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martedì 4 maggio 2010

I vulcani nascosti sotto il Tirreno: stato delle conoscenze e rischio teorico

Il mare Tirreno e le sue coste pullulano di vulcani, attualmente attivi oppure come nella Sardegna sudoccidentale, che sono stati attivi fino a poco tempo fa (geologicamente parlando). Nell'immagine, tratta da un lavoro di Giancarlo Serri, si vede la situazione.

Dal punto di vista strettamente geologico il Tirreno a sud del 41°parallelo è definibile come un oceano più che un mare, nel senso che i “mari” sono aree a bassa profondità con le acque che ricoprono crosta continentale (come l'Adriatico o il mare del Nord); invece dal 41° parallelo fino a poche decine di km dalle coste il suo fondo, come in tutto il Mediterraneo occidentale e in buona parte di quello orientale, è impostato su crosta oceanica e raggiunge profondità di oltre 4.000 metri.

Non è facile in due parole dire come si è formato questo bacino, viste le complesse interazioni fra le zolle europea, adriatica e africana negli ultimi 100 milioni di anni che ne hanno fatto una delle regioni più complesse di tutta la Terra. Ci sono diverse ipotesi. Di quella più convincente ne ho parlato qui.

La complessità geologica si traduce in variazioni laterali di grande entità di composizione ed assetto della crosta,anche di quella profonda, pertanto non ci si può stupire se dentro ed intorno al Tirreno ci sono praticamente tutti o quasi i tipi di vulcano e di magmi conosciuti.

Un appunto importante è che non tutti i seamounts sono vulcani e non è detto che tutti i vulcani siano ancora attivi. Ad esempio a nord del 41° parallelo, ancora su crosta continentale o assottigliata, il monte Vercelli e qualche altro corpo sono gli elementi più meridionali del magmatismo della provincia toscana e sono dei corpi intrusivi granodioritici venuti alla luce, come il Giglio o il Monte Capanne. Tra il 41° parallelo e la piana del Vavilov, troviamo tutta una serie di rocce basaltiche diffuse che arrivano fino in Sardegna occidentale. Il seamount Etruschi ne è un esempio. Anche se hanno una età molto recente, è praticamente escluso che l'area sia ancora oggi soggetta a fenomeni vulcanici.

Nella piana abissale più nordoccidentale e più antica delle due in cui si può dividere la zona piùprofonda del bacino ci sono il Vavilov e il Magnaghi, in quella sudorientale il Marsili. In entrambe si nota come la litosfera oceanica sia caratterizzata da velocità basse delle onde sismiche, sintomo di una temperatura piuttosto alta

La piana abissale del Vavilov ha un pavimento di rocce basaltiche e ultramafiche formatesi fra i 6 e gli 8 milioni di anni fa, nel tortoniano (miocene superiore). Il Vavilov, lungo 30 km e largo 14, si eleva di 2800 metri dalla piana, di cui è molto più recente. E' caratterizzato da un profilo asimmetrico, con il versante occidentale molto più inclinato di quello orientale, segno che o è franato o è esploso. Anche le età hanno una distribuzione strana: le poche rocce dragate e le risultanze dei profili magnetici mostrano che l'attività è cominciata tra 3.0 e 2.6 Ma, con un picco fra 2.6 e 2.0 MA. Poi per trovare altri magmi si deve arrivare in tempi molto recenti, tra 0.37 e 0.12 Ma. Come spiegare questo intervallo? Può darsi che a causa del collasso manchi tutta la parte intermedia dell'attività? Se fosse così non è difficile pensare davvero che sia sempre stato attivo negli ultimi 3 milioni di anni. Nulla si sa sull'età del collasso. Pertanto è chiaro che il Vavilov necessita di studi più approfonditi per monitorarne la eventuale attività e capire come e perchè si è evoluta una morfologia del genere.

Quanto al Magnaghi, lo troviamo sul lato della piana adiacente alla piattaforma continentale a E della Sardegna ed è un altro elemento morfologicamente rispettabile. Alcune lave sono state datate a meno di 3 milioni di anni. Non ci sono comunque evidenze di una attività recente e questo è confermato dalla mancanza di una anomalia nel flusso di calore terrestre, particolarmente elevata al Marsili ma molto alta anche sotto il Vavilov.

Altri seamount come De Marchi, Cassini e Flavio Gioia non sono vulcani.

Per quanto riguarda il Marsili, ne ho parlato più volte e quindi rimando ai due post sull'argomento (2008 e 2010). Annoto soltanto che:
- gli ultimi lavori assegnano anche il Marsili ad un ambiente di arco magmatico e non ad un vulcanismo alcalino, ma queste sono considerazioni dei geochimici per le quali nutro una certa diffidenza, dato che nei bacini di retroarco è comune la vicinanza di magmi appartenenti a serie teoricamente molto diverse
- la piana che lo circonda è molto più giovane della prima, con età inferiori ai 2 milioni di anni (quindi in pieno quaternario)

E ora veniamo all'arco eolico. Tutte le isole dell'arcipelago delle Eolie sono vulcani, ma non tutti i vulcani delle Eolie arrivano in superficie. In realtà l'arco eolico circonda da tre lati la piana del Marsili, partendo dal Palinuro che è a largo del Cilento, a NE del Marsili, per finire al Glauco che invece si trova una cinquantina di Km ad ovest. In mezzo, Eolie comprese, c'è un'altra dozzina di vulcani. La cima del Palinuro arriva fino a meno di 100 metri dalla superficie marina. Sono conosciuti, da NE a W, i seguenti apparati: Palinuro, Alcione, Lamaetini a est delle Eolie, Eolo Enarete e Sisifo ad W. Si sa molto poco di tutti questi vulcani e anche in un recente volume dedicato al Tirreno nelle Memorie descrittive della carta geologica d'Italia se da un lato si parla delle analisi di queste vulcaniti, si glissa molto elegantemente sulle loro età, per cui mi pare che non ci sia la minima idea di quanti e quali di questi colossi possano essere oggi considerati attivi

I vulcani dell'arco eolico sono tipici esempi di un vulcanismo di arco magmatico sopra la crosta dello Jonio che scorre sotto la zolla europea, in una classica zona di subduzione (il disegno qui accanto spiega un po' la situazione). C'è però una complicazione: vediamo chiaramente come sono quasi tutti in una linea arcuata, tranne Lipari e Vulcano che guarda caso sono allineate con una serie di strutture che partono da lì e raggiungono lo Jonio: la linea Patti – Taormina che separa l'arco calabro – peloritano dalla catena appennincia della Sicilia settentrionale, il sistema delle Timpe catanesi, L'Etna e la scarpata Ibleo – Maltese, quest'ultima una componente essenziale della paleogeografia, essendo dal triassico il limite fra la crosta continentale e quella oceanica dello Jonio e del Mediterraneo orientale,

A ovest dell'arco eolico, emerso e sommerso, ci sono altri vulcani: Ustica (emerso e spento), Prometeo e Anchise. Questi complessi hanno una affinità alcalina e sono alimentati da sorgenti profonde nel mantello. La risalita dei loro magmi è dovuta probabilmente a fenomeni di distensione crustale.
La lista forse non è definitiva e sicuramente alcuni di questi vulcani non sono più attivi. Ma alcuni, Marsili in testa, lo sono.

Capisco benissimo che non a tutti può interessare la questione: non tutti vanno pazzi per la geologia (il mondo è bello perchè è vario...). Ma oltre alla parte squisitamente scientifica almeno sapere se ci sono dei rischi teorici dovrebbe interessare a tutti, almeno alle popolazioni rivierasche.

Le ultime dichiarazioni di Boschi prima e Bertolaso poi hanno quasi scatenato il panico negli italiani. Ho letto dei discorsi allucinanti, come quelli di chi pensa che Marsili stia per saltare come il Vesuvio o che ha sicuramente eruttato 200 anni fa etc etc. Continuo a dire da 30 anni, da quando studiavo il Tirreno all'università, che in ogni caso i vulcani del Tirreno VADANO MONITORATI, STUDIATI E CAPITI al di là della loro eventuale pericolosità: nel mondo occidentale, che dovrebbe essere scientificamente evoluto, il Tirreno è quasi poco più di un buco nero, una terra incognita di cui si sa veramente poco. Uno stato di cose che non si può più tollerare. Se questi allarmi serviranno per trovare le risorse adeguate allo studio dell'area, ben vengano. Mi domando se l'Italia avesse avuto lo stesso atteggiamento per le scienze di altre nazioni lo stato attuale della ricerca sul Tirreno sarebbe diverso. Non mi rispondo.

Credo che ci voglia uno sforzo coordinato (e ben finanziato) da parte di INGV da una parte, dipartimenti di Geologia Marina, Geofisica e vulcanologia delle varie università italiane dall'altro e che il punto di partenza essenziale sia la costruzione di altri sismografi specificamente ideati per lavorare sul fondo marino come quello, costruito interamente dall'INGV, che è stato calato sul Marsili

Entro solo in un dettaglio: visto che Bortolaso ha seguito Boschi nelle sparate sul Tirreno, tanto per darvi la concezione che ha la protezione civile della geologia marina vi segnalo il sito http://www.protezionecivile.it/cms/print.php?dir_pk=1337&cms_pk=17905 dove si legge: Il bacino tirrenico è la parte più profonda del Mediterraneo Occidentale: la Fossa del Tirreno raggiunge i 3800 metri di profondità.
Sono 30 anni che sapevo che era una piana abissale e non una fossa.... mah.... continuo ad esserne convinto...
E voi volete affidare alla protezione civile che non distingue una fossa da una piana la ricerca geologica?????

lunedì 29 marzo 2010

Finalmente alla ribalta il più grande fra i vulcani sommersi nel Tirreno, il Monte Marsili

Oggi è una grande giornata per la vulcanologia italiana: finalmente il grande pubblico, apparentemente distratto dalle vicende elettorali, ha scoperto l'esistenza del Monte Marsili, il vulcano gigante del Tirreno sudorientale. Tanti sono i siti che oggi ne parlano, spesso con un copia - incolla dell'intervista di Enzo Boschi sul Corriere della Sera, che ho trovato grazie alla segnalazione di un lettore, PiT e che ha scatenato il putiferio. 

In realtà, salvo poche cose, Boschi descrive fatti che erano stati già appurati nel 2006, ma la novità è che stavolta proclama davvero a sua volta la necessità di un'attento monitoraggio del vulcano. Resta comunque ampiamente giustificata la richiesta di attenzione.
Io avevo già parlato del monte Marsili due anni fa in questo post, nel quale segnalavo la necessità di un servizio di sorveglianza di base anche su questo vulcano, per il potenziale rischio tsunami che gli si può associare, visto che l'unica volta che l'INGV lo ha monitorato dava come minimo segni di grande vitalità.
La cosa giunge nuova: solo nello scorso novembre il Dr. Boris Behncke della sede INGV di Catania, è stato ospitato da Erik Kemetti nel suo eccellente blog Eruptions, dove ha risposto a numerose domande sui vulcani italiani.
La mia domanda era sul perchè questo vulcano era così sconosciuto (lo stesso Behncke cita appena 3 lavori in materia). Riassumendo le sue parole lo scienziato gentilmente mi rispose che non era vero che il Marsili era ignorato, anche se era d'accordo sul fatto che ha ricevuto fino ad oggi poca attenzione e che comunque dalla missione del 2006 (quella citata nel mio post precedente, ndr) si vedeva che il vulcano, se non in eruzione, era quantomeno da considerarsi attivo.
Però, scopo dell'INGV è sorvegliare il rischio vulcanico a scopi di protezione civile (che garantisce una grossa quota dei finanziamenti dell'istituto).  E tra tutti i vulcani davvero pericolosi in Italia (niente a che vedere con esempi mostruosi come Vesuvio, Campi Flegrei, Vulcano, e forse anche i Colli Albani), non si può considerare il Marsil una priorità, anche se lo trovava un interessantissimo oggetto di studio.
Troverete qui tutte le domande e le risposte di Behncke

Questo solo a novembre scorso. Adesso la situazione è cambiata.Vediamo perchè.

L'INGV ha integralmente costruito in casa un nuovo sismometro a banda larga adatto a lavorare sul fondo marino, a cui è stato collegato anche un idrofono. Volevo già parlare di questo strumento perchè la tanto bistrattata comunità scientifica italiana è pur sempre capace di fare cose davvero egregie, purtroppo poco pubblicizzate, specialmente se non sfondano in televisione.

A luglio lo strumento è stato provato sul fondo del Tirreno, a oltre 3000 metri di profondità, e poi è stato posto in cima al Marsili, a quota -790. Come nel 2006 il vulcano ha dato segni di vitalità notevoli che purtroppo per la loro debolezza non sono rilevabili dalle troppo distanti stazioni a terra.

In futuro di questi strumenti ne saranno costruiti altri, permanentemente posati sul fondo marino e che trasmetteranno a terra i dati in continuo tramite delle boe trasmettitrici. Sicuramente uno sarà destinato proprio al Marsili.
E veniamo a ieri quando Enzo Boschi, storica figura della sismologia italiana, ha rilasciato una intervista al Corriere della Sera dove segnala diversi problemi che possono venire dal vulcano, sotto il quale è stata definita la presenza di una camera magmatica di rispettabili dimensioni (4 X 2 Km). Non sono tanto i magmi a preoccupare, quanto le precarie condizioni delle pareti dell'edificio, sempre strutturalmente deboli di suo in un vulcano e nel caso pure minacciate dalle tante emissioni idrotermali. Fra i dati della campagna di osservazioni ci sarebbero proprio anche forti segnali di due eventi franosi.

Inutile dire che il rischio frane è direttamente correlato al rischio tsunami. Tutte le isole vulcaniche presentano questo rischio e non solo durante le eruzioni. Anche una grossa parte dell'Etna è franata provocando un violento maremoto parecchi millenni fa. Alcuni massi in posizione strana in Alaska sono stati addebitati a frane avvenute nelle Hawaii.

Poi Boschi prosegue, contraddicendo Behncke (e la realtà dei fatti) quando afferma che il Marsili è da anni un sorvegliato speciale. Non è del tutto vero, anche se, comunque, sapendolo attivo, hanno approfittato per collaudare il sismografo proprio lì, azione che condivido totalmente.

La conclusione è che sono perfettamente d'accordo con Enzo Boschi: il Marsili va monitorato con attenzione, cosa che io sostengo da un bel pezzo: sismicità, analisi delle emissioni, topografia delle vene, flusso di calore.... Certamente la cosa più difficile è capire se da qualche parte ci sia una parete che sta per franare. Però è una cosa urgente. Le probabilità che avvenga un disastro sono estremamente scarse, ma è sempre meglio prepararsi

Comunque non capisco perchè Boschi abbia aspettato tanti mesi a fare queste dichiarazioni, visto che a novembre Behncke aveva escluso la necessità di monitorarl.
Se però questo passo servirà a trovare i soldi per monitorarlo... ben venga!

Aspetto la pagina sul Marsili sul sito dell'INGV!