Come tutte le volte che succede qualcosa del genere, i recenti fatti di Niscemi hanno portato alla ribalta, la questione del dissesto idrogeologico. I geologi e gli ingegneri che si occupano di territorio sperano sempre che finalmente succeda qualcosa, e che non ci si limiti come al solito a un paio di settimane in cui i professionisti imperversano su notiziari e talk-show, per poi far tornare tutto nel dimenticatoio fino al prossimo evento.
Annoto che anche stavolta sono stati intervistati professionisti che con le frane non c’entrano nulla, per esempio un fisico e anche che come al solito si parla di numero delle frane, quando questo indice è fuorviante per almeno due motivi fondamentali:
- spesso un singolo fenomeno è suddiviso in più fenomeni diversi a seconda della cinematica e quindi il numero di frane aumenta in modo artificioso
- più del numero delle frane conta la loro estensione: usando i numeri una frana di ridotte dimensioni conta come quella di Niscemi
Per cui il dato significativo da cui si dovrebbe partire è la percentuale del territorio a pericolosità da frana.
Ma se davvero venisse implementato, prima o poi, un programma serio per la mitigazione del rischio (non la messa in sicurezza, concetto completamente errato) occorre intendersi sul concetto di rischio e di pericolosità da frana. E qui entrano in gioco i Piani di Assetto Idrogeologico (da qui in poi più semplicemente PAI). Purtroppo i PAI sono in un certo modo malvisti, perché, come le aree protette, hanno il non trascurabile problema di impedire certe realizzazioni, come succede pure per le aree a pericolosità idraulica (basta vedere le polemiche sulle attuali proposte di una nuova perimetrazione delle aree a pericolosità da alluvione in Romagna).
PERICOLOSITÀ E RISCHO: DUE CONCETTI DIVERSI ANCHE SE COLLEGATI. Ho già svariate volte parlato della differenza fra questi due concetti, per esempio qui.
In buona sostanza:
LA PERICOLOSITÀ esprime quanto un luogo sia più o meno predisposto a subire un evento naturale e di quale entità, in base alle caratteristiche geografiche e geologiche proprie e dei dintorni. Insomma è una caratteristica intrinseca di una porzione di territorio (ad esempio la “pericolosità idraulica” risulta maggiore accanto ai fiumi e nelle zone più depresse di una pianura rispetto a quanto si trova a quota superiore e/o più lontano dal fiume)
IL RISCHIO, invece, è un concetto che prende in considerazione gli effetti che un evento naturale può arrecare in un certo luogo a cose e persone.
Ne segue che se la pericolosità non cambia a meno di cambiamenti morfologici all’interno e nell’intorno di un perimetro, naturali o artificiali che siano, il rischio invece varia in base a quello che c’è. Ad esempio un perimetro incolto, senza edifici né strade vicino ad un fiume segnalato a pericolosità idraulica “media” perché ogni tanto si allaga, ha un rischio basso perché una esondazione non comporterebbe nessuna conseguenza su cose e persone. Se però poi qualcuno decidesse di costruirci qualcosa (si tratterebbe nel caso di una azione improvvida, ma purtroppo è successo molto spesso), la pericolosità rimarrebbe uguale, ma il rischio aumenterebbe drasticamente.
Pericolosità e rischio sono correlati da una espressione che introduce un terzo termine, la VULNERABILITÀ, e cioè la predisposizione di un qualcosa (edificio, strada etc etc) ad essere danneggiato da un certo rischio.
La formula che lega questi tre concetti è R= P x V x E, dove R sta per Rischio, P per Pericolosità, V per Vulnerabilità ed E per il numero degli elementi a rischio.
La differenza fra pericolosità e rischio è quindi sostanziale, ma spesso persino dei professionisti fanno confusione in materia.
CONFRONTO FRA LE PERCENTUALI DI TERRITORIO A PERICOLOSITÀ DA FRANA E I DUBBI SULLA ATTENDIBILITÀ DEI DATI. Che le cose non funzionino diventa chiaro anche soltanto confrontando fra le varie Regioni la carta dell'IFFI (Inventario dei Fenomeni Franosi Italiani) dell'ISPRA e la percentuale di territorio classificata in pericolosità medio-alta e alta dei PAI (in genere classificate P3 e P4 ). La fonte è più che autorevole e cioè il rapporto dell’ISPRA Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio – edizione 2024 (ISPRA, 2025, disponibile qui). Fra l’altro in alcuni PAI la pericolosità manco esiste, il che è assurdo e anche per questo tanti complimenti al personale di ISPRA che ha dovuto armonizzare tutti i dati nella pubblicazione e che, nonostante la buona volontà, è stato costretto a fare statistiche sul "nulla": solo per le differenze nei regolamenti armonizzare tutti i dati è una impresa degna del massimo rispetto e quindi la "mosaicatura" è "omogenea" solo apparentemente.
Osserviamo appunto dei dati regione per regione, considerando appunto l’estensione delle frane, misurata in percentuale rispetto al territorio regionale, visibili nella carta assieme alla carta della suscettibilità. Già con un confronto spannometrico a vista nelle singole regioni si rischia di rimanere non poco perplessi. Le perplessità aumentano se confrontiamo la percentuale di territorio dichiarata fra alcune regioni. Prendiamo alcuni dati a caso:
- la provincia autonoma di Trento ha il 20,6% del territorio in aree a pericolosità P3 3 P4, mentre quella di Bolzano si limita al 5.3%
- nonostante la vasta parte del territorio regionale pianeggiante l’Emilia-Romagna ha il 14,7% della sua superficie in P3 e P4, mentre Veneto e Friuli ne hanno solo lo 0,7 e il 2,5% e regioni tipicamente prive di pianure come le Marche o l’Abruzzo sono rispettivamente al 7,6 e al 15,4
- nell’Italia centrale spicca il 21% del territorio in P3 e P4 indicato in Toscana, una percentuale inferiore soltanto all'83,7 della Valle d’Aosta
- al sud la Campania se la cava abbastanza bene con il 19,6% e il dato della Puglia è abbastanza in linea perché, sì, è solo il 3.1% ma è una regione che tolto il Gargano e poco altro, è decisamente pianeggiante. Ma pare assurdo che la percentuale della Puglia sia addirittura la metà di regioni con vasti territori collinari e montani come Piemonte e Friuli e ben 4 volte maggiore che in Veneto
- note dolenti infine vengono da Basilicata (6,1%), Calabria (appena il 2,4%) e Sicilia (3,1%)
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| mappa dei distretti italiani. I distretti sono in base ai bacini idrografici e non alla suddiviosione amministrativa del territorio |
LE MOTIVAZIONI DI QUESTE ANOMALIE NELLA DISTRIBUZIONE DELLE FRANE. A parte le possibili differenze di sensibilità degli estensori dei PAI, la cosa peggiore è che lo stesso fenomeno può cambiare di classificazione a seconda del PAI vigente nell’area in cui si trova.
E qui, tra
(1) una non oggettività dei criteri che portano all’individuazione di una frana (e quindi alla soggettività del rilevatore)
(2) regolamenti difformi fra un PAI e l’altro
e (3) una maggiore o minore attenzione da parte di chi li ha redatti e chi li modifica dal punto di vista scientifico ma anche da quello della presenza di pressioni politico-sociali
grande è la confusione sopra il terreno.
Insomma, se qualcuno esamina una zona di cui non ha esperienza la prima cosa che deve fare è capire “lo spirito” con cui è stato redatto quel PAI.
Un’altra differenza fondamentale fra i vari PAI è che alcuni si occupano davvero di mappare e perimetrare le aree a pericolosità da frana (indipendentemente dal fatto che il movimento sia avvenuto o meno), altri semplicemente contengono un aggiornamento della cartografia dopo che le frane sono avvenute, il che contraddice, e non di poco, lo spirito con cui tali cartografie dovrebbero essere realizzate.
COSA FARE. Ora, va bene il federalismo, ma fra il centralismo più bieco e l’anarchia più assoluta c’è una vasta gamma di soluzioni intermedie. È quindi chiaro che parecchie cose non quadrino e che questo comporta differenze sensibili fra cittadini di regioni diverse alle prese con lo stesso fenomeno. Insomma: un PAI meno attento consentirebbe la realizzazione di manufatti in aree potenzialmente ad alta pericolosità più di quelle di un PAI attento, con tutte le possibili conseguenze economiche e sociali. Ricordo inoltre come tali differenze avrebbero una forte ricaduta sulla annosa questione delle assicurazioni: se fra i criteri che guidano l’entità del premio da pagare viene considerata la pericolosità, le differenze nella qualità della cartografia delle frane inciderebbero non poco sulla sua entità media fra i cittadini di una regione e quelli di un’altra: a parità di situazione geomorfologica chi ha la colpa di trovarsi in un PAI fatto meglio rischia di pagare un premio maggiore di quello di un immobile posto in un territorio con un PAI “meno attento”. Inoltre
Pertanto considero fondamentale il rifacimento totale della cartografia del dissesto idrogeologico e per farlo propongo di agire in tre step:
1. OMOGENEIZZAZIONE DEI REGOLAMENTI DEI VARI PAI. La prima cosa da fare sarebbe quella di costituire una commissione tecnica, la quale in un tempo ragionevole (un anno?) prepari un nuovo regolamento comune per tutti i PAI in tutti gli aspetti, a partire da quelli strettamente geologici e geomorfologici della classificazione dei fenomeni; ma devono anche essere precisati criteri di rilevamento, schedatura delle aree individuate, compresi dei manufatti coinvolti (dove per manufatti si considera di tutto: edifici, strade e quant’altro di antropicamente importante), grafica e legende della cartografia, stato del reticolo idrografico, esistenza di monitoraggi e altro.
Inoltre devono essere fissarti rigorosi criteri di aggiornamento, perché il PAI non può essere una fotografia statica della situazione al tempo del rilevamento, ma dovrebbe essere un catalogo dinamico che si aggiorna al cambiamento delle condizioni di un luogo.
Personalmente mi piacerebbe un sistema che lavori in base a delle matrici, cosa che garantisce l’omogeneità dei risultati (posto ovviamente che i dati siano omogenei).
2. PRODUZIONE DI UNA NUOVA CARTOGRAFIA DELLE FRANE. Fatti i criteri, andranno ovviamente applicati e la commissione dovrà anche emettere le linee-guda per
- l’applicazione dei nuovi regolamenti
- la redazione di una nuova cartografia della pericolosità da frane, dalla quale far discendere quella del rischio
- la schedatura delle aree a rischio
RILEVARE SUL TERRENO una nuova cartografia delle frane da cui ricavare pericolosità e rischio in base ai nuovi criteri certi, sicuri e comuni a tutto il territorio nazionale è un lavoro decisamente importante che non potrà che essere affidato alle Autorità di Bacino, ovviamente con finanziamenti specifici con un apposita legge prodotta dallo Stato centrale che contenga obblighi chiari (tipo: se non finisci entro un certo tempo, scatta automaticamente il commissariamento). I finanziamenti dovranno contemplare ovviamente anche l’assunzione e l’addestramento di personale qualificato ove ci sia carenza di organico tecnico (cosa piuttosto probabile).
Siccome le modifiche al PAI sono di competenza delle Regioni, questa legge dovrà anche normale le procedure di approvazione delle stesse, che devono avvenire ed essere pubblicate sul bollettino ufficiale regionale entro un tempo-limite
3. DALLA TEORIA ALLA PRATICA. Il PAI così ottenuto rimarrà sempre un “elenco di frane”. Nonostante abbia già così un alto valore scientifico perché inventariando le frane caratterizza da questo punto di vista il territorio, questo risultato non deve essere trattato come una raccolta di figurine che, una volta finita, viene messa in una scaffalatura e riguardata a piacere. No: il PAI deve essere uno strumento gestionale per il territorio, cioè in base alle risultanze cartografiche ottenute deve venire fuori (sempre con una metodologia condivisa nel regolamento generale) una metodologia che indichi le azioni da intraprendere e le relative priorità.
Quindi il nuovo regolamento deve avere, rispetto ai PAI attuali, una parte in più: quella in cui vengono identificati strumenti certi (e, ribadisco, comuni a tutto il territorio nazionale) per definire le aree dove si può convivere con un fenomeno e quelle che devono essere oggetto di delocalizzazioni.
Tutto questo anche per rendere univoci i criteri secondo i quali gestire delocalizzazioni (obbligatorie o facoltative), assicurazioni, agevolazioni di vario genere, sistemi di sorveglianza e allertamento in una scala di priorità e fattibilità di interventi.
Insomma, dai PAI oltre alla parte strettamente scientifica dovranno uscire una mappa e una visione unica del territorio italiano sulla base di criteri gestionali univoci.
LA NECESSITÀ DI UNA SORVEGLIANZA CONTINUA DEL TERRITORIO. Almeno per le frane a movimento lento deve essere infine implementata su tutto il territorio nazionale una sorveglianza con i dati dei radar satellitari InSAR come quella attualmente presente in Toscana e altre regioni (ne ho parlato qui). Vedremo cosa succederà con il sistema nazionale che dovrebbe essere (finalmente) in arrivo. Purtroppo sembra che gli aggiornamenti verranno rilasciati ogni 6 mesi, il che se da un punto di vista dello “storico” di un luogo può andare bene, lo renderebbe meno inutile per il monitoraggio predittivo degli eventi e sicuramente inutile per una emergenza
LA DICOTOMIA FRA IFFI E PAI. Oltre a quelle PAI c’è anche la cartografia IFFI (inventario dei Fenomeni Franosi Italiani). IFFI è un inventario che contiene i fenomeni avvenuti e non le aree potenzialmente soggette a nuovi fenomeni, come invece dovrebbero indicare i PAI. Ebbene, la cartografia Ispra in diversi casi rileva frane che non risultano nella cartografie PAI.
ISPRA giustamente avverte che per la progettazione e la pianificazione urbanistica, fanno testo solo le carte ufficiali delle Autorità Distrettuali e non IFFI, ma questo aspetto genera molta confusione soprattutto fra i tecnici. E se fossi un tecnico e mi trovassi in un'area dove PAI e IFF non corrispondessero, mi troverei un attimo a disagio.







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