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lunedì 19 settembre 2011

Lo tsunami del porto di Nizza del 16 ottobre 1979

Nell'ottobre del 1979 le coste sudorientali francesi sono state investite da uno tsunami la cui origine è ancora dibattuta: è stato provocato dal crollo di una banchina in costruzione per un porto davanti all'aeroporto oppure la costruzione è stata danneggiata dall'evento? Ufficialmente non si sa perchè i risultati dell'inchiesta sono nascosti alla consultazione pubblica.Attualmente su questo evento ci sono molti studi che cercano di modellizzarlo, anche per certificare il rischio tsunami lungo una costa dove eventi di questo genere sono tutt'altro che sconosciuti

Il 16 ottobre 1979 alle 13.57 ora locale le coste francesi dalla Costa Azzurra fino al confine con la Liguria sono state interessate da uno tsunami che ha provocato diverse vittime e parecchi danni. Questo e quello di Stromboli del dicembre 2003 sono gli unici tsunami recenti del Mediterraneo: una caratteristica importante è che entrambi questi eventi non hanno una origine sismica ma sono legati a delle attività di frana, sottomarina nel caso ligure, subaerea associata ad una eruzione vulcanica in quello stromboliano. Essendo stati eventi “leggeri” non hanno sortito effetti catastrofici, nonostante la presenza di vittime e danni, anche ingenti.

Secondo alcuni autori, anche i grandi tsunami avvenuti in concomitanza con grandi terremoti, come quello del 1908 di Messina non sono stati provocati direttamente dal sisma, ma da frane indotte dallo scuotimento del terreno

Le onde marine ordinarie sono provocate dal vento e quando rallentano in prossimità della costa tendono a rompersi. Inoltre, tranne quando si “rompono” sulla riva non ci sono grossi movimenti di acqua. Un'onda generata da uno tsunami invece comporta lo spostamento di ingenti quantità di acqua e quindi il suo comportamento è più simile a quello di una onda di marea (sia pure infinitamente più veloce). È per questo che, in alcuni casi come quelli dell'ultimo decennio, lo tsunami è capace di entrare nelle coste anche per parecchi kilometri e, quindi, non si può paragonare – poniamo – il potenziale di danni da parte di un'onda normale alta 2 metri con quella di uno tsunami della stessa altezza.

Il fenomeno in Italia non è raro, tutt'altro: secondo l'Istituto Nazionale di Geofisica negli ultimi 2000 anni si sono verificati 71 tsunami, variamente distribuiti. Le zone più colpite sono l'Italia Meridionale (quasi 1/3 degli eventi registrati) e proprio le coste del Mar Ligure, dove numerose campagne di osservazione hanno individuato sul fondo marino una serie di nicchie di frana e di depositi di frana. Non a caso sono aree in cui il dislivello fra la costa e il mare aperto è molto marcato. In zone come la Toscana, dove a largo il mare rimane poco profondo per un bel pezzo, le frane sottomarine sono ben più difficili.
La pendenza media della scarpata continentale è del 10% in quanto a circa 20 km dalla costa si raggiungono già profondità dell'ordine dei 2000 metri. Inoltre nella zona di Nizza i fiumi come Var Paillon e La Roya apportano nelle stagioni di piena una grande quantità di sedimenti che spesso rimangono in posizione instabile, e quindi potenzialmente generatrice di frane sottomarine.
Molti tsunami liguri sono avvenuti in corrispondenza di terremoti, ma non sono stati provocati direttamente dallo scuotimento del terreno, ma dalla formazione di frane sottomarine indotte dallo scuotimento stesso.

Lo tsunami del 1979 è stato ben studiato e nell'evento è compreso il crollo di una parte del cantiere di un nuovo porto nella zona dell'aeroporto di Nizza dove si registrarono 7 degli 8 morti accertati (alcune fonti parlano di un numero maggiore di vittime, però questi dati sono forniti da lavori su riviste scientifiche internazionali, sicuramente più attendibili di un sito internet non specializzato).
Negli oltre 120 km di costa interessati dall'evento la zona più danneggiata e dovesi sono registrate le altezze maggiori delle onde è stata quella di La Salis, nei dintorni di Antibes, dove il mare ha invaso i primi 150 metri di terraferma, con un'altezza massima stimata in 3 metri e mezzo e dove c'è stato l'unico morto fuori dalla zona del cantiere.
E qui c'è una questione interessante: il fatto che lo tsunami sia associato al cedimento di un cantiere, con 100 milioni di metri cubi di materiale interessato al collasso, ha ovviamente messo in movimento le autorità e c'è stata una inchiesta. Il rapporto è stato regolarmente stilato ma non è stato reso pubblico: sarà disponibile solo 100 anni dopo ed è accessibile solo su richiesta per motivi di studio.
Mi domando il perchè. C'è chi sostiene sia un problema di conseguenze per le compagnie di assicurazione. Non ho nessuna idea in proposito, se non la presenza in zona di qualche segreto militare (siamo proprio davanti all'aeroporto di Nizza e in posizione strategica)
Il problema fondamentale, mi pare non ancora chiarito almeno alla Pubblica Opinione, è di capire se uno tsunami innescato da una frana sottomarina abbia avuto come conseguenza la distruzione del manufatto o se sia stato il collasso del manufatto a provocare lo tsunami. Sicuramente si è trattato di un evento franoso in quanto non è associabile a nessuna scossa di terremoto.

Purtroppo sembra (il condizionale è d'obbligo) che i vari testimoni oculari non fossero esattamente d'accordo fra loro sull'ora a cui hanno assistito al fenomeno ed è chiaro che 5 minuti di differenza fra un testimone e l'altro sono un lasso di tempo troppo esteso per poter dare informazioni dirette. Per cui le osservazioni sono state per così dire corrette da un punto di vista temporale ma, dicono testualmente Sahal &Lemahieu (2011) “The 1979 nice airport tsunami: mapping of the flood in Antibes” pubblicato sulla rivista “Natural hazard”, a seconda della spiegazione preferita, c'è stato chi ha corretto i dati in un senso e chi li ha corretti nell'altro. È stata comunque operata una sintesi, ma è – appunto – stata secretata.

I testimoni concordano sul fatto che il fenomeno è cominciato con un brusco abbassamento del livello marino e che le ondate sono state più di una. La prima è arrivata circa 8 minuti dopo l'abbassamento. I valori registrati al faro della Garoupe, sul cap d'Antibes sono particolarmente interessanti: ci sono 4 minimi seguiti da 4 massimi e i valori più elevati sono per entrambi quelli del terzo ciclo. Ci sono quindi state almeno 4 onde di cui la terza si è rivelata la più alta. Il periodo di oscillazione è stato di circa 8 minuti.
Molti autori si sono occupati della modellizzazione delle onde ma i risultati convincenti sono pochi. Alcuni modelli prevedono persino due frane diverse, di cui una è stata la causa della seconda.

Il dibattito è quindi ancora in corso

venerdì 22 aprile 2011

Una inversione del regime tettonico è forse in corso nel Mediterraneo?

Pochi giorni fa ho parlato del limite fra la Placca Euroasiatica e quella Africana tra la Dorsale Medio-Atlantica e Gibilterra, con le sue incertezze ed i pericoli che corrono una buona fetta delle coste fra Spagna, Portogallo e Marocco per quello che sembra un inizio di una nuova subduzione, quella della crosta euroasiatica sotto quella africana. Oggi sono uscite le anticipazioni di un lavoro presentato dal geofisico olandese Rinus Wortel alla assemblea della European Geoscience Union che potrebbe dare una svolta a tutta la Geologia del Mediterraneo. Secondo Wortel anche ad est dello Stretto di Gibilterra si sta invertendo la polarità della subduzione.

700.000 anni fa ci fu un cambiamento del campo di sforzi nell'Italia centro-meridionale a seguito della collisione fra il blocco apulo e l'Appennino. È un esempio significativo di quello che è successo via via in diversi settori dell'area  mediterranea quando in altre zone si erano avute collisioni fra parti della crosta europea e di quella africana. 
La riorganizzazione del campo di sforzi e dei margini delle varie (micro)zolle che compongono l'area mediterranea è quindi avvenuta più volte negli ultimi 250 milioni di anni quando proprio l'area mediterranea era la giuntura che congiungeva il Gondwana e la Laurasia quando tutti i continenti erano uniti nella Pangea. Di fatto dall'epoca le posizioni relative di Eurasia ed Africa non sono cambiate di molto, se si paragonano agli spostamenti fra gli altri continenti; questo ha però complicato molto le cose perchè non è che le due masse siano rimaste ferme: i movimenti dunque sono stati complessi, spesso dominati da trascorrenze di difficile definizione e il campo di sforzi è cambiato numerose volte. Di fatto ogni situazione ha lasciato qualche traccia ma la loro somma dà un puzzle di difficile soluzione. Recentemente a dare una soluzione ci hanno provato Mark R. Handy ed altri in Reconciling plate-tectonic reconstructions of Alpine Tethys with the geological–geophysical record of spreading and subduction in the Alps pubblicato nella rivista Earth-Science Reviews 102 (2010) 121–158. Un lavoro molto interessante e complesso ed una sintesi che penso rimarrà un punto di riferimento per parecchio tempo.

Saltiamo tutti gli avvenimenti fra il Permiano e l'Oligocene mentre quelli successivi, fino al “presente” sono descritti in questo mio post di 2 anni fa, con l'apertura progressiva dei bacini del Mediterraneo Occidentale (Alboran, Baleari, Ligure-Provenzale e Tirreno) che ha provocato la frammentazione della catena alpina, la quale 15 milioni di anni fa bordava tutto il bordo meridionale dell'Europa, alla quale non erano ancora saldate molte serie che ora formano l'Italia peninsulare. La figura a fianco si riferisce a quando si stava aprendo il bacino ligure-provenzale ma non ancora il Tirreno ed è tratta da Viti et al, (2009): Generation of Trench-Arc-Back Arc systems in the Western Mediterranean Region driven by plate convergence. Ital. J. Geosci, vol. 128 n,1 pp 89-106.
L'apertura di questi bacini è stata accompagnata da un veloce retroscorrimento delle zone che si sono trovate a sud-est di questi bacini, prima la dorsale balearica, poi la Sardegna e la Corsica e finalmente l'arco Calabro – Peloritano. Secondo Wortel anche Creta sta subendo lo stesso fenomeno ed è dovuto alla rottura della crosta africana in subduzione: in pratica a quanto ho capito nel breve abstract a disposizione (il lavoro ovviamente non è stato ancora pubblicato essendo stato presentato all'assemblea della EGU) la crosta subdotta è oceanica e pesante e quindi va in giù, mentre quella che le era vicino ma continentale non riesce a scivolare. Quindi la arte di zola europea vicina al limite verrebbe in qualche odo risucchiata indietro. So di esser eun pò criptico ma non riesco a dirla meglio....

I terremoti di grandissima intensità nel Mediterraneo e nelle aree limitrofe che contrassegnano in genere le zone di scontro fra due zolle sono piuttosto rari. Negli ultimi 2000 anni si contano 3 eventi particolarmente forti: Creta nel 365 e nel 1303 e Lisbona nel 1755. Come per Lisbona, anche per i due terremoti cretesi è stata avanzata l'idea che siano dovuti a eventi di thrust. Solo che secondo la visione tradizionale questi thrust sarebbero immergenti verso nord, Wortel invece pensa che siano orientati verso sud e che stiamo assistendo ad una inversione del piano di subduzione nell'area mediterranea.

Oggi vediamo tra la Liguria, l'Appennino, la Sicilia e l'Atlante algerino e marocchino fino a Gibilterra la zolla adriatica e quella africana che scendono sotto quella euroasiatica. Wortel pensa che questa situazione sia un “relitto del passato” come il prisma accrezionale che si trova nel Golfo di Cadice e che attualmente stia cambiando il regime tettonico, con la incipiente subduzione dell'Europa sotto l'Africa.

Perchè succederebbe il tutto? Perchè fino a poco tempo fa della placca africana era coinvolta la parte settentrionale, fatta di pesante crosta oceanica. Adesso invece, tranne che lungo l'arco calabro, la situazione è opposta: nella zolla europea c'è crosta pesante (quella di tipo oceanico dei bacini recenti del Mediterraneo occidentale) e in quella africana la leggera crosta continentale.

In effetti, a pensarci bene, sarebbe una situazione un po' anomala: crosta continentale che va sotto quella oceanica.

Ricordo anche che secondo alcuni Autori anche alla base della catena alpina tra Lombardia e Veneto stia succedendo una inversione del genere,. Solo che lì la polarità dei nuovi movimenti sarebbe opposta a quella del nuovo regime del Mediterraneo: piani di subduzione diretti verso nord sotto la catena alpina.

Il pronostico di Wortel è che quindi dopo un periodo in cui la sismicità non è in grado di raggiungere intensità particolari, tranne poche eccezioni, sia destinata ad aumentare parecchio nel futuro, ovviamente geologico.
Però lo stesso Autore ed altri autorevoli commentatori fanno notare che se le cose stanno in questo modo un terremoto di thrust come quelli cretesi è possibile in una vasta fascia ed il problema più grosso è che essendo strutture molto giovani non è semplice vederli...

Un altro appunto: se Wortel avesse ragione, la polarità della subduzione nella zona del Mediterraneo Occodentale sarebbe cambiata due volte in 20 milioni di anni. Un record, probabilmente....

sabato 29 gennaio 2011

Lo spiaggiamento della balena a San Rossore (Pisa): non è comunemente noto che nei nostri mari vive il secondo animale più grande del mondo

Due giorni fa una balena si è spiaggiata sulla costa di San Rossore, tra la foce dell'Arno e quella del Serchio. Dalle fotografie e dalla logica mi risulta essere una "balenottera comune" (Balaenoptera physalus)
I cetacei si dividono in "odontoceti" (cetacei con i denti, fondamentalmente capodogli, orche e le tante specie di delfini) e "misticeti", le balene con i fanoni. in questi animali non ci sono più i denti, persi durante la loro evoluzione, e hanno acquisito i fanoni che negli embrioni provengono dalle stesse regioni da cui negli altri mammiferi provengono i peli.
Gli spiaggiamenti degli odontoceti sono diversi da quelli dei misticeti. Ne ho parlato a proposito dello spiaggiamento dei capodogli nel Gargano del dicembre 2009.
Lo spiaggiamento di San Rossore è chiaramente quello tipico dei misticeti, un singolo animale che per qualche suo problema fisico finisce sulla spiaggia, forse addirittura trascinato dalla corrente già morto prima di spiaggiarsi. Invece gli odontoceti sono spesso coinvolti in spiaggiamenti di gruppo, probabilmente dovuti al sistema di ecolocazione che anziché “vedere” una spiaggia vede mare aperto per un gioco di riflessioni delle onde acustiche nel mezzo sabbioso

Le uniche balene vere e proprie (appartenenti cioè all'ordine dei misticeti, i cetacei con i fanoni) che abitano stabilmente nel Mediterraneo sono le balenottere comuni.
Le femmine sono leggermente più grandi dei maschi e arrivano fino a quasi 25 metri di lunghezza per una ottantina di tonnellate di peso: oggi solo la balenottera azzurra (Balaenoptera Musculus) può raggiungere dimensioni maggiori.
È quasi incredibile ma vero: nel mare davanti a casa ospitiamo esemplari di quello che è il secondo animale più grande attualmente vivente.

Nuotano isolate o al massimo in gruppetti di non più di 3 individui e si nutrono di gamberetti. Come tutti i mammiferi di grandi dimensioni raggiungono la maturità sessuale piuttosto tardi: in questo caso non prima degli 8 anni di età e questo in un ambiente abbastanza chiuso come il Mediterraneo è un rischio perchè la velocità di recupero della popolazione in caso di una moria di massa sarebbe sicuramente molto lenta. Di sicuro le balenottere tirreniche sono una popolazione distinta rispetto a quelle della stessa specie che vivono nell'Oceano Atlantico: non c'è quindi un grande interscambio genetico tra i due lati dello Stretto di Gibilterra.

Nel 2010 ne sono state osservate molte nel Tirreno nel quadro della consueta campagna estiva a bordo di traghetti commerciali ad opera della Accademia del Leviatano: avvistamenti di balene sono ridiventati “normali” per i traghetti nelle tratte da e per la Sardegna da Genova, Livorno e Civitavecchia: gli amici della Accademia del Leviatano hanno contato quest'anno durante la loro campagna di osservazione a bordo dei traghetti che fanno la spola tra continente e Sardegna quasi 200 avvistamenti. Sembra sia ormai quasi più difficile fare una traversata senza vedere nessuna balena che il contrario, segno che la popolazione si sta riprendendo grazie al miglioramento della situazione ambientale e anche grazie alla istituzione del Santuario dei Cetacei tra Mar Ligure e Alto Tirreno stanno cominciando a venire fuori (anche se sarà bene cominciare ad estenderlo ancora più a sud, almeno fino alla latitudine delle coste meridionali del Lazio.
È molto raro vederle sottocosta, dato che prediligono fondali di almeno 2.000 metri di profondità e si immergono comunemente fino a 400 metri in immersioni che durano un a mezzoretta circa.

I capodogli (Physeter macrocephalus) sono più rari nel Mar Ligure: li troviamo più facilmente nel Tirreno meridionale, nello Jonio e nel Canale di Sicilia.
Nel 2010 ci sono stati anche due avvistamenti eccezionali di balene che non si vedevano nel Mediterraneo da un bel po' di tempo: a maggio una Balena Grigia (Eschrichtius robustus) ha frequentato per un po' di tempo le coste fra Libano e Israele e ad agosto invece è stato il turno di una megattera (Megaptera novaeangliae) che ha nuotato tra la Versilia e il Levante ligure: il 24 è comparsa nelle acque di Viareggio dando il consueto spettacolo a base di salti e piroette classico di questa specie L'animale è parso in ottima salute e ha proseguito il suo viaggio dirigendosi verso il Levante ligure. Il 29 agosto è stata avvistata alle Cinque Terre poi si è diretta verso la Spagna. In base alle informazioni pervenute la sua permanenza nel Mediterraneo è stata di circa 2 mesi.
L'avvistamento di megattere nel Mediterraneo è molto raro (meno di 20 avvistamenti negli utlimi 150 anni). Dal 1995 se ne contano solo 5. Le Megattere vivono in prevalenza lungo le coste e si pensava che appartenesse alla popolazione dell'Atlantico Settentrionale ma le foto scattate evidenziano più somiglianze con la popolazione dell'Atlantico meridionale, una volta gravemente minacciata di estinzione ed ora in ripresa grazie al divieto di caccia. 
La cosa sembrerebbe sorprendente ma la navigazione della Balena Grigia è ancora più sorprendente: ci sono due popolazioni di questa specie: una vive tra l'Alaska e la California (circa 20.000 esemplari) e una, molto più ridotta (200 esemplari) che migra lungo la costa asiatica dalla Kamchatka alla Corea.
Come ha fatto questa balena ad arrivare nel Mediterraneo? C'è chi dice che è passata in Atlantico da nord, approfittando dell'apertura del passaggio a nordovest nell'Artico canadese. 

Tornando al cetaceo spiaggiato a Pisa, verrà trascina a largo e affondato. Proprio mentre sto scrivendo, è stato imbragato con un cavo di acciaio tra il cranio e la parte centrale dell'animale per evitare che durante l'affondamento, e anche in seguito, il cranio si stacchi dal corpo.  Sicuramente è il sistema di smaltimento più economico che in più avrà anche ricadute positive dal punto di vista ecologico e della ricerca scientifica: attorno alla carcassa nascerà una comunità animale che si nutrirà per anni e verrà monitorata con attenzione almeno per un anno e mezzo, dopodichè lo scheletro verrà recuperato. Uno studio già effettuato in altri mari ma non ancora dalle nostre parti.

Noto in calce a tutto questo la solita ridda di voci secondo le quali per esempio la morte è stata causata dall'ingerimento di sacchetti di plastica o genericamente “dall'inquinamento”. Che fosse sofferente o addirittura prossima alla morte era abbastanza evidente (altrimenti non si sarebbe spiaggiata!), ma in assenza di una dichiarazione in merito delle autorità (che immagino debbano accertare le cause del decesso), non mi pare impossibile che molto semplicemente una delle balene che vivono davanti alle nostre coste – indebolita per cause naturali – sia stata trascinata dalle correnti morendo prima o durante lo spiaggiamento.

martedì 25 maggio 2010

Uno sguardo ai cetacei del Mediterraneo e in particolare all'Italia

Ormai non passa anno senza che nel Mediterraneo avvengano avvistamenti di cetacei poco comuni o generalmente non presenti nei nostri mari. L'anno scorso una megattera ha psasseggiato per l'adriatico mentre pochi giorni fa è stata avvistata a largo di Isralele una Balena Grigia, Fatto abbastanza clamoroso questo perchè le balene grigie scomparvero dalle acque atlantiche, decimate dalla caccia, già nel XVIII secolo: vedere quindi un esemplare nel Mediterraneo potrebbe essere il segno che dopo oltre 250 anni una popolazione di balene grigie dal Pacifico è tornata a vivere nell'Atlantico. Sono buone notizie perchè essendo sotanzialmente il Mediterraneo privo di sbocchi vuol dire che la qualità delle acque è migliorata sia dal punto di vista chimico che da quello biologico.

Venendo ai mari italiani, non tutti sanno che il Mar Ligure e le zone adiacenti sono state riconosciute come facenti parte del santuario dei cetacei. Istituito ufficialmente nel 1999 comprende tutte le acque comprese tra Tolone (costa francese), Capo Falcone (Sardegna occidentale), Capo Ferro (Sardegna orientale) e Fosso Chiarone (Toscana).
E' un'area molto delicata per il traffico navale, visto che come si può vedere vi sono compresi porti del calibro di Genova, Savona, La Spezia e Livorno e la presenza di tanti cetacei impone una certa attenzione agli equipaggi delle numerose navi che solcano queste acque.

L'Accademia del Leviatano ha una attività piuttosto singolare: tra maggio a fine settembre i suoi ricercatori effettuano un monitoraggio dei cetacei osservando il mare dai traghetti in servizio commerciale tra Liguria, Toscana, Lazio, Sardegna e Corsica per avvistare i cetacei, registrando tutti i dati ambientali e le diverse specie incontrate.
Dato che i monitoraggi sono iniziati alla fine degli anni '80 si può quindi ricostruire un quadro attendibile delle variazioni delle diverse specie di cetacei in termini di presenza, abbondanza e distribuzione. Queste variazioni vengono poi correlate a fattori naturali ed antropici.
Le attività vedono l'Accademia del Leviatano partner di istituti di ricerca italiani ed esteri sotto l'egida dell'ISPRA.
I risultati del confronto di lungo termine sono estremamente incoraggianti per la Balenottera di cui sembra accertato un forte aumento nel numero degli esemplari. Sembra che i centri di massima concentrazione di balenottera siano nel Golfo del Leone e in una zona a largo della Sardegna, mentre nel resto dell'area non sembra esserci un gran numero di esemplari. La concentrazione a largo della Sardegna impone una riflessione perchè siamo fuori dalla zona dichiarata Santuario dei cetacei, e quindi priva di strumenti di protezione. Inoltre all'aumentare del numero degli animali corrisponde una loro concentrazione maggiore verso l'isola rispetto agli anni '90

Nella campagna 2009 sono avvenuti 172 avvistamenti che hanno coinvolto oltre 500 animali. Per ben 78 volte sono state avvistate delle balenottere. Non sono stati avvistati capodogli, che invece sono comuni un po' più a sud, davanti a Napoli e nel canale di Sicilia
Una precisazione piuttosto importante è che la maggior parte degli avvistamenti sono avvenuti quando c'era poco traffico navale, segno che il passaggio frequente di imbarcazioni disturba i cetacei che nel caso preferiscono immergersi.

Più a sud un'altra base di studio dei cetacei è Ischia, dove l'associazione “Delphis” studia soprattutto Capodogli, e delfini (le acque dell'isola davanti a Napoli ospitano l'ultima colonia italiana di delfino comune). Le ricerche vengono effettuate soprattutto nella zona del canyon sottomarino di Cuma. Delphis è una associazione ben strutturata che lavora con due imbarcazioni proprie e per finanziarsi ospita settimanalmente a bordo delle sue imbarcazioni appassionati che vivono in tutto la vita di bordo sia dal punto di vista marinaresco che da quello scientifico.
Questa associazione ha all'attivo anche il salvataggio di alcuni capodogli che erano rimasti impigliati in spatare, le reti da posta alla deriva ed è una di quelle  che più si batte contro questa pratica illegale ma purtroppo comune. Sono reti lunghe chilometri e che causano la morte per annegamento di cetacei, tartarughe, e uccelli e il loro sito ci informa che proprio pochi mesi fa l'Italia è stata condannata per il mancato controllo di questo micidiale sistema di pesca. Pensate che non solo è una pratica purtroppo comune (addirittura nel 1994 Adriana Poli Bortone, all'epoca ministro competente, propose di poterle allungare a 10 km...) ma che fino al 2008 a chi veniva sorpreso ad usarle veniva poi lasciata la custodia dell'oggetto né era vietato averle a bordo (bastava forse impegnarsi a non usarle?????)
In numerose ispezioni condotte la Commissione Europea ha accertato che nessuno aveva mai praticamente sanzionato il loro uso e che sono state reintrodotte semplicemente cambiandone il nome in “ferretare”

Due appunti finali: il primo è che appena riprenderà la stagione della sorveglianza sul traghetto il blog “le ricerca del leviatano” darà le puntuali  informazioni sugli avvistamenti e contiamo anche su buone notizie da Ischia.

La seconda è che per fare whale-watching non occorre andare in Australia: basta appunto recarsi a Savona o ad Ischia....

mercoledì 14 ottobre 2009

Le certezze sulla geodinamica italiana degli ultimi milioni di anni e una nuova visione totale del problema



Fino ai primi anni' 80 i ricercatori erano riusciti a capire molte cose sulla storia geologica italiana e del Mediterraneo occidentale, ma all'interno di settori ristretti: l'Appennino Settentrionale, l'Appennino meridionale, le Alpi, la Cordigliera Betica, l'arco Siculo – Maghrebide etc etc. Al di là di alcuni tentativi da parte della scuola fiorentina con Mario Boccaletti prima e Benedetta Treves poi, mancava una visione unitaria che a poco a poco si sta facendo largo nonostante la permanenza di alcune incertezze, principalmente all'altezza dell'Appennino Settentrionale per il terziario inferiore (una o due subduzioni distinte nel tempo?), della Calabria (vedi post) e delle Alpi Lombarde, dove i ricercatori sono divisi fra chi sostiene che si sta assistendo agli inizi di una nuova fase compressiva di senso inverso rispetto a quella alpina e chi invece sostiene per le strutture attorno al lago di Como un'altra motivazione.

Nel contempo abbiamo anche una serie di certezze. In particolare nella storia recente dell'Italia ci sono due momenti cruciali, uno verso la fine del Messiniano (6 milioni di anni fa) e uno molto più recente (a metà del pleistocene, 700.000 anni fa).

La vicenda comincia alla fine del Messiniano, quando la placca adriatica forma ancora una appendice superiore dell'Africa.
L'Europa preme sia a ovest, lungo la catena alpina che a est, con il settore ellenico – anatolico. Nel Miocene superiore finisce di consumarsi l'oceano che si era aperto nel Giurassico situato fra la placca adriatica ed il settore ellenico di quella europea.
Ma questo non ferma il campo di sforzi: la Grecia preme e più a sud – ovest lo fa pure l'Africa. Quindi la zona adriatica per assorbire tutti questi sforzi si spacca: a nord il settore adriatico si separa da quello padano lungo il fascio di faglie trascorrenti Schio – Vicenza mentre a sud nella zona del Canale di Sicilia si separa dall'Africa stessa. Il movimento di per se sarebbe una trascorrente ma siccome l'Africa spinge piuttosto forte, strizza assieme alla placca adriatica l'Appennino in una morsa, costringendolo a ruotare. Quindi nel Canale di Sicilia si realizza anche una componente estensionale che forma dei piccoli bacini.

Intanto la subduzione della zolla adriatica, e per precisione della sezione di oceano giurassico rimasta fra Adria ed Europa (o fra Adria e Al.Ka.Pe.Ka.) continua e la fase tettonica rimane molto acuta. Questa situazione però non dura a lungo: all'inizio del Pleistocene, poco più di 2 milioni di anni fa, la crosta “europea” dell'Appennino collide con il nucleo più duro di Adria, della quale attualmente emergono dal mare il Gargano e le Murge. Da nord fino alla Basilicata l'orogenesi complessivamente si blocca (o quantomeno rallenta vistosamente). il blocco determina la cessazione della apertura del bacino del Vavilov.
Però c'è ancora da consumare la crosta oceanica dello Jonio e difatti l'unica zona di vera subduzione che continua a funzionare è quella attuale a E della Calabria. Dove cessa la resistenza della piattaforma adriatica, all'altezza del confine Basilicata – Calabria si crea una trascorrente sinistra che allarga il Tirreno a sud – est,: nasce il bacino del Marsili. Lo sviluppo della Linea del Pollino provoca in Basilicata la formazione di una serie di faglie trascorrenti orientate NE-SW.


Circa 700.000 anni fa le cose sono cambiate di nuovo. Il campo di sforzi si ridistribuisce perchè dopo la collisione fra il blocco apulo e l'Appennino la placca adriatica si è fermata ad ovest ma ricomincia a subdurre verso est sotto l'Europa nel settore balcanico – egeo. Rimane attiva la subduzione della zolla adriatica sotto la Calabria, con lo Jonio che continua a chiudersi.

Direi che in linea generale questa è un'ottima sceneggiatura, alla quale mancano ancora alcuni particolari. Come ho detto in apertura il pregio fondamentale è che i meccanismi invocati sono piuttosto semplici e applicabili a tutta l'area senza bisogno di complicazioni varie, quali cunei astenosferici e quant'altro.

martedì 6 ottobre 2009

La Calabria: il punto focale per capire la storia meso - cenozoica del Mediterraneo Occidentale


Una o due Calabrie? Uno o due oceani? C'è stata una inversione della subduzione nel settore appenninico o no? Questi sono alcuni dei dilemmi dei geologi che si occupano di evoluzione mesozoico – terziaria del Mediterraneo Occidentale.
Innanzitutto una precisazione: parlando di “Calabria” si parla, abbreviandone il nome, dell'”Arco Calabro – Peloritano” e cioè di quella fascia della catena appenninica che va dal Pollino alla linea Taormina – Golfo di Patti, per cui nella definizione è compresa la parte più a NE della Sicilia, Messina compresa. Qualche tempo fa ho scritto un post su “Al.Ka.Pe.Ca”, il “continente perduto” della geologia mediterranea, la placca che secondo alcuni Autori si è scontrata con l'Europa Stabile prima che lo facesse l'Italia peninsulare.

Riepilogo brevemente la situazione:
1) la subduzione sotto l'Europa di tipo appenninico contrasta con quella alpina che invece è sotto l'”Africa”. C'è chi ipotizza quindi una inversione della subduzione sotto l'Appennino a partire dal primo Oligocene
2) Il magmatismo nell'area mediterranea occidentale sembra iniziare nell'Eocene assieme alla formazione dei bacini di retroarco.

Vediamo a fianco un disegno con le due ipotesi. Se da una parte alcuni Autori pensano ad una inversione della subduzione, altri dicono di no: pensano che nel settore appenninico ci sia sempre stata la subduzione sotto l'Europa e che tra la zona alpina e quella appenninica, adiacenti, le placche scorressero in senso opposto grazie ad una faglia trasforme. La formazione dei bacini del Mediterraneo Occidentale sarebbe iniziata solo alla la fine dell'Oligocene perchè solo da quel momento i movimenti relativi fra Africa ed Europa hanno costretto il piano di subduzione a muoversi, ruotando in senso antiorario.
In questo ambito l'assetto della Corsica, che era la terminazione della zona a subduzione “alpina” e sotto alla quale ora c'è la subduzione di tipo appenninico, viene spiegata, per esempio da Andrea Argnani con la presenza di un promontorio della placca adriatica che in qualche modo cozza sul sistema alpino e ne interrompe la subduzione, instaurando anche in quel settore alpino quella Europa – vergente.
Ricostruire la geologia del Mediterraneo occidentale vuol dire risolvere il puzzle di dove erano attaccate fra loro tutte le zone che bordeggiano da Gibilterra all'Italia i bacini “oceanici” che si sono aperti dalla fine dell'Oligocene in poi e i rapporti originari fra queste masse: dov'erano, come erano fatte, quando e come mai si sono attaccate fra loro. Il problema è che è abbastanza nota la geologia zona per zona, ma ci sono ancora delle terribili incertezze sui rapporti fra questi settori sia prima dell'apertura dei bacini del Mediterraneo occidentale che - ovviamente ancora di più - sui rapporti prima del coinvolgimento nell'orogenesi e cioè sulla loro collocazione sulle rive della Tetide. Le incertezze sono ben delineate da questa immagine in cui si confrontano il modello a subduzione unica e quello a subduzione che si inverte.

Per fortuna alcuni punti fermi ci sono e precisamente:
1) il Tirreno Settentrionale si è aperto nel Miocene, mentre quello meridionale lo ha fatto più tardi, nel Pliocene
2) la Calabria continua a muoversi verso sudest (o, almeno, lo ha fatto fino a poche centinaia di migliaia di anni fa)
3) prima dell'apertura del Tirreno Sardegna e Calabria facevano parte della stessa massa continentale, almeno dall'Oligocene: quindi attraverso Sardegna e Corsica anche la Calabria era attaccata all'Europa tra la Provenza e la Catalogna.

Una disamina della situazione, in maniera molto neutrale, è stata condotta da Alvarez e Shimabukuro nel corso di un convegno tenuto nel 2007, i cui atti figurano nell'ultimo volume del “Bollettino della Società Geologica Italiana”. Innanzitutto tratteggiano i problemi sul tappeto, notando come la Calabria sia un punto nodale della faccenda. in particolare:
1) la Calabria è un blocco unico dalla fine dell'Orogenesi Ercinica nel Permiano oppure è il risultato dell'unione di due blocchi nel Terziario Inferiore?
2) Nella regione ci sono tracce di un solo piano di subduzione o di due piani opposti?
3) Alla fine dell'Orogenesi Ercinica dov'erano Calabria e Sardegna? Erano vicine o addirittura in connessione fra loro oppure appartenevano a settori diversi di questa vecchissima catena?

Il disegno a sinistra ci fa vedere quattro ipotesi di evoluzione della Calabria, centrate nel Terziario medio. Si vede appunto come risolvere la geologia della Calabria significhi davvero risolvere buona parte dei dubbi sulla geologia mediterranea.
Assodato che Calabria e Sardegna erano all'incirca e in qualche modo attaccate fra loro prima dell'apertura del Tirreno Meridionale a partire dal Miocene, resta da capire quando si sono attaccate. C'è continuità stratigrafica e strutturale fra alcuni terreni calabri e sardi? Se la risposta fosse sì, allora la ricostruzione con due oceani diventa un po' difficile.

L'arco calabro – peloritano è formato da 4 settori, Sila, Stilo, Aspromonte e Peloritani. Fino agli anni 80 nessuno aveva dubbi sulla sua unicità e che nell'area fosse esposta tutta una intera sequenza di una crosta continentale profonda con anche parti del sottostante mantello. Anzi, veniva citata come un esempio eccezionale di ciò. In seguito una scuola di pensiero capitanata dal prof. Glauco Bonardi ha visto la Calabria come un assemblaggio di due terranes differenti, che si sono assemblati uno contro l'altro nel Miocene. ciò perchè oggettivamente si distinguono fra loro due "stili" diversi per alcune caratteristiche stratigrafiche, strutturali e metamorfiche. Il problema è che l'unico contatto visibile fra questi due blocchi, la linea di Cardinale, nella zona tra Serre San Bruno e Soverato, non è molto chiaro; potrebbe essere sia di natura tettonica (un sovrascorrimento) che stratigrafico (un passaggio fra due settori diversi di una vecchia crosta continentale). Alcune caratteristiche portano a definirlo un sovrascorrimento, altre un contatto stratigrafico. Per venirne a capo l'unica possibilità è quella di scavare dei pozzi, arrivare alla zona incriminata e carotarla.

Passando alla questione dei piani di subduzione, il fulcro della questione sono le ofioliti, le rocce di provenienza del mantello terrestre appartenenti a vecchi oceani che sulle catene montuose sono le cicatrici della chiusura di un oceano schiacciato fra due masse continentali. Le ofioliti della Calabria erano state correlate a quelle della Corsica e questo rendeva ovvia la presenza di due oceani, l'Oceano Ligure – Piemontese a ovest (definitivamente chiuso alla fine dell'Eocene) e lo Jonio ad est, che ancora deve finire di chiudersi. Le ofioliti sarebbero i resti dell'Oceano Ligure andato in subduzione sotto la placca adriatica, in direzione “alpina” e – quindi – in direzione opposta a quella odierna in direzione dell'Europa. Il tutto era dimostrato dall'assetto tettonico dei massicci calabri.

Poi c'è stato chi ha interpretato le cose in maniera un po' diversa, sulla base di osservazioni fatte nelle zone di subduzione del Pacifico e quindi pensa che questo assetto possa essere tranquillamente il risultato di una subduzione sotto l'Europa, che continua almeno dalla fine dell'era Mesozoica. Nessuna inversione della subduzione, quindi. Per poter affermare questo, però è necessario che Calabria e Sardegna fossero attaccate fra loro almeno dalla fine del Paleozoico. L'idea potrebbe anche funzionare visto che entrambe posseggono rocce continentali deformate in età Ercinica e dei graniti tardo-orogenici. Però questo non basta e, anzi, le prove di una contiguità paleozoica fra le due regioni sono molto deboli: senza entrare in dettagli ci sono grosse differenze fra i graniti sardi e quelli calabresi (che è possibile pure siano più recenti), fra i metamorfismi delle due croste e nelle coperture sedimentarie permo – mesozoiche. Solo la zona dei Peloritani potrebbe assomigliare alla Sardegna, ma a me sembra molto più simile alle sequenze della Toscana occidentale e meridionale.

Continuo a pensare che il modello a due subduzioni sia quello più verosimile e che Al.Ka.Pe.Ca. sia veramente esistita. Anzi, portandola fino in Toscana meridionale forse sono un “estremista” fra i sostenitori di questa microzolla.
Non mi pronuncio sulla questione delle due Calabrie o meno: non ho le necessarie conoscenze. E' un'idea interessante.
Purtroppo temo che per avere delle certezze sull'evoluzione dell'area mediterranea occidentale ci vorranno ancora parecchi anni.

lunedì 4 maggio 2009

Al.Ka.Pe.Ca.: il continente perduto della geologia mediterranea

Anche la geologia del Mediterraneo ha la sua Atlantide, un continente perduto di cui adesso si possono trovare delle tracce sparse tra Spagna, Italia e Africa settentrionale. Un lavoro pubblicato sul primo volume di quest'anno dell'”Italian Journal of Geosiences” (la nuova denominazione del glorioso “bollettino della società geologica italiana”), getta nuova luce su questa terra ed è utile per riassumere la storia geologica di questa area. Le cartine sono prese proprio da questa bella pubblicazione che è: Marcello Viti, Enzo Mantovani, Daniele Babbucci & Caterina Tamburelli: Generation of Trench-Arc-Back Arc systems in the Western Mediterranean Region driven by plate convergence. Ital. J. Geosci, vol. 128 (2009) n,1 pp 89-106
Se si vedesse l'immagine della Terra 30 milioni di anni fa, a parte le linee di costa molto diverse a causa del diverso livello marino (ancora una percentuale consistente di acqua non era imprigionata nelle calotte glaciali) una buona parte del pianeta ci sembrerebbe un po' diversa ma tutto sommato riconoscibile: ad esempio l'Atlantico era un po' più stretto, l'Australia era più vicina all'Antartide e più a sud dell'Indonesia etc etc. Ci sarebbero invece delle grosse difficoltà a riconosce l'area adesso occupata dal Mediterraneo occidentale: non vedremmo il Tirreno, il mare di Alboran, e quello delle Baleari; le Baleari e il blocco Sardo-corso sarebbero ancora attaccate alla Spagna e alla Francia Meridionale, mentre la zolla europea dalle Dinaridi alla Spagna passando per l'arco alpino, all'epoca teatro di intense eruzioni vulcaniche, stava ancora scorrendo sotto quella africana. Più a sud c'era ancora un po' di oceano che scorreva sotto una piccola zolla continetale a sua volta separata dall'Africa, appunto Al.Ka.Pe.Ca., il continente perduto.
Quindi la parte meridionale dell'”Europa Stabile” fronteggiava questo microcontinente, da cui era ancora diviso da un piccolo braccio oceanico in subduzione, formato dalle sezioni betica e ligure-piemontese della Tetide. Questo braccio si era aperto anch'esso tra la fine del Triassico e l'inizio del Giurassico, come quello che aveva staccato AlKaPeKa dalla zolla africana. E' possibile che la frammentazione sia stata guidata dai movimenti fra Africa ed Europa che nel Triassico – Giurassico dovrebbe essere stati più uno scorrimento laterale che una vera divergenza di zolle, per cui si sarebbero formate diverse microzolle circondate da brevi bracci oceanici (Al.Ka.Pe.Ca, placca adriatica, plcca dinarica etc etc).
Tornando all'Oligocene, l'oceano tra Spagna e Al.Ka.Pe.Ca si stava consumando. I ricercatori sono divisi sulla direzione del piano di subduzione: secondo alcuni sotto l'Europa, secondo altri sotto Al.Ka.Pe.Ca stessa. La seconda ipotesi è quella presa in maggior considerazione, perchè spiega meglio le associazioni di rocce metamorfiche dell'epoca presenti nella Cordigliera Betica ed è coerente anche come il prolungamento verso sud della catena alpina.



La fine dell'Eocene è stata un momento importante per quello che sarebbe diventato il Mediterraneo occidentale: come si vede dalla prima figura che mostra la situazione all'inizio dell'Oligocene: l'oceano betico – piemontese si chiude del tutto e Al.Ka.Pe.Ca si salda all'Europa, fronteggiando Asturie, Sardegna e Corsica, allora ancora attacccate all'Europa stabile. Ma i movimenti fra Africa ed Europa non erano cessati e in qualche modo la crosta doveva continuare a deformarsi. A Nord l'Africa ha tentato di rompere l'Europa. Lo dimostra il sistema di fosse tra Reno e Rodano: per poco l'Europa occidentale e quella centrale. non si sono divise. Più a sud invece c'è ancora oceano da consumare


Da allora la situazione nella zona alpina non è cambiata di molto, perchè gli sforzi tettonici sono praticamente conclusi (lo dimostra la scarsa sismicità dell'arco alpino occidentale in cui l'unica “notizia” è il forte innalzamento che la regione alpina sta subendo). Invece la sismicità della zona centro – orientale starebbe a dimostrare secondo alcuni Autori che lì sia in corso una inversione della subduzione, con la zona della pianura padana che stia incominciando a scorrere sotto l'edificio alpino e la zolla europea.

Ma qual'è stata la sorte di Al.Ka.Pe.Ca? Nell'area a sud-ovest le cose si sono evolute in maniera molto diversa: perdurando la compressione fra Africa e il nuovo blocco Iberia – Al.Ka.Pe.Ca, l'unico sfogo è stato la subduzione, sotto questo blocco, del bacino oceanico che divideva Al-Ka-Pe.Ca dall'Africa. Una parte di questo bacino esiste ancora: è lo Jonio, l'ultimo settore della Tetide che deve ancora essere chiuso. In questa seconda fase non ci sono dubbi sul fatto che la subduzione sia avvenuta sotto l'Europa (ancora adesso lo Jonio scorre sotto la Calabria e la zona a ovest della Sicilia sta scorrendo sotto la Sardegna).

Tra l'altro una conferma indiretta dell'inversione della direzione di subduzione tra Oligocene e Miocene si vede dalla nascita dei bacini che compongono il Mediterranneo Occidentale, normalmente considerati dei bacini di retroarco. Per motivi a me non chiari (prima o poi affronterò la questione...) i bacini di retroarco si formano solo quando la subduzione si dirige verso ovest mentre quella ad Est non riesce a formarli. Vedere per confronto la situazione nel Pacifico, nelle Antille, in Nuova Scozia etc etc ..
Notate come nell'area mediterranea non ci siano tracce di bacini del genere da nessuna parte fino a quando la subduzione era quella alpina che si dirigeva verso est e Al.Ka.Pe.Ca. era ancora una zolla isolata.



Quindi in successione si formano il bacino di Alboran e la fossa di Valencia, provocando il distacco dal margine europeo del blocco balearico e di quello sardo-corso. La successiva apertura del bacino ligure – provenzale divide definitivamente il blocco balearico, rimasto da allora stabile, da quello sardo – corso che scorre verso est. A sua volta l'apertura del Tirreno provocherà la rotazione antioraria della penisola italiana.
Vediamo appunto la situazione quando il blocco balearico e quello sardo-corso si stanno separando.



A un certo punto, eccettuato una parte dello Jonio, ormai tutta la crosta oceanica fra Al.Ka.Pe.Ca e Africa si è distrutta e per la nostra zolla sono iniziati i guai. L'Europa non si è rotta e gli sforzi hanno disgregato questo piccolo continente in vari spezzoni, da cui prende il nome: Al (zona di Alboran), Ka (la Kabilia) Pe (i monti Peloritani) e Ca (la Calabria) da cui appunto Al.Ka.Pe.Ca.. Attraverso varie migrazioni i frammenti hanno raggiunto la posizione attuale. Probabilmente un'altra parte di Al.Ka.Pe.Ca è nascosta sotto il mare che divide Sicilia e Africa dalla Sardegna.



Questa in linea generale, è la successione degli avvenimenti. Ma se sul modello c'è una generale identità di vedute (a parte qualche incertezza sulla subduzione dell'oceano betico), quando si considerano i movimenti delle piccole placche in gioco, la loro causa e la genesi dell'intero sistema vulcanico fra Spagna, Sardegna Toscana e Italia meridionale le cose si complicano e ognuno dice la sua.
Vedremo se in futuro gli studiosi riusciranno finalmente a fornirci un quadro più condiviso di come siamo arrivati alla situazione odierna:


In alcuni appunti di una ventina di anni fa a commento di una delle prime pubblicazioni che lessi sulle vicende del Mediterraneo occidentale, scrissi che in qualche modo “mancava una zolla” e quando venne fuori la storia di Al.Ka.Pe.Ca registrai la cosa con molta soddisfazione.
Purtroppo se Al.Ka.Pe.Ca semplifica la geologia mediterranea mi fa confondere ancora di più a proposito della geologia dell'Appennino Setentrionale. Ne parlerò nel prossimo post.


venerdì 6 marzo 2009

Alla ricerca di megaterremoti del passato: 3. il grande terremoto di Alessandria del 365 DC

Dopo aver parlato qualche tempo fa di paleoterremoti avvenuti lungo il margine pacifico del continente americano, ora mi occuperò di alcuni terremoti particolarmente importanti che hanno avuto luogo nel Mediterraneo in epoca storica. Essendo avvenuti nell'antichità classica sono ben databili ma ovviamente privi dei riscontri strumentali e della completezza delle informazioni che caratterizza gli eventi sismici di oggi.
Il 21 Luglio 365 fu “il giorno dell'orrore”, come lo chiamarono da allora i sopravvissuti: Alessandria fu colpita da uno tsunami. Un evento spaventoso, che seminò panico, morte e distruzione in Libia, Egitto, Medio Oriente, Grecia e Cipro (dove negli anni '80 una campagna di scavi trovò 3 scheletri abbracciati in una casa presumibilmente distrutta dall'onda). Le onde arrivarono persino in Croazia, dove ci furono dei morti a Ragusa.
Lo storico Ammiano Marcellino era ad Alessandria proprio quando ci fu la tragedia e, oltre a salvarsi, ne ha dato una splendida descrizione, grazie alla quale non ci sono dubbi sull'origine e sulle caratteristiche del fenomeno. Per dare un'idea della forza e delll'altezza dell'onda, alcune navi furono trascinate per 2 kilometri nell'entroterra.

Il sisma del 365 è stato probabilmente il più forte nel Mediterraneo in epoca storica e per questo merita di essere ben compreso. Provocò danni un po' dovunque, fino alla Libia, alla Sicilia e alla Grecia. Nella zona più vicina all'epicentro, Creta, la distruzione fu praticamente totale: oltre 100 tra grossi e piccoli centri abitati furono annientati. A Kissamos l'intensità fu oltre il XI grado della Scala Mercalli e il sollevamento cosismico ha fatto emergere il fondo del porto romano, da allora non più utilizzabile. La fortuna per i geologi è stata, come dice il professor Philip England dell'Università di Oxford, che questo è l'unico terremoto importante dell'area associabile a movimenti sulla terraferma. Ho trovato delle vecchie foto in cui si vede bene ma temo che lo sviluppo turistico abbia modificato pesantemente l'area.
Annoto che non tutti gli Autori attribuiscono a questo evento tutte le registrazioni di danni da terremoti nel periodo: è possibile che ci siano state delle commistioni fra questo ed altri terremoti avvenuti più o meno in quegli anni non solo in Sicilia o Dalmazia (che comunque soffrirono sicuramente del maremoto), ma addirittura ci sono notizie di uno tsunami nella stessa data a Malaga. C'è persino chi ha dubbi sulla data del terremoto che distrusse Kissamos, ponendolo qualche anno prima. Questa città e i suoi dintorni portano sicuramente i segni, geologici e archeologici, di altre due scosse, avvenute rispettivamente intorno al 50 e al 270 DC. Una soluzione ci sarebbe: il terremoto di Creta potrebbe aver talmente ridistribuito il campo di sforzi nel Mediterraneo da innescare scosse un pò in tutta la regione. Per un sisma così forte è abbastanza normale che avvenga.

Nel Mediterraneo orientale la crosta africana scorre sotto quella europea. L'arco ellenico ne è la conseguenza visibile sulla superficie terrestre, ed è per questo che Grecia e mari adiacenti sono frequentemente e pesantemente battuta da terremoti. Rispetto ad altre aree tettonicamente simili, il vulcanismo è raro ma è stato molto importante per la storia umana, basta pensare all'esplosione di Santorini e alla fine della civiltà minoica (che nel corso della sua storia ha comunque subito dei forti terremoti, evidenziati da chi ha studiato la città di Cnosso). Ho notizie anche di un'altra eruzione di questo vulcano, ma di migliaia di anni precedente, che avrebbe provocato delle gravi conseguenze a livello planetario.
Molti dati storici ed archeologici evidenziano che tra il IV e il VI secolo DC nel Mediterraneo orientale ci fu un periodo di elevata sismicità, una crisi nota in letteratura come il “parossismo tettonico dell'inizio dell'età bizantina” (Early Byzantine Tectonic Paroxsym), in cui si mossero, oltre all'area della subduzione, anche le faglie dell'Anatolia, del Mar Morto e di tutto l'arco ellenico (beh, non è che le faglie anatoliche si siano mosse solo in quel periodo...).

In origine si pensava che il sisma del 365 si fosse scatenato in mare, nella zona in cui si scontrano le due zolle, a cui corrisponde una zona rilevata, la “dorsale mediterranea”, una catena montuosa in formazione che presto (geologicamente parlando....) emergerà se l'Africa continuerà a premere sull'Europa. Altri parlano di un epicentro a nord di Creta, nei dintorni dell'isola di Kithera,
Secondo gli ultimi studi il terremoto si è originato a sud di Creta. Una equipe diretta dalla inglese Beth Shaw ne ha trovato evidenti tracce nella costa meridionale della grande isola egea. Come per gli studi paleosismologici sull'Indonesia sono stati fondamentali i coralli, di cui i geologi hanno trovato esemplari 10 metri sopra il livello del mare. Il loro aspetto molto recente è stato confermato dalla datazione radiometrica, che cade esattamente nel periodo giusto per attribuirlo agli effetti del terremoto del 365. Questa coincidenza temporale è troppo precisa per essere casuale.
Sommando alla posizione dei coralli altre caratteristiche geologiche riprese su tutta Creta e i dati teorici sul movimento del suolo durante un terremoto, Beth Shaw e la sua equipe hanno potuto stabilire che il movimento è avvenuto lungo una faglia inversa con un angolo di circa 30 gradi, quindi molto più orizzontale che verticale, un classico “thrust”. L'orientazione della faglia ne ha determinato la distruttività: come ho già spiegato in precedenza, un terremoto avviene quando gli sforzi tettonici vincono l'attrito lungo i lati di una faglia e più è grande l'attrito necessario a innescare il movimento, maggiore è l'intensità del sisma: in una faglia suborizzontale ci vuole uno sforzo molto maggiore che in una verticale, semplicemente perchè il peso della crosta sovrastante aumenta considerevolmente l'attrito lungo la frattura.
Tra la dorsale Mediterranea e Creta di thrusts ce ne sono svariati e quindi l'idea è assolutamente coerente con le osservazioni. Le simulazioni dicono che si sarebbe formata un'onda di un paio di metri, compatibile con il quadro delle distruzioni provocate dallo tsunami (ricordo che le onde di uno tsunami, quando arrivano verso la costa, si alzano ben oltre la loro altezza in mare aperto).

Due geofisici greci, S.C. Stiros e A. Dragos, hanno proposto una magnitudo di 8.5, decisamente anomala per l'area mediterranea, ma assolutamente in linea con le caratteristiche dei fenomeni che hanno accompagnato il sisma.
La scoperta della Shaw ha un'altra implicazione molto forte. Lungo una faglia come questa si scatenano nel tempo vari terremoti con caratteristiche simili e ad intervalli abbastanza regolari.
Gli studiosi avevano ipotizzato un tempo di ritorno medio per questo evento di circa 5000 anni. Purtroppo gli ultimi dati porterebbero questo valore a un limite molto meno tranquillizzante: 800 anni. E siccome un altro terremoto dalle caratteristiche simili ed accompagnato da tsunami c'è stato nel 1303 (i suoi effetti sono stati studiati da Anja Scheffers, della australiana South Cross University, una grande esperta di tsunami, che segue le tracce fossili dei maremoti in tutto il mondo), gli 800 anni scadrebbero nel 2103.
Questa visione è un po' contestata da altri geologi. In particolare il tedesco Dieter Kelletat, della Università di Duisburg-Essen ritiene un po' semplicistico il quadro descritto e soprattutto non è sicuro che il segmento mossosi nel 365 sia lo stesso del terremoto del 1303.
Sono in corso ulteriori studi, ma che il terremoto di Alessandria si sia sprigionato da una faglia inversa (compressiva) a basso angolo posta nelle immediate vicinanze di Creta è ormai più di una ipotesi. Quindi tutte le coste del Mediterraneo orientale sono esposte a un grave rischio tsunami.