lunedì 11 settembre 2017

Il disastro di Livorno del 10 settembre 2017: come è avvenuto e la questione del colore degli allarmi


Nonostante sia piuttosto giovane per essere una città italiana (ho parlato qui della sua fondazione, essenzialmente dovuta all’interramento del porto pisano), Livorno è una città molto particolare per il carattere dei suoi abitanti, a tal punto che secondo me “Livorno più che una città è uno stato dell’essere”. Non è esteticamente “il massimo” ma ne sono innamorato, a tal punto che quando vado a Pisa il caffè lo prendo “al vetro” e cioè “alla livornese”, in un apposito bicchierino in vetro. Inoltre mi è molto cara per vasi motivi: mia moglie è nata lì, per motivi di lavoro ci sono andato settimanalmente per anni, ci ho vissuto nei mesi in cui studiavo per la tesi di laurea e vado al mare nelle sue vicinanze. Conosco parecchia gente di lì e vedere quello che è successo mi rattrista parecchio, più che in altri luoghi. Voglio parlare di quello che è successo con una postilla sulla questione del colore dell’allarme: come per il caso Ischia, qui si perde tempo in questioni formali e non in questioni sostanziali, considerando – comunque – che i regolamenti regionali impongono certe azioni anche in caso di codice arancione.

L'interporto di Guasticce a NE di livorno: in alto a sinistra la piana costiera,
a destra la piana che va vero Empoli e Lucca e monti pisani sullo sfondo
Il territorio del comune di Livorno e delle zone adiacenti è posto al limite meridionale di una piana costiera che dalla foce del Magra arriva ai monti Livornesi e che nel pisano si fonde con quella del Valdarno inferiore, a sua volta collegata con quella della lucchesia. In buona sostanza si tratta di complesso di piane coalescenti che formano insieme una delle pianure più vaste dell’italia peninsulare, oggi, bonificata, dedita all’agricoltura e all’industria, un tempo occupata da una distesa di laghi, paludi e lagune i cui limiti sono Sarzana, Livorno. Lucca, Montecatini ed Empoli con in mezzo il promontorio dei monti pisani che la divide nei vari settori. Delle lagune restano importanti tracce proprio fra Pisa e Livorno in forma di dune che formano delle piccole alture.

Livorno, essendo esattamente al limite meridionale della piana ha quindi un territorio piuttosto variegato. 
La zona settentrionale è ancora ben dentro la piana costiera e confina al Calambrone con il territorio comunale di Pisa, da cui è separato dal canale scolmatore dell’Arno proveniente da Pontedera; alle sue spalle si estende, fra Stagno e Guasticce, buona parte del territorio di Collesalvetti. Notare il toponimo “Stagno”, che potrebbe suggerire qualcosa: si tratta di una zona praticamente al livello del mare se non al di sotto e che ancora oggi ritorna spesso allo stadio lagunare, al punto che non di rado viene chiusa per allagamenti la strada statale 67 bis, che dall’Aurelia a Calambrone porta verso Pontedera, prima della costruzione negli anni ‘90 della “stada di grande comunicazione Firenze – Pisa – Livorno” la principale strada di collegamento fra Livorno e l’entroterra). Nella zona è stato costruito l’interporto di Guasticce, opera fondamentale dal punto di vista delle infrastrutture al servizio del porto, la cui area con una certa saggezza è stata rialzata per evitare guai.
A est tra i Monti Livornesi e la città si estende una zona ondulata in cui si trovano aziende agricole e insediamenti produttivi.
Nella parte sud i monti arrivano al mare e inizia la celebre costa a scogli di Quercianella e Castiglioncello, che arriva fino a Rosignano, dove riprende la costa bassa.
Oltre alla “solita” sommersione di Stagno, i maggiori problemi stavolta si sono verificati appunto zona meridionale, dove nella sottile e molto urbanizzata striscia di terra fra la collina e il mare si trovano alcuni rii che convogliano in mare l’acqua che piove sulle alture prospicienti: i rii Maggiore, Ardenza, Felciaio e Banditelle (il quale prima di sfociare in mare riceve lo Stringaio). Tutti questi corsi d’acqua sono usciti dagli argini, facendo danni localmente ingenti. Il Rio Maggiore proviene dalla valle più grande dei monti livornesi, la Valle Benedetta, dove c’è un pluviometro del servizio idrografico regionale.

I dati dei pluviometri di Valle Benedetta e di Bocca d'Arno tra sabato 8 e domenica 9 settembre


L’EVENTO. Sabato 9 settembre la sala operativa della Protezione civile regionale ha emesso un avviso di criticità arancione per tutta la Toscana, codice arancione, a partire dalla mezzanotte dfino alle 24 di domenica 10 settembre, in quanto erano attesi forti precipitazioni e temporali, con possibili rischi di carattere idraulico sui corsi d'acqua maggiori e idraulico e idrogeologico sul reticolo minore, avvertendo che le precipitazioni potranno risultare localmente molto intense e persistenti
Domenica mattina quando mi sono svegliato ho immediatamente controllato i dati del Centro Funzionale Regionale Toscano e mi si è presentata questa carta, dove i pluviometri di Valle Benedetta e Bocca d’Arno (i cui grafici ho evidenziato qui sopra) segnalavano una precipitazione superiore ai 200 mm nelle 24 ore. 
Esaminando poi con precisione i dati di Valle Benedetta (indicati in ora solare) si vede che è iniziato a piovere alle 1.30 solari (2.30 legali) e che entro le 4.00 (le 5.00 legali) sono venuti giù 230 mm di pioggia. Poi la precipitazione si è attenuata, anche se sono caduti ulteriori 30 mm nella mezz’ora successiva.
A Bocca d’Arno, una ventina di km a NNW di Valle Benedetta, la pioggia è stata di entità simile ma è iniziata prima, alle 19.15 solari (le 20.15 legali) del 9 settembre ed è durata intensamente fino alle 0.30 del mattino seguente (le 1.30 legali) ed è durata 4 ore anziché 2, concludendosi prima dell’inizio del diluvio di Valle Benedetta.

Un livello di precipitazioni simile non poteva non avere conseguenze. E infatti secondo le notizie della stampa Ardenza, Felciaio e Stringaio sono usciti dagli argini alle 4.30. Sempre la stampa riporta che la piena del Rio Maggiore sia stata registrata un’ora dopo e questo ha una logica idraulica chiarissima: il suo bacino è molto più grande e quindi le conseguenze della pioggia si riflettono più tardi sul corso d’acqua. L’alveo ha retto nella prima parte del percorso finale fra la fine delle colline e il mare, grazie alle opere di regimazione (in particolare le casse di espansione, visibili in questa carta). Però ha iniziato a tracimare dall’intersezione con l’Aurelia.
Il vulnus è che negli ultimi 500 metri circa il Rio Maggiore è stato tombinato. Si tratta di un lavoro recente, concluso nel 1986 e che fu eseguito non per i soliti motivi (e cioè eliminare un corso d’acqua per fare spazio) ma perché esondava spesso, in particolare colpendo un cimitero posto sulle sue rive.
Contrariamente però a quanto si poteva pensare, dalle notizie che mi sono arrivate il problema non si è verificato nella zona dove inizia la tombinatura, ma da un punto intermedio: la pressione dell’acqua avrebbe fatto saltare un tombino proprio in vicinanza della villa Liberty dove si sono registrate le 4 vittime annegate in un appartamento, appartamento che non era come qualcuno sostiene un seminterrato, ma il piano inferiore. EDIT: non era un tombino, ma un portellone di entrata per la manutenzione, grande a sufficienza per far entrare un piccolo escavatore (comunicazione personale di Massimo Della Schiava). 
Purtroppo questa palazzina si trova in una zona più bassa rispetto alle strade che la circondano e ciò comporta due conseguenze:
  • l’acqua non vi è semplicemente transitata ma vi si è fermata, ristagnandoci
  • il piano terreno si è comportato esattamente come in altre condizioni si comporterebbe un seminterrato

La questione è, quindi, capire come mai l’acqua è fuoriuscita da questa apertura. Le possibilità sono:
  • la galleria a valle era ostruita e in questo caso sarebbe fondamentale capire se l’ostacolo incontrato dalla corrente sia il risultato di una mancata manutenzione che ha lasciato all’interno cose che non dovevano esserci oppure sia stato provocato da materiale traportato da questa ultima piena
  • a valle del tombino per qualche motivo il flusso ha incontrato dei problemi idrodinamici, che lo hanno bloccato


DOPO I FATTI, LE POLEMICHE: LA QUESTIONE DEL LIVELLO DI ALLARME. Come ho sottolineato parlando dei Piani di Protezione Civile, i presupposti fondamentali da cui bisogna partire sono:
  • che la diramazione di una allerta meteo spetta alla Protezione civile regionale
  • che nel suo comune il Sindaco è la massima autorità di protezione civile
  • che ovviamente il Sindaco ha bisogno di un input da parte della Protezione civile regionale per attivare tutto quello che prevede il piano comunale di protezione civile (ma ha anche l’autorità di decidere autonomamente un innalzamento del livello di allarme)

Qui purtroppo si entra, teoricamente, in una questione tipicamente politica in quanto, alla fine, si tratta di screzi (chiamiamoli così) fra due formazioni politiche diverse che governano una la Regione e una il comune di Livorno: una questione sulla quale, quindi, devo muovermi su binari di estrema oggettività non potendo parteggiare per principio per qualcuno.

La polemica da parte del sindaco di Livorno verte sul fatto che non ha avvisato la cittadinanza essendo una allerta arancione. È vero: la sera del 9 sul sito del comune di Livorno non si faceva accenno alla allerta meteo in corso. 
Se però andiamo a vedere quello che dice la Regione Toscana le cose cambiano e non poco. I colori delle emergenze sono stati giustamente unificati per tutta Italia (prima ciascuna regione faceva da se, con una situazione di caos totale fra colori, numeri e sigle). Ciascuna Regione poi ha, comunque, le sue metodiche.
In Toscana quando si profila una allerta meteo, la notizia viene pubblicata da “Toscana Notizie, l’agenzia di stampa regionale. Chiunque può chiedere di ricevere queste notizie via mail appena pubblicate (le ricevo anche io) e i Comuni  le ricevono tutti. 
Questa è la tabella delle allerte. 
Ora, si può disquisire dottamente sul fatto che quello che è successo sia da codice arancione o da codice rosso. Di fatto gli effetti dal punto di vista del danno maggiore (e di cui si parla) sono stati limitati alla fascia di esondazione di alcuni torrenti nella parte sud della città, e dell'allagamento di un'area industriale a nord, mentre per il resto della Regione è successo poco o nulla e quindi mi si permetta di esprimere una opinione e cioè che “arancione” era il colore giusto.
Però, guardando il regolamento, la discussione sul colore assume i connotati di una disputa di lana caprina in quanto, di fatto nella Regione Toscana la procedura differisce poco fra il livello di criticità arancione e quello rosso e funziona così:
  • sia a livello arancione che rosso la pubblicazione dell’allerta su “Toscana Notizie”  assume valenza di "Avviso di Criticità": viene adottato dal Sistema Regionale di Protezione Civile come "Stato di Allerta Regionale", e diramato a tutti i soggetti che fanno parte del sistema di protezione civile regionale: Province, Comuni, Prefetture, strutture operative, volontariato, gestori dei servizi e della viabilità al fine di rendere questi soggetti pronti a fronteggiare l'evento ed adottare misure di preparazione e prevenzione se possibili
  • eventualmente queste azioni possono essere diversificate per i due livelli in base ai piani di Protezione Civile dei singoli comuni. 
  • in ogni caso anche il codice arancione prevede l’attivazione di una serie di procedure che servono per garantire un presidio tecnico a supporto del sindaco (che, ripeto è la massima autorità di protezione civile del suo territorio). Questo presidio tecnico deve sorvegliare l’evolversi dell’evento in modo da poter valutare la necessità di azioni di “ prevenzione e contrasto” e, ovviamente, di organizzarle
  • dell'emissione dello stato di allerta è data massima diffusione anche tramite comunicati stampa, diramati attraverso i diversi canali possibili (tv, radio, web, social networks)

Ad esempio nella vicina Pisa la popolazione è stata avvisata e sono state adottate le azioni previste da parte della Protezione civile, con dislocazione di uomini e mezzi nelle aree maggiormente a rischio.
In particolare, nella deliberazione 7 aprile 2015, n. 395 della Giunta Regionale Toscana “Approvazione aggiornamento delle disposizioni regionali in attuazione dell’art. 3 bis della Legge 225/1992 e della Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 27.02.2004 “Sistema di Allertamento Regionale e Centro Funzionale Regionale”, a proposito di “allerta arancione” viene esplicitamente specificato fra le altre cose che durante questa fase il Comune debba svolgere obbligatoriamente una numerosa serie di operazioni fra le quali sono espressamente citate la “messa in sicurezza o l’interdizione preventiva di determinate aree” e, fatto che riguarda in particolare questa ultima vicenda, “analizzare lo stato del reticolo idraulico minore e di drenaggio urbano”.

La domanda è: a Livorno cosa hanno fatto? si sono allarmati? se sì, nessuno sorvegliava? Il problema che mi pongo, quindi, è se qualcuno in comune sia stato allertato e si sia reso conto di questi fatti:
  • che a Marina di Pisa fosse appena avvenuto un “evento pluviometrico importante”
  • che un evento del genere fosse in corso successivamente nel territorio comunale  
  • che la zona di Stagno fosse finita sott'acqua 
  • che la ferrovia Pisa - Roma fosse interrotta perchè dalle 3.00 circa la stazione di Livorno Centrale era completamente allagata
  • che (sempre se quanto apparso sulla stampa), alle 4.30 Ardenza, Felciaio e Stringaio fossero usciti dagli argini in maniera violenta: questo è un particolare importante, in quanto l’esondazione di questi rii avrebbe dovuto essere ritenuta un presagio per la esondazione del Rio Maggiore, il quale, avendo appunto un bacino di dimensioni molto maggiori degli altri tre, avrebbe dovuto registrarne l’inizio con un certo ritardo rispetto a quelle dei fossi minori

Poi.. è mai possibile che nessuno abbia pensato ai rischi connessi alla apertura di ispezione della tombinatura del Rio Maggiore? 
C’è poi un’altra questione: la stessa deliberazione citata, consente ai comuni o alle province nella fase di evento in corso la facoltà di innalzare il livello dell’allerta (e in questo caso portarlo al rosso)

La zona di Stagno allagata
POLITICA E PREVENZIONE. Siamo sempre lì. 
  • la prevenzione non paga in termini politici, meglio le piccole cose a breve termine in vista delle prossime elezioni, di qualunque colore si parli.  Ed è ovvio: un investimento nella costruzione di un ponte o di un centro commerciale “si vede”; un investimento per la sicurezza non si vede: nessun “cittadino medio” dopo una forte pioggia è in grado di capire che non c’è sttaa una alluvione o una frana grazie alle opere di mitigazione del rischio geo – idrologico. Nel caso specifico: quanti cittadini di Livorno somno a conoscenza che la zona a monte dell’aurelia è stata salvata dalla piena grazie alle casse di espansione?
  • non parliamo poi delle conoscenze generali sulla Protezione Civile: cosa sia, cosa faccia e chi ne fa parte.. 
  • c’è poi la percezione che sia lo Stato a risolvere sempre e comunque i problemi e che il cittadino possa stare lì, tranquillo e beato, a non fare nulla

Ma, alla fine della fiera, il problema è la scarsa preparazione dei sindaci in assetto del territorio e protezione civile. Torniamo indietro di qualche giorno, al 31 agosto: la Protezione Civile Regionale aveva emesso la stessa allerta di sabato 9 settembre. Ero ancora a Rosignano e il commento del mattino dopo fu “allerta meteo una …. : visto, deh, non è successo nulla...”. Ho fatto notare che invece problemi c’erano in alcuni punti ed erano molto seri (ad Arezzo e Follonica). 
Insomma, bisognerebbe che i sindaci ed i cittadini capissero che queste allerta vengono emesse per tutta la Regione in quanto questi fenomeni sono troppo limitati nello spazio per poterli predire con esattezza. Quindi l’allerta arancione per tutto il territorio toscano sta a significare questo avviso: “cari sindaci della Toscana, sappiamo che c’è il fondato rischio che in qualche punto, sia pure limitato, della nostra Regione si verifichino dei fenomeni estremi. Ne segue che ognuno di voi ha una bassissima probabilità che il proprio territorio venga coinvolto, ma a qualcuno di voi (e non è possibile sapere a chi) toccherà di sicuro”.
In mancanza di questa percezione è possibile che qualche sindaco, mai interessato da grandi fenomeni dopo una decina di codici arancioni in tutto il territorio regionale negli ultimi due anni, abbia volontariamente lasciato perdere perchè “tanto come al solito non succederà niente”.
Una leggerezza che in questo caso è toccata al sindaco di Livorno

Una leggerezza dovuta semplicemente al non aver capito le difficoltà del problema e cioè:
  • che le previsioni della quantità di pioggia sono probabilistiche e non deterministiche
  • che è impossibile fare previsioni a livello dettagliato per poter restringere le zone a rischio come qualche sindaco spera

Da ultimo mi chiedo se altri sindaci abbiano agito allo stesso modo. Sperando che, almeno, questa vicenda serva da lezione per questi altri improvvidi (ove esistenti) a cui stavolta “è andata bene”, essendosi comportati come il loro collega labronico. e che questi improvvidi siano sanzionati come si deve.

giovedì 31 agosto 2017

Il dramma del ritardo nella fornitura dei prefabbricati per i terremotati del Centro Italia e la italica burocrazia


I nuovi sfollati di Ischia non ci devono far dimenticare gli sfollati dell’Appennino centrale, dove nel quasi totale silenzio dei media sta succedendo una questione piuttosto imbarazzante per il nostro Paese: stampa, social network e opinione pubblica in genere (naturalmente in special modo chi è all’opposizione del governo attuale) puntano gli occhi verso le macerie che sono ancora lì e che, invece, come ho fatto notare più volte sono l’ultimo dei problemi. Voglio quindi parlare di quello che è il problema più importante del momento e cioè la fornitura dei moduli abitativi per la “ricostruzione leggera”, i prefabbricati burocraticamente noti come Soluzioni Abitative di Emergenza (in sigla: SAE). Le SAE sono fondamentali perché prima di effettuare la ricostruzione “pesante” e definitiva è necessaria la microzonazione sismica di livello 3 (con il fondato rischio che qualcuno dovrà avere il coraggio di dire ad alcune persone "qui non si può ricostruire" perché zona troppo esposta a rischio sismico o geo – idrologico). Sulla fornitura delle SAE siamo invece parecchio in ritardo; anzi, è questo il vero scandalo e invito dunque chi è all’opposizione del governo di farlo notare con vigore e a chi invece lo sostiene a chiedere di accelerare le procedure, pena la continuazione dell'immenso disagio delle popolazioni terremotate e il proseguimento di una pessima figura. E pensare che, probabilmente, tutti questo ritardi nascono da una procedura tanto burocraticamente corretta quanto farraginosa. Insomma, non è possibile in un momento d’emergenza pensare di seguire gli iter amministrativi assurdi dell’italica burocrazia, che diventano demenziali in questi casi.

Houston, abbiamo un problema…: dopo essere stato nelle zone terremotate dell’Italia Centrale avevo capito e illustrato su Scienzeedintorni, parlando con quelli che sono “sul campo” che il problema delle macerie è secondario e che ne sono altri più impellenti (ad esempio infrastrutture, tessuto economico) e che come azione propedeutica alla ricostruzione definitiva è assolutamente necessaria una seria microzonazione sismica.

Parlando delle emergenze provocate dagli eventi sismici del 2016 ho volutamente dato finora poco risalto al problema decisamente drammatico degli alloggi provvisori, volendo chiarire meglio la cosa in un post apposito da scrivere nei dintorni dell’anniversario, in corrispondenza del quale prevedevo che venisse data grane enfasi alle macerie e che in pochi purtroppo avrebbero parlato di infrastrutture, tessuto economico e microzonazione sismica e alloggi provvisori. E regolarmente è successo così.  
Quando ho scritto che una famiglia terremotata può stare anche un anno in più in una casa in legno o in un prefabbricato (realizzata nel quadro della ricostruzione leggera in emergenza), ma non può stare senza lavoro, perché senza reddito non può andare avanti, sapevo infatti che avrei dovuto parlare dello scandaloso ritardo nella fornitura delle soluzioni abitative di emergenza (le SAE). Ma poi è venuta Ischia, dove il dibattito, anziché sulla irresponsabile edilizia isolana, verte molto idiotamente sul posizionamento dell’epicentro della debole scossa napoletana. 
Per cui Amatrice e dintorni ora sono momentaneamente indietro nell’agenda e tocca quindi sforzarsi per ricordarlo.

I MODI DELLA RICOSTRUZIONE. Dopo un terremoto distruttivo la ricostruzione prevede due fasi: 
- il “primo reinsediamento”, cioè la prefabbricazione leggera per famiglie, commercio, artigianato: banalmente, un sistema veloce in cui vengono allestiti dei centri urbani provvisori con dei prefabbricati (che oggi sono anche abbastanza confortevoli) e si riavviano il più possibile le attività imprenditoriali, sempre sfruttando costruzioni prefabbricate. La vocazione agricola dell’Appennino centrale renderebbe più semplice la cosa rispetto ad un’area fortemente industrializzata: fornire prefabbricati ad uso agricolo o edifici per attività artigianali è decisamente più semplice rispetto al ripristino di grandi fabbriche
- finita questa fase emergenziale comincia la ricostruzione pesante (cioè le abitazioni in muratura). Questo processo deve essere svolto con una certa calma, perché oltre alla zonazione sismica di livello 3 (per evitare di costruire in aree particolarmente pericolose in caso di nuovi eventi sismici), occorre anche dare un’occhiata alle aree a rischio geo – idrologico e a tanti altri aspetti. Svolgerlo con una certa calma, però, è possibile solo ed esclusivamente se tutti hanno un tetto abbastanza confortevole sulla testa (e un lavoro)

LA RICOSTRUZIONE LEGGERA È IN RITARDO. E PARECCHIO. Ebbene, il problema è che sulle Soluzioni Abitative di Emergenza siamo ancora – e parecchio – in alto mare e sulle SAE le Istituzioni si stanno giocando quel poco di credibilità che resta loro. Il comunicato della Protezione Civile del 24 agosto 2017 conferma che sono stati completati i lavori in oltre quaranta aree e sono state consegnate ai sindaci 743 casette, di cui 138 a Norcia, 373 ad Amatrice, 146 ad Accumoli, 42 ad Arquata, 22 a Pieve Torina, 11 a Montecavallo, 10 a Fiastra ed una a Torricella Sicura (TE). Peccato che il totale richiesto sia di 3.649 SAE per tutti i 51 comuni che ne hanno fatto richiesta e quindi l'operazione è conclusa in appena del 20% delle necessità. Eppure sul suo sito il Dipartimento di Protezione Civile riporta esplicitamente che “sulla base delle esperienze pregresse e grazie agli strumenti contrattuali messi in campo precedentemente, si è stimato sin dall'inizio che per la realizzazione delle SAE fossero necessari circa sette mesi”.  Questa stima avrebbe dovuto tenere conto di numero e grandezza delle SAE richieste, tempistiche di progettazione e realizzazione, e del Complesso delle attività propedeutiche all’inizio dei lavori. Ora siamo ad un anno dal sisma e se anche le operazioni fossero partite 5 mesi dopo (quindi a febbraio) oggi dovrebbe essere già tutto a posto o quasi.
Insomma, il piatto piange, basta vedere la situazione in tempo quasi reale fornita dalla Protezione Civile a questo indirizzo: ad un anno dal sisma ci sono zone in cui non è ancora iniziato l’allestimento dei moduli abitativi di emergenza. Il che NON è tollerabile.

A questo punto bisognerebbe che le Istituzioni si dessero una mossa: 
  • a me sta benissimo che anziché puntare sul “demagogico” e cioè su cose sbagliate dal punto di vista tecnico ma di maggiore presa sull’elettorato (la rimozione immediata delle macerie seguita da un veloce avvio della ricostruzione definitiva) si sia deciso un iter meno spettacolare ma più corretto dal punto di vista tecnico, scientifico ed economico
  • ma siccome con l’inverno alle porte il ritardo mi pare esagerato, da cittadino italiano pretendo una soluzione rapida sulla questione, e che quindi si provveda di corsa a sanare questa terribile situazione, pena una figuraccia epocale da parte del governo (il quale. anche se direttamente il processo non lo riguarda, essendo la Protezione civile fuori dal meccanismo e procedura affidata agli enti locali, è pur sempre il primo responsabile delle regole del gioco)

Inoltre bisogna considerare a distanza di un anno l'effetto psicologico sulla popolazione ancora senza una soluzione abitativa provvisoria (ma decorosa) per l’immediato futuro, costretta a vedere tutti i giorni le macerie delle proprie case (con il terribile ricordo di amici e parenti che in quelle rovine hanno perso la vita). E quindi – insomma – non sarò “strettamente necessaria dal punto di vista tecnico” ma la rimozione totale delle macerie sta diventando necessaria dal punto di vista psicologico.
Mi chiedo al proposito se la follia interpretativa che considera alla stessa stregua lo smaltimento dei calcinacci di casa per le ristrutturazioni e le macerie del terremoto possa essere sorpassata (ovviamente prevedendo un iter ad hoc per le parti in amianto ed altri prodotti pericolosi).

La carta della situazione attuale.
Fonte: Sito del Dipartimento della Protezione Civile - Presidenza del Consiglio dei Ministri, contenuto non alterato - licenza CC-BY versione 4.0
LA SITUAZIONE ATTUALE DLLE SAE. Vediamo quindi la situazione dei moduli provvisori, burocraticamente noti come SAE (soluzioni abitative di emergenza). La carta qui accanto, presa dal link già indicato sopra, si riferisce alla seconda metà di agosto.

Innanzitutto definiamo il significato dei 5 pittogrammi della mappa, che lì per lì non paiono molto chiari anche perché lo stesso colore viene utilizzato con simboli diversi e lo stesso simbolo viene usato con colori diversi. Forse sarebbe stato meglio utilizzare 5 colori diversi indipendentemente dal pittogramma... 

  • il pittogramma bianco identifica le aree consegnate a chi deve eseguire la progettazione 
  • la pala in campo giallo contraddistingue le aree dove la Regione competente sulla base del progetto esecutivo, definisce e pubblica la gara per selezionare l’impresa che si occuperà di urbanizzare l’area (nei casi in cui le attività di urbanizzazione vengono affidate alle forze armate non viene espletata la procedura di gara) e, con la consegna dei lavori alla ditta vincitrice della gara, partono le attività. Quindi potremmo essere sia ad un punto “decente” (i lavori di urbanizzazione sono quasi finiti) come ancora in alto mare, e cioè essere ancora in attesa di vedere la gara.
  • la pala in campo verde identifica la fine urbanizzazione, ma ancora le SAE devono arrivare. Per fortuna alle volte i lavori di urbanizzazione procedono insieme a quelli del montaggio delle SAE, ma sfortunatamente fra questi non sono considerati gli allacci di luce, acqua, gas, di solito completati in un secondo momento
  • la casa in campo giallo identificano le aree dove le SAE sono ancora in montaggio 
  • la casa in campo verde identificano le aree dove l’installazione delle SAE è completata e sono stati montati gli arredi all’interno ma ancora il tutto non è consegnato al sindaco
  • le case in azzurro sono i punti dove le SAE sono consegnate al Sindaco, il quale le deve assegnare ai cittadini

Vediamo che ad un anno dal terremoto, quando essendo passati più di 7 mesi dall’evento, dovrebbero esistere solo pittogrammi azzurri, i colori prevalenti sono giallo e verde se non ancora il bianco. Per le aree identificate dalla pala in campo giallo i ritardi sono evidenti, mentre per quelle con il pittogramma bianco la situazione va da “decisamente in ritardo” a “intollerabilmente in ritardo”. Per cui si deduce che o le stime della Protezione Civile sulla conclusione dell’operazione erano ottimistiche o qualcosa non ha funzionato. 
E per me è “la seconda che ho scritto”. Vediamo perché.

IL COMPLESSO ITER BUROCRATICO DELLE SAE. Il processo che porta alla consegna al Sindaco delle SAE è il seguente:
  1. le aree dove sistemare i SAE sono state individuate dal comune dopo che i suoi tecnici ne hanno verificato l’idoneità dal punto di vista geo – idrologico (insomma, devono essere zone a rischio teoricamente ridicolo per alluvioni e frane)
  2. a sua volta la Regioni deve esprimersi in merito alla idoneità dell’area scelta
  3. poi la palla ritorna al Comune, perché se la stessa è di proprietà privata occorrono degli atti affinché la mano pubblica ne possa prendere possesso (in alcuni casi anche tramite esproprio)
  4. fatto questo la Regione consegna l’area a chi deve fare la progettazione, che ovviamente deve tenere conto del numero e del tipo di SAE richiesti
  5. il layout deve essere approvato formalmente da parte di Regione e Comune
  6. ricevuta l’approvazione il soggetto progettista entro venti giorni definisce il progetto esecutivo
  7. anche il progetto esecutivo deve essere successivamente sottoposto all'approvazione  di Regione e Comune
  8. la Regione definisce e pubblica la gara per selezionare l’impresa che si occuperà di urbanizzare l’area
  9. con la consegna dei lavori alla ditta vincitrice della gara, partono le attività

Il punto 8 non si applica nei casi in cui le attività di urbanizzazione vengono affidate alle forze armate 

Quindi in questo delirio burocratico la Regione si occupa della stessa area per ben 4 volte e il Comune 3. E, insomma, mi pare legittimo qualche sospetto sul fatto che la ricostruzione (anzi, in questo caso l’emergenza, dato che è appunto una fase ancora di emergenza), sia “un pochettino ritardata dalle formalità burocratiche”.

Ora, capisco l’emergenza, capisco tutto, ma ribadisco che ad un anno dal 24 agosto 2016 ci siano ancora diversi luoghi dove le SAE sono un miraggio beh… la cosa mi lascia interdetto e mi chiedo quanto abbia inciso nel ritardo (perché di ritardo si tratta e su un problema mica da poco) questo complesso iter burocratico.

COME USCIRE DA QUESTO CAOS BUROCRATICO? CAMBIARE LA LEGGE (E DI CORSA!). Siccome oltretutto ora il problema si pone anche per Ischia sono necessari dei provvedimenti per rimediare a questa assurdità.
Come uscire da questo caos burocratico? Semplice: occorre cambiare la legge cioè fare in modo che nell’emergenza gestita dalla Protezione Civile sia compresa anche la fase del “primo reinsediamento”.
In altre parole, se continuiamo a separare il reinsediamento dalla fase dell'emergenza la frittata è servita, come i terremoti del 2016 dimostrano in modo inequivocabile.

So che ora qualcuno storcerà il naso ma secondo me sarebbe molto bello se “saltando” le Regioni, il commissario per l'emergenza e il reinsediamento operi in prima persona confrontandosi esclusivamente con i sindaci nella loro qualità di massimi responsabili comunali della Protezione Civile. La procedura più snella inoltre (c’è solo la struttura di emergenza che opera in deroga alla burocrazia) consentirebbe di evitare i troppi passaggi burocratici che alla fine diventano di fatto uno scaricabarile delle responsabilità.
L’attività del Dipartimento di Protezione Civile in questo scenario si concluderà solo ed esclusivamente quando si è conclusa la ricostruzione leggera e si procederà a quella pesante. 
Ad evitare qualsiasi sospetto di scarsa trasparenza, tutti gli atti, gli affidamenti, i costi e lo stato dei lavori dovranno essere resi immediatamente pubblici su un apposito sito.

Un complesso di SAE nella zona artigianale di Norcia
CONSEGUENZE SECONDARIE DELLA SITUAZIONE ODIERNA. Oggi in questo ping–pong fra Enti Locali il sindaco rischia semplicemente di trasformarsi nel sindacalista dei propri cittadini contro il famigerato stato centrale (a cui si deve questa oscenità normativa) creando così il vero disastro sia per il reinsediamento che per la successiva ricostruzione pesante.
Inoltre questo processo inesorabilmente lento non alimenta certo la “fiducia dei cittadini nelle istituzioni”; anzi, direi che provocherebbe l’esatto contrario.
In una fase di sfiducia dei cittadini verso le istituzioni (che avrebbe potuto essere evitata semplicemente usando una procedura meno farraginosa) sarà facile che se dal punto di vista tecnico si renderà necessaria una delocalizzazione di un centro abitato (cosa che per qualche paese pare quasi scontata) dei tribuni improvvisati  grideranno ad oscuri interessi di bottega ergendosi a difensori di coloro che chiederanno di ricostruire il proprio borgo “dov’era e com’era” aggiungendo caos alla confusione.

Insomma… qui in gioco non sono un governo nazionale, né le amministrazioni locali; sulla pelle dei terremotati è in gioco la credibilità del Paese. Che se le soluzioni abitative di emergenza non saranno pronte entro l’inverno, farà una pessima figura davanti a tutto il mondo civile, mentre le popolazioni affronteranno in condizioni difficilissime la nuova stagione fredda (che da quelle parti è davvero fredda..) 

EDIT: DI SEGUITO RIPORTO UN COMMENTO DELL'AMICO MARIO SENSINI, GIORNALISTA CHE CONOSCE MOLTO BENE LA ZONA, VISTO CHE È ORIGINARIO DI QUELLE ZONE. LA SUA ESPERIENZA SUGGERISCE ALTRE CAUSE.

Caro Aldo, 
per una volta non sono d'accordo con te, per più di un motivo. Intanto la burocrazia, ineluttabile come il terremoto, come causa di tutto. Se ti studi bene la situazione, scoprirai che le cause degli enormi ritardi sono altre. 

La prima: l'errore madornale iniziale della Protezione Civile, che contrariamente a quanto dici gestisce anche la fase di reinsediamento, che ha aspettato prima di ordinare le casette che tutti i sindaci fossero pronti (poi quando hanno capito che mettere insieme tutti era impossibile, sono partiti lo stesso). (nota: io intendevo dire che si dovrebbero saltare almeno i passaggi in Regione)

La seconda: le difficoltà dei sindaci, cui tu proponi di delegare tutto. 
A Visso, uno dei comuni più colpiti, le aree per le casette, sette per oltre 300 abitazioni, sono state "individuate" tra il 12 aprile e il 5 maggio scorsi, a dieci mesi dal terremoto. 
A Pieve Torina, dove le Sae sono più di 200, hanno individuato le aree a inizio marzo: in tre di queste l'urbanizzazione è finita e in due hanno avviato le installazioni delle casette. 
A Fiastra hanno fatto ancora prima, ad aprile le aree, a giugno l'avvio dell'urbanizzazione, già ultimata in tre aree, e un primo campo già consegnato. 
A Camerino stiamo ancora a "carissimo amico". Le zone dove costruire sono state perimetrate tra fine luglio e il 24 agosto e solo in due aree su sette sono iniziati i lavori. 
A San Paolo e Arcofiato hanno trovato le aree, ma non sanno ancora quante casette ci devono mettere! 
Certo, stabilire dove mettere le casette, come dici anche tu, non è cosa facile: bisogna studiare il terreno, fare sondaggi, analisi, studi idrogeologici, devono essere vicine alle reti idriche e fognarie, a volte ci sono da fare gli espropri, non è una roba da dieci minuti. 

Tieni conto che per fare restare la gente vicino ai propri paesi si è scelto di fare anche dei campi SAE con quattro casette, come a Croce di Visso, o addirittura tre come a Convento di Caldarola. 
E che per farceli stare, in alcuni casi, si sono dovuti inventare l'impossibile: vai a vedere dove hanno appiccato le casette a Castelsant'Angelo, dove non c'è un terreno in pianura manco per farci un campo sportivo, o anche a Fiastra. 

C'è un altro motivo per cui non concordo con te, il ruolo che attribuisci alla microzonazione sismica. Non è certo per quella che si sta ritardando la riparazione delle case, magari fosse così. Per quelle analisi i Comuni hanno ricevuto una media di 20 mila euro a testa: Fiastra ha dodici frazioni, ma con quei soldi ci fanno si e no due buchi (uno l'hanno fatto, dove dovevano ricostruire la scuola, e hanno scoperto che ci sono quindi metri di terreno franoso sotto!!!). Sono d'accordo con il fatto che una seria microzonazione sarebbe necessaria, e dovrebbe secondo me essere obbligatoria ogni volta che lo Stato ricostruisce coi soldi pubblici qualcosa, ma non è così... Abbracci.




martedì 29 agosto 2017

Considerazioni sulla querelle dell'individuazione dell'epicentro del terremoto di Ischia


La revisione dell’epicentro del terremoto di Ischia del 21 agosto ha suscitato un vespaio e questo purtroppo non solo a causa di giornalisti e pubblico che non hanno la minima idea di cosa voglia dire stabilire i parametri di un terremoto, ma anche a causa di alcuni ex addetti ai lavori che hanno fatto delle dichiarazioni un pò improvvide. E come al solito si parte con i complotti, mentre c’è chi giustifica l’abusivismo edilizio e la pessima qualità delle costruzioni (dopo che – insomma – il famoso terremoto di Casamicciola è del 1883, non di millenni fa ed avrebbe dovuto suggerire una certa attenzione nel tirare su i muri). Anzi, questa polemica è persino funzionale a lasciare in secondo piano il tema dell'edilizia che uccide.

La localizzazione di un segnale radio
sfruttando 3 stazioni riceventi
LA DIFFICILE LOCALIZZAZIONE DI N TERREMOTO. Incominciamo dalla triste vicenda della localizzazione dell’epicentro e del meccanismo focale. “A caldo” INGV aveva indicato un epicentro in mare ed un movimento trascorrente. 
Ora, purtroppo in Italia non esiste il concetto che la localizzazione di un evento sismico nella sua immediatezza sia piuttosto imprecisa. Infatti gli eventi si dividono subito in “riportati in automatico” o “revisionati da un sismologo”. 
Cosa vuol dire tutto questo? Per capire ad esempio da dove arriva un segnale radio si prendono 3 ricevitori e se ne confronta il relativo tempo di arrivo di un particolare segnale, perché più vicino è il ricevitore, prima arriverà (più o meno è lo stesso sistema che si usa per i localizzatori GPS). 
Fondamentalmente funziona così anche in sismologia, ma qui c’è un inghippo di non trascurabile importanza: le onde radio in atmosfera bene o male hanno una velocità costante, mentre le onde sismiche variano la loro velocità a seconda del mezzo in cui si propagano e questa differenza può essere particolarmente evidente, come vediamo nella tabella qui accanto, fornita dalla agenzia governativa statunitense EPA: ad esempio in un granito compatto le onde P si muovono a circa 5.5. km/s, mentre nelle sabbie come quella della riva del mare la velocità scende a meno di 2 km/s (e si tratta, litologia per litologia, di un intervallo di velocità che cambia caso per caso). Pertanto localizzare un evento sismico è una cosa veramente difficile in quanto per farlo occorre avere un preciso modello della velocità delle onde sismiche nella zona compresa tra l’ipocentro e il sismografo che ha segnalato l’evento. Per questo di fatto all’inizio viene attribuita una posizione in maniera un po' spannometrica, e il dato viene successivamente migliorato
Il problema della localizzazione esatta è particolarmente difficile in un’area vulcanica, a causa della estrema eterogeneità delle velocità delle onde sismiche che si incontra in strutture del genere.

Le velocità delle onde sismiche
in varie rocce e sedimenti (fonte: EPA)
Lo stesso dicasi per la profondità, che per i terremoti superficiali all’inizio viene indicata con il valore standard di 10 km. Per cui gli eventi “rilocalizzati” nelle coordinate geografiche epicentrali e nella profondità ipocentrale sono ben più di quelli a cui vengono lasciati i valori attribuiti all’inizio. 

IL RIPOSIZIONAMENTO DELL'EPICENTRO DA PARTE DI INGV. Personalmente avevo dato credito alla prima versione: a Ischia ci sono stato (e lo consiglio a tutti per motivi paesaggistici, geologici, storici e termali: insomma più che un'isola è un vero paradiso!) ma non sono certo io quello che può permettersi di giudicare la situazione e pensare ad un dato iniziale sbagliato (anche se sapevo benissimo che poteva essere impreciso). Ma per chi conosce bene l’isola, la distribuzione dei danni induceva a pensare che fosse plausibile un epicentro sulla terraferma. E sono partiti commenti dal tono secondo me sbagliato.

Anche a INGV la cosa non tornava del tutto (in altre parole: c’erano arrivati anche loro a capire che probabilmente – e, per quanto detto prima, logicamente – la collocazione dell’evento era un po' diversa rispetto alla prima indicazione). Sostanzialmente i problemi erano due: 
  • i modelli delle velocità sotto Ischia sono poco precisi
  • come in ogni area vulcanica le differenze delle velocità delle onde sismiche nel sottosuolo dell’isola sono piuttosto forti, visto che si passa da rocce vulcaniche in cui sono velocissime fino a tufi e sabbie dove invece sono lentissime

Di conseguenza hanno provveduto a ricalcolare i dati escludendo tutte le stazioni a una distanza maggiore di 20 km, usando solo i dati provenienti dalle stazioni di Ischia più qualcuna dei Campi Flegrei. I dati confermavano le impressioni, ponendo l’epicentro a terra a 2 km di profondità vicino all’Epomeo con un meccanismo di faglia normale. Ma questo non era ancora sufficiente, perché, per ragioni che ignoro non essendo un geofisico, usando una rete locale a maglia stretta come quella usata per il ricalcolo, l’epicentro ricade spesso all’interno della rete stessa indipendentemente da dove è accaduto. E siccome l’epicentro calcolato precedentemente era in mare e fuori dal reticolo di sismografi utilizzato i dubbi restavano. 
Aggiungiamo a questo gli strepiti dell'opinione pubblica e si capisce il perché della prudenza di INGV.
Quindi per una determinazione più chiara è stato deciso di aspettare i dati delle stazioni GPS e quelli dei satelliti che non sono disponibili immediatamente in quanto:
  • i dati di deformazione della rete GPS a causa della loro fluttuazione hanno bisogno di qualche giorno per stabilizzarsi dopo un evento che ha deformato un'area
  • per i dati di interferometria SAR occorre aspettare il nuovo passaggio del satellite in zona, per confrontare i dati del nuovo sorvolo e di quelli precedenti


I dati satellitari dell'ASI che confermano
la deformazione ai piedi dell'Epomeo
I dati hanno confermato una piccola deformazione cosismica nei pressi dell’Epomeo, con un abbassamento di 4 centimetri, e quindi che la seconda collocazione dell’epicentro, con il nuovo meccanismo focale, era giusta, che è stata annunciata il 25 mattina durante la riunione della Commissione Grandi Rischi dal direttore dell’Osservatorio Vesuviano. La magnitudo, calcolata con il momento sismico, più preciso, confermava Mw= 4.0
Quindi si tratta dell’attività di una di quelle faglie grazie alle quali nell’ultimo milione di anni si è individuato lo sperone tufaceo dell’Epomeo, da molti erroneamente creduto un vulcano.
Il terremoto si può considerare “vulcano - tettonico” perché sebbene dovuto ad una faglia, si tratta di una faglia che esiste perché esiste l’apparato vulcanico e quindi è stato generato dalla dinamica locale del vulcano.

In fondo, l’errore nella determinazione dell’epicentro non è stato poi troppo grande ma si è svolta in un teatro geografico molto particolare: siamo davanti ad un confine molto chiaro, anzi, quanto di più chiaro possa esistere dal punto di vista geografico, quello tra il mare e una terra emersa. Se il nuovo posizionamento si fosse riferito ad un terremoto all’interno dell’Appennino centrale, nessuno si sarebbe accorto di quei 5 km di distanza fra il primo epicentro calcolato e quello indicato in un secondo tempo.

SOCIETA' CIVILE E TERREMOTO. Forse INGV incorre nell’errore classico di Scienziati e Tecnici: dare per sottinteso qualcosa di chiarissimo agli addetti ai lavori ma non evidente né per il “pubblico comune”, tantomeno per i giornalisti e specialmente quelli che su internet la vogliono sparare grossa (è una ottima occasione per un clickbaiting) o per motivi politici: dopo una prima valutazione a caldo dei dati dell’arrivo delle onde sismiche alle varie stazioni, questi vengono successivamente riprocessati per determinare meglio i parametri di un evento sismico.

Il problema è che, stavolta, hanno fatto chiasso degli addetti ai lavori (o, meglio, degli ex addetti ai lavori), dando vita ad una tempesta mediatica perfetta con il motto "INGV ha sbagliato e lo dicono gli scienziati che ne hanno fatto parte!!". Non mi interessa il gossip e non voglio sindacare sul perché lo abbiano fatto. 
Sono comunque dell'opinione che questi se la potevano risparmiare perché, appunto, questi conoscono perfettamente e parecchio in dettaglio i problemi che ho esposto poco sopra. Insomma, avrebbero potuto esprimere in altro modo i dubbi in modo da evitare la sollevazione comaresca (ma forse puntavano proprio a questo..)
Sta di fatto che nei media poco informati o volutamente disonesti e nel codazzo sui social network è passato il messaggio che l’INGV ha sbagliato e che ha rivisto i dati solo dopo che qualcuno ormai fuori da INGV aveva fatto notare, persino senza sapere i dati, che c’era un errore. Cosa che non corrisponde assolutamente alla realtà.
Fra parentesi alcuni di questi criticando INGV criticano… se stessi e il loro lavoro pregresso...

Carta che evidenzia come i due epicentri siano piuttosto vicini 
OSSERVAZIONI CONCLUSIVE. Da ultimo mi si permetta di fare alcune annotazioni, perché il grande pubblico dovrebbe capire di essere davanti ad un sisma di intensità relativamente modesta, tale da non causare quei danni se si fosse costruito bene. Invece si fanno chiacchiere da pollaio su magnitudo e collocazione:
  • è curioso che quelli che avevano attaccato Boschi ai tempi del terremoto dell’Aquila ora lo idolatrano semplicemente perché “è contro l’INGV
  • grazie a questo terremoto sono ritornati alla ribalta gli oppositori della geotermia, ad Ischia come ai Campi Flegrei perché sarebbe pericolosa. Quegli stessi che avevano gridati che persino un innocente carotaggio scientifico come se ne fanno tanti (il “Campi Flegrei Deep Drilling Project”, per intendersi) avrebbe provocato uno sconquasso terrificante, che ovviamente non c’è stato. È stato persino affermato che INGV avrebbe deliberatamente spostato l’epicentro in mare per “salvare la geotermia”. Si tratta di pure follie contro le quali spero che qualcuno prenda adeguati provvedimenti
  • a me pare che più che un eventuale progetto di geotermia i problemi da quelle parti stiano nell’idiozia di chi ha costruito male e in zona pericolosa e di chi, per calcolo politico, glielo ha lasciato fare, in maniera regolare o abusiva che si voglia: è stata una scossa che a causa della bassa profondità e di vari effetti cosismici è risultata in una accelerazione cosismica massima di ben 0,28 g (quando la probabilità del i 0,25 è il limite per la zona 1, che identifica aree con una probabilità del 10% di raggiungere quel valore di accelerazione cosismica in 50 anni). Ma si tratta di valori ridicoli per le capacità costruttive odierne e quindi un evento del genere in un Paese normale non avrebbe provocato altro che la caduta di qualche soprammobile… e siamo nel 2017 non nel medioevoe da quelle parti ci si dovrebbe ricordare dell’evento del 1883, mica di un lontano evento in epoca romana...
  • resta il fatto che anche molti edifici non abusivi sono stati costruiti prima delle normative antisismiche e anziché pensare a complotti degli scienziati sarebbe meglio pensare alle cazzate edilizie fatte fino ad oggi e a come porvi rimedio...


mercoledì 23 agosto 2017

Amplificazione delle onde sismiche e pessima edilizia responsabili della gravità del terremoto di Ischia


Sono allucinato. Il terremoto di lunedì sera è stato la dimostrazione pratica di una vecchia massima e cioè “non è il terremoto a fare danni, ma la cattiva edilizia”. Quando la app mi ha avvisato dell’evento ho alzato le spalle… “vabbè.. cosa vuoi che sia..”. Purtroppo già poche ore dopo la situazione si è rivelata ben altra e una scossa decisamente ridicola ha invece rischiato di diventare una strage, come purtroppo è già successo in passato nell'isola: è vero che non si può morire o vedere distrutta la casa per un sisma di questa portata, e questo indipendentemente dalle stupide polemiche sul fatto che la Magnitudo sia stata 3.5, 4.0 o quant’altro. Il risultato è che per l’ennesima volta ci faremo ridere dietro da tutto il mondo civile, anche se c’è davvero la possibilità che i danni ingenti siano parzialmente da addebitare anche ad una sfortunatissima combinazione di un ipocentro vicino ed estremamente superficiale con circostanze geologiche e geografiche che hanno provocato una violenta amplificazione delle onde sismiche. Questa comunque è solo una scusante parziale, in una zona che poco più di 100 anni fa è stata duramente colpita da un precedente evento sismico e notoriamente prona a terremoti di origine locale, di bassa Magnitudo ma di alto potenziale distruttivo. EDIT: A SEGUITO DELLE OVVIE MODIFICHE DELLA LOCALIZZAZIONE DELL'EPICENTRO FACCIO ALCUNE MODIFICHE

QUESTI SONO I PARAMETRI RICAVATI INIZIALMENTE. IN REALTA' DOPO IL RICALCOLO
L'EPICENTRO è ALL'INTERNO DELL'ISOLA, IMMEDIATAMENTE A NORD DELL'EPOMEO
Sinceramente, in questo momento sono ancora in vacanza in un paradiso, la valle di Riva in Alto Adige. Quindi accontentatevi di qualche “considerazione sparsa”.

PREVISIONE? NO GRAZIE. Ci sono dei personaggi che dicono che lo avevano previsto. È da mesi che insistono che nei prossimi giorni ci sarà qualche terremoto forte in Italia. Alla fine si crogiolano per questo “successo”.  Al solito non mi stanco di ripetere che chi dice di prevedere terremoti è un visionario, un mentecatto o peggio.

VISTO CHE NON SI PUÒ PREVEDERE, ALLORA PREVENZIONE. Eventi pregressi avrebbero consigliato maggiore attenzione. Siamo più o meno nella zona del terremoto di Casamicciola del 1883 (in Toscana si dice “succede una Casamicciola” per dire che – insomma – succede un qualcosa di “esplosivo” all’improvviso). Come dire che qualche preoccupazione nel costruire avrebbe dovuta esserci. Per la classificazione sismica del territorio ai sensi della OPCM 3519 del 2006 Ischia è classificata in zona 2 e quindi è un territorio con la possibilità teorica del 10% in 50 anni di soffrire accelerazioni cosismiche fino a 0,25 g. Tanto per dire, sono comprese nella zona 2 le aree maggiormente sismiche dell’Appennino Tosco – Emiliano. Insomma, è decisamente “a rischio” e questo avrebbe dovuto consigliare una certa attenzione. 
Invece a giudicare dalle poche immagini che ho visto ha prevalso una “edilizia creativa” fatta con quello che hanno trovato in loco, con risultati che si sono rivelati disastrosi: siamo dunque davanti ad una pessima qualità dell’edificato

ABUSIVISMO EDILIZIO. Ischia è notoriamente una delle patrie dell’abusivismo edilizio. Ricordo persino delle manifestazioni popolari in difesa delle costruzioni abusive. Ora, non penso proprio che una casa abusiva venga costruita con criteri antisismici… anche perché la cultura dell’abusivo non ci arriva. Però anche edifici non abusivi sono stati danneggiati (immagino che l’ospedale non sia abusivo…). In questo momento stiamo assistendo ad una lotta particolare fra chi, per lo più dal mondo scientifico e delle professioni e dall’ambientalismo, dà la colpa del disastro al condono edilizio e chi (i sindaci dell’isola, guarda caso..) dicono che l’abusivismo non c’entra niente. 
Anche se, come ho detto, sono convinto che gli edifici abusivi non siano stati costruiti con criteri antisismici, per dirimere la questione ci sarebbe da fare un censimento distinguendo negli edifici danneggiati quanti erano “regolari all'origine”, quanti “condonati”, quanti “in attesa di condono” e quanti “abusivi e/o sconosciuti al catasto”.
Solo dopo una analisi del genere potremo capire se e quanto l’abusivismo abbia contribuito ai danni. Il problema è chi farà questa indagine: deve essere un organismo indipendente che non risponda agli interessi di nessuno (specialmente degli abusivi e della politica che li ha sempre protetti).
Ricordo inoltre che l’abusivismo spesso insiste su aree pericolose per cause geo – idrologiche (elevato rischio di frane ed alluvioni) e qualche anno fa proprio nell’isola una frana ha distrutto un edificio provocando diversi morti.
E, comunque, basta con la storia dell’abusivismo per necessità!!

VULCANISMO ISCHITANO E TERREMOTO. Il vulcano in questo momento è dormiente e non c’entra niente con l'evento di lunedì, anche se è connesso alla presenza dell'apparato vulcanico, una faglia normale di quelle che hanno ribassato la zona intorno all'Epomeo, ma senza la minima connessione con la presenza di magmi sottostanti ed eventuali loro movimenti. Come non l’hanno avuta altri terremoti ischitani recenti: non risulta, ad esempio, che dopo il terremoto del 1883 sia successo qualcosa di vulcanico. È stato detto in tutte le salse ma tanto c’è chi non si convincerà mai. 
Ma siccome, molto dottamente, si potrebbe dire che questo sia un terremoto legato alla dinamica di un vulcano, allora chiamiamolo pure “vulcano – tettonico”, cioè collegato alla presenza del vulcano, sia pure in assenza totale di manifestazioni della sua attività magmatica.
Anche sul versante orientale dell'Etna si osserva una sismicità molto simile, che non ha niente a che fare con i grandi terremoti della Sicilia orientale come 1908 e 1693, ma con la dinamica molto locale e superficiale del fianco instabile del vulcano. Come pure fenomeni simili sono tipici dell’Amiata.
A proposito, la vetta più alta di Ischia, e cioè il monte Epomeo, non è una struttura vulcanica, ma una serie di tufi che sono stati sollevati.

LUNA ED ALTRE BALLE. Come non c’entrano una beneamata mazza né l’eclisse in USA, né le fasi lunari né altre palle di ogni ordine e grado. Ricordo, al proposito, che soltanto i grandi terremoti di thrust (quelli a M superiore a 8.6, per intenderci) hanno “una qualche relazione” con le fasi lunari, perché la differenza di densità tra la crosta oceanica che scende nel mantello e il mantello stesso provocano lungo il piano di subduzione delle tensioni. Nel restante dei casi non si può ricavare una linea generale di comportamento omogeneo fra faglie e maree terrestri (e quindi influenza della Luna). Prima o poi spiegherò anche questa questione.
Tantomeno c’entrano le “trivelle”.

LA MAGNITUDO. La questione della Magnitudo è stata spiegata e rispiegata: la prima valutazione è automatica e non revisionata da un geofisico. Seguono poi delle revisioni, che fra l’altro si avvalgono anche dei dati di altre stazioni. Lo sviluppo completo richiede l'intervento degli operatori per misure e calcoli e quindi richiede un certo numero di ore e fornisce i valori più precisi. Vediamo nella figura la serie degli aggiornamenti di INGV.
Quanto alla attendibilità del dato, oltre ad esserci diversi tipi di Magnitudo, il dato INGV è quello più affidabile per diversi motivi, ad esempio perché i suoi sismografi sono tanti ed in zona, mentre altre agenzie usano dati provenienti da sismografi posti a distanza molto maggiore e quindi intrinsecamente meno affidabili di quelli in zona e perché è una istituzione che da questo punto di vista gode di un ottimo credito a livello mondiale. Chiedete ad esempio ai neozelandesi sulle imprecisioni del locale Servizio Geologico negli ultimi 10 mesi: eppure lì nessuno grida al complotto nè all'inefficienza... sono banalmente dei calcoli complessi che devono essere revisionati e approfonditi...

LA PROFONDITÀ. Anche il dato iniziale sulla profondità era OVVIAMENTE approssimato: quando nei dati immediatamente successivi ad un evento leggete “10 km”, sappiate che questo è – in genere – un dato provvisorio di riferimento, destinato ad una correzione. La profondità ipocentrale è stata infatti decisamente minore e spiega IN PARTE i danni: chiaramente più vicino è l’ipocentro di un terremoto, più il risentimento sarà maggiore. 

LA PROBABILE AMPLIFICAZIONE DELLE ONDE SISMICHE. Il caso di Ischia rappresenta un esempio tipico di amplificazione sismica locale, dove ci sono stati dei fenomeni di amplificazione delle onde sismiche. Lo scuotimento dovuto ad un terremoto è maggiore quando l’ampiezza delle onde sismiche è maggiore (il che è logico). Il fenomeno avviene in due casi:
- le onde aumentano l’ampiezza se, cambiando mezzo, rallentano la loro velocità. 
- l’effetto di cresta: dove ci sono dei pendii le onde sismiche subiscono effetti di amplificazione che dipendono dalla topografia, a causa dell’interferenza fra le varie onde che arrivano su di una superficie non piana

È possibile che ciò sia avvenuto a Ischia? Si, sia perché le rocce vulcaniche che ne compongono l’ossatura sono caratterizzate da una velocità delle onde sismiche molto maggiore di quella dei tufi e di altri sedimenti sciolti che affiorano in superficie (e quindi c’è stata l’amplificazione dovuta al rallentamento in superficie delle onde sismiche) e anche per l’effetto di cresta (specialmente se i danni maggiori si sono stati registrati a Casamicciola, zona collinare soggetta ad effetto di cresta). 
Per cui nasce forte il dubbio di effetti di amplificazione sismica generati dalla topografia, ovvero dalla presenza di una cresta.

UNA POSSIBILE SPIEGAZIONE DEI DANNI. Ci sono voci abbastanza insistenti che però non sono ancora in grado di verificare, secondo le quali l’accelerazione al suolo prodotta dalla scossa dell’altra sera è stata anche maggiore di 0,25 g, il valore oltre il quale le accelerazioni sono da zona 1. EDIT: le "voci" sono state confermate il 25 agosto da un comunicato di INGV: accelerazione massima 0,28 g.
Insomma, questa è una scusante molto parziale.
D’altro canto come evidenzia il blog dell’INGV, a Ischia di eventi a Magnitudo molto bassa con esiti disastrosi ce ne sono stati parecchi, come si vede in questa tabella pubblicata nella pagina citata.
Cosa che rende ancora più evidente la follia di avere una situazione edilizia di quel genere.
EDIT: sempre il 25 agosto INGV grazie all'affinazione dei modelli di velocità è stato stabilito che l'evento è posizionato 1 km a NW di Casamicciola Terme ad una profondità di 2 km. 

E ORA VENIAMO ALLA QUESTIONE DELL’OSPEDALE. Ho fatto già spesso notare che in caso di disastro naturale ci sono 3 categorie di edifici più sensibili e che devono prioritariamente stare in piedi:
- ospedali: non solo c’è bisogno di ospedali per soccorrere eventuali feriti, ma si tratta di edifici con alta densità di persone all’interno; nell’immediatezza di una scossa dover anche sfollare gli ospedali dai ricoverati è un processo che richiede molto personale della Protezione civile e ingolfa la macchina dei soccorsi
- scuole: la popolazione giovane è quella che deve prioritariamente essere salvaguarda; inoltre le scuole sono gli edifici più utili per alloggiare i senzatetto
- centri della Protezione Civile: prefettura e altri centri che si occupano dell’emergenza devono essere in grado di funzionare
Aggiungo che ospedali e depositi dei mezzi di soccorso devono essere collocati in un luogo tale da non rischiare che le strade adiacenti siano impraticabili per macerie, ponti pericolanti o frane.

Insomma… le priorità sono queste. E al proposito poco più di due anni fa Piero De Pari, all’epoca membro del Consiglio Nazionale dei Geologi, fece notare che per mettere in sicurezza le scuole italiane occorrerebbero 25 anni di lavori e 50 mld di Euro. Ma ci sono dati importanti riguardanti l’edificato: citando i dati del rapporto CRESME – CNG. De Pari ha ricordato che in Italia 2.200 edifici ospedalieri e 27.920 scuole sono in aree potenzialmente ad elevato rischio sismico e ben il 60% dell’edificato è stato costruito prima delle norme antisismiche del 1974.
Purtroppo le notizie degli ultimi decenni sono tragiche perché scuole e ospedali se la sono passata male in altre vicende:
- quanto agli ospedali, non solo all'Aquila, ma anche in Emilia e nei terremoti dell'Appennino Centrale del 2016 hanno sofferto parecchio: l’ospedale di Amatrice è stato piuttosto “nominato” ma faccio notare un altro particolare: ad Amandola, al di là dei monti Sibillini, oltre ad una vecchia casa l’unico edificio che ha riportato danni è proprio il locale ospedale; come pure faccio notare che durante la sequenza del Pollino proprio un ospedale è stato fra i pochi edifici a riportare danni. Quello di Ischia non è altro che l’ultimo capolavoro del genere..
Per le scuole, oltre alla nota e triste vicenda di San Giuliano, ricordiamo quella di Amatrice e poi la triste vicenda della Casa dello Studente all’Aquila. Inoltre mi risulta che in corrispondenza dei terremoti emiliani un edifico solo ha riportato danni nel milanese: una scuola.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE SUL CASO ISCHIA. Diverse volte anche io ho lanciato l’allarme per la pessima situazione dell’edilizia nelle zone a rischio sismico italiane, ma non avrei mai pensato che un terremoto come quello di lunedì potesse provocare una tragedia simile. Se, comunque, è stata effettivamente raggiunta una accelerazione cosismica di 0,25 g, i danni sono spiegabili. 
Però, come al solito, la questione primaria è che in un’area compresa nella zona 2 della zonazione sismica generale italiana e notoriamente prona ad eventi sismici di un certo tipo i danni sono spiegabili per l'irresponsabilità di chi ha costruito: non è possibile tollerare costruzioni del genere di quelle crollate lunedì scorso. 
Abusive, condonate o regolari che siano.

martedì 8 agosto 2017

Colfiorito, l'antica Plestia e l'area dei terremoti del 1997: l'intreccio fra Geologia e Storia Umana



Proseguendo i post sul Congresso di Camerino, in questo caso descrivo l'area del primo dei tre eventi distruttivi degli ultimi decenni, quella dei terremoti del 1997. Dico "dei" perché, come è successo nel 2016, la sequenza di Colfiorito è piuttosto complessa dato che ci sono stati diversi eventi principali in zone vicine per una crisi che si è prolungata (almeno per quanto riguarda eventi con M>5) per oltre 6 mesi. A Colfiorito sono particolarmente interessanti due aspetti: il terremoto gemello del 1279 e l'intreccio fra la geologia, che ha determinato la formazione di un lago, e la storia umana: l'uomo ha approfittato di questa favorevole situazione, anche se è probabile che sempre un terremoto abbia dato il colpo di grazia alla storia millenaria di una città come Plestia, città non nota "ai più" ma che in epoca imperiale ha avuto una discreta importanza ed è stata poi sede vescovile fino al 1000. Un altro aspetto è stato il pessimo comportamento del patrimonio edilizio, in particolare quello dei tetti in cemento, che avrebbe dovuto far riflettere visto quello che è successo nel 2016. Desidero inoltre ringraziare alcuni lettori che mi hanno consentito di precisare meglio alcune cose.


La prima fase parossistica della crisi sismica in atto da 20 anni nell’Appennino centrale è avvenuta nel 1997 fra Colfiorito e Sellano; è nota anche come “terremoto di Assisi” per i danni ingenti e i morti nella basilica superiore, dovuti alla seconda scossa di quel terribile 26 settembre. Una sequenza che ha avuto una intensità minore di quelle successive ma pur sempre estremamente significativa. La zona colpita in maniera significativa va da Camerino ad Assisi, mentre la zona di massimo danneggiamento, con una intensità dell’VIII MCS si colloca in un’area lunga 40 km, larga 8 in direzione NW – SE tra Gualdo Tadino e Preci.


Come ho fatto notare diverse volte e come si vede dalla carta qui a fianco, nell’Appennino centrale sono attivi due sistemi principali di faglie normali, uno occidentale e uno più orientale, entrambi immergenti verso ovest. L'attività sismica storica dell'area è ben descritta da Tondi e Cello (2003) [1]. Ci sono comunque anche delle faglie “antitetiche” immergenti verso est che si muovono anch’esse durante gli eventi più importanti (a Castelluccio ci sono ottimi esempi di questo e li vedremo nel prossimo post). Fino al 2009 i terremoti storici (quindi, diciamo, dal XIII secolo in poi), hanno interessato sempre il sistema occidentale, mentre nel 2009 e nel 2016 si sono mosse alcune delle faglie che costituiscono il sistema orientale.   

Gli eventi del 1997 hanno colpito la parte più settentrionale del sistema occidentale. Una prima scossa (M 4.8) è avvenuta il 4 settembre.
Le due scosse principali si sono verificate il 26 settembre (la prima M 5.7, la seconda M 6.0), rispettivamente alle 2.33 e alle 11.40 italiane (0.33 e 9.40 GMT). Ricordo le immagini di quella delle 11.40 girate nella basilica di Assisi (da una troupe di umbria TV che se la vide molto brutta nell'occasione), dove persero la vita sotto le macerie 4 persone che stavano verificando i danni della scossa della notte, due frati e due dipendenti della sovrintendenza. In totale si contarono 12 morti, 140 feriti e circa 80.000 persone che hanno dovuto abbandonare le loro case. 
La maggior parte dei danni è da addebitare alla scarsa qualità dal punto di vista sismico delle costruzioni. Un particolare che con il senno di poi avrebbe dovuto dare un serio allarme, è stato il pessimo comportamento degli edifici a cui era stato sostituito il tetto originale con uno in cemento (questa tipologia di edifici è stata particolarmente colpita nel 2016).


I principali eventi del 1997 - 1998, modificata da [2]
Il 12 e il 14 ottobre ci sono state altre due scosse piuttosto forti (M5.7 e M 5.0) in un’area leggermente più a sud, nei dintorni di Sellano. La sequenza durò parecchi mesi, e, almeno per gli eventi maggiori, si può dire conclusa con gli altri due eventi piuttosto forti nella primavera successiva (M 5.6 26 marzo 1988 e M 5.3 3 aprile 1998 nella zona di Gualdo Tadino) [1]; una sismicità diffusa anche oltre lo strumentale ha continuato comunque per parecchio altro tempo.  
Una caratteristica che accomuna la sequenza del 26 settembre 1997 con quelle della fine di ottobre 2016 (in particolare del 26) è che la scossa più violenta è stata la seconda (anche se francamente non chiedetemi se questo voglia dire qualcosa…). La circostanza ha diminuito il numero delle vittime perché dopo l'evento delle 2.33 una buona parte della popolazione era fuori casa.

LA GEOLOGIA DI COLFIORITO. Chissà, forse un giorno la piana di Colfiorito diventerà un largo bacino come quello di Norcia o quello di Gubbio… oggi invece, se lo confrontiamo con tanti altri bacini intermontani appenninici quello di Colfiorito non è un particolarmente grande, tutt’altro, essendo lungo meno di 5 km e largo poco più di 3, anche se è più o meno in comunicazione con altri bacini satelliti.
Si trova ad una quota di circa 750 metri, immediatamente a est dello spartiacque appenninico, per cui il drenaggio delle acque piovane va verso l’Adriatico, specificamente nel bacino del Chienti, fiume che nasce proprio lì. Fossili di mammiferi rinvenuti nei sedimenti del lago suggeriscono che lo sviluppo del bacino è iniziato almeno alla fine del Pleistocene inferiore [2]: traducendo dopo la revisione della nomenclatura cronostratigrafica effettuata nel 2003 diciamo che questi fossili hanno circa 700.000 anni.
L’assetto è complesso: le faglie attive dell’area sono più di una e spesso sono faglie appartenute a regimi tettonici differenti che vengono riprese. Come abbiamo potuto vedere bene nel bacino di Castelluccio un terremoto di una certa importanza produce movimenti non solo sulla faglia principale ma anche su altri segmenti accessori.


Nella sismicità storica dell’area spicca l’evento del 30 aprile 1279 che distrusse il castello di Serravalle, dove il Chienti lascia la piana ed entra nelle montagne ad est del bacino. La distruzione del castello è in parte addebitabile al terremoto e in parte ad una concomitante frana grazie alla quale si formò un lago temporaneo. Il terremoto del 30 aprile dovrebbe essere avvenuto nel primo pomeriggio. La notte successiva un altro sisma colpì la Romagna, mentre solo pochi giorni prima (il 24) ne era stato avvertito uno di una certa importanza in Friuli [3]. Vista la distribuzione degli effetti (intensità massima fra Camerino e Nocera Umbra, passando per Serravalle del Chienti), è probabile che la struttura che o ha generato sia proprio la stessa del 1997 e che l’epicentro si trovi proprio nella stessa area.



La caratteristica più interessante della sismicità di Colfiorito da un punto di vista geomorfologico ed umano è che la faglia principale, responsabile appunto dei sismi del 1279 e del 1997 (ma anche di quelli precedenti) si trova ad est del bacino, la cui area viene ribassata ad ogni evento; quindi durante i terremoti il bacino si abbassa rispetto ai monti che lo limitano proprio ad est. Il problema è che così viene sbarrato il corso del fiume e per questo, terremoto  dopo terremoto, si è formata una barriera che blocca il fiume, promuovendo la formazione di un lago. La vediamo nella immagine qui sotto:





COLFIORITO E PLESTIA: LA GEOLOGIA INFLUENZA LA STORIA. E qui la storia geologica di Colfiorito si intreccia con quella umana. Anzi, di più: ha proprio determinato la presenza di importanti insediamenti umani nella zona fin dall’antichità perché il lago formato dallo sbarramento sul Chienti forniva abbondanti risorse ittiche e lungo le sue rive l’agricoltura poteva svilupparsi senza la paura di restare senz’acqua.
Oltre a vestigia paleolitiche, ci sono abbondanti tracce di frequentazione nell’età del bronzo, come testimonia una necropoli, e poi vi si sono insediati gli umbri. Plestia rimase comunque importante anche in epoca romana e dopo la cristianizzazione rimase diocesi fino alla sua scomparsa.
In queste foto, prese durante il field trip del convegno, si vede la antica chiesa protoromanica di Santa Maria di Pistia. L'abside è stato sostituito dalla struttura in ferro e vetro, ma ignoro quando. Il terremoto del 2006 l’ha severamente danneggiata e si vedono i provvedimenti che sono stati presi per evitarne il crollo.
La chiesa è stata ricostruita al posto di una precedente basilica paleocristiana, che era la cattedrale della città (a sua volta costruita su un edificio pubblico romano, probabilmente un tempio). È possibile che questa basilica sia stata distrutta da un terremoto, ma purtroppo il catalogo sismico italiano fra il IV e l’VIII secolo d.C. è inesistente e da lì al XIII secolo piuttosto deficitario: le evidenze maggiori per la archeosismologia vengono da due tipi di fonti:

  • le cronache locali 
  • l’improvvisa ricostruzione dei centri abitati

A causa sia della crisi profonda della civiltà, dei secoli bui restano poche cronache, le costruzioni in pietra erano scarse, e i ponti meno che mai. Pertanto è difficile trovare accenni umani ad eventi sismici e ci si dovrebbe basare esclusivamente sugli aspetti geologici, ma la loro interpretazione è molto difficile anche costruendo delle trincee lungo i segmenti di faglia. Vedremo poi che è forse possibile inquadrare tracce di almeno un evento sismico significativo nell’area.

In questa immagine si vede che la chiesa è rialzata rispetto ad un piano a livello più basso: il dislivello probabilmente corrisponde alla riva del lago. L’area è letteralmente tappezzata da quelli che apparentemente sono ciottoli, ma in realtà si tratta di migliaia di frammenti di mattoni della città romana.
Insomma, Plestia era quasi un piccolo paradiso in mezzo ai monti e ai tempi dell’Impero Romano e della cristianizzazione era una città piuttosto importante (fu anche sede vescovile).
Le tracce della città scompaiono improvvisamente intorno al 1000, dopo essere stata visitata dall’imperatore Ottone III.



Sicuramente quel paradiso in certe occasioni diventava un po' troppo umido, perché il lago cresceva a dismisura: nel XV secolo i Varano, signori di Camerino e che dominavano la zona, costruirono una conduttura sotterranea che bypassava la barriera formata dalla faglia bordiera, ottenendo una forte diminuzione dell’area lacustre e ricavando ampi spazi per l’agricoltura (in un territorio collinare e montagnoso come quello dominato dai Varano una piana era la manna dal cielo!”).

Questa conduttura, nota come ”Botte dei Varano” è stata danneggiata dal terremoto del 1997, dopo il quale è stato costruito un nuovo canale, senza il quale la piana si sarebbe di nuovo impaludata. Si sarebbe potuto dire “un secondo canale”, ma in realtà questo canale è il “terzo”: infatti la cosa clamorosa che venne fuori durante i lavori è che già i romani ne avevano costruito uno, presumibilmente nel I secolo a.C, andato poi in disuso non è ancora chiaro se per un terremoto o per un cedimento del terreno, probabilmente tra il VI e il VII secolo d.C.


POSSIBILI EVENTI SISMICI IN ETA’ STORICA A COLFIORITO. Oltre all’evento del 1279 appare logico pensare che l’area di Colfiorito sia stata interessata da altri terremoti importanti. Personalmente sono molto possibilista a proposito di un forte evento sismico intorno al 1000. La concomitanza fra la fine di Plestia (che cessò di essere diocesi nel 1006) e la costruzione della nuova chiesa suggerisce una fine violenta della città (o – meglio – di quello che ne restava dopo i secoli bui). Le possibilità sono due: 


  • cause naturali (ovviamente un terremoto) 
  • cause antropiche (una guerra, e secondo alcune fonti fu proprio Ottone III a distruggere il borgo)

Siamo su un campo molto ipotetico, ma se è vero che da quel momento il lago sia aumentato di dimensioni la cosa è sospetta: nel periodo caldo medievale le precipitazioni erano meno continue, pertanto è probabile che siano intervenute cause diverse da quelle climatiche e quale causa più semplice si può trovare per questo di un terremoto lungo la faglia bordiera che ha provocato la distruzione dell’abitato e ha abbassato il piano di Colfiorito? Come ho scritto qui, anche l'impaludamento della Valdichiana nel XI secolo non dipese da cause naturali ma da un intenzionale interveno umano).


C’è anche la leggenda di un terremoto avvenuto durante la prima evangelizzazione, al passaggio di San Pietro; l’aspetto che la rende in qualche modo credibile, senza comunque collocarla necessariamente a un evento storico particolare concomitante è – al solito – un allagamento di ella città successivo al terremoto: anche in questo caso l’innalzamento della soglia di Serravalle rappresenta un ottima motivazione per il fenomeno. Quindi la leggenda potrebbe collocare un evento sismico importante nel I secolo d.C. ma potrebbe anche essere una storia più vecchia riadattata.


Trovo, sempre personalmente, meno sicura la corrispondenza fra l’interruzione del condotto romano e un evento sismico, perché questo avrebbe dovuto avere anche delle conseguenze sulla cattedrale, di cui non c’è notizia (anche se, ripeto, le notizie dell’epoca sono paurosamente scarse ed è ovvio che molte chiese paleocristiane dell’area siano state distrutte da terremoti di cui si è persa ogni traccia).

LA FAGLIAZIONE SUPERFICIALE NEL 1997. Non è ancora chiaro se l’abbassamento del bacino di Colfiorito, almeno nel 1997, sia dovuto al movimento cosismico o sia dovuto ad una semplice compattazione: la Magnitudo di questi eventi infatti è al limite per quanto concerne la possibilità di avere una fagliazione superficiale. Però numerose osservazioni dimostrano che la fagliazione superficiale c’è stata e addirittura vengono segnalati ben 3 segmenti diversi in cui il movimento è avvenuto: la faglia bordiera di Colfiorito, la faglia Cesi – Costa e la faglia Dignano - Forcella. Si tratta di movimenti dell’ordine di qualche centimetro su segmenti di faglia lunghi qualche centinaio di metri raccolti in una fascia lunga circa 8 km. Nell'immagine ne vediamo un esempio 


[1] Tondi e Cello 2003 Spatiotemporal evolution of the Central Apennines fault system (Italy)Journal of Geodynamics 36 (2003) 113–128
[2] Galli e Galadini 2000 Seismotectonic Framework of the 1997-1998 Umbria-Marche Earthquakes Seismological Research letters 70, 417-427
[3] Ficcarelli and Silvestrini (1991) Biochronologic remarks on the Local Fauna of Colle Curti (Colfiorito Basin, Umbrian-Marchean Apennine, Central Italy). Bollettino della Società Paleontologica Italiana 30, 197-200.
[4] Annali di Geofisica (2000) 43, appendix A