOGRAFICO. Il terremoto delle colline pisane del 14 agosto 1846 è ancora oggi, a 160 anni di distanza, un evento abbastanza enigmatico. Ha colpito un’area grossolanamente compresa tra Pisa, Livorno e Cecina, quando regnava Leopoldo II di Lorena, l’ultimo Granduca di Toscana e ha interessato soprattutto quello che è definito come il graben della Fine, la zona depressa che si trova fra i monti livornesi (che la separano dalla costa tirrenica) e la dorsale dei monti di Casciana e Castellina Marittima che la separano dalla Valdera. Il graben della Fine (ammesso che sia davvero un graben…) contiene sedimenti marini, i più vecchi dei quali datano al Miocene superiore, deposti su un substrato nel quale soprattutto si trovano la crosta oceanica mesozoica e la sua copertura sedimentaria, che affiorano nei mknti circostanti. Le principali repliche sono avvenute alle 22 dello stesso giorno, alle 15 del giorno successivo, e il 27 agosto alle ore 9.50. La sismicità avvertibile dalla popolazione comunque si è prolungata per circa 4 mesi, fino alla metà di dicembre 1846.

I DANNI: OLTRE ALLA ZONA EPICENTRALE UN FORTE RISENTIMENTO PIÙ A SUD. A Pisa i danni sono stati contenuti, mentre è interessante il caso della città di Livorno, dove la scossa danneggiò soprattutto la parte antica della cittàA parte le due città principali si trattava di una zona essenzialmente agricola, con una diffusa presenza di case rurali, in un periodo di crisi economica, poiché l’annata del 1846 era stata caratterizzata da scarsi raccolti.
Come succede spesso, la distribuzione dei danni e delle vittime nella zona epicentrale è stata abbastanza “classista”: a Orciano non sono crollate soltanto alcune abitazioni signorili (anche se hanno riportato lesioni e fenditure nelle murature); invece un’elevata percentuale di crolli ha interessato proprio le case coloniche e i villaggi della campagna, costruiti prevalentemente con materiali scadenti e secondo sistemi edilizi non adeguati a resistere a scosse sismiche, tutti edifici abitati dai ceti meno abbienti. I danni più significativi si sono avuti a Orciano Pisano: probabilmente non è casuale il fatto che sia il centro abitato di una certa dimensione più vicino alla parte più elevata della Val di Fine, dove troviamo lo spartiacque fra il bacino del torrente Tora a nord e il bacino del fiume Fine a sud.
Nelle colline pisane danni gravissimi e molti crolli sono stati registrati in località limitrofe, in special modo in varie frazioni degli attuali comuni di Crespina - Lorenzana, Fauglia e Casciana Terme. In quella che oggi è la provincia di Livorno sono state colpite gravemente alcune frazioni oggi appartenenti ai comuni di Collesalvetti e Rosignano Marittimo. Tutte aree in cui l’intensità macrosismica è stata pari o superiore all’VIII grado Mercalli.
È poi interessante la presenza di forti danni più a sud, oltre il fiume Cecina, a oltre 20 km di distanza da Orciano: la scossa distrusse gran parte dell'abitato di Guardistallo e ampi danni sono stati osservati nei vicini Montescudaio e Casale Marittimo. Questa area a forte risentimento in un’area più distale sono oggetto di dibattito e l’ipotesi più probabile è che in quella zona per qualche motivo ci sia stata una amplificazione locale delle onde sismiche. Se invece la rottura fosse arrivata fino a lì, la Magnitudo dovrebbe essere superiore al valore oggi accettato di 6.
Secondo le fonti ufficiali vi furono complessivamente 60 morti, di cui 18 a Orciano e almeno 400 feriti, di cui 170 a Orciano (notare che in questa località gli abitanti censiti erano in quel momento 761). Per fortuna, come ho scritto nell’introduzione, il terremoto è avvenuto in pieno giorno e quindi la maggior parte della popolazione era fuori casa.

GEOGRAFICAMENTE: UN EVENTO PARTICOLARE. In questa carta elaborata da Carlo Meletti di INGV, che ringrazio anche per i numerosi documenti che mi ha messo a disposizione per scrivere questo post, in particolare una sua recente conferenza al proposito, si vede la posizione anomala del terremoto del 1846: è l’unico a Magnitudo elevata nella penisola lontano dall’asse della catena appenninica dove troviamo le grandi faglie distensive, note anche di recente per i terremoti del 2009 e del 2016-2017. Per questo possiamo dire che parliamo di un evento con caratteristiche molto peculiari, per la cui origine di ipotesi ne sono state fatte tante. Purtroppo ancora di certezze ce ne sono poche. Per la maggior parte degli Autori la faglia principale corrisponde più o meno al bordo orientale dei monti livornesi, ma non è certo.

LA RISPOSTA SCIENTIFICA AL TERREMOTO. Dal punto di vista scientifico molto ha fatto la rivalità fra due scienziati, Paolo Savi e Leopoldo Pilla: i due docenti dell'Università di Pisa si recarono sul posto descrivendo in dettaglio l'evento. In pratica è stato sicuramente il primo terremoto studiato quasi in diretta! Non si può certo dire che i rapporti fra i due fossero “particolarmente amichevoli”, tutt'altro, e anche in questo caso molti aspetti furono occasioni di contrasto. Però, questa diatriba avrebbe prodotto quelli che possiamo considerare i più antichi esempi di analisi moderna di un evento sismico. Le loro considerazioni sono contenute in due volumetti che ciascuno dei due ha pubblicato a breve distanza dall’evento. La competizione comunque ha avuto esiti che per noi che li leggiamo sono estremamente utili.

Paolo Savi conosceva meglio le zone rispetto al campano Pilla, e nella sua lunga memoria ha riconosciuto una origine che oggi si definirebbe tettonica per l’evento e ha individuato quello che oggi si definirebbe l’epicentro nella Val di Fine.

Leopoldo Pilla è stato il primo ad osservare scientificamente fenomeni di liquefazione del terreno.
Però ha sostenuto erroneamente l’origine vulcanica del terremoto.
Ma se da un lato Pilla ha fallito clamorosamente sulla sua origine, dall’altro ha fatto una serie di considerazioni preziose sugli effetti del sisma. Non solo ha correttamente attribuito alle caratteristiche diverse del suolo la differenza fra la risposta alle sollecitazioni del terremoto fra gli edifici (soprattutto esaminando gli effetti diversi a Livorno fra la città vecchia e quella nuova), ma ha anticipato la distinzione tra previsione dei terremoti e prevenzione dei danni e ha ben chiarito come difendersi dai terremoti distruttivi, suggerendo la nomina di speciali commissioni che si occupassero della sicurezza dell’edilizia nelle fasi di costruzione e di manutenzione, con il compito di esaminare i luoghi su cui fabbricare i nuovi edifici e i materiali da utilizzarsi e Spingendosi addirittura a suggerire che il personale tecnico oltre che da ingegneri civili e militari fosse integrato con la figura del geologo!
Inoltre Pilla è arrivato a teorizzare per primo quello che oggi ci appare ovvio, la diversa probabilità del verificasi di terremoti più o meno forti nelle varie zone:
"Certamente la conoscenza dell'avvenire non è concessa alle facoltà dell'uomo; il quale rispetto al corso dei fenomeni naturali anomali può fare vaticini soltanto in grado di probabilità, deducendoli dalla sperienza del passato, o dal ragionamento che fa sopra una sagace riflessione".
Queste riflessioni sono per esempio alla base della OPCM 3519 del 2006 che ha suddiviso in varie zone sismiche l’Italia proprio in base alla probabilità del 10% del verificarsi di una scossa che comporti una certa accelerazione cosismica


le copertine dei due volumetti scritti da Leopoldo Pilla e da Paolo Savi


LA RISPOSTA DELLO STATO. Il Granduca di Toscana, Leopoldo II, si adoperò subito dopo il terremoto per organizzare il soccorso alle popolazioni colpite dal terremoto. La settimana successiva si recò in visita nei paesi devastati e già dopo 15 giorni dall’evento emanò un decreto che regolava i provvedimenti da attuare, secondo due linee guida:
  • attuare un pronto intervento
  • evitare il rischio che scoppiassero tumulti popolari dovuti al panico.
Un rapido censimento dei danni, conclusosi in soli 3 mesi consentì di stimare l’ammontare dei costi per la riparazione degli edifici nei 15 comuni maggiormente colpiti. La ricostruzione iniziò addirittura prima della fine ddi questa operazione, alla fine di ottobre.
Gli aiuti furono distribuiti anche in base alle condizioni economiche, privilegiando per quelli statali la condizione economica: più povera era una famiglia, maggiore è stato il contributo per la ricostruzione.
Insomma, la risposta statale al terremoto fu un esempio di buongoverno, decisamente moderno considerata l’epoca e poco o nulla sfuggì ai funzionari granducali, come dimostra il caso pittoresco di Montescudaio, dove si narra che la chiesa danneggiata, ma non distrutta, venne individuata come ricovero per la popolazione; ma improvvisamente ll’edificio non esisteva più: fu accertato che fu proprio il suo titolare, l’Abate Quirino Bussotti, a farla abbattere per farsi costruire una chiesa nuova e più bella. Ma l’amministrazione granducale se ne è prontamente resa conto e non è certo un caso se quella sia stata l’ultima chiesa a essere ricostruita, ben 10 anni dopo il terremoto.

GLI STUDI MODERNI SU QUESTO TERREMOTO. L’ipotesi più gettonata allo stato attuale è che il terremoto sia stato generato lungo una faglia normale immergente verso est lungo il bordo settentrionale dei monti livornesi, come si vede nella carta qui accanto tratta da Piccardi et al (2017). Lì per lì ero scettico perché quando ho rilevato insieme al buon Nicola Nozzoli per la tesi di laurea la zona sud-orientale dei monti che bordano la parte sudorientale del graben della Fine tra Castellina Marittima e Riparbella (non i sedimenti recenti, che anzi accuratamente evitavamo, bensì le successioni della crosta oceanica mesozoica e i sedimenti che la ricoprivano che formano l’ossatura dei rilievi collinari) avevamo trovato delle tracce di tettonica recente. Per cui, visto che vado al mare in quella zona, nei miei vagabondaggi in moto e sulle carte topografiche, ho cercato la prosecuzione verso nord della faglia nei sedimenti della val di Fine, ma con esiti deludenti (c’è della logica in tutto questo: se ci fossero state queste tracce qualcuno le avrebbe già trovate…).
Un’altra cosa interessante che ho visto è una situazione particolare interna ai monti livornesi, dove le valli del Rio Maggiore (uno di quelli coinvolti nell’alluvione del 2017) e del rio Chioma (che sfocia in mare all’altezza di Quercianella) in realtà sono una valle unica che è stata successivamente divisa da uno spartiacque in mezzo, giusto all’altezza di Orciano. Questo spartiacque potrebbe corrispondere al limite settentrionale di una fascia in movimento correlata al terremoto del 1846 e di altri precedenti.
Poi leggendo l'articolo di Luigi Piccardi ho visto che secondo la loro ricostruzione quella che ho visto è una faglia sì attiva recentemente, ma ha un tracciato ben diverso.

Comunque posso spoilerare una cosa: a seguito del rilevamento del foglio Livorno del CARG (la nuova carta geologica nazionale in scala 1:50.000, alla faccia di quelli che il CARG non serve a nulla) sono in corso degli studi parecchio interessanti. La mia impressione è che potrebbero portare importanti novità per chiarire la geodinamica dei monti livornesi e del mare antistante (di fatto quell'area è caratterizzata da una certa sismicità che evidenzia la presenza di deformazioni attive) e potrebbero pure portare novità sul meccanismo focale del terremoto del 1846, tradizionalmente considerato distensivo. Perché potrebbe addirittura non essere così!


BIBLIOGRAFIA

Piccardi et al (2017),  Mapping capable faulting hazard in a moderate-seismicity, high heat-flow environment: The Tuscia province (southern Tuscany-northern Latium, Italy) Quaternary International 451, 11e36

Catalogo parametrico dei terremoti italiani, al sito https://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15/
 



sabato 1 agosto 2026

considerazioni a proposito del terremoto dei Campi Flegrei del 31 luglio 2026



Il terremoto dei Campi Flegrei del tardo pomeriggio del 31 luglio 2026 difficilmente verrà scordato dagli abitanti della zona, e non soltanto da chi è stato ferito e da chi ha riportato danni alla casa. È vero: i danni, i feriti (e in diversi casi purtroppo anche le vittime) non le fa il terremoto, ma la cattiva edilizia.
Però come ho fatto notare in questo post, la profondità ipocentrale è il parametro che influenza maggiormente lo scuotimento nella zona epicentrale e come sempre succede ai Campi Flegrei a causa della bassa profondità  terremoti che da altre parti non sono sentiti o quasi qui vengono percepiti eccome. E che stavolta il risentimento sia stato importante lo dimostrano anche le frane cosismiche e lo certificano i dati, le carte prodotte da INGV, nelle quale si evidenzia nella zona epicentrale un massimo del VII grado Mercalli con una accelerazione cosismica superiore al 20% della forza di gravità. Non ditemi che è poco, ma con un evento sismico di M 4.7 a circa 3 km di profondità cosa ci si può aspettare di diverso?
La domanda, prima dei soliti commenti imbecilli su Napoli e dintorni, è cosa sarebbe successo in altre zone d’Italia con questi parametri… Anzi, direi che il patrimonio edilizio si è comportato meglio di quanto si potesse pensare.
Inoltre, contrariamente a quanto avviene di solito e cioè che i terremoti flegrei vengono risentiti fortemente in zona mentre a pochi km di distanza non se ne accorge nessuno, il terremoto del 31 luglio è stato risentito in una vasta fascia di territorio circostante. Anche questo è un aspetto che ne dimostra l’intensità.


I TERREMOTI DELLA SOLFATARA
. Anche se pure la zona di Arco Felice è ripetutamente investita dalla sismicità, le aree più importanti in cui avvengono i terremoti sono l’area fra il centro di Pozzuoli e la Solfatara e una fascia di deformazione nel golfo. A parità di Magnitudo il risentimento dei terremoti nel golfo è minore sia per la maggiore distanza dalle abitazioni, sia perché è facile che nel golfo la profondità ipocentrale sia maggiore.
In particolare entro i 500 metri di distanza dall’epicentro del M 4.7 del 31 luglio 2026 abbiamo dal 2023 altri 5 eventi “sopra le righe”: M 3.6 del 18 agosto 2023, M 3.2 del 22 settembre 2023, M 4.4 del 20 maggio 2024, M 3.9 del 15 marzo 2025 e M 3.5 del 28 febbraio 2026 (dati di GOSSIP/Osservatorio Vesuviano). Li vediamo in questa carta

COSA SUCCEDE
. Ammetto che questo terremoto mi lascia un po' perplesso. Questo non perché secondo alcune persone che posso definire come “molto autorevoli” i fenomeni sarebbero stati in attenuazione (io avrei aspettato un altro po' per dirlo) ma perché fino ad oggi i massimi della sismicità sono avvenuti quando il tasso di sollevamento era più alto e, anzi, nel modello di Danesi et al (2024), che mi piace moltissimo e che ho commentato qui fasi a basso tasso di sollevamento seguono i terremoti principali che invece avvengono quando il sollevamento è alto.
Negli ultimi mesi invece abbiamo visto un tasso di sollevamento minore, come si evidenzia dai bollettini settimanali emessi dall’Osservatorio Vesuviano. Il grafico è dell’ultimo bollettino, quello del 28 luglio 2026 (in ogni bollettino i dati dell’ultima settimana in esame, quelli in celeste, hanno una forte incertezza perché mancano ancora le correzioni dovute alle variazioni dell’orbita dei satelliti. Sono in attesa di sentire cosa dicono persone ben più esperte del sottoscritto al proposto. Nell'immagine oltre al sollevamento recente al Rione Terra (stazione RITE) si vede la distribuzione del sollevamento nell'area dei Campi Flegrei con i dati dei Persistent Scatterers ricavati dalle immagini dei satelliti radar InSAR della costellazione Sentinel-1 dell'Agenzia Spaziale Europea 

I TERREMOTI DELLE ULTIME ORE. Vediamo adesso la sismicità a partire dalla scossa M 4.7: si vede che oltre all’area della Solfatara si è attivato pochi minuti dopo anche un focolaio poco a largo della costa nella zona di Arco Felice. Questa carta è aggiornata alle 11.30 del 1 agosto. Ovviamente già fra qualche ora potrebbe essere incompleta (mi auguro di no)
Vediamo che la sismicità con Magnitudo da 1 in su interessa un’area piuttosto vasta. Consideriamo che con quelle profondità ipocentrali gà un M2 può essere risentito dalla popolazione e quindi temo che stanotte ben pochi siano riusciti non dico a dormire, ma almeno a riposarsi un pò.

COSA FARE. Il “cosa fare” è condizionato a quello che potrà succedere in futuro. Diciamo che non è possibile sapere cosa succederà. Dipenderà soprattutto dal fatto se i fenomeni si arresteranno. Se non si arresteranno entro qualche decennio lo scenario della ripetizione di terremoti come questo del 31 luglio e una eruzione tipo quella del Monte Nuovo del 1538 è possibile, ma è anche possibile (e auspicabile!) che l'eventuale magma in risalita si possa fermare come nel 1984 prima di raggiungere la superficie. Insomma: ora come ora non è assolutamente certo che si giunga ad una eruzione. Con l’osservazione che in caso di eruzione non solo la zona dove si formerebbe il cratere avrebbe dei problemi: c’è da considerare il peso delle ceneri sui tetti e sulle terrazze delle zone vicine e la possiiblità di incend dovuti alla penetrazione di materiali caldi nelle case.
Ma - ripeto - non c'è nessuna certezza che la fase attuale sfocerà in una eruzione, anche se è uno scenario possibile.


Qui abbiamo il grande equivoco dei Campi Flegrei: dai tempi degli etruschi in poi l’area è stata urbanizzata perché nessuno si rendeva conto di essere su un vulcano, questo perché manca la caratteristica principale che – popolarmente – evidenzia la sua presenza: una montagna. Inoltre fino a pochi decenni fa fuori dagli esperti (e dagli abitanto del luogo) erano in pochi a sapere che il Campi Flegrei sono un vulcano. Addirittura quando ero alle elementari (fine anni ‘60) i vulcani italiani attvi erano considerati 4 (Vesuvo, Etna, Stromboli e Vulcano). E fra i vulcani attivi non venivano indicati non solo i Campi Flegrei, ma neanche Ischia, il Banco Graham o Pantelleria che hanno mostrato attività vulcanica nell’ultimo millennio!
Ora, detto che normalmente la caldera è in subsidenza (come dimostrano Baia e il porto di Pozzuoli) e quindi senza l’inizio, negli anni ‘50 del XX secolo, di questo ciclo di fasi di unrest la zona del porto di Pozzuoli ora sarebbe sotto il livello del mare (le foto dei primi del ‘900 lo dimostrano), sono decenni che si sarebbe dovuto fare qualcosa. Intervenire su tutto il patrimonio edilizio oggi e urgentemente sarebbe impossibile dati i costi e la logistica dell’operazione. Ma che ci volesse un cancello perché i buoi potrebbero scappare è noto almeno dall’inizio degli anni ‘80 del XX secolo.
Che cosa si dovrebbe fare? Innanzitutto vietare l’insediamento di nuovi residenti (a parte le nascite). Detto questo, una delocalizzazione di funzioni primarie e degli abitanti, a partire da persone che volontariamente accettino la soluzione in aree specificamente considerate come quelle messe peggio, potrebbe essere messa in agenda. Basta che non facciano una cosa come il trasferimento degli abitanti del Rione Terra nel nuovo quartiere vicino a Monteruscello e con una raccomandazione: gli edifici abbandonati devono essere immediatamente demoliti per evitare nuovi insediamenti abusivi.

Noto inoltre che sul sito del Dipartmento nazionale della Protezione Civile viene comunicato che il 15 settembre 2025 sono iniziate le indagini geologiche e geofisiche finalizzate alla realizzazione dello studio di microzonazione sismica nella zona maggiormente interessata dal fenomeno bradisismico (zona di intervento), come previsto dal Piano straordinario di analisi della vulnerabilità. Dato che la microzonazone sismica a livello 3 è presente in numerosi comuni italiani, anche MOLTO meno esposti a fenomeni sismici rispetto ai Campi Flegrei, c’è da chiedersi perché non sia stato fatto prima del 2025 (non penso che questi studi esistessero di già e vengano adesso rifatti, nel caso esistessero prego di smentire la mia ricostruzione). Ricordo che la Microzonazione sismica serve ad identificare le aree, anche ristrette, nelle quali le onde sismiche vengono amplificate, cioè le aree che in caso di terremoto hanno maggiore probabilità di subire danni. La microzonazione ssmica nell'area flegrea dovrebbe servire a capire quali sono le aree più delicate e assieme alle specifiche condizioni degli edifici servirebbe a stabilire una priorità negli interventi, da diversi punti di vista: priorità nella delocalizzazione,  fattibilità dell'adeguamento antisismico dell'esistente, e anche per la realizzazione di nuovi edifici (cosa che peraltro dal mio punto di vsta dovrebbe essere categoricamente vietata!) 

LE BUFALE. Da ultimo, le bufale sui terremoti e sui Campi Flegrei. Ho letto alcune perle di rara imbecillità. Ovviamente ci sono quelli che il terremoto è stato più forte ma non cielo dikono. Addrittura qualcuno sostiene che INGV non può dire che la Magnitudo sia maggiore di 5 perché dovrebbero evacuare tutti e alle Autorità non conviene oppure che superata la magnitudo 5.0 tutto cambia! Quindi loro non possono sbilanciarsi.
Faccio quindi notare alcune cose:
  1. Sulla questione Magnitudo è successo talvolta che IN AUTOMATICO la magnitudo iniziale sia stata sottostimata se la scossa avviene subito dopo un evento minore. Qui non è il caso perché non ci sono eventi immediatamente precedenti alla scossa principale.
  2. Inoltre i dati sono pubblici e sono visti da tanti esperti in tutto il mondo e solo per quello non può essere nascosto niente. Questi personaggi che commentano senza sapere nulla si dimenticano anche che è stata pubblicata la mappa dello scuotimento, che è ben più importante della Magnitudo dove appunto, come ho detto, emerge una accelerazione di picco molto alta. Che giustifica ampiamente i danni e le frane.
  3. Quanto al perché non potrebbero fornire una Magnitudo superiore a 5, ho chesto a questi fenomeni di dire dove è scritto. L’unica risposta che ho ricevuto è la irricevibile mi creda, è così. (figuratevi se gli credo...)

Ci sono poi le persone che dopo anni che gli viene detto, non hanno ancora capito la differenza fra Magnitudo e scuotimento e di come oltre alla Magnitudo ci siano altri fattori come distanza, eventuali amplificazioni locali delle onde sismiche ed altro che influenzano la percezione di un terremoto
Insomma, c’è molto da fare sia dal punto di vsta tecnico, sia da parte dell’informaizone alla popolazione (quest’ultima tenendo conto che purtroppo una piccola percentuale di complottisti del non cielo dikono esisterà sempre...)



 













lunedì 20 luglio 2026

Il terremoto a largo del Chiapas del 17 luglio 2026: la presenza di possibii scosse che lo hanno preceduto e perché danni e vittime sono inferiori al previsto


Il terremoto messicano M 7.3 del 17 luglio 2026 ha avuto un epicentro ad una cinquantina di Km dalla costa meridionale del Chiapas, non lontano dal confine con il Guatemala a una profondità di circa 20 km. La scossa ha provocato anche uno tsunami, però di dimensioni estremamente ridotte, una trentina di centimetri. Questo terremoto ha due particolarità: la presenza di un probabile foreshock (una scossa "premonitrice") e conseguenze molto minori di quanto poteva essere ipotizzato, probabilmente a causa di due circostanze importanti: un fattore geofisico (la distanza dalla costa), mente dal punto di vista antropico ha giocato la bassa densità di popolazione. Non è la prima volta che nell’area il bilancio ipotizzato dal PAGER del Servizio Geologico degli Stati Uniti sia stato ben più pessimistico di quello reale: la stessa cosa è avvenuta per il ben più forte terremoto M 8.2 dell’8 settembre 2017, che ha avuto un epicentro a circa 100 Km a NW di questo, più o meno alla stessa distanza dalla costa anche se si è trattato di un evento più profondo e con un meccanismo diverso: in quel caso il PAGER aveva previsto come scenario più probabile un numero di vittime dell’ordine delle migliaia, in realtà nell’occasione sono state un centinaio.

Terremoti con M uguale o superiore a 7 tra Messico e Guatemala dal 1970

meccanismo focale: si evidenzia
una compressione lungo un piano poco inclinato

QUADRO TETTONICO. La costa pacifica dell’America Centrale è caratterizzata da una spiccata attività sismica di non trascurabile importanza, con la bellezza di oltre 40 eventi con M 7 o più dal 1970 come si evidenzia dalla carta qui sopra (fonte: USGS). Questo perché in quell’area la placca delle Cocos subduce verso nord-est sotto il Messico e l'America Centrale, quindi sia sotto la placca nordamericana che sotto quella caraibica, alla rispettabile velocità di circa 76 mm/anno. Il limite fra la Placca Nordamericana e Placca Caraibica è costituito dalla Swan Fault, un sistema di faglie trascorrenti sinistre (Clark et al, 2026).

Il meccanismo focale è quello di un terremoto di thrust, quindi una faglia inversa a basso angolo, esattamente quello che ci si può aspettare in un’area di scontro fra placche. Diversi terremoti come questo avvengono esattamente al limite fra la placca che si immerge nel mantello e quella soprastante. Potrebbe anche essere in questo caso ma ci sono ancora dei dubbi sulla localizzazione, sia dell’epicentro che della profondità epicentrale. Solo la revisione dei dati potrà dirci se davvero questo terremoto si è verificato al limite fra le due placche.

Bisogna ricordare che il margine attivo del Centroamerica è caratterizzato da una alta velocità di scorrimento fra le due placche e scarsi apporti sedimenti, per cui qui siamo davanti ad una zona di subduzione erosionale, dove non solo non si forma un prisma di accrezione, ma i sedimenti sono pochi, non vanno in profondità come nel caso di una subduzione accrezionale come per esempio è stata il nostro Appennino e al contatto fra le due placche si trova una fascia di materiale portato via dalla placca superiore. Ne parlai a suo tempo qui. 

Secondo l'USGS, la profondità ipocentrale è di circa 20 km, tale da far pensare ad uno scorrimento all’interno della zona in compressione sopra il limite di scorrimento fra le due placche, se non direttamente al limite fra esse. Nella carta poco più sotto che si riferisce specificamente a questo terremoto e alle sue repliche fino al 19 luglio vediamo come nelle aree limitrofe all'evento del luglio 2026 si trovano anche gli epicentri dei terremoti M 7.3 del 1970 e M 7.2 del 1993. Come nel caso del 17 luglio si tratta di scorrimentil ungo una faglia inversa a basso angolo, nel quadro della deformazione del margine del Centro America per la sua collisione con la placca di Nazca.
Questi due eventi sono stati un po' più profondi (entrambi con un ipocentro a 35 km di profondità), ma tutti sembrerebbero avvenuti al di sopra del limite fra le placche e quindi parrebbero annidati nella fascia in deformazione del margine continentale centroamericano.


L’EPICENTRO E I POSSIBILI FORESHOCKS
. Ovviamente in caso di eventi come questo la zona interessata è tutt’altro che puntiforme e pertanto per epicentro si intende all’incirca al punto in cui è iniziata la rottura. Ne segue che in genere l’epicentro si viene a collocare vicino ad uno dei vertici dell’area dove è avvenuto lo scorrimento cosismico, area che individuabile abbastanza chiaramente perché è quella interessata dalle repliche. La regola è chiaramente rispettata anche in questo caso.
Per un evento come questo sempre secondo USGS l’area interessata dallo scorrimento sarebbe mediamente lunga 60 km e larga 30. In realtà nella carta ottenuta proprio con i dati di USGS l’area delle repliche ha dimensioni molto maggiori, 105 x 80 km.

Nella carta sono indicate la scossa principale e le repliche, oltre ai terrmeoti maggiori del 1993 e del 1970 (uno dei più vecchi del database USGS). In particolare sono interessanti gli eventi che ho contrassegnato con un pallino arancione. Si tratta di due piccole scosse che hanno preceduto il terremoto principale. Un evento M 4.7 è avvenuto un’ora e mezzo prima e ha un epicentro che si trova a 5 km a NW di quello principale (che, ripeto, è il punto in cui è iniziata la rottura). E non è difficile classificarlo come un foreshock. Qualche giorno prima, il 14, è stato registrato un terremoto M 4.1 il cui epicentro, al netto dell’incertezza, risulta essere a poco più di un km dall’epicentro principale. 3 giorni sono troppi per chiamarlo un foreshock?
Ora, è evidente che – purtroppo – i foreshock sono identificabili come tali solo a posteriori e che la stragrande maggioranza degli eventi sismici minori “isolati”, cioè che non appartengono alle sequenze innescate dai terremoti maggiori, non precede nulla (nella fascia sismicamente attiva lungo la costa del Centro America se ne registrano decine all’anno…) ma data la loro localizzazione, il sospetto che quello del 14 e – soprattutto – quello avvenuto un’ora e mezzo prima abbiano avuto un ruolo nell’innesco del M 7.3 esiste e sarebbe sicuramente interessante capire se e quanto queste due scosse abbiano inciso sulla produzione del terremoto principale.

IL BILANCIO DI VITTIME E DANNI MOLTO MINORE DEL PREVISTO. Il PAGER di USGS rilasciato immediatamente dopo l’evento dava come più probabile un numero di vittime nell’ordine delle centinaia. Due giorni dopo lo stesso PAGER indica come lo scenario più realistico le decine di vittime. Ad oggi però non ci sono notizie su vittime e danni.
Diciamo che quello che pare essere un impatto molto inferiore a quanto era stato paventato dal USGS può essere dovuta a due circostanze importanti:
  • una geofisica: l’epicentro anche se abbastanza superficiale si trova a più di 40 km dalla costa, e la rottura si è propagata verso il largo
  • una antropica: una bassa densità di popolazione nell’area, dove non pare esistano molti edifici di una certa altezza.
la parte più orizzontale della subduzione sotto il Centroamerica
ottenuta con il tool SUBMAP
D’altro canto c’è in quella zona un precedente illuminante al proposito: il terremoto M 8.2 dell’8 settembre 2017
. Si tratta del terremoto più forte registrato in Messico nell’era strumentale, il cui epicentro si trova appena a circa 100 km a NW di quello del 17 settembre. Siamo quindi di fronte ad un evento con una energia molto maggiore di quello di cui stiamo parlando oggi, avvenuto a quasi 50 km di profondità e che ha avuto un sorprendente meccanismo focale distensivo su un piano subverticale. Questo meccanismo focale lì per lì ha lasciato parecchio perplessi. L'evoluzione della rottura modellata da Okuwaki e Yagi (2017) ha però consentito agli Autori di suggerire che la causa primaria del terremoto siano state tensioni estensionali verso il basso dovute alla curvatura della placca di Nazca sotto la placca Caraibica.

A parte il meccanismo focale particolare vista l'area e la sua tettonica, cito questo terremoto perché come sembra essere successo per il terremoto di qualche giorno fa, anche nel caso del 2017 il PAGER di USGS è stato molto (ma molto...) più pessimista della realtà: indicava infatti come scenario a maggiore probabilità quello di migliaia di vittime, quando invece – per fortuna – il loro numero non ha sorpassato il centinaio.

Quindi il fatto che almeno per adesso non ci siano notizie particolari di danni e di vittime è in linea con quanto è successo 10 anni fa ed è quondi probabile che per qualche motivo il PAGER esageri l'impatto dei terremoti nell'area, mentre in genere "ci azzecca" piuttosto bene



BIBLIOGRAFIA

Clark et al (2026).
 A Fiftieth Year Retrospective on the 1976 Mw 7.5 Motagua Earthquake in Guatemala, Bull. Seismol. Soc. Am. XX, 1–21, 

Okuwaki & Yagi (2017). Rupture process during the Mw 8.1 2017 Chiapas Mexico earthquake: shallow intraplate normal faulting by slab bending. Geophysical Research Letters, 44, 11,816–11,823.

lunedì 13 luglio 2026

Le emissioni dell'eruzione dell'Hunga-Tonga del gennaio 2022 hanno avuto un effetto scarsissimo sul clima


collocazione geografica dell'Hunga Tonga
da Le Mevel et al (2023)

Fra le ipotesi più “gettonate” da parte dei climascettici per spiegare le elevate temperature di questi giorni e di questi anni c’è il vapore d’acqua liberato dall’eruzione dell’Hunga Tonga del gennaio 2022 che avrebbe causato un riscaldamento dell’atmosfera perché il vapore è un gas-serra (curioso che chiamino in causa un effetto-serra negandone però un altro...). Quella del gennaio 2022 è stata una esplosione decisamente anomala perché rispetto alle normali esplosioni vulcaniche ha emesso una quantità incredibilmente elevata di acqua e pochissimi composti di zolfo, al contrario di quello che succede normalmente. È una situazione totalmente diversa quindi anche per le modellazioni atmosferiche. A dicembre 2025 è uscito un rapporto da parte di APARC nel quale viene smentita l’idea (perché già chiamarla ipotesi è troppo) secondo la quale il riscaldamento odierno è dovuto al vapor d’acqua emesso nel gennaio 2022. Anzi, semmai è stato registrato un effetto contrario, seppure praticamente insignificante.

In questi mesi i climascettici sono un po' nel panico, perché non riescono a giustificare le attuali ondate di caldo che si verificano in tutto il mondo e la busca accelerazione del riscaldamento globale evitando di tirare fuori il CO2 di origine antropica. Tolte alcune idee pittoresche tipo quella del ciclo del jet stream, cavallo di battaglia di climatologi fai-da-te (intendendo con questo termine personaggi privi dei titoli accademici per poter essere considerati dei climatologi, nonostante abbiano un discreto seguito, anche se molti dei loro followers in realtà sono lì per prenderli per il fondoschiena), mentre l’attività solare è un po' in ribasso visto che i dati indicano chiaramente che il Sole non c’entri nulla. E quindi i climascettici procedono con una “sana” disinformazione, taroccando le pagine dei giornali oppure presentando grafici adattati alle loro esigenze (il mio pensiero va all’ingnoranza e al bias sul tema del clima dei loro “pollowers” che si bevono beatamente queste assurdità). Inoltre ricordo le posizioni ondivaghe di chi oscilla tra “i cambiamenti climatici non esistono” oppure “sono sempre avvenuti”, per non parlare di chi dice che dovremmo adattarci al “clima caraibico senza capire cosa vuol dire (grave che una scemenza del genere sia condivisa da personaggi di livello altissimo all’interno delle istituzioni della nostra Repubblica e ancora più grave che un incontro sul futuro rispetto al clima si sia tenuto al Senato con la fermamente voluta e accurata assenza del mondo scientifico). Ci sono poi, e ne ho appena parlato, quelli che adesso attribuiscono il problema alle scie chimiche. Da ultimo c’è chi continua a tirare fuori il vapore di acqua emesso in atmosfera dalla eruzione dell’Hunga Tonga del 15 gennaio 2022. Ora, a parte che non si capisce perché l’effetto di queste emissioni si debba sentire adesso e non 3 anni fa, è uscito un rapporto internazionale del WCRP (World Climate Research Program - Programma Mondiale per la Ricerca sul Clima) che ha appena smentito questa ipotesi.

IL RAPPORTO DI APARC SUGI EFFETTI SUL CLIMA DELL’ERUZIONE DELL’HUNGA TONGA. Tutto è scritto nel Rapporto n. 11 dell’APARC (Atmospheric Processes And their Role in Climate), dal titolo The Hunga Volcanic Eruption Atmospheric Impacts Report, uscito alla fine del 2025, rappporto che nelle sue 382 pagine descrive gli impatti atmosferici dell'eruzione del vulcano Hunga Tonga del 15 gennaio 2022. Gli effetti sul clima e sull'ozono dell’eruzione sono stati documentati combinando le osservazioni, effettuate con diversi satelliti, con palloni aerostatici, e anche da terra e integrandole in studi di modellizzazione globale. Lo potete trovare a questo indirizzo. Nel rapporto sono inclusi i contributi dell’Hunga Tonga-Hunga Haʻapai Impact Model Observation Comparison (HTHH-MOC), un progetto di modellazione internazionale che coinvolge oltre dieci modelli climatici globali (Hsu et al, 2025).

Il rapporto parte dalle informazioni di base sull'eruzione, descrivendo poi l'evoluzione delle nubi e dei materiali emessi dall’eruzione su scale temporali sia brevi (meno di un mese) che pluriennali, determinando gli impatti su chimica e dinamica dell’atmosfera a varie altezze di troposfera e stratosfera e sullo strato di ozono stratosferico e si conclude descrivendo gli effetti di queste emissioni sulla radiazione solare, su quella riemessa dalla Terra e quindi sulla temperatura superficiale.


IL PROGETTO APARC. Due parole doverose su questo progetto, dato che non è molto noto. Fondato nel 1992, APARC (precedentemente SPARC) è un progetto fondamentale del World Climate Research Program (WCRP): promuove e coordina la creazione, l'analisi e l'interpretazione di dati climatici a lungo termine che richiedono la cooperazione internazionale.

In linea generale, i tre temi principali di cui APARC si occupa sono:

  1. la comprensione della dinamica atmosferica e della variabilità climatica per fornire proiezioni climatiche più accurate su scale che vanno da quella stagionale a quella centenaria.
  2. gli effetti sul clima di chimica e dinamica dell’atmosfera e delle radiazioni, sia quelle solari che quelle emesse dalla Terra
  3. Dati a lungo termine per la comprensione del clima
Insomma, APARC valuta il valore dei dati climatici a lungo termine per migliorare la nostra comprensione del sistema climatico, della variabilità e delle tendenze climatiche, nonché per la valutazione dei modelli climatici.
Un altro oggetto di studio sono le emissioni dei gas controllati dal Protocollo di Montreal, cioè quelli che danneggiano lo strato di ozono, che è l’unico tentativo coronato da successo di limitare le emissioni di una categoria di prodotti che alterano l’atmosfera.

l'impatto sul clima degli aerosol vulcanici
IMPATTO SUL CLIMA DEI VARI PRODOTTI DELLE ESPLOSIONI VULCANICHE
. Ho già parlato della questione diverse volte, per esempio qui.
Riassumo comunque i principali prodotti che provocano effetti climatici nei primi anni dopo una eruzione vulcanica:
  • un aumento del vapore acqueo atmosferico aumenta la quantità della radiazione infrarossa proveniente dalla superficie terrestre che viene riflessa in basso. Quindi un aumento del tenore di vapor d’acqua nell’atmosfera aumenta l’effetto serra e di conseguenza le temperature
  • L'SO2 si converte rapidamente in aerosol di solfato che riducono la radiazione solare diretta che colpisce la Terra e quindi provocano una diminuzione delle temperature
  • a queste due forzanti ne va aggiunta una terza: la latitudine. Secondo il modello di Brewer-Dobson della circolazione atmosferica globale, l'aria tropicale sale nella stratosfera e poi si sposta verso i poli mentre scende. Quindi nella zona equatoriale le correnti atmosferiche tendono a risalire, mentre alle alte latitudini la circolazione è discendente. Ne segue che i prodotti delle esplosioni vulcaniche all’equatore si disperdono molto più facilmente nella stratosfera rispetto a quelli derivanti da esplosioni alle alte latitudini

L’ERUZIONE DI HUNGA TONGA  DEL 15 GENNAIO 2022 E LE SUE EMISSIONI. Per la descrizione dell’evento rimando a questo post. Quella dell'Hunga del 2022 è stata una esplosione sottomarina di elevata magnitudo, con un VEI (indice di esplosività vulcanica) pari a 6 (niente male, come per il Pinatubo nel 1983). La caratteristica principale per cui verrà ricordato questo evento consiste nel fatto di aver iniettato enormi quantità di vapore acqueo nella stratosfera (quasi 150 milioni di tonnellate), con il risultato di aver incrementato globalmente il contenuto di acqua nella stratosfera di circa il 10%. Di fatto l’acqua ha rappresentato ben più del 90% delle emissioni totali collegate all’evento, il che lo rende unico nell'era delle osservazioni satellitari e la distingue dalle grandi eruzioni subaeree degli ultimi decenni (ad esempio, El Chichón nel 1982 e Pinatubo nel 1991). Per questo potrebbe rappresentare il primo esempio geofisicamente osservato di un evento "freatopliniano": una eruzione vulcanica esplosiva di grande magnitudo che coinvolge l'interazione tra magma e acqua esterna.
In particolare ci sono state le prime osservazioni dirette di una sostanziale idratazione stratosferica da parte di un'eruzione sottomarina, un fenomeno ipotizzato, ma - appunto - mai osservato direttamente e chiare evidenze dell'iniezione atmosferica di sale marino derivato dall'evaporazione dell'acqua di mare.
Le emissioni di zolfo invece sono state modeste: tra 500.000 e un milione di tonnellate di SO2, ben poca cosa se si confrontano con i 55 milioni indicati mediamente dalla letteratura scientifica per la famosa eruzione del Tambora nel 1815 (Self et al 2004) e anche dei 15 indicati per il Pinatubo (Guo et al, 2004).
Di fatto è noto come Tambora, Krakatoa o Pinatubo abbiano provocato un raffreddamento globale negli anni successivi, mentre le emissioni di anidride solforosa dell'Hunga Tonga sono state ben al di sotto della soglia critica di circa 5 milioni di tonnellate che i modelli indicano necessari per provocare impatti climatici significativi dovuti agli aerosol di solfato. Però, a causa della enorme quantità di acqua disponibile, gli aerosol si sono formati molto prima rispetto alle altre eruzioni.
in blu la forzante radiativa del vapore d'acqua, in giallo quella degli aerosol
L’eruzione del dicembre 2022 pone quindi un problema importante: mentre le altre conosciute hanno emesso tanto SO2 e poca acqua, quali potrebbero essere allora le conseguenze di questo enorme rilascio di vapore d’acqua del gennaio 2022? 
Gli aerosol di zolfo sono rimasti nella stratosfera per meno di due anni e il raffreddamento da essi provocato è stato trascurabile. Ma cosa dice il rapporto sulle significative quantità di di vapore acqueo emesse nella stratosfera media, con una permanenza compresa tra 4 e 7 anni (quindi adesso, dato che siamo nel 2026, tale quantitativo sta diminuendo)? Potrebbero contribuire, seppur in minima parte, al riscaldamento del clima terrestre? Notiamo innanzitutto che il vapore d’acqua è persistito nella stratosfera più a lungo degli aerosol vulcanici (anzi, in buona parte persiste ancora). Lo vediamo nella figura qui accanto, che riporta l'evoluzione nel tempo della forzante radiativa dovuta al vapore d'acqua in blu, mentre in arancione è indicata la forzante dovuta agli aerosol di zolfo. Entrambe le forzanti sono modellate a tre livelli:  in cima all'atmosfera (TOA, Top of the Atmosphere), al passaggio fra troposfera e stratosfera (TROP, Tropopausa) e sulla superficie terrestre (SURF). 
Nei primi due anni il forzante radiativo negativo causato dagli aerosol nella stratosfera sono stati di un ordine di grandezza maggiore del forzante radiativo positivo del vapore acqueo. Dal 2024, cioè da quando il carico di aerosol dell'Hunga è in gran parte scomparso, rimane quindi solo il forzante derivato dal vapore acqueo stratosferico, che però si è rivelato trascurabile (<0,005 W m⁻²).

In conclusione, per il rapporto dell’APARC gli effetti sulle temperature globali dell’eruzione dell’Hunga Tonga sono stati assolutamente trascurabili e non possono essere presi come forzante per l’aumento delle temperature globali osservato negli ultimi anni.
In barba ai vaneggiamenti dei climascettici, bocciati per l’ennesima volta.



BIBLIOGRAFIA

Guo et al (2004). Re-evaluation of SO2release of the 15 June 1991 Pinatubo eruption using ultraviolet and infrared satellite sensors. Geochemistry Geophysics Geosystems 5, 4 Q04001,

Le Mevel et al (2023) The magmatic system under Hunga volcano before and after the 15 January 2022 eruption Science Advances 9, eadh3156 (2023)

Self et al (2004). Magma volume, volatile emissions, and stratospheric aerosols from the 1815 eruption of Tambora. Geophysical Research Letters 31, L20608     

Zhu et al 2025 Hunga Tonga–Hunga Ha′apai Volcano Impact Model Observation Comparison (HTHH-MOC) project: experiment protocol and model descriptions. Geosci. Model Dev., 18, 5487–5512