mercoledì 27 maggio 2026

la differenza fra la percezione di un terremoto e la sua Magnitudo



Il terremoto M 4.4 del golfo di Pozzuoli del 21 maggio 2026 ha scatenato i soliti commenti della serie “è stato più forte di quello che dicono i dati ufficiali” e altri ancora più cattivi nei confronti di INGV (nella fattispecie rappresentato dall’Osservatorio Vesuviano), con l’accusa di aver abbassato - non si sa bene perché - la Magnitudo. Questo terremoto e i relativi commenti si prestano molto bene per parlare della differenza fra la Magnitudo di un terremoto e il suo risentimento, perché non può esistere una equazione che lega queste due grandezze e le possa trasformare l’una nell’altra.

le due carte evidenziano l'area sismica principale a Pozzuoli, dove il terreno si sta sollevando maggiormente e la fascia sismica nel Golfo di Pozzuoli

Alle 5.50 del 21 maggio 2026 un forte evento sismico ha interessato il golfo di Pozzuoli. Il terremoto, la cui Magnitudo definitiva, è 4.4 con un margine di incertezza di ± 0.3 è stato seguito da alcune repliche, la più forte di M 2.1. Ovviamente “forte” è relativo all’area flegrea, dove i terremoti sono all’ordine del giorno ed estremamente superficiali (in questo caso la profondità stimata dall’Osservatorio Vesuviano è 3.1±0.7 km) ed è chiaramente capibile come la popolazione che convive da anni con questa attività sismica sia abbastanza provata (a me è bastato starci una settimana per avere una dimostrazione pratica di come ci si possa sentire...).

Nell’area flegrea ci sono due zone sismiche principali: una centrata intorno al porto di Pozzuoli, che corrisponde all’area a maggior sollevamento attuale, una seconda nel golfo, corrispondente ad una fascia di deformazione diretta grossolanamente verso SE a partire dal Monte Nuovo. Come dice il nome, il Monte Nuovo è il cratere più giovane dell’area, la cui formazione, durata una settimana nel 1538, concluse un periodo analogo a quello attuale di terremoti e sollevamento. (ATTENZIONE: non è assolutamente detto che anche questa fase di unrest si concluda con una eruzione, anche se è ovviamente uno degli scenari possibili da considerare). Lungo questa fascia, che ipotizzo essere un’area di debolezza preesistente che oggi assorbe la differenza nella deformazione fra i due lati del golfo) si trova anche una serie di fumarole, le Fumose.

Essendo come tutte quelle dell’area flegrea una scossa superficiale, il suo risentimento è stato molto forte nelle vicinanze, in particolare a Bacoli, dove l’accelerazione ha raggiunto valori – diciamo così – rispettabili (0,3g) e in un quadro del genere non ci si può stupire del fatto che ci siano stati dei danni. Il risentimento è anche stato caratterizzato da una forte direzionalità e per questo è stato particolarmente forte in quella parte dell’area flegrea.

I SOLITI, QUELLI DEL NON CIELO DIKONO. Questo terremoto ha scatenato la solita ridda di voci della serie “hanno diminuito la Magnitudo” (mah… ignoro per quali motivi dovrebbero farlo…). Al di là di tutto, il problema nasce dalla solita confusione fra la Magnitudo, un numero puro che equivale all’energia liberata da un terremoto e l’accelerazione del terreno provocata dal passaggio delle onde sismiche. Questa confusione si somma alla secolare diffidenza dell'italiano medio nei confronti delle istituzioni (le quali, oggettivamente, spesso fanno di tutto per meritarsela…). Negli ultimi anni a quella – diciamo così – tradizionale nei confronti delle istituzioni, si sta affiancando sia sui social che nella politica una sempre maggiore diffidenza nei confronti del mondo scientifico, visto da parte di una rumorosa minoranza come parte delle istituzioni (la cosiddetta Scienza Ufficiale, un termine completamente assurdo, talvolta chiamata con intento dispregiativo scienzah, naturalmente fatta da scienziatih, cattivissimi personaggi al soldo dei poteri forti), che si inserisce nel filone generale della comunicazione scientifica e del rapporto fra Scienza e società in un Paese ignorante e sospettoso nei confronti della scienza, con la spiccata attitudine di essere sempre pronto a tifare per apprendisti stregoni, ciarlatani o peggio. 

Purtroppo tali posizioni riescono spesso a catturare i primi posti nei motori di ricerca o addirittura nei risultati con l’intelligenza artificiale (pessimo modo di usare la AI quello di servirsene per fare ricerche in Internet!) e sono pure sovraesposte mediaticamente da parte di alcuni giornalisti, politici o pagine internet irresponsabili, alcune volte per scarsa preparazione specifica di chi - giornalista o politico - che la propone, altre volte purtroppo è una cosa puramente voluta per fare audience o accaparrarsi favori di elettori poco informati sulla realtà; in altri casi invece opinioni assurde vengono mostrate semplicemente appellandosi alla libertà di pensiero, dimenticandosi o ignorando il fatto che la Scienza è una datocrazia (ne ho parlato qui) e quindi nel dibattito scientifico le “opinioni” devono essere in accordo con “i dati”, oppure discuterli con motivazioni reali.
Di fatto il presunto abbassamento della Magnitudo, per scopi che i “non cielo dikono” non specificano (leggo alle volte che lo farebbero per non allarmare la popolazione) è molto presente nei commenti sui social dopo un terremoto in generale e l’area flegrea non fa eccezione.

Qualcuno in certi casi arriva addirittura a considerare più autorevole una app che calcolerebbe la Magnitudo in base agli accelerometri dei telefoni degli utenti che l’hanno scaricata rispetto ai dati dell’Osservatorio Vesuviano. Un utente appartenente a questa categoria ha addirittura postato uno screen di una di queste app, dando di Pinocchio all’Osservatorio Vesuviano; gli ho risposto che una persona dotata di raziocinio dovrebbe capire che tra la Magnitudo calcolata da una app del genere e quella calcolata dagli algoritmi dell’Osservatorio Vesuviano ci sia una bella differenza. E che i dati sono consultabilissimi da chiunque, e ovviamente è impossibile imboscare qualche dato o sottovalutare le scosse.

MAGNITUDO E PERCEZIONE DI UN TERREMOTO SONO DUE COSE DIVERSE!!! L’equivoco nasce semplicemente dal fatto che – appunto – molte persone pretendono di calcolare la Magnitudo avendo come riferimento esclusivo lo scuotimento che hanno percepito. Vediamo allora quali sono i fattori che determinano la percezione di un terremoto, tralasciando volutamente la questione dei metodi differenti per calcolarla, il che può anche comportare differenze nel valore ricavato, perché è un argomento che comunque potete trovare ben trattata sul sito di INGV a questo indirizzo.
È importante inoltre notare come a fini di Protezione Civile ed Ingegneria delle costruzioni non conti la Magnitudo, ma il risentimento.
Il risentimento viene internazionalmente espresso nella scala Mercalli Modificata (non è un termine del tutto corretto ma per quanto serve adesso va benissimo) in termini di accelerazione cosismica, la cui unità di misura è la percentuale rilevata rispetto alla accelerazione di gravità, in sigla %g.
Attenzione: se viene indicato in una nota che una costruzione è in grado di resistere a terremoti di una certa Magnitudo, senza però identificare l’area di origine di questi terremoti, avete letto una fesseria, perché potrebbe resistere anche ad un terremoto di M 10, basta sia sufficientemente distante. Deve essere indicata invece l’accelerazione cosismica a cui resiste. Ad esempio: questo edificio regge fino alle sollecitazioni di un terremoto che raggiungono uno scuotimento del IX grado della Scala Mercalli.

COME RISENTIAMO UN TERREMOTO RISPETTO ALLA SUA MAGNITUDO?

Vediamo quindi quali sono i fattori principali che determinano la percezione delle onde sismiche di un terremoto. Ce ne sono di diversi tipi. I fattori naturali sono sia di ordine geografico (banalmente la posizione dell'ipocentro) e geofisici come Magnitudo ed altri)

la differenza nell'estensione dell'area di risentimento fra due terremoti di Magnitudo confrontabile ma di profondità molto diversa: M 4.3 a Forlì del gennaio 2026 e M 4.0 del luglio 2025 a Pozzuoli

Innanzitutto ci sono dei FATTORI NATURALI GEOGRAFICI:

1. MAGNITUDO. Ovviamente più elevata è la Magnitudo, maggiore sarà il risentimento a parità di distanza. NB: la inserisco qui in quanto è un fattore geofisico ma influenza molto i fattori geografici

2. DISTANZA EPICENTRALE. Anche questo è banale: più ci si allontana dall’epicentro, meno si risente un terremoto

3. PROFONDITÀ IPOCENTRALE. Qui le cose si fanno leggermente più complesse: un terremoto profondo ha l’ipocentro più lontano dalla superficie e quindi maggiore la profondità, minore il risentimento rispetto ad un evento della stessa Magnitudo ma più superficiale. Ma a complicare un attimo le cose dobbiamo notare come a parità di Magnitudo, se il suo risentimento è minore nell’area epicentrale rispetto ad uno più superficiale, più l’ipocentro è profondo, più l’area di risentimento si allarga. Insomma è possibile che un terremoto a M minore ma più profondo venga risentito in aree dove invece un evento con le stesse coordinate geografiche, la stessa Magnitudo ma una profondità minore non viene risentito. Avevo già parlato qui di questa differenza a proposito di due terremoti in Toscana.
Per andare sul pratico, vediamo qui accanto la enorme differenza nella estensione delle aree di risentimento fra due terremoti: il primo M 4.3 del 26 gennaio 2026 nei pressi di Forlì con ipocentro a 19.5 km di profondità; il secondo il terremoto M 4.0 del 18 luglio 2025 a Pozzuoli, con ipocentro ad appena 2 km e mezzo. 
Quello di Pozzuoli ha generato anche diversi danni mentre a Forlì si..., se ne sono accorti del terremoto, ma non è successo niente. Nella immagine di sinistra vediamo come l'area di risentimenti del territorio romagnolo sia stata enormemente più grande rispetto a quella di quello flegreo. In quella di destra ho messo gli epicentri nella stessa posizione. 
Ecco perché un terremoto anche di Magnitudo sostanzialmente bassa, per esempio 3.5, ma con l'ipocentro a soli 3 km di profondità sotto Pozzuoli ai Campi Flegrei, da quelle parti comincia ad essere “parecchio forte” dal pounto di vista del risentimento e suscitare preoccupazioni, perché chi è in casa anche se per pochi secondi “balla” eccome. Invece a ad Ischia o nella parte più orientale di Napoli un evento del genere non lo ha percepito nessuno. Un terremoto di stessa Magnitudo ma più profondo presenta un’area di risentimento nettamente diversa e in particolare il risentimento all’epicentro sarà molto minore.
Per questo chi non sta da quelle parti e in caso di evento del genere ai Campi Flegrei commenta sprezzantemente le reazioni degli abitanti della zona ad un evento di M compresa fra 2 e 3 è solo e semplicemente un cretino.

FATTORI NATURALI GEOFISICI. I fattori geografici funzionerebbero sempre in una Terra ideale e omogenea, nella quale le onde sismiche si propagherebbero ugualmente in tutte le direzioni. In realtà le cose possono essere molto diverse.

1. DIREZIONALITÀ. È possibile che le onde sismiche si focalizzino in certe direzioni. Questo comporta che a parità di distanza i risentimenti possano essere siano molto diversi nelle varie direzioni: in quelle lungo le quali si focalizzano il risentimento può essere molto maggiore di quello teorico con una distribuzione sferica uniforme, mentre a parità di distanza in altre direzioni rispetto all’epicentro il risentimento diventa molto minore se non nullo.
Questo può spiegare ad esempio la accelerazione cosismica così elevata che è stata registrata a Bacoli nel terremoto del Golfo di Pozzuoli del 21 maggio, dove tra bassa profondità e direzionalità la accelerazione cosismica massima è stata di circa il 30% di quella di gravità (roba da VIII grado della Scala Mercalli… scusate se è vi pare poco). I danni registrati sono quindi assolutamente compatibili con tale ragguardevole valore, e per fortuna data la magnitudo, la scossa è stata di breve durata,

2. LUNGHEZZA DEL TRATTO DI FAGLIA INTERESSATO DAL MOVIMENTO. Una propagazione sferica esigerebbe anche una origine puntiforme del terremoto, come nel caso dell’esplosione di una bomba. In realtà i terremoti si verificano lungo delle faglie, che proiettate sulla superficie terrestre sono strutture lineari e il movimento avviene lungo una superficie. Anzi, in casi come questo, dove definirlo puntiforme diventa assurdo, per "epicentro" si indica la proiezione sulla superficie terrestre del punto da dove inizia e si propaga la rottura, punto che in genere è vicino a uno dei vertici dell’area interessata dal movimento. L’estensione dell’area in cui si verificano le repliche è un’altra indicazione delle dimensioni dell’area interessata dal movimento Questo implica un'altra cosa e cioè che più è lungo il segmento di una faglia, più la distribuzione del risentimento diventa da circolare ellittica, come si vede molto bene nell'immagine a destra, che illustra il risentimento dovuto al terremoto M 7.0 del 12 Giugno 2025 al confine tra Alaska e Territorio dello Yukon. L'epicentro (o, meglio, in questo caso, il punto dove è avvenuta la rottura è indicato dalla stella e si vede come a parità di distanza da esso il risentimento sia molto diverso a seconda della direzione.

la forma molto allungata del risentimento in un terremoto molto forte: in questo caso il M 7.0 del 12 giugno 2026 al confine tra Alaska e Territorio dello Yukon
3. EVENTUALE AMPLIFICAZIONE O ATTENUAZIONE LOCALE DELLE ONDE SISMICHE. Nella crosta terrestre la velocità delle onde sismiche cambia sia a causa delle litologie attraversate che dello stato della roccia (ad esempio a parità di litologia diminuirà in caso di roccia fratturata). In superficie, per gli effetti di un terremoto è particolarmente delicata un’area in cui le onde sismiche rallentano. Prendiamo ad esempio sempre le onde del mare su una spiaggia: venendo verso riva rallentano perché la loro velocità è funzione della profondità. Ma siccome devono conservare l’energia si alzano. Anche le onde sismiche quando rallentano aumentano la loro ampiezza e quindi ad un loro rallentamento corrisponde un aumento della accelerazione del terreno. Le aree più pericolose da questo punto di vista sono quelle con sedimenti sciolti, dove la velocità delle onde sismiche è bassa, accanto a rocce “vive” dove è molto maggiore. Un tragico esempio di amplificazione delle onde sismiche per questo motivo è rappresentato dalla scuola di San Giuliano di Puglia durante il terremoto M 5.7 del 31 ottobre 2002.
Per altri motivi le onde sismiche possono accelerare anche in corrispondenza di creste.

Da ultimo parliamo dei FATTORI STRETTAMENTE ANTROPICI. Questi determinano differenze anche a brevissima distanza nel risentimento fra persona e persona. In particolare:

1. POSIZIONE DELL'OSSERVATORE  RISPETTO AL TERRENO. Una persona per strada percepirà una scossa in modo molto minore rispetto a chi si trova in un edificio e – in media – il risentimento aumenta tra un piano più basso e quello corrispondente al di sopra

2. TIPO DI EDIFICIO E POSIZIONE DELL’EDIFICO RISPETTO AD ALTRI. Contano anche il tipo e la forma di un edificio, come due edifici uguali, di cui uno isolato e un altro collegato ad altri edifici contigui possono mostrare differenze importanti nel risentimento. Ma qui si aprirebbe un mondo, l’edilizia antisismica, in cui non voglio entrare per “scarse competenze in materia”.

Quindi, prima di trasformare automaticamente il risentimento percepito nella Magnitudo di un terremoto e scrivere delle fesserie sui social, magari dando anche di incompetenti ai geofiici pensateci sopra, e tenete conto che neanche un singolo sismografo può farlo, perché per calcolarla vanno esaminato molti sismogrammi. Figuratevi se può farlo una persona!!

martedì 12 maggio 2026

I Dinosauri si sono differenziati nella Pangea meridionale ben prima della loro diffusione nella Pangea settentrionale


La diversificazione dei dinosauri è comunemente addebitata alla loro espansione in concomitanza con l’Evento Pluviale Carnico, avvenuto appunto nel Carnico e quindi all’inizio del Triassico superiore, circa 234-232 milioni di anni fa, in cui sarebbero stati protagonisti di una rapida radiazione evolutiva. In realtà sembra che le cose stiano diversamente: i dinosauri si sarebbero differenziati già prima della loro radiazione in tutta la Pangea, quando erano confinati alla parte più meridionale del continente a causa della vasta fascia equatoriale desertica impossibile da valicare che caratterizzava il supercontinente: questa fascia arida si sarebbe attenuata proprio grazie all’umidità dell’Evento Pluviale Carnico. Un lavoro appena uscito ha analizzato la storia della morfologia dei primi dinosauri confermando questa visione e ponendo l’origine dei dinosauri all’interno della grande differenziazione degli arcosauri seguita alla grande estinzione di fine Permiano e non 15 milioni di anni dopo. Resta da capire perché i dinosauri si fossero differenziati in quella ristretta fascia dove vivevano prima di espandersi: probabilmente ciò è dovuto ad un importante turnover faunistico nel Triassico inferiore del Sudamerica, quando l’estinzione di tanti arcosauri e terapsidi ha lasciato campo libero ai primi dinosauri che quindi si sono differenziati per rioccupare varie nicchie ecologiche lasciate libere.


EVENTO PLUVIALE CARNICO E BASALTI DI WRANGELLIA: La diversificazione dei dinosauri è stata addebitata alla loro espansione in concomitanza dell’Evento Pluviale Carnico (Bernardi et al, 2018): si è trattato di una fase in cui è avvenuta una estinzione minore che, come succede per ogni  estinzione di massa, è coincidente con una Large Igneous Province, in questo caso quella della Wrangellia, un plateau basaltico che si era messo in posto nel Panthalassa vicino alla costa occidentale della Laurentia (l'attuale America Settentrionale) e che ora, dopo la collisione con quel continente, forma una fascia allungata lungo la costa pacifica tra USA settentrionali, Canada e Alaska meridionale.
Per questo evento Dal Corso et al (2015) propongono un quadro un po' diverso da quello associato alle LIP tradizionali: il riscaldamento globale dovuto alle emissioni di CO2 dei basalti della Wrangellia ha provocato un forte incremento della circolazione monsonica nella Pangea, pesantemente influenzata dalla presenza di giovani ed alte catene montuose intracontinentali risultanti dalla collisione fra il Gondwana ed Euramerica, il continente comprendente le attuali Europa e America settentrionale (ne ho parlato qui). Pertanto l’associato aumento delle piogge ha drasticamente cambiato non solo l’ambiente continentale, ma anche quello marino, incidendo in maniera notevole sulla biosfera: le modifiche della vegetazione hanno messo in grossa difficoltà gli erbivori crurotarsi (ma anche, evidentemente, i loro predatori), mentre in mare i cambiamenti nella sedimentazione dovuti al maggiore tasso di erosione e al relativo aumento dell’apporto di sedimenti da parte dei fiumi hanno messo in crisi gli animali abituati alle limpide acque delle piattaforme carbonatiche. Ne è seguita una discreta modificazione della biosfera, grazie alla quale si sono affermati i coccolitofori (alghe unicellulari capaci di sintetizzare carbonato di calcio, con cui si rivestono), le conifere e, appunto, i dinosauri.

I DINOSAURI NEGLI ARCOSAURI. I rettili attuali si dividono in Lepidosauri (lucertole, varani, serpenti) e Arcosauri (coccodrilli e uccelli). Questi due gruppi, insieme ad altri rettili che non hanno lasciato discendenti, sono già presenti nel Permiano superiore, quindi prima della “madre di tutte le estinzioni”, quella al passaggio fra Permiano e Triassico (Etzcurra et al 2014). Gli Arcosauri odierni comprendono attualmente solo coccodrilli e uccelli (e di conseguenza i coccodrilli sono più parenti degli uccelli che degli altri rettili), ma nel Mesozoico (e specialmente nel Triassico) formavano un gruppo caratterizzato da una enorme biodiversità: essendo arcosauri i Dinosauri, lo sono ovviamente anche gli uccelli, loro discendenti), poi c’erano i rettili volanti e, nel Triassico, una vastissima serie di ordini differenti di arcosauri terrestri. Ci sono poi i rettili marini: a parte i mosasauri, affini a serpenti e varani, gli altri hanno una collocazione più incerta.
I rapporti fra i vari gruppi di arcosauri sono ancora molto dubbi, perché si sono diversificati in modo estremamente rapido sfruttando il vuoto della biosfera seguito appunto alla grande estinzione al passaggio Permiano – Triassico. La divisione principale degli Arcosauri è fra Crurotarsi (fra i quali i coccodrilli) e Avemetatarsalia che comprendono, oltre ad altre forme triassiche, dinosauri e rettili volanti. Attenzione che i crurotarsi sono arcosauri più parenti dei coccodrilli che degli uccelli, ma non è detto che abbiano una forma simile a quella dei coccodrilli: questo vale per i fitosauri, ma altri erano agili animali terrestri, anche corridori, dalle zampe lunghe, e quindi più simili come forma ai dinosauri. Alcuni erano addirittura bipedi. Qui ho spiegato perché negli arcosauri il bipedismo è molto diffuso.

QUANDO SONO APPARSI I PRIMI DINOSAURI? La domanda attuale è quando sono vissuti i primi dinosauri. E qui le cose si fanno più complesse. Una caratteristica importante della evoluzione dei dinosauri è la comparsa pressoché simultanea di dinosauri predatori, onnivori ed erbivori di grandi e piccole dimensioni, un aspetto che generalmente corrisponde alle aspettative di uno scenario di radiazione evolutiva alla base di Dinosauria.
Le prime testimonianze di dinosauri o almeno di loro parenti stretti (Dinosauromorpha) sono impronte trovate in Polonia, che datano a circa 242-244 milioni di anni fa, alla fine dell'Anisico (Brusatte et al, 2011), Di poco più recente è Nyasasaurus parringtoni, che Nesbitt et al (2013) descrivono e identificano come il membro più antico conosciuto di Dinosauria o quantomeno un loro parente molto prossimo. I suoi pochi resti ci informano che Nyasasaurus era lungo tra 2 e 3 metri ed è vissuto alla fine dell’Anisico (circa 240 milioni di anni fa).
Tutti questi ritrovamenti dimostrano una origine dei dinosauri ben anteriore alla loro espansione durante il Carnico, diciamo di 15 milioni di anni, nell'Olenekiano inferiore (circa 249-251 milioni di anni fa), un periodo di poco successivo all'estinzione di massa del Permiano/Triassico (252,3 milioni di anni fa), il che la riporta direttamente nel quadro della generale radiazione degli arcosauri dopo la grande estinzione della fine del Permiano e non in un periodo posteriore.
Tuttavia, in gran parte a causa dell'incertezza che circonda la filogenesi dei primi dinosauri, il ritmo e le modalità della loro comparsa e della loro radiazione iniziale rimangono ancora poco definiti.

la tempistica Triassica dei dinosauri. La fascia in rosso è quella in cui può cadere secondo
Brownstein e Griffin (2026) l'età della prima differenziazione dei dinosauri

UN MODELLO BASATO SULL’ANALISI MORFOLOGICA CONFERMA LA NUOVA DATAZIONE DELLA PRIMA DIFFERENZIAZIONE DEI DINOSAURI.
In un articolo appena uscito Brownstein e Griffin (2026) hanno ricostruito la diversificazione iniziale dei dinosauri attraverso analisi bayesiane di datazione utilizzando nove set di caratteri morfologici, e stimano che i dinosauri siano comparsi tra 250 e 240 milioni di anni fa, 10 milioni di anni prima delle prime testimonianze fossili.
Una osservazione importante derivante da questa analisi è che i primi dinosauri dal punto di vista mofologico sembrano essere poco differenziati rispetto ad un “arcosauro ancestrale”, rispetto a quanto si osserva in genere: i vari ordini di arcosauri, come anche i rettili marini a loro contemporanei, hanno sviluppato già all’inizio del Triassico morfologie particolari e definite.
Brownstein e Griffin (2026) stimano che i dinosauri potrebbero essere comparsi addirittura 251 milioni di anni fa, e subito dopo si sono suddivisi nelle loro linee principali (Ornithischia, Sauropodomorpha, Theropoda e due cladi esclusivamente triassici di non sicura attribuzione: i carnivori Herrerasauria dalle ambigue affinità con i dinosauri e gli erbivori Silesauridae, che potrebbero far parte di Ornithischia o essere un gruppo a se stante. La situazione comunque è ancora fluida addirittura a dispetto di quello che sembra acquisito perché ad esempio per Baron et al (2017) i Teropodi sono affini ad Ornitischia e non uniti in Saurischia con i Sauropoda, a cui invece sarebbero correlati gli Herrerasauri (e da questo deriverebbe che il comportamento carnivoro sa stato acquisito due volte in due cladi differenti)
L'aspetto più immediatamente evidente di queste analisi è il tasso di evoluzione morfologica nei dinosauri, che prima di diminuire nel Giurassico (e ancora di più nel Cretaceo) raggiunge il picco nel Triassico superiore 233,6 ± 2,9 milioni di anni fa, approssimativamente contemporaneo al cosiddetto evento di diversificazione dei dinosauri osservato con la documentazione fossile e con l'Evento Pluviale Carnico. Un altro indizio di una origine ben precedente che deriva dall’analisi di Brownstein e Griffin (2026) è che se si considera che i più antichi fossili sicuramente attribuibili a Dinosauria siano indicativi dell'età assoluta dell'antenato comune di tutta la loro gloriosa genia (circa 233 milioni di anni fa), il tasso di diversificazione durante l’Episodio Pluviale Carnico avrebbe dovuto essere incredibilmente elevato, ben oltre quello osservato tramite la documentazione fossile.
Analisi e testimonianze fossili messe insieme quindi dimostrano come i dinosauri siano probabilmente comparsi prima del Carnico


PALEOBIOGEOGRAFIA TRIASSICA ED EVOLUZIONE INIZIALE DEI DINOSAURI. I dati sulla dispersione dei dinosauri a partire dal Gondwana meridionale supportano l'ipotesi secondo la quale la fascia arida equatoriale della Pangea abbia agito da barriera alla dispersione attraverso il supercontinente dei dinosauri, che erano quindi rimasti confinanti alla sua parte meridionale. Questa barriera si è attenuata grazie all’umidità dell'Evento Pluviale Carnico.
Pertanto i dati suggeriscono che la radiazione del Carnico, abbia interessato i dinosauri già differenziati nei vari cladi, a loro volta già contenenti linee evolutive diverse fra loro. Quindi la prima differenziazione ha preceduto la loro radiazione e non il contrario, anche se durante la radiazione è sicuramente avvenuta una seconda, massicci, differenziazione.
La domanda quindi è perché i dinosauri si erano potuti differenziare in modo così massiccio rimanendo confinati ad un’area limitata. La scarsità di fossili non aiuta, ma Ezcurra et al (2017) hanno probabilmente trovato la pistola fumante che la potrebbe aver innescata, descrivendo la scoperta di una nuova associazione di tetrapodi del Triassico più antica e chiaramente differente da quelle a dinosauri. Pertanto i dinosauri avrebbero approfittato in qualche modo dell’estinzione di queste faune per diversificarsi prima dell’evento pluviale del Carnico che ha solo successivamente innescato l’aumento della loro area distribuzione.
Inoltre si osserva un momentaneo aumento del tasso di differenziazione dei dinosauri al passaggio Norico – Retico, quando è avvenuta un altra estinzione minore, caratterizzata da un evento anossico e innescata, ovviamente, da una Large Igneous Province minore, quella di Angayuchan, oggi conservata nell’Alaska vicino a quella di Wrangellia in un altro terrane agglomerato al Nordamerica (Rigo et al, 2026), che probabilmente ha ulteriormente favorito l’espansione di questo notissimo clade di arcosauri.

BIBLIOGRAFIA

Bernardi et al (2018). Dinosaur diversification linked with the Carnian Pluvial Episode. Nature Communications 9:1499

Brownstein e Griffin (2026). An early burst of skeletal evolution at the origin of dinosaurs. Proc. R. Soc. B 293: 20260102.

Brusatte et al (2011). Footprints pull origin and diversification of dinosaur stem lineage deep into Early Triassic. Proc. R. Soc. B 278, 1107–1113.

Dal Corso et al (2012). Discovery of a major negative δ13C spike in the Carnian (Late Triassic) linked to the eruption of Wrangellia flood basalts. Geology 40,79-82

Ezcurra et al (2014). The Origin and Early Evolution of Sauria: Reassessing the Permian Saurian Fossil Record and the Timing of the Crocodile – Lizard Divergence. PLoS ONE 9(2): e89165. doi:10.1371/journal.pone.0089165.

Ezcurra et al. (2017). Deep faunistic turnovers preceded the rise of dinosaurs in southwestern Pangaea. Nat. Ecol. Evol. 1, 1477–1483

Ogg (2015). The mysterious Mid-Carnian "Wet Intermezzo" global event. Journal of Earth Science, 2015, 26(2): 181-191. doi: 10.1007/s12583-015-0527-x 

Rigo et al (2024). Unveiling a new oceanic anoxic event at the Norian/Rhaetian boundary (Late Triassic). Scientific Reports 14:15574





giovedì 30 aprile 2026

I magmi presenti in enormi quantità sotto la Toscana e perchè non sono arrivati in superficie


È facile intuire e poi confermare con i dati la presenza di migliaia di chilometri cubi di magma nella crosta superiore al di sotto di supervulcani come Yellowstone (USA), Toba (Indonesia) e Taupo (Nuova Zelanda), poiché questi sistemi sono ben identificabili grazie alla presenza in superficie di apparati vulcanici e di importanti depositi eruttivi. La sfida consiste nel riconoscere tali serbatoi magmatici senza evidenze in superficie, come succede nella Toscana meridionale, dove se da un lato abbiamo una scarsa attività vulcanica quaternaria, dall’altro i dati del sottosuolo indicano la presenza di fluidi ad altissima pressione e molto caldi a basse profondità e anche di magmi nella crosta a diversi km di profondità. Lupi et al (2026) hanno utilizzato una rete di sismometri per produrre una tomografia, il cui risultato evidenzia la presenza di oltre 5.000 km³ di magma fuso nella crosta sotto il sistema di Larderello - Radicondoli (specificamente oggetto di questo studio) e di una quantità probabilmente ancora superiore sotto l’Amiata. Questi magmi provenienti dal mantello alimentano i sistemi geotermici ad alta entalpia della regione, ma non riescono ad arrivare in superficie probabilmente perché sono bloccati dalla presenza di rocce granitiche che si sono prodotte a causa della fusione della crosta innescata proprio dal calore di questi magmi provenienti da zone molto profonde del mantello.
PS: anche se l’ho usato, supervulcano non è un termine scientifico accettato, ma si riferisce convenzionalmente a vulcani che hanno prodotto almeno una singola eruzione capace di aver immesso volumi di magmi e altri prodotti superiori a 1.000 km3




In Italia i valori massimi del flusso di calore dall'interno della Terra si trovano in corrisponDenza dei sistemi geotermici della Toscana e di alcuni vulcani laziali

IL VULCANISMO RECENTE E ATTUALE FRA TOSCANA, LAZIO E CAMPANIA. La costa occidentale dell'Italia, tra Toscana, Lazio e Campania, è caratterizzata da un vulcanismo attuale e recenti di una certa importanza. In Campania la caldera dei Campi Flegrei è attualmente in fase di unrest (come dimostrano terremoti e sollevamento), sono presenti altri due vulcani attivi, Vesuvio e Ischia e il Roccamonfina ha cessato la sua attività da non molto tempo. Nel Lazio, oltre all’arcipelago pontino, i laghi calderici evidenziano una intensa attività vulcanica recente. Nella regione i Colli Albani sono ampiamente riconosciuti come un apparato dormiente, e per alcuni autori questo vale anche per il complesso dei Vulsini. 
i prodotti della Provincia Magmatica Toscana (Serri et al, 2001)
In Toscana la Provincia Magmatica Toscana è caratterizzata da una serie di vulcani (Capraia, Campiglia, Radicofani e Amiata) e intrusioni granitiche (o, meglio: granodioritiche) di piccole dimensioni messe in posto a bassa profondità (Farina et al, 2018), alcune delle quali sono adesso in superficie (ad esempio Giglio, Montecristo e all’Elba il monte Capanne), mentre altre sono conosciute per le mineralizzazioni che si sono formate nella aureola metamorfica sovrastante. 

Nell'area inoltre sono presenti anche:
  • un flusso di calore massiccio (fino a 1000 mWm, con un gradiente geotermico che raggiunge più di 150 °C km−1)
  • una intensa microsismicità
  • fluidi ad altissima pressione a basse profondità con temperature che localmente superano i 500 °C a circa 3 km di profondità (Minetto et al, 2020), una diffusa attività fumarolica a Larderello (un tempo chiamata Valle del Diavolo) prima dell'inizio dello sfruttamento geotermico nel XIX secolo
  • una anomalia gravimetrica positiva (anche per questa caratteristica l’interpretazione più ovvia è la presenza di materiale “pesante” nella crosta)
  • un forte sollevamento recente che arriva fino a 500 m, attributo all'intrusione di corpi granitici nella crosta superiore
L'attività vulcanica della Provincia Magmatica Toscana è iniziata ben 15 Milioni di anni fa (nel Miocene medio!) nell'attuale Corsica settentrionale in una situazione paleogeografica completamente diversa da quella attuale: il Tirreno non esisteva e la Calabria era attaccata alla Sardegna (Viti et al, 2021): ne ho parlato qui. Il vulcanismo dalla Corsica si è gradualmente spostata verso est, e l'ultimo episodio ha riguardato l’Amiata oltre 200.000 anni fa.
Tutte queste caratteristiche suggeriscono la probabile presenza di magma in profondità e, quindi che le condizioni che hanno dato origine alla Provincia Magmatica Toscana siano ancora in atto, anche in mancanza di eruzioni negli ultimi 100.000 anni.

Lupi et al (2026): in blu le zone in cui le onde sismiche sono più veloci,
in marrone dove sono più lente
LA NUOVA TOMOGRAFIA CONFERMA LA PRESENZA DI MAGMI. Finora i dati geofisici non hanno fornito una risposta definitiva, anche se una grande quantità di dati ha suggerito la presenza di intrusioni a circa 10 km di profondità (Brogi et al, 2005), perché i precedenti studi di imaging sismico passivo hanno coperto vaste aree con reti sismiche sparse o si sono concentrati su piccole regioni con dense installazioni sismiche. Ciò ha portato a tomografie incompleta del sistema geotermico, in particolare delle sue regioni di alimentazione più profonde.
Per dare una risposta più definitiva Lupi et al (2026) hanno installato una rete di sismometri a banda larga che ha funzionato tra il settembre 2020 e il settembre 2021 per integrare la rete sismica pubblica permanente italiana (INGV) ed elaborare i dati per eseguire un'analisi di tomografia sismica. In questo modo hanno ottenuto un modello 3D della velocità delle onde di taglio (Vs) dei primi 15 km della crosta terrestre della Toscana.

GEOGRAFIA, GEOLOGIA E ONDE SISMICHE IN TOSCANA. Le velocità delle onde sismiche mostrano una struttura crostale composta da domini in cui la loro velocità è molto alta (domini “freddi”) e domini con velocità molto bassa (domini “caldi”). Le transizioni fra domini caldi e freddi sono molto rapide. In particolare sono evidenti:
  • un corpo veloce con orientamento NW che parte da Venturina (grossolanamente all’altezza dell’Elba) e costeggia la costa tirrenica. Già visibile a una profondità di 3 km, diventa sempre più evidente a maggiori profondità. Il corpo corrisponde all’incirca alla regione metallifera toscana.
  • una linea di transizione con orientamento NE tra corpi più veloci e più lenti, che parte dall'Elba orientale e raggiunge Larderello e Radicondoli. Questa linea coincde più o meno con la direzione delle faglie ipotizzate per assorbire la deformazione nella regione (Liotta e Brogi, 2020).
Gli Autori hanno inoltre realizzato due profili verticali che attraversano alcune delle caratteristiche geologiche più rilevanti, nei quali viene dimostrata la presenza di valori di velocità delle onde S notevolmente bassi al di sotto dei principali sistemi geotermici della Toscana:
  • lungo la sezione con orientamento NE, che dall’Elba arriva a Radicondoli si osserva un dominio sub-verticale di basse velocità delle onde di taglio a profondità comprese fra 8 e 15 km n corrispondenza del sistema geotermico.
  • la sezione con orientamento NW inizia nel sistema di Larderello e prosegue fino a quello dell’Amiata. Le temperature maggiori si trovano in corrispondenza dei due sistemi geotermici con un terzo massimo relativo sotto Bagni di Petriolo, ma in ogni caso lungo tutta la lunghezza del profilo la crosta al di sotto degli 8 km è molto calda. Quindi l’alta temperatura non corrisponde a dei pennacchi isolati, ma caratterizza tutta la crosta fra i due sistemi.

le sezioni e la tomografia di Lupi et al (2026)

INTERPRETAZIONE DELLA TOMOGRAFIA. Normalmente nella crosta continentale all'aumentare della profondità ci si aspetta un aumento della velocità delle onde di taglio; ciò spesso non accade nei sistemi geotermici e vulcanici a causa della presenza di fluidi idrotermali e magmatici che le rallentano: per questo gli Autori possono sostenere che la marcata riduzione delle onde di taglio nelle principali aree geotermiche sia correlata alla presenza di fluidi magmatici di origine magmatica che si accumulano fino a circa 3 km di profondità.
Venendo al particolare, nell'area geotermica di Larderello è presente il cosiddetto orizzonte K, una discontinutà della velocità delle onde sismiche situata tra i 3 e i 4 km di profondità. Sul suo significato ci sono diverse interpretazioni: per alcuni Autori è un limite geologico che corrisponde a unità dalla composizione diversa o ad una transizione mineralogica nella stessa unità; per altri rappresenta il livello massimo di accumulo di fluidi caldi in profondità.
Rispetto alle indagini precedenti la nuova tomografia riconosce una maggiore estensione di questo orizzonte intorno a Larderello – Radicondoli e una discontinuità simile sotto l’Amiata; quindi sembra essere una caratteristica comune in corrispondenza delle regioni a bassa velocità della crosta.
I dati sono stati poi analizzati con il software MageMin, che calcola un assemblaggio minerale stabile per un dato insieme di pressione, temperatura e composizione della roccia(Riel et al, 2022). Il software suggerisce la presenza di magmi liquidi, indicando per la regione a bassa velocità sotto Larderello un nucleo in cui la frazione liquida è superiore all'80% per un volume di circa 3.0000 km3, con al di sopra una regione esterna ricca di cristalli dove la frazione liquida è circa il 20% del volume totale, ampia circa 5.000 km3.
Per la regione sotto il monte Amiata i risultati suggeriscono la presenza di volumi ancora maggiori; tuttavia sono dati da considerare solo preliminari, perché ci troviamo ai limiti dell’area esaminata, che era specificamente centrata sul sistema di Larderello e Radicondoli. Ovviamente si impone uno studio come questo, ma centrato sull’area dell’Amiata (dal mio punto di vista mi piacerebbe che venisse esteso fino a comprendere con precisione anche l’area di Bolsena).

tabella da Lupi et al (2026) che confronta il sistema Larderello - Radicondoli, indicato come LTS
(Larderello Travale System)  con sistemi vulcanici che hanno fornito eruzioni molto  importanti

CONFRONTO CON AREE VULCANICHE CON CARATTERISTICHE SIMILI NEL MONDO. La tabella qui sopra compara i dati geofisici del sistema Larderello - Radicondoli con quelli di alcune delle aree che hanno prodotto eruzioni vulcaniche particolarmente importanti. Le stime del volume di magmi fusi nella Toscana sono dello stesso ordine di grandezza di quelle di alcuni dei più grandi sistemi eruttivi a livello mondiale, come Taupō (Nuova Zelanda), Long Valley e Yellowstone (USA), noti per aver ospitato super-eruzioni e da una prospettiva geofisica quantitativa, il sistema di alimentazione di una caldera come quella dei Campi Flegrei è pressoché identico a quanto si vede in toscana: attività sismica superficiale, anomalie gravitazionali, manifestazioni fumaroliche e flussi di calore elevati. E si sa che i Campi Flegrei hanno ospitato eruzioni importanti anche se non è vero, come è opinione comune, che ci siano state delle super-eruzioni.
L’enigma della Toscana è che eruzioni come quelle che hanno caratterizzato questi sistemi vulcanici in Toscana non sono avvenute da nessuna parte, tantomeno a Larderello: per l’Amiata si tratta al massimo di 10 km³ e gli altri centri eruttivi non hanno generato volumi significativi. Inoltre, rispetto ai supervulcani conosciuti, i parametri geofisici di Larderello sono paragonabili a quelli di Yellowstone, Taupo e altre caldere: ad esempio, il flusso di calore misurato è paragonabile a quello misurato a Yellowstone, mentre il volume del serbatoio crostale è paragonabile a quello mappato nella caldera di Long Valley.

PERCHÈ IN TOSCANA NON CI SONO STATE GRANDI ERUZIONI? La differenza fondamentale rispetto alle altre situazioni che abbiamo visto qui sopra sta nella presenza fra la superficie e i serbatoi magmatici di magmi ad alto tenore di silice (ad esempio le granodioriti delle isole dell’arcipelago o quelli riscontrati nei sondaggi a Larderello). Si tratta di tipici magmi prodotti per la fusione parziale della crosta, processo noto con un nomaccio incomprensibile ai più e cioè anatessi crustale. Il che ci dice che, almeno apparentemente, non c’entrano nulla con i magmi provenienti dal mantello che risiedono più sotto.
La chiave dell’enigma sta proprio nel rapporto fra magmi crustali e magmi mantellici: il calore dei magmi mantellici provoca la fusione parziale della crosta sovrastante: si formano così estese fasce di granitoidi, magmi con alto tenore di silice ed allumina. L'assenza di eruzioni significative alimentate dai grandi serbatoi di magma sotto alle aree geotermiche può essere dovuta alla presenza di questa fascia di granitoidi a bassa temperatura che possono accumularsi nella crosta superiore formando una barriera che ostacola la risalita dei fusi.


BIBLIOGRAFIA

Farina et al (2018). Zircon petrochronology reveals the timescale and mechanism of anatectic magma formation. Earth and Planetary Science Letters 495, 213-223

Liotta e Brogi (2008). Pliocene-Quaternary fault kinematics in the Larderello geothermal area (Italy): insights for the interpretation of the present stress field. Geothermics 83, 101714

Lupi et al 2026 (2026). High-enthalpy Larderello geothermal system, Italy, powered by thousands of cubic kilometres of mid-crustal magma. Communications Earth & Environment 7:269

Riel et al (2022) MageMin, an efficient gibbs energy minimizer: application to igneous systems. Geochem. Geophys. Geosyst. 23, e2022GC010427 (2022)

Serri et al (2001) - Magmatism from Mesozoic to Present: petrogenesis, time space distribution and geodynamic implications. In: Vai et al (eds)Anatomy of an orogen: the Apennines and adjacent Mediterranean Basins.. Kluwer Academic Publisher, 77-104. 

Viti et al (2021) Basic Role of Extrusion Processes in the Late Cenozoic Evolution of the Western and Central Mediterranean Belts. Geosciences 11,499

giovedì 26 marzo 2026

il risentimento molto diverso dei terremoti in base alla loro profondità: l'esempio dei due terremoti in Toscana del 25 e del 26 marzo 2026


Il confronto fra i due terremoti di non grande importanza della Toscana avvenuti tra il 25 e il 26 marzo 2026 ha dei risvolti interessanti per la questione della differenza dell’area di risentimento fra un evento superficiale e un evento profondo.

25 MARZO: TERREMOTO SUPERFICIALE IN LUNIGIANA. Il terremoto M 3.9 del 25 marzo è avvenuto poco a nord di Fosdinovo. Si tratta di un’area notoriamente sismica, avendo ad esempio ospitato il terremoto M 6.5 di Fivizzano del 7 settembre 1920. Conosco bene questo evento sismico perché proprio a Fivizzano ho moderato il convegno a 100 anni dal terremoto, che oltretutto mi pare sia stato il primo evento pubblico di argomento geologico post – lockdown.
Il terremoto del 25 marzo è stato piuttosto superficiale. Il meccanismo focale è quello che avevo ipotizzato, una faglia normale legata all’estensione in corso, grazie alla quale nell’area si sono individuate diverse fosse tettoniche (aggiungo: non è che sono un genio… basta conoscere un po' la geologia dell’area per ipotizzare tale meccanismo focale). La profondità ipocentrale è di 11 km.
La Magnitudo iniziale è stata leggermente abbassata dopo le revisioni manuali, una conseguenza normalissima dello studio dei sismogrammi.

26 MARZO: TERREMOTO PIÙ PROFONDO SOTTO L'ALTO PISTOIESE. Diverso il discorso per il terremoto di Pistoia del 26 marzo. La Magnitudo provvisoria è 4.1, leggermente superiore, ma il dato potrebbe essere modificato dopo la revisione manuale. Al momento non ci sono notizie sul meccanismo focale (è ancora presto per averle).

La differenza più importante fra i due eventi è la profondità molto maggiore del secondo (52 km). L’Alto Pistoiese è noto per ospitare sia una frequente sismicità superficiale che una molto più rara sismicità profonda. 
Per quanto concerne la sismicità superficiale la Magnitudo degli eventi significativi nell’area è relativamente bassa, non superiore a 5.5. E c’è anche una particolarità: l’Alto Pistoiese è stato risparmiato dalla grande crisi sismica dell’Appennino settentrionale che dal 1915 al 1921 ha provocato una serie di terremoti molto forti con un gran numero di vittime e forti danni, i cui epicentri si sono spostati dall’Adriatico al Mar Ligure, dalla Romagna alla Lunigiana e cioè:
  • 16 agosto 1916: M 6.1 localizzato fra Rimini e Pesaro
  • 26 aprile 1917: M 5.9 in Val Tiberina
  • 10 novembre 1918: M 5.9 Santa Sofia e Romagna toscana
  • 29 giugno 1919: M 6.2 in Mugello
  • 7 settembre 1920: M. 6.5 tra Garfagnana e Lunigiana (quello nominato poco sopra)
Ricordo comunque che la sismicità superficiale, il terremoto profondo di Pistoia non c'entra nulla con quello che succede nei primi km della crosta. 

Il terremoto della Lunigiana è stato seguito da alcune repliche, più o meno lungo la stessa linea, mentre in quello profondo di Pistoia non ne sono state registrate. Ed è un comportamento normale per i pochi terremoti profondi che sono registrati nell'Aappennino, dovuti allo scivolamento della placca adriatica sotto quella euroasiatica.




IL CONFRONTO FRA IL RISENTIMENTO DEI DUE TERREMOTI.
A questo punto, visto che si tratta di Magnitudo comparabili, il confronto fra il risentimento dei due terremoti è molto interessante. Qui ho messo due immagini con carte diverse prodotte da INGV
  • sopra quelle di INGV nella pagina del database sismico di INGV
  • accanto invece c'è quella tratta dal sito hai sentito il terremoto, sempre di INGV, dove i cittadini segnalano la loro percezione di un terremoto appena avvenuto
Vediamo nelle carte qui sopra come il terremoto della Lunigiana abbia avuto un risentimento molto forte nell’area epicentrale, diciamo nella parte alta del V grado della scala Mercalli modificata, ma che a distanza sia stato percepito molto poco.
Il terremoto di Pistoia invece ha fornito un risentimento molto basso nell’area epicentrale, diciamo parte alta del III grado, ma questo risentimento si è sentito in un’area ben più vasta rispetto all’evento della Lunigiana.

Questo perché appunto un evento sismico superficiale viene più risentito nell’area ipocentrale, ma il risentimento si attenua molto con la distanza già nei primi chilometri. Invece un evento profondo ha un risentimento minore nell’area epicentrale, ma l’attenuazione del risentimento con la distanza è molto minore. Di fatto il terremoto di Pistoia è stato avvertito anche in Veneto, da dove vengono diverse testimonianze.
Lo vediamo qui accanto (i punti neri rappresentano “nessuna percezione”)



IL CONFRONTO CON L'ACCELERAZIONE DI PICCO FRA I DUE TERREMOTI. La stessa cosa si vede più matematicamente qui sopra tramite il valore dell’accelerazione di picco (PGA – peak ground acceleration), la misura della massima accelerazione al terreno impressa da un terremoto, di solito espressa in percentuale della accelerazione di gravità, indicata con %g

Ebbene:
  • il terremoto superficiale della Lunigiana ha provocato nell’area epicentrale una accelerazione di picco di 5%g,valore che si è abbassato a 1%g già a Massa, a circa 15 km dall’epicentro
  • invece l’evento profondo di Pistoia ha provocato una PGA massima in zona epicentrale di appena 0,5%g. 
Però se confrontiamo il limite di PGA 0,05%g nei due terremoti (purtroppo le carte non sono alla stessa scala) vediamo come l’area all’interno di questo valore è molto più ampia nel terremoto profondo che in quello superficiale.

Quindi il confronto fra il risentimento registrato per questi due eventi sismici è estremamente utile per confrontare il modo con cui i terremoti sono risentiti in base alla profondità ipocentrale


mercoledì 18 marzo 2026

la chiusura dello stretto di Hormuz e il petrolio


Le conseguenze di questa guerra di cui si capisce il fine “nascosto ma evidente” e cioè la sostituzione del regime iraniano, ma di cui non si capisce il metodo con cui lo vorrebbero fare, sono sotto gli occhi di tutti, in particolare per il prezzo del petrolio. Tutto questo, beninteso, sapendo che non saranno molti a rimpiangere quel regime illiberale e violento nel caso che cada davvero, cosa che mi sarei augurato avvenisse magari in modo diverso (quale non saprei).
La chiusura dello Stretto di Hormuz, da dove normalmente passano 20 milioni di barili al giorno di petrolio, era prevedibile, anche perché le assicurazioni marittime non sono adesso "particolarmente propense" ad assicurare petroliere e altre navi che passano da quelle parti. Il che fa diminuire ulteriormente il traffico. 
A questo si aggiunge il fatto che con il Brent sotto i 65 $ al barile come negli ultimi mesi le major petrolifere non erano certo con conti in ordine, visto che, come si vede dal grafico qui accanto, hanno bisogno di almeno 80 $ al barile per il breakeven (dati di fine 2025) e quindi questo rialzo rappresenta una boccata di ossigeno. Al problema del prezzo in dollari si aggiunge anche quello del deprezzamento del dollaro avvenuto nel 2025. 
La cosa assurda, provocata dalla speculazione, è che stanno aumentando con questa scusa i costi dei carburanti quando in realtà quello che è in commercio adesso sarebbe stato prodotto con petrolio comprato almeno 3 mesi fa. Infatti i prezzi attuali valgono per consegne a aprile o maggio.
Oggi il blocco (che appunto è dovuto sia alle pressioni militari iraniane ma anche alle assicurazioni e – sotto sotto – anche alla volontà delle Major di tenere il prezzo del greggio in alto) è entrata nella sua terza settimana, e la situazione degli approvvigionamenti di petrolio si sta facendo sempre più critica.


Dallo stretto di Hormuz passano mediamente 20 milioni di barili al giorno, un quinto della produzione mondiale, ed è soprattutto l’Asia orientale a dipendere dal punto di vista del petrolio quasi totalmente dal greggio provenente dal Golfo Persico. Il che ci fa pensare che – per esempio – la Cina non sia particolarmente entusiasta della situazione.
Attualmente i Pasdaran fanno passare chi vogliono, in particolare petroliere che caricano il loro petrolio e poche altre. Risulta infatti che solo 5 petroliere non iraniane siano finora riuscite a forzare il blocco delle Guardie Rivoluzionarie: tre dirette in India e due in Pakistan. Le petroliere iraniane invece si dirigono generalmente verso la Cina o l’India.

Dal punto di vista economico il risultato è che i mercati si stanno aprendo all'idea che il greggio possa effettivamente raggiungere i 200 dollari al barile, una minaccia che l'esercito di Teheran continua a ribadire e che sarebbe terribile per l'economia mondiale.
A questo punto non confondiamo energia totale con energia elettrica come purtroppo spesso succede: l'elevato prezzo del petrolio può sicuramente accelerare la produzione di energie rinnovabili, che però possono coprire sì la produzione di energia elettrica, ma quanto ad altri settori come i trasporti la cosa si fa dura.


Evitare lo stretto di Hormuz è possibile soltanto attraverso gli oleodotti a terra e in particolare ce ne sono due:
  • per l’Arabia Saudita l'oleodotto Abqaiq – Yanbu 
  • per gli Emirati Arabi Uniti l’oleodotto Habshan-Fujairah
Purtroppo ambedue le soluzion non sono prive di risch a causa dei possiibli bombardamenti degli iraniani e dei loro alleati

ARABIA SAUDITA: L'oleodotto Abqaiq – Yanbu trasporta il greggio dai campi petroliferi del Golfo Persico fino al terminal di Yanbu, situato sulla costa del Mar Rosso traversando tutta la pensola arabica
Avrebbe teoricamente una capacità di 5 milioni di barili al giorno ma era sottoutilizzato e attualmente Saudi Aramco ha aumentato i carichi a 3 milioni di barili al giorno.
questa soluzione al posto dell'imbarco del greggio direttamente nel Golfo Persico presenta due problemi:
  • 3 milioni di barili al giorno sono meno della metà del livello normale di 7 che rappresentano la produzione normale della nazione saudta
  • c’è sempre la minaccia di un attacco diretto di missili iraniani (la distanza non è molto maggiore di quella fra Iran e Israele) oppure degli Houthi, che insieme ad Hamas ed Hezbollah sonoi gli alleati fondamentali dell’Iran. 
Gli Houti rappresentano essenzialmente i fedeli dello Zaidismo, una minoranza religiosa sciita come i libanesi Hezbollah, per cui si tratta di due alleati “naturali” della cricca di Tehran, che ha colto al balzo l'occasione rappresentata dei contrasti fra gli Zaidi e  sunniti (secondo qualcuno gli iraniani hanno incoraggiato la rivolta).  Gli Houtis in questo momento sono in difficoltà, sia in quanto Tehran in questo momento non può rifornirli, sia per i danni delle offensive dell’aeronautica USA degli ultimi mesi a protezione del traffico navale e quindi sono pressati dai loro avversari sponsorizzati da Arabia Saudita e Abu Dhabi che approfittano di questa debolezza. Comunque un missile lanciato dagli Houtis se non intercettato potrebbe fare danni molto gravi a Yambu.

EMIRATI ARABI UNITI dispongono dell’oleodotto Habshan-Fujairah, che dai campi petroliferi del Golfo Persoco raggiunge il porto di Fujairah nel golfo dell’Oman, con una capacità di 1,5 milioni di barili al giorno. Ma anche a Fujairah c’è la spada di damocle dei bombardamenti e stavolta diretti perché l'Iran ha già colpito il terminale di esportazione di Fujairah due volte in soli due giorni, costringendo la compagnia petrolifera nazionale ADNOC a sospendere i carichi.

In ogni caso, si tratta di 4.5 milioni di barili al giorno. Aggiungiamo pure il passaggio per lo stretto di Hormuz di petrolio iraniano (che in tempi normali dovrebbe essere di circa 1,5 milion di barli al giorno e adesso sarà meno) arriviamo a 6 milioni più qualche petroliera sparsa. Si tratta di meno di un terzo del normale.
Insomma, il prezzo del petrolio non è destinato a tornare ai livelli dell’inzio dell’anno e quindi le nazioni che più dipendono dai combustibili fossili hanno un problema in più da affrontare in questo momento estremamente complesso.


giovedì 12 marzo 2026

Il terremoto M 5.9 a largo della Campania del 10 marzo: considerazioni scientifiche e sulla demenza di molti commenti sui social

Martedì 10 marzo 2026 quando mi sono svegliato mi è venuto un colpo: un terremoto M 5.9 accanto a Ischia. Poi vista la profondità mi sono tranquillizzato. La tranquillità poi l’ho persa subito dopo, a causa dell’allucinante livello dei commenti sotto ai vari post nei social relativi al terremoto, a partire dalla pagina INGV terremoti che sta diventando purtroppo una fogna di assurdità (e figuratevi cosa si legge su altre pagine divulgative o di media). Scherzando, Franz Di Cioccio della PFM si è spesso chiesto cosa avesse fumato nel lontano 1972 Peter Sinfield quando ha scritto il testo di Promenade the Puzzle. Quella era roba buona, visti i risultati. Mi chiedo che schifezze possano fumare per scrivere le scemenze che ho letto i sismologi improvvisati, laureatisi alla iutiùb iunivérsiti che hanno fornito dotte opinioni “ad minchiam” su questo terremoto senza nemmeno conoscere la materia e senza neanche leggere gli articoli condivisi nei post su cui hanno commentato. Il livello di sopportazione e pazienza di geologi e altri commentatori competenti è arrivato al limite massimo. Non potendo denunciare gli spacciatori di cotale marciume mi limito quindi a fare alcune doverose precisazioni su questo evento sismico.



REALTÀ SCIENTIFICA E ASSURDITÀ SOCIAL. Il terremoto M 5.9 del 10 marzo 2026 a 414 km di profondità con epicentro poco a sudovest di Capri, si presta a diverse considerazioni perché rappresenta un tipo di terremoti abbastanza comuni per l’area.
Non si tratta quindi, come invece qualcuno ha pensato, di un evento anomalo né per posizione, né per profondità ipocentrale, né per Magnitudo. Ecco perché, in queste carte ottenute grazie ai dati dell’Iris Earthquake Browser con i terremoti nell’area tirrenica dal 1970 circa elaborati su Qgis.
Iniziamo subito a smentire una delle emerite categorie di fenomeni da feisbuc di questi giorni, quelli per i quali “la profondità è sbagliata perché non avvengono terremoti nel mantello terrestre”. Lo possiamo fare grazie a queste carte qui sotto:



POSIZIONE E PROFONDITÀ: lungo le coste della Calabria e soprattutto nella piattaforma continentale siciliana abbiamo una sismicità superficiale frequente, ben evidente anche negli ultimi mesi (e talvolta forte, come per il terremoti M 6.1 del 1978 nel Golfo di Patti e di altri con Magnitudo importanti anche davanti a Palermo). Questa attività sismica superficiale però non ha rapporti con quello che succede da 30 km in giù e nel Tirreno orientale troviamo una fascia molto ampia di sismicità che inizia dalle coste di Campania e Calabria (anzi, anche al loro interno), la cui profondità tende ad aumentare allontanandosi dalla costa con ipocentri anche a profondità superori ai 400 km. Quindi i terremoti profondi ci sono. Punto e basta. E anche da quelle parti: tra Ischia e Ventotene il 18 novembre scorso è stato registrato, ad esempio, un M 4.1 a 404 km di profondità.

MAGNITUDO: anche la Magnitudo ha lasciato perplessi, ma è “tutto regolare”, nel senso che il dataset contiene eventi a Magnitudo abbastanza alta rispetto alla media dell’area italiana: dal 1970 circa sono ben 21 gli eventi profondi nel Tirreno con Magnitudo da 5.0 in su, fra i quali proprio lungo le coste campane un M 5.5 il 27 dicembre 1978 a 390 km di profondità. La domanda che ci si pone è se si possano raggiungere Magnitudo più elevate.
È evidente che se per i terremoti superficiali in terraferma di una certa dimensione in Italia è presente un record sismico abbastanza significativo per gli ultimi 500 anni, questo non può essere per eventi sismici così profondi nel Tirreno, dato il loro scarso risentimento a terra. E così abbiamo a disposizione pochi set di dati, per esempio questi che presento dell’Iris Earthquake Browser, i quali partono da poco più di 50 anni fa e specialmente nella parte più vecchia dell’intervallo potrebbero essere carenti. Quindi ragionare solo su questi dati non è semplice. Oltretutto INGV ricorda che Caloi e Giorgi (1951) hanno stimato una Magnitudo compresa fra 6.8 e 7.1 per il terremoto profondo dell’aprile 1938. Insomma è realistico ipotizzare che negli ultimi anni non sia stata raggiunta la Magnitudo massima possibile.


L'ASSURDO COLLEGAMENTO CON TERREMOTI IN SUPERFICIE
. Il 28 ottobre 2016 è stato registrato un terremoto M 5.8 a 460 km di profondità. Da quel momento, collegandolo al di poco successivo M 6.5 di Norcia del 30 ottobre, il manta dopo ogni scossa profonda nel Tirreno è “e adesso ci sarà in Italia un terremoto a bassa profondità”. Con tanto di “lo vedrete” quando facciamo osservare che è una idiozia. A ciò si aggiunge la soddisfazione dello sbiellato di turno per un M 2.5 in Abruzzo nei 3 giorni successivi.
Inutile dire che per adesso non abbiamo visto nessuna correlazione temporale, tranne in quella occasione e m pare giusto annotare come il terremoto del 28 ottobre, comunque, abbia peraltro seguito le due forti scosse del 26 nell’area umbro-marchigiana. Resta poi l'assurdità del collegamento fra terremoti che avvengono in due placche ben distinte fra loro (Africana nello slab e Euroasatica in superficie).

I COMMENTI PIÙ ASSURDI. Tra tutte le discussioni che ho avuto ne scelgo una in cui la tizia è convinti che si tratta di un terremoto indotto da qualche kattifone… e che ridono a chi fa osservare che non può essere vero. Ho messo l'esempio evitando accuratamente di evidenziare il nome dell'utente
l'apoteosi: terremoto artificiale!

fenomena: Sicuro che fosse un terremoto?
Io: i sismografi di tutto il mondo lo dimostrano

allora, risentita la fenomena, dopo aver messo la faccina sorridente alla mia risposta mi chiede, con fare inquisitorio,
Aldo Piombino, ma lo sai cosa rileva un sismografo? Movimenti naturali o artificiali 

Rispondo sempre con calma, sperando di farle capire che io sono una persona “del settore” e lei no:
a parte la scemenza di ridere alla mia osservazione:
1. io con i sismografi lavoro da qualche decina di anni. Lei che referenze ha sull'argomento?
2. che he questo sia un terremoto naturale lo dicono le centinaia di registrazioni esistenti, le decine di eventi del genere negli ultimi 60 anni, ampiamente noti
e 3. la logica: pensare che sia possibile indurre un terremoto nel mantello a 400 km di profondità è una idiozia: la sismicità indotta avviene in alcune aree ristrette e non va certo oltre i 10 km di profondità ipocentrale

La fenomena risponde, dopo aver messo la faccina sorridente anche alla mia seconda risposta:
Aldo Piombino, rido quanto mi pare e soprattutto dire "io con i sismografi lavoro da qualche decina di anni" sui social equivale a dire "io sono il Cristo sceso in terra"
Ecco, uno sui social può certo millantare conoscenze, ma chi ha davvero quelle conoscenze può facilmente sbugiardare il millantatore
Allora sbotto: prima di pensare agli altri pensi al suo livello di conoscenza dell'argomento e io non sono Cristo, ma sono un geologo. E la sua crassa ignoranza di pensare che un terremoto a 400 km di profondità in uno slab possa essere artificiale dimostra il fallimento del sistema della pubblica istruzione italiana.
PS: io ho fatto anche lezioni all'università sulla sismicità indotta e la conosco benissimo.
Per esempio legga qua: https://aldopiombino.blogspot.com/2015/12/i-probabili-legami-fra-sismicita.html 

Sembra a quel punto che la fenomena abba smesso. Avrà capito di parlare con uno che lavora nel campo?
Questa gente rappresenta uno degli esempi più chiari del fallimento del sistema italiano di Pubblica Istruzione. 



i terremoti profondi nel mondo
DOVE SI ORIGINANO I TERREMOTI PROFONDI COME QUESTO? No, non c’entrano niente né i Flegrei, né tantomeno il Marsili (gettonatissimo come al solito, tutte le volte che c’è un terremoto nel Tirreno a qualsiasi profondità e in qualsiasi posizione).
Qui in effetti entra in gioco davvero una stranezza, perché in effetti nel mantello terremoti non dovrebbero esistere per tutta una serie di considerazioni che evito di scrivere.
Ma ci sono delle rilevanti eccezioni a questa regola: nel mantello troviamo alcune (e rare) fasce ristrette dove avvengono terremoti a profondità anche ben inferiori ai 400 km come nel nostro caso. Li vediamo nella carta qui accanto. 
Naturalmente l’Italia, che è una affamata collezionista di fenomeni geologici, specialmente di quelli rischiosi, non può mancare nell’elenco, proprio grazie alla sismicità del Tirreno. Questo succede perché l’attività sismica nel mantello è assente tranne che negli slab, termine identificante le parti di crosta oceanica che scendono nel mantello a seguito degli scontri fra due placche (insomma, le zone di subduzione). 


Gli slab sono stati notati già con le prime indagini sismiche e sono stati individuati all'inizio proprio per la caratteristica di ospitare terremoti che normalmente nel mantello non ci possono stare. E infatti all'inizio della tettonica a placche proprio la sismicità che accompagna gli slab ha consentito il riconoscimento del significato delle zone di subduzione
.
E anche nel Tirreno abbiamo uno slab, quello formato dalla subduzione sotto l’Europa della crosta e dal mantello sottostante del Mar Ionio (insomma della Tetide, l’oceano che nel mesozoico si è aperto tra Europa e Africa e che successivamente si è richiuso, a parte il Mediterraneo Orientale). Vediamo la situazione nella immagine qui sotto a sinistra, tratta da Chiarabba et al (2008).


LA STRANA CARTA DEL RISENTIMENTO. Anche questo è stato ampiamente commentato dai soliti volponi. Vediamo qui sopra a destra la carta emessa da INGV con e segnalazioni dei cittadini (se sentite un terremoto, vi prego di andare subito a compilare il form "hai sentito il terremoto?" in questa pagina del sito INGV
Emerge subito una stranezza: il terremoto è stato avvertito poco e punto nell’area epicentrale e invece è stato chiaramente avvertito a grandi distanze, come si nota dalla distribuzione dei pallini che indicano con la grandezza il numero delle segnalazioni e con il colore il risentimento percepito: si vedono tante segnalazioni da Lombardia, Veneto e Sicilia e poche dalle zone epicentrali.
Succede a causa di un fenomeno noto come “anello di percezione”: le onde sismiche di un terremoto così profondo viaggiano nel mantello terrestre dove la velocità aumenta con la profondità. Durante il percorso le onde si incurvano e riemergono in superficie molto lontano dall’epicentro.
Per questo motivo può succedere appunto che lo scuotimento sia molto debole vicino all’epicentro, e invece sia ben percepito a centinaia di km di distanza (se non a migliaia con una M particolarmente elevata)

LE RIDICOLE PROCEDURE DI RETE FERROVIARIA ITALIANA. Da ultimo mi si permetta di segnalare l’astrusità delle procedure che regolano la circolazione del sistema ferroviario italiano in caso di terremoto. Nonostante la rispettabile magnitudo, la grande profondità ha fatto sì che l’energia arrivasse in superficie molto attenuata, evitando danni (anzi, proprio a causa dell’effetto anello la percezione in zona epicentrale è stata minima). Nonostante tutto l’ineffabile RFI ha attivato il protocollo post-terremoto e ha sospeso la circolazione dei treni a causa di non meglio precisate operazioni di verifica durate parecchie ore, con i treni ovviamente in ritardo se non cancellati, sconvolgendo INUTILMENTE la giornata di decine di migliaia di persone. 
Purtroppo non è la prima volta che succede questa enormità. Anzi succede normalmente anche dopo eventi che hanno causato un risentimento tale da non far crollare neanche un castello di carte su un tavolino (tipo un M 3.5 a 20 km di profondità in Emilia).


CHIOSA FINALE. La domanda è se solo io trovo ridicolo tutto questo. Sia delle procedure di RFI, sia delle fesserie degli utenti dei social per i quali, come mi ha fatto notare il buon Mario Castellano, purtroppo alle già valide idee di Umberto Eco sull'uso dei social si è aggiunto in questi utenti un gigantesco effetto Dunning-Kruger creando una miscela detonante che si diffonde in modo esponenziale nella società.


BIBLIOGRAFIA

Caloi e Giorgi (1951). Studio del terremoto delle isole Lipari del 13 Aprle 1938

Chiarabba et al (2008). The southern Tyrrhenian subduction zone: Deep geometry, magmatism and Plio-Pleistocene evolution, Earth and Planetary Science Letters 268 (2008) 408– 423