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lunedì 19 marzo 2012

L'origine degli europei tra cacciatori - raccoglitori paleolitici e agricoltori neolitici


Chi siamo e da dove veniamo noi europei? È un'idea ormai comunemente accettata che il genoma europeo rappresenti un mix fra i vecchi cacciatori - raccoglitori autori delle celebri pitture rupestri e nelle grotte e gli agricoltori venuti dal mediooriente. Oggi grazie ai marcatori genetici è possibile capire meglio come si sono svolte le vicende che hanno portato all'assetto della popolazione europea agli albori della storia.


Se c'è la fortuna di avere materiale archeologico ben preservato da cui ottenere delle buone sequenze di DNA, le ricerche genetiche offrono una serie di spunti importantissimi per capire come è avvenuto il popolamento dell'Europa. Dato l'alto tasso di variabilità genetica all'interno di ogni popolazione umana, si può avere un quadro statisticamente rappresentativo della situazione solo con un numero sufficiente di reperti.

Il DNA mitocondriale viene trasmesso esclusivamente per linea femminile e quindi non è sottoposto a rimescolamenti; inoltre è una sequenza molto più breve di quello nucleare. Per questi motivi è molto usato negli studi genetici.

Un gruppo coordinato dall'ormai “mitico” Svante Paabo ha compiuto una ricerca, pubblicata suPlosOne (primo firmatario Qiaomei Fu), su una serie di popolazioni europee attuali confrontandole con materiali archeologici provenienti dai due grandi gruppi che hanno contribuito al popolamento dell'Europa: i cacciatori – raccoglitori del Paleolitico, discendenti dai primi sapiens arrivati in Europa meno di 50.000 anni fa e gli agricoltori neolitici arrivati nel continente dal Medio Oriente da 7.000 anni fa in poi. La ricerca ha ottenuto indicazioni estremamente interessanti.

Il confronto parte da due aplogruppi (sequenze di DNA) diversi, l'aplogruppo H e l'aplogruppo U.

H è un aplogruppo che si ritiene originato in Medio Oriente circa 30.000 anni fa. U invece è un aplogruppo con diverse variazioni interne ed è sorto circa 55.000 anni fa. Ha una diffusione piuttosto vasta ma la caratteristica maggiore è è che nelle popolazioni di cacciatori – raccoglitori europei del Paleolitico la sua frequenza è oltre l'80%.
U è molto composito ed in particolare U5 sembra essere sorto in Europa durante l'Aurignaziano, più o meno a ridosso dell'ultimo massimo glaciale. Anche fra gli agricoltori neolitici europei U è presente, ma con una percentuale molto più ridotta, il 12% (inoltre queste due popolazioni sono caratterizzate da versioni leggermente diverse di U).


Il genoma dei cacciatori – raccoglitori è molto meno vario di quello degli agricoltori, come si vede qui sopra da questo diagramma contenuto nel lavoro del gruppo di Paabo: sono presenti appena 4 aplogruppi, con una stragrande preponderanza di U (che sommato al K, una sua derivazione, copre ben l'87% della frequenza). Negli agricoltori invece sono significativamente presenti 8 aplogruppi: la frequenza di H, il più diffuso, è quasi il 30%, con ben altri 5 aplogruppi con frequenza superiore al 10%. H, così diffuso negli agricoltori, non è invece documentato fra i cacciatori – raccoglitori.

La bassa varietà del genoma dei cacciatori – raccoglitori dimostra che sono una popolazione estrema e molto differenziata, rimasta abbastanza isolata: è normale che nelle popolazioni più lontane dai centri genetici ci sia una riduzione della diversità genetica.

Le analisi riescono a darci delle indicazioni molto importanti sul popolamento dell'Europa. U mostra un chiaro aumento della popolazione tra 20 e 10 mila anni fa, legato al ritiro dei ghiacci avvenuto dopo l'ultimo massimo glaciale, durante il quale gli uomini erano stati costretti a frequentare soprattutto rifugi mediterranei, spesso situati in pianure oggi sotto il livello del mare come l'Adriatico settentrionale, oppure nella Francia Meridionale. La risalita della temperatura ha provocato uno spostamento verso nord delle fasce climatiche per cui le steppe hanno guadagnato spazio verso nord ma ne hanno perso verso sud per la risalita delle foreste mediterranee favorite anche da un aumento della piovosità. In generale l'Uomo del Paleolitico prediligeva gli animali degli spazi aperti a quelli di boschi e foreste e allora i cacciatori – raccoglitori oltre a dover abbandonare per la risalita del livello marino molti dei rifugi dell'Europa Meridionale hanno seguito le loro prede che si spostavano assieme alla steppa. Dallo stabilizzarsi del clima al passaggio Pleistocene – Olocene in poi la densità di popolazione è rimasta costante fino all'avvento degli agricoltori medioorientali. È significativo il fatto che tra 6 e 5.000 anni fa le popolazioni di cacciatori – raccoglitori subiscano un netto calo, in concomitanza con l'arrivo degli agricoltori.
In contrasto, H mostra un netto aumento della popolazione che lo possiede a partire circa da 9000 anni fa, con un importante picco di incremento datato a circa 7000 anni fa.

Le ultime testimonianze dei cacciatori – raccoglitori europei risalgono a circa 4.000 anni fa e questo dato è interessante se comparato con i dati genetici: da quel momento U è in leggera ripresa e la sua espansione è molto simile a quella di H. Segno questo di una assimilazione dei discendenti dei vecchi abitanti dell'Europa da parte dei nuovi arrivati.

Una cosa molto interessante è la distribuzione attuale di U, quasi sempre inferiore al 20%. ci sono però dei massimi, fra i quali uno in particolare molto forte nel Caucaso e un'altro nelle zone nordiche dove l'agricoltura non è mai arrivata. Valori minimi si trovano in Romania, Spagna e Grecia. Curiosamente in Bulgaria e nei Balcani c'è un a frequenza più alta che in buona parte dell'Europa centrale e nelle Isole Britanniche.

mercoledì 11 gennaio 2012

Il vulcanismo terziario fra Francia, Germania, Cechia e Polonia: riflessi settentrionali della formazione delle Alpi

In questi giorni la cattiva stampa si è molto scatenata per presunti rischi di una forte eruzione al Lacher See, un vulcano della catena dell'Eifel, in Germania, lungo la fossa del Reno Superiore. In questo momento nulla fa pensare ad un'eruzione (le emissioni di CO2 sono registrate da sempre, non solo negli ultimi giorni). Al proposito, rimando al post apposito su Eruption in cui il buon Eric Klemetti distrugge quell'allucinante articolo uscito sul Daily Mail, privo di qualsiasi senso da un punto di vista scientifico. Credo però interessante riprendere un discorso leggermente diverso e cioè spiegare le motivazioni di tutto quel vulcanismo che ha interessato nel Terziario l'apparentemente stabile Europa Centrale.

L'Europa a nord delle Alpi è stata interessata da una serie di manifestazioni magmatiche negli ultimi 70 milioni di anni, inquadrati nella Provincia Vulcanica Centro Europea, nota con la sigla CEVP. È probabile che l'attività sia tutt'ora in corso: in Germania (Eifel), Francia (catena dei Puy nel Massiccio Centrale) ed in Spagna ci sono manifestazioni oloceniche e nell'area della Sierra de Valenzuela, 200 km a sud di Madrid, c'è stata una attività fumarolica tra il XVI e il XVIII secolo) (anche la Spagna è il retroterra della catena alpina né più né meno della Germania o della Francia: bisogna considerare Corsica, Sardegna, Calabria Baleari etc etc tutte attaccate alla costa europea prima dell'apertura dei bacini del Mediterraneo Occidentale). L'attività nella Penisola Iberica è un motivo in più per dire che la CEPV è ancora attiva è che non si tratta di manifestazioni vulcaniche continue ma di eruzioni intervallate a lunghi periodi di stasi dell'attività che si protraggono ormai da oltre 60 milioni di anni.

I prodotti della CEPV sono distribuiti un po' in tutta l'area tra Polonia e Francia, come si vede dalla carta, tratta da un lavoro di Meyer e Foulge disponibile sul sito dei mantle plumes . L'attività della CEPV non può essere ascritta ad un classico punto caldo associato ad un pennacchio del mantello classico e cioè una zone anomalmente calda del mantello (meglio nota con il termine inglese di “mantle plumes”) per diversi motivi. Analizziamoli considerando un punto caldo classico come quello delle Hawaii, con il quale si notano molte differenze fondamentali:

- geografia: non c'è un trend geografico nel tempo (per esempio prime manifestazioni in Polonia, poi il magmatismo si sposta verso la Germania e ancora dopo verso la Francia): i prodotti della CEPV sono distribuiti più o meno in tutta l'area ad ogni intervallo temporal

- evoluzione tettonica: in un classico Mantle Plume si assiste prima ad un sollevamento, poi alla messa in posto dei magmi a cui segue un successivo abbassamento dell'area. In Europa Centrale invece sollevamenti e magmatismo vanno di pari passo

- composizione dei magmi: i magmi della CEVP sono dei classici esempi di liquidi dovuti alla fusione molto parziale di piccole zone del mantello che hanno subito una decompressione. Da un punto di vista chimico assomigliano molto alle lave tipiche dei punti caldi (OIB – basalti di isole oceaniche) e quindi sono simili alle lave hawaiiane, solo che sono stati prodotti a temperature molto più basse e senza la grande anomalia termica che caratterizza i plumes

- struttura del mantello: sotto i pennacchi ci sono delle estese zone in cui la temperatura è anomalmente alta che arrivano al mantello inferiore. Sotto la CEPV invece le anomalie sono di bassa entità e non arrivano oltre i 400 km di profondità

ma allora, che cosa ha provocato (e – probabilmente – provoca tutt'ora) la formazione di questi magmi?
Nella carta si vedono in verde le vulcaniti ed in rosso le fosse tettoniche (meglio note con il termine tedesco “graben”)
Una traccia importante per capire l'origine ovvia soluzione sarebbe il collegare la CEVP alle fosse tettoniche terziarie come quella del Reno, però anche in questo caso non c'è uniformità strutturale: troviamo i magmi sia all'interno dei Graben che nellevicinanze ma anche in zone più lontane, dove c'è “solo” un forte sollevamento. È comunque ovvia l'esistenza di un legame fra fosse e vulcani.

Le fosse sono provocate dal sollevamento generale dell'area che è collegato alla formazione più a sud della Catena Alpina.

Durante la formazione delle Alpi l'Eocene sia uno spartiacque importante: prima lo scontro era fra la zolla europea e la crosta oceanica della Tetide; poi lo scontro da continente – oceano è diventato continente – continente e quindi la zona di influenza degli sforzi si é propagata all'Europa Centrale (troviamo blandi piegamenti dovuti all'Orogenesi Alpina persino nelle Isole Britanniche!). Questo ha causato il forte innalzamento dell'area, le fosse tettoniche e la risalita di piccoli quantitativi di magmi mantellici. È molto probabile che almeno alcune linee di risalita e allineamenti di fosse siano ereditate da strutture della Catena Ercinica formatasi alla fine del Paleozoico lungo la convergenza fra Laurasia e Gondwana. Nella cartina qui accanto si vede bene come una importante sutura ercinica corrisponda più o meno al percorso del Reno. 

Le fosse principali sono

- il graben superiore del Reno, tra il confine svizzero e Francoforte sul Meno (dove c'è appunto la caldera del Laacher Sea in questi giorni alla ribalta delle cronache) e la zona di Messel nota per il ritrovamento di Darwinius masillae
- il graben inferiore del Reno, tra la zona di colonia ed il Mare del Nord
- i graben della Limagne, della Bresse e del Rodano nella Francia sudorientale vicino ai quali, nel Massiccio Centrale, troviamo le importanti manifestazioni vulcaniche della catena dei Puy
- l'Essian Graben a est del Graben inferiore del Ren
- l'Eger graben al confine fra Germania e Cechia

Manifestazioni magmatiche precedenti all'Eocene dimostrano comunque che questi sforzi erano attivi già prima della chiusura dell'oceano. Sostanzialmente il vulcanismo copre in maniera piuttosto irregolare una larga fascia a nord della Catena Alpina e l'orientazione di questa fascia non è parallela a quella delle fosse, bensì, molto vagamente, alla catena alpina.

Che cosa dire della zona di origine dei magmi? Le caratteristiche geofisiche sotto al Massiccio Centrale Francese e sotto la zona dell'Eifel sono state studiate in diverse occasioni. Vediamo per esempio questa, tratta da The Seismic Signature of the Eifel Plume di Joachim R.R. Ritter.
Si vede bene come sia sotto all'Eifel che sotto al Vogelsberg, che si trova a circa 400 km ad est , più o meno dove c'era il confine fra le due Germanie.
Sotto le zone vulcaniche ci sia un mantello in cui le velocità delle onde P sono piuttosto basse, ma questo non succede dappertutto ed inoltre l'anomalia riguarda solo le onde P.
C'è chi come Joachim Richter pensa a grandi eterogeneità sotto ai vulcani, principalmente per la presenza di vecchie camere magmatiche. Le zone dei rift (e quindi anche le aree vulcaniche, corrispondono ad aree in cui la crosta è molto sottile, tra 80 e 30 km di spessore, rispetto al valore ordinario dell'Europa Centrale che va dai 100 ai 140 km.
Sempre secondo Meyer e Foulger appare probabile un processo inverso a quello dei Mantle Plumes, dove l'origine dei magmi è “in basso”, nel mantello profondo: in pratica gli sforzi che vengono dalla zona di collisione delle Alpi hanno formato delle fratture lungo le quali sono risaliti dei magmi originatisi a causa della decompressione: diminuendo la pressione una roccia infatti può tendere a parità di temperatura a fondersi parzialmente

giovedì 10 febbraio 2011

L'Europa nel Paleozoico e la formazione della Pangea

Uno degli ultimi post di Olelog, come al solito straordinariamente interessanti, in cui Ole Nielsen ci fa conoscere al confine fra Germania e Cechia la Altenberg–Teplice Caldera, e  - dalle stelle alle stalle - le elucubrazioni sulla Pangea dell'anonimo creazionista nel post precedente, mi spingono a parlare di come si è venutra a formare - geologicamente parlando - l'Europa.
Ci si potrebbe domandare cosa ci faccia un vulcano da quelle parti: infatti come dice il nome tra queste due località c'è una struttura formatasi per il collasso di un edificio vulcanico. Beh, innanzitutto è roba di 300 milioni di anni fa. E questo non solo risolve alcuni dubbi ma dimostra che all'epoca da quelle parti la situazione geologica era molto diversa.

In questa carta strutturale dell'Europa notiamo diversi colori che indicano 3 cicli orogenici principali:
- in celeste il ciclo alpino cioè le attuali catene perimediterranee attive
- in blu chiaro la catena ercinica e gli Urali, la cui formazione risale alla fine dell'era Paleozoica
- in blu scuro la catena caledoniana, la cui formazione risale al Devoniano – Ordoviciano
- in bianco le zone ancora più antiche

Quindi l'Europa come la conosciamo adesso è il frutto di una serie di avvenimenti che hanno preceduto e consentito la formazione della Pangea, che al contrario di quello che crede qualche creazionista, non è il continente primordiale ma il frutto di una temporanea unione di (quasi) tutte le placche continentali.

Chiaramente andare nel passato sempre più remoto è molto difficile perchè più indietro ci si sposta meno rocce troviamo e soprattutto le troviamo spesso molto deformate. La Gran Bretagna in questo è stata molto utile perchè conserva rocce che datano dal Precambriano ai nostri giorni con un assetto che tutto sommato è facile da ricostruire per chi ricerca attivamente sul campo e non passa il tempo a tentare improbabili esegesi scientifiche da un libro religioso scritto a più riprese dai 2000 ai 3000 anni fa.

Vediamo allora come si è individuato il nostro continente e soprattutto le vicissitudini che ha avuto nell'era Paleozoica. L'era paleozoica comincia con la rottura di un supercontinente, Rodinia, esistito tra un miliardo e 750 milioni di anni fa, e finisce con la formazione di un nuovo supercontinente, la Pangea.

Sempre nella stessa carta osserviamo una struttura sconosciuta ai più, la TESZ, sigla con cui si indica la Trans-European Suture Zone (o zona di sutura transeuropea): è un confine geologico molto importante e separa tra il Mare del Nord e il Mar Nero lo scudo precambriano baltico ed esteuropeo dai terreni paleozoici più recenti. Lunga più di 2.000 km, i due lati di questa linea oltre alla diversa stratigrafia mostrano altre diversità, prima fra tutte lo spessore crustale, che è di circa 30 km nel lato sud/ovest e circa 40 km nell'altro.

Ed ecco la situazione circa 550 milioni di anni fa, diciamo all'inizio del Cambriano: Russia, Ucraina e la maggior parte della Penisola Scandinava formavano la “placca Baltica”. Vicino c'era la Siberia e ad ovest la Laurentia, più o meno corrispondente all'odierna America Settentrionale. La maggior parte delle terre erano ancora raggruppata nel continente meridionale, il Gondwana, un blocco di terre già appartenenti a Rodinia che dopo la frammentazione del vecchio supercontinente si sono riassemblate insieme durante l'Orogenesi Panafricana alla fine del Precambriano. L'oceano Giapeto divideva Laurentia da Baltica e Siberia. La Laurentia si stava staccando dal resto della Rodinia e presto fra i due continenti si formerà un altro oceano, l'Oceano Rheico. Contemporaneamente dalla Rodinia si stacca un altro piccolo pezzo, in giallo nella figura, che diventerà Avalonia, una zolla continentale destinata a scontrarsi in seguito con Baltica.


Passiamo a un centinaio di milioni di anni dopo e vediamo Baltica, Laurentia e Avalonia che stanno per scontrarsi. Da esse nasceranno ad ovest la catena Caledoniana, formata dagli Appalachi, dalle Highlands scozzesi e dalle Alpi norvegesi. A Est lo scontro genererà invece la TESZ, che adesso tranne nel settore baltico (dove comunque è abbondantemente erosa), è o nascosta da sedimenti più recenti o deformata dalle successive fasi tettoniche tardopaleozoiche e cenozoiche. L'immagine qui sotto fornisce un'idea anche se rappresenta un periodo molto successivo a quello della formazione della catena.

Nasce quindi dall'unione di questi tre continenti la “Euromerica”, verso la quale convergono altre masse continentali che alla fine del Permiano le si attaccheranno: Siberia, Kazakistan e Gondwana.

È l'orogenesi ercinica, nella quale dopo Giapeto si chiude anche l'Oceano Rheico. La grande catena Ercinica che bordava le coste meridionali di Euromerica è stata in parte spezzettata dagli eventi successivi ma ne troviamo in Sardegna, Corsica, Francia e Europa Centrale degli ampi resti. A Est invece gli Urali sono rimasti invece più o meno indisturbati da quel tempo.

Si era quindi riformato, dopo Rodinia, un nuovo supercontinente: la Pangea, destinata a restare in vita ben poco: per quanto riguarda il settore europeo si sono aperti nuovi oceani, la Tetide a Sud, separando l'Europa dall'Africa e l'Atlantico a Ovest. In questa immagine vediamo la Pangea con evidenziate le catene montuose direttamente connesse alla sua formazione e qui sotto, da ultima, una immagine dell'inizio dell'Era Terziaria in cui l'Europa è rimasta come oggi connessa con la sola Asia lungo gli Urali (all'Asia si è poi attaccata anche l'India).

giovedì 10 settembre 2009

Le quattro componenti genetiche principali degli Europei

Non sono un antropologo, né un genetista, e quindi probabilmente da non specialista tendo a semplificare una situazione un po' più complessa, ma le ultime scoperte sull'origine degli europei in campo genetico mi hanno spinto a riprendere in mano dei libri che ho letto recentemente sull'argomento.

Un anno fa venne fuori la notizia che uno scheletro di 28.000 anni fa in Puglia era già “europeo”, nel senso che il suo DNA mitocondriale era compatibile con quello della “sequenza di Cambridge”. Questo non vuole dire che da allora non ci sono più stati apporti genetici, ma conferma l'apporto di popolazioni che erano sul nostro continente da decine di migliaia di anni nel corredo del DNA europeo.
Adesso una equipe italo – anglo – tedesca sul DNA, capeggiata da Barbara Bramanti (altro cervello fuggito....) ha analizzato il DNA di una serie di scheletri provenienti dalle prime popolazioni di agricoltori che giunsero in Europa circa 7500 anni fa. Il termine “giunsero” è appropriato, in quanto sono geneticamente molto diversi dai cacciatori – raccoglitori che abitavano l'Europa precedentemente, i quali erano con ogni probabilità discendenti dai primi Sapiens moderni che avevano scalzato il regno dei Neandertaliani tra 30 e 40.000 anni fa.
Secondo questo studio gli attuali europei non possono essere soltanto i discendenti dei cacciatori - raccoglitori o degli agricoltori (e neanche solo una mescolanza di questi due gruppi): una buona parte del nostro corredo del DNA mitocondriale non appartiene a nessuno di questi due gruppi ancestrali, come dimostrano gli studi di questa equipe. Questo concorda con quanto sostengono Cavalli – Sforza e il suo gruppo, e cioè che agli agricoltori mediorientali provenienti dai Balcani si debba non oltre il 20% del DNA mitocondriale europeo.

Ricordo che il DNA mitocondriale non si ricombina sessualmente, ma si trasmette solo in linea femminile (se Pocahontas avesse avuto una figlia femmina e questa avesse delle discendenti dirette, queste presenterebbero un tipico DNA mitocondriale da nativi nordamericani!). Inoltre è il DNA considerato più “stanziale”: di norma se una regione viene invasa, è più facile che gli invasori maschi si uniscano alla popolazione femminile della regione invasa che il contrario (anche se – ovviamente – al corredo della popolazione dei secoli successivi ci sarà l'ovvio apporto delle donne che facevano parte degli invasori).

Alla questione genetica si sovrappone poi la questione linguistica: è altamente probabile che gli agricoltori portarono con se le lingue indoeuropee, mentre gli indigeni parlavano lingue di tipo basco (e quindi caucasiche). Gli autori di questo studio pensano alla pianura pannonica come origine degli agricoltori che hanno occupato l'Europa Centrale. Io voglio solo far presente che proprio nel 5600 AC circa a causa dell'aumento del livello marino le acque del Mediterraneo invasero la depressione del Lago Eusino, che diventò così il Mar Nero. Alcuni studiosi pensano che fu proprio quella la causa principale dell'emigrazione delle popolazioni agricole verso l'Europa Centrale, a cui seguì la cultura della “ceramica a bande lineari”, di cui gli scheletri esaminati facevano parte. Aggiungo che la zona intorno al Mar Nero è la più probabile fra i luoghi di origine delle lingue indoeuropee.

E' anche probabile che tra le due popolazioni non ci fossero molti contatti: la Linearbankeramik, dopo essersi diffusa nell'Europa Centrale attorno al bacino del Reno, ha smesso di espandersi e per circa un millennio c'è stata una sorta di barriera fra i cacciatori – raccoglitori a ovest e gli agricoltori ad est. Qualcuno, come fa notare Steve Olsen (non un farlocco qualsiasi!) in “Mappe della storia dell'uomo”, dubita persino che siano stati i cacciatori – raccoglitori a costituire i megaliti e non gli agricoltori (e questo potrebbe essere maggiormente vero se si dimostrasse che la civiltà megalitica era bascofona). E' anche probabile che in Francia Meridionale (e cioè a sud delle zone di diffusione della Linearbankeramik) fossero parlate lingue basche fino alla conquista romana, come del resto in gran parte della penisola iberica. Anche altre questioni archeologiche mettono questi territori più vicini alle culture atlantiche che a quelle celtiche dell'Europa continentale. E'chiaro che alla fine anche i cacciatori – raccoglitori stessi abbiano abbracciato le pratiche agricole.

C'è comunque da capire da dove viene quella grossa fetta di DNA mitocondriale che non apparteneva né agli antichi cacciatori – raccoglitori, né agli agricoltori.
Una risposta potrebbe essere “le invasioni barbariche del primo millennio DC”. E' sicuramente una risposta sbagliata, non perchè non abbiano contribuito per nulla al corredo genetico degli europei, ma perchè queste popolazioni erano troppo poco numerose per lasciare delle tracce così massicce. E' chiaro che i discendenti in linea diretta femminile di una donna unna che scese in Italia con Attila abbiano un DNA “unno”: ma quante potevano essere queste donne e quante hanno ancora discendenti dirette in linea femminile in Europa? (lo stesso discorso si può fare per qualsiasi altra tribù barbara: visigoti, vandali, burgundi, gepidi etc etc)

Una risposta migliore può essere una provenienza mediterranea: in Europa nel V secolo AC c'erano al più un milione di individui. Le colonie greche prima e la romanizzazione poi potrebbero aver influito molto sul corredo genetico dell'Europa Centrale: le stime danno circa 10 milioni di individui nel 1000 AC e un valore triplicato nel 200 DC, ma bisogna considerare che all'inizio dell'Era Volgare almeno un milione di persone (se non di più) risiedeva nell'attuale Lazio e che in totale in Italia vivevano tra i 6 e i 7 milioni di individui.

Le mappe della variabilità genetica prodotte dall'equipe di Luigi Luca Cavalli Sforza possono forse venire in aiuto.
Le estremità della prima componente sono in Iraq e in Gran Bretagna – Scandinavia. Le variazioni formano delle fasce orientate all'incirca NE - SW.
Nella seconda componente le fasce sono orientate NW-SE e gli estremi ben distinguibili sono in Spagna e in Lapponia.
La terza componente presenta una distribuzione concentrica. Il centro corrisponde al bacino del Don.
Anche la quarta è concentrica, il centro è nella Grecia.
La quinta componente ha il centro nei paesi baschi e presenta all'inizio un gradiente molto ripida.
La sesta ha un estremo tra Grecia e Italia Meridionale, l'altro è a occhiale con due massimi, uno nell'estremo nord norvegese e l'altro tra la Crimea e il Caucaso

Vediamo dunque che la zone intorno a Paesi Baschi, Grecia, Lapponia e dintorni del Caucaso sono le zone centrali di alcune variabilità. Paesi Baschi e Lapponia sono sicuramente sedi di “anomalie”, la prima solo linguistica, la seconda anche morfologica in quanto oltre a parlare una lingua uralica, i lapponi possiedono spesso morfologie tipicamente asiatiche.
L'isolamento attuale dei baschi è probabilmente una caratteristica maturata dopo la conquista romana, in quanto è una popolazione rimasta attaccata alle sue tradizioni e che si deve essere incrociata poco con non baschi, almeno in casa propria.
Tra la Crimea e il Caucaso c'è la presunta area di provenienza dell'agricoltura e tra Grecia ed Italia un'area che ha visto una grossa espansione politica, con la formazione di importanti colonie quando ancora l'Europa non era molto popolata e dell'Impero Romano

Nella carta a lato, presa da “storia e geografia dei geni umani” di Cavalli – Sforza, Menozzi e Piazza e che è la somma di queste sei carte, si vede come l'Europa possa essere etnicamente divisa in 5 regioni:
- in BLU i lapponi e le altre popolazioni uraliche
- in ROSSO le popolazioni germaniche
- in GRIGIO BLUASTRO le popolazioni delle aree basche e delle zone celtiche delle isole britanniche (tranne la Scozia!)
- in VERDE le popolazioni mediterranee
- NELLA ZONA CHARA le genti slave orientali (Russia e Ucraina).
Si evidenziano le due ondate di migrazione degli agricoltori dall'area del Mar Nero, in rosso quella attraverso i Balcani (di cui fanno parte gli scheletri esaminati dalla Bramanti, e con il verde quella attraverso il Mediterraneo Occidentale.

E' notevole vedere come i dato genetici, linguistici e storico-archeologici concordino e come la popolazione europea sia lungi dall'essere una “razza pura” (e, aggiungo “superiore”...), ma che il nostro continente sia stato negli ultimi 8000 anni un crogiolo di mescolanze che continua anche oggi, da quando l'Europa, da territorio di emigrazione, è ritornata ad essere un continente di immigrazione.