domenica 9 maggio 2010

Il traffico aereo e i centri per il controllo delle ceneri vulcaniche: i VAAC (Volcanic Ash Advisor Center)

Visto che l'Eyjafjallajökull sta ricominciando a spargere cenere nell'atmosfera e ricominciano a cascata le chiusure degli spazi aerei vorrei far un pò di chiarezza sui pericoli che le ceneri vulcaniche possono arrecare ai motori degli aerei.

Questo perchè probabilmente i tanti politici e giornalisti che sparlano sulla assurdità dei limiti alla navigazione aerea provocati dalla eruzione del vulcano islandese, non hanno la minima idea che il problema sia talmente grosso da aver costretto le autorità mondiali a creare una serie di centri di studio sulle ceneri vulcaniche sparsi per il mondo.

Ricapitoliamo la cosa: le ceneri vulcaniche sono materiali piuttosto abrasivi che possono danneggiare seriamente le turbine dei reattori. Obbiettivamente di questo argomento non so praticamente niente ma se il problema sussiste per TUTTI gli apparecchi immagino che al momento o non esiste la possibilità di utilizzare per le turbine un materiale alternativo (per esempio il carburo di silicio) o perchè tale materiale sarebbe troppo pesante o poco efficiente o semplicemente perchè il costo sarebbe troppo elevato in rapporto agli inconvenienti che si dovrebbero risolvere.

Per questo la ICAO (international Civil Aviation Organiation, l'agenzia delle Nazioni Unite che specificamente si occupa del trasporto aereo), ha creato una rete di osservatori che studiano e modellizzano i movimenti delle ceneri vulcaniche, i VAAC (Vocanic Ash Advisor Center – centri di consulenza sulla cenere vulcanica). Nel mondo esistono 9 VAAC che si spartiscono la sorveglianza delle rispettive aree di competenza, visibili nella cartina qui accanto. Formalmente fanno parte dei servizi meteorologici delle nazioni in cui sono impiantati.

Il problema in Europa non è in generale molto sentito in quanto i vulcani potenzialmente pericolosi al riguardo sono pochi (praticamente solo in Islanda e in Italia), mentre attorno all'Oceano Pacifico il loro numero è talmente elevato che non esiste settimana senza che il VAAC di Tokjo o i suoi omologhi di Dawin, Wellington, Anchorage e Buenos Aires diano qualche allarme, anche se in generale tra un'eruzione e l'altra possono passare decine se non centinaia di anni (o migliaia, come per il Chaiten). Quindi chi è abituato a viaggiare in aereo tra Indonesia, Giappone e Nordamerica sa benissimo che le deviazioni a causa di ceneri disperse nell'atmosfera dai numerosissimi vulcani dell'area sono molto frequenti.
Inoltre la notevole quantità di voli in uno spazio molto ristretto rende l'Europa particolarmente vulnerabile nel caso di un evento del genere. Non oso pensare cosa potrebbe succedere in caso di una eruzione come quella del Laki del 1783 (ne ho parlato qui)

Ogni VAAC deve fornire alle autorità aeronautiche (in particolare ai centri di controllo del traffico aereo) gli avvisi sulla presenza di ceneri vulcaniche in atmosfera nella area a lui assegnata, sviluppando in tempo reale le modellizzazioni del loro andamento e prevedendone i movimenti futuri. Ovviamente i modelli sono tri e non bi dimensionali, essendo la distribuzione dei materiali non costante alle varie quote.

I VAAC prendono i dati essenzialmente da immagini satellitari, da appositi radar a terra e dalle testimonianze di piloti, oltrechè dalla sorvglianza dei vulcani attivi (uno stato di allerta in un vulcano è ovviamente fonte di estrema attenzione da parte del VAAc di competenza, che quindi si pone immediatamente in contatto con le Autorità Locali. Ovviamente la prima discriminante è distinguere le nubi vulcaniche da quelle normali atmosferiche

Sono dati preziosi perchè proprio grazie ai VAAC vengono segnalate eruzioni in zone un po' sperdute, dove non esiste una sorveglianza puntuale vulcano per vulcano.

Quindi quando un VAAC scopre un plume vulcanico emette un avviso di SIGMET (significant meteorological Information) di cui chiunque addetto alla programmazione delle rotte aeree deve tenere conto. I SIGMET sono ovviamente aggiornati in tempo reale a mano a mano che vengono aggiornati i modelli

Tutto questo per dire che non è che la decisione di chiudere lo spazio aereo sia stata una cosa un po' “naive” da parte delle autorità, ma che dietro a questa c'è una seria, precisa e puntuale attività scientifica a supporto della sicurezza dei voli. Che poi al solito qualcuno si metta a piangere per ottenere un po' di soldi è normale, tantopiù in un momento economicamente non favorevole...

L'importante sarebbe che i commentatori sapessero dell'esistenza dei VAAC, evitando quindi di non informare o, peggio,di disinformare i lettori e/o gli ascoltatori

martedì 4 maggio 2010

Proposte dei programmi per il primo biennio degli istituti tecnici: Darwin citato espressamente. Ma ci si può fidare?

Ringrazio un mio lettore che mi ha inviato un link piuttosto interessante sulla revisione dei programmi scolastici. Al ministero della Pubblica Istruzione è in corso la riformulazione delle indicazioni nazionali sui programmi del primo biennio degli Istituti Tecnici, tramite un gruppo di lavoro appositamente istituito.
E' uscita una indicazione di massima per il primo biennio che tutto sommato non mi dispiace,ma con un possibile inghippo. Cito una parte degli argomenti in ordine sparso e non come sono presentati (e nell'originale lo sono in maniera abbastanza logica).

Si comincia con le scienze della Terra: cenni su sistema solare e dinamica della Terra, i vari tipi di rocce, dinamica dell'atmosfera e le conseguenze delle modificazioni climatiche.

Molto importanti gli accenni alla crescita della popolazione umana e alle sue relative conseguenze sanitarie, alimentari ed economiche e alla fragilità intrinseca degli ecosistemi.
Spero che “dinamica della Terra” significhi tettonica a zolle, origine dei terremoti e connessioni fra attività tettonica e attività vulcanica.
Come mi sembra veramente di rilievo l'accento alla importanza della prevenzione nelle malattie, alla educazione alimentare, alle conseguenze del fumo e a quelle della dipendenze da sostanze stupefacenti. Ben fatto!
Per quanto riguarda le scienze della vita, noto una certa completezza in quanto si parla di procarioti ed eucarioti, differenze tra cellula animale e cellula vegetale, i cromosomi etc etc; e persino della nascita della genetica, degli studi di Mendel e della loro applicazione.

Prevedo delle scintille a proposito del capitolo "implicazioni pratiche e conseguenti questioni etiche delle biotecnologie" e non solo in sede di ideazione del programma. Trovo assolutamente giusto (e doveroso) parlarne, essendo un argomento di cui si parla spesso e sul quale l'italiano medio - che non ne sa niente - semplicemente si adegua alle posizioni di chi semplicemente è più vicino alle sue idee. Occorrerà veramente, oltre ad un estremo rigore dei testi, un loro forte equilibrio per trattare questi argomenti con una certa attenzione viste le diversità notevoli in materia: non oso pensare al putiferio che si potrebbe scatenare fra ultras laici, ultras cattolici e ultras ambientalisti.... Vi immaginate le alzate di scudi di genitori ambientalisti(o anche leghisti veneti) se ci saranno frasi tipo “gli OGM non fanno male” o di genitori cattolici contro la fecondazione artificiale vista come una risorsa o di laici che protestano per parole che appaiono direttamente ispirate dal Vaticano?
Direi che al proposito sarebbe molto importante indicare effettivamente cosa sia scienza e cosa no, come si fa un trial clinico e come si può decidere su validità e pericolosità di un prodotto.

E veniamo all'evoluzione: sembra tutto ok, a partire come ho sottolineato dalla attenzione particolare a Mendel e alla genetica. Si arriva a risultati inimmaginabili ai tempi della Moratti ministro della pubblica diseducazione scientifica quando si legge nella sezione “abilità” “spiegare il significato della classificazione, indicando i parametri più frequentemente utilizzati per classificare gli organismi” e soprattutto “Descrivere la storia evolutiva degli esseri umani mettendo in rilievo la complessità dell’albero filogenetico degli ominidi”.

Tiratemi uno schiaffo.... sto forse sognando?

Poi però c'è un capitolo che mi piace poco: " vita e opere di Darwin: teoria evolutiva, fissismo e creazionismo", messo subito dopo "origine della vita e comparsa delle prime cellule eucariote; organismi autotrofi ed eterotrofi".
Quello che non capisco è appunto l'accenno a fissismo e creazionismo. Vista l'impostazione generale del modulo (o come diavolo si chiama.... professori, illuminatemi) direi che si potrebbe interpretare come “Darwin con il suo pensiero ha definitivamente scardinato le credenze creazionistiche” ma non vorrei invece che si finisse per presentare la cosa come “ci sono queste due ipotesi e sono entrambe possibili”.

Devo dire che dopo un breve scambio di e-mail con alcune persone a cui ho inviato il link per commenti le impressioni sono molto discordanti e soprattutto ci sono due schieramenti piuttosto netti. Sintetizzo le posizioni con due esempi.
C'è chi dice: "si potrebbe leggere la notizia in positivo: parlando di Darwin si deve ovviamente tenere presente il clima culturale dell'epoca, ovvero creazionismo e l'idea che le specie siano fisse. Dato che sono (sperabilmente) concetti ormai sconosciuti tocca illustrarli..."

E questa può essere una chiave di lettura augurabile

Ma qualcuno non è della stessa opinione e trova la cosa "estremamente preoccupante: si cita il creazionismo accanto a Darwin, ma non altre teorie precedenti accanto alla cellula, al corpo umano o alla deriva dei continenti".

Spero in una mobilitazione degli insegnanti di scienze: queste sono “schede di lavoro”, già presentate a una rappresentanza di dirigenti e docenti degli istituti tecnici nel corso del seminario svoltosi a Roma il 26 e 27 Aprile 2010 presso l’istituto tecnico industriale “G. Galilei” e a quanto ho capito ci potranno essere delle modificazioni
Vedremo come andrà a finire...


Annotazione: la scuola ritratta non è un istituto tecnico ma il Liceo Ginnasio Dante dove ho conseguito nel 1979 la maturità

I vulcani nascosti sotto il Tirreno: stato delle conoscenze e rischio teorico

Il mare Tirreno e le sue coste pullulano di vulcani, attualmente attivi oppure come nella Sardegna sudoccidentale, che sono stati attivi fino a poco tempo fa (geologicamente parlando). Nell'immagine, tratta da un lavoro di Giancarlo Serri, si vede la situazione.

Dal punto di vista strettamente geologico il Tirreno a sud del 41°parallelo è definibile come un oceano più che un mare, nel senso che i “mari” sono aree a bassa profondità con le acque che ricoprono crosta continentale (come l'Adriatico o il mare del Nord); invece dal 41° parallelo fino a poche decine di km dalle coste il suo fondo, come in tutto il Mediterraneo occidentale e in buona parte di quello orientale, è impostato su crosta oceanica e raggiunge profondità di oltre 4.000 metri.

Non è facile in due parole dire come si è formato questo bacino, viste le complesse interazioni fra le zolle europea, adriatica e africana negli ultimi 100 milioni di anni che ne hanno fatto una delle regioni più complesse di tutta la Terra. Ci sono diverse ipotesi. Di quella più convincente ne ho parlato qui.

La complessità geologica si traduce in variazioni laterali di grande entità di composizione ed assetto della crosta,anche di quella profonda, pertanto non ci si può stupire se dentro ed intorno al Tirreno ci sono praticamente tutti o quasi i tipi di vulcano e di magmi conosciuti.

Un appunto importante è che non tutti i seamounts sono vulcani e non è detto che tutti i vulcani siano ancora attivi. Ad esempio a nord del 41° parallelo, ancora su crosta continentale o assottigliata, il monte Vercelli e qualche altro corpo sono gli elementi più meridionali del magmatismo della provincia toscana e sono dei corpi intrusivi granodioritici venuti alla luce, come il Giglio o il Monte Capanne. Tra il 41° parallelo e la piana del Vavilov, troviamo tutta una serie di rocce basaltiche diffuse che arrivano fino in Sardegna occidentale. Il seamount Etruschi ne è un esempio. Anche se hanno una età molto recente, è praticamente escluso che l'area sia ancora oggi soggetta a fenomeni vulcanici.

Nella piana abissale più nordoccidentale e più antica delle due in cui si può dividere la zona piùprofonda del bacino ci sono il Vavilov e il Magnaghi, in quella sudorientale il Marsili. In entrambe si nota come la litosfera oceanica sia caratterizzata da velocità basse delle onde sismiche, sintomo di una temperatura piuttosto alta

La piana abissale del Vavilov ha un pavimento di rocce basaltiche e ultramafiche formatesi fra i 6 e gli 8 milioni di anni fa, nel tortoniano (miocene superiore). Il Vavilov, lungo 30 km e largo 14, si eleva di 2800 metri dalla piana, di cui è molto più recente. E' caratterizzato da un profilo asimmetrico, con il versante occidentale molto più inclinato di quello orientale, segno che o è franato o è esploso. Anche le età hanno una distribuzione strana: le poche rocce dragate e le risultanze dei profili magnetici mostrano che l'attività è cominciata tra 3.0 e 2.6 Ma, con un picco fra 2.6 e 2.0 MA. Poi per trovare altri magmi si deve arrivare in tempi molto recenti, tra 0.37 e 0.12 Ma. Come spiegare questo intervallo? Può darsi che a causa del collasso manchi tutta la parte intermedia dell'attività? Se fosse così non è difficile pensare davvero che sia sempre stato attivo negli ultimi 3 milioni di anni. Nulla si sa sull'età del collasso. Pertanto è chiaro che il Vavilov necessita di studi più approfonditi per monitorarne la eventuale attività e capire come e perchè si è evoluta una morfologia del genere.

Quanto al Magnaghi, lo troviamo sul lato della piana adiacente alla piattaforma continentale a E della Sardegna ed è un altro elemento morfologicamente rispettabile. Alcune lave sono state datate a meno di 3 milioni di anni. Non ci sono comunque evidenze di una attività recente e questo è confermato dalla mancanza di una anomalia nel flusso di calore terrestre, particolarmente elevata al Marsili ma molto alta anche sotto il Vavilov.

Altri seamount come De Marchi, Cassini e Flavio Gioia non sono vulcani.

Per quanto riguarda il Marsili, ne ho parlato più volte e quindi rimando ai due post sull'argomento (2008 e 2010). Annoto soltanto che:
- gli ultimi lavori assegnano anche il Marsili ad un ambiente di arco magmatico e non ad un vulcanismo alcalino, ma queste sono considerazioni dei geochimici per le quali nutro una certa diffidenza, dato che nei bacini di retroarco è comune la vicinanza di magmi appartenenti a serie teoricamente molto diverse
- la piana che lo circonda è molto più giovane della prima, con età inferiori ai 2 milioni di anni (quindi in pieno quaternario)

E ora veniamo all'arco eolico. Tutte le isole dell'arcipelago delle Eolie sono vulcani, ma non tutti i vulcani delle Eolie arrivano in superficie. In realtà l'arco eolico circonda da tre lati la piana del Marsili, partendo dal Palinuro che è a largo del Cilento, a NE del Marsili, per finire al Glauco che invece si trova una cinquantina di Km ad ovest. In mezzo, Eolie comprese, c'è un'altra dozzina di vulcani. La cima del Palinuro arriva fino a meno di 100 metri dalla superficie marina. Sono conosciuti, da NE a W, i seguenti apparati: Palinuro, Alcione, Lamaetini a est delle Eolie, Eolo Enarete e Sisifo ad W. Si sa molto poco di tutti questi vulcani e anche in un recente volume dedicato al Tirreno nelle Memorie descrittive della carta geologica d'Italia se da un lato si parla delle analisi di queste vulcaniti, si glissa molto elegantemente sulle loro età, per cui mi pare che non ci sia la minima idea di quanti e quali di questi colossi possano essere oggi considerati attivi

I vulcani dell'arco eolico sono tipici esempi di un vulcanismo di arco magmatico sopra la crosta dello Jonio che scorre sotto la zolla europea, in una classica zona di subduzione (il disegno qui accanto spiega un po' la situazione). C'è però una complicazione: vediamo chiaramente come sono quasi tutti in una linea arcuata, tranne Lipari e Vulcano che guarda caso sono allineate con una serie di strutture che partono da lì e raggiungono lo Jonio: la linea Patti – Taormina che separa l'arco calabro – peloritano dalla catena appennincia della Sicilia settentrionale, il sistema delle Timpe catanesi, L'Etna e la scarpata Ibleo – Maltese, quest'ultima una componente essenziale della paleogeografia, essendo dal triassico il limite fra la crosta continentale e quella oceanica dello Jonio e del Mediterraneo orientale,

A ovest dell'arco eolico, emerso e sommerso, ci sono altri vulcani: Ustica (emerso e spento), Prometeo e Anchise. Questi complessi hanno una affinità alcalina e sono alimentati da sorgenti profonde nel mantello. La risalita dei loro magmi è dovuta probabilmente a fenomeni di distensione crustale.
La lista forse non è definitiva e sicuramente alcuni di questi vulcani non sono più attivi. Ma alcuni, Marsili in testa, lo sono.

Capisco benissimo che non a tutti può interessare la questione: non tutti vanno pazzi per la geologia (il mondo è bello perchè è vario...). Ma oltre alla parte squisitamente scientifica almeno sapere se ci sono dei rischi teorici dovrebbe interessare a tutti, almeno alle popolazioni rivierasche.

Le ultime dichiarazioni di Boschi prima e Bertolaso poi hanno quasi scatenato il panico negli italiani. Ho letto dei discorsi allucinanti, come quelli di chi pensa che Marsili stia per saltare come il Vesuvio o che ha sicuramente eruttato 200 anni fa etc etc. Continuo a dire da 30 anni, da quando studiavo il Tirreno all'università, che in ogni caso i vulcani del Tirreno VADANO MONITORATI, STUDIATI E CAPITI al di là della loro eventuale pericolosità: nel mondo occidentale, che dovrebbe essere scientificamente evoluto, il Tirreno è quasi poco più di un buco nero, una terra incognita di cui si sa veramente poco. Uno stato di cose che non si può più tollerare. Se questi allarmi serviranno per trovare le risorse adeguate allo studio dell'area, ben vengano. Mi domando se l'Italia avesse avuto lo stesso atteggiamento per le scienze di altre nazioni lo stato attuale della ricerca sul Tirreno sarebbe diverso. Non mi rispondo.

Credo che ci voglia uno sforzo coordinato (e ben finanziato) da parte di INGV da una parte, dipartimenti di Geologia Marina, Geofisica e vulcanologia delle varie università italiane dall'altro e che il punto di partenza essenziale sia la costruzione di altri sismografi specificamente ideati per lavorare sul fondo marino come quello, costruito interamente dall'INGV, che è stato calato sul Marsili

Entro solo in un dettaglio: visto che Bortolaso ha seguito Boschi nelle sparate sul Tirreno, tanto per darvi la concezione che ha la protezione civile della geologia marina vi segnalo il sito http://www.protezionecivile.it/cms/print.php?dir_pk=1337&cms_pk=17905 dove si legge: Il bacino tirrenico è la parte più profonda del Mediterraneo Occidentale: la Fossa del Tirreno raggiunge i 3800 metri di profondità.
Sono 30 anni che sapevo che era una piana abissale e non una fossa.... mah.... continuo ad esserne convinto...
E voi volete affidare alla protezione civile che non distingue una fossa da una piana la ricerca geologica?????

venerdì 30 aprile 2010

Copiate pure scienzeedintorni, ma citate la fonte

Scrivo questo post in un momento in cui avrei qualsiasi altra cosa da fare, specialmente visto che anche se domani è il primo maggio, devo lavorare e tanto.

E' per me motivo di grande soddisfazione che alcuni dei miei post su "Scienzeedintorni" e articoli su "Nove da Firenze" si trovano citati in siti italiani ed esteri o anche su giornali cartacei e che grazie a quello che ho scritto sul blog ho rilasciato qualche intervista, sono stato invitato a scrivere pezzi, commentare qualche avvenimento o ad intervenire a qualche convegno  (anche nella segreta speranza che prima o poi qualcuno mi paghi per scrivere...)
Per non palarlare di chi mi ha chiesto consigli o informazioni.

Anzi, se qualcuno che mi legge potesse mettermi in grado di farlo sarei piuttosto contento..... (un pò di pubblicità non guasta...) 

Ringrazio tutti indistintamente per la fiducia.
Ricordo ancora che i contenuti di scienzeedintorni sono liberamente copiabili per chiunquea patto che venga citata la fonte e oltre a chi mi ha citato senza avvisarmi ci sono molte persone che me ne hanno chiesto gentilmente e specificamente la possibilita, di tutte le idee politiche, scientifiche e religiose.

Ritenendo che le discussioni fra persone di idee diverse siano molto importanti per l'arricchimento culturale mio (e anche di chi mi legge), ho lasciato parlare sempre tutti anche nei commenti dando specifica importanza a chi non la pensa come me (ricordo la splendida dicussione con uno dei progettisti del Ponte sullo Stretto) o con Simonpietro, dedicando alle loro risposte dei post specifici.

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QUESTO PROBLEMA DI CUI PARLO ADESSO E' STATO RISOLTO IN QUANTO L'AUTORE MI HA RISPOSTO SCUSANDOSI.

Adesso però è successa una cosa un pò spiacevole: girando per il web ho trovato una copiatura integrale di alcuni brani di un mio post, quello che scrissi 2 anni fa sul monte Marsili, senza che ne venga cotata la fonte.
L'ho trovato su you tube e su un sito di notizie a opera di tal "orso byanco", di cui poi ho trovato anche la pagina su facebook.


 
Ho trovato tutto questo molto scorretto e ho inviato orsobyanco a modificare i post e gli articoli con la citazione appropriata
Fra l'altro anche alcuni siti che hanno rimbalzato le parole di orsobyanco si sono scusati con me e stanno modificando i loro testi con la citazione giusta (e non con quella di orsobyanco)

Orsobyanco mi ha risposto scusandosi: 

Chiedo scusa, non conoscevo la fonte, in quanto passsatami da un collega. Ho comunque rimediato su YT. 
ovviamente, chiedo a te di modificare il tuo post del venerdì 30 aprile 2010 dul tuo blog dove mi accussi di aver usato (in buona fede per quanto mi riguarda) parte del tuo post. Grazie.

Lo faccio di buon grado.

mercoledì 28 aprile 2010

I vulcani di asfalto a largo della California

I vulcani di fango sono una caratteristica comune in molte zone degli oceani, specialmente lungo le zone di subduzione. Ce ne sono anche sulle terre emerse: è noto in questi anni il problema di una struttura del genere nato da poco in Indonesia, forse per cause antropiche.
In Italia ci sono le “salinelle” vicino a Catania e le Salse di Nirano nell'Appennino modenese.
Su Titano, il grande satellite di Saturno, è accertata l'esistenza di criovulcanismo, cioè vulcani in cui la “lava” è l'acqua.

Ma la scoperta annunciata in questi giorni è veramente strana: a largo di Santa Barbara sono stati trovati dei vulcani di asfalto!
L'asfalto è una sostanza scura e appiccicosa che si trova nel petrolio. Differisce dall'asfalto stradale in cui, asieme all'asfalto vero e proprio, sono aggiunti materiali lapidei anche per aumentare la temperatura di fusione dell'asfalto, troppo bassa per consentirne una certa durata

Passata la sorpresa ho cominciato ad indagare e ho visto che non è esattamente una novità in quanto la prima scoperta di un qualcosa del genere si deve ad una spedizione del 2003 nelle acque dello Yucatan
In questo caso i geologi dell'università di Corpus Christi hanno trovato in una zona di risalita di duomi salini addirittura più di un kilometro quadrato di fondo marino coperto da 3 metri di asfalto (E' strano che Vojager non ci abbia ancora parlato di una civiltà superiore precedente ai Maya e ormai sommersa che usava asfaltare le piazze dei loro villaggi....).

L'asfalto dovrebbe essere uscito dal terreno piuttosto caldo e fluido, visto che la struttura della colata è simile alle fluide lave basaltiche come quelle hawaaiane. Nella zona ci sono anche depositi di gas idrati e sedimenti deposti durante fasi anossiche. Per la formazione di queste colate è stata proposta come causa la presenza di acqua a pressione e temperatura molto alte

E veniamo a Santa Barbara. 10 km a largo della costa, a 200 metri di profondità, già negli anni '90 un geologo californiano, Ed Keller, aveva evidenziato delle strane ondulazioni del suolo, di cui un paio grandi come un campo di calcio e alte come un edificio di 6 piani.
Purtroppo la profondità era troppo elevata per arrivarci con delle immersioni subacquee e quindi si è dovuto aspettare il 2007 quando David Valentine dell'Università della California, con sede proprio a Santa Barbara, ha fatto una ricognizione preliminare, utilizzando l'Alvin, un piccolo (e famoso) sottomarino da ricerca. Valentine vide queste strutture e prese dei campioni. Immagino la sorpresa quando fu dimostrato che di asfalto si trattava e l'interesse è stato tale che nel 2009  è stata condotta una accurata campagna con Sentry, un veicolo automatico della Woods Hole Oceanographic institution, che ha scattato numerose foto e prelevato campioni da queste originali alture.

Alla fine si è visto che la formazione dei vulcani di asfalto del canale di Santa Barbara è avvenuta quando del petrolio è stato eruttato sul fondo marino tra 30.000 e 40.000 anni fa.

I due edifici maggiori sono circondati da piccole depressioni del suolo che dimostrano la provenienza locale del materiale accompagnata da un degassamento, un fenomeno che sia pure a livelli molto bassi, è stato rilevato anche durante l'esplorazione.

Queste eruzioni hanno avuto un forte impatto ambientale, almeno in zona: è stato accertato che durante il parossismo del tardo pleistocene assieme al petrolio è stata emessa una considerevole quantità di gas serra, a partire dal metano e questi fenomeni hanno anche causato gravi danni alla fauna locale. Prossimamente i ricercatori vogliono accertare se e in che misura questi eventi abbiano influito sul clima a livello regionale se non mondiale .

C'è anche da verificare se la frazione più liquida e più leggera del petrolio si sia mossa dal fondo arrivando in superficie

In questa foto Christopher Farwell, Sarah Bagby e David Valentine posano con un pezzo di asfalto recuperato con Sentry

martedì 27 aprile 2010

L'evoluzione dell'eruzione dell'Eyjafjallajökull: situazione più tranquilla con l'arrivo della lava


Innazitutto vanno fatte alcune precisazioni sullo Eyjafjallajökull. Cominciamo dalla pronuncia: “LL” si pronuncia TL, per cui si deve dire eye-a-fyat-la-jo-kutl (possibilmente senza annodarsi la lingua....). Notare che una islandese stessa in un esilarante filmato della ABCnews ha confessato che “la pronuncia è un po' complicata”.

Venendo ad un inquadramento vulcanologico, in questa parte dell'Islanda i magmi presentano spesso delle composizioni differenziate in senso acido, cioè più ricchi in silice rispetto ai basalti: andesiti o addirittura rioliti, in quello che è un perfetto trend teorico di differenziazione magmatica come lo avevamo studiato all'università. Sono comuni nell'area le eruzioni che hanno formato delle caldere (per esempio al Tindfjallajökull, quando nell'occasione è stata pure emessa una spessa ignimbrite). Di fatto tutti i vulcani di questa porzione dell'isola sono degli stratovulcani.

In particolare l'Eyjafjallajökull è uno stratovulcano di forma allungata in direzione E-W, alla cui sommità si trova una caldera larga 2 km e mezzo e su cui si  è impostato il sestio ghiacciao islandese per estensione. Non è uno dei vulcani più attivi dell'isola: l'ultima eruzione nota è del 1821 /1823 (e anche in questo caso furono emesse ceneri in buona quantità). Da notare come nel 1999 ci sia stata una quasi eruzione ma il magma si è fermato prima di arrivare alla superficie: tremori sismici, flusso di calore e misurazioni geodetiche hanno evidenziato questo fenomeno.

Quindi gli avvenimenti di questi giorni sono molto meno anomali di quanto qualcuno avesse pensato. Counque ci sonod elle novità. Mentre continua la bagarre politica sulla interruzione dei voli, su cui evito di pronunciarmi, se non ricordando che esistono varie istituzioni apposite (i VAAC) create proprio per monitorare le ceneri vulcaniche in rapporto al traffico aereo, arriva finalmente la notizia che il vulcano ha cominciato ad emettere lava, cosa che dovrebbe chiudere una volta per tutte questo travagliato periodo per l'aviazione civile e militare.

Ieri pomeriggio è uscito un comunicato dell'ufficio meteorologico islandese e dell'istituto di Scienze della Terra dell'università nazionale in cui si dice che la lava fluisce dal cratere. In realtà la frase esatta è che la lava “continua a fluire in direzione nord", quindi come si ipotizzava è da qualche giorno che succede, ma è la prima conferma  ufficiale del cambio di attività a cui si era iensato già da diversi giorni visto che la fase di emissioni di ceneri sembrava in decrescita notevole ma tremori ed altro no. Il problema fondamentale è che nessuno si può avvicinare per i rischi che questo comporta. Per cui le uniche possibilità sono foto satellitari in quanto lo spazio aereo sopra il vulcano è ancora ovviamente chiuso.
L'eruzione, sia pure a livelli meno virulenti, prosegue  e non ci sono indicazioni di un suo prossimo esaurimento.
Nella giornata di ieri il pennacchio era quasi esclusivamente formato da vapore: di fatto un colore più grigio, segno della presenza di cenere si trovava solo immediatamente al di sopra del cratere. Fra l'altro tra le 12 e le 18 di ieri GMT (quindi tra le 10 e le 16 italiane) la sua cima si è abbassata di quasi un km, da 4.8 a 3.9 km di altezza e non si registrano cadute di cenere neanche nelle vicinanze.

I lanci di cenere e scorie hanno costruito nella vecchia caldera sommitale dello Eyjafjallajokull un cratere che attualmente ha un diametro di 200 metri ed è alto 150.

Continuano ad esserci problemi con gli jokullaups, le piene dei torrenti dovute allo scioglimento improvviso delle nevi in prossimità di attività vulcanica, anche se per adesso non si registrano nuovi fronti

Ci sono altre due novità importanti: movimenti verticali del terreno e un aumento del flusso di calore proveniente da sotto. nella zona del cratere, il tutto perfettamente in accordo con la fuoriuscita delle lave che starebbe uscendo al non disprezzabile ritmo di 20 tonnellate al secondo e di cui non sono ancora disponibili delle analisi. Comunque dovrebbero essere dei basalti. A questo punto la fase a magmi andesitici che hanno dato così tanti problemi.si dovrebbe considerare esaurita (anche se per un'eruzione vulcanica non si possono dare certezze matematiche).
Gli scienziati islandesi rimarcano ancora come il Katla non dia assolutamente segno di risveglio. E evidente che questa strana (e inspiegabile) voce che cicolava qualche giorno del risveglio di quest'altro apparato fa sta ancora girando

Fra qualche giorno cercherò di aggiornare la cronaca postata il 16 aprile con gli ultimi avvenimenti.

La considerazione principale da fare a questo punto è che non ci saranno conseguenze climatiche di questa eruzione a livello europeo o mondiale perchè la quantità di ceneri e gas emessi è troppo bassa per consentirlo. Meglio così.

In Islanda invece qualche problema c'è: a parte le alluvioni causate dai jokullaups, una parte del territorio circostante è coperta di cenere e quindi diventa impossibile il pascolo degli animali e molto difficili le comunicazioni.
Per fortuna non è una zona molto abitata e le conseguenze saranno limitate.

Comunque tranquilli che i catastrofisti rimarranno in agguato, come lo rimangono i soliti noti in stile voyager: veniamo a dei risvolti comici dell'eruzione.
Il primo è un filmato in cui si vede un UFO aggirarsi intorno al vulcano. Il montaggio è comunque molto grossolano e non occorre Paolo Attivissimo per smascherare la burla.

Ci sono poi i bufalai delle scie chimiche che hanno capito come gli americani abbiano sfruttato l'eruzione per continuare ad avvelenare la terra. Non ho ancora trovato la notizia che l'eruzione sia stata provocata dagli americani come era successo per i terremoti di quest'anno. Ma c'è qualcuno che lo teme: c'è chi dice che lo stop al traffico aereo serva per far capire al grande pubblico che gli aerei sono essenziali per la società umana quando in realtà è una attività il cui vero fine resta solo distribuire veleni con le scie chimiche. Altri dicono che c'era bisogno di lasciare campo libero a una gigantesca esercitazione della Nato. Però, come dice uno, l'ipotesi sembra interessante anche se non mi convince del tutto, se fanno esplodere di proposito un vulcano ci deve essere anche dell'altro.

Per una disamina delle principali idiozie sulle cause dell'eruzione dello Eyjafjallajokull basta leggere un post di Davide Bressan.


EDIT a proposito del Katla: ho trovato delle notizie secondo le quli le rare volte che l' Eyjafjallajokull è andato in eruzione, sarebbe stato sempre seguito dal Katla.
Accenni toponomastici: Eyjafjallajokull dovrebbe significare ghiacciaio della montagna- isola mentre Katla è una strega della tradizione islandese

lunedì 26 aprile 2010

Le isole di plastica negli oceani: una bomba ecologica che può avere pesanti conseguenze anche sull'umanità

L'invenzione della plastica fu salutata come una grande rivoluzione per la comodità, la leggerezza e la durata dei manufatti di questa classe di materiali. Qualche anno dopo ci si accorse che oltre ai vantaggi c'erano anche un grosso svantaggio: la lunga durata, che si prolunga ben oltre il periodo di utilizzo del manufatto, ha come principale conseguenza la bassa degradabilità del materiale non più utilizzato per cui negli ultimi anni si è avuta una grande attenzione attorno al problema del riciclaggio delle materie plastiche.

Purtroppo con il riciclaggio non si può trattare quanto si è prodotto nel passato e non comprende ancora tutto il materiale attualmente lavorato che, quando non termina il suo ciclo di vita in questo modo, dovrebbe finire nelle discariche o in altri sistemi di smaltimento. Ma non è sempre così e un po' di materiale passa nel ciclo delle acque, finendo prima o poi in mare, dove un buon 30% soprattutto per la forma e la densità abbastanza bassa galleggia sulle superficie. Se da un lato così si elimina almeno in parte il problema di una deposizione delle plastiche sui fondi marini, il continuo scarico in mare di oggetti simili, volontario o fortuito che sia, li rendo oggetti relativamente comuni specialmente lungo le coste.

Circa il 10% delle plastiche prodotte finisce, deliberatamente, per incuria o per accidenti naturali nella idrosferai e quindi ogni anno si accumula sulla superficie dei mari il 3% del quantitativo, all'incirca 3 miliardi di tonnellate di polimeri la cui durata è stimata in centinaia di anni.

E' universalmente noto come i sacchetti di plastica arrechino gravi danni ai mammiferi marini, che non di rado muoiono soffocati, ma c'è un aspetto molto interessante e sconosciuto ai più: con il continuare della loro dispersione in mare i rifiuti si stanno raccogliendo in alcune zone  acausa del gioco delle correnti marine. Nell'Oceano Pacifico c'è una zona in cui l'accumulo è notevole, nota come “pacific trash vortex”, estesa per un diametro di 2500 kilometri.

E' la zona del Great North Pacific Gyre, una circolazione innescata dalla corrente equatoriale che si muove vero est e che prima di incontrare le coste asiatiche scorre verso nord per poi completare il giro tornando verso est, una traiettoria spiraleggiante dalla quale i rifiuti galleggianti che ne vengono coinvolti non riescono più ad uscirne.

L'accumulo ha cominciato a formarsi una cinquantina di anni fa e da allora è sempre cresciuto a un buon ritmo: le correnti sono molto efficaci a catturare la spazzatura e si calcola che da quando un rifiuto galleggiante entra in mare passa qualche anno per fermarsi nella zona centrale, mentre se parte dalla costa asiatica l'intervallo scende a pochi mesi, un anno circa.

Chiaramente nel vortice arriva di tutto, a partire dai rifiuti vari prodotti direttamente in mare dalle navi da crocera (dove sono presenti contemporaneamente migliaia di persone) e altro. Però le plastiche sono il componente principale a causa della loro natura: il problema fondamentale è che se i rifiuti di origine biologica si biodegradano e in qualche modo alla fine vengono totalmente distrutti chimicamente o assorbiti come cibo dagli organismi marini, la plastica nel fotodegradarsi pone un limite alla sua disintegrazione in pezzi sempre più piccoli, che non può andare oltre la è dimensione dei singolo polimeri. Queste particelle galleggiano e siccome assomigliano terribilmente agli animali che compongono lo zooplancton, entrano nella dieta di quelli che si cibano di questa risorsa e di consegenza nella intera catena alimentare.

Di fatto, la parte più centrale del Pacific Trash Vortex risulta molto impoverita nelle forme di vita e non si esclude che l'accumulo di polimeri plastici nei tessuti animali sia una delle cause principali di ciò.

Sulla effettiva presenza di una isola di rifiuti ci sono versioni molto discordanti, anche secondo le dimensioni, che vanno da un'area racchiusa in un cerchio di 1000 km di diametro fino ai più pessimisti secondo i quali l'area ha un diametro di oltre 4000 km, oltre il 5% della intera superficie dell'Oceano Pacifico

Le stime diverse sono dovute alle difficoltà di vedere effettivamente anche con le immagini satelllitari le plastiche rimpicciolite ma soprattutto perchè non c'è un ammasso unico visibile in superficie essendo una situazione “dinamica”: la densità massima in alcune zone in altre può diminuire. Inoltre, anziché un singolo massimo di concentrazione, potrebbero essercene due, uno più spostato verso il nordamerica e l'altro verso l'Asia.

Recentemente è stata accertata la presenza di una situazione simile anche nell'Atlantico tra Caraibi, Bermuda e Azzorre, dove si raggiungono valori di 200.000 pezzi per kmq. Essendo più stretto del Pacifico, l'oceano Atlantico può essere considerato ancora più vulnerabile del Pacifico. 
Nell'immagine a fianco sono illustrate le zone più a rischio a causa delle correnti. Come si vede le isole della spazzatura finora riconosciute coincidono perfettamente con 2 delle 5 aree arischio e sono quelle più vicine ai Paesi industrialmente sviluppati.

In sostanza i timori principali sono per i grandi cetacei (le balene quando pascolano assorbono tutto) e per gli animali ai vertici della catena come uccelli marini, i cetacei con i denti e i più grandi pesci predatori

Proprio in questi giorni all'inquinamento da plastiche è stata attribuita la moria di giovani cetacei nel pacifico nordorientale e non è per niente raro trovare nello stomaco di animali morti manufatti in questi materiali.

Il problema è grave anche per gli esseri umani, dato che la pesca fornisce una buona parte del nutrimento per uomini e anche per animali da carne. Purtroppo, mentre il problema si ingigantisce di anno in anno, allo stato attuale non ci sono le possibilità per disinquinare gli oceani dalla plastica.

Occorre comunque attivare i governi per eliminare quanto più possibile i materiali non biodegradabili e/o quelli che possono far assorbire materiali tossici alla fauna marina.