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mercoledì 26 maggio 2010

Le dispute per l'acqua: 2. il Nilo

Lungo oltre 6500 kilometri, il Nilo nasce dalla confluenza fra il Nilo Bianco, proveniente dagli altipiani etiopici e il Nilo Azzurro, l'emissario del Lago Vittoria. Dalla regione dei grandi laghi africani al Mediterraneo attraversa molte nazioni ed è uno dei fiumi più carichi di storia. Le sue acque hanno fatto la fortuna e la sfortuna degli antichi Egizi e dei loro faraoni: con le sue alluvioni copriva il terreno di fertile limo, oltre a fornire l'acqua necessaria all'agricoltura. Molte fasi turbolente della storia dell'antico Egitto sono state recentemente correlate a fasi di instabilità climatica in cui il Nilo non faceva il suo “dovere”.

160 milioni di persone in 10 nazioni dipendono dalle acque del Nilo e dei suoi affluenti, quantità di cui ci si aspetta nei prossimi 25 anni un raddoppio. E oltre all'uso potabile ed irriguo, anche le prospettive di sviluppo industriale faranno aumentare il valore del prelievo idrico pro-capite.
Le ripercussioni sull'ambiente, persino sulla vita nel Mediterraneo, di un uso eccessivo delle risorse idriche potrebbero essere gravissime in un ecosistema che con la costruzione della diga di Assuan ha già subìto gravi danni, a partire dall'impoverimento dei suoli non più alluvionati agli squilibri nel delta, e una serie di altri inconvenienti, fra cui persino una variazione delle correnti marine (me lo ricordo bene perchè ne discussi nel corso di un esame di Geologia nel 1984 in cui dall'altra parte del tavolo avevo il compianto prof. Passerini).

Nel 1929 fu siglato il “Nile Water agreement”. Siamo in piena epoca coloniale. Oltre ad aver riservato alla grande nazione nordafricana un grande quantitativo di acque, l'accordo dava all'Egitto il diritto di veto su qualsiasi opera riguardasse lo sfruttamento del fiume, Questa intesa fu aggiornata nei quantitativi nel 1959.

Il problema fondamentale è che, esercitando il suo diritto di veto, l'Egitto si è sempre opposto a qualsiasi opera riguardasse il corso del Nilo nelle nazioni a monte, in particolare ad opere di deviazioni a scopi irrigui.
Adesso gli stati dell'Africa orientale sono arrivati alla conclusione che tale diritto è anacronistico e innaturale. Rappresentando anche la voce degli altri Paesi interessati, il primo ministro etiopico Meles Zenawi ha da poco notato come “in Egitto c'è chi continua ad avere idee fuori moda secondo le quali l'acqua del Nilo appartiene all'Egitto”; ma adesso “le circostanze storiche sono cambiate” e quindi il governo del Cairo deve capire che “non può tentare di fermare processi che non possono più essere fermati”, augurandosi “uno sforzo diplomatico” per sistemare la questione.

Lo sforzo però o non c'è stato o è stato vano: il 14 maggio a Entebbe, quattro di queste nazioni (Ruanda, Etiopia, Uganda e Tanzania) hanno stretto un accordo per lo sfruttamento e la condivisione dell'acqua del Nilo a scopi potabili, irrigui e per la produzione di energia elettrica. A questi paesi il Kenya (nazione periodicamente colpita da gravi siccità) ha dato pubblicamente il suo sostegno: già nel 2004 Nairobi aveva giudicato palesemente inadeguato il trattato del 1929. Secondo questo accordo, il potere di regolazione, formalmente adesso sempre in mano all'Egitto, andrebbe ad un organismo sovranazionale, la Nile Basin Commission, con sede ad Addis-Abeba, una trasformazione della attuale “Nile Basin Initiative”

All'organismo attuale aderiscono Repubblica del Congo, Ruanda, Uganda, Burundi, Kenya, Tanzania, Etiopia, Sudan ed Egitto, mentre l'Eritrea ha solo lo status di osservatore. Nell'organismo futuro l'Egitto però perderebbe il diritto di veto, mantenendo comunque la facoltà di esprimere un parere autorevole, sia pure consultivo, visto che conta quasi la metà degli abitanti del bacino. Un contentino che non piace sicuramente al governo del Cairo.
La Nile Basin Initiative ufficialmente sta cercando uno sviluppo sostenibile per un'area caratterizzata da sete e povertà. Alcune ONG comunque lo contestano perchè i suoi progetti avrebbero un approccio molto dirigistico e non terrebbero molto in considerazione le reali esigenze delle popolazioni.
L'accordo di Entebbe sancisce il fallimento dei negoziati fra i paesi dell'Alto Nilo e quelli a valle

Sudan ed Egitto, che dipendono quasi esclusivamente dal Nilo quanto a risorse idriche, sono molto preoccupati, un po' perchè fino ad oggi hanno fatto la parte del leone quanto a sfruttamento del fiume, un po' perchè è chiaro ed evidente che il coltello dalla parte del manico ce l'hanno le nazioni che stanno a monte (di cui in questo caso alcune sono veramente assetate). L'Egitto, in cui la stragrande maggioranza degli abitanti vive in una ristretta fascia lungo il fiume, dipende dal Nilo in parte anche per l'energia elettrica, prodotta per oltre il 10% dagli impianti della diga di Assuan. Inoltre, se per adesso al Paese delle piramidi bastano 55 miliardi di metri cubi di acqua all'anno sugli 86 che passano, le previsioni parlano di un forte aumento di questo quantitativo (informazioni ottenute dal sito www.terradaily.com). 

In pratica potrebbero saltare i piani di sviluppo e di controllo delle risorse perchè c'è la fondata paura che i Paesi a monte deviino molta acqua per usi irrigui, al momento che l'Egitto non possa più disporre a piacimento della risorsa. Inoltre ci potrebbero essere delle ricadute negative sulla stessa qualità delle acque nel caso di una forte diminuzione della portata dovuta ai prelievi a monte e, nel caso di uno sviluppo industriale, anche a causa del possibile inquinamento. E' necessario inoltre mantenere la portata entro certi limiti minimi: dovesse diminuire eccessivamente non solo si abbasserebbero le falde acquifere nelle sue vicinanze, ma in tutta la zona del delta, già alle prese con fenomeni di subsidenza, si faciliterebbe la risalita delle falde contenti acqua marina, con esiti disastrosi per l'agricoltura.
In Egitto oltre al governo anche la popolazione è spaventata e c'è il timore di rigurgiti nazionalisti: l'accordo di Entebbe è visto quasi come una sentenza di morte per gli Egiziani, che continuano invece a considerare la propria terra un regalo del fiume. Ci sono anche delle critiche al governo, che negli ultimi decenni avrebbe avuto più una dimensione medioorientale anziché africana. Dal Sudan invece trapelano poche notizie.
D'altra parte mettiamoci nei panni di chi ha sete o deve irrigare i campi e ha davanti a se acqua che non può toccare.

Però nelle nazioni a monte questo potere dell'Egitto è ovviamente molto malvisto: i parlamentari ugandesi, per esempio, si chiedono perchè l'Egitto possa svilupparsi usando l'acqua del Nilo e loro no, chiedendo per questo, almeno, un rimborso in termini monetari. E che nei Paesi dell'Alto Nilo ci siano già dei progetti in corso non è un segreto: ad esempio la Tanzania ha in progetto un acquedotto che preleverebbe l'acqua dal lago Vittoria e anche se, ufficialmente, dichiara solo scopi domestici e per l'abbeveramento degli animali, c'è chi teme che le acque di fatto verranno impiegate anche per uso irriguo. Bisogna poi considerare l'eventualità che questi paesi costruiscano acquedotti per servire altri abitanti di quelle nazioni che abitano zone con grosse difficoltà nel reperimento di acqua ma esterne al bacino idrografico del Nilo:  il numero di queste persone è ragguardevole questo costituirebbe effettivamente un problema per le zone a valle,

Se gli stati dell'Africa orientale sfruttassero troppo la risorsa – Nilo provocando problemi a valle, ci sarebbero sicuramente venti di guerra nella regione, come già prospettato pochi anni fa da alcune autorità egiziane.
L'Unione Europea sta tentando una difficile (ma necessaria) mediazione. Purtroppo la situazione è complicata e alle motivazioni tecniche si sommano motivazioni politiche, compreso l'orgoglio di chi “non può” fare un passo indietro.
Comunque in questi giorni c'è un intenso via vai diplomatico ma chiaramente è richiesta agli egiziani una maggiore flessibilità sul problema ed è opinione comune che non possano resistere a lungo con la questione dei “diritti storici”. Il Kenya, che non ha firmato l'accordo, sta rispondendo agli inviti della UE, profilandosi come il negoziatore principale interno tra le due posizioni: il suo primo ministro Raila Odinga è appena stato al Cairo dove ha usato toni concilianti.

lunedì 12 aprile 2010

Le dispute per l'acqua: 1. il Mekong ed i timori degli stati indocinesi per le dighe costruite e costruende dalla Cina

Con questo post introduco un argomento su cui vorrei tornare spesso: le acque dolci terrestri. Quando si dice che l'”oro blu” diventerà in futuro una causa di dispute di ogni ordine e grado (finanche guerre) non ci si riferisce solo alla questione della loro gestione pubblica o privata, ma anche al rischio di vere e proprie guerre combattute per le risorse acquifere. Per noi italiani, che non condividiamo le nostre risorse di acqua dolce con altre nazioni (a parte il corso superiore del Ticino e qualche caso nel Carso), il problema può sembrare secondario. Invece non lo è, visto che nel mondo sono molti e spesso importanti i bacini fluviali condivisi fra più nazioni. E chi sta a monte ha spesso il coltello dalla parte del manico. In alcuni casi viene accusato di prelevare troppa acqua, in altri di scaricarvi tutti gli inquinanti regalandoli alle nazioni della parte inferiore del corso.




Un caso attualmente alla ribalta riguarda il Mekong. Non si sa ancora bene quanto sia lungo il corso del fiume più importante dell'Indocina, perchè non c'è ancora un accordo unanime su quale sia sul Tibet il suo braccio principale. Sicuramente con i suoi oltre 4800 km manca di poco la Top Ten dei fiumi (è 11°). Attraversa Cina, Myanmar, Thailandia, Laos, Cambogia e Vietnam.
Le forti variazioni stagionali delle piogge contribuiscono a rendere la sua portata molto variabile. In questi giorni il Mekong è alla ribalta perchè fra la Cina e gli stati indocinesi c'è una delle tante “guerre dell'acqua” che si combattono sul nostro pianeta: molte organizzazioni hanno dato la colpa alla Cina per il basso livello del fiume, giunto in questa stagione ai minimi storici.
Così, i governi indocinesi sono terrorizzati dai progetti cinesi che hanno l'intenzione di costruire nella parte alta del suo corso una serie di dighe in aggiunta a quelle esistenti, temendo una drastica diminuzione delle risorse idriche per 60 milioni di persone che dal Mekong traggono non solo acqua, ma anche in generale una buona parte del loro sostentamento economico, energetico ed alimentare (la pesca in questo fiume è la più grande del mondo nella categoria): secondo loro le dighe che il governo di Pechino ha costruito e vuole costruire oltre a regimare il fiume e produrre energia idroelettrica serviranno ai cinesi per prelevare acqua e inviarla altrove, fuori dal bacino del fiume. Questi timori sono realistici, sia a causa del comportamento disinvolto del governo cinese nei temi ambientali (e soprattutto delle acque), sia perchè una vasta regione della Cina meridionale è attualmente in preda alla siccità.
Un primo segno delle difficoltà è il passaggio di molti laotiani dalle attività di pesca a quelle agricole.
Vietnam, Thailandia,Laos e Cambogia già nel 1995 avevano costituito la “Mekong river Commission”, che ha raccolto l'eredità del Mekong Committee, istituito dalle Nazioni Unite nel 1957. Nel 1996 Cina e Myanmar sono diventate partners esterni senza aderire formalmente alla commissione. Lo scopo di questa organizzazione è la promozione dello sviluppo sostenibile di questa importante arteria fluviale, dopo decine di anni di conflitti che avevano insanguinato la regione. Fra gli scopi c'è la tutela della risorsa – acqua non solo dal lato quantitativo, ma anche qualitativo, essendo il Mekong un fiume molto inquinato, ed energetico. Per quanto concerne l'inquinamento, è chiaro che la bassa regolamentazione degli scarichi industriali è un grosso fattore di rischio ed ha dato un contribuito fondamentale alle difficoltà per la sopravvivenza di una serie di specie animali, a partire dal delfino fluviale del Mekong. I valori di arsenico sono impressionanti (e interessano anche, purtroppo, le falde acquifere) e quelli di metalli pesanti pure. La situazione è molto peggiorata negli ultimi 15 anni. 

Le quattro nazioni avevano in passato sottolineato come la regione è una delle più vulnerabili al mondo a causa dei cambiamenti climatici, per l'alta concentrazione di popolazione, la bassa regolamentazione dell'uso del territorio con relativi alti tassi di inquinamento e la bassa capacità dei governi di incidere decisamente sulla situazione. Gravi sono i rischi sia durante i periodi di piena, con frequenti alluvioni, sia durante le magre, durante le quali la navigazione diventa difficile e la concentrazione di inquinanti nelle acque assume valori preoccupanti.


In questi giorni si è svolta la prima conferenza della MRC, in Thailandia, a cui hanno partecipato i primi ministri della 4 nazioni e il vice primo ministro cinese. Nel corso del meeting i cinesi si sono impegnati a fornire informazioni sulle manovre delle dighe (segnatamente durante la stagione secca) ed è la prima volta che succede: fino ad oggi nulla avevano fatto trapelare su questa materia. È un fatto importantissimo. Speriamo che dalle parole derivino i fatti e che l'impegno internazionale serva a disinnescare questa bomba, potenzialmente devastante per l'intera Indocina.