martedì 25 ottobre 2016

Per il 50esimo del '66: 4 - scenari attuali in caso di piena e il futuro


Concludo, con una settimana di anticipo (incredibile!) la serie di post dedicati alla alluvione del 1966. Abbiamo visto come dopo l’evento l’espansione urbanistica non abbia tenuto conto delle “esigenze” dell’Arno. Quanto ai lavori per ovviare al problema, dopo il disastro ne erano stati ipotizzati tanti, ma gli interventi reali sono stati pochi: ad esempio di tutti gli invasi previsti dalla Commissione De Marchi ne è stato realizzato uno solo, Bilancino, che per giunta serve solo a regimare le magre e non le piene. Comunque almeno un’opera importante è stata fatta a Firenze città: l’abbassamento delle platee del Ponte Vecchio e e del ponte Santa Trinita, che ha aumentato drasticamente la portata del fiume, pur non arrivando ai livelli del 1966. Tale opera ha cambiato in parte gli scenari possibili in caso di piena, anche se, come ho già fatto notale, la città è ancora purtroppo a rischio. In questo post descrivo la situazione odierna e gli scenari futuri ricordando come ho scritto nel post precedente che il problema non è SE ci sarà un'altro evento capace di provocare, stando così l'alveo dell'Arno una alluvione, ma QUANDO avverrà. E ora, con la piena trentennale statisticamente vicina e con un minimo solare in arrivo, i rischi sono teoricamente abbastanza alti.

Per agevolare la lettura ai non fiorentini ricordo in che ordine sono i ponti del centro di Firenze:
ponte a San Niccolò (a monte, non visibile nell’immagine)
ponte alle Grazie
ponte Vecchio
Ponte a Santa Trìnita (rmi raccomando.. Trìnita, con l'accento sulla prima “i”, alla faccia del correttore che mi dà errore...)
Ponte alla Carraia
ponte Vespucci
ponte della Vittoria

Nel 1944 i tedeschi minarono e fecero saltare tutti i ponti fiorentini, tranne il Ponte Vecchio. Quello a Santa Trìnita e quello alla Carraia sono stati ricostruiti in base ai progetti originali della seconda metà del XVI secolo. Noto con piacere che avevano retto egregiamente a tutti gli eventi successivi alla loro costruzione, e anche, ricostruiti tal quali, anche al disastro del '66, dimostrando che chi li aveva progettati (Michelangelo, Ammannati e soci, e scusatemi se è poco...) ci aveva saputo fare: all'epoca, come ho evidenziato nel post precedente, complice la piccola era glaciale, le alluvioni erano molto più frequenti (praticamente ce n'erano almeno 6/7 al secolo) e quindi il problema veniva preso parecchio sul serio: i ponti vennero ricostruiti sotto Cosimo I con in mente la grande piena del 1557 che li aveva appena fatti crollare. Il moderno ponte Vespucci ha prestazioni inferiori!

COSA VA MEGLIO OGGI RISPETTO AL ‘66. Il sistema di previsioni meteorologiche è sicuramente ben più avanzato di prima (anzi, è uno dei migliori al mondo), quindi stavolta la città non sarà colta di sorpresa: oggi è possibile modellizzare con un preavviso ragionevole l'eventualità di un disastro del genere. Il conseguente allertamento attiverà lo svuotamento preventivo degli invasi di Levane e La Penna (Bilancino per le piene fa poco) e le strutture di Protezione Civile potranno attivarsi per consentire almeno di riuscire a spostare i beni mobili più preziosi (è il caso ad esempio dei manoscritti della Biblioteca Nazionale, che per motivi tecnici sono conservati nel sottosuolo e che dovranno essere spostati ai piani alti).
Tutte le alluvioni di Firenze sono partite dalla strettoia tra il Ponte alle Grazie e il Ponte Vecchio con l'Arno che si riversa verso Piazza San Firenze da Piazza dei Giudici. Per ovviare al problema, negli anni '70  è stato eseguito un importante intervento sull'alveo fluviale tra il Ponte Vecchio e il Ponte a Santa Trìnita, permettendo oggi il transito in Firenze di 3100 mc/sec con 1 metro di spazio fra ponte e pelo dell’acqua e fino a 3400 mc/sec al contatto, contro i 2500 di prima. È un innegabile miglioramento, ma siamo ancora lontani dai 4100 mc/sec del 1966.
Anche l’avanzata delle superfici boscate rispetto al 1966 potrà risultare in una, sia pure minore, diluizione delle piene

COSA NON VA. Fondamentalmente a parte Bilancino e i lavori in centro a Firenze, i cantieri per la messa in sicurezza dell’Arno a monte della città sono partiti solo nel 2014 (!): fino ad allora nulla era stato ancora fatto per quei 100 milioni di metri cubi di acque che la commissione De Marchi riteneva necessario stoccare.
Inoltre, a proposito di interventi urbanistici che non hanno tenuto conto delle necessità del fiume, nel Valdarno superiore sono stati costruiti a valle delle dighe di Levane e La Penna degli argini per proteggere la pianura, che veniva naturalmente inondata in occasione dalle piene. È un pericolo in più per Firenze, in quanto le acque che lì tracimarono nel ‘66 oggi rimarrebbero nell’Arno. Inoltre se da un lato sono aumentate le superfici boscate nelle parti alte del bacino, l’abbandono delle campagne, specialmente in area montana, ha purtroppo coinciso con la fine della manutenzione di tante opere idrauliche che li caratterizzano. Per cui alcuni versanti e sottobacini sono ben più a rischio di prima.

LA PORTATA DELL’ARNO. Solo il tratto cittadino a Firenze è in grado oggi di contenere fino a 3.400 mc/sec. In genere dalle dighe del Valdarno aretino in giù la portata è compresa fra 2.500 - 2.600 mc/sec, con punte minime di soli 1.600 - 1.700 mc/sec). A valle di Empoli si arriva ai 3.000, che vengono passati da Pontedera in poi grazie ai 1.000 mc/sec del canale Scolmatore, che si sommano ai 2.280 che possono passare da Pisa.
Ne consegue che Firenze, in caso di portate superiori (e nel ‘66 quella calcolata è 4100 mc/sec) si può salvare solo se il fiume esonda pesantemente nel Valdarno superiore e che anche se andasse bene in centro, a valle della città in molti casi ci sarebbero allagamenti importanti almeno fino a Pontedera.

In questa immagine del 4 novembre 1966 è chiaramente

visibile il risalto idraulico al ponte Santa Trinita: 
l'acqua è molto più bassa a valle del ponte che a monte
L’ARNO A FIRENZE. L’Arno, costretto negli argini disegnati dal Buontalenti, può solo cambiare la forma dell’alveo di magra al loro interno e lo ha fatto anche negli ultimi anni con una dinamica piuttosto forte.
Innanzitutto una preoccupante erosione della pila sinistra del ponte Vespucci, problema che necessita una rapida soluzione. A valle del ponte invece tra 2000 e 2015 si è in media depositato un metro di sedimenti fino alla traversa dell’isolotto, in corrispondenza delle Cascine. In quest’area troviamo un trend opposto a quello degli anni tra il ‘66 e il ‘90, contrassegnati al contrario da una forte erosione.

La modellistica, sia bidimensionale che tridimensionale, ha evidenziato come con una portata di 3000 mc/sec intorno a Ponte Vecchio e Ponte Santa Trinita la corrente arriva a 8 m/sec intorno ai ponti, dove si instaura un un risalto idraulico come questo fotografato nel ‘66 proprio a Santa Trinita. Inoltre la briglia tra Ponte alla Carraia e Ponte Vespucci (la pescaia di Santa Rosa) sarebbe invisibile. 
Ma la cosa peggiore è che se in queste condizioni i vecchi ponti reggono ancora, il sottostante Ponte Vespucci andrebbe in pressione spinto dalle acque (è stato costruito negli anni ‘50 senza considerare la memoria storica con cui invece nel XVI secolo furono ricostruiti quelli a monte)...

A proposito della pescaia di Santa Rosa, è stato ipotizzato di abbassarla. Il problema è che abbassandola di un metro l’Arno con portate di piena perderebbe solo 20 cm fino e soltanto fino al ponte a monte (santa Trinita), e non oltre a causa della discontinuità nella corrente provocata dalle pile del ponte stesso. Sarebbe dunque un lavoro inutile.

COSA SUCCEDEREBBE IN CASO DI PIENA. Teniamo presenti i 4100 mc/sec del 1966 (ricordando comunque le circostanze aggravanti di cui ho parlato nel post precedente). Le indagini eseguite con il modello in scala 1:60 realizzato negli anni ‘70 all’Università di Bologna e le successive modellazioni hanno evidenziato che:
- con portata di 2800 mc/s il centro della città è tranquillo: tra i ponti antichi e il fiume c’è oltre um metro e mezzo di spazio. Attenzione però che il livello del fiume sarebbe superiore al piano stradale del lungarno delle Grazie (in riva destra a monte dell’omonimo ponte) e solo la spalletta eviterebbe l’esondazione e, più in là, l’acqua arriverebbe a meno di un metro e mezzo dal ponte Vespucci. I problemi si accentuano a valle, in quanto l’Arno tracimerebbe nella zona delle Cascine a monte della traversa dell’Isolotto
- con portata di 3000 mc/s tra l’acqua e la cima della spalletta del Lungarno le Grazie ci sarebbero solo 50 cm. i franchi dei ponti a valle si mantengono ovunque superiori al metro, (tranne che per il Vespucci) e alle Cascine ci sarebbero 80 cm di acqua
- con 3200 mc/s inizia l’esondazione a monte di Firenze, prima che le acque giungano alla traversa di Varlungo. In centro l’acqua supera la spalletta del Lungarno delle Grazie dirigendosi verso via de’Bardi e Santa Croce. Il ponte alle Grazie presenta una luce libera di soli 0.5 m nella campata centrale, che diventa 0,7 sotto i ponti antichi. Le spallette dei lungarni  avrebbero ancora 1 metro a disposizione ma andrebbe in pressione nelle campate laterali il ponte Vespucci e il parco delle Cascine si ritrova con oltre un metro d’acqua

Quindi si nota una cosa importante: i lavori effettuati negli anni ‘70 hanno modificato in centro la localizzazione della prima esondazione, che prima avveniva con 2500 mc/sec in riva destra tra il Ponte alle Grazie e gli Uffizi e che ora si trova a monte di questo ponte sempre in riva destra con 3200 mc/sec. È un deciso miglioramento, ma purtroppo nella parte a valle della città, dalle Cascine in poi, il rischio più o meno rimane uguale: il fiume si è approfondito ma “guadagnerebbe” quei 700 mc/sec che invece sarebbero esondati in centro.
E la collocazione di argini artificiali nel centroi, se da un lato porterebbe a guadagnare altra portata in centro, ne scaricherebbe ulteriormente a valle, aumentando ulteriormente i problemi di quella zona.

COSA FARE. Secondo il Piano di rischio Idraulico del 1999 per evitare esondazioni dell'Arno sarebbe necessario trovare lo spazio per un volume dell’ordine di 350 – 400 milioni di m3 di acque, di cui circa 200 milioni di mc a monte di Firenze 
Ricordo ancora una volta, quindi, che il problema non è solo Firenze, ma tutto il corso dell’Arno a valle della città, fino almeno a Pontedera.
Il comitato tecnico scientifico internazionale di Firenze 2016 fa alcune osservazioni tanto logiche quanto piuttosto preoccupanti: la principale causa di questa situazione è evidentemente dovuta alla inadeguatezza delle difese idrauliche ed alla totale assenza di opere di regimazione e di laminazione delle piene: Firenze rimane ad elevato rischio di alluvione e che questo rischio cresce ogni giorno. Il problema non è se un’alluvione di pari entità o superiore a quella del 1966 colpirà ancora la città di Firenze, ma quando ciò accadrà. Il livello di protezione attuale non assicura una riduzione del rischio di inondazione a livelli commisurati al valore di una città quale Firenze, permanendo una forte esposizione che risulta inaccettabile, sia per il rischio di perdite di vite umane sia per il valore dei tesori d’arte che la città ospita.
Per tutta una serie di ragioni le perdite economiche sarebbero molto peggiori che nel 1966

Sono quindi evidenti tre cose:
- il reticolo fluviale del bacino dell’Arno non è in grado di contenere le acque piovane nel caso di un evento analogo a quello del 4 novembre 1966 (pioggia su quasi tutto il bacino, mediamente sull'ordine dei 160 mm di altezza, con punte, in determinate aree, di 250 - 300 mm, terreno interessato da piogge da più giorni, etc.), 
- le condizione più critiche sono a valle di Firenze, ove praticamente tutto il Valdarno Inferiore costituisce una grande area di espansione per le portate di piena tipo 1966. 
- a Firenze città più di così non si può fare

Da questo deriva la necessità di ridurre l’entità delle piene a monte. Una deduzione che era già stata fatta alla fine degli anni ‘60 dalla commissione De Marchi….

Una delle casse di espansione nel Valdarno Superiore
(fonte: autorità di bacino dell'Arno)
COSA SI STA FACENDO. Per arrivare quindi ad un rischio “accettabile” sono state finalmente avviate una serie di opere, ed altre sono in progetto. L’obbiettivo è laminare le piene non solo nell’alveo principale ma in diversi affluenti, sia a monte che a valle di Firenze: casse di espansione, sistemazione idraulica di alcuni alvei e l’innalzamento della diga di Levane.
Con queste opere, che dovrebbero concludersi entro il 2022, ci sarebbe ancora un certo rischio residuale (ricordo che è impossibile azzerare totalmente il rischio… la possibilità teorica che avvenga un qualcosa di ancora peggiore è difficile, quasi impossibile, ma non è “zero”..). Ma tra oggi e il 2022 ci sono 6 anni, un minimo solare, la ricorrenza dell’evento trentennale (i precedenti sono il 1966 e il 1992) e… l’apparato statale italiano.
Quindi incrociare le dita è ancora, nella migliore tradizione scaramentica italiana, obbligatorio. 

Non mi piace fare politica su questo sito e non ha senso che mi esprima in proposito (specialmente ora che c’è una dura campagna elettorale che non coinvolge direttamente le materie che tratto in questo blog e su cui quindi non posso che astenermi, mentre sul referendum a proposito delle trivelle ho ritenuto opportuno esprimere la mia opinione). 
Mi limito ad augurarmi che, essendo programmi che vanno ben oltre la durata non solo dei governi, ma delle legislature nazionali e locali, un prossimo governo, indipendentemente da chi andrà ad occupare le poltrone l’attenzione e l’impegno politico ed economico su questo versante, di recente aumentato, rimanga costante o, meglio ancora, possa ulteriormente aumentare.

3 commenti:

Francesco Penno ha detto...

La ringrazio per i sempre interessanti articoli.
Purtroppo la conclusione è che la miopia dei politici, la spesa pubblica che si disperde in una miriade di piccoli rivi inutili e la burocrazia kafkiana continuino a impedire di sanare situazioni conosciute.
Ieri si è verificato un terremoto a sud ovest di Firenze. Ho visto che il meccanismo focale è consistente con quelli avvenuti nell'area ( http://cnt.rm.ingv.it/event/8650351 ). Nulla di strano, dunque. Di contro i meccanismi focali dei terremoti appenninici sono dovuti a faglie normali.
Mi piacerebbe, se e quando possibile, conoscere di più sulla geologia e sulla tettonica dell'area.
La ringrazio se potrà darmi dei riferimenti o addirittura, sarebbe magnifico, scrivere un posti sull'argomento.
Spero di non abusare della Sua pazienza.

Aldo Piombino ha detto...

sono abbastanza ottimista per il 2022, dal punto di vista della conclusione dei lavori. Ma è meglio stare in campana.

nel dicembre 2014, dopo delle scosse sulla stessa linea, ma un pò più a NE, ho scritto questo:
http://aldopiombino.blogspot.it/2014/12/la-geodinamica-dello-sciame-sismico-del.html

direi che è valido anche in questo caso

saluti

Francesco Penno ha detto...

Grazie.