martedì 20 settembre 2022

considerazioni sull'alluvione delle Marche del 15 / 16 settembre 2022


A qualche giorno di distanza dalla terribile alluvione delle Marche della notte fra giovedì 15 e venerdì 16 settembre 2022 vorrei provare a mettere alcuni punti fermi su quello che è successo, anche se il perché è chiarissimo: una pioggia di proporzioni eccezionali. Purtroppo a cose fatte si sono rincorsi i soliti commenti “da bar”, sotto forma di una impressionante serie di idiozie che portano solo a polemiche inutili e a perdite di tempo da parte di chi si immola per rispondervi. Ma è la prassi: succede sempre dopo che è avvenuto un disastro. Mai che si parli di prevenzione prima, tantomeno l'assetto del territorio è un argomento non dico principale, ma neanche accessorio di una della più assurde campagne elettorali, quella che stiamo vivendo (e ne ho viste tante), se non per l'insana idea di dragare i fiumi, convinti che serva per prevenire le alluvioni. Per non parlare di chi non sa nulla sull'argomento ma punta il dito su "chi non ha fatto le previsioni".  

una supercella a V in Oklahoma
immagine dal sito del Luther College - Iowa
COME SI È SVOLTO IL DISASTRO. Si è trattato del più classico dei V-shape autorigeneranti: il nome deriva dalla forma a V del temporale come è visibile dal satellite, mentre per autorigenerante si intende un temporale che continua ad autoalimentarsi rimanendo praticamente fermo per diverse ore, anziché muoversi come fanno la maggior parte dei temporali comuni. 

Innanzitutto ci sono responsabili di siti meteo che hanno esposto ricostruzioni assurde. Ora, che i siti meteo (di cui fondamentalmente non ho una grande stima, a parte alcune rimarchevoli eccezioni) siano in genere delle macchine per fabbricare post catastrofici per farsi cliccare è noto, ma una persona normale si imbelvisce quando il gestore di uno dei più conosciuti della categoria fa questa ricostruzione: “si è generato un temporale in Appennino, le correnti l’hanno portato sopra l’Adriatico, che ha temperature di 5 gradi sopra la media, dove ha incontrato venti da Sud che l’hanno bloccato. Al posto di dissolversi è rimasto fermo per 2-3 ore e i venti caldi e umidi dal mare l’hanno rinvigorito”. Una scemenza totale, da cui forse deriva anche quella di Senigallia come epicentro della massima precipitazione. 

E no, il temporale non è arrivato all’Adriatico (anche perché poi… sarebbe tornato indietro???). No. Come ricostruisce il vice direttore dell’osservatorio meteo-sismico di Perugia, Michele Cavallucci: 
  • la radice della linea rigenerante era al confine tra la Toscana e l’Umbria, in una zona compresa tra Asciano (SI) e Trestina (PG)
  • poi, muovendosi verso est ha trovato la dorsale compresa tra il Monte Catria e il Monte Cucco, dove si sono avuti i massimi precipitativi (400 mm in 6 ore, scusate se è poco..) nel bacino del Burano sopra il capoluogo del comune di Cantiano (il paese da cui sono venute le prime notizie del disastro) 
  • la catena del Catria, a E di Cantiano, ha fortemente ostacolato la tempesta che quindi si è allargata ed è riuscita ad interessare la parte medio-Alta del bacino del fiume Misa, scaricandovi una buona parte dell’umidità residua
  • nel basso bacino del Misa non ha piovuto praticamente nulla: a Senigallia ci sono stati solo 16 mm di pioggia e la tempesta si è dissolta in Adriatico al largo del Conero (quindi esattamente all’opposto di quanto dicono i fenomeni, ai quali consiglio un ripasso sia in meteorologia che in geografia)

BACINI FLUVIALI INTERESSATI. Ricordo che nel versante adriatico dell’Appennino i fiumi nella zona costiera sono perpendicolari alla costa e alla catena. All’interno invece i fiumi sono paralleli alla catena “tagliando” a monte molti dei bacini adriatici e solo ad un certo punto assumono la direzione perpendicolare alla costa. I bacini del Cesano e del Misa non arrivano allo spartiacque appenninico perché tra il loro punto più alto e lo spartiacque i bacini dell’Esino e del Metauro hanno dei tratti paralleli allo spartiacque (si vede nell’immagine).
I bacini principalmente interessati sono due, quello del Metauro (attraverso il Burano, il fiume che bagna Cantiano che si getta poco a valle nel Candigliano, affluente appunto del Metauro) e quello del Misa, e sono completamente diversi dal punto di vista geologico: nel bacino del Burano la dorsale del monte Catria è calcarea, con imponenti fenomeni di carsismo (quelli che in zone vicine hanno portato alla formazione delle famose grotte di Frasassi e della zona del Furlo) e questo ha fatto si che una parte importante delle piogge si sia infiltrata nel sottosuolo. Invece nel bacino del Misa prevalgono arenarie e argille, rocce poco permeabili, per cui anche se vi è piovuto meno l’acqua non si è minimamente infiltrata nel sottosuolo ed è arrivata tutta a Senigallia.
Altra differenza fondamentale è che a valle della confluenza fra Burano e Candigliano c’è il lago del Furlo, il quale, data la siccità, era praticamente vuoto: la piena quindi vi si è fermata, senza arrivare al Metauro. Il Misa invece non ancora nessuna possibilità di laminare una piena (anche se ci sono lavori in corso al proposito).

TERRITORIO MAL UTILIZZATO? Non è una novità dire che in Italia si è fatto tanto per un uso scorretto del territorio e poco per un suo uso corretto, ma le questioni sono un po' diverse fra i due bacini.

Cantiano: pericolosità idraulica (fonte: Autorità di Bacino)
1. CANTIANO E BACINO DEL BURANO. Una parte dell’abitato di Cantiano è in area a rischio idraulico, come si vede dall’immagine qui accanto.
E che a Cantiano il Burano non sia stato trattato bene è evidente da questo post dell’IRPI-CNR che riporto. Come è un fatto che il torrente Bevano, che scende dal Catria e passa in mezzo al centro storico, sia molto stretto e in gran parte tombato. 
Ma l’eccezionalità di questo evento taglia la testa al toro: secondo Paolo Fassi, un esegeta delle statistiche alluvionali, i massimi di Cantiano si trovano piazzati in buona posizione in diverse classifiche: il rain rate (101 mm/ora) colloca l’evento al 49simo posto assoluto nella classifica per l’Italia. Non è poco. Ma è la continuità delle piogge che fa la differenza: con 384 mm si raggiunge il ragguardevole 16mo posto assoluto nella specialità ”pioggia in 6 ore”, il che è “ancora meno poco”. Il Burano e il Bevano per reggere tutta quell’acqua avrebbero dovuto essere larghi 100 metri… Da cui le immense devastazioni nelle pendici del monte Catria e nell’abitato. 
Quindi nel bacino del Burano con piogge del genere bisogna rendersi conto che non è certo stato un problema di pulizia degli alvei o di tombini, come afferma qualcuno...

2. BACINO DEL MISA. Premesso che anche il parallelo bacino del Cesano ha sofferto dei danni, anche se molto minori, alcune notizie parlano di un sorvolo in elicottero dei carabinieri Forestali, chiesto dalla Procura, con il quale è stato possibile accertare come le aste fluviali più alte del Misa e del suo affluente Nevola sarebbero state troppo piccole per contenere l’acqua piovuta (per la precipitazione di cui parliamo lo sono state sicuramente) e che nei loro letti i sono finiti alberi e grossi tronchi che hanno fatto da tappo ai ponti. Una chiara situazione in cui si sono creati piccoli bacini temporanei che una volta riempiti (e con l’acqua che era piovuta ci mettevano poco a riempirsi) sono esondati formando dei muri d’acqua.
Ora, non è dato sapere quanti di quei tronchi erano già presenti in alveo e non sono stati tolti (azione “elementare” per la sicurezza idraulica!), ma di sicuro una tempesta del genere ne ha portato nei fiumi un numero impressionante. Per poter accusare qualcuno di mancata prevenzione bisognerebbe quindi capire quanti di questi tronchi erano già presenti prima dell’evento (immagino una percentuale ridotta rispetto a quelli che sono stati portati dalla tempesta). Cosa che mi appare molto difficile. 
Per quanto riguarda il centro di Senigallia è anche possibile che i ponti abbiano fatto da diga. Specialmente quello più a valle, il ponte II giugno, a prima vista non mi appare molto soddisfacente dal punto di vista idraulico EDIT: QUEL PONTE È STATO RIFATTO A CAMPATA UNICA. ESPRIMO LA MASSIMA SODDISFAZIONE IN PROPOSITO. È un aspetto che secondo me dovrà essere approfondito in quanto come ho già evidenziato diverse volte (per esempio qui) ponti scorretti dal punto di vista idraulico sono stati un elemento importante nel provocare importanti inondazioni.
Insomma, come dimostrato già con l’alluvione del 2014, il corso del Misa qualche problema idraulico ce l’ha.

ALLERTA DELLA PROTEZIONE CIVILE E DOVE ERANO LE VITTIME. Riuscire a prevedere fenomeni di così ridotta estensione è ancora impossibile. Mi chiedo però se sarebbe stato possibile ad evento iniziato mettere in allarme gli abitanti del bacino del Misa e del Cesano (per il Burano e l’abitato di Cantiano sarebbe stato già tardi). E questo perché si deve notare un particolare importante: tutti i morti sono nel bacino del Mise e oltretutto a distanza dalla zona interessata direttamente dal temporale, mentre nel semidistrutto paese di Cantiano non sembra esserci stata nessuna vittima. La cosa appare controintuitiva ma azzardo una spiegazione: a Cantiano le prime avvisaglie del disastro (acqua nelle strade) si sono avute molto presto: con quella situazione nessuno era in strada e gli abitanti dei piani bassi hanno fatto a tempo a riparare più in alto. Invece tutte le vittime sembrano essere morte dove ha piovuto molto meno e questo ha la sua logica: chi nel medio e basso Misa con quella debole pioggia si sarebbe aspettato un disastro simile?

Senigallia e Pianello (Ostra): pericolosità idraulica
Fonte: Autorità di Bacino
RIMEDI. Qui accanto si vede l’area a pericolosità idraulica di due aree del bacino del Mise: nella frazione Pianello di Ostra e a Senigallia. Ma di aree urbanizzate a forte rischio idraulico sul Misa ed in generale in Italia ce n’è una quantità impressionante 
Ridurre la predisposizione del territorio a subire disastri, con il relativo seguito di morti e distruzioni, è molto difficile perché costerebbe tanto in delocalizzazioni e regimazioni dei fiumi come interventi sugli alvei, casse di espansione, bacini artificiali (ma quanto costano le calamità “naturali”?). Ho parlato qui dell'importanza di realizzare bacini artificiali con il doppio obbiettivo di laminare le piene e stoccare quelle acque per la stagione secca (quando piove parecchio l'acqua va nei fiumi e non nelle falde e quindi non solo non viene stoccata nel sottosuolo ma rischia di fare parecchi danni). Il guaio è che dove verranno programmate queste opere, le arene politiche delle TV e dei siti web locali si riempiranno di tribuni da strapazzo, i quali intravedranno nella sindrome NIMBY, che colpirà sicuramente almeno una parte della popolazione interessata, un sistema per sbarcare il lunario e quindi la cavalcheranno. 

I CAMBIAMENTI CLIMATICI NON DEVONO ESSERE UNA SCUSA PER QUELLO CHE SUCCEDE ADESSO. Da ultimo: che si sia in una fase di rapidissimi cambiamenti climatici è scientificamente ineccepibile, e che eventi come questo stanno aumentando in maniera impressionante è altrettanto ineccepibile. Ma i cambiamenti climatici non sono e non dovranno essere un alibi per quello che è stato fatto che non doveva essere fatto e per quello che non è stato fatto ma avrebbe dovuto essere fatto.
Perché tombamenti e restringimenti degli alvei, impermeabilizzazione del terreno, abitati messi in posizioni pericolose avrebbero problemi anche con il clima di 50 anni fa: le alluvioni non sono solo un problema di oggi, anche se probabilmente adesso sono più frequenti.

6 commenti:

Cristiano Guerra ha detto...

Analisi corretta e condivisibile, che rende conto della complessità dell'evento e dei numerosi fattori in gioco. Segnalo i diversi refusi, probabilmente dovuti al correttore automaitico: Cantiano che diventa Candiano, Misa che diventa Mise, ecc.

Aldo Piombino ha detto...

ringrazio per la stima.
Per i rifusi me li avevan già segnalati... l'età avanza...

Anonimo ha detto...

Aldo Piombino :grazie e congratulazioni!

Anonimo ha detto...

Non sono d'accordo su alcuni punti: i bacini artificiali bloccano il trasporto solido per cui non c'è più il ricarico delle spiagge, che poi spariscono per chilometri: succede nella costa a sud della foce del fiume Sangro in Abruzzo dove al posto di spiagge ancora esistenti negli anni 80 ora il mare è profondo un metro e mezzo e sbatte direttamente sugli scogli a protezione della ex linea ferroviaria ( che è stata traslata proprio a causa del notevole avanzamento del mare).
Inoltre l'intercettazione delle piene determina la chiusura dell'alveo che viene occupato dalla vegetazione.
Inoltre per definizione le piane alluvionali sono nate dai depositi ricorrenti delle piene nei secoli e millenni del passato, oggi che quelle piene sono urbanizzate, non possiamo permetterci che vengano inondate periodicamente, per cui gli alvei vanno rimodellati in larghezza e profondità oppure dove non è possibile ciò bisogna prevedere canali scolmatori.
Ovviamente allargare ed approfondire un corso d'acqua non si deve fare più con argini in cemento ma con sponde naturali alberate.

Aldo Piombino ha detto...

caro anonimo, alcune risposte:
1. so benissimo quali sono i problemi degli invasi artificiali, ma la questione è semplice: pioverà sempre meno e sempre più forte. Quindi laminare le piene con gli invasi è un sistema per diminuire la portata e stoccare l'acqua per prevenire la siccità. Questione di scelte.
2. quanto alle spiagge: non so se è il caso della costa abruzzese, ma molte spiagge sono avanzate a causa dei disboscamenti... e quello è un serpente che si morde la coda. Disboschi? più alluvioni ed erosione e più spiagge. Non disboschi? meno alluvioni ed erosione ma anche meno spiagge
3. gli alvei a valle delle dighe avranno la loro regimazione e un corso più costante
4. figuriamoci se non sono d'accordo per allargare gli alvei (e - volendo - anche per renderli più curvilinei per aumentare lunghezza e capacità, distanziare maggiormente gli affluenti e rallentare la velocità del flusso - quest'ultimo aspetto lo fece notare già... Galileo!). Ma abbassare il loro livello è demenziale... pensa ai ponti che si troverebbero le pile scalzate. Sarebbe l'errore più grande

Pierluigi Gioia ha detto...

Ottima analisi. Poi, sui siti meteo, si sfonda una porta aperta: è da anni che le sparano sempre più grosse...
Ad integrazione di quanto detto, dico che anche il bacino del fiume Esino ha avuto una grande ondata di piena: da Scheggia (180 mm) a Sassoferrato (170 mm), il Sentino ha trasportato una marea di acqua dentro l'Esino. Poco oltre la confluenza, si è registrata l'unica vittima di questo bacino, un anziano caduto nell'Esino ad Angeli di Rosora e trasportato via dalla corrente. Però, come il Metauro, anche l'Esino ha retto bene perché ricco di bacini di esondazione, fatti apposta per ammortizzare le inondazioni. Il Misa ne è assolutamente privo e si è visto.