venerdì 4 gennaio 2019

L'eruzione e i terremoti etnei di questi giorni


Come spesso succede nell’immediato dopo alcuni disastri, in questi giorni si parla spesso di Geologia e parecchio, purtroppo, a sproposito. Una cosa interessante da notare, comunque, è che sia l’Anak Krakatoa che l’Etna erano in eruzione da un bel po' nel disinteresse generale: nessuno tranne coloro che seguono in Italia gli eventi vulcanici mondiali a livello mondiale sapeva di questa eruzione del vulcano nello stretto della Sonda in corso da mesi, né che un allerta per un possibile evento simile (frana su un’isola vulcanica con un principio di eruzione) era venuto pochi mesi prima per una possibile eruzione a largo della costa settentrionale della Nuova Guinea. Purtroppo sulla questione dell’Etna sono venute fuori tanti di quei concetti balordi che meritano una certa attenzione, al pari della necessità di evidenziare come pessimo giornalismo gli sproloqui di quei fenomeni che scrivono post con titoloni acchiappa-click su supervulcani nascosti nel Tirreno e associati megatsunami, senza contare che – ad esempio – lo Stromboli di tsunami veri ne fa una media di 3 al secolo e che bisognerebbe invece ricordare quanta popolazione in Italia è esposta a rischi più reali come frane, alluvioni e terremoti.

Le faglie del versante occidentale dell'etna da De Guidi et al, 2012
LE FAGLIE DEL VERSANTE OCCIDENTALE DELL’ETNA. In questa carta presa da De Guidi et al (2012) si vedono diverse faglie lungo il fianco orientale del vulcano. Per quanto riguarda quelle del fondo marino antistante, me ne sono occupato giusto poco tempo fa in questo post.  Ma veniamo a oggi. 
Nel basso versante orientale dell’Etna il sistema di faglia delle Timpe è costituito da diversi segmenti di faglia, immergenti verso il Mare Ionio, orientati NNE-SSW nel settore nord-orientale (Sistema di Piedimonte) e NNW-SSE nel settore sud-orientale (Sistema di Acireale-S. Alfio): sono faglie estensionali ma mostrano pure una certa componente di movimento laterale. Queste strutture formano scarpate (“timpeè un termine che in varie regioni dell'Italia meridionale indica un rilievo o, appunto, un dirupo) di età pleistocene superiore - olocene che controllano fortemente la topografia e il reticolo idrografico, caratterizzate da una sismicità poco profonda. Le Timpe sono state considerate la continuazione verso nord della scarpata ibleo – maltese, la struttura che divide la crosta continentale siciliana da quella oceanica dello Jonio (Siniscalchi et al., 2012), e in questo quadro continuerebbero ancora a nord del vulcano fino a Taormina con direzione SSW-NNE per poi proseguire verso NNE sul fondo marino come Faglia di Taormina (da non confondere con la “linea di Taormina” che è un’altra cosa); di recente è stato però visto che questo sistema si muove verso est insieme a tutto il fianco orientale del vulcano: è quindi possibile, invece, che queste faglie siano semplicemente strutture derivate da questo scivolamento (Bonforte and Puglisi, 2006).
L’Etna è un vulcano dalla storia molto complessa e le Timpe hanno ospitato, tra 220 e 121 mila anni fa la fase appunto detta “delle Timpe” in cui si formò un vulcano a scudo (come quelli hawaiiani, per intendersi), allungato in direzione NNW-SSE. L’attività si è successivamente spostata verso ovest e il magma è cambiato per cui si sono formati i vari stratovulcani successivi. Come è stato fatto in Italia parecchie volte per datare sismi precedenti, sono stati dei tentativi di rilevare movimenti precedenti scavando delle trincee lungo alcune di queste faglie, ma purtroppo non c’è stato niente da fare: i movimenti di queste strutture avvengono anche senza provocare terremoti e i due tipi di movimento non sono distinguibili fra loro (Azzaro et al., 2000 per le Timpe e Ferreli et al., 2002 per la Pernicana)

I FONDAMENTALI EVENTI DEL NATALE 2018. Si può dire che l’attuale eruzione dell’Etna sia iniziata diversi mesi fa (o, forse meglio, più che l’eruzione, il periodo ad attività superiore a quella di fondo: diciamo che alle volte è un po' difficile in un vulcano come questo distinguere una debole attività eruttiva da una fenomenologia di fondo); il 24 dicembre c’è stata una improvvisa impennata, quando nell’edificio vulcanico si è intruso un dicco che ha provocato una fuoriuscita di magma nell’alta Valle del Bove, descritto con attenzione da Marco Neri di INGV: nella notte fra il 25 e il 26 dicembre un terremoto con epicentro tra Viagrande e Trecastagni ha scosso il versante orientale dell’Etna. Come conferma il blog di INGV sui vulcani il terremoto della notte del 26 dicembre è verosimilmente legato all’attivazione della faglia di Fiandaca e della faglia di Pennisi, due delle strutture più meridionali del sistema tettonico delle Timpe. Il danneggiamento maggiore è infatti distribuito lungo tali strutture vulcano-tettoniche, insieme ai vistosi effetti di fagliazione superficiale associati all’evento sismico. La distribuzione del danneggiamento e l’estensione della fagliazione sono molto simili a quelle riportate dalle fonti storiche per il terremoto dell’8 agosto 1894 (Int. max 8-9 EMS, Mw 4.6), che ruppe la faglia di Fiandaca per l’intera lunghezza.
La Magnitudo, oggi come nel 1894, non è stata particolarmente importante, ma in entrambi i casi lo è stata la risposta del suolo, semplicemente perché si è trattato di un evento superficiale. Paragonando i terremoti ai suoni, una esplosione viene percepita anche a grande distanza: io ad esempio ho sentito distintamente l’esplosione della bomba dell’attentato ai Georgofili anche se ero in casa a poco più di 3 km di distanza (mi ricordo che pensai “strano, un temporale … il cielo è sereno”, salvo poi rendermi conto la mattina dopo di che cosa era realmente successo); invece l’urlo isolato di una persona non arriva certo a quelle distanze, ma l’effetto di un urlo direttamente in un orecchio sarà indubbiamente maggiore di quello di una esplosione a km di distanza. Il terremoto della notte del 26 è quindi paragonabile ad un urlo in un orecchio: ha violentemente interessato l’area epicentrale ma non è stato percepito a distanza.

L'immagine evidenzia il movimento lungo la faglia di Fiandaca (FPF), un movimento minore lungo la Pernicanae l'espansione del vulcano dovuta alla messa in posto del dicco
LE DEFORMAZIONI VISTE DA SATELLITE. Una prima valutazione delle dislocazioni rilevate dal radar interferometrico di uno dei satelliti della costellazione Sentinel, visibile nella immagine qu sopra, che confronta l'ultima immagine, scattata dal satellite dopo i terremoti, con quella immediatamente precedente scattata 6 giorni prima, quindi precedente all'intrusione: ogni frangia corrisponde a 1 cm di dislocazione e si vedono chiaramente alcune cose:
  • una gran parte della deformazione si annida verso la cima del vulcano ed è dovuta all’intrusione del dicco del 24 dicembre che ha prodotto un “allargamento” del vulcano con una deformazione massima di circa 16 cm verso Ovest e 20 cm verso Est
  • la sismicità degli ultimi giorni ha interessato massicciamente la faglia di Fiandaca, qui chiamata di Fiandaca-Pennisi (FPF), dove si registra uno spostamento massimo relativo tra i due lati di 20 cm 
  • nel periodo ci sono stati movimenti minori (qualche centimetro) anche lungo altre faglie e cioè quelle della Pernicana, di Ragalna e di Borello-Ognina (queste ultime due troppo a sud per essere viste dalla carta che ho presentato precedentemente)

Il distacco della Calabria dalla Sardegna e l'apertura del Tirreno, da Gvirtzman e Nur (2001)

Vulcanismo e tettonica dell'italia Meridionale, da Cocchi et al (2017)
RELAZIONI FRA SISMICITÀ, STROMBOLI ED ETNA. La contemporaneità fra le due eruzioni (o, meglio, fra le due fasi parossistiche) è stata immediatamente notata (e non poteva essere altrimenti…). Quanto al dilemma se questo terremoti sia stato vulcanico o tettonico, è possibile pensare ad una sequenzialità degli eventi e cioè che l’intrusione del dicco abbia provocato un aumento dello sforzo nel settore orientale del vulcano, innescando il movimento lungo la faglia
Una prima considerazione: mi risulta che il vulcanologo a cui è stato attribuita una ipotesi di collegamento fra Etna e Stromboli abbia smentito di averlo detto (e non avevo dubbi sul fatto che non avesse mai fatto tale affermazione). Apparentemente l’unico collegamento fra i due vulcani, che hanno magmi completamente diversi fra loro, è lo slab ionico: la crosta dello Ionio scende sotto la Calabria e il Tirreno (tecnicamente: subduce sotto l’arco calabro – peloritano), causando i terremoti profondi sotto il Tirreno. Grazie a questa subduzione si è aperto il Tirreno, con l’arco calabro – peloritano che, originariamente attaccato alla Sardegna, si è mosso verso sud-est:
Stromboli, dunque, è un tipico esempio di magmatismo di arco magmatico sopra una placca in subduzione (anche se la cosa potrebbe essere un po' più complessa, stando che oltre a classiche rocce calcalcaline troviamo trachiti ed altro di affinità shoshonitica (Peccerillo, 2001)
il vulcanismo etneo invece dovrebbe essere collegato al lato di questa crosta in subduzione (ho parlato di recente di questo tipo di vulcanismo), ma il meccanismo è ancora non troppo chiaro. Una bella discussione in materia è stata pubblicata nel 2018 (Neri et al, 2018).
Stromboli è in eruzione “permanente” ma ovviamente registra alcuni momenti parossistici in cui l’attività aumenta, e non sono pochi. In questo caso l’elevazione dell’allerta nell’isola da parte della Protezione civile è arrivata il 20 dicembre. L’Etna non è in eruzione permanente ma ci va frequentemente e negli ultimi anni l’aeroporto di Catania ha subito parecchie volte delle limitazioni o chiusure a causa della cenere vulcanica. Insomma, anche dal punto di vista statistico non sarebbe difficile avere entrambi i vulcani in attività “conclamata” e questo potrebbe portare ad un “bias osservativo”, cioè a evidenziare maggiormente queste coincidenze in modo involontario.

C’è però un precedente molto recente e molto interessante, la stagione 2002 – 2003 in cui oltre ai due vulcani ci sono state delle manifestazioni idrotermali violente a Panarea (che è tutt’altro che un vulcano spento...) e una serie di terremoti importanti fra Italia centro – meridionale e Algeria: nell’estate – autunno 2002 la sequenza in mare a nord di Palermo (con 2 eventi a M superiore a 5), una lunga serie di eventi nelle Timpe che hanno fatto pure diversi danni, sempre perché di ipocentro molto superficiale, il tragico terremoto del 1 novembre a San Giuliano di Puglia e, per finire, quello M 6.3 davanti ad Algeri. Questa coincidenza temporale tra le eruzioni dell’Etna, quelle dello Stromboli e l’attività sismica è stata registrata anche nel passato. Ma non conosco abbastanza bene i termini della questione, e quindi non sono sicuro che non ci sia, nel vedere delle connessioni, anche un bias osservativo, cioè considerare più del dovuto i momenti in cui entrambi i vulcani sono in eruzione.
Diciamo che quanto successo nel 2002 – 2003 possa indurre a pensare ad un contesto di crisi sismica. Come esempio di crisi sismica faccio spesso notare quello che è successo tra il 1916 e il 1921m, quando tutto l’Appennino settentrionale da Rimini a La Spezia è stato interessato da una serie di terremoti molti forti piuttosto inusuale, anche se sono state colpite aree notoriamente sismiche in cui però la sismicità ad alto livello non è particolarmente frequente. 
In molte zone del mondo è stata osservato un aumento anche dell’attività vulcanica durante (o in prossimità) di forti terremoti. Insomma, un legame tra i due vulcani (non magmatico, ma dal punto di vista tettonico) potrebbe esserci ma non è ancora chiaro. È stata anche notata, a proposito dell’Etna, una sincronia fra eruzioni molto significative (non quelle attuali) e i principali terremoti della Sicilia (Feuillet et al 2006).

LA QUESTIONE “EDILIZIA E ALLARME”. E veniamo alle note dolenti e cioè alla grave situaizone del patrimonio edilizio. Qualcuno sostiene che l’evento sismico era prevedibile, altri ad esempio ce l’hanno addirittura con gli scienziati che non avrebbero previsto il terremoto (o, peggio, che hanno taciuto sul rischio). Storia vecchia che parte dalla triste vicenda aquilana e che cercò di usare dopo Amatrice il CODACONS (al quale scrissi un messaggio non proprio pacifico...). Ora, sperando che questi strepiti si fermino qui, faccio alcune “considerazioni sparse” sull’argomento:

  1. si tratta di una zona a forte rischio sismico, come dimostrano sia il terremoto dell’8 agosto 1894, che è simile a quello del 2018 (magnitudo bassa ma danni ingenti) e quello del 1818
  2. l’eruzione è iniziata parecchi mesi fa, non la vigilia di Natale
  3. come ho già fatto notare qui sopra non è inusuale che ci siano terremoti lungo le Timpe in corrispondenza di eruzioni (per esempio nel 2002 – 2003), quindi lo scenario di uno o più eventi sismici lungo quel sistema direttamente connessi in qualche modo ancora non chiaro con l’eruzione non poteva essere escluso, specialmente dopo l’intrusione del dicco

Mi chiedo quindi cosa avrebbero dovuto fare le Autorità, forse sgomberare tutta l’area etnea quando è iniziata l’eruzione?  Vi domando: io non ho la più pallida idea di quello che sarebbe successo, ma come fai a tenere fuori dalle case per mesi gli abitanti (praticamente da Giugno) senza che succeda qualcosa?
Data quindi la storia sismica dell’area è quindi ovvio che la soluzione dovrebbe essere quella di avere edifici costruiti bene e in luogo adatto, in grado di resistere ad accelerazioni del suolo anche ben maggiori di quelle – alla fin fine modeste – per la tecnologia attuale che si sono verificate nella notte del 26 dicembre, quando si è registrata una accelerazione massima di 0,3g, un livello  oltretutto probabilmente connesso ad amplificazioni locali delle onde sismiche e da cui discende la questione importante del “dove” costruire, oltre al “come” farlo.
Ma, attenzione, evitiamo cortesemente insulti alle popolazioni etnee, perché in quelle condizioni è una buona parte degli edifici del nostro Paese, anche nel “civilissimo Nord”.
Anche questo terremoto, insomma, dimostra come andiamo orgogliosamente avanti nell’irresponsabilità più totale fino a quando si piangeranno nuove vittime al prossimo terremoto “maggiore”, quando questo – prima o poi – accadrà. 


Azzaro, R., Bella, D., Ferreli, L., Michetti, A.M., Santagati, F., Serva, L., Vittori, E., 2000. First study of fault trench stratigraphy at Mt. Etna volcano, Southern Italy: understanding Holocene surface faulting along the Moscarello fault. J. Geodyn. 29, 187–210.

Barreca et al 2013 A pilot GIS database of active faults of Mt. Etna (Sicily): A tool for integrated hazard evaluation Journal of Volcanology and Geothermal Research 251 170–186 

Bonforte e Puglisi 2006. Dynamics of the eastern flank of Mt. Etna volcano (Italy) investigated by a dense GPS network. J. Volcanol. Geotherm. Res. 153, 357- 369 

Cocchi et al (2017) Volcanism in slab tear faults is larger than in island- arcs and back-arcs Nature communications DOI: 10.1038/s41467-017-01626-w

De Guidi et al, 2012 New insights into the local crust structure of Mt. Etna volcano from seismological and morphotectonic data Journal of Volcanology and Geothermal Research 223-224, 83-92 

Ferreli, L., Michetti, A.M., Serva, L., Vittori, E., 2002. Stratigraphic evidence of coseismic faulting and aseismic fault creep from exploratory trenches at Mt. Etna volcano (Sicily, Italy). In: Ettensohn, F.R., Rast, N., Brett, C.E. (Eds.), Geological Society of America Special Paper, 359. Ancient Seismites, Boulder, Colorado, pp. 49–62.

Feuillet et al 2006 Stress interaction between seismic and volcanic activity at Mt Etna Geophys. J. Int. (2006) 164, 697–718 

Gvirtzman e Nur (2001) Residual topography, lithospheric structure and sunken slabs in the central Mediterranean Earth and Planetary Science Letters 187,117-130

Neri et al 2018 Etnean and Hyblean volcanism shifted away from the Malta Escarpment by crustal stresses Earth and Planetary Science Letters 486 15–22 

Peccerillo 2001 Geochemical similarities between the Vesuvius, Phlegraean Fields and Stromboli Volcanoes: petrogenetic, geodynamic and volcanological implications Mineralogy and Petrology 73, 93-105 

Siniscalchi et al 2012. Flank instability structure of Mt Etna inferred by a magnetotelluric survey. Journal of Geophysical Research 117. http://dx.doi.org/10.1029/2011JB008657. 

domenica 23 dicembre 2018

Lo tsunami nello Stretto della sonda del 22 dicembre 2018


Indonesia ancora alla ribalta per uno tsunami, il secondo in pochi mesi. La sera del 22 dicembre uno tsunami ha colpito le coste dello stretto della sonda, quello che divide Sumatra da Giava. Si tratta di un'area tragicamente nota per l'esplosione del Krakatoa nel 1883. Alcuni dei resti della cresta del cratere creato da quella eruzione emergono ancora sopra il livello del mare intorno al nuovo vulcano che ha sostituito il vecchio, Anak Krakatau (il figlio di Krakatoa), attualmente parecchio attivo e che dovrebbe essere la causa scatenante dello tsunami di stanotte, douto molto probabilmente ad una frana ma che ancora non è del tutto chiaro.

L'"Urlo" di Munch:
le strie nell'atmosfera sono reali
IMPORTANTE: AGGIORNAMENTO IN SULLE CAUSE IN FONOD AL POST. Mentre sto scrivendo le informazioni sono ancora piuttosto scarne. L’unica cosa sicura è che si è verificato nello Stretto della Sonda, quello che divide Giava da Sumatra, uno tsunami con onde alte fino a 3 metri. Non essendo stata registrata nella zona attività sismica l’indiziato maggiore è Anak Krakatau (il figlio di Krakatoa), il vulcano nato sulle ceneri di quello esploso nel 1883: si sarebbe verificata una frana sottomarina. Insomma, una cosa simile a quella che successe a Stromboli il 30 dicembre 2002 (che però fu subaereo).

Dopo la drammatica eruzione del 1883 che causò decine di migliaia di morti per lo tsunami e mesi di tramonti molto particolari in tutto il mondo, colti da molti pittori (il più famoso quadro che li raffigura è l’Urlo di Munch). Del vulcano esploso restano sopra il livello del mare solo alcuni piccoli lembi dell’allineamento della caldera (un po' come il Monte Somma che circonda il Vesuvio). Nel Vesuvio l’attività vulcanica non era cessata dopo la grande esplosione: anzi, in quel caso l’evento aveva dato il via a un nuovo ciclo dopo secoli di inattività e si è formato il cono attuale che tutti conosciamo e se non altro dal punto di vista paesaggistico ammiriamo (per i geologi c’è pure altro oltre al paesaggio...); anche il Krakatoa ha continuato l’attività e al centro di quei piccoli lembi l’11 giugno 1930 ha fatto capolino dalla superficie del mare il nuovo vulcano, che è stato chiamato “Anak Krakatau”, il figlio del Krakatoa.
É un vulcano abbastanza attivo come il genitore, la cui vetta oggi, 90 anni dopo, passa i 300 metri.
Anak Krakatau è in allerta “giallo” dal 2012 e attualmente è vietato il transito a chiunque entro 2 km dall’isola perché persiste l’attività stromboliana che consiste in lanci di scorie e bombe vulcaniche. Dopo una forte eruzione nella primavera del 2017, nella quale si produsse una imponente colata di lava sul lato sud dell’isola, l’attività non si è mai calmata del tutto; in particolare il 18-19 giugno 2018 è iniziata una nuova fase di tremore sismico, protrattasi fino al 29 giugno 2018, quando c’è stato un evento principale con lanci di scorie. La situazione è peggiorata alla fine di luglio, convincendo le autorità ad elevare da 1 a 2 km la distanza minima di sicurezza istituita tempo prima. Tremore sismico e minori eruzioni sono proseguite durante tutto l’autunno. Il 21 dicembre 2018 alle 13:51 locali l’ultima delle tante fasi parossistiche ha provocato una colonna di cenere che è arrivata a più di 400 m al di sopra della vetta (oltre 700 m sul livello del mare), il tutto accompagnato da tremore sismico, nel cui quadro l’esplosione ha generato un sismogramma ben distinto durato oltre 2 minuti (fonte: Agenzia Geologia Nazionale Indonesiana, Badan geologi). Diciamo che senza quello che è successo dopo, questo evento sarebbe passato abbastanza sotto silenzio a livello nazionale e internazionale, vista la frequenza di questi fenomeni negli ultimi mesi.
Il nuovo vulcano, Anak Krakatau, in eruzione,
circondato dalle parti affioranti del cratere formatosi dopo l'eruzione del 1883
Inoltre la sera del 22 dicembre alle 21.03 locali è stata registrata una nuova scossa di terremoto legata all’attività vulcanica, durata circa 24 secondi. Una stazione di monitoraggio del vulcano, posta a Pasauran, sulla costa di Giava a circa 40 km dal vulcano, ha rilevato una colata di lava sul fianco sud di Anak Krakatoa (le colate laviche grazie al loro bagliore sono visibili da molto lontano). A quanto ho capito l’evento ha danneggiato i sismografi nell’isola ma per fortuna ne resta attivo uno a Sertung, che una delle poche parti rimaste emerse dopo il 1883.

INTERPRETAZIONE DEL FENOMENO A CALDO. Questo tsunami pone ancora dei problemi di interpretazione. A caldo è stato ipotizzato che si sia trattato di un meteotsunami, cioè onde provocate da cambiamenti di pressione (fenomeno abbastanza raro, simile al Watersnoodramp che si abbattè sull’Olanda il 31 gennaio 1953: fu una combinazione fra una alta marea e un forte ciclone extra-tropicale). In questo caso però c’era sì una marea eccezionale e i venti erano forti; ma manca una condizione necessaria per un meteotsunami, l'improvviso cambio di pressione. 
Resta quindi come possibile causa il vulcano. Il rapporto causa – effetto fra attività vulcanica e tsunami viene suggerito anche dal fatto che la zona più colpita sono le coste di Giava, quelle che guardano direttamente la zona dell’eruzione.
Però il problema è che uno tsunami di queste dimensioni necessita una frana di grandi dimensioni, e come sottolinea Dwikorita Karnawati, direttrice del BMKG, il servizio meteorologico nazionale indonesiano, sarebbe stata necessaria una fonte di energia di cui non c’è traccia. C’è però, sempre secondo la Karnawati la  possibilità che i forti venti abbiano in qualche modo aumentato le dimensioni dell’onda.

Facciamo adesso alcune considerazioni.
  • innanzitutto non è chiaro ancora se ci sia stata, come nel caso di Stromboli il 30 dicembre 2002 una frana subaerea oppure se tutto si sia svolto sul fondo marino. Le ultime notizie sembravano confermare l’ipotesi di un evento interamente sottomarino, ma in realtà, come è stato visto in seguito, riguarda sicuramente una parte subaerea anche se, comunque,  probabilmente pure una parte sotto il livello del mare è collassata
  • fermo restando che nel tempo direttamente precedente la frana non c’è traccia di forte attività sismica, è comunque possibile che una parte del fondo marino o della costa dell’isola fosse già pronta a slittare e che qualcosa ha fatto da goccia che ha fatto traboccare il vaso, per esempio proprio il piccolo evento della sera del 22 dicembre.
  • un’altra possibilità è che abbia giocato un ruolo importante, sommandosi al’onda dello tsunami, l’onda di marea


AGGIORNAMENTO. Fortunatamente è giusto passato di lì uno dei satelliti della costellazione Sentinel dell'ESA. Il confronto fra le immagini satellitari è risolutivo per capire cosa sia successo. Si vedono le differenze topografiche fra i due passaggi del satellite: la parte orientale del cono, quella che nella prima immagine è più chiara (a sinistra essendo l'immagine orientata N/S) è collassata.
Quindi la causa dello tsunami è la frana che si è originata a causa del collasso del fianco di Anak Krakatau su un fronte apparentemente di circa 1 km, formando una fossa tra quanto è rimasto attaccato al cono e quanto è andato in giù.



mercoledì 12 dicembre 2018

Mai fidarsi dei dati "a caldo" su localizzazione e Magnitudo di un terremoto!

  

Un anno fa il terremoto di Ischia ha portato alla ribalta una questione particolare, poco conosciuta ma importante, cioè la iniziale approssimazione dei parametri di un terremoto: succede normalmente, infatti, che localizzazione, magnitudo profondità e anche orientazione del piano di faglia vengono modificati nelle 48 ore successive rispetto ai dati forniti “a caldo”. Naturalmente in Italia quella volta successe un can can mediatico notevole, mentre ad esempio nessun giornalista o nessun utente dei social network se la prese in Nuova Zelanda con il Servizio Geologico locale quando sbagliò (anzi, direi che letteralmente “cannò”  - e ripetutamente!) la magnitudo del terremoto M 7.8 del 13 -11 2016, sottostimandola in maniera drammatica nelle prime due ore, nonostante le notizie provenienti dalla regione e i dati ricavati dalle altre agenzie scientifiche, o la localizzazione (e di parecchie centinaia di km...) del terremoto M 6.6 del 07-11-2017. Le cronache sismiche di venerdì 30 novembre sono un chiarissimo esempio di come si possa prendere facilmente fischi per fiaschi nell’immediato dell’annuncio di un terremoto, come l'annuncio di un forte terremoto sulla costa della baia di Hudson ieri. Quindi raccomando sempre, specialmente nelle prime ore dopo un evento sismico, di prendere tutti i dati con le molle!


TERREMOTI VERI E PRESUNTI NEI DATABASE. Tra i vari siti che guardo rapidamente la mattina prima di uscire per sapere cosa è successo nel mondo c'è anche quello del Geofon, dove proprio ieri 11 dicembre notai un terremoto di M 6.4 molto superficiale nei dintorni della Baia di Hudson, 14 minuti dopo un evento a discreta profondità M 7.1 alle isole Sandwich Australi (zona estremamente interessante dal punto di vista geologico e sismologico). Ora, se l'annuncio di un M7 alle Sandwich Australi rientra in un quadro assolutamente realistico (ce ne sono stati altri 3 negli ultimi 5 anni...), il M 6.4 del Manitoba mi ha lasciato abbastanza stupito. Controllando i giornali locali (prima cosa da fare!) non trovai nulla, e qualche minuto dopo anche dal sito del Geofon questo terremoto era scomparso, per cui ho dedotto che si è trattato del solito, anche se non frequente, falso positivo che ogni tanto arriva (forse una errata interpretazione automatica delle onde messe in giro dall’evento delle Sandwich Australi). Poi, accendendo il telefono, ho controllato su una app, che non modifica i dati dopo che li ha fissati, app dove in effetti, come di vede dalla schermata all'inizio del post, questo evento – fantasma era riportato. 

Il sito del Geofon avverte chiaramente di prendere
con le molle gli eventi generati in automatico 
Talvolta succede: non è la prima volta che i sistemi automatici segnalano eventi anche forti in zone asismiche o, addirittura, dentro il mantello, eventi poi tolti perchè - appunto - derivanti da errate interpretazioni effettuate dal sistema. 
Lì per lì avevo pensato ad un errore del genere anche per il terremoto M 6.5 del 3 aprile 2017 in Botswana e per me la conferma che invece si trattava di qualcosa di reale furono le cronache che ne parlavano e le numerose repliche associate alla scossa principale (sarebbe stato interessante un post sull’argomento, perché la geodinamica di quel terremoto è veramente particolare a causa della mia mania per le "cicatrici litosferiche" ma il tempo è sempre tiranno..). 

LOCALIZZAZIONE AUTOMATICA E CORREZIONE MANUALE DEI PARAMETRI DI UN TERREMOTO. Il concetto importante che voglio far notare in questo post è che in diverse pagine contenenti database sismici, come appunto il Geofon, esiste il concetto che la localizzazione di un evento sismico nella sua immediatezza sia piuttosto imprecisa. Infatti gli eventi si dividono in “riportati in automatico” o “revisionati da un sismologo”. E per esempio il Geofon stesso dichiara specificamente, come si vede qui accanto che "senza la revisione di un geofisico la posizone del terremoto potrebbe essere diversa da quella reale" (anzi.. alle volte si può trattare di un falso allarme).

Cosa vuol dire tutto questo? Per capire la localizzazione di un segnale radio si prendono 3 ricevitori e se ne confronta il relativo tempo di arrivo di quel segnale, perché più vicino è il ricevitore, prima arriverà (più o meno è lo stesso sistema, alla rovescia, che si usa per i localizzatori GPS).
Fondamentalmente funziona così anche in sismologia, ma qui c’è un inghippo di non trascurabile importanza: se le onde radio in atmosfera bene o male hanno una velocità che può ritenere costante per l’approssimazione che serve alla misura della localizzazione del ricevitore GPS, almeno per gli usi più comuni, a seconda del mezzo in cui si propagano, le onde sismiche presentano variazioni di velocità frequenti, rapide e soprattutto di entità tutt’altro che trascurabile, come vediamo nella tabella qui accanto, fornita dalla agenzia governativa statunitense EPA: ad esempio in un granito compatto le onde P si muovono a circa 5.5. km/s, mentre nelle sabbie come quella della riva del mare la velocità scende a meno di 2 km/s; e si tratta, litologia per litologia, di un valore “medio”, perché in realtà la velocità cambia caso per caso in base alle condizioni locali, che sono sempre diverse, dello stato in cui una roccia si trova (fratturazione, contenuto di acqua e quant’altro). 
Pertanto localizzare un evento sismico è estremamente più difficile che localizzare una sorgente radio in quanto per farlo occorre avere un preciso modello della velocità delle onde sismiche nella zona compresa tra l’ipocentro e il sismografo ricevente. Per questo di fatto all’inizio viene attribuita una posizione in maniera un po' spannometrica, e il dato viene successivamente migliorato. 
Lo stesso dicasi per la profondità, che per i terremoti superficiali all’inizio viene indicata con il valore standard di 10 km. Per cui gli eventi “rilocalizzati” nelle coordinate geografiche epicentrali e nella profondità ipocentrale sono ben più di quelli a cui vengono lasciati i valori attribuiti all’inizio e quando vedete “profondità 10 km” sappiate che probabilmente si tratta di una stima provvisoria.

I CASI DEL 30 NOVEMBRE 2018: in quel giorno  poche ore di distanza, ci sono stati due eventi che esemplificano bene quello che ho detto.

1. IL SUPPOSTO EVENTO IN ADRIATICO M 5.5. Nel tardo pomeriggio di quel giorno EMSC ha annunciato un evento sismico M 5.5 localizzandone l’epicentro nel Mare Adriatico. Un evento però stranamente non percepito sulla costa e che aveva messo un po' in allarme diversi utenti nei social network; fra l’altro INGV non lo aveva minimamente inserito nella sua lista, per cui in alcuni gruppi Facebook sono persino partiti i soliti insulti nei confronti di questa istituzione, del tipo “questi fannulloni che paghiamo noi manco si accorgono di questo terremoto” …. Invece era proprio la mancanza di questo evento nella lista terremoti di INGV che avrebbe dovuto far sospettare che qualcosa non quadrava...
EMSC ha successivamente riportato a M 3.3 l’evento qualche ora dopo, evento che 12 ore dopo risultava comunque completamente cancellato. Può succedere… 


IL SECONDO CASO: IL TERREMOTO DELL’ALASKA E L’INGHIPPO DELLA PROFONDITÀ. Ero a lavorare e non avevo certo tempo di smanettare. Fattostà che quando esco, alle 20.00 nella app che utilizzo (Terremoto, probabilmente collegata a INGV e che non aveva segnalato il terremoto dell’Adriatico) vedo un evento vicino a Anchorage e penso che possa aver generato gravi porblemi: l’informazione parla di M 6.9 a 19 km di profondità.
Arrivo a casa e apro il sito dell’USGS. Le cose da osservare subito sono la mappa dello scuotimento, il meccanismo focale e, nel caso di evento con possibili conseguenze sulle attività antropiche come questo, il PAGER, una previsione statistica su danni e perdite umane.
In particolare il meccanismo focale mi fece sobbalzare: lo stretto di Shelikov, la Baia di Cook e il loro retroterra (il bacino di Susitna) formano una zona ribassata grossolanamente allungata SW – NE rispetto a quanto li circonda, separata dall’oceano Pacifico da una dorsale in gran parte emersa formata dall’isola Kodjak e dalla penisola di Kenai; però secondo i miei ricordi nel quadro della collisione fra placca pacifica e placca nordamericana fanno parte dell’area di forearc, cioè della parte in compressione della placca superiore tra la fossa oceanica e l’arco vulcanico.
Insomma baia di Cook, bacino di Susitna, penisola di Kenai e isola Kodjak e il mare antistante equivalgono alla zona integralmente ricoperta dal mare nel mare a est del Giappone che ospita i maggiori eventi sismici come quello del 2011, tipicamente compressivi. 
Ebbene, il meccanismo proposto segnala invece una faglia normale, di tipo quindi distensivo. Mi vengono allora dei dubbi: forse ricordavo male e la baia di Cook è un abbozzo di bacino di retroarco sul tipo del Mar del Giappone. Ma no! No perché i vulcani sono più “in là”, cioè la baia di Cook è tra la fossa e l’arco vulcanico, pertanto è nel forearc e quindi è nella zona in compressione… per essere un’area in distensione i vulcani dovrebbero collocati su lato verso l’oceano della baia, e quindi su penisola di Kenai e isola di Kodjak. Invece sono dall'altra parte (la carta qui sotto spiega il tutto).



Pensai allora alla complessità regionale perché in quella zona presenta:
  • una curvatura nel limite di placca che poco a oriente di Anchoragre cambia di direzione da SW-NE a NNW-SSE
  • la amalgamazione nel Nordamerica di due blocchi esotici (Wrangellia e Yakutat)
  • diverse faglie che accompagnano la deformazione, inverse o trascorrenti (molte delle quali un mix fra questi due casi estremi: tranpressive, cioè trascorrenti con componente compressiva) 
  • e anche una interruzione dell’arco magmatico tra la punta NE dell’allineamento che viene delle Aleutine e i vulcani al confine tra il Canada e l’Alaska più meridionale

Allora ho ripreso appunti e bibliografia e ne ho cercata altra (oltretutto ne ho trovata di recentissima, che senza questo terremoto non avrei neanche cercato...) e ho continuato a non capire il perché del meccanismo estensionale di questo terremoto.
Poi la rivelazione: ritornando sulla pagina di USGS vidi che la profondità segnalata era diventata superiore a 40 km. A quel punto rimasi perplesso: “avevo letto male o c’era scritto 12 km?”. Riguardo la app, che, come ho sottolineato prima, per sua natura continua a riportare il dato iniziale e questa riportava 19.5, tanto per ribadire che all’inizio c’è una certa confusione sulla localizzazione; chiesi allora lumi ad un amico che aveva seguito la cosa, il quale mi confermò che la profondità era parecchio cambiata tra le prime stime e quelle definitive. 
A quel punto tutto il mio castello di dubbi finì, perché questo terremoto non è localizzato nella crosta dell'Alaska, bensì nello slab che vi si trova sotto, cioè nella parte della crosta dell’oceano Pacifico che sta scendendo nel mantello sotto l’Alaska. Quindi è in una placca diversa rispetto a quella in superficie. E chiaramente non ci sono relazioni fra le strutture della crosta intorno alla baia di Coo e quelle nel cuneo in discesa sottostante, dove appunto si è generato il sisma.

VALUTAZIONE IMMEDIATA E SUCCESSIVA DI UN TERREMOTO. Insomma, cari amici, è necessario ancora una volta puntualizzare alcuni aspetti importante dell’attività scientifica di analisi dei sismogrammi dopo che è avvenuto un terremoto: 
  • è possibile che i primi dati forniti “a caldo” siano scorretti, soprattutto posizione e Magnitudo dell’evento
  • i dati “migliori” sono in generale (a parte i casi neozelandesi….) quelli dell’agenzia più vicina al sito dell’evento e quindi in Italia il miglior riferimento è INGV.
  • è facile che più lontano si vada più venga sovrastimata la Magnitudo. 


Per cui non c’è nessun dolo da parte ad esempio di INGV nell’”abbassare la Magnitudo”: semplicemente una analisi più approfondita dei simogrammi e nuovi dati portano a migliorare la precisione dei parametri ipocentrali ed è abbastanza frequente che la Magnitudo risulti alla fine un po' più bassa di quella inizialmente ipotizzata, come pure è la regola che varino la localizzazione e la profondità dell’evento.

sabato 17 novembre 2018

I Campi Flegrei e la possibile eruzione distruttiva: il solito allarme giornalistico


No. L'eruzione epocale dei Campi Flegrei non è imminente. O, meglio, É praticamente certo che prima o poi avverrà ma non è detto che arrivi "a breve" dal punto di vista umano (e Dante's Peak in confronto sarebbe una passeggiata...). Lo si deduce in primis dalla storia geologica (i vulcani che formano caldere hanno spesso il vizio di farlo più volte..) e da una analisi sulle lave degli ultimi 60.000 anni, che ha rivelato come i prodotti dell'eruzione più recente, quella del Monte Nuovo del 1538, possiedano le caratteristiche tipiche delle eruzioni che precedono (ripeto: non necessariamente a breve) i collassi calderici. Insomma, tutte le volte che si parla di Vesuvio o Campi Flegrei, qualsiasi articolo scientifico che esce viene successivamente infarcito sulla stampa e su internet da fantasie su catastrofi imminenti. Vediamo dunque, dopo un breve riassunto della storia del vulcano, cosa dice questo interessante lavoro.

Rispetto ad un terremoto, una eruzione vulcanica in genere viene prevista: questo grazie ai suoi precursori, in particolare il tremore sismico (una serie continua di terremoti normalmente di piccola intensità provocati dal magma che si apre la strada sotto il vulcano) e alcune variazioni nella temperatura e nella composizione delle fumarole. Rilevare questi fenomeni vuol dire alzare il livello di sorveglianza prima che il tutto accada. Nessun vulcano monitorato è mai andato in eruzione senza questi precursori, anche se in qualche caso tra la certezza dell’eruzione e il suo arrivo il tempo è stato inferiore al previsto.

Il Vesuvio e Campi Flegrei sono vulcani attivi: anche se attualmente dormono sono in grado di produre i possibili precursori di una eruzione “da un momento all’altro” e, nel loro specifico, sono caratterizzati da due importanti fattori di rischio che ne aumentano la pericolosità:

  • appartengono al tipo più “cazzuto” che esiste di vulcani, quelli a magmi potassici: nonostante siano abbastanza rari, fra questi troviamo ad esempio Tambora, Rabaul e Yellowstone, cioè gli autori, insieme ai Campi Flegrei, di alcune delle più violente eruzioni degli ultimi 100.000 anni. Insomma, se i vulcani potassici costituiscono un numero quasi irrilevante nelle statistiche sui vulcani dal punto di vista del numero, in quelle delle eruzioni catastrofiche sono molto ben piazzati
  • sono all’interno di un’area intensamente popolata e che conserva beni culturali di importanza assoluta (fatto questo comunque “normale” per un’area in territorio italiano...)

In più i Campi Flegrei suonano un po' differente dal concetto normale di vulcano, che prevede - come ad esempio il vicino Vesuvio - una montagna che si erge da quanto la circonda: infatti si tratta di un insieme di crateri di varie dimensioni che si intersecano fra loro, con una altezza risibile rispetto ad un vulcano normale; questo perché la loro storia, almeno negli ultimi 60.000 anni consiste in una serie di eruzioni più o meno “normali” punteggiate da due eventi che hanno provocato la formazione di una caldera, cioè di una vasta depressione provocata dallo svuotamento improvviso di una camera magmatica e deposto spessori importanti rappresentati dall’Ignimbrite Campana e dal Tufo giallo Napoletano.
La stratigrafia dei Campi Flegrei è stata ricavata da un sondaggio che ha perforato il sottosuolo della caldera per 501 metri, il Campi Flegrei Deep Drilling Project (CFDDP) (quello che aveva suscitato forti e assurde preoccupazioni da parte di catastrofisti, i quali sostenevano che avrebbe potuto provocare una eruzione…..) ed è illustrata in Di Natale et al (2016).

Come si produce una caldera
I CICLI DEI VULCANI CHE PRODUCONO CALDERE. Un vulcano caratterizzato da una caldera, come anche Yellowstone, spesso ha una attività ciclica di calderizzazione che si ripete nel tempo. Ogni ciclo è caratterizzato non solo da una diversa frequenza delle eruzioni "normali" (quelle non distruttive), ma anche da significative differenze nel chimismo dei magmi:

  1. il ciclo comincia quando i magmi silicici si accumulano in un serbatoio a bassa profondità nella crosta; la risposta superficiale consiste in eruzioni non frequenti tra lunghe fasi di quiescenza; i magmi sono molto evoluti, cioè hanno subìto importanti processi di differenziazione, per cui mostrano un contenuto di silice piuttosto alto, mentre contengono poco Fe e Mg e pochi cristalli dentro una pasta vetrosa (nei magmi si può grossolanamente dividere una pasta vetrosa da cristalli solidi che vi “nuotano” come rami dentro un fiume in piena)
  2. nell’eruzione principale viene emessa una quantità enorme di magmi che letteralmente svuota in gran parte la camera magmatica: lo svuotamento provoca il collasso della crosta sovrastante e si forma un enorme cratere largo anche parecchi km. Nonostante che questa fase duri molto poco c'è una enorme differenza fra i magmi all'inizio a alla fine dell'eruzione, con gli ultimi molto meno differenziati e contenenti una significativa percentuale di cristalli (nei Campi Flegrei si va da magmi vetrosi al 96% sino a magmi con meno del 70% di vetro). Questo aspetto dimostra la presenza di un notevole afflusso di materiale “nuovo” dalle profondità della crosta
  3. nella fase post-collasso si assiste ad una progressiva ricarica della riserva che si era svuotata. I magmi post-collasso sono meno differenziati quindi hanno più Fe e Mg e sono meno ricchi in silice, mentre le eruzioni sono più frequenti

Il passaggio dalla fase che segue l’evento principale a quella che ne precede il successivo è quindi marcato da un cambio sia nella frequenza degli eventi, che diventano più rari e nel chimismo dei prodotti, che si evolve verso termini più differenziati in cui ad esempio scompaiono minerali come i pirosseni, ricchi in Fe e Mg, al contrario frequenti nei primi magmi seguiti al collasso calderico e in cui aumenta significativamente la percentuale di vetro rispetto a quella dei cristalli. 
Un'altra caratteristica importante è rappresentata dalla temperatura di equilibrio e dal contenuto in acqua dei magmi: 
  • dopo la formazione della caldera i magmi sono più caldi e con un contenuto di acqua minore; con il tempo la loro temperatura di equilibrio (cioè, approssimativamente, quella alla quale fonderebbe) diminuisce
  • al contrario, il contenuto di acqua aumenta. 
  • il collasso calderico è segnato da un aumento della temperatura di equilibrio e da una diminuzione del contenuto di acqua. entrambii trend si invertono bruscamente in corrispondenza del collasso calderico, in cui aumenta la temperatura di equilibrio e diminuisce il contenuto di acqua

L'inversione durante il collasso di questi parametri e di quelli precedenti è la spia del fatto che il collasso calderico sia connesso ad un massicico arrivo di nuovo magma dal basso che perturba la camera magmatica. 

L'ATTIVITÀ ERUTTIVA DEI CAMPI FLEGREI TRA 60.000 E 16.000 ANNI FA. La storia del vulcano è ben ricavabile dall’Osservatorio Vesuviano (sito internet). Se le caratteristiche dell’attività vulcanica sono state nel passato simili a quello che è successo negli ultimi 16.000 anni, i Campi Flegrei hanno alternato fasi di qualche migliaio di anni di attività frequente a fasi di riposo sempre nell’ordine delle migliaia di anni. Inoltre abbiamo due episodi fondamentali in cui quanto c’era è stato praticamente distrutto da collassi calderici che hanno emesso delle ingenti quantità di materiali in atmosfera e lasciato grandi tracce sul terreno e cioè:

  1. circa 39.000 anni fa l’eruzione dell’Ignimbrite Campana, uno degli eventi più violenti degli ultimi 100.000 anni al mondo
  2. circa 15.000 anni fa l’eruzione del Tufo Giallo Napoletano

ATTIVITÀ ERUTTIVA DEGLI ULTIMI 15.000 ANNI. I dati degli ultimi 15.000 anni, cioè del dopo - Tufo Giallo, sono, come è logico, molto più frequenti perché non è intervenuta da allora nessuna eruzione distruttiva. La prima cosa che si nota bene è la divisioni in più fasi di attività, delimitate da pause più o mneo lunghe:

  • tra 15.000 e 9.500 anni fa hanno avuto luogo 34 eruzioni esplosive, con una media di una eruzione ogni 70 anni
  • tra 8.600 e 8.200 anni fa, dopo un periodo di quescenza di meno di 1000 anni, si verificava in media una eruzione ogni 65 anni,  6 delle quali sono state fortemente esplosive
  • dopo altri 3000 anni di silenzio, tra 4.800 e 3.800 anni fa ci sono state 16 eruzioni esplosive e 4 eruzioni effusive, che si sono succedute con una frequenza media di una eruzione ogni 50 anni
  • poi il silenzio, che dura quindi da quasi 4000 anni, rotto esclusivamente dalla piccola eruzione del Monte Nuovo nel 1538

Questo ovviamente escludendo quello che è successo sia al Vesuvio, sia soprattutto a Ischia, dove fra il 2000 a.C. e il 1302 si contano oltre 15 eruzioni. Ma Ischia, come il Vesuvio, sono considerati apparati a se stante, anche se per alcuni Autori la camera magmatica principale è la stessa.

LE VARIAZIONI NEL TEMPO DEI MAGMI FLEGREI. Nel lavoro appena uscito (Forni et al, 2018) i ricercatori combinano varie informazioni petrografiche e geochimiche ricavate da campioni di roccia, minerali e vetri di grandi dimensioni provenienti da 23 eruzioni diverse degli ultimi 60.000 anni di storia dei Campi Flegrei, inclusi i due eventi che hanno formato le caldere  39000 e 15000 anni fa e le unità chiave rappresentative di attività che ha preceduto e seguito le due eruzioni catastrofiche.
I dati “buoni” sulle fasi intermedie che hanno preceduto gli episodi principali sono scarsi; penso che ciò sia duvuto al fatto che i collassi calderici abbiano distrutto buona parte della storia eruttiva immediatamente precedente. Guardiamo in particolare i dati sulla cristallizzazione e sul contenuto in cristalli:

  • i pochi dati pre-ignimbrite campana mostrano un contenuto in cristalli estremamente basso e una differenziazione molto spinta, talvolta più spinta deill’evento principale, in linea con quello che dovrebbe succedere teoricamente
  • i primi magmi del periodo fra i due eventi principali sono poco evoluti e poi presentano un graduale aumento della differenziazione 
  • il grado di differenziazione dopo un massimo  scende di poco prima di arrivare al collasso di 16 mila anni fa. Sono prodotti con scarso contenuto di cristalli tranne il caso di Trentaremi, che appartiene presumibilmente alla fase post-Ignimbrite Campana e non alla successiva pre-tufo giallo

Le tre fasi successive all’evento del Tufo Giallo di 15.000 anni fa hanno caratteristiche petrologiche interessanti:

  1. la prima è un tipico esempio di attività post – collasso, con magmi poco differenziati e ricchi in cristalli
  2. la seconda è rappresentata in questo lavoro da un dato singolo, molto evoluto e con pochi cristalli
  3. nella terza i magmi sono piuttosto evoluti, ma il contenuto in cristalli è particolarmente alto

Le variazioni nel temo di temperatura di equlibrio
e contenuto di acqua nei magmi flegrei - Forni et al, 2018)
CARATTERISTICHE DELL'ERUZIONE DEL 1538. Venendo all’ultima eruzione del Monte Nuovo del 1538, il magma è particolarmente omogeneo ed evoluto (anzi, è il più differenziato di sempre!) e il più povero di sempre di cristalli; insomma, per questi parametri ed altri, per esempio:

  • la temperatura teorica del liquido che ha generato il magma, molto bassa come che è minima prima della formazione della caldera e massima nelle sue fasi finali
  • il contenuto in acqua

Questa eruzione ricorda moltissimo i prodotti che hanno preceduto le fasi iniziali degli eventi di formazione delle caldere, non solo quella dei Campi Flegrei.
Quindi questa ultima eruzione indica l’inizio di una nuova fase che potrebbe potenzialmente essere il segnale che in un momento imprecisato del futuro, in una grande eruzione che culminerà nella formazione di una nuova caldera
Quando? Potenzialmente “presto” in termini geologici. Ma è estremamente probabile che non la vedrà nessuno di coloro che attualmente vivono sulla Terra. Inoltre i segnali dell'arrivo di un nuovo e massiccio afflsso di magma, necessario per disturbare la camera magmatica attuale e indurre l'eruzione catastrofica, sarebbero ben evidenti, probabilmente anche mesi prima dell'evento.
Con questo, ritengo lo stesso che nell'area a rischio viva un pò troppa gente...


Di Natale et al (2016) The Campi Flegrei Deep Drilling Project (CFDDP): New insight on caldera structure, evolution and hazard implications for the Naples area (Southern Italy), Geochem. Geophys. Geosyst., 17, 4836–4847, doi:10.1002/ 2015GC006183.
Forni et al (2018) Long-term magmatic evolution reveals the beginning of a new caldera cycle at Campi Flegrei. Sci. Adv. 4, eaat9401
Osservatorio Vesuviano http://www.ov.ingv.it/ov/it/campi-flegrei/storia-eruttiva.html - consultato il 16 novembre 2018


venerdì 9 novembre 2018

Riflessioni sull'assetto del territorio dopo gli ultimi eventi atmosferici





Ho già avuto qualche screzio con un paio di detentori di case abusive (dei quali uno potrebbe essere graziato – a nostre spese – dal nuovo condono strisciante ischitano) e continuo a non capire come sia possibile che una costruzione abusiva possa essere venduta, affittata, servita da utenze e segnalata con un numero civico… Continuo anche a chiedermi se l’abusivismo edilizio in zone a rischio sia una questione di irresponsabilità o di ignoranza: la differenza non è di poco conto perchè un irresponsabile sa di stare facendo una cosa sbagliata e/o pericolosa, mentre un ignorante non si rende conto di attuare un comportamento a rischio. D’altro canto è evidente l’atteggiamento quantomeno passivo nei confronti dell’abusivismo di alcune macchine comunali (dai sindaci in giù): visto che una casa non si costruisce in una notte, spiegatemi come sia possibile fare operazioni edilizie così evidenti senza che nessuno le noti…. Quando poi sento il sindaco di Agrigento (non so e non mi interessa il partito in cui milita) dire che i regolamenti urbanistici devono mettere al centro il cittadino, anziché, come sarebbe più logico, le esigenze dell’assetto del territorio e specialmente quelle dei fiumi, capisco che c’è poco da fare: bisogna rassegnarsi al “disastro continuo”. Ma facciamo il punto sulla situazione.




IL PARAGONE FRA 1966 E 2018, IN PARTICOLARE A PROPOSITO DEL VENETO. Martedì 30 ottobre tramite amici che stanno da quelle parti avevo capito che la situazione nell’Alto Veneto era estremamente drammatica e che la grande copertura mediatica sugli yacht di Portofino non puntava alle cose più importanti che erano successe in quei giorni; purtroppo solo qualche giorno dopo anche i media si sono – finalmente – accorti del dramma. D’accordo, anche qui qualcuno avrà esagerato costruendo qualcosa in un posto non troppo sicuro, ma stiamo parlando in questo caso soprattutto di frane e danni a boschi, anche se qualche vittima c’è scappata lo stesso… ma non riesco ad immaginare neanche lontanamente cosa potrebbe essere accaduto se ci fosse stata una situazione edilizia come quella di Contrada Cavallaro...

Domenica 28 ottobre era chiaro che la faccenda si stava mettendo molto male e ne parlavo con l’amico Michele Cavallucci dell’Osservatorio meteo – sismico di Perugia (seguite anche la pagina FB dell’osservatorio… interessante…): le figure atmosferiche erano le stesse, però non volevo essere il primo ad agitare lo spettro del 1966 e ho aspettato che lo dicesse qualcun altro. Trovo significativo che a farlo sia stato il governatore del Veneto, Zaia: è importante che il Governatore di una Regione potenzialmente interessata da un grave evento atmosferico sia il primo ad annunciare il rischio. 
Già, il Veneto. Perché se l’evento del novembre 1966 è ricordato universalmente per i danni subìti da Firenze, io insisto a chiamarlo “evento alluvionale della Toscana e dell’Italia di nord-Est”, in quanto gli epicentri del problema sono stati due: oltre alla Toscana (una buona parte, non solo Firenze), anche per i monti del Triveneto è stato un avvenimento epocale.
La situazione dei primi di novembre del 1966
Ai primi di novembre del 1966 sulla Spagna c’era un’area depressionaria, il cui profondo minimo di 994 hPa provocò una massiccia evaporazione nel Mediterraneo occidentale. Purtroppo, contemporaneamente, sui Balcani insisteva un’alta pressione che ha bloccato la perturbazione nel suo movimento verso est, costringendola a scaricare quindi sulla nostra penisola tutta la sua acqua; in più la fortissima differenza di pressione fra il Mediterraneo e i Balcani innescò sull’Adriatico venti meridionali caldi ad oltre 100 km/h.
Ed è esattamente quello che è successo anche la settimana scorsa in Veneto: perché i danni oltre alle piogge che hanno gonfiato i fiumi e provocato tutte quelle frane sono stati causati dai venti meridionali incredibilmente forti innescati anche questa volta dalla differenza di pressione esistente fra il Mediterraneo occidentale e i Balcani; venti che, come nel 1966, hanno spinto le acque dell’Adriatico, provocando uno dei peggiori episodi di “acqua alta” degli ultimi 100 anni e questa volta hanno devastato, insieme alle piogge, la parte più elevata della catena alpina in Veneto.
La tempesta di vento è stata dunque eccezionale nella sua violenza e dovuta alle circostanze meteorologiche particolari. E che non sia un evento comune lo attestano proprio le devastazioni di alberi pluricentenari venuti giù come fuscelli. La differenza principale è che nell’ottobre 1966 il tempo freddo e umido aveva depositato anche a quote basse parecchia neve e il suo scioglimento dettato da piogge e riscaldamento dette un fattivo contributo alle piene. Stavolta – per fortuna – questo contributo è mancato, il che ha almeno salvato le pianure da larghe esondazioni.


Densità di frane in maglie di 2 km dal rapporto
sul dissesto idrofeologico di ISPRA 2018

PERCHÈ COSÌ TANTE FRANE ED ALLUVIONI IN ITALIA? Anche le piogge del 2018 sono state eccezionali, ma lo è stato soprattutto il vento che raramente procura nel nostro Paese danni così vasti; per il resto, frane ed alluvioni in caso di forti piogge sono una caratteristica “classica” del territorio italiano, in quanto dal punto di vista della difesa del suolo l'Italia è uno dei Paesi più difficili che si possano immaginare, offrendo delle specificità peggiorative rispetto alla situazione classica europea:

- un rilievo giovane, con due catene montuose in cui i processi tettonici sono ancora attivi, come dimostrano i frequenti terremoti ma anche le elevate differenze di altitudine in zone meno sismiche 
-  colline e monti bellissimi ma spesso composti da sedimenti vagamente consolidati più che da rocce litificate
- una idrografia che si sviluppa in tanti piccoli bacini anziché in pochi grandi bacini
- un territorio circondato da mari caldi che apportano piogge molto intense
- una densità di popolazione molto elevata, come il tasso di occupazione artificiale del suolo



Quindi è per la natura stessa del territorio che i processi dominanti nell’evoluzione naturale del paesaggio italiano siano frane, alluvioni (e anche terremoti). Il mix di queste circostanze è terribile, perché i bacini idrografici piccoli quando sono esposti a forti piogge sono molto più soggetti a piene improvvise di bacini grandi: andando nei casi estremi il Fereggiano a Genova nel 2014 e il Rio Maggiore a Livorno nel 2017 sono esondati quando ancora pioveva; invece nel 2000 le Ferrovie ebbero tutto il tempo di rialzare il ponte di Rovigo sulla Bologna – Padova prima che la piena del Pò causata dall’alluvione piemontese avvenuta giorni prima arrivasse nel basso Veneto; anche l'inondazione di Dresda del 2002 e quella di Parigi del 2015 furono preannunciate diversi giorni prima, dando il tempo di mettere in sicurezza diverse opere d'arte.

Una situazione del genere imporrebbe particolari precauzioni dal punto di vista dell'uso del territorio. E invece fra tutte le Nazioni europee la nostra è probabilmente quella in cui il rispetto per il territorio è minore, un Paese in cui sono state fatte molte cose che non dovevano essere fatte e ne sono state realizzate ben poche di quelle che dovevano essere fatte per un suo corretto uso.


l'alveo del Bientina (Pisa) tornato palude durante una alluvione

FIUMI, PALUDI E LAGUNE COME DOVREBBERO ESSERE E COME SONO. Vediamo i fiumi nascere, ricevere gli affluenti e sboccare in mare. È una configurazione quasi totalmente artificiale: in Natura un fiume, dopo una ripida discesa dal monte, arrivando nel piano si impaluda, si divide in più rami, ed è libero di modificare a suo piacimento il suo corso in lungo ed in largo per tutta la valle, dove zone asciutte si alternano ad acquitrini e laghi.

L’uomo invece ha confinato i fiumi in alvei sempre più stretti, spesso rettificati con una lunghezza ridotta anche a un terzo di quella originaria. Le rettifiche, ideate per aumentare lo spazio per l’agricoltura e diminuire le distanze agevolando i trasporti (prima delle ferrovie le merci viaggiavano quasi esclusivamente sui fiumi), ha comportato gravi effetti negativi: l’incremento della pendenza e l’eliminazione delle curve hanno aumentato la velocità della corrente, diminuendo il volume di acqua contenibile dall'alveo e la distanza fra gli affluenti, i quali ormai riversano le loro piene quasi contemporaneamente nel corso principale.
Le paludi sono praticamente inutili per l’Uomo (anzi, erano luoghi malsani ed inospitali, quindi fino alla scoperta della cura per la malaria erano anche estremamente pericolose) ed erano così sgradite che Dante ne parla così:


Qual dolor fora, se de li spedali

di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre
e di Maremma e di Sardigna i mali
fossero in una fossa tutti ’nsembre,
tal era quivi, e tal puzzo n’usciva
qual suol venir de le marcite membre
Inferno XXIX, 46 - 51

Siamo nella nona bolgia dell'ottavo cerchio, insomma il puzzzo delle paludi si trova quasi in fondo all'inferno...
Le bonifiche, che hanno fornito spazio per le attività umane (principalmente l'agricoltura) nel contempo hanno tolto aree di stoccaggio per le piene e pertanto i fiumi si ritrovano a dover gestire anche quella percentuale di acqua che si sarebbe fermata nelle paludi, mentre a causa del disboscamento i suoli montani trattengono meno le piogge e immettono più velocemente l’acqua nei fiumi.
Anche le coste lungo le pianure non sono naturali: la laguna veneta, che ci sembra una eccezione, in realtà è proprio quello che ci si dovrebbe aspettare per una costa lungo una pianura, dove al posto di una linea di costa precisa in condizioni naturali ci sarebbe una successione di stagni, dune, cordoni litorali - insomma.. una laguna - con un limite fra acque salmastre e quelle dolci delle paludi all’interno molto più sfumato di quello che vediamo oggi.
Insomma, in Italia buona parte delle aree pianeggianti sarebbe per natura coperta da specchi d’acqua e ciò che vediamo adesso, dalle pianure interne a quelle costiere, è il risultato di vaste operazioni di bonifica.
Per chi volesse qui ho scritto qualcosa sul problema delle bonifiche.


Nelle aree urbanizzate sparisce il reticolo superficiale delle bonificihe: il sistema fognario sarà adeguato?
Immagine dell'Autorità di bacino dell'Appennino Settentrionale di Prato, Campi Bisenzio e la parte occidentale di Firenze) 


I SUOLI SIGILLATI. Già i suoli agricoli non sono il massimo rispetto a quelli naturali quanto ad assorbimento dell'acqua (specialmente quelli in cui i filari o islchi sono paralleli alla massima pendenza), ma in quelli artificiali (intendendo con questo termine solo i suoli sigillati, cioè coperti da edifici, strade etc etc) diventa impossibile: la copertura artificiale toglie al suolo la possibilità di assorbire la pioggia e in città soltanto i giardini la drenano naturalmente; pertanto è necessario un sistema fognario efficiente (che – comunque – immette l’acqua piovana nei fiumi prima rispetto ad un suolo naturale).

Non ci si deve quindi stupire se a volte bastano poche ore di pioggia per esondare: se piove una certa quantità di acqua in qualche modo una certa percentuale di essa dovrà per forza defluire. Allora i fiumi escono dal loro alveo, o meglio da quel poco che gli abbiamo lasciato, sommergendo quanto incautamente gli abbiamo costruito intorno.

La costruzione delle casse di espansione, zone che possono essere allagate in caso di piena è finalizzata proprio a catturare l'acqua in eccesso, rilasciandola a piena finita. Il rischio alluvione zero non si può ottenere e le alluvioni in quanto tali non si potranno mai evitare, anche se è possibile evitarne alcune conseguenze trattando meglio i fiumi e costruendo in zone più sicure (o meno insicure). Ma l’attuale domanda umana di uso del territorio potrebbe consentire di vivere solo in zone a basso rischio idrogeologico?



SITUAZIONE ODIERNA. Specialmente dal dopoguerra abbiamo assistito ad una edificazione incontrollata (e spesso abusiva) nelle aree a rischio frana o alluvione e adesso ne paghiamo le logiche conseguenze, mentre la legislazione è stata – spesso consapevolmente – carente e/o farraginosa. A dimostrazione della nostra scarsa propensione ad un uso corretto del territorio in pochi anni abbiamo avuto diversi condoni edilizi, di cui quello del 1993 approvato mentre in Piemonte si stavano contando i danni della peggiore alluvione dopo quelle del 1966.

La farraginosità riguarda anche le procedure, complicate dalla dispersione delle competenze dal punto di vista burocratico fra i vari enti per cui spesso non si sa chi deve fare cosa.



A questo si aggiungono altre importanti concause antropiche: dopo bonifiche, rettifiche e restringimento (se non tombinature!) dei fiumi, circostanze quali il degrado del reticolo idrografico minore e l’abbandono delle montagne e delle fasce collinari hanno diminuito la capacità dei corpi d’acqua di assorbire le acque piovane, ridotto i tempi di concentrazione delle piene e favorito il dissesto del territorio.  Inoltre le operazioni di bonifica erano basate su un fitto reticolo di canali per il deflusso delle acque, che in molte zone è stato cancellato e in altre è oggetto di una manutenzione insufficiente come lo è quello di altre opere idrauliche di regimazione come le briglie.

Però bisogna ricordarsi che, come dicono ad Arezzo,  l’acqua affitta, ma non compra e quando un fiume ha bisogno di spazio… se lo riprende, punto e basta.
Non ci si può allora stupire che a fiumi e torrenti siano sufficienti pochi giorni (se non ore) di pioggia per esondare: quando piove una certa quantità di acqua (e non si può evitare che succeda ....) è perfettamente logico che in qualche modo una certa percentuale di essa dovrà pure defluire. Allora i fiumi escono dal loro alveo, o meglio da quel poco che gli abbiamo lasciato, sommergendo quanto incautamente gli abbiamo costruito intorno e i versanti franano.

  
Malguzzi et al (2006) The 1966 ‘‘century’’ flood in Italy: A meteorological and hydrological revisitation. Journal of Geophysical Research 111, D24106, doi:10.1029/2006JD007111, 200