sabato 9 marzo 2013

Come difendere la Cultura scientifica e tecnologica in Italia?


L'incendio della Città della Scienza a Napoli è sicuramente uno dei fatti più tristi del periodo. Non voglio entrare nel merito, ricordo solo i roghi che hanno interessato il Petruzzelli, la Fenice e, cosa sconosciuta ai più, il museo ferroviario di Bussoleno, in val di Susa.

Tutti elementi legati alla cultura, anche se nel concetto di alcuni c'è Cultura con la “C” maiuscola (ovviamente Lettere, Arti e Storia) e cultura con la “c” minuscolascienza e tecnologia.
Non solo ma una parte di quei signori che parlano di Cultura rompono le balle alla Scienza, in particolare quando si parla di evoluzione ed età della Terra.
Ho parlato spesso di questo problema (per esempio qui). Avevo iniziato un mese fa anche a leggere la sentenza del processo dell'Aquila (poi ho avuto una serie di inciampi che mi hanno tenuto lontano dalle scienze e dal PC per un bel po', niente di grave me anche lì in alcuni punti la Scienza va a pallino, sostituita dalla dialettica....

Fra questi signori annovero un personaggio che non nomino di un giornale che non nomino (per evitare pubblicità e link), il quale ha mostrato entusiasmo per l'incendio (“dovevano farlo prima”) spiegando che:
Alla Città della Scienza di gran scienza non se ne faceva, si faceva più che altro divulgazione scientifica, un’altra cosa. Il fondatore, professor Vittorio Silvestrini (ometto la parte politica) non ha mica vinto un Nobel: ha vinto un premio Descartes per la comunicazione scientifica. Bene, bravo, ma la scienza è fatta di scoperte e che cosa abbiano mai scoperto a Bagnoli non è dato sapere. Nemmeno la ricetta definitiva delle nozze coi fichi secchi sono riusciti a mettere a punto.

Cioè la divulgazione scientifica è una cosa inutile (aggiungo: perchè divulgare la scienza e la tecnologia è sbagliato, non sono forme di Cultura....)

Ma il tutto ha un motivo:
Quindi ho cercato di capire meglio quali fossero queste benedette attività culturali, non potevo credere che Bennato si riferisse solo ai telescopi e ai caleidoscopi. Ho scoperto che nei capannoni dell’ex Italsider si propagandava l’evoluzionismo, una superstizione ottocentesca ancora presente negli ambienti parascientifici (evidentemente anche nei residui ambienti cantautorali). Il darwinismo è una forma di nichilismo e secondo il filosofo Fabrice Hadjadj dire a un ragazzo che discende dai primati significa approfittare della sua natura fiduciosa per gettarlo nella disperazione e indurlo a comportarsi da scimmia. Dovevano bruciarla prima, la Città della Scienza.


Ecco... benissimo, al rogo perchè parla del darwinismo che sarebbe una superstizione della Scienza, ancora presente in "ambienti parascientifici" (e io che pensavo che gli ambienti parascientifici fossero Voyager, Mistelo, quelli dell scie chimiche o della Terra Piatta e via discorrendo....)
una cosa che non si deve insegnare ai bambini...
Questo capolavoro di persona “tollerante e razionale” quindi decide che quello che è scritto sulla Bibbia è la verità e che la scienza viva di superstizioni...

In attesa di essere candidato pure io al rogo (visto le mail che ricevo spesso – una anche ieri – da antievoluzionisti che quando parlano di Scienza denotano una gran confusione mentale), anche se sono convinto di essere in buona compagnia.
E questo improvviso post (che un'ora fa manco sapevo di scrivere) prende ispirazione da uno dei miei possibili compagni di rogo, il buon Marco di Leucophaea, che al proposito ha avuto una idea interessante.

Marco nota come 
Da altre parti si alzano altre voci, che pretendono (lo dico approvando, a scanso di equivoci) che chi si occupa di scienza, di divulgazione della stessa e di giornalismo scientifico faccia lobby. Si unisca cioè in un gruppo (per ora, non meglio identificato) che possa fare pressione perché il prossimo parlamento (??) tenga in maggiore considerazione le istanze del mondo della ricerca scientifica, affronti la politica con un piglio un po’ più ricco di materiale neuronale e gliale e respinga le analisi irrazionali che salgono dai nuovi eletti.
In sostanza propone una lobby che si proponga di difendere gli interessi della Scienza (e, aggiungo, della Tecnologia) in questa povera Nazione

Leggetevi il post originale su Leucophaea.
Dico solo che sì... ci sto.... sono eventualmente a disposizione per questa iniziativa.


giovedì 7 marzo 2013

Grandi impatti meteorici innescherebbero le estinzioni di massa? Ipotesi tanto ardita quanto dubbia



Con questo post rispondo anche ad un lettore che mi aveva chiesto cosa ne pensavo delle ricerche secondo le quali le Large Igneous Provinces che hanno provocato le estinzioni di massa sono state innescate dalla caduta di meteoriti. Questa ipotesi cerca di salvare capra e cavoli: visto che 
Large Igneous Provinces (LIP) ed estinzioni di massa sono un pò troppo correlate fra loro per non esserci un rapporto causa / effetto allora vengono invocati i meteoriti per provocarle. Sono piuttosto scettico al riguardo, però per far capire come mai è venuta fuori questa ipotesi bisogna riepilogare un po' la storia delle ricerche, ribadendo per l'ennesima volta il fatto ormai acclarato, a dispetto di quella che è una impressione ancora molto comune al giorno d'oggi e cioè che il meteorite dello Yucatan non può essere il killer dei dinosauri.


Dopo i primi articoli degli Alvarez e del gruppo di Berkley sull'anomalia dell'Iridio a Gubbio e in Danimarca dei primi anni '80, ci vollero 10 anni per trovare il cratere del Golfo del Messico. Nell'entusiasmo della scoperta, che finalmente metteva la parola “fine” alla ricerca delle cause di uno dei più enigmatici accadimenti della storia naturale, fu facile accostare anche alle altre estinzioni di massa eventi del genere e difatti fiorirono gli studi su ipotetici impatti meteoritici alla fine del Permiano e del Triassico ma non solo.

Il problema è che gli studi successivi sulla geologia dello Yucatan hanno iniziato a far scricchiolare l'ipotesi proprio quando ormai sembrava arrivata la conclusione finale. Ricordo che a causa della continua sedimentazione che da allora ha interessato l'area  il cratere dello Yucatan è praticamente impossibile da vedersi senza ausili tecnologici: lo si vede per esempio in questa immagine ottenuta con rilevamenti gravimetrici dall'aereo. Sulla terraferma l'unica traccia è l'allineamento di alcuni laghetti, determinato sempre attorno al 1990 da un progetto della NASA avveniristico per quei tempi, in quanto si prefiggeva di aiutare con immagini aeree e da satellite l'archeologia (cosa ormai molto comune).
Ma la mancata evidenza superficiale implica che per capirne di più sono stati necessari dei sondaggi. Ebbene, già pochi anni dopo il riconoscimento del cratere i sondaggi hanno evidenziato un problemino non da poco: lo schianto del meteorite sarebbe avvenuto qualche centinaio di migliaia di anni prima della fine del Cretaceo: hanno trovato gli ejecta (i detriti associati all'impatto: blocchi e blocchetti di rocce carbonatiche e magmatiche o metamorfiche del basamento sottostante con grani di quarzo che mostrano i segni di un improvviso e temporaneo aumento della pressione); quindi OK, il cratere c'è ma gli ejecta sono coperti da sedimenti inequivocabilmente depositatisi nelle ultime centinaia di migliaia di anni del Cretaceo.
Inoltre, come scrivono Gertha Keller ed altri, l'anomalia dell'Iridio è ben più evidente in questi ultimi sedimenti che nei depositi dell'impatto.
E anche a Gubbio l'anomalia dell'Iridio non inizia esattamente al K/T, ma ben prima, come si vede in questa immagine che somma due figure del famoso lavoro pubblicato su Science dal gruppo degli Alvarez nel 1981

Queste osservazioni sono state smentite spesso da parecchi Autori, anche recentemente per esempio su Geology dal gruppo di Timothy Bralower. Trovo queste smentite parecchio discutibili, specialmente quando affermano che i basalti del Deccan non c'entrano niente: persino Hildebrand, Penfield & C nel celebre lavoro del 1991 in cui mettono in relazione il K/T con lo schianto dello Yucatan hanno scritto che “however, the Chicxulub crater may not be the sole source of the boundary layers, because isotopic data suggest that a mantle component occurs in the boundary layers, and the presence of unaltered pyroxene spherules establishes that there is at least a small ultramafic component”.
In sostanza Hildebrand e soci dicono che nei sedimenti deposti al K/T ci sono anche delle evidenti tracce di qualcosa che viene fuori dal mantello terrestre (e i trappi del Deccan sono una soluzione di questo assolutamente ineccepibile) ed è una cosa di cui spesso gli ancora numerosi sostenitori dell'ipotesi “meteorite” si dimenticano, specialmente negando il riferimento a queste vulcaniti indiane e appunto alla stringente contemporaneità fra estinzioni ed episodi del genere.

Uscendo dallo Yucatan ci sono altre indicazioni nei sedimenti del Cretaceo Superiore che dimostrano come il processo che ha provocato l'estinzione dei dinosauri (ad eccezione di alcuni di quelli dotati di piume, altrimenti oggi non avremmo gli uccelli...) e di tante altre forme di vita non è stato “puntuale”: il deterioramento delle condizioni ambientali (come l'anossia nei mari) ha avuto il suo picco al K/T ma ha avuto precedentemente altre fasi “acute”, in cui c'era poco ossigeno nelle acque. Lo stesso dicasi per l'anomalia dell'Iridio, che compare ben prima del K/T anche a Gubbio.

Il problema è evidente: come è possibile che questi fenomeni siano iniziati PRIMA di un avvenimento che è invece tipicamente “puntuale” come la caduta di un asteroide?
Nei primi anni '90 la Keller ed altri autori hanno pensato per esempio a “impatti multipli”. Molto modestamente posso dire che anche io a Gubbio nel 1983, vedendo il Livello Bonarelli oggi inequivocabilmente attribuito ad un evento anossico oceanico tipo quello del K/T (anche se l'estinzione associata è decisamente minore) mi ero chiesto se anche quello potesse corrispondere alla caduta di un meteorite, data la somiglianza con il più famoso livello del limite Cretaceo – Paleocene.
Poi la relazione fra estinzioni di massa e attività da “Large Igneous Provinces” (in breve LIP) è diventata troppo stringente: piaccia o non piaccia ai sostenitori del meteorite, ogni estinzione di massa è facilmente associabile ad una attività magmatica del genere. Ne ho parlato spesso, per esempio qui.

Naturalmente, come ho scritto, l'articolo del 1991 scatenò la “caccia al meteorite” anche per le altre estinzioni. Però alcuni Autori che continuano a vedere favorevolmente l'ipotesi dei meteoriti (e, soprattutto, impatti sui quali non c'è accordo nella comunità scientifica) si sono resi conto della troppo sospetta contemporaneità fra LIP ed estinzioni. E allora, pensando di salvare capra e cavoli, hanno escogitato una ipotesi teoricamente non impossibile: le LIP sarebbero la causa delle estinzioni ma a loro volta i magmi sarebbero una conseguenza di impatti meteoritici particolarmente importanti. In pratica la caduta di un corpo piuttosto grandino provocherebbe in un'altra zona della Terra la formazione di spaccature dalle quali esce magma proveniente direttamente dal mantello.

Per esempio alcun Autori sostengono che ci sia un cratere in Antartide sotto il ghiaccio della Terra di Wilkes (la cui esistenza è tuttora controversa); gli stessi lo datano a fine Permiano, supponendo che il cratere avrebbe innescato all'estremità opposta della Pangea la formazione dei Trappi della Siberia e quindi l'estinzione di fine Permiano. 
È chiaro che, applicato al K/T, il ritardo fra caduta del meteorite e messa in posto delle lave basaltiche di una LIP spiegherebbe il “ritardo” fra impatto ed estinzione osservato nei sedimenti dello Yucatan.

Questo però si scontra, proprio a proposito del K/T, con alcune oggettive difficoltà, di cui la prima è cronologica:  i Trappi del Deccan erano in attività già prima dell'impatto, a cui è precedente anche l'inizio della fase parossistica che ha portato all'evento K/T. Qualcun altro ha messo in relazione i trappi del Deccan con un enorme cratere che ci sarebbe nel Mare Arabico, il cratere di Siva, ma anche questa è un po' debole come ipotesi.

Secondo alcuni di questi Autori addirittura gli impatti avrebbero guidato la frammentazione della Pangea e questo mi pare ancora più risibile.

Diciamo poi che i "candidati crateri" non sono inoltre "universalmente riconosciuti ed accettati", come ho osservato a proposito del supposto cratere antartico.

La mia (modesta) opinione, insomma, è che l'ipotesi degli impatti meteoritici come fattore scatenante della messa in posto di una LIP sia molto, troppo, per essere presa in considerazione. Anche perchè non appaiono strette relazioni temporali tra crateri attualmente riconosciuti sulla Terra e fenomeni del genere, se si toglie quello dello Yucatan nel quale caso, però, alla fine i conti non tornano

sabato 9 febbraio 2013

I dubbi sulla ricostruzione della storia dell'Himalaya


L'Himalaya è un mondo affascinante, non solo perchè è il tetto del mondo, ma anche per i paesaggi, decisamente poco influenzati dall'Uomo ed “enormi”. Da un punto di vista geologico l'orogene himalayano non comprende solo la zona degli “ottomila”, ma tutta quela fascia che dal Pakistan arriva alla Birmania e, a nord, fino al deserto del Tien-Shan, Tibet compreso. Non è facile esplorare questi monti, specialmente da un punto di vista logistico (non so che cosa penserebbe un geologo himalayano sentendo un collega appenninico o alpino che dice di aver studiato in un posto “fuori mano” !), però da un punto di vista appunto “dei sassi” questa catena ha un vantaggio enorme: poca copertura vegetale e rocce a gogò per cui il rilevamento geologico è un po' più semplice che in certe zone dell'Appennino dove in una giornata fai 500 metri sperando di capire cosa ci sia sotto un bosco che sovrasta una bella coltre di suolo.
Nonostante sia quindi “facile” vedere le rocce, l'orogene himalayano è tremendamente complesso e sulla sua storia ci sono ancora molti punti interrogativi sui quali ci sono visioni contrapposte. Mi piace parlarne con una simpatica chiosa finale sulla sorprendente (per gli antievoluzionisti) concordanza fra i dati geologici e quelli paleontologici.

UN ANTICO ARCO MAGMATICO COMPRESSO FRA DUE CONTINENTI

Allora, dicevamo che sulla formazione dell'Himalaya ci sono idee molto contrastanti. Perchè? Molto semplice: l'Himalaya non è un orogene “normale” dove la fascia montuosa (che, ripeto, geologicamente è molto più larga di quella strettamente geografica) testimonia lo scontro di due masse continentali. Qui in mezzo alle due masse (l'India e l'Eurasia) ce n'era una terza, molto più piccola, che è stata schiacciata come il ripieno di un panino dal titanico scontro fra i due continenti.
Si tratta dei resti di una antica zona di convergenza fra due zolle posta in mezzo all'oceano (un po' come oggi l'arco formato delle isole Bonin e Marianne, che vediamo nella foto qui accanto), che è stata attiva nel Cretaceo, tra 120 e 90 milioni di anni fa (l'attività è iniziata poco dopo il distacco dell'India dall'Africa, e mi sa che non sia un caso...). Nella parte occidentale, pakistana, corrisponde alle sequenze del Kohistan – Ladakh, ed è appunto chiamato “Kohistan – Ladakh Arc. Per brevità lo chiamerò con la sigla KLA. Più a oriente questa zona si individua con il “Blocco di Lhasa” (o “arco Gangdese” ) che ha un significato simile ma caratteristiche leggermente diverse.

Il KLA è un bellissimo esempio di come è fatto un arco magmatico che si forma dove due placche convergono: una serie di vulcani e rocce sedimentarie associate, sotto ai quali si trova un immenso “cuore” di rocce metamorfiche, graniti e altre rocce derivate da magmi che si sono raffreddati all'interno della crosta terrestre.
Nella carta qui sotto, tratta da "Van Hinsbergen er al 2012 - Greater India Basin hypothesis and a two-stage Cenozoic collision between India and Asia", pubblicato sulla rivista PNAS, vediamo in giallo il Kohistan (una zona ristretta a NW) e in rosa il blocco di Lhasa:


UN OROGENE, DUE SUTURE E DUE INTERPRETAZIONI OPPOSTE

Quindi se un orogene “normale” ha UNA sutura, cioè una zona di contatto in superficie fra le due zolle che si scontrano, l'Himalaya di suture ne ha ben due (secondo me anche l'Appennino Settentrionale ha due suture, ma oggi come oggi sono l'unico che lo sostiene....)

La storia di quest'area fino a 100 milioni di anni fa è ben sintetizzata in "Zanchi e Gaetani, the Geology of the Karakoram Range", pubblicata sull'Italian Journal of Geosciences nel 2011. Le sezioni più sotto si riferiscono a questo articolo.

- Tra fine Carbonifere e inizio del Permiano (300 milioni di anni fa) il blocco dell'Hindu-Kush e quello del Karakorum si sono staccati dal continente meridionale, il Gondwana.
- in una fase immediatamente successiva i due blocchi si sono staccati anche fra di loro, ma la cosa è durata poco perchè tra Permiano e Triassico l'Hindu-Kush ha contribuito, sul suo margine settentrionale, insieme a Cimmeria, Kazakhistan, Euromerica, Siberia etc etc) alla formazione della Laurasia, il continente settentrionale mesozoico che comprendeva America Settentrionale ed Eurasia (con la ovvia esclusione di India e Arabia). Quindi l'Hindi-Kush si è "fermato" e il Karakorum gli è andato a sbattere contro.
- dal Cretaceo Medio la crosta oceanica ha iniziato a scorrere sotto questi due blocchi, diventati il margine meridionale dell'Eurasia. Ma nel contempo in mezzo all'oceano, la Tetide Orientale, si stavano formando un'altra zona di convergenza ed il suo corrispondente arco magmatico, l'arco del Kohistan - Ladakh.


E qui viene il bello, perchè su quello che succede tra il Cretaceo medio e l'inizio dell'Eocene, quando l'India si scontrerà definitivamente con l'Asia ci sono due scuole di pensiero inconciliabili fra loro: secondo alcuni Autori prima il KLA è andato a sbattere conto l'Eurasia, a partire dal Cretaceo Medio (tra 102 e 76 milioni di anni fa), chiudendo il bacino settentrionale; poi, alla fine del Paleocene, è arrivata l'India che lo ha letteralmente schiacciato tra 60 e 55 milioni di anni fa (chiamiamo questa ipotesi "prima con Eurasia").
Una seconda scuola sostiene che il KLA, non era vicino all'Eurasia ma vicino all'India e dopo la sua formazione si è scontrato prima con l'India (più o meno nel Cretaceo Superiore - 70 milioni di anni fa) e poi le due masse unite sono andate insieme a sbattere contro l'Eurasia nel Paleocene (Chiamiamola "prima con India").

Ribadisco in una nuova figura la sezione di Zanchi e Gaetani che si riferisce al Cretaceo medio, dove si vede la situazione quando il Kohistan - Ladakh era un arco magmatico intraoceanico attivo




Secondo i sostenitori dell'ipotesi "prima con Eurasia" si chiude prima la "Neo-Tetide settentrionale" e la sutura più antica è quella più a nord (la sutura di Shyok), nell'ipotesi "prima con India" si chiude prima la "Neo-Tetide meridionale" e la sutura più antica è quella a sud (che sarebbe poi la famosa “sutura del Gange”).
Annoto che, all'interno di queste scuole, ci sono ipotesi che disegnano quadri ancora più complessi che non riuscirei a spiegare facilmente...

Le due suture sono un po' diverse fra loro. Quella del Gange è una sutura “come Dio comanda”: tra le due croste è frapposto un blocco di ofioliti, formato da resti da vecchia crosta oceanica, residuo e testimonianza della fine di un oceano che prima dello scontro occupava lo spazio fra i due continenti. Quella settentrionale è molto più semplice: ha pochissime ofioliti e, curiosamente, è tagliata in alcune parti da filoni di basalto e andesite, magmi quindi che si sono messi in posto dopo lo scontro fra KLA e Eurasia.

L'IPOTESI "PRIMA CON EURASIA" È PER ME PIÙ CONVINCENTE

Entrambe le scuole sono formate da ricercatori estremamente autorevoli ed entrambe si basano su indizi convincenti. Se mi si permette un giudizio a me piace più la soluzione "prima con Eurasia" che quella "prima con India" per alcuni motivi:

- la soluzione "prima con Eurasia" spiega meglio la questione delle ofioliti, le "rocce verdi" resti di vecchi oceani o archi magmatici intraoceanici o bacini marginali presenti lungo tutte le suture fra continenti  che si sono scontrati fra loro e che erano precedentemente separati da un oceano;  ebbene, la serie più completa è sicuramente quella delle ofioliti della sutura del Gange e a me pare che passi un po' troppo tempo per avere così poche ofioliti nella sutura settentrionale, se in quella sutura si è consumato tutto quel vasto oceano che i sostenitori della ipotesi "prima con India" mettono tra il KLA e l'Eurasia al momento del presunto contatto India - KLA.
Inoltre le poche ofioliti della sutura di Shyok da un punto di vista geochimico ricordano più le ofioliti provenienti da un arco magmatico o da un bacino marginale situato tra l'arco ed un continente.
Queste osservazioni si adattano bene ad un modello secondo il quale tra il KLA e l'Eurasia la Neo-Tetide settentrionale era solo un piccolo bacino marginale sul tipo del Mare delle Filippine mentre le grandi ofioliti dell'altra sutura, quella del Gange, sono facilmente interpretabili come i resti di un grande oceano (la Neo-Tetide meridionale) frapposto fra l'India e il KLA, consumatosi sotto l'arco

- l'ipotesi “prima il KLA si scontra con l'India” richiede cambiamenti molto bruschi di velocità della deriva dell'India verso nord e, soprattutto, ad un certo punto delle velocità un po' esagerate, più che doppie rispetto a quelle massime che si vedono oggi (oltre 20 cm/anno). Annoto che anche nel modello “prima Eurasia” l'India per un po' di tempo appare correre un po' tantino...

D'altro canto i sostenitori del “prima con l'India” si basano molto sulla magnetizzazione misurata su alcune delle rocce del KLA, secondo le quali queste si sarebbero formate a oltre 20 gradi di latitudine sud, una posizione assolutamente incompatibile con l'idea di una vicinanza all'Eurasia.

Alcuni Autori spiegano questo mettendo il KLA in una posizione molto diversa, quasi a 90° rispetto a quella che ha oggi e ipotizzano che la collisione lo abbia fatto ruotare (evito di scrivere le complicazioni sui rapporti fra KLA e blocco di Lhasa che mi stanno venendo in mente con una ricostruzione simile...).

L'INDIA DEL MESOZOICO ERA MOLTO PIÙ GRANDE DI QUELLA DI OGGI?

C'è un'alta cosa interessante da notare nell'orogene himalayano: sembra che manchi un po' tanta “roba”. Facciamo finta che il sistema himalayano sia un tappeto che spazzando il salotto abbiamo un po' compresso e quindi anziché disteso sul pavimento sia un po' piegato: svolgendo le pieghe si ritorna al tappeto regolarmente steso.
Ebbene, se facciamo questo con l'Himalaya, dall'India al Tibet fino al Tien-Shan succede che il tappeto doveva essere largo almeno 3600 km mentre siamo a poco più di 1000 kilometri.
Da parecchi anni alcuni ricercatori, come proprio Douwe van Hinsbergen,  ritengono che alla placca indiana manchi tutta una parte settentrionale oggi scomparsa sotto l'Himalaya ed il Tibet. È l'ipotesi della “Greater India”, che infatti si vede in questa carta, sempre dell'articolo citato  di Van Hinserbergen, riferita al Paleocene (in cui però si deve fare attenzione: la zona definita come Greater India basin(s) è da considerare parte del continente indiano e non oceano come le altre zone in celeste!), con il KLA ormai accreto sull'Eurasia e l'India in arrivo (è evidente che questo lavoro preferisce l'ipotesi "prima con Eurasia", ma la "Greater India" va bene per entrambe le ipotesi.


Se davvero l'India era più grande di quanto conosciamo oggi si risolvono un paio di problemi:
- il primo è la eccessiva velocità dell'India, che serve per spiegare l'inizio della collisione finale con l'Eurasia 55 milioni di anni fa: se davanti a quella che vediamo c'era un altro pezzo di continente ora finito sotto l'Himalaya, l'India per arrivare a collidere contro l'Eurasia 55 milioni di anni fa avrebbe potuto avere una velocità molto inferiore a quella, oggettivamente un po' troppo elevata, che si ottiene  in entrambe le ipotesi bcon un'India delle attuali dimensioni (anche se nella "prima con India" le differenze di velocità sono ancora più marcate) 
- il secondo è che si fornisce una spiegazione all'enorme spessore della crosta sotto il Tibet: ci sarebbero sovrapposte la crosta euroasiatica e sotto buona parte di quella che formava prima la parte più avanzata del continente indiano 

APPUNTO DI PALEONTOLOGIA: COME LA COLLISIONE FRA INDIA ED EURASIA 
È STATA DETERMINANTE NELLA STORIA DEI MAMMIFERI

Da ultimo un appunto di evoluzione e paleontologia: tutte le ricostruzioni concordano che all'inizio dell'Eocene, 55 milioni di anni fa, non c'era più l'oceano fra India ed Eur in entrambe le ipotesiasia (a prescindere da questioni come KLA o "Greater India" ). Questo sulla base dei sedimenti post – orogenici, i primi dei quali hanno questa età.
Ebbene, anche la paleontologia è d'accordo: all'inizio dell'Eocene i primi animali della Laurasia si diffondono in India, sfruttando la fine del “fossato” che la divideva dall'Eurasia. Ed è stato una cosa fondamentale nella storia dei Mammiferi Placentati, perchè l'arrivo in un'area calda e umida ha consentito la differenziazione e la formazione dei mammiferi moderni: il limite Paleocene - Eocene  segna il passaggio da mammiferi placentati più antichi a forme ben inquadrabili nella situazione odierna. Ad esempio artiodattili, perissodattili, cetacei, insomma, i mammiferi moderni, si differenziano proprio in quelle zone nell'Eocene inferiore. E fra questi ci sono pure gli antenati degli antropoidi, cioè i nostri antenati: anche il genere umano, alla fine, è figlio della collisione fra India ed Eurasia

martedì 29 gennaio 2013

Sulla sentenza del tribunale dell'Aquila contro la Commissione Grandi rischi


Non sono di proposito voluto intervenire fino ad oggi nella questione della sentenza al processo dell'Aquila. Una sentenza “esemplare” per qualcuno, assolutamente ignobile per altri. In primis aspettavo le motivazioni; ora che ce l'ho sarebbe indubbiamente interessante farlo, però leggere 900 pagine mi fa davvero fatica e inoltre ho altre cose da fare.
Meno male che il professor Marco Mucciarelli, un personaggio autorevole il cui punto di vista condivido in pieno, si è davvero sobbarcato la fatica di leggerle quelle 900 pagine e ha scritto un paio di post sul suo blog da cui è bene partire per un commento. Quindi anziché scrivere un doppione preferisco linkarveli. Questo è il primo e quest'altro il secondo
Annoto, tanto per completare i fatti, che secondo alcune informazioni l'apprendista stregone Giuliani sarebbe stato assolto dall'accusa di procurato allarme. Oggettivamente questa non me la ricordo ma non ho voglia di approfondire. Sarebbe un altro esempio da quelle parti di cattiva giustizia.

Mi limito a commentare una frase che Mucciarelli ha ripreso dalla sentenza e che la dice tutta sulle competenze scientifiche di chi ha giudicato i membri della Commissione Grandi Rischi. Eccolo:

La tesi secondo la quale l’attività di riduzione del rischio sismico consiste solo nel miglioramento delle norme sismiche, negli interventi di consolidamento strutturale preventivo e nella riduzione della vulnerabilità delle strutture esistenti ... dunque, non costituisce solo oggetto di una eccezione difensiva ma rappresenta, secondo gli imputati, il prevalente, se non addirittura l’unico, strumento di mitigazione del rischio sismico. Tale tesi difensiva appare assolutamente infondata. In tema di valutazione e di mitigazione del rischio sismico, l’affermazione secondo la quale “l’unica difesa dai terremoti consiste nel rafforzare le costruzioni e migliorare le loro capacità di resistere al terremoto” appare tanto ovvia quanto inutile.

Esaminiamo questo passaggio. Lì per lì mi sono alterato pensando che secondo la sentenza la prevenzione era un obbligo ma anche una cosa inutile. Diciamo che invece il discorso è un po' articolato. È comunque molto grave avere una sentenza in cui si sostiene il contrario di quello che sostengono la letteratura scientifica mondiale e l'evidenza dei fatti (in particolare mi riferisco al terremoto del Giappone del 2011), cioè negare che al giorno d'oggi la prevenzione sia l'unica attività intelligente per ridurre il rischio sismico.
E già qui....

Poi mi viene in mente un'altra cosa: se il giudice definisce “ovvia” la necessità della prevenzione questi concetti ce li ha davvero in mente.
Però, probabilmente, applicandola nel caso locale, secondo il giudice questa attività diventa “inutile” in quanto le caratteristiche edilizie del patrimonio locale non potevano essere in grado di passare indenni un evento sismico di quella portata. Questo è quanto è scritto nelle motivazioni della sentenza, come infatti riporta Mucciarelli su un passaggio che si riferisce al “Rapporto Barberi”, nel quale, secondo la sentenza, si rende evidente come non sia seriamente attuabile il proposito di ridurre il rischio sismico attaverso il richiamo alla attività di “messa a norma”. Per tali motivi "non appare possibile sostenere che la diffusione del cosiddetto. Rapporto Barberi possa aver determinato l’esaurimento dei compiti di analisi del rischio e di corretta e completa informazione gravanti sugli imputati alla data del 31.3.09 e che, a partire da tale diffusione, possono configurarsi profili di responsabilità solo per gli amministratori pubblici che non hanno provveduto all’adeguamento sismico degli edifici."

In altre parole, gli edifici sono messi in modo tale che con la prevenzione si fa poco e quindi la Scienza doveva supplire alle mancanze di altri settori con la previsione. E siccome l'hanno sbagliata, sono anch'essi responsabili e non lo sono solo i politici. Però anche i politici ne hanno. Quali? forse leggendo la sentenza si verrebbe a saperlo.

COSA SI DEVE INTENDERE PER PREVISIONE DEI TERREMOTI

La responsabilità della Commissione Grandi rischi è un concetto scientificamente folle e insussistente. 
Ricordo che prevedere i terremoti significa precisare, entro un certo limite di tempo, spazio e magnitudo un evento per cui ci dovrebbe essere un comunicato che recita più o meno così: 
dai dati in nostro possesso abbiamo previsto che il giorno X di questo mese si verificherà presso la località "nome" lungo la struttura sismica denominata "faglia di vattelappesca" un evento sismico di magnitudo M e con questo meccanismo focale. Pertanto presentiamo nella mappa allegata a questo comunicato il conseguente scuotimento del terreno. (ovviamente dovrebbero seguire delle disposizioni di protezione civile)

Oggi, purtroppo lo stato dell'arte delle ricerche in sismologia  non consente di fare questo e quindi non capisco la sentenza.

Un particolare importante è che la previsione deve essere affidabile, cioè non devono verificaesi né terremoti non previsti e neanche dei “falsi positivi”  (non tutti sanno, per esempio, che la tecnica del Radon, così pubblicizzata in Abruzzo, è stata scartata per i troppi "falsi positivi", cioè allarmi che non hanno avuto conferma)

Dopodichè, considerazione facile facile, a questa maniera si riuscirebbe ad evitare perdite umane (il che sarebbe sicuramente positivo), ma senza i correttivi che consentirebbero alla popolazione di stare in casa durante l'evento senza problemi non si sarebbero evitati lo stesso enormi danni al patrimonio edilizio.

E neanche viene segnalato dalla sentenza chi, come, dove e per quanto doveva essere allontanato dalle proprie case.

PREVENZIONE, PREVISIONE E SENTENZA

Questa della previsione è ovviamente una dimostrazione della incultura scientifica del collegio giudicante che considera la scossa della sera prima come una scossa premonitrice.
Ho avuto modo spesso di parlare dello scarso livello di conoscenza scientifica e tecnica degli italiani, a partire dalla classe politica a quella imprenditoriale e economico-finanziaria, in gran parte derivata da una cultura prevalente umanistica che snobba quella scientifica e quella tecnologica (Benedetto Croce ed il suo pensiero rappresentano solo la punta dell'iceberg di questa situazione). Forse anche il processo dell'Aquila contro la commissione grandi rischi rientra in questo filone.

Come dice Mucciarelli, Il fatto che le persone siano rimaste in casa dopo quella scossa perchè rassicurate è il filo conduttore del processo. Ma se quella scossa non ci fosse stata le persone sarebbero rimaste in casa comunque e l'intero processo non si sarebbe tenuto? La disinformazione di cui sono accusati gli esperti diventa tale solo se c'è una scossa premonitrice (che diventa tale con il senno di poi)?
Mi domando poi se durante il processo sia stata acquisita una perizia scientifica che abbia affermato che quella scossa della sera prima era davvero una scossa premonitrice.
Se sì, mi piacerebbe sapere su che basi. Se no, mi piacerebbe sapere con quale autorevolezza scientifica il collegio giudicante si sia permesso di esprimersi in merito.

Chiaramente, se ci fosse una perizia in materia, mi piacerebbe proprio conoscerla.

Aggiungo che essendo in corso uno sciame sismico, di scosse ce n'erano state tante nei giorni precedenti. Pertanto come mai proprio quella della sera prima è da considerarsi la premonitrice? Perchè il sisma peggiore si è manifestato proprio dopo quella scossa? 
Pensate inoltre che se si dovesse sgomberare precauzionalmente un'area se vi si verifica una scossa con M superiore a 2 avremmo una Italia eternamente in sgombero. E, ripeto per l'ennesima volta, magari succedesse che un terremoto forte avvenga durante una sequenza sismica. Purtroppo è la prima volta, che io sappia, che succede, anche se ho già scritto che forse da quelle parti nel XVIII secolo era già successa una cosa simile.
Peraltro anche lì precisai che:
1. parlavo con il senno di poi (troppo facile)
2. al solito tutti quelli che hanno gridato che la popolazione doveva essere evacuata non hanno mai proposto nè fino a che distanza dall'Aquila, nè da quando nè per quanto....

Un altro aspetto che richiamo è che sicuramente la commissione grandi rischi non è stata capita: non è passato il messaggio che indipendentemente dalla sequenza in corso la zona era da ritenersi comunque ad alto rischio e che la presenza della sequenza non diminuiva il rischio. Da qualche parte è venuto fuori addirittura che qualcuno abbia detto il contrario e cioè che grazie alla sequenza i rischi di una scossa forte erano più bassi del solito. Ma questo, volendo fare l'azzeccagarbugli, non significa che questo qualcuno abbia detto che il rischio non c'era ma che, al limite, la probabilità dell'evento si sarebbe abbassata (e non in ogni caso azzerata).

CONCLUDENDO

L'unico risultato certo è che “ufficialmente” c'è un colpevole dei morti. O, meglio, sono stati dati al popolo dei colpevoli. E, soprattutto, la classe politica ne è uscita indenne, nonostante qualche colpa ce l'abbia e lo abbia scritto anche la sentenza. E non solo a livello locale, ma anche a livello nazionale, come dimostra la storia della zonazione sismica in Italia, di cui ho appena scritto unpost a cui rimando.

in ogni caso, mi domando se, in base alla sentenza che non esclude colpe da parte della classe politica, siano stati avviati procedimenti anche nei confronti di queste persone.
Devo comunque riconoscere che non so francamente se ci fosse stato il tempo di fare qualcosa, se non chiudere a tempo indeterminato parecchie strutture, da quando L'Aquila e i suoi dintorni avrebbero dovuto essere inseriti in zona 1, secondo la carta MPS04 del 2006 (quella qui accanto)


lunedì 21 gennaio 2013

La zonazione sismica in Italia, una storia di rincorsa dietro gli eventi naturali


Il 30 luglio 1627 un terremoto devastante, a cui è collegato uno tsunami, ha interessato il Gargano. È a questo evento che risale, secondo molti Autori, un primo abbozzo di normativa sismica: nel Regno delle Due Sicilie venne raccomandato di costruire le nuove costruzioni utilizzando il “baraccato alla beneventana”, un sistema che consisteva in una intelaiatura in legno circondata da una muratura leggera. Questo atto fu redatto osservando che questa struttura si era rilevata particolarmente resistente alle sollecitazioni sismiche, a causa della minore rigidezza rispetto al “tutto in pietra”.
Questo è stato il primo step della storia della normativa antisismica del nostro Paese, normativa che come sappiamo purtroppo si è evoluta sempre rincorrendo gli eventi e che oggi risulta essere piuttosto inadeguata, se si guarda a nazioni come il Giappone.


Il terremoto del 1908 a Messina e dintorni portò il Governo di allora alla emanazione nel 1909 del R.D.193, che disponeva il divieto di edificazione su siti paludosi, franosi, molto acclivi o comunque instabili. La cosa significativa è che oggi questi concetti che appaiono ovvi a chi si occupa del problema, ancora faticano a farsi strada non solo nella Opinione Pubblica ma soprattutto in chi governa del territorio.

Nel RD 193 mancava una classificazione sismica del territorio nazionale, che venne alla luce solo 20 anni dopo, con il RDL 431 del 13 marzo 1927. In questo caso l'influenza della tragedia di Avezzano del 1915 è stata annacquata dalle vicissitudini belliche della Grande Guerra e della instabilità politica successiva. Il RDL 431 definiva due categorie, in funzione del grado di sismicità e della costituzione geologica, ma era assolutamente inadeguato in quanto teneva conto essenzialmente solo dei forti terremoti avvenuti negli ultimi anni: ovvero Sicilia, Calabria, Abruzzo e poco altro. Tutto il resto del Paese era esente dall’obbligo di applicazione della normativa antisismica, con il risultato che ogni nuovo evento costringeva ad aggiornare la situazione e così la lista era in continuo aggiornamento: man mano che si verificavano forti terremoti si aggiungevano nuovi comuni o si riclassificavano quelli già inclusi. Anche se tra il 1915 e il 1968 si sono verificati solo due eventi di una certa importanza, nel 1930 e nel 1962, entrambi in Irpinia,

La prima normativa sismica nazionale vera e propria arrivò con la legge n.64 del 2 febbraio 1974, non casualmente  sei anni dopo il terremoto del Belice del 1968 e due anni dopo la crisi sismica di Ancona del 1972. Veniva stabilito il quadro di riferimento per la classificazione sismica di tutto il territorio nazionale e per la redazione delle norme tecniche, che furono successivamente definite da appositi decreti ministeriali.

La terribile “doppietta” di Friuli 1976 e Irpinia/Basilicata 1980 ha determinato la concessione di finanziamenti al CNR per condurre studi, di concerto con le Università ed altri enti di ricerca, sulla sismicità del territorio nazionale. La comunità scientifica italiana si dimostrò all’altezza della situazione, lavorando in tempi talmente rapidi da consentire al Ministero dei Lavori Pubblici l'approvazione della prima vera classificazione sismica italiana basata su criteri scientifici e tecnologici già nel 1984. Questa prevede la classificazione di tutto il territorio nazionale in tre categorie sismiche.

Purtroppo il terremoto di San Giuliano di Puglia del 1° ottobre 2002 rivelò pesanti inadeguatezze della classificazione degli anni '80, in quanto quel comune non era fra quelli classificati come sismici.
La tragedia della scuola di San Giuliano ebbe un impatto mediatico ed emotivo straordinario (e non poteva essere altrimenti!) e quindi l'Opinione Pubblica chiedeva a gran voce un adeguamento. La comunità scientifica fu mobilitata, questa volta dal Dipartimento della Protezione Civile che aveva nel frattempo assunto competenze in materia, per aggiornare la classificazione sismica con le più moderne conoscenze tecniche e scientifiche.

Anche questa volta tutti lavorarono a tempo di record e la nuova mappa della sismicità dell’Italia fu emanata con l’ordinanza n. 3274 del 20 marzo 2003 (che, guarda caso, inseriva in zone ad alto rischio sismico proprio le aree colpite tra Emilia e Lombardia dal terremoto del 2012). Le zone con consistente rischio sismico sono enormemente più grandi rispetto alle classificazioni precedenti.

Nella nuova mappa si ragiona in termini quantitativi e probabilistici: tutto il territorio nazionale è classificato come sismico in 4 zone a pericolosità sismica decrescente; la discriminante per la classificazione è la definizione di una accelerazione massima del suolo con probabilità di accadimento del 10% in 50 anni.
Parallelamente veniva riscritta ed accompagnata alla nuova zonazione sismica, la normativa tecnica sulle costruzioni e sulle indagini geotecniche che poneva vincoli molto più stringenti rispetto alle precedenti normative sulla resistenza degli edifici ai terremoti.

La politica di decentramento amministrativo ha di fatto rallentato l'iter della vicenda: nei successivi tre anni le Regioni fornirono indicazioni per un ulteriore aggiornamento e miglioramento fino alla versione attualmente in vigore con l’ordinanza n. 3519 del 28 aprile 2006. Si può facilmente notare che - ad esempio - secondo questa carta il territorio della città dell'Aquila avrebbe dovuto essere inserita nella zona a massimo rischio sismico.

Fin dall’inizio le nuove norme tecniche per le costruzioni non ebbero tuttavia vita facile. Evidentemente la concertazione fra Ministero dei Lavori Pubblici e Dipartimento della Protezione Civile non funzionava così bene; ma appunto è stato il decentramento amministrativo, con l’allargamento della trattativa alle Regioni, a complicare decisamente le cose.
Voglio sopratutto far notare come spesso le Regioni hanno portato avanti le istanze di  amministrazioni comunali che spesso si opponevano per i più vari (e bassi) motivi alla inclusione dei loro territori in zona sismica, cercando sempre (e purtroppo talvolta ottenendo) una declassazione rispetto a quanto ipotizzato dalla comunità scientifica. Quindi l'ordinanza 3274 ha avuto una storia contrastante e contrastata fra modifiche, proroghe, rinvii e marce indietro a colpi di ordinanze del Dipartimento della Protezione Civile e di decreti del Ministero del Lavori Pubblici, dal sapore molto politico ma di dubbio valore dal punto di vista scientifico ).

Ma siccome la Natura fa il suo corso, proprio mentre veniva addirittura sciaguratamente ipotizzata l'intenzione di semplificare le norme per la costruzione in zone sismiche e continuava il balletto della classificazione e delle proroghe, il 6 Aprile 2009 arrivò la tragedia abruzzese.
La conclusione della storia a questo punto è ovvia. Nemmeno venti giorni dopo arriva il decreto-legge 39 del 28 aprile 2009, poi convertito nella legge n.77 del 24 giugno 2009, che pone fine alle discussioni e alle proroghe. Tutto era pronto già da marzo 2003 e si sono sprecati sei anni per futili motivi politici.
Poi sta a chi costruisce e chi controlla fare le cose perbene e questa è un'altra storia.... 

Da ultimo noto che sì, finalmente abbiamo qualcosa di serio (ma pur sempre soggetto ai capricci della politica) sulla prevenzione dei danni da terremoti, ma restano sempre in campo altre problematiche geologiche: frane, alluvioni, vulcani. Sulle quali ancora siamo in alto mare e, in molti casi, disattendendo, persino con atti pubblici come i Piani Regolatori, quello che era stato scritto nel Regio Decreto 103, 110 anni fa.....


mercoledì 9 gennaio 2013

L'origine degli Antropoidi fra Geologia e Paleontologia: Africa o Asia?


Gli Antropoidi sono il gruppo di Primati oggi più numeroso. Anzi direi che con l'eccezione dei Lemuri e poche altre specie gli Antropoidi sono i Primati. La comparsa degli Antropoidi è invece ancora dibattuta tra chi propone un'origine africana e chi propone un'origine asiatica. Troviamo i primi certi Antropoidi in Africa un po' meno di 40 milioni di anni fa, anche se per qualche ricercatore certe forme asiatiche preesistenti hanno già le caratteristiche degli Antropoidi. Voglio quindi fare un piccolo riassunto della situazione con poi un commento finale con il “piombino-pensiero” sull'argomento. Un pensiero che cerca di contestualizzare queste ricerche, per me troppo incentrate soltanto su aspetti morfologici dei fossili.

1. LA POSIZIONE DEI PRIMATI FRA I MAMMIFERI PLACENTATI 

Per parlare dell'origine degli Antropoidi occorre fare una breve premessa. I Primati sono Mammiferi e nella divisione “basale” di questa classe di vertebrati fanno parte degli “Euarcontoglires”. Vediamo subito di cosa si tratta. I Mammiferi Placentati compaiono nel Cretaceo, l'ultimo, lunghissimo Periodo dell'Era Mesozoica (o, almeno, il Placentato più antico rinvenuto fino ad oggi è Eomaia scansoria, che ha circa 125 milioni di anni. Juramaia sinensis è ancora più vecchio ma è ancora un misto fra Marsupiali e Placentati). Diciamo che sia ragionevole pensare al primo Mammifero Placentato come un qualcosa di simile ad un toporagno vissuto circa 150 milioni di anni fa in quella che oggi è la Cina Settentrionale. La differenza fra la geologia mondiale dell'epoca e quella di ora è che allora c'era, sia pure non del tutto, la Pangea; oggi le masse continentali sono un po' più sparpagliate.

Fattostà che quell'animaletto simile ad un attuale toporagno era piuttosto in gamba e i suoi discendenti si sono sparpagliati in breve per tutta la Pangea con eccezione dell'Australia (se come sembra un dente fossile fossile del Cenozoico, classificato come Tingamarra, non appartenga ad un placentato) e della Nuova Zelanda.
Il problema è che subito dopo l'arrivo di questi animaletti in Africa ed America Meridionale succede il patatrac, cioè la Pangea si rompe e si perdono i collegamenti fra le popolazioni. All'epoca erano tutti simili a Toporagni, non è che c'erano delle grandi differenze fra loro. Quindi per dirla come Dawkins, i "toporagni" rimasti in America Meridionale diventano gli antenati di Armadilli e Bradipi, cioè degli Xenarthri e quelli rimasti in Africa sono gli Afroteri (di cui fanno parte Elefanti e vari piccoli mammiferi africani, compresi gli attuali Toporagni); nel grande continente settentrionale, la Laurasia, formata da Eurasia (India esclusa) e Nordamerica, prosperano i Boreoeutheria, divisi in Euarcontoglires (dai quali derivano Roditori, Lagomorfi e Primati) e Laurasiateri (da cui vengono fuori tutti gli altri mammiferi placentati: Chirotteri, Artiodattili, Perissodattili, Carnivori, Cetacei etc etc etc).

Quindi la classificazione più basale dei Mammiferi Placentati riflette la disposizione delle masse continentali del Cretaceo Inferiore. Poi i movimenti dei continenti e altri accidenti vari porteranno Placentati della Laurasia in America Settentrionale (in almeno tre finestre temporali) e in Africa.
Questa classificazione geografica funziona benissimo a parte qualche caso riguardante alcuni Placentati della Laurasia: quelli finiti molto anticamente (nella prima finestra temporale) in Sudamerica, come Litopterni, Notoungulati e Astrapoteri, tutti più o meno parenti degli Artiodattili, oggi estinti ma dal passato glorioso lì ed in Antartide, e dei Primati e dei Roditori che troviamo nel Paleocene in Africa. In seguito Roditori e Primati saranno protagonisti di un arrivo in America Meridionale in circostanze ancora oggi poco chiare mentre tolti alcuni Roditori e le Scimmie del nuovo Mondo i Placentati sudamericani attuali derivano da antenati nordamericani, arrivati in America Meridionale quando è emersa la zona dell'istmo di Panama.

2. PALEOCENE: PRIMATI IN ASIA E AFRICA. QUALI GLI ANTENATI DEGLI ANTROPOIDI?

Ecco, questi primati paleocenici africani come Algeripithecus e Altiatlasius, i cui antenati sono in qualche modo arrivati in Africa attraversando il braccio di mare che la separava dalla odierna Penisola Iberica più o meno nello stesso momento in cui l'hanno fatto dei Roditori Caviomorfi, rappresentano il pomo della discorda: sono loro gli antenati degli Antropoidi (che quindi hanno consistenti radici africane nel Cretaceo, oppure questi ultimi derivano da Primati asiatici arrivati in Africa quando il blocco Afro – Arabico ha cozzato contro l'Eurasia?

Faccio una precisazione importante: quando si parla di Primati fossili, specialmente di epoche così lontane, si parla praticamente solo di denti: è decisamente difficile che i corpi di animali delle foreste tropicali si possano fossilizzare e i denti, la cosa più dura che c'è nello scheletro, sono le parti che hanno una possibilità meno remota di altre di arrivare a noi.

Di sicuro quando nel record fossile compaiono veri Antropoidi, cioè nell'Eocene Medio del Nordafrica, poco meno di 40 milioni di anni fa, mostrano già una grande biodiversità. Questo, come fa notare il paleontologo francese Jean-Jacques Jaeger può voler dire due cose: o sono le prime tracce di una evoluzione preesistente di cui ancora non sappiamo nulla, iniziatasi in zona già nel Cretaceo o rappresentano la colonizzazione contemporanea di vari gruppi provenienti dall'Asia.

Allora, secondo una serie di studi quelli di Algeripithecus e/o Altiatlasius sono i denti da cui sono derivati quelli degli Antropoidi. Altri invece sostengono che questo status spetta a denti di alcuni Primati asiatici dell'Eocene. La maggior parte degli Autori (ma non tutti) oggi concordano che Algeripithecus sia più vicino ai Lemuri che agli Antropoidi, mentre su Altiatlasius le idee sono un po' più vaghe.

3. ORIGINE DEGLI ANTROPOIDI E GEOLOGIA: UNA ORIGINE ASIATICA È PIÙ PROBABILE 

Ho letto parecchi articoli in materia e ho notato che esaminano questi denti fossili e ne tracciano la loro morfologia con una dovizia di particolari inimmaginabili per uno come me che sa “più o meno” che esistono nella bocca dei vertebrati delle ossa particolari.
Ma per il resto parlano poco o niente di una serie di considerazioni geologiche e paleontologiche su cui voglio invece soffermarmi, Ora, è chiaro che ciascuno possa dare più peso alle proprie conoscenze e alla propria materia che a quelle altrui (e di fatto io della morfologia dei denti dei Primati non ci capisco assolutamente nulla mentre sulla Geologia qualcosa posso permettermi di dire), ma non contestualizzano se non su base temporale le loro ricerche. Ed è proprio per valutare quale delle due correnti di pensiero sia quella più conforme alla verità secondo me occorre pensare al contesto geologico e paleontologico dell'epoca.

La prima cosa che salta agli occhi è una singolare coincidenza temporale: queste forme appaiono praticamente dal nulla insieme ad altri mammiferi placentati circa 39 milioni di anni fa; in contemporanea abbiamo un evento molto importante: il blocco composto da Africa e Arabia va a sbattere contro l'Eurasia, chiudendo la parte orientale della Tetide.
Le conseguenze faunistiche a livello di Mammiferi sono enormi: i Placentati laurasici irrompono in Africa e per gli Afroteri, proboscidati esclusi, o è la fine o è l'inizio del declino: alcuni si sono estinti subito o, come gli Arsinoiteri, poco dopo, altri si sono ridotti di nuovo a piccole forme come gli Afrosoricidae o i Tenrecidae. Scompaiono anche i Creodonti locali, placentati carnivori di non chiara affinità e, se non ricordo male,  gli ultimi Marsupiali africani,

La comparsa in Africa dei primi Antropoidi si pone in questo quadro di rimescolamento faunistico. Di fatto molti Autori parlano esplicitamente di una serie di denti trovati in sedimenti dell'Eocene Inferiore in Asia precursori di quelli degli Antropoidi.
Christopher Beard (uno dei massimi esperti di Primati dell'epoca) è convinto e non è il solo, che gli Antropoidi derivino da Primati asiatici di piccolissime dimensioni. Questa impressione sembra confermata dai fossili trovati in Libia dal gruppo di Jean-Jaques Jaegher e riferiti proprio all'inizio del rimescolamento, animali del peso massimo di 450 grammi. E che anche la separazione fra Platirrine (oggi rappresentate solo dalle Scimmie del Nuovo Mondo) e le Catarrine sia avvenuta a livello di forme di piccole dimensioni.
In questo quadro l'arrivo in Africa, propiziato dalla chiusura della Tetide Orientale, ha rappresentato per questi animali arboricoli una occasione eccezionale per colonizzare un vasto territorio di foreste calde ed umide dove, sfruttando diverse nicchie ecologiche, hanno potuto compiere una grande radiazione evolutiva e diversificarsi in un modo così massiccio.

Al contrario, appare difficile che proprio in questo contesto di oggettive difficoltà per le faune locali i Primati già presenti in Africa siano riusciti non solo a prosperare, ma addirittura ad innescare una così rapida radiazione evolutiva che in pochi milioni di anni porta non solo ad una eccezionale differenziazione ma anche ad un aumento significativo delle dimensioni. Anche perchè non è che ci siano in quella fase cambiamenti climatici così particolari che abbiano trasformato  radicalmente l'ambiente.

Per questo, e senza sapere niente sulla morfologia dei denti, ritengo molto più probabile l'origine degli Antropoidi a partire da piccole forme asiatiche dell'Eocene Inferiore che una derivazione dalle faune locali.

giovedì 3 gennaio 2013

"energia fatta in casa" - caffè-scienza del 22 - 11 - 2012


Non è possibile diminuire drasticamente l'uso dei combustibili fossili soltanto aumentando la quantità di energie rinnovabili, perchè le rinnovabili da sole non sono in grado di soddisfare i bisogni. Per conseguire l'obbiettivo è necessario diminuire i consumi. Però non è detto che diminuire i consumi significhi la decrescita: la più grande fonte di energia disponibile oggi è il risparmio, cioè migliorare l'efficienza energetica. Per farlo in molti casi basterebbe riporre una certa attenzione in quello che si fa.
Il caso della città di Malmoe, in Svezia, è chiarissimo: stanno puntando ad utilizzare il 100% di rinnovabili, ma questo non sarebbe stato possibile senza prima un ragionato programma di abbattimento dei consumi.
Il 22 novembre 2012 al Caffescienza di Firenze abbiamo parlato di “energia fatta in casa” con Sergio Gatteschi, presidente dell'Agenzia Fiorentina per l'Energia e Massimiliano Pancani, del settore energia della Provincia di Firenze, coordinati dal “nostro” Francesco Grasso.

Il consumo mondiale di energia è di 400 Esa Joule (400 x 10 18 Joule) ogni anno, ottenuti principalmente da fonti fossili. In pratica facciamo fuori 3 miglia cubiche di petrolio all'anno! È evidente che non si può andare avanti così, anche se ci sarebbero i margini per poter vivere bene lo stesso, in quanto bisogna considerare che di questa enorme quantità il 50% viene sprecato in varie maniere.

In buona parte questo dato è riferibile ad inefficienze sistemiche ma ci sono anche alcuni nostri comportamenti perfettamente evitabili e modificandoli potrebbero generare un certo risparmio. 
Per esemplificare l'Ingegner Pancani ha fatto vedere una simpatica presentazione in cui un suo amico, Andrea Chesi, dimostra come si possa diminuire (e di parecchio!) i consumi energetici casalinghi.
Si tratta di un appartamento di 70 metri quadri abitato da quattro persone (marito, moglie e due figli) al terzo piano di un condominio di 6 piani con riscaldamento centralizzato.
All'inizio ha verificato dei consumi per 2100 kw 330 euro l'anno, compreso acqua, luce, gas etc etc (ed escluso il riscaldamento centralizzato).

Le prime sorprese sono arrivate confrontando la potenza installata ed i consumi annui dei dispositivi elettrici. Sappiamo tutti che elettrodomestici come lavatrici, lavastoviglie. aspirapolvere o forno elettrico hanno una potenza installata molto elevata ed è infatti difficile usarne più di una contemporaneamente con i “classici” 3 kw e mezzo di potenza installata in casa, pena lo “scatto” del contatore ed il distacco dalla rete elettrica. La cosa a cui è difficile pensare è che fra gli oggetti con meno potenza installata ci sia il frigorifero (addirittura al 16° posto in classifica), con un valore tutto sommato piuttosto basso, molto meno ad esempio di tutte le luci per l'illuminazione domestica. All'ultimo posto (20°) non possono che esserci le lucine degli “stand-by” delle apparecchiature elettroniche.


Ebbene, la classifica dei consumi è completamente differente da quella della potenza installata: in testa troviamo il frigorifero e al secondo posto troviamo.... le lampadine in stand by! Quindi oggetti da 1.500 watt ma che stanno accesi solo poche ore alla settimana costano in un anno meno (sia pure di poco) di quei malefici, piccoli led da 4 watt, che però rimangono accesi in permanenza (il Chesi li definisce "subdoli"). Un dato che ci deve fare riflettere perchè averli accesi alla fine costa qualche decina di euro l'anno!
A questo proposito noto al presenza sul mercato di dispositivi marcati CE (assolutamente ovvio), nel cui libretto di istruzioni si legge che “per eliminare lo stand-by occorre staccare la spina dalla presa di corrente”. Evidentemente la normativa CE comprende solo questioni di sicurezza per l'utilizzatore ma non vuole incidere su consumi energetici “stupidi” come questi!

Guardiamo poi le eventuali differenze fra apparecchi appartenenti a classi diverse: un frigorifero in "classe A" costa 60 euro all'anno anno (circa 90 kg di petrolio equivalente); se di classe A++ si arriva a soli 35 euro all'anno. Se invece abbiamo un vecchio frigorifero in classe E il costo annuo è di ben 110 euro l'anno.
Quindi per risparmiare sulla bolletta della luce si deve focalizzare l'attenzione sui dispositivi che stanno accesi più spesso, in particolare una giusta regolazione della temperatura del frigorifero (compreso tenerlo sempre chiuso e non introdurvi cibi caldi), l'eliminazione degli stand-by e, ricordando che le lampadine ad incandescenza consumano 4 volte di più di una lampadina a basso consumo, tenere accese meno luci possibile.
Per quanto riguarda invece lavastoviglie e lavatrice, oltre ad avere apparecchi a basso consumo, è importante farle andare a pieno carico, perchè nel consumo incide molto il numero di cicli. Sono invece molto perplesso sulla questione di far lavorare questi dispositivi di notte: d'accordo, a qualcuno potrà costare meno, ma sono una fonte di rumore e quindi di disturbo per il sonno altrui. Insomma, è un sistema che non trovo per niente civile, almeno per chi non vive isolato in cima ad un monte (per qualche anno io ho vissuto così e devo dire che se non altro potevo sentire musica a qualsiasi ora... in un condominio non è consentito e/o è sicuramente scorretto in certe ore).

Un'altra cosa a cui fare attenzione è l'acqua. Parlando in questa sede di energia, è evidente che soprattutto parliamo di acqua calda, tralasciando tutti le altre questioni inerenti al suo consumo. Ebbene, è fondamentale ricordare che se abbiamo un miscelatore e lo teniamo “a metà”, anche quando non ne abbiamo bisogno la caldaia si accende tutte le volte che si apre il rubinetto. E quindi consuma.

Poi c'è la questione riscaldamento e condizionamento, che vale un buon 75% in media dei consumi energetici domestici: in particolare, quasi il 70% delle abitazioni di oggi consuma oltre 160 kWh/mq annuo pari a 16 litri gasolio/mq annuo....uno sproposito!!! Una “casa passiva” è invece in grado di richiedere meno di 15 kWh/mq all'anno, meno di 1,5 litri gasolio/mq annuo.

Su questo occorre andare davvero controcorrente rispetto alle italiche convinzioni: per il riscaldamento non è vero in senso assoluto che il termosingolo farebbe spendere di meno (pensate un po', ci hanno fatto credere che tante piccole caldaiette siano più efficienti di una caldaia grande....). 
Però è vero che spesso il riscaldamento centralizzato costa di più, un po' per gli impianti, in generale vecchi, talora fatiscenti e con un sistema di condutture poco efficace e malamente isolate, un po' per le caldaie spesso sovradimensionate, un po' perchè in assenza di regolazioni “locali” spesso succede che un appartamento abbia troppo caldo e qualcuno troppo freddo (così un condomino protesta perchè paga per non avere caldo e un altro protesta perchè paga per tenere aperte le finestre). In aggiunta i costi normalmente vengono spartiti in millesimi, e si paga sia se siamo in casa che no.
E infatti nelle inserzioni immobiliari la voce “termosingolo” è considerata un plus.

No, non dovrebbe funzionare così.
Proviamo a pensare a un condominio con tubazioni costruite in maniera intelligente, caldaie delle giuste dimensioni e, soprattutto, contatori di calorie all'ingresso di ogni appartamento (a sua volta dotato di valvole su ogni termosifone): ciascun condomino prenderebbe solo il calore che gli serve (e si motiverebbe il singolo a risparmiare, visto che più vuoi calore più consumi); in questo modo cesserebbe il gigantesco spreco delle finestre aperte ai piani bassi per il troppo caldo e gli impianti centralizzati non avranno più tutti quei problemi per i quali secondo la vox populi sono più costosi di quelli singoli (parlo di “costo” perchè il concetto di “efficienza” in Italia non viene considerato...). Ridurre i consumi significa inoltre anche poter utilizzare caldaie piccole con meno soggezioni nel servizio e nella manutenzione.

Altro trucco importante è quello di isolarsi dall'esterno, sigillando le finestre e chiudendo gli spifferi. Isolamento dei tubi e tenuta delle finestre sono cose che costano davvero poco e fanno molto. Diciamo che dovendo rifare i tubi del riscaldamento il costo con una buona coibentazione appare superiore ma il guadagno lo si consegue in pochissimo tempo.
E nei momenti in cui fa davvero freddo o fa davvero caldo, limitare a massimo una decina di minuti l'apertura delle finestre fa risparmiare parecchio.
Ovviamente quanto si dice sul riscaldamento si applica anche al condizionamento, in cui le “pompe di calore” stanno dando risultati egregi.

Con una “gestione pensata della casa” si può migliorare l'efficienza energetica e risparmiare parecchie centinaia di euro all'anno a famiglia, sia ricorrendo ad investimenti che è possibile si ripagano in pochissimo tempo, ma anche con il comportamento responsabile dei singoli, applicando una certa pignoleria; ad esempio spegnere tutti gli stand-by in Italia potrebbe risultare in un risparmio di una quarantina di euro all'anno per ciascun appartamento (e ufficio), ciascuno corrispondente a circa 50 kg equivalenti di petrolio all'anno. Con 60 milioni di italiani, ad una media di 3 abitanti per utenza si risparmierebbe una quantità di energia corrispondente a un milione di tonnellate di petrolio.
Vi pare poco? Secondo voi non ci sono margini per spendere meno, risparmiare energia e vivere bene lo stesso????
Chiaramente sarebbe utile quando ci sono pesanti lavori di ristrutturazione utilizzare tutti i “trucchi” possibili, in particolare una massiccia coibentazione.


Da ultimo, su come si dovrebbe costruire ORA: a Firenze è stato costruito dalla Urbano Cacciamani uno stabile nuovo vicino a Piazza Stazione )zona viale Belfiore) usando le migliori tecniche possibili (in questo termine è compresa anche la sostenibilità economica, cioè niente cose assurdamente costose, ma materiali ampiamente disponibili sul mercato) e, soprattutto, detto in soldoni, “tappando tutti i buchi possibili”: è una casa in classe "A" di CasaClima dove i consumi energetici per riscaldamento e condizionamento dei 17 appartamenti di varie metrature sommati tutti insieme sono stati per il primo anno di esercizio circa 1.200 euro complessivi, poco più di una media di 70 euro ciascuno. Alzi la mano chi spende per questo anche solo cinque volte tanto in un anno.....


Così facendo è possibile pensare alla realizzazione di case in grado di produrre in proprio almeno una significativa fetta dell’energia necessaria per il loro funzionamento tramite sistemi basati su energie rinnovabili. Con beneficio non solo per le tasche di chi ci abita, ma anche per l'ambiente, la salute pubblica e, buon ultima, la bilancia commerciale dello Stato.