giovedì 4 aprile 2013

Non solo dovete togliere i sussidi alla produzione di combustibili fissili, ma dovete addirittura tassare i carburanti. Parola del Fondo Monetario Internazionale!


L'ultima presa di posizione contro l'uso dei combustibili fossili viene, apparentemente in maniera sorprendente, dal Fondo Monetario Internazionale. Ma facendo attenzione, il FMI è preoccupato per le ricadute sulla economia mondiale dei cambiamenti climatici (o, meglio, per la parte, massiccia, del fenomeno da addebitare a cause antropiche) e vuole proprio focalizzare l'attenzione sui costi indiretti oggi non quantificati dell'uso dei combustibili fossili. Il problema fondamentale è che se si ragiona sull'ottica economica dell'”oggi” si continua così. Quindi devono essere gli Stati a cercare un ragionamento sul “domani” intervenendo anche con la leva fiscale nei confronti dell'uso dei combustibili fossili.

La media di febbraio della quantità di CO2 in atmosfera all'Osservatorio del Mauna Kea è stata di 396 parti per milione, un livello semplicemente pazzesco: solo nel 1950 eravamo a 310 e nel 2000 a 370. Dal 1950 quindi il CO2 atmosferico è aumentato di quasi il 30%. 
La necessità di fare qualcosa pare ragionevolmente ovvia. Eppure la maggior parte dei cittadini statunitensi continua a non pensare che l'umanità con l'uso dei combustibili fossili stia modificando il clima. Altri ritengono che il Global Warming sia una cosa positiva, pere sempio parecchi cittadini dell'Alaska. La famosa battuta che “se una volta c'erano le palme in Alaska vuol dire che non sarebbe un problema il loro ritorno”, in special modo fatta da persone secondo le quali la Terra ha poche migliaia di anni fa paura per l'ignoranza bestiale. 
A casa nostra non è che si stia meglio, con una classe politica ed economica dalla mentalità radicata negli anni '60. 
Oggi un inaspettato contributo a favore di politiche più rispettose dell'ambiente viene nientepopodimenochè dal Fondo Monetario Internazionale, il quale raccomanda a tutte le Nazioni, dagli USA a quelle più povere una diversa politica della tassazione in campo energetico.

La vicenda dei gas-shales in USA ha, fra le tante negatività di cui mi sono occupato più volte, un risvolto positivo: l'uso a scopi energetici di gas metano che in termini di emissioni di gas – serra è sicuramente meglio del carbone, il cui consumo sta diminuendo (e che comunque le aziende minerarie USA cercano di esportare, per esempio verso la Cina). Resta il fatto che sarebbe meglio non consumare manco quello, ma vabbè... è evidente che pensare di smettere improvvisamente di usare i combustibili fossili è utopistico.
Un'altro aspetto da cui non si può prescindere è che il settore energetico è quello che muove più denaro, non solo in Italia dove l'ENI è la più grossa azienda nazionale e quindi ha un potere enorme. Circa un anno fa scrissi per “Human Evolution”, la rivista dell'International Institute of Humankind Studies, un articolo sui legami fra lobby del petrolio ed antievoluzionismo in USA (ma anche a casa nostra, vedi la Moratti...) che ho riassunto in questo post.

Oggi interviene sulla vicenda il Fondo Monetario Internazionale, una istituzione mica da poco. Dirigenti e tecnici del FMI hanno studiato le ricadute economiche devastanti del massiccio e talvolta sconsiderato ricorso ai combustibili fossili, componente antropica preponderante fra le cause del riscaldamento globale in atto. Per questo afferma che gli stati debbano “essere più aggressivi nello sviluppare nuove tasse sull'energia ma soprattutto politiche di prezzo (per il consumatore finale, NdR) che tengano conto di quanto realmente costa l'utilizzo dei combustibili fossili, comprese le loro esternalità”.
In altre parole si chiede di quantificare il costo reale per la collettività mondiale dell'uso troppo massiccio dei combustibili fossili in termini di inquinamento, salute e cambiamenti climatici (innalzamento delle temperature e conseguenze su piovosità, numero e qualità dei cosiddetti “eventi estremi”, possibili migrazioni dai territori in progressivo inaridimento). L'aumento dei costi dei combustibili fossili avrebbe anche un riflesso sui “consumi inutili” (ahi, quanti ce ne sono...).

Non solo, ma il FMI fa notare che a causa dei prezzi che non tengono conto degli effetti collaterali, molte risorse vengono sottratte per rispondere ad emergenze ambientali ad un uso del denaro che sarebbe più consono (salute, istruzione, pubblico trasporto e – pensando al caso italico – pensioni) e che sempre più risorse verranno sottratte in futuro a causa dell'aumento nella frequenza dei fenomeni estremi. Vogliamo un esempio pratico? I costi per la collettività delle alluvioni del novembre 2012, innescate da una temperatura anomalmente alta delle acque del Mediterraneo. O, per gli USA, i problemi ed i costi del recente uragano Sandy.

Pertanto viene raccomandato di tenere conto di questi fattori anche e soprattutto nei nuovi programmi di investimento.

Il FMI quantifica per gli USA la necessità di una tassa di 1.40 $ al gallone di gas, che tradotta in Euro e unità di misura europee – o, meglio, internazionali! – vale poco meno di 30 centesimi al litro e che costerebbe 1.400 $ a testa ad ogni cittadino statunitense. Oggi mentre scrivo il costo al consumatore del gas è circa 3.50$ al gallone: applicando quella tassa ora come ora significherebbe aumentarne il prezzo del 40%!. Non è davvero poco, è da un punto di vista elettorale drammatico, ma rende una percezione discreta del problema.

Per dire queste cose scendono in campo i pezzi da novanta dell'organizzazione, come David Lipton che nel Fondo non è un personaggio qualunque, ma ne è il primo vicedirettore generale: ebbene, Lipton sostiene che è l'ora di togliere sussidi a chi produce combustibili fossili (ci sono tante nazioni che invece lo fanno, compresi gli USA). Anche oggi in Gran Bretagna si discute sulla defiscalizzazione degli utili conseguiti con lo sfruttamento dei gas-shales (in pratica si vuole sussidiare il fracking).

In Europa si deve segnalare una sensibilità piuttosto variabile al problema: i Paesi Scandinavi e la Germania stanno facendo parecchio. Addirittura ci sono delle città come Goteborg che fanno dell'efficienza energetica la politica fondamentale.
Si deve notare come, sostanzialmente, dove ci sono politiche volte alla riduzione degli sprechi e all'uso di sistemi che meno influenzano negativamente l'ambiente, la “green economy” ha permesso la creazione di nuovi posti di lavoro


In Italia invece, siamo più “americani” e spreconi.
Per esempio si protesta per il prezzo della benzina troppo elevato. Ebbene. Sarebbe molto simpatico invece che si usasse meno benzina e si ricorresse maggiormente al trasporto pubblico (almeno chi può, ci sono delle condizioni in cui il ricorsa al mezzo privato è necessario).... Faccio l'esempio di città come Firenze, dove muoversi in auto è difficilissimo, eppure “tutti” lo fanno impiegando ore nel traffico urbano a velocità inferiori a quelle possibili.... in bicicletta! Un massiccio ricorso al mezzo pubblico (fatto salvo ovviamente casi in cui non è possibile e sono parecchi) non solo migliorerebbe l'ambiente ma anche la bilancia commerciale e le nostre tasche.
Sarebbe l'ora di finirla di fare 2 kilometri in auto per recarsi al lavoro, magari in una bella giornata, e poi la sera andare in palestra per fare esercizio fisico....

Ma soprattutto nel nostro Paese c'è l'equazione costi ambientali = prezzi più alti

Secondo il FMI un'equazione come questa è profondamente sbagliata perchè appunto non si tiene conto dei danni ambientali.
E infatti noto come in Italia si continui a con la politica del “volete il lavoro o volete l'ambiente?” (emblematico al riguardo il caso – Taranto).
Invece non si tiene conto che una politica di questo genere, “vecchia” e ancorata al periodo del boom economico non ci porterà da nessuna parte.
Purtroppo in Italia il termine Green Economy è inteso solo come “pannelli solari”, ma è anche altro, per esempio diminuzione dei rifiuti industriali anche, cito 2 esempi a caso, attraverso il loro riciclaggio oppure con la massiccia sostituzione di documenti cartacei con quelli informatici (si evita non solo il consumo di carta, ma pure il trasporto della stessa e lo smaltimento finale).

Come ho detto nell'introduzione, il problema è difficile perchè un cittadino e un'azienda vedono i costi “di oggi”: il cittadino ovviamente ha il problema di “arrivare alla fine del mese” e l'azienda altrettanto ovviamente deve “perseguire l'utile economico”. 
Ovviamente un aumento nella tassazione dei prodotti energetici non va certo in questa direzione. Però quello che oggi ti costa 10 in futuro creerà costi per 50 o 100 sarà un problema sia per il cittadino che per l'azienda, che si troveranno alle prese con uno Stato che dovrà spendere di più per rimediare ai danni che, ad esempio, in assistenza sociale per i cittadini o contributi per ricerca e sviluppo per le aziende.

Alla Politica spetta il compito di governare questi processi pensando soprattutto al futuro, specialmente di chi non è ancora nato e che vivrà in un mondo molto difficile. Già oggi le proiezioni sulla speranza di vita danno per certi Paesi una diminuzione futura rispetto ai valori di oggi. È molto grave e bisogna correre ai ripari.
Ma, aggiungo, una politica del genere è assolutamente impopolare e da noi si ragiona nell'ottica delle prossime elezioni, locali nazionali od europee che siano, quindi nell'ottica al massimo dei 12 mesi. 
Difficile andare in quella direzione....

venerdì 29 marzo 2013

Il carburante della Tettonica delle Placche: 1 - il "canale a bassa velocità"

Le mutazioni genetiche sono il carburante con cui funziona la selezione naturale, che è il motore dell'evoluzione; ancora non è ben chiaro invece quale siano il motore ed il carburante con cui funziona la macchina della Tettonica delle Placche, che per le Scienze della Terra ha lo stesso ruolo dell'evoluzione per le Scienze della Vita: è la teoria unificante, il quadro generale della materia da cui non puoi prescindere, la macchina che provoca i fenomeni geologici. Sul motore della Tettonica delle Placche sono aperte tante ipotesi ma solo oggi il mondo scientifico sta facendo luce al riguardo. In questo post oltre agli aspetti generali presenterò le ultime scoperte sul "canale a bassa velocità" che separa litosfera ed astenosfera. In un prossimo post parlerò delle possibili connessioni fra il mantello profondo e le catene montuose. In un terzo post parlerò del perchè il Gondwana ha aspettato centinaia di milioni di anni a fratturarsi per poi farlo praticamente simultaneamente in diversi punti.


SCIENZE DELLA VITA: EVOLUZIONE, SELEZIONE NATURALE 
E MUTAZIONI GENETICHE 

Si può considerare l'evoluzione un po' come la "teoria unificante" delle Scienze della Vita. Ovviamente devo precisare, non solo a uso e consumo degli antievoluzionisti, ma anche di chi non se ne è ancora reso conto, che il termine “teorianasconde delle "sottigliezze": nel caso in questioneteoria” non vuole dire “mera ipotesi” ma “vasto corpus di osservazioni multidisciplinari che rinviano tutte ad un quadro coerente di unione. Un quadro del genere potrebbe essere demolito in base alla scoperta di una sola osservazione non coerente, tipo il famoso “coniglio (o qualsiasi altro vertebrato terrestre) nei sedimenti del precambriano di J.B.S. Haldane. Per adesso ancora non ci sono osservazioni che la smentiscono, con buona pace di De Mattei e compagnia. L'evoluzione fornisce alle Scienze della Vita (non solo biologia, anche zoologia, botanica, embriologia etc etc) un ottimo quadro di riferimento in cui vengono spiegati tutti i fenomeni, dalla nascita di un nuovo essere vivente alla classificazione tassonomica. Ipotizzata nel XVIII secolo, quella che poi venne chiamata “evoluzione” (in origine c'era un termine molto più piatto ma meno deterministico: "transmutazione") ha avuto alterne fortune fino a quando Darwin e Wallace ne scoprirono indipendentemente il motore, la “selezione naturale”. Fu proprio la scoperta di un meccanismo credibile che fece pendere le Scienze dela Vita per l'evoluzione.

Poi, per capire quale fosse il carburante che muoveva quel motore c'è voluto un bel po' di tempo: le mutazioni del DNA (oggi la cosa è un po' più complessa ma il principio va bene lo stesso).


 SCIENZE DELLA TERRA: TETTONICA DELLE PLACCHE E.... ?

Nelle Scienze della Terra siamo un po' indietro rispetto a quelle della Vita. La "Tettonica delle Placche" è sicuramente la "teoria unificante" dei fenomeni geologici: vulcanismo, terremoti, movimenti tettonici, ambienti di sedimentazione, metamorfismo e quant'altro hanno la possibilità di essere tutti inquadrati in una visione in cui la parte superiore del pianeta è formata da un certo numero di blocchi perennemente in movimento e spesso in “conflitto” fra loro. 

Diciamo che l'Evoluzione sta alle Scienze della Vita come la Tettonica a Placche sta alle Scienze della Terra. Ma proseguendo c'è un problema: cos'è che sta alle Scienze della Terra come la selezione naturale e le mutazioni genetiche stanno alle Scienze della Vita?
In altre parole: la macchina delle Scienze della Terra è la Tettonica delle Placche. Ma qual'è il suo motore e quale il carburante che lo fa funzionare?

Già negli anni '30 del XX secolo Arthur Holmes, uno dei pochi scienziati dell'emisfero Settentrionale a considerare valide le idee di Wegener, aveva ipotizzato le correnti convettive del mantello, raffigurate qui accanto (per una panoramica di come dalla deriva dei continenti siamo arrivati alla tettonica delle placche qualche tempo fa ho scritto questo post). Ricordo che per il grande John Tuzo Wilson (negli anni '80 un vero mito per noi studenti) "il sistema alpino – himalayano e le montagne intorno al Pacifico sono indubbiamente dovute alla compressione lungo i fianchi discendenti delle celle di convezione del mantello".
Le correnti di convezione in parte sono ancora in voga ma non sono più un motore unico.

I MOVIMENTI DEL MANTELLO INFLUENZANO LE DINAMICHE 
DELLE ZONE DI SCONTRO FRA LE PLACCHE

È certo che ci siano dei movimenti nel Mantello differenti rispetto a quelli della crosta, altrimenti non ci sarebbero differenze così evidenti tra le zone di subduzione orientate verso Est e quelle orientate verso Ovest:

- le subduzioni verso ovest (vediamo la situazione delle Isole Marianne come l'ha raffigurata lo splendido Ole Nielsen) non formano grandi catene montuose e dietro all'arco magmatico si forma una zona a crosta oceanica (o molto simile alla crosta oceanica) ovviamente coperta dal mare: il bacino di retroarco (classico esempio le coste asiatiche del Pacifico)



- sopra le subduzioni orientate verso est si formano al contrario imponenti catene montuose ed il retroarco è solo una zona in distensione nella parte posteriore della catena (le Ande sono l'esempio più importante). Questa immagine è tratta da Volcano World

- non dimentichiamo che molte (ma non tutte) le zone di subduzione verso ovest presentano un “roll-back”, un forte arretramento verso Est dell'arco (Calabria, Sandwich del Sud e la parte settentrionale del complesso Tonga – Kermadec sono ottimi esempi di questo): è questo arretramento il principale indiziato per la formazione dei bacini marginali

Per spiegare la differenza fra le subduzioni a diversa orientazione, oggi si tende a pensare che ci sia un flusso del mantello astenosferico verso Est: le subduzioni verso Est  “seguono” questo flusso, mentre quelle verso ovest in qualche modo “si oppongono” al flusso e quindi tendono ad arretrare (da qui la formazione dei bacini di retroarco) e ad essere più inclinate.

LITOSFERA, ASTENOSFERA ED IL "CANALE A BASSA VELOCITÀ

La divisione fra la litosfera (che comprende la crosta e la parte più superiore del mantello) e l'astenosfera, il resto del mantello è invece un  punto fondamentale della tettonica delle placche e dell'espansione dei fondi oceanici; la presenza di un canale a bassa velocità delle onde sismiche che segnala questo limite è pure essa un concetto accettato universalmente.
È comunque dibattuta l'origine di questo livello: la maggior parte dei modelli propendono per una fascia in cui la roccia sia parzialmente fusa, ma altri spiegano l'abbassamento della velocità delle onde sismiche con la presenza di una zona completamente anidra.

Per quanto riguarda l'origine del canale a bassa velocità forse siamo ad una svolta: un team di scienziati USA (S.Naif, K. Key, S. Constable e R. L. Evans) ha pubblicato sul numero del 21 marzo della rivista Nature un lavoro fatto con rilevamenti magnetotellurici a largo del Nicaragua (il rilevamento magnetotellurico osserva le variazioni del campo elettromagnetico in un certo intervallo di tempo).
Vediamo cosa hanno trovato Naif e soci. In questa immagine vediamo una parte della crosta oceanica e la zona dove questa va in subduzione sotto l'America Centrale. In base a questi rilevamenti hanno visto che la litosfera (in blu) è molto più fredda dell'astenosfera sottostante (in giallo) e siccome si è formata in una zona di dorsale oceanica è anche significativamente scarsa di sostanze volatili (quali l'acqua per esempio); secondo loro questa massa fredda impedisce ai liquidi provenienti dal mantello più profondo di salire nella litosfera. I liquidi si ammassano quindi nella parte dell'astenosfera immediatamente sottostante la litosfera (sarebbe quella piccola striscia arancione perchè più calda, proprio per la presenza di questi liquidi), provocando sostanzialmente la formazione di uno strato meno viscoso perchè più caldo e contenente un pò di materiale liquido (entrambe le condizioni sono il motivo della bassa velocità delle onde sismiche in questa particolare zona); le caratteristiche del canale a bassa velocità permettono e promuovono uno scollamento fra litosfera ed astenosfera, che così si possono muovere relativamente fra di loro.

Sarebbe questo scollamento a disaccoppiare litosfera ed astenosfera e quindi a provocare i movimenti differenziali fra queste parti del globo terrestre.

Questo sarebbe un primo passo importante per capire i rapporti fra litosfera ed astenosfera. Ovviamente l'ipotesi deve essere controllata anche in altre aree del globo, ma è sicuramente un punto di partenza molto interessante. Facciamo però attenzione: il canale a bassa velocità non può essere altro che un ingranaggio mosso da un motore che sta più in basso!

In un prossimo post invece esaminerò come i movimenti e la struttura del mantello, anche (e soprattutto) della parte inferiore del Mantello, potrebbero influenzino la formazione, le rotture e le collisioni delle zolle litosferiche.
In altre parole: quale potrebbe essere il motore della Tettonica delle Placche.

martedì 26 marzo 2013

Nel Paese dei filosofi tuttologi la magistratura continua ad essere convinta che i terremoti sono prevedibili....


Al solito avrei altro da fare ma i fatti di cronaca mi spingono a scrivere qualcosa per cercare di ristabilire la verità scientifica in un Paese sempre più alla deriva economicamente, politicamente ed anche culturalmente. Oggi la Procura della Repubblica di Modena vuole capire se il terremoto dell'anno scorso era prevedibile. Scusatemi il francesismo toscanizzato: Ma che par di palle.......

Ecco... ci risiamo.... ancora una volta la magistratura indaga sulla prevedibilità dei terremoti, dopo l'Abruzzo stavolta in Emilia.
Questo è uscito oggi (Ringrazio il mio “referente emiliano” di cui presto uscirà un “pezzo” su Scienzeedintorni..)

Ecco la notizia, presa dal sito della Gazzetta di Modena:
La Procura della Repubblica estende le indagini dal fracking alla prevedibilità dei terremoti. Lo ha anticipato il procuratore aggiunto della Repubblica , dottoressa Lucia Musti, annunciando un fascicolo d’inchiesta nel quale confluiranno anzitutto dichiarazioni e filmati dell’ex presidente dell’Ingv Enzo Boschi. Boschi a Mirandola ad un convegno organizzato dal senatore Giovanardi a favore del deposito gas di Rivara è stato filmato mentre dichiarava che non c’era il rischio di terremoti di forza tale da far crollare le case nella Bassa. Le indagini della Procura erano finora incentrate sui decessi conseguenti alle scosse del 29 maggio 2012, sui danni delle scosse del 20 maggio e per l’appunto sul fracking, la frantumazione nel sottosuolo delle rocce per ricavare idrocarburi.

Premetto che i depositi di stoccaggio dei gas non mi sono mai piaciuti e non li avrei mai fatti, specialmente in una zona in cui c'è una certa pericolosità sismica (e questo è noto da almeno 10 anni a livello ufficiale, nel mondo della geologia si immaginava da parecchio tempo), Giovanardi permettendo (ma è stato rieletto?). 
Non voglio fare politica, ma insomma... limitandomi alle sue affermazioni in campo scientifico (le uniche che possono essere un oggetto di discussione valido per questo blog), tutto quello che sostiene quella persona non mi trova d'accordo..
Consiglio ancora una volta la lettura di questo post del Prof.Mucciarelli, con link a sue presentazioni.

Però non se ne può più.... ancora con queste storie.... fracking e prevedibilità dei terremoti...

Ennesima dimostrazione di quanto la classe dirigente italiana sia priva di conoscenze scientifiche...
cioè... anziché indagare sulle motivazioni antropiche del dissesto del territorio, sugli argini lasciati a se stessi, su versanti devastati e disastrati, piani regolatori folli che hanno cementato e impermeabilizzato il suolo, su idioti che costruiscono su versanti in frana, su cosa si indaga?
Ma è ovvio, sul fracking senza permesso e sulla prevedibilità dei terremoti...
Non se ne può più.

Voglio tornare un'altra volta su questi argomenti.
Sulla prevedibiltà dei terremoti sarò brevissimo: siamo alle solite, trovatemi un'altra Nazione in cui si fanno processi di questo tipo.....

Fracking: il discorso è un po' più complesso. Ricordo che per fare fracking occorrono “Gas Shales” o “Oil Shales”, che sono rocce tanto estremamente dure quanto poco fratturate. Rimando comunque ad un post in cui ho descritto (e ampiamente stroncato) questa attività. Ne ho parlato anche in incontri all'Università.
Quindi non posso essere certo considerato un filo-fracking, tutt'altro! Però ricordo anche che in Italia non abbiamo rocce che possano essere coltivate con il fracking.

Qualche tempo fa ho scritto un post sul petrolio in Italia e ribadisco, molto schematicamente, la situazione della Pianura Padana, la cui serie è formata da:


1. BASAMENTO ERCINICO PALEOZOICO (in bianco): rocce metamorfiche nelle quali non ci può essere petrolio
2. SERIE TRASGRESSIVA TRIASSICA (in viola): è quella in cui si sono formati i giacimenti di idrocarburi. Si tratta di depositi costieri e di mare basso in cui ci sono arenarie, calcari, dolomie e scisti scuri (questi ultimi rappresentano le cosiddette “rocce – madri” del petrolio padano). La si ritrova oggi in affioramento solo nel Canton Ticino
3. SERIE CARBONATICA MESOZOICA E TERZIARIA INFERIORE (in azzurro e verde): l'approfondimento del bacino e la collocazione in area tropicale e subtropicale, unita alla mancanza di apporti sedimentari dai continenti, ha consentito la formazione di una spessa serie di calcari sul bordo della placca adriatica. In questi calcari ci sono (meglio, c'erano...) dei giacimenti petroliferi in quanto il liquido era risalito
4. SERIE APPENNINICA DETRITICA OROGENICA (in marrone): quando l'area è rimasta coinvolta nella formazione di Alpi e Appennini è cambiata la sedimentazione perchè sono arrivati sedimenti provenienti dai continenti. Si formano quindi scisti (ahia???) e arenarie
5. SERIE RECENTE DELLA PIANURA PADANA (in giallo e la parte chiara in alto): per un certo periodo (che in appennino dura ancora) una buona parte della zona è emersa e dalla sedimentazione siamo passati all'erosione. Nella pianura Padana in seguito sopra i depositi marini di cui sopra si sono formati (e senza l'intervento umano si formerebbero ancora) depositi fluviali, lacustri e di paludi (sabbie, argille, ghiaie etc etc). Alcuni idrocarburi, per lo più gassosi, si sono formati in questi sedimenti, spesso ancora non consolidati completamente (e nei quali posso dire eufemisticamente che mi sfuggono le condizioni che determinerebbero la possibilità di farci il fracking)

Abbiamo quindi visto che anche in Pianura Padana ci sono degli scisti (o argilliti) ma i nostri condividono con i “Gas Shales” solo il fatto che derivano dalla sedimentazione di materiali molto fini, cioè le argille: i Gas Shales sono argilliti durissime, che per rompere occorre martellare molto, ma molto forte e siccome hanno subìto pochissimi eventi tettonici da quando si sono formati (e la maggior parte,,pensate, sono più antichi del basamento ercinico della pianura padana...) non sono neanche minimamente fratturati.
Gli scisti appenninici sono invece delle argilliti poco consolidate, fratturate, fagliate e spesso talmente piegate da risultare caotici. Cioè non hanno nulla a che fare con gli scisti di cui sopra. E, a proposito di martellate, spesso si frantumano da soli... Grande differenza: mentre martellare i gas-shales (per esempio le aree del Marcellus shale che affiorano in Pennsylvania) produce un bel rumore metallico (bink-bink), spesso se provi a martellare gli scisti appenninici senti quasi uno "splash"... capito la differenza?

È evidente che se, per fortuna, non ci sono rocce adatte per fare fracking, nessuno si sognerà mai di usare questa tecnica per coltivare giacimenti di idrocarburi: lavorare così sarebbe più costoso e non avrebbe come risultato un maggiore quantitativo di idrocarburi.
Tantomeno verrebbe usato, in rocce porose di suo, per prepararsi allo stoccaggio di gas.
É possibile che durante le perforazioni vengano usati degli additivi chimici (che a me non piacciono affatto...) ma questo con il fracking non ha nulla a che vedere.
A proposito, per fare fracking occorrono delle attrezzature e delle vasche per i liquidi da immettere nel sottosuolo e da smaltire, per cui è impossibile farlo alla luce del sole senza che nessuno se ne accorga, come questi qui sotto:

Mi spiegate come avrebbero potuto nasconderle?????

Aggiungo inoltre che non è il fracking a "fare" i terremoti, ma l'altra imbecille usanza americana di stoccare liquidi inquinanti iniettandoli in profondità, cosa che oltre per reflui industriali di vario tipo viene fatta anche per i liquidi usati per il fracking.
Quindi non solo il fracking in Emilia non è stato fatto, ma neanche è la causa della sismicità indotta che in USA è stata notata in alcune zone dove viene praticato il fracking. 

Già la giustizia italiana è lenta, ma perdere tempo per cose del genere è assolutamente folle. Ma purtroppo nel Paese dei filosofi tuttologi, tutto questo è possibile
A proposito: ho cercato "fracking Emilia" come consigliato da google.... la montagna di idiozie che si leggono è allucinante....


sabato 23 marzo 2013

Un libro divulgativo che ci dice tutto sul petrolio (finalmente!)


Tutti noi conosciamo l'esistenza del petrolio ma ci sono idee molto vaghe su cosa sia, come si estragga e come venga sfruttato. Fino ad oggi non ci sono state tante pubblicazioni complete al riguardo, ma oggi la lacuna non c'è più: è uscito “Petrolio – un percorso lungo le vie del petrolio in 101 domande e risposte”. Lo ha scritto Mauro Annese che già ha collaborato con Scienzeedintorni quando ai tempi della rivolta contro Gheddafi, parlammo del petrolio in Libia. Ne nacquero due post, uno scritto a quattro mani sulla storia dell'estrazione del petrolio in quel Paese e un altro con i ricordi di un giovane geologo (lui parecchi anni fa...) che rischiò il licenziamento perchè una volta perforando accanto ad un campo molto ricco non trovò nulla.

Non parlo di questo libro per dovere essendo l'Autore un amico con cui ho fatto e faccio delle collaborazioni, ma per il fatto che ritengo questa pubblicazione molto utile e quindi consiglio di leggerlo (è stato utilissimo pure per il sottoscritto!)
Vediamo perchè.
Percezione comune è che il petrolio sia un liquido nero, che viene trasportato e trasformato in carburanti.
Basilarmente questo è vero, il problema fondamentale è che sull'argomento “petrolio e dintorni” ci sono saggi di economisti, esperti di energia, ambientalisti, climatologi, giornalisti, blogger e quant'altro, ma latitano gli scritti tecnici di geologi che spiegano davvero cosa sia il petrolio, come si sia formato, come viene estratto, trasportato e raffinato. 
Con il risultato che la “realtà più intima del petrolio” non è conosciuta e succede spesso che castronerie immense passino per realtà.

A tutto questo pone rimedio questo libro. Mauro Annese è un geologo del petrolio: laureatosi giovanissimo, si è trasferito in Libia, portandosi dietro la altrettanto giovane moglie (a cui giustamente il libro è dedicato). Non solo conosce tutto del petrolio, ma soprattutto, ormai pensionato (non è un giovincello, si è laureato nel 1962...) è una persona fiera ed appassionata di quello che è stato il suo lavoro. E soprattutto una persona che vuole divulgare le sue conoscenze e riesce a farlo molto bene.
In questa pubbliazione viene usata una formula molto originale: domande (semplici) e risposte un po' articolate ma chiare e comprensibili a tutti (e non è poco...), condite da immagini significative.

È quindi un libro utilissimo per tutti coloro che sono interessati all'oro nero, dal fan sfegatato del petrolio ai no-triv (quelli che combattono contro le trivellazioni per gli idrocarburi). Lo consiglio quindi anche, ovviamente, a tutti i componenti delle categorie di cui ho parlato all'inizio (dopodichè dovranno anche studiarsi la geologia, ma vabbè... questo già sarebbe un primo passo per evitare di scrivere indecenze scientifiche come quelle sul fracking in Emilia...). Da domani non avranno più scuse di non avere un testo chiaro ed in italiano su cui esprimersi.

Poi, siccome sono obbiettivo, occorre precisare che è un libro che risente molto delle condizioni culturali del momento in cui Annese si è formato: all'epoca l'ambiente come viene inteso oggi non era una priorità (oddio.... non lo è neanche adesso in Italia, forse proprio perchè abbiamo una classe dirigente anziana, coetanea del nostro Autore...). Per lui è necessario continuare ad usare sempre più petrolio, è necessario che costi sempre così poco (e dimostra infatti che sostanzialmente il petrolio costi davvero poco alla fonte) e che non ci sia motivo di ricorrere ad energie alternative. Per me e per molti altri oggi non è così.
Ma questo non toglie niente alla validità tecnica e divulgativa del libro, che oltretutto ha un costo molto ridotto, 14 euro molto ben spesi.


Mauro Annese: Petrolio – un percorso lungo le vie del petrolio in 101 domande e risposte – Aracne Editrice 

sabato 9 marzo 2013

Come difendere la Cultura scientifica e tecnologica in Italia?


L'incendio della Città della Scienza a Napoli è sicuramente uno dei fatti più tristi del periodo. Non voglio entrare nel merito, ricordo solo i roghi che hanno interessato il Petruzzelli, la Fenice e, cosa sconosciuta ai più, il museo ferroviario di Bussoleno, in val di Susa.

Tutti elementi legati alla cultura, anche se nel concetto di alcuni c'è Cultura con la “C” maiuscola (ovviamente Lettere, Arti e Storia) e cultura con la “c” minuscolascienza e tecnologia.
Non solo ma una parte di quei signori che parlano di Cultura rompono le balle alla Scienza, in particolare quando si parla di evoluzione ed età della Terra.
Ho parlato spesso di questo problema (per esempio qui). Avevo iniziato un mese fa anche a leggere la sentenza del processo dell'Aquila (poi ho avuto una serie di inciampi che mi hanno tenuto lontano dalle scienze e dal PC per un bel po', niente di grave me anche lì in alcuni punti la Scienza va a pallino, sostituita dalla dialettica....

Fra questi signori annovero un personaggio che non nomino di un giornale che non nomino (per evitare pubblicità e link), il quale ha mostrato entusiasmo per l'incendio (“dovevano farlo prima”) spiegando che:
Alla Città della Scienza di gran scienza non se ne faceva, si faceva più che altro divulgazione scientifica, un’altra cosa. Il fondatore, professor Vittorio Silvestrini (ometto la parte politica) non ha mica vinto un Nobel: ha vinto un premio Descartes per la comunicazione scientifica. Bene, bravo, ma la scienza è fatta di scoperte e che cosa abbiano mai scoperto a Bagnoli non è dato sapere. Nemmeno la ricetta definitiva delle nozze coi fichi secchi sono riusciti a mettere a punto.

Cioè la divulgazione scientifica è una cosa inutile (aggiungo: perchè divulgare la scienza e la tecnologia è sbagliato, non sono forme di Cultura....)

Ma il tutto ha un motivo:
Quindi ho cercato di capire meglio quali fossero queste benedette attività culturali, non potevo credere che Bennato si riferisse solo ai telescopi e ai caleidoscopi. Ho scoperto che nei capannoni dell’ex Italsider si propagandava l’evoluzionismo, una superstizione ottocentesca ancora presente negli ambienti parascientifici (evidentemente anche nei residui ambienti cantautorali). Il darwinismo è una forma di nichilismo e secondo il filosofo Fabrice Hadjadj dire a un ragazzo che discende dai primati significa approfittare della sua natura fiduciosa per gettarlo nella disperazione e indurlo a comportarsi da scimmia. Dovevano bruciarla prima, la Città della Scienza.


Ecco... benissimo, al rogo perchè parla del darwinismo che sarebbe una superstizione della Scienza, ancora presente in "ambienti parascientifici" (e io che pensavo che gli ambienti parascientifici fossero Voyager, Mistelo, quelli dell scie chimiche o della Terra Piatta e via discorrendo....)
una cosa che non si deve insegnare ai bambini...
Questo capolavoro di persona “tollerante e razionale” quindi decide che quello che è scritto sulla Bibbia è la verità e che la scienza viva di superstizioni...

In attesa di essere candidato pure io al rogo (visto le mail che ricevo spesso – una anche ieri – da antievoluzionisti che quando parlano di Scienza denotano una gran confusione mentale), anche se sono convinto di essere in buona compagnia.
E questo improvviso post (che un'ora fa manco sapevo di scrivere) prende ispirazione da uno dei miei possibili compagni di rogo, il buon Marco di Leucophaea, che al proposito ha avuto una idea interessante.

Marco nota come 
Da altre parti si alzano altre voci, che pretendono (lo dico approvando, a scanso di equivoci) che chi si occupa di scienza, di divulgazione della stessa e di giornalismo scientifico faccia lobby. Si unisca cioè in un gruppo (per ora, non meglio identificato) che possa fare pressione perché il prossimo parlamento (??) tenga in maggiore considerazione le istanze del mondo della ricerca scientifica, affronti la politica con un piglio un po’ più ricco di materiale neuronale e gliale e respinga le analisi irrazionali che salgono dai nuovi eletti.
In sostanza propone una lobby che si proponga di difendere gli interessi della Scienza (e, aggiungo, della Tecnologia) in questa povera Nazione

Leggetevi il post originale su Leucophaea.
Dico solo che sì... ci sto.... sono eventualmente a disposizione per questa iniziativa.


giovedì 7 marzo 2013

Grandi impatti meteorici innescherebbero le estinzioni di massa? Ipotesi tanto ardita quanto dubbia



Con questo post rispondo anche ad un lettore che mi aveva chiesto cosa ne pensavo delle ricerche secondo le quali le Large Igneous Provinces che hanno provocato le estinzioni di massa sono state innescate dalla caduta di meteoriti. Questa ipotesi cerca di salvare capra e cavoli: visto che 
Large Igneous Provinces (LIP) ed estinzioni di massa sono un pò troppo correlate fra loro per non esserci un rapporto causa / effetto allora vengono invocati i meteoriti per provocarle. Sono piuttosto scettico al riguardo, però per far capire come mai è venuta fuori questa ipotesi bisogna riepilogare un po' la storia delle ricerche, ribadendo per l'ennesima volta il fatto ormai acclarato, a dispetto di quella che è una impressione ancora molto comune al giorno d'oggi e cioè che il meteorite dello Yucatan non può essere il killer dei dinosauri.


Dopo i primi articoli degli Alvarez e del gruppo di Berkley sull'anomalia dell'Iridio a Gubbio e in Danimarca dei primi anni '80, ci vollero 10 anni per trovare il cratere del Golfo del Messico. Nell'entusiasmo della scoperta, che finalmente metteva la parola “fine” alla ricerca delle cause di uno dei più enigmatici accadimenti della storia naturale, fu facile accostare anche alle altre estinzioni di massa eventi del genere e difatti fiorirono gli studi su ipotetici impatti meteoritici alla fine del Permiano e del Triassico ma non solo.

Il problema è che gli studi successivi sulla geologia dello Yucatan hanno iniziato a far scricchiolare l'ipotesi proprio quando ormai sembrava arrivata la conclusione finale. Ricordo che a causa della continua sedimentazione che da allora ha interessato l'area  il cratere dello Yucatan è praticamente impossibile da vedersi senza ausili tecnologici: lo si vede per esempio in questa immagine ottenuta con rilevamenti gravimetrici dall'aereo. Sulla terraferma l'unica traccia è l'allineamento di alcuni laghetti, determinato sempre attorno al 1990 da un progetto della NASA avveniristico per quei tempi, in quanto si prefiggeva di aiutare con immagini aeree e da satellite l'archeologia (cosa ormai molto comune).
Ma la mancata evidenza superficiale implica che per capirne di più sono stati necessari dei sondaggi. Ebbene, già pochi anni dopo il riconoscimento del cratere i sondaggi hanno evidenziato un problemino non da poco: lo schianto del meteorite sarebbe avvenuto qualche centinaio di migliaia di anni prima della fine del Cretaceo: hanno trovato gli ejecta (i detriti associati all'impatto: blocchi e blocchetti di rocce carbonatiche e magmatiche o metamorfiche del basamento sottostante con grani di quarzo che mostrano i segni di un improvviso e temporaneo aumento della pressione); quindi OK, il cratere c'è ma gli ejecta sono coperti da sedimenti inequivocabilmente depositatisi nelle ultime centinaia di migliaia di anni del Cretaceo.
Inoltre, come scrivono Gertha Keller ed altri, l'anomalia dell'Iridio è ben più evidente in questi ultimi sedimenti che nei depositi dell'impatto.
E anche a Gubbio l'anomalia dell'Iridio non inizia esattamente al K/T, ma ben prima, come si vede in questa immagine che somma due figure del famoso lavoro pubblicato su Science dal gruppo degli Alvarez nel 1981

Queste osservazioni sono state smentite spesso da parecchi Autori, anche recentemente per esempio su Geology dal gruppo di Timothy Bralower. Trovo queste smentite parecchio discutibili, specialmente quando affermano che i basalti del Deccan non c'entrano niente: persino Hildebrand, Penfield & C nel celebre lavoro del 1991 in cui mettono in relazione il K/T con lo schianto dello Yucatan hanno scritto che “however, the Chicxulub crater may not be the sole source of the boundary layers, because isotopic data suggest that a mantle component occurs in the boundary layers, and the presence of unaltered pyroxene spherules establishes that there is at least a small ultramafic component”.
In sostanza Hildebrand e soci dicono che nei sedimenti deposti al K/T ci sono anche delle evidenti tracce di qualcosa che viene fuori dal mantello terrestre (e i trappi del Deccan sono una soluzione di questo assolutamente ineccepibile) ed è una cosa di cui spesso gli ancora numerosi sostenitori dell'ipotesi “meteorite” si dimenticano, specialmente negando il riferimento a queste vulcaniti indiane e appunto alla stringente contemporaneità fra estinzioni ed episodi del genere.

Uscendo dallo Yucatan ci sono altre indicazioni nei sedimenti del Cretaceo Superiore che dimostrano come il processo che ha provocato l'estinzione dei dinosauri (ad eccezione di alcuni di quelli dotati di piume, altrimenti oggi non avremmo gli uccelli...) e di tante altre forme di vita non è stato “puntuale”: il deterioramento delle condizioni ambientali (come l'anossia nei mari) ha avuto il suo picco al K/T ma ha avuto precedentemente altre fasi “acute”, in cui c'era poco ossigeno nelle acque. Lo stesso dicasi per l'anomalia dell'Iridio, che compare ben prima del K/T anche a Gubbio.

Il problema è evidente: come è possibile che questi fenomeni siano iniziati PRIMA di un avvenimento che è invece tipicamente “puntuale” come la caduta di un asteroide?
Nei primi anni '90 la Keller ed altri autori hanno pensato per esempio a “impatti multipli”. Molto modestamente posso dire che anche io a Gubbio nel 1983, vedendo il Livello Bonarelli oggi inequivocabilmente attribuito ad un evento anossico oceanico tipo quello del K/T (anche se l'estinzione associata è decisamente minore) mi ero chiesto se anche quello potesse corrispondere alla caduta di un meteorite, data la somiglianza con il più famoso livello del limite Cretaceo – Paleocene.
Poi la relazione fra estinzioni di massa e attività da “Large Igneous Provinces” (in breve LIP) è diventata troppo stringente: piaccia o non piaccia ai sostenitori del meteorite, ogni estinzione di massa è facilmente associabile ad una attività magmatica del genere. Ne ho parlato spesso, per esempio qui.

Naturalmente, come ho scritto, l'articolo del 1991 scatenò la “caccia al meteorite” anche per le altre estinzioni. Però alcuni Autori che continuano a vedere favorevolmente l'ipotesi dei meteoriti (e, soprattutto, impatti sui quali non c'è accordo nella comunità scientifica) si sono resi conto della troppo sospetta contemporaneità fra LIP ed estinzioni. E allora, pensando di salvare capra e cavoli, hanno escogitato una ipotesi teoricamente non impossibile: le LIP sarebbero la causa delle estinzioni ma a loro volta i magmi sarebbero una conseguenza di impatti meteoritici particolarmente importanti. In pratica la caduta di un corpo piuttosto grandino provocherebbe in un'altra zona della Terra la formazione di spaccature dalle quali esce magma proveniente direttamente dal mantello.

Per esempio alcun Autori sostengono che ci sia un cratere in Antartide sotto il ghiaccio della Terra di Wilkes (la cui esistenza è tuttora controversa); gli stessi lo datano a fine Permiano, supponendo che il cratere avrebbe innescato all'estremità opposta della Pangea la formazione dei Trappi della Siberia e quindi l'estinzione di fine Permiano. 
È chiaro che, applicato al K/T, il ritardo fra caduta del meteorite e messa in posto delle lave basaltiche di una LIP spiegherebbe il “ritardo” fra impatto ed estinzione osservato nei sedimenti dello Yucatan.

Questo però si scontra, proprio a proposito del K/T, con alcune oggettive difficoltà, di cui la prima è cronologica:  i Trappi del Deccan erano in attività già prima dell'impatto, a cui è precedente anche l'inizio della fase parossistica che ha portato all'evento K/T. Qualcun altro ha messo in relazione i trappi del Deccan con un enorme cratere che ci sarebbe nel Mare Arabico, il cratere di Siva, ma anche questa è un po' debole come ipotesi.

Secondo alcuni di questi Autori addirittura gli impatti avrebbero guidato la frammentazione della Pangea e questo mi pare ancora più risibile.

Diciamo poi che i "candidati crateri" non sono inoltre "universalmente riconosciuti ed accettati", come ho osservato a proposito del supposto cratere antartico.

La mia (modesta) opinione, insomma, è che l'ipotesi degli impatti meteoritici come fattore scatenante della messa in posto di una LIP sia molto, troppo, per essere presa in considerazione. Anche perchè non appaiono strette relazioni temporali tra crateri attualmente riconosciuti sulla Terra e fenomeni del genere, se si toglie quello dello Yucatan nel quale caso, però, alla fine i conti non tornano

sabato 9 febbraio 2013

I dubbi sulla ricostruzione della storia dell'Himalaya


L'Himalaya è un mondo affascinante, non solo perchè è il tetto del mondo, ma anche per i paesaggi, decisamente poco influenzati dall'Uomo ed “enormi”. Da un punto di vista geologico l'orogene himalayano non comprende solo la zona degli “ottomila”, ma tutta quela fascia che dal Pakistan arriva alla Birmania e, a nord, fino al deserto del Tien-Shan, Tibet compreso. Non è facile esplorare questi monti, specialmente da un punto di vista logistico (non so che cosa penserebbe un geologo himalayano sentendo un collega appenninico o alpino che dice di aver studiato in un posto “fuori mano” !), però da un punto di vista appunto “dei sassi” questa catena ha un vantaggio enorme: poca copertura vegetale e rocce a gogò per cui il rilevamento geologico è un po' più semplice che in certe zone dell'Appennino dove in una giornata fai 500 metri sperando di capire cosa ci sia sotto un bosco che sovrasta una bella coltre di suolo.
Nonostante sia quindi “facile” vedere le rocce, l'orogene himalayano è tremendamente complesso e sulla sua storia ci sono ancora molti punti interrogativi sui quali ci sono visioni contrapposte. Mi piace parlarne con una simpatica chiosa finale sulla sorprendente (per gli antievoluzionisti) concordanza fra i dati geologici e quelli paleontologici.

UN ANTICO ARCO MAGMATICO COMPRESSO FRA DUE CONTINENTI

Allora, dicevamo che sulla formazione dell'Himalaya ci sono idee molto contrastanti. Perchè? Molto semplice: l'Himalaya non è un orogene “normale” dove la fascia montuosa (che, ripeto, geologicamente è molto più larga di quella strettamente geografica) testimonia lo scontro di due masse continentali. Qui in mezzo alle due masse (l'India e l'Eurasia) ce n'era una terza, molto più piccola, che è stata schiacciata come il ripieno di un panino dal titanico scontro fra i due continenti.
Si tratta dei resti di una antica zona di convergenza fra due zolle posta in mezzo all'oceano (un po' come oggi l'arco formato delle isole Bonin e Marianne, che vediamo nella foto qui accanto), che è stata attiva nel Cretaceo, tra 120 e 90 milioni di anni fa (l'attività è iniziata poco dopo il distacco dell'India dall'Africa, e mi sa che non sia un caso...). Nella parte occidentale, pakistana, corrisponde alle sequenze del Kohistan – Ladakh, ed è appunto chiamato “Kohistan – Ladakh Arc. Per brevità lo chiamerò con la sigla KLA. Più a oriente questa zona si individua con il “Blocco di Lhasa” (o “arco Gangdese” ) che ha un significato simile ma caratteristiche leggermente diverse.

Il KLA è un bellissimo esempio di come è fatto un arco magmatico che si forma dove due placche convergono: una serie di vulcani e rocce sedimentarie associate, sotto ai quali si trova un immenso “cuore” di rocce metamorfiche, graniti e altre rocce derivate da magmi che si sono raffreddati all'interno della crosta terrestre.
Nella carta qui sotto, tratta da "Van Hinsbergen er al 2012 - Greater India Basin hypothesis and a two-stage Cenozoic collision between India and Asia", pubblicato sulla rivista PNAS, vediamo in giallo il Kohistan (una zona ristretta a NW) e in rosa il blocco di Lhasa:


UN OROGENE, DUE SUTURE E DUE INTERPRETAZIONI OPPOSTE

Quindi se un orogene “normale” ha UNA sutura, cioè una zona di contatto in superficie fra le due zolle che si scontrano, l'Himalaya di suture ne ha ben due (secondo me anche l'Appennino Settentrionale ha due suture, ma oggi come oggi sono l'unico che lo sostiene....)

La storia di quest'area fino a 100 milioni di anni fa è ben sintetizzata in "Zanchi e Gaetani, the Geology of the Karakoram Range", pubblicata sull'Italian Journal of Geosciences nel 2011. Le sezioni più sotto si riferiscono a questo articolo.

- Tra fine Carbonifere e inizio del Permiano (300 milioni di anni fa) il blocco dell'Hindu-Kush e quello del Karakorum si sono staccati dal continente meridionale, il Gondwana.
- in una fase immediatamente successiva i due blocchi si sono staccati anche fra di loro, ma la cosa è durata poco perchè tra Permiano e Triassico l'Hindu-Kush ha contribuito, sul suo margine settentrionale, insieme a Cimmeria, Kazakhistan, Euromerica, Siberia etc etc) alla formazione della Laurasia, il continente settentrionale mesozoico che comprendeva America Settentrionale ed Eurasia (con la ovvia esclusione di India e Arabia). Quindi l'Hindi-Kush si è "fermato" e il Karakorum gli è andato a sbattere contro.
- dal Cretaceo Medio la crosta oceanica ha iniziato a scorrere sotto questi due blocchi, diventati il margine meridionale dell'Eurasia. Ma nel contempo in mezzo all'oceano, la Tetide Orientale, si stavano formando un'altra zona di convergenza ed il suo corrispondente arco magmatico, l'arco del Kohistan - Ladakh.


E qui viene il bello, perchè su quello che succede tra il Cretaceo medio e l'inizio dell'Eocene, quando l'India si scontrerà definitivamente con l'Asia ci sono due scuole di pensiero inconciliabili fra loro: secondo alcuni Autori prima il KLA è andato a sbattere conto l'Eurasia, a partire dal Cretaceo Medio (tra 102 e 76 milioni di anni fa), chiudendo il bacino settentrionale; poi, alla fine del Paleocene, è arrivata l'India che lo ha letteralmente schiacciato tra 60 e 55 milioni di anni fa (chiamiamo questa ipotesi "prima con Eurasia").
Una seconda scuola sostiene che il KLA, non era vicino all'Eurasia ma vicino all'India e dopo la sua formazione si è scontrato prima con l'India (più o meno nel Cretaceo Superiore - 70 milioni di anni fa) e poi le due masse unite sono andate insieme a sbattere contro l'Eurasia nel Paleocene (Chiamiamola "prima con India").

Ribadisco in una nuova figura la sezione di Zanchi e Gaetani che si riferisce al Cretaceo medio, dove si vede la situazione quando il Kohistan - Ladakh era un arco magmatico intraoceanico attivo




Secondo i sostenitori dell'ipotesi "prima con Eurasia" si chiude prima la "Neo-Tetide settentrionale" e la sutura più antica è quella più a nord (la sutura di Shyok), nell'ipotesi "prima con India" si chiude prima la "Neo-Tetide meridionale" e la sutura più antica è quella a sud (che sarebbe poi la famosa “sutura del Gange”).
Annoto che, all'interno di queste scuole, ci sono ipotesi che disegnano quadri ancora più complessi che non riuscirei a spiegare facilmente...

Le due suture sono un po' diverse fra loro. Quella del Gange è una sutura “come Dio comanda”: tra le due croste è frapposto un blocco di ofioliti, formato da resti da vecchia crosta oceanica, residuo e testimonianza della fine di un oceano che prima dello scontro occupava lo spazio fra i due continenti. Quella settentrionale è molto più semplice: ha pochissime ofioliti e, curiosamente, è tagliata in alcune parti da filoni di basalto e andesite, magmi quindi che si sono messi in posto dopo lo scontro fra KLA e Eurasia.

L'IPOTESI "PRIMA CON EURASIA" È PER ME PIÙ CONVINCENTE

Entrambe le scuole sono formate da ricercatori estremamente autorevoli ed entrambe si basano su indizi convincenti. Se mi si permette un giudizio a me piace più la soluzione "prima con Eurasia" che quella "prima con India" per alcuni motivi:

- la soluzione "prima con Eurasia" spiega meglio la questione delle ofioliti, le "rocce verdi" resti di vecchi oceani o archi magmatici intraoceanici o bacini marginali presenti lungo tutte le suture fra continenti  che si sono scontrati fra loro e che erano precedentemente separati da un oceano;  ebbene, la serie più completa è sicuramente quella delle ofioliti della sutura del Gange e a me pare che passi un po' troppo tempo per avere così poche ofioliti nella sutura settentrionale, se in quella sutura si è consumato tutto quel vasto oceano che i sostenitori della ipotesi "prima con India" mettono tra il KLA e l'Eurasia al momento del presunto contatto India - KLA.
Inoltre le poche ofioliti della sutura di Shyok da un punto di vista geochimico ricordano più le ofioliti provenienti da un arco magmatico o da un bacino marginale situato tra l'arco ed un continente.
Queste osservazioni si adattano bene ad un modello secondo il quale tra il KLA e l'Eurasia la Neo-Tetide settentrionale era solo un piccolo bacino marginale sul tipo del Mare delle Filippine mentre le grandi ofioliti dell'altra sutura, quella del Gange, sono facilmente interpretabili come i resti di un grande oceano (la Neo-Tetide meridionale) frapposto fra l'India e il KLA, consumatosi sotto l'arco

- l'ipotesi “prima il KLA si scontra con l'India” richiede cambiamenti molto bruschi di velocità della deriva dell'India verso nord e, soprattutto, ad un certo punto delle velocità un po' esagerate, più che doppie rispetto a quelle massime che si vedono oggi (oltre 20 cm/anno). Annoto che anche nel modello “prima Eurasia” l'India per un po' di tempo appare correre un po' tantino...

D'altro canto i sostenitori del “prima con l'India” si basano molto sulla magnetizzazione misurata su alcune delle rocce del KLA, secondo le quali queste si sarebbero formate a oltre 20 gradi di latitudine sud, una posizione assolutamente incompatibile con l'idea di una vicinanza all'Eurasia.

Alcuni Autori spiegano questo mettendo il KLA in una posizione molto diversa, quasi a 90° rispetto a quella che ha oggi e ipotizzano che la collisione lo abbia fatto ruotare (evito di scrivere le complicazioni sui rapporti fra KLA e blocco di Lhasa che mi stanno venendo in mente con una ricostruzione simile...).

L'INDIA DEL MESOZOICO ERA MOLTO PIÙ GRANDE DI QUELLA DI OGGI?

C'è un'alta cosa interessante da notare nell'orogene himalayano: sembra che manchi un po' tanta “roba”. Facciamo finta che il sistema himalayano sia un tappeto che spazzando il salotto abbiamo un po' compresso e quindi anziché disteso sul pavimento sia un po' piegato: svolgendo le pieghe si ritorna al tappeto regolarmente steso.
Ebbene, se facciamo questo con l'Himalaya, dall'India al Tibet fino al Tien-Shan succede che il tappeto doveva essere largo almeno 3600 km mentre siamo a poco più di 1000 kilometri.
Da parecchi anni alcuni ricercatori, come proprio Douwe van Hinsbergen,  ritengono che alla placca indiana manchi tutta una parte settentrionale oggi scomparsa sotto l'Himalaya ed il Tibet. È l'ipotesi della “Greater India”, che infatti si vede in questa carta, sempre dell'articolo citato  di Van Hinserbergen, riferita al Paleocene (in cui però si deve fare attenzione: la zona definita come Greater India basin(s) è da considerare parte del continente indiano e non oceano come le altre zone in celeste!), con il KLA ormai accreto sull'Eurasia e l'India in arrivo (è evidente che questo lavoro preferisce l'ipotesi "prima con Eurasia", ma la "Greater India" va bene per entrambe le ipotesi.


Se davvero l'India era più grande di quanto conosciamo oggi si risolvono un paio di problemi:
- il primo è la eccessiva velocità dell'India, che serve per spiegare l'inizio della collisione finale con l'Eurasia 55 milioni di anni fa: se davanti a quella che vediamo c'era un altro pezzo di continente ora finito sotto l'Himalaya, l'India per arrivare a collidere contro l'Eurasia 55 milioni di anni fa avrebbe potuto avere una velocità molto inferiore a quella, oggettivamente un po' troppo elevata, che si ottiene  in entrambe le ipotesi bcon un'India delle attuali dimensioni (anche se nella "prima con India" le differenze di velocità sono ancora più marcate) 
- il secondo è che si fornisce una spiegazione all'enorme spessore della crosta sotto il Tibet: ci sarebbero sovrapposte la crosta euroasiatica e sotto buona parte di quella che formava prima la parte più avanzata del continente indiano 

APPUNTO DI PALEONTOLOGIA: COME LA COLLISIONE FRA INDIA ED EURASIA 
È STATA DETERMINANTE NELLA STORIA DEI MAMMIFERI

Da ultimo un appunto di evoluzione e paleontologia: tutte le ricostruzioni concordano che all'inizio dell'Eocene, 55 milioni di anni fa, non c'era più l'oceano fra India ed Eur in entrambe le ipotesiasia (a prescindere da questioni come KLA o "Greater India" ). Questo sulla base dei sedimenti post – orogenici, i primi dei quali hanno questa età.
Ebbene, anche la paleontologia è d'accordo: all'inizio dell'Eocene i primi animali della Laurasia si diffondono in India, sfruttando la fine del “fossato” che la divideva dall'Eurasia. Ed è stato una cosa fondamentale nella storia dei Mammiferi Placentati, perchè l'arrivo in un'area calda e umida ha consentito la differenziazione e la formazione dei mammiferi moderni: il limite Paleocene - Eocene  segna il passaggio da mammiferi placentati più antichi a forme ben inquadrabili nella situazione odierna. Ad esempio artiodattili, perissodattili, cetacei, insomma, i mammiferi moderni, si differenziano proprio in quelle zone nell'Eocene inferiore. E fra questi ci sono pure gli antenati degli antropoidi, cioè i nostri antenati: anche il genere umano, alla fine, è figlio della collisione fra India ed Eurasia