giovedì 20 ottobre 2016

Per il 50° del '66 - 3: anatomia di un disastro


Dopo aver parlato nel secondo post della serie, delle alluvioni del passato a Firenze, in questo terzo post esaminerò con attenzione l'evento del 1966, focalizzandomi soprattutto su Firenze e sull'Arno. Anche se quella del 1966 è nota come "l'alluvione di Firenze", la mia città non è stata l’unica area che ha subìto eventi simili, ma per tutta una serie di motivi è il simbolo di quei giorni, per la risonanza mondiale che ebbe immediatamente e per il soccorso internazionale operato dagli “angeli del fango”. Ricordo che in Toscana uscì dagli argini in maniera devastante anche l’Ombrone grossetano (per i non toscani ci sono due “Ombroni”, quello pistoiese che scende dall’Appennino e sfocia in Arno a valle di Signa e quello grossetano che dalle pendici del Chianti senese sfocia in mare a sud di Grosseto). Per non parlare del Nordest tutto, dove si gonfiarono ed esondarono quasi tutti i fiumi, sia nelle vallate alpine che nella pianura veneta dell'acqua alta di Venezia. Grosseto e Trento sono state fra le altre città più colpite e a queste si devono sommare i loro dintorni, dalle vallate trentine alla pianura veneta e a quella maremmana e tanti nuclei urbani più o meno piccoli (impossibile elencarne anche solo i principali). Per questo io preferirei definire i fatti dei primi di novembre del 1966 come "l'evento alluvionale della Toscana e dell'Italia di Nord-Est"

Ogni alluvione fa storia a se: ci possono essere tanti fattori che, a parità di pioggia, possono rendere diversi due eventi, a partire dalle condizioni del fiume (che variano di continuo per natura stressa dei corsi d'acqua o per interventi antropici). Certo, oggi i fiumi non hanno la libertà di spostare il loro percorso che avevano una volta, ma quantomeno il loro alveo è soggetto a variazioni del fondo, tra zone di accumulo e di erosione (per esempio la forma del fondo dell'Arno a Firenze cambia di continuo). Un altro parametro importante sono le condizioni meteo preesistenti, che influiscono ad esempio sulla portata da cui si parte con il nuovo evento. Vedremo che proprio le condizioni preesistenti sono state importanti nel determinare quello che è successo.

le piogge del 3 e 4 novembre, da [1]
LE PIOGGE. L’evento del 4 novembre 1966 è, ovviamente, dovuto alle precipitazioni eccezionali che hanno investito l’alto bacino dell’Arno. In genere le piogge più forti in Toscana investono una fascia piuttosto stretta allungata in direzione SW – NE, come in questa immagine tratta da [1] che rappresenta proprio le precipitazioni del 3 e 4 novembre: l’evento è iniziato nel primo mattino del 3 novembre ed è durato circa 26-28 ore, interessando una fascia che va dalla Maremma e dall'Amiata al Chianti e al Pratomagno. Il picco dell’evento si è verificato tra il pomeriggio e la sera del 3 novembre; nella notte si è osservata una certa diminuzione, con un nuovo rinforzo nel primo mattino del 4, sia pure a livello inferiore rispetto al giorno precedente, ad eccezione del Mugello, dove il 4 piovve più del 3.
Da Empoli in su tra il 3 e il 6 novembre sono piovuti almeno 150 mm di pioggia, con punte di oltre 200 nelle zone più alte del crinale appenninico tra Pistoia e il Casentino, sul Pratomagno e nelle alture che separano il Valdarno superiore dalla Val di Chiana. Valori simili li abbiamo avuti anche in Maremma, con il bacino dell’Ombrone Grossetano che, appunto per questo, ha rappresentato in Toscana una seconda area di massima emergenza.
Per capire la portata straordinaria di queste piogge diciamo che in quelle poche ore è caduto in media un quinto di quanto in media dovrebbe piovere in un anno. E questo non in un’area ristretta come succede in un flash – flood, ma in tutta la fascia montana della regione e in Maremma (dove addirittura ha piovuto quasi la metà di quanto dovrebbe piovere in un anno).
Dopo la Toscana, la seconda area di massima crisi è stato il Nordest, dove in alcuni casi è addirittura piovuto ancora di più, oltre 300 mm nei bacini di Piave, Livenza e Tagliamento. In conclusione tra Veneto, Trentino e Friuli ha piovuto dal 25 al 35% di quanto piove in media in un anno.
È importante notare che i massimi delle piogge sono registrati nelle parti sopravvento delle catene montuose che hanno incontrato le nubi.
Nel contempo forti venti meridionali hanno percosso l’Adriatico, gonfiandone la parte settentrionale e provocando una marea eccezionale che a Venezia ha provocato la maggiore acqua alta mai registrata (1,92 metri), con il massimo che è avvenuto in corrispondenza di una teorica fase di bassa marea.

LA PIENA A FIRENZE. Le prime esondazioni avvennero a monte della città già la sera prima. Circa alle 1 di notte del 4 novembre l’Arno uscì dagli argini all'Anconella, nella prima parte del corso cittadino in riva sinistra. Alle 2 gli orafi erano sul Ponte Vecchio a cercare di salvare il salvabile; in centro le spallette sono state scavalcate alle 5 del mattino, in Piazza de' Giudici, a monte della strettoia del Ponte Vecchio, come è sempre accaduto nella storia.
Le esondazioni riguardarono un pò tutto il bacino, interessando il fiume principale nel tratto casentinese e nel Valdarno superiore e la maggior parte degli affluenti (segnatamente Ambra e Sieve). A valle della città Ombrone pistoiese e Bisenzio allagarono la zona di Signa; dopo Empoli, furono Elsa ed Era a provocare i danni maggiori: i bacini di questi fiumi si estendono molto verso sud e la loro parte alta, dove confinano con quello dell’Ombrone grossetano, si trovò nella striscia maggiormente perturbata.

Altezze massime raggiunte dalla piena. Si nota la differenza fra Duomo (rialzato) e Battistero (a livello del suolo)
a destra una simulazione dell'altezza massima delle acque a Santa Croce

In questa tabella vediamo l'altezza a cui sono arrivate le acque in varie parti del centro. Ricordo che Duomo e Santa Croce sono parecchio più alti del livello del suolo (l'altezza del piano della basilica di Santa Croce è stato costruito così in alto proprio in modo da evitarne l'allagamento durante le alluvioni "ordinarie", che ai tempi erano frequentissime, come ho evidenziato nel post precedente). In media siamo ad un livello di circa mezzo metro superiore a quelle delle altre due alluvioni maggiori (1333 e 1557), le uniche altre che hanno sicuramente allagato la parte della città costruita sulla vecchia area romana, più elevata anche perché poggia sulle fondamenta degli edifici preesistenti.
In più c’è stato il problema delle dighe: tra Arezzo e Firenze il corso dell’Arno è sbarrato da due dighe costruite a scopo idroelettrico, La Penna e Levane. Il 4 novembre i laghi erano purtroppo pieni e furono svuotati nel mattino del 4 novembre. Il loro contributo è stato determinante per allagare il Valdarno superiore, molto meno per Firenze, dove dopo l’esondazione a monte, hanno costituito una parte poco significativa del flusso.

La cosa più terribile del dopo - piena non fu tanto il fango, quanto le tracce dei vari livelli a cui si è attestata la piena sui muri e sulle automobili: infatti le acque penetrarono nei serbatoi del combustibile per il riscaldamento, e siccome la nafta è ovviamente più leggera dell'acqua, costituì, appena la corrente rallentò, lo strato superficiale della colonna d'acqua, lasciando i suoi segni che in molti casi rimasero visibili per anni (me li ricordo benissimo).

Diamo ora un pò di numeri: a valle delle dighe del Valdarno superiore l’alveo può contenere in media  2.500 - 2.600 mc/sec, con punte inferiori che arrivano fino a soli 1.600 – 1.700. Nel tratto cittadino di Firenze la portata era di 2.800 mc/sec (oggi con dei lavori è aumentata); da Empoli in poi siamo a 3.000, che vengono passati da Pontedera in poi, dove ai 2.280, limite massimo di quanto può passare da Pisa, si aggiungono i 1.000 del canale Scolmatore.
Come ho già spiegato, il fiume abbassa la sua portata perché una volta le acque in eccesso finivano nelle paludi e nelle campagne e quindi non proseguivano verso la foce.

Ebbene, le stime sulle portate del 4 novembre 1966 sono estremamente più alte: a monte di Arezzo, all’uscita del Casentino (Subbiano) eravamo già a circa 2.000 mc/sec nonostante fossero già esondati 10 milioni di mc nella valle. 
A questi, a monte di Firenze, si aggiunsero 300 mc/sec della Chiana (un contributo minore di quello che la vox populi vi attribuisce e neanche lontanamente comparabile con i 663 registrati nella piena del 1921), i 1.000 dell’Ambra e i 1.340 della Sieve. A questi va aggiunto il contributo del reticolo minore. Tra le foci di questi due fiumi esondarono nel Valdarno Superiore circa 70 - 80 milioni di mc.

ESONDAZIONI E LIVELLO DEL FIUME DURANTE UN EVENTO ALLUVIONALE: L'ESEMPIO DEL 1966. Quando si verifica un evento alluvionale la portata del fiume è governata da una serie di parametri fra i quali, appunto, sono molto importanti le esondazioni, che abbassano la portata del fiume a valle di dove avvengono: 1000 mc/sec sono “appena” 3,6 milioni di metri cubi /ora… pensate che portata ci sarebbe stata a Firenze se non fossero esondati in Casentino e Valdarno Superiore quei 100 milioni di mc...
L’influenza di reticolo minore ed esondazioni si possono ben esemplificare osservando la portata alla Nave di Rosano, situata a Pontassieve a valle della confluenza Sieve – Arno. In quel punto è stato attribuito un valore massimo di 3.540 mc/sec. Siccome il massimo delle piogge nel bacino della Sieve (ben più vicino a Rosano del Casentino) è stato successivo a quello principale, l’ondata di piena della Sieve è arrivata a Pontassieve sommandosi a quella proveniente dall’alto Arno: se in Mugello fosse piovuto con la stessa tempistica del Casentino e del Pratomagno ci sarebbero state due piene distinte. 
Ora, sommando i valori precedenti si ottengono oltre 4.600 mc/sec e ricordo che ci sarebbe pure da aggiungere iol contributo dello svuotamento delle dighe.
A Firenze invece la portata è stata di 4.100 mc

Da questo si capisce l'importanza delle tracimazioni e del reticolo minore durante un evento del genere:
1. a Pontassieve mancano, in riferimento alle sole aste principali (Arno casentinese, Chiana, Ambra e Sieve), quasi 1.000 mc/sec, chiaro indice del fatto che il fiume era abbondantemente esondato nel Valdarno Superiore
2. a Firenze l’Arno ha avuto una portata di oltre 500 metri cubi superiore a quella di Pontassieve, grazie al contributo di 3 torrenti (Le Falle, Sambre e Affrico / Mensola) neanche minimamente paragonabili a quelli principali, più qualche altro rio minore.
3. scendendo oltre Firenze, tutto il territorio fu interessato da una grave esondazione (oltre 100 milioni di metri cubi) nel Valdarno inferiore, da Empoli fino alla foce. All’epoca lo scolmatore di Pontedera non era ancora finito e se non ci fosse stata nessuna fuoriuscita dall’alveo nella città della torre pendente si sarebbero riversati oltre 7.000 mc/s di acqua, contro i 2200 che può smaltire!

IL TRAGICO BILANCIO DEL DISASTRO. Tra Toscana e nordest si sono contati più di 800 comuni interessati, con 112 morti e tante città colpite con oltre 10.000 abitazioni danneggiate.
Firenze città ha contato 17 morti furono, altrettanti quelli nelle zone limitrofe. 
I danni materiali furono gravissimi: alla fine risultarono distrutti o danneggiati 9.752 negozi, 8.548 botteghe, 248 alberghi, 600 insediamenti produttivi, 13.943 abitazioni, migliaia di automobili. L’evento lasciò disoccupate oltre 30.000 persone.
Se dal lato cittadino, oltre ai danni patiti dai privati, si devono aggiungere i danni incalcolabili al patrimonio artistico e culturale (e non solo a Firenze e Venezia!), anche nelle campagne la cosa è stata dura: 12.000 fra fattorie e case danneggiate, 50.000 capi di bestiame morti o macellati per le ferite, 16,000 macchine agricole distrutte, mentre l’erosione e la furia delle acque hanno fatto man bassa di vigneti, foreste e terre coltivate
Non c’è stato niente da fare… con tutta quest’acqua non poteva non succedere qualcosa.

IL PERCHÈ DELLA TRAGEDIA. Come si è arrivati a questo? Una depressione si è formata sulla Spagna e ha iniziato a muoversi verso Est. Le masse d’aria seguirono invece, come al solito, una traiettoria da sud o sudovest. La bassa pressione abbastanza pronunciata ha causato una evaporazione superiore al normale nel Mediterraneo occidentale, gonfiando così le nubi di acqua. Il problema fondamentale è quello che è successo poi: la perturbazione arrivando in Italia si è letteralmente bloccata a causa della presenza sui Balcani di un robusto anticiclone. Le grandi alluvioni italiane sono sempre state dovute al prlungarsi delle piogge a causa della presenza di un anticilone sui Balcani che blocca sul nostro Paese le nuvole.
La presenza di una depressione profonda e di un anticiclone altrettanto robusto ha aumentato il gradiente pressorio (cosa che nella carta si riflette nell’infittimento delle isobare). Isobare fitte significano vento piuttosto forte ed ecco il perchè dei venti sciroccali che hanno gonfiato l’Adriatico settentrionale, provocando l’acqua alta eccezionale a Venezia.

LE CIRCOSTANZE CHE AGGRAVARONO IL DISASTRO DEL 1966. Ho accennato all’inizio alla questione della diversità dei disastri anche a parità di piogge. E nel 1966 ci sono state diverse circostanze aggravanti che si possono ricondurre a tre filoni principali:
1. l’ottobre 1966 è stato piuttosto piovoso. Di conseguenza il livello dei fiumi era già più alto rispetto al solito e quindi la loro capacità di sopportare il forte afflusso di acque piovane era minore (e nel caso fiorentino gli invasi idroelettrici erano al colmo). Inoltre, oltre al fatto che più piove e più bassa è la percentuale di acqua che finisce nel suolo, il terreno erano già saturo di acque per le piogge precedenti. Quindi tutta che è piovuta se ne è andata via, perchè, appunto, un suolo saturo non ne può accogliere altra
2. l’intensità altissima e la vasta distribuzione della precipitazione (che nel caso dell'Arno ha riguardato tutto il bacino a monte di Firenze - a parte la Valdichiana - e il rinforzo del 4 novembre sul bacino della Sieve)
3. nei giorni precedenti aveva fatto freddo e sui monti c’era la neve, neve che il rialzo delle temperature dovuto ai venti sciroccali e le piogge hanno sciolto (è successo altre volte nella storia anche a Firenze): annoto che nel Trentino il manto nevoso in alcune zone era presente già da 800 metri di altezza

Un caso particolare è quello del Trentino, dove una alluvione era avvenuta in agosto, lasciando alcune aree in situazione di squilibrio e aumentando quindi i danni a valle.
Con questo, non si può dire che senza queste circostanze aggravanti non sarebbe successo niente, ma sicuramente non solo a Firenze l’esondazione sarebbe stata “un pò” minore.

Nel prossimo - e ultimo - post della serie, parlerò degli scenari di piena con la situazione attuale e quella futura 

[1] Malguzzi et al (2006) The 1966 ‘‘century’’ flood in Italy: A meteorological and hydrological revisitation. Journal of Geophysical Research 111, D24106, doi:10.1029/2006JD007111, 2006

lunedì 17 ottobre 2016

Per il 50° del '66 2: le alluvioni del passato a Firenze


Dopo il primo post, dedicato ai problemi idraulici del bacino dell'Arno nel XX secolo, in questo secondo post esamino le alluvioni del passato a Firenze. Ci sono da fare alcune precisazioni rispetto a quanto è comunemente noto, principalmente su quanto è successo prima del 1261. Inoltre si notano alcuni particolari interessanti sulla distribuzione degli eventi: un addensamento notevole in autunno, tra settembre e gennaio (cosa non certo inaspettata...) e un cambiamento assoluto della frequenza degli eventi che si è registrato a partire dalla seconda metà del '700. Le esondazioni dell'Arno non sono un fenomeno che riguarda unicamente Firenze, ma
interessano, in forma più o meno grave, tutte le piane lungo l'asta fluviale: lo testimoniano le
tante opere idrauliche che troviamo lungo il fiume; ma questo è un aspetto che può essere evidenziato soprattutto da esperti, mentre chiunque può notare un altro aspetto e cioè le targhe che si trovano continuamente a Firenze indicanti il livello a cui sono arrivate le alluvioni del passato, (non solo di quella del 1966). Di tali targhe ne ho viste anche nelle campagne e in altre città lungo il corso del fiume. Persino in una casa privata!

L'ARNO: UN PROBLEMA PER FIRENZE DALLA SUA FONDAZIONE. Che l’Arno fosse un problema per Firenze era noto fino dalla fondazione della città, avvenuta nel I secolo a.C. (anche se ci sono evidenti tracce di insediamenti preesistenti).
Addirittura, come ho già evidenziato, nel 17 d.C. una commissione di esperti del Senato romano (una Commissione De Marchi ante – litteram!) propose di intervenire sul corso del Clanis, fiume abbastanza importante all'epoca che percorreva in direzione sud la Val di Chiana, sfociando nel Paglia e quindi nel Tevere. C’era la convinzione che le acque provenienti dalla Val di Chiana fossero il problema maggiore alla base delle alluvioni che periodicamente interessavano Roma. La proposta era quindi quella di invertire il corso del Clanis facendolo finire nell’Arno, fiume che in epoca etrusca aveva aumentato la portata in quanto prima nella zona di Arezzo l'Arno si biforcava, una parte andava verso il tracciato attuale, un’altra verso la Chiana e quindi le acque che scendevano dal Casentino in parte erano tribuarie del Tevere.
Questa idea scatenò le apprensioni degli abitanti della giovane colonia in terra etrusca in quanto c'era la paura che le acque della Valdichiana diventassero un grosso problema per l'Arno. Da notare che questa paura sussisteva ancora nel XVIII secolo quando le bonifiche leopoldine di quell’area a Firenze venivano viste come il fumo negli occhi, ma è certo che almeno per l'alluvione del 1966 il contributo di quell'area è stato molto scarso (350 mc/sec).
Il fatto meriterebbe un approfondimento: come potevano gli abitanti di una città giovanissima, fondata meno di un secolo prima, nel 59 AC, avere queste paure? C'era forse stata una alluvione in quegli anni?
Fattostà che una delegazione di fiorentini andò a Roma, riuscendo ad evitare quello che per loro poteva essere un gravissimo problema.

La delegazione riuscì nell'impresa e il progetto fu bloccato. Poco tempo dopo, nel 65 DC, sotto il regno di Nerone fu eseguita un'opera minore: il Clanis fu fermato con una specie di diga nella zona di Fabro, il “Muro Grosso”, che dovrebbe fare anche parte di un sistema di chiuse citato da Plinio il Vecchio per consentire la navigabilità tra Tevere, Paglia e Chiana. Questa operazione si concluse con un generale insuccesso: da un lato Roma continuò ad essere periodicamente allagata dal Tevere, dall'altro a causa delle difficoltà di deflusso delle acque la Valdichiana ridiventò una terra malsana e paludosa fino alle bonifiche lorenesi del Settecentento.

IL TRATTATO DEL MOROZZI DEL 1762. La prima trattazione completa e specifica sulle alluvioni dell’Arno è “il Morozzi”, il libro Dello stato antico e moderno del fiume Arno e delle cause e de’ rimedi delle sue inondazioni, scritto da Ferdinando Morozzi (1723 – 1785) e stampata nel 1762. L’autore si avvalse, fra l’altro, anche degli scritti e della conoscenza diretta di Giovanni Targioni Tozzetti (1712 – 1783), che ringraziò esplicitamente nella prefazione, e attribuì correttamente alla deposizione dell’Arno la sedimentazione della pianura di Pisa, come – altrettanto esattamente – ipotizzò che nel passato le pianure fossero tutte aree paludose.
Notiamo innanzitutto che la stragrande maggioranza degli eventi si sono verificati fra settembre e gennaio. Stranamente l'unico mese in cui non si ricordano alluvioni è marzo, che invece è uno dei mesi più umidi.

Sulla storia delle alluvioni a Firenze si devono smentire due asserzioni tradizionali che si basano teoricamente sul Morozzi.
La prima è che gli eventi alluvionali vengano “registrati meticolosamente dal 1177”. Questo deriva da una non attenta lettura della fonte di questo elenco: il Morozzi stesso precisa che nel suo catalogo potrebbero esserci delle lacune, pur essendo comunque sicuro di aver potuto ricavare notizie su tutti gli eventi principali ma non escluse la mancanza di qualche evento minore. Inoltre di quanto è scritto non c'è certezza di alcuni eventi: per esempio non si ricava una sicurezza assoluta che nel maggio 1406 la piena produsse una esondazione, mentre a proposito del 1434 parla solo di fatti avvenuti a Empoli.
In qualche caso lui stesso sposta all'anno precedente certi avvenimenti supponendo degli errori di datazione nella cronaca che ha esaminato (per esempio attribuisce al 1378 dei fatti che secondo un cronista, lo Stefani, si sarebbero invece svolti nel 1379).
La seconda è che le alluvioni dell’Arno sarebbero iniziate nel 1177. All’inizio della trattazione l'Autore accenna ad alcuni eventi, per esempio parla di un disastro avvenuto durante il regno di Costantino IV (nel VII secolo), di quelli citati da Paolo Diacono nella storia dei longobardi e altri citati da altri Autori.
Sempre nel XII secolo, prima del 1177, Morozzi stesso fa accenno ad inondazioni avvenute nel 1139 e nel 1168. In particolare a proposito del 1168 riporta una fonte anonima secondo la quale l’Arno tra settembre e novembre sarebbe uscito dagli argini ben nove volte.
Anche questa seconda asserzione deriva da una non attenta lettura di quel testo: l'inondazione del 1177 è semplicemente la prima inserita in catalogo dal Morozzi, il quale precisa esplicitamente di tralasciare “quelle seguite nei tempi di mezzo” e giustifica questa scelta con la convinzione che quell’anno costituirebbe uno spartiacque urbanistico a causa della “correlazione alla fondazione del Castello di Altafronte e di altre fabbriche fatte in Firenze sulla riva dell’Arno”. In realtà questa correlazione è sbagliata, in quanto il castello ha influito poco in quanto la “stretta” del Ponte Vecchio era preesistente a queste operazioni.

L'INTERVALLO SOSPETTO FRA IL 1177 E IL 1261. Ho inoltre un dubbio sul periodo 1177 – 1261: infatti fra la la prima e la seconda alluvione elencate dal Morozzi passano oltre 80 anni. A prima vista mi sembrano troppi.
Provo ad ipotizzare una spiegazione.
La parte più antica della città, che corrisponde al castrum romano e che più o meno è stata ripresa dalle prime mura comunali, è oggi piuttosto rialzata dal resto della città. Lo si vede anche dalla carta dell’altezza delle acque del 1966 e, di fatto, è stata colpita solo dalle inondazioni principali (1333, 1557 e 1966).
Nella pre  - pubblicazione del rapporto definitivo scritto dal comitato tecnico internazionale “Firenze 2016” sulla protezione della città dal rischio alluvioni si legge che i romani avrebbero costruito Florentia in un rialzo della piana. In realtà questo rialzo è (almeno in buona parte) di origine artificiale: gli edifici ora sovrastanti l’area romana infatti poggiano su un livello di parecchi metri di detriti di vecchie abitazioni.
Durante la crisi dei “secoli bui” Florentia si è ristretta, ma alla ripresa della civiltà fu costruita in epoca carolingia una cerchia di mura che bene o male ricalcava quella romana. Anche la successiva cerchia antica di Cacciaguida citata nella Divina Commedia (nota meglio come Mura Matildine, da Matilde di Canossa) e costruita nell’XI secolo continuava bene o male a comprendere solo la zona un po' rialzata.
Quindi è possibile che prima della crescita esponenziale della popolazione cittadina, avvenuta durante il XIII secolo e che costrinse a ideare la terza cerchia muraria, la zona abitata rimanesse per lo più confinata al rialzo e che questo rialzo non veniva toccata dalle acque perché già a livello più alto del resto a causa dei detriti sottostanti e quindi.
Ergo, nessuno si ricordava piene dell’Arno (che non aveva neanche, fra l’altro, un corso ben definito fra due argini) il quale si limitava ad esondare negli stagni e nelle paludi intorno alla città, senza influire più di tanto sulla vita civile.

Nel 1177 crollò il ponte in legno che era al posto dell’attuale Ponte Vecchio: forse è per questo che quell’evento è così noto e altri che lo hanno preceduto e seguito non hanno lasciato tracce, mentre le nove fuoriuscite dell’Arno dall’alveo citate da Morozzi nel 1168 possono essere state delle esondazioni poco più che golenali, la cui memoria è stata tramandata perché colpì la ripetizione continua dell’evento.

IL CAMBIAMENTO NELLA FREQUENZA DELLE ALLUVIONI A FIRENZE DA METÀ DEL XVIII SECOLO. Per questi motivi preferisco modificare l'elenco del Morozzi togliendo l'evento del 1177 e partendo quindi da quello del 1261.
I disastri maggiori prima del 1966 sono avvenuti nel 1333 (sempre il 4 novembre), il 13 settembre 1557 e il 30 ottobre 1559. Non essendo in grado di dire nulla su possibili tempi di ripetizione delle alluvioni prima del 1261 e ponendo che sicuramente tutti gli eventi citati dal Morozzi sono reali (anzi, al limite ne manca qualcuno) si nota una caratteristica piuttosto strana: dalla metà del 1700 a Firenze il regime è cambiato, con una marcatissima rarefazione degli eventi, per la quale ci sono due spiegazioni principali,  una antropica e una naturale.
Nelll'elenco del Morozzi tra il 1261 ed il 1761 le alluvioni si sono susseguite a ripetizione, anche in tempi molto vicini fra loro: ben 55 eventi, di cui 30 definiti molto gravi. Si tratta di un ritmo elevatissimo, se guardiamo a quello che è successo dopo: meno di 10 anni fra un evento e l’altro (è il caso per esempio degli anni 1490 /1491 e 1543 / 44 / 47 / 50, a cui seguì l’evento “maggiore” del 1557). Dopo il 1761 ne abbiamo avute soltanto 3 in 200 anni a Firenze, mentre a Pisa sono continuate, altro particolare interessante.

PIENE DELL'ARNO E DEI SUOI AFFLUENTI. Precisiamo subito una cosa importante: una alluvione dell’Arno a Firenze non è un evento che si verifica a causa di una forte pioggia su un’area limitata: a causa della portata potenziale del fiume occorre che più sottobacini (Chiana, Casentino, Valdarno superiore, Mugello, Ambra) siano oggetto di forti precipitazioni.
Ho visto recentemente e personalmente gli effetti di alluvioni che hanno colpito i tributari dell’Arno (Ema, Ciuffenna, Bisenzio, Ombrone pistoiese, Stella, Mugnone, Faella): in diverse occasioni questi torrenti hanno procurato dei danni ingenti, ma le loro piene, devastanti a livello locale, sul fiume principale sono state praticamente ad effetto zero. Solo nel 1992, in occasione dell’alluvione del Mugnone, anche l’Arno rischiò di esondare perchè le piogge si erano diffuse un pò in tutto il bacino, ma alla fine esondarono solo alcuni affluenti (nel 1345 esondarono simultanemaente Arno e Mugnone, il quale invece nel 1966 non esondò).
Insomma, perchè esca dagli argini l’Arno, a parte il tratto casentinese più a monte dove ha delle caratteristiche e delle portate simili a quelle dei torrenti di cui ho appena parlato, bisogna che siano diversi i tributari che lo ingrossano.
E di fatto l’alluvione del 1966, come l’evento del 31 ottobre 1992, in cui il rischio esondazione è stato altissimo, sono dovuti a piogge incessanti lungo tutti i sottobacini a monte di Firenze (Mugello, Casentino, Val di Chiana, Valdarno superiore, Val d’Ambra).
Quindi per avere una piena che possa provocare una inondazione a Firenze ci vuole una perturbazione che diffonda piogge intense su tutto il bacino a monte.

LE IPOTESI SUI MOTIVI DEL CAMBIAMENTO DI FREQUENZA. Secondo alcuni autori questa sostanziale modifica è dovuta ad un nuovo equilibrio idrogeologico - idraulico più o meno stabile dovuto alle sistemazioni idrauliche e forestali lorenesi, grazie alle quali fu creato un reticolo di canalizzazioni in grado di evitare le alluvioni delle aree bonificate e che rallentava il deflusso delle acque nei corsi d’acqua.
Come spiegazione questa mi lascia piuttosto perplesso, innanzitutto perché nel tratto a monte di Firenze tali operazioni hanno riguardato solo la Val di Chiana e, al limite, hanno aumentato, anziché diminuito, il flusso di acque nell’Arno: infatti non solo a questo modo sono stati perse le paludi che fungevano da serbatoi per le acque, ma, aspetto non secondario, la maggior parte di queste acque scorreva eventualmente verso il Tevere attraverso il Paglia piuttostoché verso l’Arno.
Ed è questo l’aspetto per il quale sono state piuttosto malviste in città. Di fatto grazie a questo intervento nel caso degli eventi alluvionali consistenti le portate verso l'Arno sono arrivate a 350 mc/sec nel 1966 e 663 mc/sec. nel 1921.
Anzi, al contrario, direi che queste bonifiche nella parte a valle di Firenze sono alla base delle frequenti alluvioni che invece hanno colpito Pisa e a causa delle quali è stato costruito lo scolmatore di Pontedera nel XX secolo: se impedisci alle acque piovane di esondare e le scarichi nel fiume, ne aumenti la portata e quindi aumenti automaticamente il rischio di tracimazione a valle

Situazione meteo il 4 novembre 1966:
l'alta pressione dei Balcani blocca la perturbazione
Io propendo invece per una spiegazione climatica, e cioè la fine della Piccola Era Glaciale, a cui ha corrisposto una nuova situazione in cui sono diminuiti fortemente gli eventi che riguardano il bacino intero, mentre sono aumentati, grazie al riscaldamento globale, eventi importanti in piccoli bacini.
Oggi per avere un evento come quello del 1966 (ma è quello che è successo anche in Piemonte nel 1994, per esempio) occorre che il ciclone che porta le piogge sia bloccato e non riesca ad andare verso est a causa di una alta pressione nei Balcani: ne consegue che le precipitazioni si prolungano nel tempo nello stesso posto.
Mi domando se sia possibile che in una fase più fredda come quella della Piccola Era Glaciale questo fenomeno sia avvenuto più spesso.
Nel prossimo post, terzo della serie, esaminerò l'evento del 1966, che insisto a chiamare "evento alluvionale della Toscana e dell'Italia di Nord-Est" perché se Firenze è la città - simbolo, anche il resto della Toscana e il Triveneto hanno subìto immensi danni 

martedì 11 ottobre 2016

per il 50esimo del 1966 1: i guasti del XX secolo nel bacino dell'Arno


Inizio qui una serie di post per commemorare il 50esimo anniversario dell'alluvione del 1966. Il XX secolo per il bacino dell'Arno rimarrà nella storia per alcune caratteristiche negative, in particolare l'elevata edificazione in zone a rischio, partita negli anni '50 e impunemente proseguita dopo l'evento maggiore del secolo e cioè l'alluvione del 1966 e uno Stato molto più assente rispetto al passato. Certo, i problemi hanno radici più lontane, a partire dalle prime sistemazioni idrauliche che servivano a conquistare le terre palustri a scopi agricoli e alle rettifiche fluviali operate in periodo mediceo. Purtroppo, appunto, la lezione del 1966 è stata a lungo ignorata e c'è da sperare che le sistemazioni ora in corso o in progetto vengano realizzate prima del nuovo diluvio, in modo non da impedire le esondazioni (sarà molto difficile in caso di portata simile a quella di 50 anni fa), ma almeno di contenere il più possible i danni. In questo primo post espongo quello che è successo nella seconda metà del XX secolo, durante la quale, purtroppo, di cose positive per l'equilibrio idrologico del bacino ne sono state fatte ben poche.

Il Bacino dell’Arno è per estensione il quinto bacino idrografico italiano, ed occupa un’area di 8247 Kmq. L’asta principale che si origina sul Monte Falterona a Bocca d’Arno, si sviluppa fino alla foce per 241 Km.
Le esondazioni dell'Arno non sono un fenomeno che riguarda unicamente Firenze, ma interessano, in forma più o meno grave, tutta la parte valliva dell'asta fluviale, come testimoniano le importanti opere idrauliche ancor oggi esistenti lungo il fiume stesso. Per la sua conformazione e per la distribuzione delle precipitazioni è un bacino che sarebbe già soggetto di suo al rischio di piene importanti, senza gli interventi antropici. I primi, nel pisano, già nel XIV secolo miravano semplicemente a convogliare le acque del fiume in zone allagabili per preservare la città. 

La "veduta a volo d'uccello" di Leonardo:
oltre al Trasimeno si vedono altri specchi
d'acqua oggi bonificati
LE BONIFICHE MEDICEE E LORENESI. Gli interventi antropici iniziati nel XIV secolo e proseguiti ben dopo il 1966 e di cui ho più dettagliatamente parlato nel terzo post della serie che ho scritto sulle opere idrauliche in Toscana hanno avuto tutt’altro senso, aggravando la situazione: le paludi sono state bonificate, gli alvei rettificati e ristretti e le aree golenali occupate. Inoltre estesi disboscamenti hanno interessato aree collinari e montane.
Tutte queste operazioni, oltre a forti modifiche ambientali hanno costituito un problema geo - idrologico di non poco conto dal punto di vista delle alluvioni, a causa del più veloce ruscellamento delle precipitazioni e i disboscamenti hanno innescato frane ed erosione del suolo. 
Questi aspetti furono già individuati nel XVIII secolo da studiosi come Targioni Tozzetti e Morozzi, ma purtroppo, nonostante questi illustri avvertimenti le utilizzazioni forestali proseguirono selvaggiamente nel periodo post – unitario e solo dopo la seconda guerra mondiale, anche a causa del progressivo spopolamento delle zone rurali di media e alta quota, le superfici boscate hanno finalmente ripreso la crescita.

Le bonifiche e le rettifiche fluviali da un lato, strappando terreni a paludi e corsi d'acqua, hanno apportato consistenti benefici economici; inoltre hanno diminuito la lunghezza dei fiumi e risolto in buona parte il problema delle magre, agevolando la navigabilità (anche in funzione della spedizione via fiume dei tronchi d'albero, che galleggiavano spinti dalla corrente dai boschi alle città). C’era poi anche uno scopo igienico – sanitario, l’estirpazione della malaria. 
Ma dall'altro sono state un disastro per la difesa del territorio dalle alluvioni perché hanno ingigantito l'effetto delle piene: alvei dritti significano più velocità e meno volume, quindi possono contenere meno acqua, mentre le bocche degli affluenti risultano più vicine con il risultato che le loro piene invaderanno il corso principale a distanza più ravvicinata e con il maggiore rischio di sommarsi l'una sull'altra. La perdita delle paludi che funzionavano da casse di espansione ha ulteriormente ingigantito il problema. 
Se a questo si aggiunge il progressivo restringimento delle zone di pertinenza fluviale (tra Empoli e Pisa l’alveo era largo ben oltre un kilometro) la frittata è fatta: di acqua nel fiume ce ne sta molta meno di prima. Il restringimento lo si nota dalle foto aeree ma il confronto fra questa carte di Leonardo da Vinci e la situazione attuale dimostra la drammatica differenze fra il fiume a meandri che all’epoca costituiva l’asta fluviale tra Firenze e Signa e il canale rettilineo che vediamo oggi.


C’era poi la convinzione che le rettifiche servissero, velocizzandolo per il tracciato dritto e la maggiore pendenza, ad agevolare il deflusso delle acque e a diminuire il rischio alluvione. Questa asserzione fu confutata da Galileo, che nel 1630 scrisse la “lettera sopra il Bisenzio” opponendosi alla sua rettifica, dimostrando che raddrizzare le aste fluviali e velocizzare il deflusso non serviva a diminuire il rischio alluvioni. Da allora di rettifiche ce ne sono state davvero poche...

Dopo le bonifiche medicee arrivarono anche quelle lorenesi, che conclusero gli sforzi prima del comune di Arezzo e poi dei Medici per la bonifica della Val di Chiana. Il risultato, ai fini del regime dell’Arno è stato quello di aggravare la situazione, incrementando le portate fino a valori compresi tra 350 e 650 mc/sec nel caso degli eventi alluvionali consistenti (a Firenze tale operazione fu a lungo avversata proprio paventando questo rischio). 
È evidente come le paludi bonificate costituiscano zone naturalmente soggette ad essere alluvionate e quindi siano utilizzate impropriamente dal punto di vista idraulico: nel periodo lorenese tra il 1700 e il 1800 fu finalmente conclusa una sistemazione del territorio che – iniziata nei secoli precedenti – ha portato, tramite interventi di natura idraulica, idraulico - forestale e di bonifica agraria, alla creazione di un reticolo idraulico minore molto articolato che riusciva a contenere le acque derivanti dalle precipitazioni e, soprattutto, ne ritardava il flusso nei fiumi.
Questi interventi hanno spesso funzionato evitando le inondazioni in zone particolari, ma hanno avuto conseguenze pesanti a valle in quanto caricano il fiume anche di quelle acque che invece sarebbero là esondate.

GLI INTERVENTI DELLA SECONDA METÀ DEL XX SECOLO. L'equilibrio creato nel periodo lorenese era ancora sostanzialmente esistente nel 1954, ma l’espansione edilizia della seconda metà del XX secolo ha gravemente compromesso tutto questo: l’aumento della popolazione e lo spostamento dall’agricoltura all’industria e al terziario di buona parte della forza – lavoro hanno determinato in Italia un drammatico aumento della superficie sigillata in tutto il Paese Me ne sono occupato più volte, per esempio qui. Diverse ragioni di ordine storico, economico e sociale hanno promosso una veloce urbanizzazione, soprattutto a carico delle zone ad alto rischio idraulico: si stima che l'80% delle costruzioni situate nelle aree allagabili siano state costruite tra il 1950 e il 2000. 
Il problema ha molteplici aspetti: spesso coloro che si sono istallati in aree inondabili non sono stati in grado di valutare il livello di pericolo al quale si sono imprudentemente esposti, e talvolta questo pericolo è stato sottovalutato anche dalla classe dirigente, che specialmente nel nostro Paese presenta una ignoranza sui temi scientifici davvero terrificante. Ovviamente il tutto è avvenuto nel rispetto della normativa vigente, che quindi era assolutamente inadeguata alle necessità (e che spesso continua ad esserlo). I condoni edilizi poi hanno fatto il resto.

Il bacino dell’Arno non fa eccezione e qui nasce un problema: con l’espandersi del costruito (e, quindi del sigillato) si è assistito alla progressiva e barbara distruzione del reticolo delle canalizzazioni lorenesi senza che qualcuno si prendesse la briga di rifarlo in base alle nuove esigenze, il che non consente più quella diluizione delle piene che quei lavori avevano consentito. 
Di questo va tenuto conto quando si fanno dei raffronti storici: a parità di eventi con il passato, le acqua piovane scorrono via in una rete di canali meno estesa e con velocità maggiore e, quindi, nello stesso tempo, il loro volume è nettamente superiore: maggiori volumi d'acqua che si raccolgono in una rete più ridotta di prima costituiscono un mix che determina una diminuzione della capacità di contenimento generale del sistema terreno coltivato - canali, aumentando rispetto al recente passato il rischio idraulico. 
Tanto per fare un esempio, si calcola che nel pesciatino all'incremento del 20% delle impermeabilizzazioni corrisponda un aumento del 50% delle portate in caso di precipitazioni meno che intense.
Naturalmente in queste condizioni sperare che si mantenga un equilibrio naturale è pura utopia…

Urbanizzazioni industriali recenti in zona a rischio alluvione
nel comprensorio del cuoio
Il processo ha investito un po' tutto il bacino, e per la ricerca di spazio per la localizzazione di nuovi quartieri abitativi e di lottizzazioni industriali non si è andati tanto per il sottile, con picchi nel Valdarno superiore, intorno a Firenze, tra Fucecchio e S. Croce sull’Arno e tra Pontedera, Pisa e Livorno (sebbene in questa ultima area persistano vaste aree a scarsa edificazione). 
Un classico esempio è la zona del Valdarno superiore a valle delle dighe di Levane e La Penna, che veniva naturalmente inondata in occasione dalle piene e dove sono stati costruiti degli argini per proteggere la pianura (e i nuovi insediamenti).

Colpisce soprattutto come le riprese aeree del territorio studiate dall’autorità di bacino dell’Arno documentino lungo il fiume e i suoi affluenti che tale urbanizzazione in aree a rischio si sia sviluppata soprattutto tra il 1967 e il 1974 (e quindi in un momento in cui non si può dire mancasse la “memoria storica dell’accadimento”), ed è comunque continuata ancora fino al 2011, quando con la legge regionale 11 la Regione Toscana ha finalmente emesso il divieto di edificazione nelle aree a pericolosità idraulica molto elevata. 
Vale la pena di notare che oltre a un pò di manutenzione, l'unico provvedimento realmente efficace fatto nell'immediato del '66 fu l'abbassamento delle platee del Ponte Vecchio e del ponte Santa Trìnita a Firenze, che ha trasformato quella che era una drammatica strozzatura in uno dei tratti dell'asta fluviale a maggior portata. 
Da questo scempio non sono stati risparmiati neanche i bacini degli affluenti: ad esempio, secondo il piano di regimazione idraulica del bacino dell’Arno edito nel 1999, tra il 1975 e il 1995 circa nel sottobacino della Greve c’è stata una riduzione media del 20 % delle aree golenali. 

Questo processo inoltre è avvenuto in maniera disordinata, con i vari comuni che non si parlavano fra di loro e quindi senza coordinamento alcuno.

Un altro fattore di rischio è costituito dallo spopolamento dei versanti montani e collinari che ha portato all'abbandono diffuso o dalla trasformazione delle sistemazioni idraulico - forestali ed idraulico - agrarie delle zone di collina, aggravando sensibilmente i problemi del territorio a valle. Il cattivo funzionamento delle sistemazioni (per carenza di manutenzione o per mancato raggiungimento degli obiettivi progettuali) è infatti causa della velocizzazione delle acque e, quindi, della diminuzione dei tempi di corrivazione e della maggiore energia delle piene
Alle inefficienze strutturali del settore pubblico si deve aggiungere anche che il rischio è aumentato per scarsa e insufficiente manutenzione delle opere idrauliche e delle sponde a causa di vari motivi, fra cui certamente quello riguardante il succedersi nel tempo di diverse competenze idrauliche e la mancanza di finanziamenti adeguati

RIASSUMENDO: il grosso problema che si è venuto a creare specialmente dal dopoguerra nel bacino dell'Arno è l’incremento del coefficiente di deflusso (rapporto tra deflussi e afflussi) a causa di:

- drastici cambi nell’uso del suolo (copertura dei suoli con l’edificazione in pianura e spopolamento dei versanti) che hanno provocato la riduzione del tempo di corrivazione, tempo necessario alle acque meteoriche che cadono nel punto più lontano del bacino per raggiungere la sezione di interesse
- riduzione della capacità di trattenere le acque in zone in grado di contenere momentaneamente le acque di piena e consentirne un rilascio graduale

Ma soprattutto si può dire una cosa: una ripetizione attuale del 1966 porterebbe dei danni molto più gravi di allora al tessuto civile, industriale e commerciale di quell’evento.
Il problema non è capire SE una nuova alluvione colpirà il bacino dell’Arno, ma QUANDO succederà.
Si spera che succeda dopo che, grazie ad una inversione di tendenza dell'azione politica, saranno entrate in funzione le casse di espansione oggi in realizzazione o in progetto, che comunque risultano ancora insufficienti, soprattutto per la parte del fiume a valle di Firenze.
Nel prossimo post parlerò delle alluvioni del passato a Firenze 


venerdì 7 ottobre 2016

Firenze 2016: i 50 anni dall'alluvione del 1966


Il 4 novembre saranno 50 anni esatti dal disastro del 1966. In questo post, che segna l'inizio di una serie che dedico all'evento, parlerò del sito "istituzionale" di Firenze 2016, che si occupa di fissare in un quadro organico il ricordo di quanto è successo prima, durante e dopo e coordinare tutte le attività che lo riguardano. un'alluvione si porta sempre dietro un seguito di drammi sociali ed economici ma il 4 novembre 1966 non significa solo "Toscana e nordest sotto la furia delle acque", ma anche l'embrione di un sistema di Protezione civile, gli aiuti internazionali, il restauro delle opere d'arte e, in generale, quello che non si è fatto, quello che si è fatto e quello che è in progetto sul problema del rischio alluvioni in Italia. Riunire tutto in un contenitore comune è dunque importante, perché su una cosa del genere non ci devono essere compartimenti stagni che non comunicano fra loro.

Quest'anno ricorre il 50esimo anniversario della grande alluvione del 1966, nota come “alluvione di Firenze” ma che in realtà ha colpito tutta la Toscana e buona parte del nordest (in particolare Venezia) con precipitazioni intense, acqua alta in laguna e tutto il corollario di lutti e di danni.
Qualche anno fa durante le operazioni per capire come proteggere meglio in caso di problemi il “simbolo dei simboli” dell'alluvione, il Cristo di Cimabue a Santa Croce, in particolare del sistema che consente di tirarlo più su del possibile livello delle acque, qualcuno notò che si stava approssimando il 50esimo del disastro e quindi nacque il "progetto Firenze 2016”, retto da un comitato in cui figurano enti locali e varie altre strutture dello stato.
Ne era nato anche un sito (firenze2016.it) che ha recentemente cambiato nome e si trova ora all'indirizzo www.toscana.firenze2016.it. Sarà visibile anche nei prossimi anni.


Il cambio di indirizzo è molto importante, perché se Firenze è il simbolo di questo disastro a causa della sua fama mondiale, tutta la Regione ha sofferto tantissimo. I numeri sono pazzeschi: 112 morti (32 a Firenze), 10.000 abitazioni nelle città e 12.000 fattorie e case nelle campagne danneggiate, molti ponti divelti, 50,000 animali morti o soppressi, 16,000 macchine agricole distrutte, come lo sono state gran parte delle vigne e delle altre coltivazioni.  

Insomma, numeri epocali per un disastro epocale.
L’obiettivo del progetto Firenze 2016 è promuovere per il 50esimo dell’alluvione del 1966 raccolta di materiali, attività di ricerca, progetti-intervento, iniziative imprenditoriali ed eventi che consentano di ricavare dall’esperienza dell’alluvione del ’66 concreti risultati per la prevenzione di futuri eventi calamitosi, migliori prassi per la protezione delle persone, dei beni culturali, economici e ambientali.

Il comitato organizzatore è formato da enti locali ed altre istituzioni pubbliche. Il comitato scientifico internazionale ha prodotto vari rapporti sulla situazione.

Una delle principali attività del progetto è la raccolta organica della documentazione in materia, in tutti i suoi multiformi aspetti. Per cui chi ha immagini, documenti o semplicemente ricordi propri o di cui è a conoscenza, è invitato a fornirli al comitato attraverso il sito. 
La questione dei ricordi è molto importante perché sono passati 50 anni e io, che ne ho 56, sono fra i più giovani di coloro che si ricordano qualcosa. Molti dei protagonisti dell’epoca (anzi, direi la maggior parte...) infatti non ci sono più, semplicemente per ovvi per motivi anagrafici... e quindi fissare in un quadro organico tutta questa storia è importante.
L'alluvione del 1966 verrà sviscerata in tutti gli aspetti, da quello geologico – idraulico a quello sociale, passando per la storia del restauro di beni artistici e documenti, che afferiscono a 9 aree principali. Questo avverrà anche nei vari territori che sono stati interessati, e ad ogni territorio nel sito è stata dedicata una sezione apposita.

il sito comprende una sezione sulle notizie e una sugli eventi: chiunque quindi può trovare notizie ed eventi che riguardano gli aspetti a cui è interessato, perché, ripeto, quello del 1966 è stato un disastro fra quelli più significativi del XX secolo per tutti gli aspetti che lo hanno accompagnato e seguito: ovviamente c’è la parte geologia ed idraulica, con la storia delle alluvioni in generale, quella del novembre 66 in particolare, quello che è stato fatto che non doveva essere fatto prima (diciamo dalle bonifiche medicee in poi), quello che è stato fatto dopo e quello che è programmato in futuro. Inoltre è assolutamente necessario che la popolazione prenda consapevolezza del rischio che corre. 
C’è l’aspetto umano, con quelli che sono morti e quelli che hanno perso tutto quello che avevano, l’aspetto sociale con l’ondata di solidarietà mondiale che con gli “angeli del fango” venne a Firenze per dare una mano a recuperare i tesori artistici sepolti dal fango e, da questo, l’alba della Protezione Civile, che  ha in Italia le sue basi proprio a Firenze e, 10 anni dopo, nel Friuli colpito dal terremoto.
C’è l’aspetto economico, con le perdite annesse 
C’è l’aspetto del restauro dei beni culturali e artistici, da quello delle pitture a quello dei volumi conservati alla Biblioteca Nazionale. Carla Bonanni, che in seguito della Biblioteca Nazionale è stata anche direttrice (uno dei tanti che non ci sono più), mi ha raccontato spesso che per riuscire a ripristinare i volumi sono andati per tentativi in quanto non esisteva nessuna esperienza significativa in materia.
Per quanto riguarda i beni artistici, l’alluvione del ‘66 ha determinato un progresso deciso delle tecniche di restauro, ma soprattutto chi si è occupato del problema ha dovuto scontrarsi con una cosa mai vista prima: la nafta, all’epoca abbondantemente usata per il riscaldamento e molto più pesante di quella che viene usata oggi e nota come gasolio. Io mi ricordo benissimo i muri del dopo – quattro novembre: ne sono rimasti tanti anche negli anni successivi. I vari livelli a cui si era fermata l’acqua nel progredire della piena – ma, soprattutto, quando è scesa – sono stati contrassegnati da un livello scuro che corrisponde alla nafta, che essendo più leggera dell’acqua, vi galleggiava sopra. 
La nafta ha conferito al fango un odore particolare, ma, soprattutto, ha costituito un problema in più per il restauro.

Nel sito vengono inserite le varie mostre che in vari luoghi della Toscana sono state organizzate e c'è anche un calendario degli eventi. Fra questi ce ne sono due che coinvolgono personalmente il sottoscritto:
- il 26 ottobre presso la Santa Reparata International School of Art una conferenza dal titolo “Florence and its River”, in cui fra i vari interventi io parlerò del perché in Italia ci sono così tanti eventi franosi ed alluvionali e descriverò quello che è successo nel 1966 dal punto di vista geologico e idraulico

- la sera del 3 novembre, alla vigilia della ricorrenza modererò nell'aula magna del Rettorato dell'Università di Firenze il Caffè – Scienza “Le alluvioni del passato – il futuro delle alluvioni”, con Nicola Casagli, professore di Geologia Applicata dell'università di Firenze e Mauro Grassi, capo di #Italiasicura, la task force della presidenza del consiglio dei ministri  sul dissesto idrogeologico. 

lunedì 3 ottobre 2016

Una critica facilmente smentibile a quello che ho scritto sulle cause dell'estinzione dei dinosauri


Un anonimo (o, meglio, una persona che si è presentata con uno pseudonimo, Nicola61), ha scritto una risposta al mio post sul figlio di Alvarez presentando nozioni piuttosto approssimative e spesso sbagliate. Siccome trovo molto giusto dedicare spazio a chi mi critica, allora preferisco rispondergli con un nuovo, apposito post anziché inserire un commento su quel testo (dove comunque farò un rimando). Ho anche preferito lasciare l’ordine delle frasi del commento come le ha scritte Nicola61, rispondendogli passo dopo passo. Annoto anche che non capisco bene il perché di molte delle maiuscole usate, ma ho deciso di adeguarmi, lasciarle così come sono

Allora, l’inizio del commento al mio ultimo post in materia di estinzione dei dinosauri, quello in cui parlo dell'articolo in cui persino il figlio di Alvarez e il fedele Ian Smit accettano che l'impatto dello Yucatan sia avvenuto ben prima dell'evento K/T [1] è questo:

Ritengo invece assolutamente realistico mettere in Relazione la Estinzione delle forme Biologiche Viventi (compresi i Famosi Dinosauri....!) con la Caduta di uno o più Asteroidi ! Anzi, è mia convinzione che i Trappi del Deccan si siano formati proprio secondariamente alla attivazione di fratture della Crosta Terrestre legate al o agli impatti relati con l'Evento KT di 66 MA addietro...! 

I Trappi del Deccan sono una Large Igneous Province (LIP) come le altre che li hanno precedute e che non sono state innescate da cadute. Anzi, direi proprio che è l’unica sicuramente formatasi dopo un impatto. Per altre (per esempio i trappi siberiani (limite Permiano / Triassico) o i basalti dell’Atlantico centrale (limite Triassico / Giurassico) ci sono stati diversi tentativi, spesso maldestri di trovare dei collegamenti fra impatti di asteoridi ed estinzione (talvolta mettendo in relazione impatti e vulcanismo da LIP). E, soprattutto, tolto l’impatto dello Yucatan, gli altri impatti sicuri non si collocano in vicinanza di estinzioni di massa. 

Chissà perchè l'Iridio in eccesso si trova proprio nel famoso strato KT, presente ubiquitariamente nel Mondo e coincidente con la brusca scomparsa del 90 % dei Mammiferi allora presenti sulla Terra, nonchè di Tutti i Dinosauri non Aviari (poche migliaia di anni; in termini Geologici una Inezia......!!!); 

L'anomalia dell'Iridio a Gubbio secondo
Alvarez [2]: si vede che inizia prima del K/T
Alcune cose sono esatte e altre sbagliate. 
Innanzitutto l’anomalia dell’Iridio non la troviamo dappertutto ma solo dove ci sono delle condizioni riducenti. Dopodichè, come si vede anche a Gubbio nel celebre lavoro di Alvarez e soci del 1980, l’anomalia inizia, poi scompare, poi ricomincia e non compare in modo brusco, il che si concilia difficilmente con un rilascio improvviso a seguito di un impatto cosmico. E, soprattutto, nello Yucatan la troviamo SOPRA gli ejecta dell’impatto e non dentro, come sarebbe stato più logico aspettarsi se fosse dovuta all’evento cosmico [3].
Questo fra l’altro dimostra che il K/T è avvenuto DOPO l’impatto...
Quanto riguarda le estinzioni, non sono avvenute all’improvviso, ma c’è stato a partire dal Turoniano, un graduale trend di diminuzione della biodiversità [4]. Una estinzione rapida la si vede solo dove non viene riconosciuta una lacuna di sedimentazione nel Maastrichtiano quasi terminale. Molti gruppi hanno avuto una crisi nel Maastrichtiano ben prima del K/T e non ci sono fossili di dinosauro negli ultimi 450.000 anni (il che, comunque, non vuol dire che non sono vissuti) [5].

Iridio che guarda caso è presente in Grande percentuale nei Corpi Celesti e molto meno, nella Lava Vulcanica

A parte che non saprei trovare altra lava se non quella vulcanica, alcuni corpi celesti sì, di Iridio ne contengono più del mantello terrestre, come le meteoriti condritiche, mentre altri, come le comete non ne contengono.
Quanto ai Trappi del Deccan, c’è un equivico: l’anomalia dell’Iridio non è nelle lave, ma nei volatili emessi, nei quali è entrato preferenzialmente durante i processi di cristallizzazione frazionata. Se fosse rimasto nelle lave non ci sarebbe l’anomalia diffusa in giro per il mondo. Inoltre anche le lave del Piton de la Fournaise, il vulcano che ora si trova sopra il punto in cui era l’india al momento della emisione dei Trappi del Deccan, presenta una anomalia dell’Iridio nei suoi volatili. 

e ancora, altro dato inconfutabile, non sono mai stati trovati strati ricchi d'Iridio paragonabili a quello legato all'Evento KT in coincidenza degli Altri Eventi di Estinzione di Massa (anche importantissimi come quello avvenuto nel Triassico o precedentemente...)che portarono anch'essi alla Estinzione di innumerevoli Specie di Organismi Viventi Animali e Vegetali...! 

Sbagliato. L’anomalia dell’Iridio è presente in almeno altre tre occasioni: durante un evento di estinzione di massa minore,  e cioè al limite Devoniano – Carbonifero e nel neoproterozoico, alla fine degli episodi di Snowball Earth. In tutti e tre i casi ci sono evidenti tracce della messa in posto di Large Igneous Provinces. Una anomalia dell’Iridio è stata verificata anche nel 1983 all’inizio della eruzione del Kilauea che perdura fino ad oggi [6]. La rarità di questa anomalia sta nella necessità di avere un magma sottosaturo in zolfo, cosa che accade molto di rado.

Da ciò e da una Infinità di altri Indizi (comprese le particelle di Carbone e Fuliggine presenti nello Strato KT, in Tutto il Mondo e legato agli Immani Incendi innescati dalla ricaduta di materiale Incandescente sparato nello Spazio dall'Impatto dell'Asteroide...)si può ragionevolmente dedurre che l'Estinzione del Cretaceo è veramente e strettamente legata all'Impatto di uno o più Immensi Corpi Celesti Asteroidali (Shiva Crater verosimilmente e Cratere di Chicxulub). 

Direi più che lo Shiva Crater, che ancora non è dimostrato nonostante i frequenti tentativi di farlo, c’è un altro cratere “papabile”, il Boltysh. Fra l’altro la presenza di crateri multipli è abbastanza sostenuta in questo periodo [7] e porta in primo piano l’ipotesi che il corpo impattante del K/T fosse stato una cometa (con tanti saluti all’origine cosmica dell’Iridio, visto che nelle comete non ce n’è…). 
Quanto alla fuliggine, che ci sia stata una deforestazione al K/T è noto, come è avvenuta anche al P/T e al T/J, entrambi eventi questi collegati alla messa in posto di una LIP ma non a impatti meteoritici: lo dimostra in tutti e tre i casi un momentaneo incremento della diffusione delle felci. Quanto agli incendi, sono stati comuni in tutto il Cretaceo per il maggiore tenore di ossigeno dell’atmosfera dell’epoca e il prolungamento della stagione secca dovuto ai cambiamenti climatici innescati dai gas emessi in India ha costituito un fattore aggravante che li ha resi più frequenti.  
Inoltre il K/T ha coinciso con una fase di forte riscaldamento e non ad un inverno provocato dall’oscuramento del cielo da parte dei detriti dell’impatto.

D'Altro canto, non è ipotizzabile alcun evento Terrestre che possa aver attivato per migliaia di anni e su così grande Scala una Serie di Fratture della Crosta Terrestre altrimenti inspiegabili con le attuali Nozioni di Geologia e Vulcanologia....! 
Le Large Igneous Provinces degli ultimi 290 milioni di anni:
quella del Deccan non è certo l'unica come sostiene invece Nicola 61

Questa poi è sconcertante…  Ho iniziato il post parlando proprio delle immense coperture delle Large Igneous Provinces e qui mi mi si dice che non è ipotizzabile un altro evento del genere e che sarebbe un evento non spiegabile con le attuali nozioni? Nella carta sono illustrate le varie LIP che, oltre a quella del Deccan, si sono formate da metà Permiano ad oggi. Quanto alla loro origine di letteratura ce n’è, e parecchia…  direi che con una frase del genere la bocciatura in un esame sarebbe ineccepibile..
Consiglio inoltre a Nicola61 di leggere questo mio post in cui si vede come i trappi del Deccan si inquadrano nell’apertura dell’Oceano Indiano, che è stata accompagnata da altri eventi simili a quello del Deccan (per esempio Karoo / Ferrar, Madagascar, Kerguelen)

Altrimenti, dovremmo aspettarci un Evento tipo quello che portò ai Trappi del Deccan, anche oggi e comunque molto più frequentemente di quanto è avvenuto mai nella Storia del Nostro Pianeta...! Gli Asteroidi Caduti erano Immensi e la Energia Cinetica accumulata nella Caduta era Incommensurabile; non ci vuole molto a capire che sono stati di per se molto più che sufficienti a portare ad una Tale ed Immane Estinzione di Massa....! 

Il fatto che tutte le estinzioni di massa sono contemporanee alla messa in posto di Large Igneous Provinces, a variazioni del livello marino, bruschi aumenti di temperatura e variazioni del rapporto isotopico fra 12C e 13C vorrà dire qualcosa…
anzi, il problema è l’opposto: capire perché alcune LIP non abbiano avuto grandi riflessi biotici (su tutte quella di Paranà – Etendeka)
Quanto alla frequenza di queste eruzioni, diciamo che nel Terzario, dopo i basalti dell'Atlantico Settentrionale questa attività è stata meno intensa, anche se la frequenza è rimasta più o meno quella di un evento ogni 20 milioni di anni (abbiamo infatti dopo il passaggio Eocene - Oligocene i basalti del columbia river e quelli dell'Afar).
Riassumo poi in questa tabella i principali legami LIPs – Estinzioni più recenti, ricordando che il più antico sicuramente attestato, che non compare in tabella, è l’evento al passaggio fra l’Epoca 2 e l’Epoca 3 del Cambriano (estinzione Toyoniana e LIP di Kalkarindji, ne ho parlato qui). 



Alvarez & C hanno sempre avuto Ragione su Tutto e non sono stati mai creduti sino a pochi anni fa; non rifacciamo l'errore di non credere alle Loro Mirabili Ricerche ancora oggi che abbiamo una immane mole di calcoli che attesta con minima incertezza che l'evento KT da Caduta dell'Asteroide è stato il Vero e Grande Killer dei Dinosauri e Mammiferi, nonchè di una Moltitudine di Specie del Mondo Vegetale...!

Curiosa questa, davvero molto curiosa: è successo esattamente il contrario e cioè che l’idea di Alvarez è stata immediatamente e pedissequamente accettata. E i contestatori sono stati zittiti, anche in malo modo (probabilmente per le implicazioni politiche della connessione fra estinzione dei dinosauri ed emissione di gas serra…)
Questa ultima frase mi fa quasi pensare che Nicola 61 mi abbia preso in giro nello scrivere queste note, oppure che abbia idee molto più confuse di quello che pensavo.

[1] Richards et al (2015) Triggering of the largest Deccan eruptions by the Chicxulub impact GSA Bulletin 127, 1507 – 1520
[2] Alvarez et al (1980) Extraterrestrial causes for the Cretaceous - Tertiary extinction
K/T Experimental results and theoretical interpretation. Science 268,
1095–1108
[3] Keller et al (2004), Chicxulub impact predates the K-T boundary mass extinction. PNAS 101/11, 3753–3758
[4] Sakamoto et al (2016) Dinosaurs in decline tens of millions of years before their final extinction PNAS vol. 113 no. 18, 5036-5040 
[5] Archibald (2014) What the dinosaur record says about extinction scenarios. Geological Society of America Special Papers 505, 213–224
[6] Zoller et al (1983) Iridium Enrichment in Airborne Particles from Kilauea Volcano. Science 222, 1118–1121
[7] Moore & Sharma (2013) The K-Pg impactor was likely a high velocity comet: Lunar and Planetary Institute Contributions, 1719, abstract 2431