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martedì 15 marzo 2011

Altre notizie sui cetacei del mare Tirreno e del mare Ligure

In questo post parlo nuovamente dei cetacei dei nostri mari perchè ci sono due notizie importanti, un convegno a Civitavecchia e l'autopsia della balena spiaggiata a San Rossore alla fine di Gennaio.I miei amici dell’Accademia del Leviatano svolgono una attività molto interessante: durante l'estate viaggiano sui traghetti di linea tra Sardegna, Corsica, Liguria, Toscana e Lazio, quindi all'interno del Santuario dei Cetacei e nelle aree limitrofe, monitorando tutti i cetacei che osservano, dai piccoli delfini ai giganti come la balenottera, stando sul ponte di comando della navi. Nell'estate 2010 i ricercatori hanno fatto più di 40 viaggi. L'attività è collegata all'attività dell'ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale).

In totale, nel 2010, sono stati avvistati 142 cetacei, di 6 diverse specie. Si tratta in 68 casi di balenottere, 8 di Zifio, 34 Stenelle, 1 Tursiope, 1 Grampo e 2 Capodogli (i Capodogli in generale si trovano nel Tirreno Meridionale e nel Canale di Sicilia).
Tra i risultati ottenuti la ricerca ha confermato la presenza nel Tirreno Centrale di un’area ad alta densità di cetacei e di una popolazione di Zifio (delfino raro nel mediterraneo). Il problema quindi è che una buona parte degli animali vivono al di fuori del Santuario.

C'è una ottima notizia:rispetto agli studi realizzati dal 1989 al 1992 la frequenza di avvistamento della Balenottera è aumentata di circa il 200%. Questa ultima, inoltre, è stata avvistata nelle aree con maggiore concentrazione di clorofilla e non è un caso perchè sono le zone in cui è maggiore il contenuto di fitoplancton, costituito da microscopiche particelle algali in sospensione nelle acque, e quindi dove si trova anche lo zooplancton di cui si nutrono i grossi cetacei.
Un dato molto interessante è che la maggior parte degli avvistamenti di Balenottera e Stenella sono avvenuti in condizioni meno intense di traffico marittimo. Lo studio sottolinea la necessità di un comportamento di navigazione prudente in prossimità delle aree ad alta densità di cetacei. E questo potrà essere un problema se (finalmente!) entreranno in servizio le navi per le cosiddette “autostrade del mare” che dovrebbero dirottare dalla gomma all'acqua i trasporti a lungo raggio tra il sud e il nord dell'Italia: una prospettiva auspicabile – che purtroppo appare ancora lontana – ma che indubbiamente porterà la necessità di istituire delle misure per la riduzione dell’impatto con i cetacei



Veniamo ora alla balena di San Rossore: l'esemplare di Balenottera Comune (Balaenoptera physalus), era un maschio lungo 16,80 m e pesante 16-18 tonnellate (nelle Balenottera spesso le femmine sono più grandi dei maschi). Le pinne dorsali differiscono fra un esemplare e l'altro e così in base alle foto è stato accertato che prima di spiaggiarsi il 26 gennaio a San Rossore la balena era apparsa davanti a Follonica il 16 e davanti a Viareggio il 21. Un comportamento non comune perchè le Balenottere

Dell'autopsia se n'è occupati il Servizio Diagnostico di Patologia e Anatomia Patologica, sempre della Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università di Padova. Stabilito che non c'erano tracce di urti con natanti o reti è parso evidente che la morte è riferibile a cause naturali. Infatti la balena mostrava un elevato grado di debilitazione se non di immunodepressione: lo stomaco era infatti completamente vuoto e lo strato di grasso era piuttosto ridotto rispetto ai valori di riferimento (6 cm contro i 9-10 tipici di esemplari di queste dimensioni). Anche la pelle era interessata da intensa parassitosi, associata a reazioni infiammatorie e possibili infezioni secondarie, indicava un quadro di debilitazione del soggetto. In effetti l'animale aveva il morbillo: il referto necroscopico ha evidenziato che la balenottera era affetta da infezioni da morbillivirus e Toxoplasma condii; inoltre, forse in conseguenza di ciò, è stato anche possibile rilevare che lo stato di salute dell’esemplare era compromesso da una ridotta funzionalità del rene e da un digiuno prolungato.

L'esame esterno della carcassa della balenottera ha evidenziato aree di escoriazione, compatibili con l'evento dello spiaggiamento e quindi lo sfregamento con la sabbia e il fondo marino. Le condizioni di conservazione dei tessuti e l'aspetto dell'occhio fanno pensare che il decesso possa essere avvenuto intorno alle 24-48 ore dal primo ritrovamento della carcassa sulla spiaggia di San Rossore.

sabato 29 gennaio 2011

Lo spiaggiamento della balena a San Rossore (Pisa): non è comunemente noto che nei nostri mari vive il secondo animale più grande del mondo

Due giorni fa una balena si è spiaggiata sulla costa di San Rossore, tra la foce dell'Arno e quella del Serchio. Dalle fotografie e dalla logica mi risulta essere una "balenottera comune" (Balaenoptera physalus)
I cetacei si dividono in "odontoceti" (cetacei con i denti, fondamentalmente capodogli, orche e le tante specie di delfini) e "misticeti", le balene con i fanoni. in questi animali non ci sono più i denti, persi durante la loro evoluzione, e hanno acquisito i fanoni che negli embrioni provengono dalle stesse regioni da cui negli altri mammiferi provengono i peli.
Gli spiaggiamenti degli odontoceti sono diversi da quelli dei misticeti. Ne ho parlato a proposito dello spiaggiamento dei capodogli nel Gargano del dicembre 2009.
Lo spiaggiamento di San Rossore è chiaramente quello tipico dei misticeti, un singolo animale che per qualche suo problema fisico finisce sulla spiaggia, forse addirittura trascinato dalla corrente già morto prima di spiaggiarsi. Invece gli odontoceti sono spesso coinvolti in spiaggiamenti di gruppo, probabilmente dovuti al sistema di ecolocazione che anziché “vedere” una spiaggia vede mare aperto per un gioco di riflessioni delle onde acustiche nel mezzo sabbioso

Le uniche balene vere e proprie (appartenenti cioè all'ordine dei misticeti, i cetacei con i fanoni) che abitano stabilmente nel Mediterraneo sono le balenottere comuni.
Le femmine sono leggermente più grandi dei maschi e arrivano fino a quasi 25 metri di lunghezza per una ottantina di tonnellate di peso: oggi solo la balenottera azzurra (Balaenoptera Musculus) può raggiungere dimensioni maggiori.
È quasi incredibile ma vero: nel mare davanti a casa ospitiamo esemplari di quello che è il secondo animale più grande attualmente vivente.

Nuotano isolate o al massimo in gruppetti di non più di 3 individui e si nutrono di gamberetti. Come tutti i mammiferi di grandi dimensioni raggiungono la maturità sessuale piuttosto tardi: in questo caso non prima degli 8 anni di età e questo in un ambiente abbastanza chiuso come il Mediterraneo è un rischio perchè la velocità di recupero della popolazione in caso di una moria di massa sarebbe sicuramente molto lenta. Di sicuro le balenottere tirreniche sono una popolazione distinta rispetto a quelle della stessa specie che vivono nell'Oceano Atlantico: non c'è quindi un grande interscambio genetico tra i due lati dello Stretto di Gibilterra.

Nel 2010 ne sono state osservate molte nel Tirreno nel quadro della consueta campagna estiva a bordo di traghetti commerciali ad opera della Accademia del Leviatano: avvistamenti di balene sono ridiventati “normali” per i traghetti nelle tratte da e per la Sardegna da Genova, Livorno e Civitavecchia: gli amici della Accademia del Leviatano hanno contato quest'anno durante la loro campagna di osservazione a bordo dei traghetti che fanno la spola tra continente e Sardegna quasi 200 avvistamenti. Sembra sia ormai quasi più difficile fare una traversata senza vedere nessuna balena che il contrario, segno che la popolazione si sta riprendendo grazie al miglioramento della situazione ambientale e anche grazie alla istituzione del Santuario dei Cetacei tra Mar Ligure e Alto Tirreno stanno cominciando a venire fuori (anche se sarà bene cominciare ad estenderlo ancora più a sud, almeno fino alla latitudine delle coste meridionali del Lazio.
È molto raro vederle sottocosta, dato che prediligono fondali di almeno 2.000 metri di profondità e si immergono comunemente fino a 400 metri in immersioni che durano un a mezzoretta circa.

I capodogli (Physeter macrocephalus) sono più rari nel Mar Ligure: li troviamo più facilmente nel Tirreno meridionale, nello Jonio e nel Canale di Sicilia.
Nel 2010 ci sono stati anche due avvistamenti eccezionali di balene che non si vedevano nel Mediterraneo da un bel po' di tempo: a maggio una Balena Grigia (Eschrichtius robustus) ha frequentato per un po' di tempo le coste fra Libano e Israele e ad agosto invece è stato il turno di una megattera (Megaptera novaeangliae) che ha nuotato tra la Versilia e il Levante ligure: il 24 è comparsa nelle acque di Viareggio dando il consueto spettacolo a base di salti e piroette classico di questa specie L'animale è parso in ottima salute e ha proseguito il suo viaggio dirigendosi verso il Levante ligure. Il 29 agosto è stata avvistata alle Cinque Terre poi si è diretta verso la Spagna. In base alle informazioni pervenute la sua permanenza nel Mediterraneo è stata di circa 2 mesi.
L'avvistamento di megattere nel Mediterraneo è molto raro (meno di 20 avvistamenti negli utlimi 150 anni). Dal 1995 se ne contano solo 5. Le Megattere vivono in prevalenza lungo le coste e si pensava che appartenesse alla popolazione dell'Atlantico Settentrionale ma le foto scattate evidenziano più somiglianze con la popolazione dell'Atlantico meridionale, una volta gravemente minacciata di estinzione ed ora in ripresa grazie al divieto di caccia. 
La cosa sembrerebbe sorprendente ma la navigazione della Balena Grigia è ancora più sorprendente: ci sono due popolazioni di questa specie: una vive tra l'Alaska e la California (circa 20.000 esemplari) e una, molto più ridotta (200 esemplari) che migra lungo la costa asiatica dalla Kamchatka alla Corea.
Come ha fatto questa balena ad arrivare nel Mediterraneo? C'è chi dice che è passata in Atlantico da nord, approfittando dell'apertura del passaggio a nordovest nell'Artico canadese. 

Tornando al cetaceo spiaggiato a Pisa, verrà trascina a largo e affondato. Proprio mentre sto scrivendo, è stato imbragato con un cavo di acciaio tra il cranio e la parte centrale dell'animale per evitare che durante l'affondamento, e anche in seguito, il cranio si stacchi dal corpo.  Sicuramente è il sistema di smaltimento più economico che in più avrà anche ricadute positive dal punto di vista ecologico e della ricerca scientifica: attorno alla carcassa nascerà una comunità animale che si nutrirà per anni e verrà monitorata con attenzione almeno per un anno e mezzo, dopodichè lo scheletro verrà recuperato. Uno studio già effettuato in altri mari ma non ancora dalle nostre parti.

Noto in calce a tutto questo la solita ridda di voci secondo le quali per esempio la morte è stata causata dall'ingerimento di sacchetti di plastica o genericamente “dall'inquinamento”. Che fosse sofferente o addirittura prossima alla morte era abbastanza evidente (altrimenti non si sarebbe spiaggiata!), ma in assenza di una dichiarazione in merito delle autorità (che immagino debbano accertare le cause del decesso), non mi pare impossibile che molto semplicemente una delle balene che vivono davanti alle nostre coste – indebolita per cause naturali – sia stata trascinata dalle correnti morendo prima o durante lo spiaggiamento.

martedì 25 maggio 2010

Uno sguardo ai cetacei del Mediterraneo e in particolare all'Italia

Ormai non passa anno senza che nel Mediterraneo avvengano avvistamenti di cetacei poco comuni o generalmente non presenti nei nostri mari. L'anno scorso una megattera ha psasseggiato per l'adriatico mentre pochi giorni fa è stata avvistata a largo di Isralele una Balena Grigia, Fatto abbastanza clamoroso questo perchè le balene grigie scomparvero dalle acque atlantiche, decimate dalla caccia, già nel XVIII secolo: vedere quindi un esemplare nel Mediterraneo potrebbe essere il segno che dopo oltre 250 anni una popolazione di balene grigie dal Pacifico è tornata a vivere nell'Atlantico. Sono buone notizie perchè essendo sotanzialmente il Mediterraneo privo di sbocchi vuol dire che la qualità delle acque è migliorata sia dal punto di vista chimico che da quello biologico.

Venendo ai mari italiani, non tutti sanno che il Mar Ligure e le zone adiacenti sono state riconosciute come facenti parte del santuario dei cetacei. Istituito ufficialmente nel 1999 comprende tutte le acque comprese tra Tolone (costa francese), Capo Falcone (Sardegna occidentale), Capo Ferro (Sardegna orientale) e Fosso Chiarone (Toscana).
E' un'area molto delicata per il traffico navale, visto che come si può vedere vi sono compresi porti del calibro di Genova, Savona, La Spezia e Livorno e la presenza di tanti cetacei impone una certa attenzione agli equipaggi delle numerose navi che solcano queste acque.

L'Accademia del Leviatano ha una attività piuttosto singolare: tra maggio a fine settembre i suoi ricercatori effettuano un monitoraggio dei cetacei osservando il mare dai traghetti in servizio commerciale tra Liguria, Toscana, Lazio, Sardegna e Corsica per avvistare i cetacei, registrando tutti i dati ambientali e le diverse specie incontrate.
Dato che i monitoraggi sono iniziati alla fine degli anni '80 si può quindi ricostruire un quadro attendibile delle variazioni delle diverse specie di cetacei in termini di presenza, abbondanza e distribuzione. Queste variazioni vengono poi correlate a fattori naturali ed antropici.
Le attività vedono l'Accademia del Leviatano partner di istituti di ricerca italiani ed esteri sotto l'egida dell'ISPRA.
I risultati del confronto di lungo termine sono estremamente incoraggianti per la Balenottera di cui sembra accertato un forte aumento nel numero degli esemplari. Sembra che i centri di massima concentrazione di balenottera siano nel Golfo del Leone e in una zona a largo della Sardegna, mentre nel resto dell'area non sembra esserci un gran numero di esemplari. La concentrazione a largo della Sardegna impone una riflessione perchè siamo fuori dalla zona dichiarata Santuario dei cetacei, e quindi priva di strumenti di protezione. Inoltre all'aumentare del numero degli animali corrisponde una loro concentrazione maggiore verso l'isola rispetto agli anni '90

Nella campagna 2009 sono avvenuti 172 avvistamenti che hanno coinvolto oltre 500 animali. Per ben 78 volte sono state avvistate delle balenottere. Non sono stati avvistati capodogli, che invece sono comuni un po' più a sud, davanti a Napoli e nel canale di Sicilia
Una precisazione piuttosto importante è che la maggior parte degli avvistamenti sono avvenuti quando c'era poco traffico navale, segno che il passaggio frequente di imbarcazioni disturba i cetacei che nel caso preferiscono immergersi.

Più a sud un'altra base di studio dei cetacei è Ischia, dove l'associazione “Delphis” studia soprattutto Capodogli, e delfini (le acque dell'isola davanti a Napoli ospitano l'ultima colonia italiana di delfino comune). Le ricerche vengono effettuate soprattutto nella zona del canyon sottomarino di Cuma. Delphis è una associazione ben strutturata che lavora con due imbarcazioni proprie e per finanziarsi ospita settimanalmente a bordo delle sue imbarcazioni appassionati che vivono in tutto la vita di bordo sia dal punto di vista marinaresco che da quello scientifico.
Questa associazione ha all'attivo anche il salvataggio di alcuni capodogli che erano rimasti impigliati in spatare, le reti da posta alla deriva ed è una di quelle  che più si batte contro questa pratica illegale ma purtroppo comune. Sono reti lunghe chilometri e che causano la morte per annegamento di cetacei, tartarughe, e uccelli e il loro sito ci informa che proprio pochi mesi fa l'Italia è stata condannata per il mancato controllo di questo micidiale sistema di pesca. Pensate che non solo è una pratica purtroppo comune (addirittura nel 1994 Adriana Poli Bortone, all'epoca ministro competente, propose di poterle allungare a 10 km...) ma che fino al 2008 a chi veniva sorpreso ad usarle veniva poi lasciata la custodia dell'oggetto né era vietato averle a bordo (bastava forse impegnarsi a non usarle?????)
In numerose ispezioni condotte la Commissione Europea ha accertato che nessuno aveva mai praticamente sanzionato il loro uso e che sono state reintrodotte semplicemente cambiandone il nome in “ferretare”

Due appunti finali: il primo è che appena riprenderà la stagione della sorveglianza sul traghetto il blog “le ricerca del leviatano” darà le puntuali  informazioni sugli avvistamenti e contiamo anche su buone notizie da Ischia.

La seconda è che per fare whale-watching non occorre andare in Australia: basta appunto recarsi a Savona o ad Ischia....

domenica 3 gennaio 2010

Una nuova ipotesi sullo spiaggiamento dei Capodogli nel Gargano del dicembre 2009


La notte fra il 10 e l'11 dicembre 11 capodogli si sono spiaggiati lungo la costa del Gargano. Due sono riusciti poi a riprendere il largo per gli altri non c'è stato niente da fare.
Come per quasi tutti gli spiaggiamenti, ancora non sono note le cause che lo hanno provocato.
Ne sono state pensate di tutte, da non meglio specificati problemi di inquinamento interferenze con sonar in attività, persino a un terremoto, visto che almeno uno degli animali viveva in una zona lungo la costa greca colpita 5 giorni prima da una moderata scossa. La marina italiana smentisce di aver utilizzato in quei giorni i sonar e per quanto riguarda attività di prospezione geofisica era in zona una nave olandese che però non dovrebbe aver usato sonar particolarmente potenti.

In realtà le uniche cose certe sono che gli animali erano dei giovani maschi in ottima salute e in buone condizioni fisiche, fatto questo che accomuna quasi tutti i casi conosciuti.
Eppure in tutta la ridda di voci sulle cause non ho trovata quella che mi pare la più probabile.

Cominciamo dall'inizio: i cetacei si sono originati nell'Eocene, circa 50 milioni di anni fa a partire da mammiferi terrestri affini agli odierni ippopotami nella zona tra India e Pakistan. Erano tutti dotati di denti. Si dividono tra Odontoceti (che possiedono i denti) e Misticeti, che possiedono i fanoni. Le “balene” sono Misticeti; raggiungono dimensioni ragguardevoli e si sono evolute per nutrirsi di krill (gamberetti) o altri piccoli animali (in pratica pascolano in mare). I primi cetacei con i fanoni risalgono all'Oligocene (34 milioni di anni fa). E' probabile che a parte l'uomo, le balene adulte abbiano pochi nemici (forse le orche) come sulla terra elefanti, ippopotami e rinoceronti. Qualche cucciolo invece è regolarmente predato dalle orche.
Ai cetacei con i denti, i misticeti, appartengono le orche, le tantissime specie di delfini, i globicefali, i narvali e appunto i capodogli. Sono predatori attivi che si nutrono di pesci e calamari. Nella dieta delle orche ci sono anche prede più grosse come foche, cuccioli di balena e delfini.


Gli spiaggiamenti dei misticeti sono molto diversi da quelli degli odontoceti: capita di vedere delle balene spiaggiate, ma in genere si tratta di cuccioli che hanno perso la madre, animali malati o deboli e quasi sempre isolati. Questo succede anche con gli odontoceti, ma in generale gli odontoceti mostrano una tendenza a spiaggiamenti di gruppo, che coinvolgono decine se non centinaia di individui. Le coste australiane sono fra quelle più interessate dal fenomeno. Annoto che è statisticamente più probabile uno spiaggiamento di odontoceti semplicemente perchè il loro numero è di diversi ordini di grandezza maggiore di quello dei misticeti.

Una delle principali differenze fra i due gruppi di cetacei è data dalla capacità da parte degli odontoceti di ecolocalizzare con un sonar prede ed ostacoli naturali. Questa caratteristica è comparsa piuttosto precocemente nell'evoluzione di questo gruppo, come dimostrano i crani fossili che possiedono il “melone”, un organo appunto connesso alla captazione degli echi.

Gli odontoceti non sono gli unici animali che usano questo sistema, lo fanno anche alcuni pipistrelli e alcuni uccelli. Particolarmente utile per chi si muove nel buio o dove c'è poca luce, la capacità di ecolocazione, sia pure allo stato latente, è presente in molti mammiferi, uomo compreso: i non vedenti spesso sono capaci di ecolocalizzare degli ostacoli. Addirittura ho letto di un bambino che riusciva ad andar in bicicletta intorno a casa sua guidandosi con gli echi.

Con l'ecolocazione i delfini e gli altri odontoceti riescono a “vedere” al buio. Gli esperimenti hanno dimostrato che il grado di precisione di questo senso è veramente ottimo. Essendo questa una differenza fondamentale nel comportamento fra misticeti ed odontoceti, malfunzionamenti del sonar sono stati spesso invocati come causa degli spiaggiamenti, assieme ad ipotesi più “ardite” come suicidi di massa, inquinamento o altro. E spesso è stata indicata una origine antropica, quali sonar per esercitazioni militari o prospezioni geofisiche,

In uno dei suoi migliori libri, l'Orologiaio cieco, Richard Dawkins avanza invece un'altra ipotesi. Non è farina del suo sacco ma è un'idea di diversi ricercatori, soprattutto australiani: gli spiaggiamenti potrebbero essere dovuti a particolari caratteristiche della costa che la oscurano al sonar.


La cosa mi aveva incuriosito ma quando leggi un libro di Dawkins non puoi approfondire tutto (altrimenti dopo 3 anni sarei ancora al terzo capitolo de “il gene egoista”!!). Però la tristissima occasione del Gargano mi ha dato l'input per interessarmi della questione. Ho trovato diversi articoli che parlano della cosa e fra i tanti ne ho selezionato uno, condotto da S.L. Chambers e e R.N. James del dipartimento di fisica della università di Perth, presentato a “Acoustic 2005 – Acoustics in a Changing Environment”, un convegno della “Australian Acoustic Society” svoltosi a Busseltown, amena località sulla riva della Geographe Bay,
un golfo piuttosto grande nei pressi dell'angolo sudoccidentale dell'Australia. Dotata di spiagge sabbiose e con una pendenza del fondo particolarmente bassa è un luogo in cui gli spiaggiamenti avvengono a ripetizione fra il 1996 e il 2003, 4 eventi hanno coinvolto quasi 500 animali, di cui per fortuna una buona parte sono stati aiutati a riprendere il largo). Particolarmente imteressante il caso del 2 giugno 2005, in cui morirono 120 Pseudoorca Crassidens in 3 luoghi diversi a più di 20 kilometri di distanza l'uno dall'altro. Anche in tutti questi casi gli animali apparivano in ottime condizioni di forma, perfettamente in salute e tranne in un caso, privi di infezioni parassitiche

Secondo Chambers e James ci sono due fenomeni che concorrono alla attenuazione fino alla scomparsa del segnale sonar: la bassissima pendenza del fondo marino vicino alla riva e la contestuale presenza di microbolle di gas.

E' accertato che tali microbolle si formino continuamente quando piove per l'interazione fra le gocce di pioggia e la superficie del mare. Altre origini sono la produzione di gas da parte di alghe e animali e la decomposizione di materia organica presente sul fondo marino. A causa del moto marino le bolle, di dimensioni variabili dal micron ai pochi millimetri, tendono ad andare verso la costa. La loro vita può arrivare ad alcuni giorni.


La “sonar termination” è un fenomeno che avviene quando il segnale acustico prodotto a una certa distanza in mare verso una costa con una pendenza minore di un grado si attenua fino a scomparire. Sommata alla presenza delle bolle, questa situazione farebbe sì che i cetacei non si rendano conto di essere prossimi alla riva e di conseguenza si arenano. Un po' come se noi vedessimo al di là di un muro invisibile e ci andassimo a sbattere contro.

I ricercatori hanno modellizzato le emissioni acustiche dei cetacei e calcolato i livelli di attenuazione. Ovviamente il modello non considera le irregolarità del fondo, lo stato di salute degli animali, le loro relazioni sociali etc etc. Un particolare di non trascurabile importanza è che nei giorni precedenti agli spiaggiuamenti le condizioni meteomarine sono state quelle ottimali per avere una abbondante presenza di microbolle di gas nelle acque.

E' possibile che questo modello possa essere applicato anche all'evento del Gargano del dicembre 2009? Io credo che valga la pena di esplorare questa possibilità, tenendo conto di entrambi i fattori, sia la forma della costa che la possibile formazione di microbolle.



mercoledì 25 marzo 2009

Hindoyus: il più antico parente delle balene ritrovato

Da quando Darwin pubblicò “l'evoluzione delle specie” è evidente che i Cetacei si siano evoluti da antenati terrestri quadrupedi. La drammatica mancanza di fossili però aveva impedito delle certezze su chi fossero realmente gli antenati delle balene e soprattutto a quali fra i mammiferi attuali fossero imparentati.
Per cui l'origine dei cetacei era uno dei due grandi misteri dell'evoluzione dei mammiferi (l'altro è tuttora insoluto: come hanno fatto ad arrivare in Sudamerica roditori e scimmie).

Una prima, ovvia, idea era quella di collegarli innanzitutto ai sirenidi, l'altro gruppo di mammiferi interamente acquatico (restavano comunque da trovare gli eventuali antenati comuni). Ma c'erano altre possibilità: i loro progenitori potevano essere dei pinnipedi (foche che avevano ottenuto la totale libertà dalla terraferma), oppure derivare da altri carnivori (Darwin pensò agli orsi ma poi cancellò l'idea), o da proboscidati (a cui sono realmente imparentati i sirenidi). Altri pensarono ai maiali e agli ippopotami. E questi tutto sommato hanno azzeccato il “totobalene”

Il mistero si è diradato, grazie ai ritrovamenti fossili e alla genetica, che hanno dimostrato la provenienza dei cetacei dagli artiodattili, i mammiferi ungulati con numero pari di dita, un ordine molto vasto che comprende fra gli altri cervi, bovini, pecore, capre, suini, giraffe, cammelli, ippopotami ed altri erbivori di piccole o grandi dimensioni. Anzi, la genetica ha dimostrato che gli ippopotami sono più vicini ai cetacei che agli altri artiodattili, per cui se ci occupiamo del problema da un punto di vista zoologico è giusto parlare ancora di artiodattili, e se invece lo facciamo da un punto di vista evolutivo, allora il termine più corretto è “cetartiodattili”. Comunque anche chi aveva supposto una ascendenza comune con i suini non si era sbagliato di grosso, vista la stretta parentela fra maiali ed ippopotami.

Nel 2007 è stato scoperto nel Kashmir, da una equipe coordinata dal professor Thewissen un nuovo fossile, l'Indohyus. Viveva 48 milioni di anni fa e dimostra per l'ennesima volta che il bacino dell'Indo è la terra madre dei cetacei. Ma ha anche altre caratteristiche che lo rendono particolarmente interessante.
Indohyus è indubbiamente un esponente degli artiodattili. Lo si deduce dalla particolare struttura degli arti, in cui radio e ulna sono fusi e le dita sono in numero pari. Vagamente somigliante ad un cervo ma grande come una volpe, le sue ossa hanno una caratteristica particolare di cui sono dotati anche altri mammiferi che passano buona parte della loro vita nell'acqua: un ispessimento della parte esterna delle ossa, grazie al quale il corpo rimane più facilmente a galla. Questa caratteristica è ben presente negli ippopotami.
Anche la composizione isotopica dell'ossigeno dei denti è quella tipica di animali che vivono e/o si nutrono prevalentemente nelle acque dolci. Probabilmente assomigliava esternamente ai tragulidi, una piccola famiglia di artiodattili ruminanti delle foreste africane ed asiatiche, capaci di muoversi agilmente nelle acque. La somiglianza è comunque solo esteriore: i tragulidi sono ruminanti e quindi più distanti dai cetacei di altre famiglie di artiodattili.

L'essere un mammifero semi-acquatico di 50 milioni di anni fa non può essere da solo una prova della sua parentela con le balene. Allora, come mai Indohyus è stato accostato ai cetacei? Per la forma del cranio e, specificamente, nella forma del timpano, una caratteristica particolare dei cetacei che serve a migliorare l'udito sotto la superficie dell'acqua.

La scoperta di questo fossile cambia un po' la possibile storia dei cetacei. Non c'è dubbio che siano artiodattili: genetica e anatomia degli arti (o meglio, di quello che ne è rimasto) ci danno questa certezza. Fino ad oggi gli antenati più plausibili erano i mesonichidi, ungulati carnivori, anziché erbivori (tutti i fossili trovati fino alla scoperta di Indohyus sono di animali dalla dieta carnivora). All'epoca gli artiodattili carnivori erano ben diffusi e, fra questi, 5 milioni di anni dopo Indohyus è vissuto un vero gigante, Andrewsarchus: il suo cranio lungo 80 centimetri fa pensare a dimensioni eccezionali, poco meno di 2 metri di altezza e 5 di lunghezza.
Ovviamente non se ne conosce la posizione da un punto di vista genetico e cioè con quali ungulati attuali siano maggiormente imparentati, anche se appare probabile che siano più vicini al gruppo che comprende suini, ippopotami e cetacei che agli altri. Fra l'altro i mesonichidi condividono con i primi cetacei la forma dei denti, oltre alla contemporaneità.

Hindoyus cambia le carte in tavola: il suo ritrovamento farebbe pensare che i cetacei abbiano antenati erbivori e che il passaggio di alimentazione sia sicuramente avvenuto dopo il primo adattamento a condizioni di vita di fiume. Non credo sia un caso che questo è anche il più antico fra gli antenati (o quantomeno fra i parenti stretti) dei cetacei sicuramente accertati.
D'altro canto la cosa semplifica un po' la parentela con gli ippopotami: la divergenza fra cetacei ed ippopotamidi sarebbe avvenuta dopo che i loro comuni antenati si erano adattati ad una vita in ambiente fluviale, ma prima della comparsa delle modifiche negli orecchi e del passaggi degli antenati delle balene ad una dieta carnivora.

Thewissen poi ha un pò esagerato, considerando su basi anatomiche gli ippopotami più vicini ai maiali che ai cetacei. In pratica secondo lui gli antenati dei cetacei si sono divisi dagli altri suiformi prima della divergenza fra maiali ed ippopotami. Un'ipotesi che viene contraddetta dai dati genetici.
Comunque ci sarà ancora molto da scoprire ed il bacino dell'Indo tutti gli anni da ai ricercatori sempre nuove soddisfazioni.

domenica 22 febbraio 2009

Lo scenario attuale della caccia alla balena


E' di pochi giorni fa la notizia che una Megattera si aggirava vicino alle spiagge della Croazia. Un avvenimento inconsueto per questa specie, che non è fra quelle normalmente presenti nel Mediterraneo.
I grandi cetacei hanno sempre suscitato nel mondo ambientalista – e non solo – una grande emozione, forse perchè una volta dominatori incontrastati dei mari di tutto il pianeta, hanno rischiato seriamente l'estinzione totale. Attualmente molte specie sono quantomeno stabili, se non in crescita, altre però continuano ad essere definite come “minacciate”. In ogni caso non si può dare per definitivamente salvi questi animali: per tutti l'inquinamento e il traffico navale continuano ad essere una grave minaccia. Incombe poi la ripresa della attività venatoria commerciale.

Dopo la strage spietata degli ultimi tre secoli, fu creata nel 1946 la “International Whaling Commission” (IWC). Quaranta anni dopo, nel 1986, fu approvato il bando totale della caccia alla balena, con esclusione di limitatissimi numeri a disposizione di alcuni popoli indigeni, autorizzati a condurla solo ed esclusivamente con mezzi tradizionali in Alaska, Groenlandia, Siberia e Caraibi. Purtroppo la IWC è arrivata tardi per alcune specie, irrimediabilmente scomparse e attualmente ne protegge alcune particolarmente in pericolo (come se tutte le altre godessero di perfetta salute...).
Il problema di questa organizzazione è che basta essere un paese con sbocco sul mare per aderirvi, con o senza tradizioni di caccia alla balena e siccome ogni nazione ha un voto ci sono nazioni a cui il problema proprio non interessa, ma votano sì o no a seconda della loro convenienza economica o politica (leggi: finanziamenti). E in questo ambito contano soprattutto i paesi favorevoli e cioè Giappone, Islanda e Norvegia, che cercano di strappare il “sì” di molti paesi poveri.

Nel 1994 la IWC approvò la creazione del santuario delle balene, una grande zona dell'oceano antartico in cui la caccia alle balene è vietata in qualsiasi modo. L'unica nazione ad opporsi fu, naturalmente, il Giappone, le cui flottiglie hanno ricominciato l'attività per scopi “scientifici” qualche anno più tardi. Sostengono che le catture servano a conoscere meglio dinamica della popolazione (in quantità assoluta, classi di età e variazione numerica), sviluppo del corpo, cibo ingerito etc etc. Il fatto è che non una delle mie numerose fonti scientifiche che consulto quotidianamente in internet, né libri o riviste cartacei, hanno mai riportato delle notizie ricavate da questa attività. C'è in corso un boicottaggio dell'ambiente scientifico su questi studi o siamo costretti a metterne in serio dubbio la effettiva utilità?

Fra le “perle” del partito dei favorevoli alla caccia c'è stata addirittura quest'anno la richiesta di cacciare le balene dichiarandole colpevoli della crisi che stanno attraversando molte popolazioni ittiche. Ora, in un mondo scientificamente normale, attribuire alle balene e non alla pesca indiscriminata, il drastico calo di tonni, merluzzi e squali sarebbe più da Zelig (senza offesa per la nota trasmissione TV) che da una commissione scientifica seria, ma tant'è.... Comunque nell'agosto del 2008 al meeting annuale dell'IWC, tenutosi a Lima, in Perù, il rapporto preliminare della commissione allo scopo istituita ha indicato (ma pensa un po'...) che le balene non danneggiano significativamente la fauna marina interessata dalla pesca. La paralisi in cui versa l'IWC è dimostrata dal fatto che sono state rinviate, eventualmente alla prossima riunione nel 2009 a Madeira, due richieste di segno opposto, una del Giappone per togliere il divieto alla cattura commerciale e una degli stati dell'America Latina per creare nell'Atlantico meridionale un altro santuario dei cetacei.

Vediamo la situazione attuale. La Norvegia ha ripreso la caccia commerciale ufficialmente dal 1993. I quantitativi programmati sono sempre in aumento ma c'è da dire che negli anni scorsi il l'obbiettivo non è mai stato raggiunto. Anzi, siamo a valori di meno di 600 esemplari contro i 1052 programmati.

E' solo dal 2006 invece che l'Islanda ha interrotto la moratoria, per prelevare dichiaratamente a scopo commerciale 50 esemplari all'anno. Attualmente c'è in corso una bella polemica, perchè il governo uscente, in una delle ultime deliberazioni, ha sestuplicato questa cifra.
Sulla spinta di USA, Gran Bretagna e altre nazioni (che hanno chiaramente mostrato agli islandesi la loro contrarietà) il nuovo esecutivo in prima istanza si è dichiarato favorevole a diminuire la quota, ma ha fatto immediatamente marcia indietro dopo la diffusione dei dati di un sondaggio in cui ben due terzi degli islandesi intervistati si sono dichiarati favorevoli alla caccia alle balene. La cosa ha un profondo significato politico: in Islanda c'era al potere una coalizione di sinistra che si è disciolta e il potere è passato alla destra in un governo provvisorio che gestirà il Paese fino alle elezioni di maggio (la vicenda nei suoi particolari, che esulano da questo post e da questo blog, mi ricorda casualmente quella di un'altra nazione europea .....)

Veniamo al Giappone. Rimandata dalla IWC la votazione sulla possibilità di cacciare per scopi commerciali, la flotta giapponese è partita il 18 novembre per la annuale crociera nei mari antartici. Il target di quest'anno, ovviamente a “scopi scientifici”, è di 1000 esemplari, il doppio dell'anno precedente. I navigli sono stati seguiti da una nave di ecologisti che ne ha ostacolato l'attività per un paio di mesi, come negli anni scorsi. E' la “Steve Irwin “, della ONG Sea Shepherd, che organizza questa difficile operazione. Il governo giapponese ha definito la Sea Shepherd una organizzazione terroristica. La nave, dopo aver abbondantemente disturbato i pescherecci, è tornata in porto in Australia ai primi di febbraio.
La vicenda ha un risvolto molto interessante: fra i paesi capofila della lotta contro la caccia alle balene, assieme agli USA c'è l'Australia, per la quale, oltretutto, il whale – watching è una importante attrazione turistica. E proprio il governo del continente - isola ha sparigliato il mazzo, annunciando un programma scientifico da diversi milioni di dollari per arrivare agli obbiettivi dichiarati dal Giappone senza catturare animali. Il ministro dell'ambiente australiano ha detto di offrire agli istituti di ricerca nipponici la collaborazione del suo paese per consentire loro di portare avanti gli studi sulle balene in maniera molto meno cruenta.
Il governo giapponese però dimostra le sue reali intenzioni quando dichiara in risposta che “la caccia alla balena è parte delle nostre tradizioni” .

E' possibile che nel paese del Sol Levante le cose siano destinate a cambiare: comincia a formarsi, specialmente fra i giovani, una movimento contro questa caccia e i consumatori abituali di carne di balena sono sempre meno. Forse per questo girano notizie incontrollate secondo le quali, a causa della bassa richiesta, una buona parte del bottino della campagna 2007 – 2008 sarebbe finito in Thailandia per produrre cibo per animali. Riporto queste voci che però cozzano contro il raddoppio o quasi delle catture programmate per questa campagna rispetto a quella precedente, a meno che non sia una mossa politica in vista del prossimo meeeting dell'IWC, programmato a Madeira nel prossimo giugno. Lo aspettiamo con interesse.