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mercoledì 14 dicembre 2011

L'insussistenza scientifica del razzismo

Gli omicidi a sfondo razziale che ci sono stati oggi a Firenze mi hanno particolarmente colpito, sia semplicemente perchè sono successi ma anche perchè sono avvenuti in Piazza Dalmazia, una piazza da me ben conosciuta e frequentata, il che vale anche per l'epilogo nel quartiere di San Lorenzo. Allora voglio rendere omaggio alla memoria di questi ragazzi senegalesi (la bandiera nell'immagine è ovviamente quella del Senegal) prendendo degli spunti sulla storia della ricerca sulle razze e concludendo con quanto è scritto chiaramente su uno dei libri da me preferiti e cioè “Storia e geografia dei geni umani” di Luigi Luca Cavalli Sforza, Paolo Menozzi e Alberto Piazza – Edizioni Adelphi. Gli autori dimostrano su base genetica che non esistono razze. E buonanotte a tutti i razzisti di questo mondo. Il post potrà sembrare un po' confuso, ma l'ho preparato piuttosto in fretta e me ne scuso.


Già nella Grecia Classica ci sono testimonianze della diversità umana basata soprattutto sul colore della pelle.
Nel XVIII secolo gli scambi seguiti ai viaggi intrapresi dai “grandi navigatori” avevano portato in Europa la descrizione della vasta serie di popolazioni che conosciamo; simultaneamente furono scoperte anche le scimmie antropomorfe. Quando Linneo creò l'ordine dei “Primates”, che includeva come oggi l'uomo e le scimmie, fu molto criticato e scrisse che sapeva benissimo quale fosse la differenza morale fra scimmie ed uomo, ma anche che da un punto di vista anatomico le differenze erano ben poche.

In seguito si diffuse l'opinione che i neri fossero discendenti dalla commistione fra uomini bianchi e orangutan (termine con cui fino al 1850 circa erano chiamate tutte le scimmie antropomorfe), o che fossero una specie di mezzo fra l'uomo bianco e le scimmie: non è stato automatico pensare che bianchi e neri fossero la stessa specie. C'erano comunque sostenitori della unicità della razza umana, come l'anatomista olandese Petrus Camper (1722 – 1789): egli prima sezionò il cadavere di un vero orango, dimostrando che c'erano forti differenze con l'uomo e poi quello di un giovane angolano, del corpo del quale disse che era perfettamente uguale all'uomo bianco; invitava quindi a tendere la mano agli uomini dal colore diverso, come figli dello stesso Dio, in cui c'erano addirittura dei religiosi che proponevano creazioni separate fra bianchi e neri.

Le cronache dell'epoca sono piene di notizie su persone, anche molto importanti, di cui alcune note per la loro rettitudine morale, che ritenevano la razza bianca quella iniziale e che i negri rappresentassero una qualche forma di degenerazione (persino Buffon la pensava così...); altri semplicemente ritenevano la razza bianca irrimediabilmente superiore alle altre. È abbastanza ovvio che il razzismo servisse anche da un punto di vista economico, perchè dava motivazioni etiche allo sfruttamento delle colonie ed è stato invocato come pretesto persino per assolvere infamie come la schiavitù e genocidi vari. Anzi, ancora oggi la parola “razza” è regolarmente associata con una serie di pregiudizi, ma la convinzione che esistano razze superiori ed inferiori è totalmente infondata dal punto di vista scientifico (e – quindi – è infondata tout court!).

Per un bizzarro gioco della storia Petrus Camper è stato l'inconsapevole inventore di uno dei tentativi più duraturi di dividere gli uomini in razze a diversa intelligenza, la craniometria, che si basava sull'angolo facciale e cioè su quanto la linea che dai denti porta alla fronte devia rispetto all'orizzontale: ai bassi angoli facciali delle scimmie antropomorfe (50°) si passa ai 70° dei neri e agli 80° gradi degli europei. Camper fece queste osservazioni per puri motivi estetici, notando che le statue greche avevano un angolo che arriva quasi a 90°. L'olandese non avrebbe pensato mai di collegare, come hanno fatto poi i suoi posteri, l'angolo facciale all'intelligenza, cosa che restò accettata fino a dopo l'inizio del XX secolo. In seguito Anders Retzius (1796 – 1860) affiancò all'angolo facciale l'indice cefalico, il rapporto fra lunghezza e larghezza del cranio, che fu usato addirittura fino a dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Johann Friederich Blumenbach (1752 – 1840), considerato il padre dell'antropologia, divise il genere umano in 5 razze (caucasica, mongolica, etiopica (tutti gli africani) americana e malese. Riteneva anche lui che il colore originario fosse il bianco.
E ora veniamo a Charles Darwin: nonostante che gli antievoluzionisti lo considerino il padre di tutte le nefandezze possibili, da quelle sociali a quelle razziali, dal comunismo al nazismo al capitalismo (e ovviamente al darwinismo sociale e a tutti gli -ismi peggiori), oltre a concludere che la specie umana è unica e anche che ogni razza confluisce nell'altra e che le razze umane non sono così distinte da abitare la stessa regione senza fondersi. Su quella che Darwin chiama la confluenza delle razze, come illustrare meglio i passaggi graduali nelle popolazioni umane che con la carta qui accanto, una delle tante pubblicate da Cavalli Sforza? Si vede come la frequenza di alcune varianti genetiche vari in modo estremamente graduale. 

Ah, a proposito, non per metterla in politica ma molti razzisti sono anche antievoluzionisti (specifico che non è comunque vero il contrario: molti antievoluzionisti non sono assolutamente razzisti)

Darwin, per dimostrare l'infondatezza di quegli studi, annota come non ci sia accordo nelle varie classificazioni, che differivano tutte per numero e descrizione delle razze. Inoltre nel suo viaggio notò come anche le popolazioni più selvagge avevano menti simili a quelle dei bianchi. È facile notare come questi concetti sono stati espressi da una persona che apparteneva all'ambiente più razzista che si poteva immaginare, l'aristocrazia inglese che con il colonialismo si è molto arricchita e per i cui scopi il razzismo è stato un pilastro fondamentale.

Saltiamo a piè pari tutte le vicende – spesso molto tristi e dolorose – dell'ottocento e del primo novecento e arriviamo ai risultati della genetica: l'uomo anatomicamente moderno è molto giovane, ha meno di 200.000 anni. Per cui succede che “c'è una grande variabilità genetica in tutte le popolazioni umane, anche in quelle piccole”. Le differenze fra i gruppi maggiori sono perciò modeste se paragonate a quelle entro gli stessi gruppi e perfino all'interno di popolazioni singole.
Inoltre la notevole attività migratoria e le conseguenti mescolanze fra migranti e popolazioni locali hanno contribuito alla mancata differenziazione fra loro delle popolazioni.

Quindi “il concetto di razza nella specie umana non ha ottenuto alcun consenso dal punto di vista scientifico e non è probabilmente destinato ad averne, perchè la variazione esistente nella specie umana è graduale.
Si potrebbe obbiettare che gli stereotipi razziali hanno una certa consistenza, tale da permettere anche all'uomo comune di classificare gli individui. Tuttavia gli stereotipi più diffusi, tutti basati sul colore della pelle, sull'aspetto ed il colore dei capelli e sui tratti facciali, riflettono differenze superficiali che che non sono confermate da analisi più appropriate fatte su caratteri genetici (più attendibili). L'origine di tali differenze è relativamente recente ed è dovuta sprattutto all'effetto del clima e – forse - della selezione sessuale.

Un'analisi statistica multivariata permette di identificare “raggruppamenti” di popolazioni e ordinarli secondo una gerarchia che crediamo possa rappresentare la storia delle fissioni, (le separazioni di una popolazione in due o più gruppi, NdR) durante l'espansione in tutto il mondo dell'uomo anatomicamente moderno. A nessun livello si possono identificare questi raggruppamenti con le razze, dal momento che ogni livello di raggruppamento rappresenta una fissione diversa e non c'è alcuna ragione biologica per preferirne una in particolare. I livelli successivi di di raggruppamenti (vediamo un esempio qui accanto) si dispongono in una sequenza regolare e nessuna discontinuità può indurci a un certo livello come una soglia ragionevole, anche se arbitraria, per distinguere “razze”” (Cavalli Sforza et al, opera citata.


Da ultimo riprendo un post che avevo scritto un paio di anni fa sulla genetica degli europei:  le componenti genetiche dell'umanità del nostro continente sono varie e derivano da diverse ondate migratorie (a parte le Americhe, l'Europa è stata l'ultima area ad essere occupata da Homo sapiens, ben dopo l'Australia ad esempio, ed è stata strappata ai Neandertaliani solo tra 40 e 25 mila anni fa. Quindi alla componente autoctona dei primi cacciatori - raccoglitori si sono affiancate diverse migrazioni dall'Asia, dal Medio Oriente e dal Mediterraneo. Ne consegue che la popolazione europea sia lungi dall'essere una “razza pura” (e, aggiungo “superiore”...), ma che il nostro continente sia stato negli ultimi 8000 anni un crogiolo di mescolanze che continua anche oggi, da quando l'Europa, da territorio di emigrazione, è ritornata ad essere un continente di immigrazione.

giovedì 15 settembre 2011

Lo "stato dell'arte" della paleontologia umana oggi

Le ultime ricerche sui fossili umani rinvenuti in Sudafrica attribuiti alla nuova specie Australopithecus sediba e di cui mi riprometto di parlare presto mi danno lo spunto per parlare dello “stato dell'arte” della ricerca sulle nostre origini. Negli ultimi anni le novità più grandi sono il cambiamento delle opinioni su Homo erectus, non più considerato un antenato di sapiens e, anche a causa dei reperti sudafricani, una riconsiderazione dell'età in cui è avvenuto l'aumento della capacità cranica (ammesso e non concesso che sediba non sia un ramo collaterale). Ovviamente queste novità coinvolgono anche la paleontologia umana in Italia, con una nuova collocazione sistematica dei reperti.

La paleontologia umana è uno dei settori nei quali si nota meglio la “discontinuità della mente umana”, che necessita di classificare le cose in compartimenti stagni, sia pure – al limite – correlabili fra loro: i pochi resti sinora rinvenuti sono dotati di una eccezionale varietà di caratteristiche anatomiche tali da attribuire un nome proprio (o di specie o quantomeno di sottospecie) a quasi ognuno di essi.

Dawkins, parlando di questo, prendeva un po' in giro l'accapigliarsi degli studiosi sulla questione dell'appartenenza di un reperto ad una specie anziché ad un'altra, con il famoso detto “non è che la mamma erectus ha partorito un figlio sapiens” , intendendo così focalizzare l'attenzione sulla ovvia coesistenza di caratteri più arcaici e più moderni in un singolo individuo.
È il caso del ritrovamento in Sudafrica del 2010: anche qui è stata istituita una nuova specie (Australopithecus sediba) che possiede un mix di caratteristiche intermedie fra i generi Australopitecus e Homo. Per alcuni è attribuibile al primo genere, per altri al secondo (e tanto per aumentare la confusione H. abilis sarebbe “meno Homo” di A. sediba...)
La questione è quindi molto complessa e, come mi ha scritto un mio illustre corrispondente “un'evoluzione precisa e lineare, senza salti e senza complicazioni, farebbe comodo a un brillante fautore del disegno intelligente, non ai moderni e modesti cultori delle idee geniali (non prive a volte di alcuni errori) di un Darwin o uno Steven Jay Gould, che comunque hanno il merito rispetto al primo di studiare le cose senza pregiudizi” (è simpatico notare come nel campo dell'intelligent design e dell'antievoluzionismp gli scienziati siano considerati portatori del pregiudizio mentre loro sono quelli che hanno la verità...)

LA SCARSITÀ DEI REPERTI: MOTIVAZIONI E CONSEGUENZE

Il problema fondamentele di chi studia le nostre origini è la scarsità di reperti, ovvia visto l'ambiente di vita dei nostri antenati e dei loro parenti più stretti: il corpo di un essere che vive in paludi o lagune, l'ambiente più favorevole alla fossilizzazione fra quelli sulla terraferma, ha una probabilità di essere sotterrato o di conservarsi in condizioni anaerobiche (e quindi di fossilizzarsi) che si aggira intorno a “zero virgola chissàquantizeri uno per cento”. Però ci sono infinitamente più possibilità che succeda a lui e non ad un essere delle foreste o delle savane come i nostri antenati, dove i corpi scompaiono molto rapidamente, mangiati direttamente dai predatori e grazie ai necrofagi, da quelli di grandi dimensioni fino ai batteri. Gli antenati dell'uomo vivevano proprio in ambienti del genere e quindi senza qualche alluvione improvvisa o dei resti in qualche grotta non ci sarebbe rimasto proprio niente.
Sulla questione delle origini della nostra specie è proprio il caso di dire che ci sono “poche idee ma confuse”, anche se possiamo ad esempio escludere a priori la verità del racconto biblico, nonostante chè gli antievoluzionisti approfittino di questa “estrema incertezza” (per non usare termini più.... coloriti!!) per dire che nulla è dimostrato ed il biblico racconto è una soluzione possibile.

HOMO ERECTUS DA CARATTERISTICA MONDIALE A RAMO REGIONALE

Negli ultimi venti anni la prospettiva è molto cambiata, un po' per nuove scoperte, un po' per nuove riconsiderazioni.
Ricordo che a proposito della comparsa dell'uomo anatomicamente moderno c'erano due correnti di pensiero, una che prevedeva l'evoluzione multiregionale del genere umano. e l'altra una origine africana di Homo sapiens. La genetica ha stabilito una volta per tutte l'esattezza della seconda ipotesi, anche se nella nostra specie c'è un po' di materiale genetico derivato da incroci fra i nuovi colonizzatori e i vecchi abitanti: di fatto alcuni geni dei demisoviani persistono fra Asia sudorientale e Oceania, mentre ancora io non sono riuscito a capire con certezza (mea culpa!) se nel genoma degli europei ci siano tracce del genoma neandertaliano (i demisoviani sono considerati più vicini a neandertal che a sapiens)
Ma la grande rivoluzione di questi ultimi anni è un cambio di prospettiva del ruolo di Homo erectus: alla tradizionale visione (la schematizzo) che vede Homo abilis in Africa, da cui discende Homo Erectus che sta in Africa e poi colonizza Asia e Europa, oggi si contrappone una visione molto più complicata (e forse più realistica).
Alcuni autori collocano habilis nel genere Australopithecus (a vedere A. sediba non a torto!). Maggiore attenzione viene data alla "regionalizzazione" delle specie. Il primo uomo vero e proprio sarebbe Homo rudolfensis, anche se ultimamente pare che questa specie sia molto meno evoluta in senso umano di quello che si pensava fino a pochissimi anni fa (un nuovo rimontaggio del cranio ne riduce drasticamente la capacità cranica, "retrocedendolo" verso un mondo che è più quello di Australopithecus che di Homo, ma – tanto per cambiare – non c'è su questo un accordo generale).

Che discenda da rudolfensis o da habilis (e che questi siano Homo o Austrolopithecus) il vero grande protagonista della conquista del pianeta è Homo ergaster (2.5-1.7 milioni di anni fa) che prima colonizza l'Africa e poi ne esce.
Ed è qui che si fanno strada le varie interpretazioni di "erectus": per alcuni erectus è solo il nome "regionale" dell'ergaster che esce dall'Africa e va in Asia. Per altri, erectus è una specie asiatica che discende da ergaster. La differenza è sottile, e oltretutto difficile da dirimere, anche se Homo erectus è chiaramente più recente e ha anche esso delle differenziazioni locali (il famoso pitecantropo di Giava è più antico e differente dal sinantropo di Pechino, ma sempre Homo erectus sarebbero). Quindi per molti studiosi, Homo erectus sarebbe una specie, discesa da ergaster, che è vissuta in Asia. 

TRA AFRICA ED EUROPA: ANTECESSOR,  HEIDELBERGENSIS, NEANDERTALENSIS E SAPIENS

Parallelamente a questo (e sono nuovamente ultraschematico e poco preciso) l'Homo ergaster evolve in Homo antecessor (1.2-0.8 milioni di anni) (già in Africa o succede in Europa?) va in Europa ed evolve ulteriormente in Homo heidelbergensis (600mila-400mila anni fa) da cui sarebbe disceso il più "europeo" degli ominidi, ossia Homo neandertalensis. Ma anche qui, come con il pitecantropo e il sinantropo, molti pensano che in realtà antecessor (più alto e slanciato) e heidelbergensis (più basso e tarchiato) siano in realtà comunque la stessa specie seppur con variabilità geografiche e temporali.
Intanto la popolazione africana (antecessor o heidelbergensis che fosse...) evolve anch'essa, e diventa già a partire da circa 200 mila anni fa, un Homo sapiens arcaico che poi uscirà nuovamente dall'Africa e colonizzerà definitivamente il mondo soppiantando gli altri membri del genere Homo
Ma l'evoluzione da ergaster a sapiens in Africa è attestata meno bene, con pochissimi fossili e quindi, seppure assolutamente sensata, non è ben descrivibile. Si ritiene, come ho già detto, che sia passato attraverso una fase molto simile a un "antecessor / heidelbergensis" africano, e che anzi, questo indirizzo evolutivo fosse già in atto negli ergaster che escono dall'Africa e vanno in Europa intorno a 1.5 milioni di anni. È importante notare che ci possano essere state improvvise accelerazioni dell'evoluzione di cui non è rimasta traccia paleontologica. 
 
Mi chiedo: alla fine tutti questi nomi indicano generi, specie o popolazioni diverse?

LA NUOVA COLLOCAZIONE DEI REPERTI ITALIANI

L'uomo del Circeo e quello di Saccopastore sono indiscutibilmente neanderthaliani. Circeo è databile ai 55mila anni circa, mentre Saccopastore appare maggioremente arcaico, quindi meno "specializzato" in senso neandertaliano, ma comunque collocabile in quel filone.
Il riposizionamento di Homo erectus ha conseguenze anche da noi. Fino a 20 anni fa aveva sicuramente senso parlare di erectus anche per i reperti italiani: erano attribuiti a questa specie i manufatti (con o senza bifacciali) in tanti giacimenti, primo fra tutti Isernia La Pineta.
Oggi, con la nuova visione (ancora frammentaria e incompleta), se consideriamo come erectus strettamente solo la specie asiatica, quelli presenti da noi non sono allora propriamente erectus, ma Homo antecessor (sempre che poi antecessor e heidelbergensis non siano la stessa cosa) e il discorso cambia poco, perché comunque si tratta di una specie " a grande diffusione europea", seppur iniziata in Africa, che evolve verso il Neandertal in Europa e verso il Sapiens in Africa).
Stesso discorso vale per il cranio di Ceprano (nel Lazio) scoperto a metà degli anni Novanta e datato intorno agli 800 mila anni da oggi. mancano le ossa lunghe e quindi il quadro è incompleto, ma è chiaramente inscrivibile in quel filone lì.

La cosa "brutta" è che abbiamo, in definitiva, pochissimi dati a disposizione. La cosa "bella" è che spesso l'interpretazioni di dati diversi (archeologici, paleontologici e, quando possibile, genetici) converge a definire un ventaglio molto limitato di ipotesi credibili (che è già un grande passo avanti). Restano comunque divergenze su diversi aspetti, anche importanti, e credo che nei prossimi 10-20 anni non andremo molto avanti con le sicurezze.

domenica 10 gennaio 2010

Le incredibili conseguenze delle ultime ricerche sui piccoli scheletri umani ritrovati a Flores: quando la Scienza sorpassa la fantasia

Sarà capitato a tutti un libro, un fumetto o un film in cui uomini moderni incontrano una popolazione primitiva, se non di “pitecantropi” (un termine scientificamente superato che comunque continua ad essere usato dal solo Sermonti, biologo antievoluzionista, non a caso in buoni rapporti con De Mattei. Anche per questo gli oltre 9000 “euri” buttati via dal CNR per far stampare gli assurdi sproloqui di quella congrega rappresentano un oltraggio al buon senso).
Ma quello che fino ad oggi era semplicemente fantasia di qualche mente più o meno geniale, probabilmente è proprio quello che è successo nell'Indonesia di 17.000 anni fa.

EDIT MAGGIO 2016: RECENTI RICERCHE HANNO SMENTITO L'ETÀ COSÌ RECENTE E IPOTIZZANO UNA SCOMPARSA DI HOMO FLORESENSIS CIRCA 50.000 ANNI FA (vedi qui )

La scoperta dell'anno nel 2003 fu senz'altro quella dei 14 strani scheletri rinvenuti nell'isola indonesiana di Flores: sicuramente appartenenti a "uomini" primitivi questi scheletri (di cui quello più completo, LB1 di sesso femminile, da cui il soprannome "Flò") possiedono una caratteristica semplicemente sconvolgente: le piccolissime dimensioni e la capacità cranica altrettanto limitata.
Ovviamente il primo problema è stato capire chi erano di queste creature. Considerando la loro età la loro collocazione sistematica non è stata un gioco semplice. Il secondo è che il loro cervello era di dimensioni estremamente ridotte, 417 centimetri cubici, un valore tipico per scimpanzè e australopitechi. Possibile che con un cervello così piccolo fosse accompagnato da un livello culturale elevato, come dimostrano le ossa di Stegodon (un proboscidato) che mostrano evidenti segni di macellazione?
Sono state avanzate diverse ipotesi, generalmente ascrivibili in tre categorie:

1, Gli scheletri appartenevano a normali Homo Sapiens affetti da qualche patologia o da qualche disturbo genetico. Sono state ipotizzate via via diverse malattie che soprattutto hanno come conseguenza una testa di dimensioni ridotte. Questo soprattutto perchè, come fece notare Dean Falk, antropologo alla Università della Florida, "molti studiosi mostrano il preconcetto secondo il quale una capacità cranica così ridotta sia incompatibile con la costruzione di utensili come quelli rinvenuti vicino ai resti".

2. E' un caso di nanismo insulare. Questo si scontra con una difficoltà importante: ad oggi il fenomeno sembra sconosciuto nel genere umano, nonostante che diverse comunità primitive abbiano vissuto davvero in contesti insulari (isola di Flores compresa) nei quali altri mammiferi (elefanti, ippopotami etc etc) hanno subìto tale processo. Per ritrovare fra i nostri "parenti" più prossimi un caso del genere bisogna ritornare a Oreopithecus Bambolii, del Miocene toscano e sardo.

3. Siamo al cospetto di una nuova specie: le caratteristiche scheletriche mal si addicono a considerarli degli Homo Sapiens.

4. è una popolazione simile ai negritos, cacciatori – raccoglitori di piccola statura che vivono in nuclei isolati tra Filippine, Malaysia e Andamane. Probabilmente imparentati con alcune piccole popolazioni dell'India e dello Skri-Lanka, mostrano le somiglianze somatiche principali con gli aborigeni australiani e melanesiani e infatti le loro lingue appartengono alla famiglia linguistica indopacifica. Secondo alcuni studiosi rappresentano i “relitti” della migrazione dall'Africa verso il Pacifico meridionale dell'Uomo Anatomicamente Moderno.

La quarta ipotesi ha sempre trovato poco credito. Con il tempo, nonostante che ancora non ci sia unanimità fra gli studiosi, si è sempre più imposta all'attenzione l'idea che davvero siano tracce di una nuova specie, Homo Floresiensis e che questa specie sia più simile ai predecessori di Homo Sapiens che a noi stessi. Non è stata una vicenda indolore ma accompagnata da fortissime polemiche, in particolare a causa della asimmetria nel cranio di LB1, che i sostenitori della patologia hanno appunto addebitato a questa causa, mentre i sostenitori della nuova specie hanno sempre addebitato la cosa alla non perfetta fossilizzazione e a deformazioni indotte dal peso dei sedimenti sovrastanti. Per la cronaca LB1 doveva avere circa 30 anni quando è morta e anche questo oi fa propendere per un individuo sano: l'età è già avanzata per l'epoca per un individuo normale, figuriamoci per uno affetto da una patologia così grave.

I primi “rumors” sulla arcaicità delle ossa di Flores sono partiti abbastanza presto (o, meglio, subito): alla luce delle evidenti differenze con la nostra specie qualcuno, cominciò a dire che questi scheletri mostravano delle notevoli somiglianze più con Homo Erectus che non con Homo Sapiens.
Le ultime ricerche però sono arrivate a un livello decisamente sorprendente: nel corso del 2009 su Nature è comparso un eccellente articolo in cui osservando la pianta del piede l'Hobbit ricorda più un australopiteco che un esponente del genere Homo.

Andiamo con ordine, partendo dalla testa. Come fa notare la sempre chiara Kate Wong, una delle firme principali di Le Scienze, Homo Floresiensis è un po' un puzzle fra caratteristiche arcaiche da australopiteco e più moderne da umani. La testa, a parte la robustezza della mascella inferiore, è abbastanza “umana”. C'è anche una spiegazione per le notevoli capacità culturali: uno studio tomografico della scatola cranica dimostra che nel cervello ci siano delle strutture che sovrintendono ad attività culturali complesse, come l'area 10 di Broadman, assenti nelle australopitecine. Ma dal collo in giù si cambia la musica: il polso è scimmiesco, con un osso, il trapezoide, piramidale: nell'uomo moderno il trapezoide assume una forma simile ad uno scarpone e consente movimenti molto più precisi della mano. Clavicola, pelvi, femore e tibia dicono la stessa cosa. Ma la parte più “sconvolgente” è il piede: a parte la lunghezza relativamente elevata (il 70% del femore, contro il nostro valore medio del 55%), che rendeva non facilissimo camminare, manca l'arco plantare. Per inciso un rapporto dimensionale piede / femore simile è presente solo nel Bonobo. In compenso l'alluce è allineato con le altre dita e questa è una caratteristica più umana che da australopiteco e da scimmia antropomorfa.

Pertanto appare sempre più improbabile che le caratteristiche di LB1 e degli altri reperti siano ascrivibili ad una strana patologia. In effetti per poter sostenere questa idea occorre pensare a un meccanismo che ricrei delle strutture arcaiche. Un atavismo un po' troppo complesso per essere vero.
Però qui viene il bello. E' stato definitivamente risolto il dilemma se siamo davanti a una specie diversa o no: la maggior parte degli studiosi a questo punto concordano: “sì, gli individui appartengono a una nuova specie, denominata Homo Floresiensis

Spesso nella scienza la risoluzione di un problema ne apre degli altri: un siffatto scheletro starebbe molto bene nell'Africa di 2 milioni di anni fa: come è possibile trovare tutto ciò nell'Indonesia di 17.000 anni fa?
Si nota infatti come la soluzione indicata, che sicuramente è quella più logica, apre una serie di problematiche antropologiche non indifferenti: se Homo Floresensis deriva direttamente dalle australopitecine (o addirittura "è" un'austalopitecina), allora bisogna per forza concludere che qualcuno emigrò dall'Africa verso l'Asia ben prima di 2 milioni di anni fa in assenza di una tecnologia (relativamente) moderna. Un evento completamente sconosciuto fino ad adesso e che avrebbe una seconda conseguenza: un australopiteco sarebbe sopravvissuto praticamente fino ai nostri giorni, quando si sapeva che nessuna altra specie di ominini condivideva con i nostri antenati l'ambiente almeno negli ultimi 30.000 anni (dall'estinzione di homo Neandertalensis) e, di più, che i sopravvissuti erano nostri cugini molto più alla lontana di tutte le forme conosciute attraverso le ricerche paleontologiche degli ultimi 2 milioni di anni!

Poi sulla classificazione di austalopitechi, uomini primitivi etc vale sempre il detto di Dawkins: "non è che la mamma Australopitecus abbia partorito un figlio Homo": anche considerando in quelche momento delle violenti accelerazioni dell'evoluzione  (gli "equilibri punteggiati" di Gould e Eldredge), è chiaro ed evidente che i passaaggi sono stati complessi e che le caratteristiche di molti reperti sono per forza "intermedie" fra quelle tipiche di una specie e quelle tipiche di un'altra.

Per questo sono in corso una serie di ricerche in diversi siti dell'Indonesia per confermare questa rivoluzione nella antropologia: la scoperta di nuovi Hobbit è vicina?