martedì 1 settembre 2015

“Georischi, li (ri)conosco, mi difendo” - I Geologi nelle piazza d'Italia domenica 6 settembre 2015


Domenica prossima in una località di ogni Regione italiana, il Consiglio Nazionale dei Geologi e gli Ordini regionali dei Geologi scenderanno (finalmente) in piazza per pubblicizzare l'attività dei geologi e tentare di sensibilizzare la popolazione su quelli che sono i tanti georischi che insistono sul nostro territorio. Questa data viene abbastanza utile perché siamo alle porte dell'autunno, la stagione notoriamente più piovosa e più foriera di catastrofi idrogeologiche. E con le temperature più alte della norma che stiamo registrando nei mari intorno all'Italia il rischio di piogge molto forti è piuttosto alto.
Negli ultimi anni una insolita frequenza di questi fenomeni ha portato il rischio idrogeologico a livelli molto elevati ma soprattutto ha fatto nascere nella cittadinanza la consapevolezza dei rischi connessi all'insano uso del territorio. specialmente 
Come ho già detto in Italia negli ultimi 70 anni l'aumento della popolazione e della richiesta di territorio per la costruzione di vie di comunicazione e per l'industrializzazione del Paese ha avuto pesantissime conseguenze: nell'uso del territorio è stato fatto tanto di quello che non andava fatto e niente di quello che andava fatto. Così una gran parte degli insediamenti abitativi, produttivi e ricreativi sono a rischio frana e/o alluvione. E i vari condoni edilizi hanno spesso sanato legalmente cose folli dal punto di vista idrogeologico.
Ci sono poi il rischio sismico e il rischio vulcanico. 

Ho parlato spesso su Scienzeedintorni dei vari georischi che insistono sul territorio italiano (idrogeologico, vulcanico, sismico), delle motivazioni peculiari per cui nella nostra Nazione i georischi sono molto più alti che nel resto dell'Unione Europea e della necessità di ascoltare di più e meglio i geologi. 
Soprattutto deve essere chiaro che i rischi per il territorio italiano vengono dalla natura, ma ancor più dall’azione dell’uomo.
E purtroppo la memoria di questi eventi è spesso molto corta, perché è quello che fa comodo a chi non si preoccupa dei rischi futuri. Insomma, “passato lo evento, gabbato lo geologo”. Ma chi si comporta così non vuole accettare che ad essere gabbati saranno lui e i suoi discendenti.....
 
Secondo l’Annuario dei dati ambientali 2014-2015, presentato di recente dall’ISPRA, nel 2014 si sono verificati 211 eventi di frana importanti, che hanno causato complessivamente 14 vittime e danni alla rete stradale e ferroviaria. Le Regioni più colpite sono state Liguria, Piemonte, Toscana, Veneto, Campania, Lombardia e Sicilia.
La stima della popolazione esposta a rischio alluvioni in Italia è pari a 8.600.000 abitanti nello scenario di pericolosità idraulica media
(tempo di ritorno fra 100 e 200 anni), mentre i beni culturali esposti al medesimo rischio sono circa 28.500 e circa 7.100 le strutture scolastiche.

Come scrivono Gianvito Graziano e Michele Orifici, rispettivamente Presidente e Coordinatore della Commissione Protezione Civile del Consiglio Nazionale dei Geologi, per prevenirle i rischi geologici occorre promuovere la figura del geologo e stimolare l'interesse di ogni cittadino e di ogni comunità verso i rischi geologici e di conseguenza verso i temi dell'autoprotezione.
In particolare ci sono alcune domande che secondo i geologi ogni cittadino dovrebbe porsi e porre alle Autorità:
  • Quali sono i rischi geologici a cui è esposto il mio territorio? 
  • La mia casa, la strada che percorro ogni giorno per andare al lavoro, i miei luoghi di lavoro e divertimento sono sicuri dal punto di vista dei georischi?
  • Conosco i corretti comportamenti da assumere in caso di un evento geologico che li colpisca?
  • Il mio Comune ha un piano di protezione civile? 
Il soggetto fondamentale della giornata è di portare alla ribalta la geologia e i geologi. 
Le iniziative nelle piazze d'Italia esporranno anche un'altro aspetto fondamentale e cioè “Cosa fa il geologo?
Verranno esposte carte geologiche, immagini degli eventi geologici del passato, strumenti di indagine e di studio di cui si dota il geologo e ci saranno anche dei laboratori didattici.
Il tutto per far capire che il geologo osserva e studia il pianeta Terra, dalla sua composizione ai meccanismi che la modificano e che la peculiarità del geologo è l’attitudine ad osservare il territorio leggendone le caratteristiche e le tendenze evolutive ed è quindi la figura professionale capace di comprendere i processi di evoluzione della superficie terrestre e, quindi, di prevedere fenomeni geologici quali terremoti, frane, alluvioni, eruzioni vulcaniche e prevenirne quanto più possibile i rischi.

Ne segue che la geologia è di fondamentale importanza per la corretta pianificazione del territorio, per la soluzione di problemi ambientali che riguardano il sottosuolo e le acque superficiali e sotterranee, per l’individuazione e la valutazione delle risorse naturali (petrolio, acqua, gas, minerali, etc.). Inoltre, fornisce un valido contributo nella progettazione di strade, gallerie, dighe, e nella costruzione degli edifici.

Oggi finalmente con “Italia Sicura” si registra una inversione nella tendenza, ma siamo ancora al livello di “rimediare i danni” più che a fare le cose in maniera sicura. Ma occorre una nuova consapevolezza nel cittadino italiano. 
Secondo me è necessario far capire che quelle dei geologi, nelle loro varie collocazioni (accademia, libera professione dipendenti pubblici e, perchè no, quelli che scrivono di geologia) non sono le classiche rivendicazioni corporativistiche di chi cerca di spacciare per interesse generale del Paese il proprio porco comodo, ma che una corretta gestione del territorio è proprio nell'interesse generale del Paese.

In altre parole, i geologi vogliono contare di più per mettersi a servizio del Paese, nella assoluta certezza chel'Italia rischi parecchio senza tenere di conto le Scienze della Terra e le loro istanze.
Per chi volesse informarsi meglio, in particolare su luoghi, orari e programmi, è bene consultare la pagina web che parla della iniziativa.

lunedì 31 agosto 2015

Il basso livello dei prezzi del petrolio di questo periodo: cause e conseguenze


Si fa molto parlare delle attuali basse quotazioni del petrolio. Trovo quindi interessante puntualizzare come mai siamo arrivati a questo punto e cosa ci sia sotto. Non so se e quando i prezzi torneranno a salire (cosa che appare logica a persone molto più competenti in materia del sottoscritto), ma i loro attuali livelli possono essere considerati un problema per le loro possibili conseguenze internazionali, perchè se da un lato diminuiscono la bolletta energetica dei Paesi importatori, dall'altro rendono più deboli le economie dei Paesi esportatori, posti in zone geopoliticamente non proprio stabili o alle prese con grossi problemi interni (e che in generale subiscono un forte ridimensionamento delle entrate). Inoltre rendono meno decisivi, almeno nel breve, gli sforzi per affiancare agli idrocarburi altre fonti di energia. 

Fino agli anni '70, cioè alla prima crisi petrolifera, il prezzo del petrolio era determinato principalmente dalle “sette sorelle”, le major USA del settore. Poi arrivò l'OPEC e da qui in poi le redini del comando sono state tenute dal più grande Paese produttore, l'Arabia Saudita. 
Secondo alcuni osservatori lo scenario sta cambiando: il prezzo del petrolio anzichè dall'OPEC sarà determinato più che altro dai produttori di petrolio “non convenzionale” dell'America Settentrionale, cioè Oil e Gas Shales diffusi in tutto il continente e le sabbie bituminose (Tar Sands) del Canada.

Ai fini del prezzo conta anche la qualità del greggio: i petroli sono tutti diversi fra loro e quindi non è, per esempio, che in una raffineria puoi sostituire il petrolio nigeriano con quello saudita senza modificare ciclo e tipo di produzione e da questo nascono quotazioni diverse a seconda della qualità.
Ma conta anche, naturalmente, il costo di estrazione. E qui le differenze sono abissali: a 80 dollari al barile i sauditi ci straguadagnano in maniera oscena, come altri produttori del Medio Oriente: il loro petrolio, facimente estraibile e a poca profondità, potrebbero venderlo anche a meno di 10 dollari al barile; ma chi produce da piattaforme offshore in mare profondo o sfrutta oil shales e sabbie bituminose a quel prezzo FORSE va in pari.
Vediamo in questa immagine le quotazioni degli ultimi 12 mesi del petrolio Brent del Mare del Nord e del petrolio WTI (West Texas Intermediate).


Il prezzo del petrolio Brent a sinistra e il prezzo del petrolio WTI negli ultii 12 mesi (dati da Il Sole - 24 ore)

ESTATE 2014: L'ARABIA SAUDITA INNESCA LA CRISI

Per adesso quindi il prezzo lo fa ancora l'Arabia Saudita e le quotazioni così basse sono esattamente la conseguenza di quello che vuole Riyad. Il problema è perchè la cosa le è ormai sfuggita di mano. 
Dopo che per anni è stata in qualche modo il custode di prezzi abbastanza elevati, un anno fa circa l'Arabia Saudita si era preparata a un periodo di prezzi “bassi” (Notate bene: “basso” significava 80 dollari al barile!).
Lo scopo dichiarato dell'operazione era: facciamo qualche sacrificio ora ma se teniamo questo livello di prezzo per un paio di anni ci togliamo dalle scatole tutti i concorrenti o quasi perchè scoraggeremo gli ingenti investimenti per esplorare altre zone o aumentare il numero dei pozzi nelle zone attive; inoltre i pozzi meno remunerativi verranno chiusi. Quindi da quel momento, con meno greggio in circolazione, potremo alzare i prezzi a piacimento. 

LA SITUAZIONE ATTUALE

Secondo i dati della Agenzia Americana per l'Energia la produzione mondiale di petrolio del 2014 è stata di 93 milioni di barili al giorno, mentre oggi siamo a 96, con un consumo di 93, con l'OPEC  che è tornata a livelli record, oltre il 60% della produzione, contro il 41% del 2012).

Il prezzo del petrolio continua a calare: meno di 80 $ in novembre, meno di 60 in gennaio e sotto i 50 in febbraio.
In primavera è tornato sopra quota 60 per poi scendere di nuovo sotto i 50. 
L'attuale congiuntura cinese non fa certo pensare ad un rimbalzo delle quotazioni e nell'ultima settimana di Agosto è stato toccato un minimo difficilmente superabile: Brent poco sopra i 40 dollari e WTI a meno di 39.

Come avevano previsto i Sauditi il ridimensionamento degli investimenti per nuove estrazioni è avvenuto, il Venezuela appare in una crisi da cui non si sa come uscirà e anche la Russia non se la passa bene. 

Ho qualche dubbio sulla posizione degli USA: da un lato l'operazione saudita fa loro tanto comodo perchè il prezzo basso del barile è un problema per Paesi produttori importanti come Russia, Venezuela o Iran che notoriamente non vanno molto d'accordo con Washington: dall'altro i produttori americani, già in preda a una crisi dei prezzi del gas dovuta alla grande produzione proveniente dai gas – shales, sono fra quelli a cui l'estrazione costa più cara e gli 80 $ al barile rappresentano – appunto – un limite sotto al quale le perdite sono sicure. 

Ed in effetti la crisi ha picchiato duro in quelli fra gli States che basano gran parte della loro economia sul petrolio: in Texas, North Dakota e non solo molte compagnie hanno provveduto a ridimensionarsi per non fallire, chiudendo pozzi attivi e/o cessando perforazioni e ricerche per nuovi pozzi; di conseguenza in questi Stati c'è stato un calo dell'occupazione, mentre – circostanza curiosa – negli Stati “importatori” di idrocarburi il beneficio dei prezzi più bassi ha consentito al contrario un aumento dell'occupazione come evidenziano i dati della figura qui sotto, che mostra le variazioni nell'occupazione negli USA stato per stato (si nota anche che per la maggior parte gli stati produttori sono a guida repubblicana, quelli importatori invece in generale sono guidati dai democratici).


Oggi per l'Arabia Saudita le cose non si mettono bene, perchè si sono ridotti i profitti: nel 2014 con un prezzo medio di 100 $ al barile, l'esportazione di 6.31 milioni di barili al giorno generava un ricavo quotidiano di 631 milioni di dollari, con un guadagno ipotizzabile di oltre 500 milioni di dollari al giorno. Nel primo quadrimestre del 2015 con quei livelli di produzione gli incassi sarebbero diminuiti a 340 milioni di dollari al giorno. 
Una bella differenza, non c'è che dire. Ma a questo punto per mantenere il livello di guadagni elevato, i sauditi che hanno fatto? Hanno aumentato la produzione a 9.6 milioni di barili nel quarto quadrimestre 2014 e a 10,5 in giugno, quasi il 70% di più rispetto a un anno fa (il che non ha certo contribuito a rialzare le quotazioni...). La stima della crescita del PIL locale è passata dal 3,6 del 2014 al 2,7% nel 2016 (valori comunque che noi invidiamo...) e il rapporto deficit / PIL per il 2015 diventa il 5%, con problemi con il costoso apparato dello stato.

Lo scenario a cui probabilmente nessuno a Riyad aveva pensato era che anche altri Paesi avrebbero alzato i livelli di produzione per mantenere lo stesso incasso. Non pensavano proprio che fosse una cosa possibile

SCENARI FUTURI: 
1. IL POSSIBILE AVVENTO SUL MERCATO INTERNAZIONALE DEL GAS AMERICANO

Non è previsto un aumento della richiesta di petrolio in Europa, mentre in Nord America il mercato delle importazioni può crollare al momento che i prezzi risalgono per la forte potenzialità produttiva interna (gas shales, oil shales e sabbie bituminose del Canada comprese). Quindi gli esportatori si devono rivolgere essenzialmente all'Asia ma se la Cina non va bene (come sembrerebbe) grandi possibilità di ripresa dei prezzi senza tagli nella produzione non ci sono, anche se i livelli toccati la settimana scorsa appaiono un minimo impossibile ad infrangere: è bastato un leggero miglioramento rispetto alle previsioni dell'economia USA per far guadagnare 5 dollari alle quotazioni. 
Ma c'è un pericolo in più. 

Per spiegarlo è molto interessante questo grafico, dove si vedono i prezzi di vari idrocarburi normalizzati alle loro capacità termiche, indicate in milioni di BTU (British Thermal Units): con le BTU si mettono in rapporto i prezzi dei vari idrocarburi con la loro capacità di riscaldare
Come si vede il rapporto prezzo / resa del gas negli USA all'”Henry Hub” è bassissimo: la discesa è iniziata nel 2008; in quel periodo assistemmo anche ad una forte discesa del prezzo del petrolio per varie cause. Poi, però, il Brent è tornato a salire: all'epoca l'OPEC aveva perso molte posizioni ma siccome una buona parte del greggio veniva da giacimenti costosi (con l'OPEC sotto al 50%) all'Arabia Saudita tutto sommato le cose andavano bene perché i concorrenti potevano vendere solo ad un prezzo molto più alto di quello che era il costo di estrazione in Medio Oriente, dove quindi i guadagni erano buoni. 
Invece il gas all'Henry Hub non è più riuscito a risalire a causa della sua enorme abbondanza provocata dallo sfruttamento dei gas – shales con i pozzi orizzontali (fracking). Ed è un mercato chiuso perchè in questo momento negli USA è praticamente vietata l'esportazione di idrocarburi all'estero, se non con qualche eccezione. 

Molte compagnie, specialmente di piccole dimensioni nel campo del gas, stanno facendo di tutto per non fallire nella “bolla del gas”, ampiamente prevista (da tutti tranne che dagli economisti...). Abbattere o allentare il divieto di esportazione sarebbe una valvola di sfogo per la domanda e aumenterebbe il livello dei prezzi sul mercato interno, ed è quello che stanno cercando di ottenere da Washington.

Senza fare dei calcoli precisi, nell'esportazione (che ovviamente dovrebbe essere fatta via nave) vanno conteggiati i costi per liquefare in partenza il gas, trasportarlo e rigassificarlo, ma il rapporto prezzo / BTU potrebbe ancora essere molto favorevole al gas: negli Stati importatori di idrocarburi ci potrebbe essere quindi la voglia di sostituire i combustibili con base il greggio con il gas in misura ancora maggiore di quello che è stato fatto negli ultimi 20 anni in molti impieghi (per esempio la produzione di energia) e per qualche decina di anni.

SCENARI FUTURI:
2. DIMINUIRE IL SURPLUS O CONTINUARE LA CONCORRENZA? 

Ma che succederà in Arabia Saudita, dove le spese militari (a partire da quelle per la guerra in Yemen) e di sicurezza sono in aumento a causa della instabilità di tutta l'area islamica di Africa e Vicino Oriente dal Marocco al Pakistan? 
La sua produzione non può ancora aumentare più di tanto, sia per mancanza di infrastrutture adeguate che per le ulteriori conseguenze nel prezzo. Ci si chiede solo fino a quando la situazione potrà restare quella attuale. 

È possibile che duri ancora poco se a Riyad decidano che è l'ora di finirla diminuendo la produzione e tornando  a 7 milioni di barili al giorno.
Ma se oggi i 10 milioni e mezzo di barili dell'Arabia Saudita, uniti ai 6 complessivi dei suoi alleati UAE, Kuwait e Qatar sono più o meno equivalenti a quelli dei suoi nemici (Russia, Iran e Iraq (senza considerare Venezuela e Nigeria), il rischio è che in caso di diminuzione della quota saudita gli altri pompino ancora di più, lasciando sul mercato il surplus attuale e, teoricamente, assicurandosi una distruzione reciproca delle loro economie a causa dei pochi incassi.
Se poi il gas americano irromperà nel settore le conseguenze potrebbero essere devastanti, almeno per una decina di anni.

Mi chiedo quanto sia plausibile uno scenario del genere e non mi lancio in previsioni.

I RISCHI A LUNGO TERMINE DEI PREZZI BASSI

Da ultimo faccio notare un problema fondamentale non per l'economia, che notoriamente ha un corto respiro, ma per l'ambiente: se il petrolio costa poco (e il gas ancora meno) se ne consuma di più e si rendono sempre più antieconomiche le ricerche e le rese delle energie alternative (o, meglio, allo stato attuale delle energie complementari, dato che un mondo oil – free in questo momento è impossibile). 

E  se da un lato più petrolio e metano si brucia più presto finirà, dall'altro il ritmo delle emissioni di gas – serra rimarrà alto. In più la crescente disponibilità di gas farà "dimenticare" che prima o poi il tutto finirà (o, almeno, finirà la sagra del prezzo basso)

È vero che dopo la rivoluzione industriale il petrolio ha assicurato al XX secolo energia a basso prezzo (ma con gravi conseguenze per il futuro) e questo regime di prezzi non fa che rimandare la soluzione dei problemi dettati dall'inquinamento e del riscaldamento globale (anche perché meno costano gli idrocarburi meno efficaci sono le politiche di risparmio energetico).

giovedì 27 agosto 2015

Il difficile rapporto con i vulcani napoletani di media e social network e il comunicato dell'Osservatorio Vesuviano


Vorrei entrare nella querelle vesuviana di questo giorni nella quale, tra stupidaggini e travisamenti vari, la gente si è davvero preoccupata per la diffusione di "non notizie" o "notizie completamente sballate" che confondono fra loro filoni diversi, in special modo la previsione a breve e i possibili scenari eruttivi. Credo di aver capito cosa sia successo: qualcuno ha preso un articolo di qualche anno fa e ha preso fischi per fiaschi. La notizia si è diffusa e comprensibilmente molte persone che hanno letto di una eruzione imminente hanno subissato l'Osservatorio Vesuviano di telefonate e E-mail. A causa di tutto questo all'Osservatorio si sono rotti le scatole e hanno emesso un comunicato piuttosto condivisibile che riporto con qualche commento in più. 

Inizio ricordando la geologia dell'area napoletana che è piuttosto complessa ma sostanzialmente comprende:
- un basamento metamorfico paleozoico che formava nel mesozoico e parte del terziario il substrato del margine continentale adriatico
- i sedimenti carbonatici (calcari e dolomie) della Piattaforma Campana mesozoici e cenozoici
- i sedimenti recenti marini, palustri etc etc e i prodotti dell'attività vulcanica

Dopo il can - can mediatico su un presunto risveglio del Vesuvio un comunicato a firma del “Direttore dell'Osservatorio Vesuviano” ha cercato di mettere in chiaro la situazione. Pubblico in versione integrale con alcuni commenti e considerazioni le "Precisazioni del Direttore dell'Osservatorio Vesuviano in merito alle notizie diffuse da alcuni media sullo stato del Vesuvio", con alcuni miei commenti.

Ieri ed oggi numerosi cittadini hanno telefonato alla nostra Sala Monitoraggio, diversi di loro evidentemente turbati da quanto appreso, per segnalare notizie allarmanti sui nostri vulcani
provenienti da alcune testate giornalistiche e TV. Per questo ritengo doveroso fare le precisazioni seguenti. A tutti ribadisco che l’Osservatorio Vesuviano, sezione di Napoli dell’INGV, è l’unico Ente che rileva e studia sistematicamente e con continuità i dati di monitoraggio delle aree vulcaniche campane: Vesuvio, Campi Flegrei ed Ischia, ed emette periodicamente Bollettini che contengono tutte le informazioni rilevanti, nonché le eventuali variazioni di attività, su questi vulcani. I nostri Bollettini sono disponibili a tutti, perché pubblicati nelle sezioni specifiche di questo sito web.

Sottolineo l'importanza del lavoro dell'Osservatorio Vesuviano, che non nasconde nessun dato, né potrebbe farlo perché si tratta di una delle zone più monitorate al mondo.
Dispiace soprattutto quando viene accusato ingiustamente. Mi ricordo quando ci fu la storia del gas emesso dalle acque del golfo a causa del guasto ad un depuratore, con gente che aveva deciso che si trattava di attività vulcanica pericolosissima mentre "davanti al rischio di eruzione che fanno all'Osservatorio? Se ne stanno zitti!". O quando venne fuori che “ci sono delle zone calde sul Vesuvio e l'OV non dice niente” (e le fumarole sennò che fanno? Raffreddano la roccia circostante?)

L'unica cosa sicura è che in questo agosto fra siti internet, social network e giornali ci si sono messi in diversi a creare confusione, specialmente perché vengono mischiati insieme diversi filoni e cioè:
1. il monitoraggio del rischio di eruzione a breve termine da parte di Vesuvio o Campi Flegrei
2. la descrizione di possibili scenari eruttivi
3. i piani di emergenza
4. le operazioni di perforazione a scopo scientifico ai Campi Flegrei 
5. le perforazioni a scopo geotermico

Questo succede alle volte involontariamente, per pura ignoranza scientifica. Purtroppo in altri casi ciò viene fatto in modo più volontario (e totalmente irresponsabile) da media o curatori di pagine di social network pronti a fare confusione per quattro click o per farsi notare.
Il comunicato prosegue così:

Pertanto, ogni informazione sullo stato dei vulcani campani che non provenga da canali ufficiali dell’INGV potrebbe riportare l’opinione personale di qualche singolo ricercatore, italiano o straniero, oppure di qualche giornalista, politico o semplice cittadino, ma non riflette in alcun modo la visione ufficiale dell’INGV che, come si è detto, è l’unico Ente che rileva e studia in maniera continua, sistematica ed in tempo reale, lo stato dei vulcani.
I cittadini quindi, e gli stessi giornalisti, se desiderano avere notizie certificate ed aggiornate sullo stato dei vulcani campani, possono consultare il presente sito web o rivolgersi ai Colleghi di turno presenti in Sala Monitoraggio 24/24 h oppure (per questioni particolarmente importanti e/o per concordare interviste) alla Segreteria di Direzione nelle ore lavorative (i rispettivi numeri telefonici sono riportati nella sezione ‘contatti’ di questo sito). Il nostro Istituto è sempre disponibile ad informare correttamente ed a rispondere a qualunque domanda dei cittadini e dei media,relativamente allo stato dei nostri vulcani.

Qui invece si fa soprattutto notare a chi ha scritto e strascritto in questi giorni un concetto fondamentale: l'Osservatorio Vesuviano ci dice cosa sta succedendo in questo momento e ipotizza scenari PRATICI per l'immediato futuro, cioè è pronto ad allertare chi di dovere nel caso i monitoraggi presentino anomalie significative.
Ed è anche vero che non solo nessuno meglio dell'OV è in grado di assolvere a questo compito, ma anche che chiunque pensi di sostituirsi all'OV scrivendo di eruzioni in arrivo si sbaglia e di grosso. Ottima al proposito l'idea del corso di formazione continua per giornalisti: "Il rischio vulcanico in Campania...". Mi chiedo quanti di quelli che hanno scritto in questi giorni lo abbiano frequentato. 
Non so se ci siano programmi simili per la cittadinanza, secondo me utili.
Annoto che ci sono tanti articoli di ricerca che prendono in considerazione scenari possibili di cui probabilmente chi lavora all'osservatorio tiene conto. Ma è un'altra cosa dal monitoraggio!

Nello specifico, a commento delle notizie diffuse ieri ed oggi da alcuni media e che hanno evidentemente causato ansia e preoccupazione in una parte di popolazione, si rileva quanto segue:
1) Non esiste alcun lavoro pubblicato dalla rivista ‘Nature’ a firma congiunta dei Ricercatori citati dai media in questione;
2) Il Vesuvio è un vulcano attivo, come i Campi Flegrei ed Ischia, quindi non c’è bisogno di alcuna nuova ‘scoperta’ per sapere che prima o poi potrà eruttare; possibile eruzione che però non è sicuramente imminente, visto che non c’è alcun segnale che distingua l’attuale attività da quella degli ultimi 71 anni, ossia quiescenza;
3) Il fatto che esista una sorgente, laminare, di magma tra 8 e 10 km di profondità che alimenta tutta l’area vulcanica campana non è stato scoperto dai Ricercatori citati bensì da chi effettuò, tra il 1994 ed il 2001, gli esperimenti di tomografia sismica al Vesuvio ed ai Campi Flegrei (tra cui il sottoscritto); è un fatto talmente noto che anche il numero di Settembre di Focus, nel suo articolo sui nostri vulcani, lo rende graficamente nella figura principale; e non ha alcuna implicazione allarmistica: semplicemente, nei primi anni del 2000, riuscimmo a definire, come forma e come profondità, la sorgente magmatica di alimentazione primaria dei vulcani campani;
4) I 20 o 30 cm di sollevamento di cui si riferisce non sono relativi al Vesuvio bensì all’area dei Campi Flegrei, e sono stati accumulati in più di 10 anni. Il Direttore

Non so chi sia stato il primo giornale (o sito) a partire con la questione, ma in sostanza il titolo è: Napoli, allarme dei geologi: «Vesuvio pronto a nuova eruzione». 

A lanciare l'allarme sarebbero stati due vulcanologi italiani, Giuseppe Mastrolorenzo e Lucia Pappalardo che, in uno studio pubblicato su “Nature”, avrebbero parlato di una sacca magmatica a una profondità di 10 chilometri tra il Vesuvio e i Campi Flegrei, che potrebbe risalire in superficie dando luogo a una eruzione. 

Siamo davanti ad una perla della serie “sai che novità”!. Sotto Napoli c'è una camera magmatica calda (e – di conseguenza – la presenza di liquidi magmatici)? Ma va??? chi l'avrebbe mai detto... (anche se è giusto ogni tanto ricordarlo, non si sa mai...) E sono diversi i siti dove si parla di questo come una novità clamorosa... "scoperto un lago di magma sotto Napoli!" è il titolo "medio" che si trova in rete.
Altrettanto da “sagra dell'ovvio” il concetto che il Vesuvio prima o poi possa ricominciare ad eruttare. Secondo alcune ricerche ci vorrà parecchio tempo, ma fare previsioni sui vulcani è molto difficile, specialmente per quanto riguarda il futuro.

Vediamo allora cosa hanno detto i due ricercatori incriminati. Innanzitutto penso che gli articoli si riferiscano ad un lavoro del 2012 degli studiosi citati (che avevo già letto), in cui veniva confermato anche su base geochimica quanto già si sapeva dall'analisi tomografica, e cioè la presenza di una unica camera magmatica comune per entrambi i vulcani, a una profondità compresa fra 6 e 10 km (1). Nella bibliografia a corredo dell'articolo sono inseriti i lavori precedenti a cui si riferisce il direttore dell'OV nel punto 3 del comunicato e cioè che si tratterebbe di una camera magmatica, più larga che alta grossomodo situata nell'interfaccia fra le rocce metamorfiche ed i calcari (cosa geologicamente molto verosimile). Quindi gli autori non si attribuiscono minimamente la paternità dell'idea come afferma il comunicato.
Quanto all'attribuzione a Nature c'è un grosso equivoco in cui il giornale e il direttore dell'OV sono caduti: non è su questa rivista ma su Scientific Report, rivista satellite della prima che però si trova sul sito di Nature, come si vede dal link che porta all'articolo.

La novità che venne proposta nel 2012 e di cui manco si parla è un'altra: è possibile che in questa camera ci sia una forte differenziazione dei componenti, per cui la sua parte superiore contiene molto materiale leggero e pieno di gas. Di conseguenza non si può escludere che i sintomi di una eruzione compaiano a distanza molto ravvicinata, diciamo un paio di giorni e non di più.
In pratica, se la mia versione è corretta, il primo a scrivere (successivamente ampiamente copiato) ha capito che ci può essere una eruzione imminente perchè ora ci sarebbe del magma liquido che prima non c'era e ha confuso il termne "improvviso" con il termine "imminente".
Il Mastrolorenzo e la Pappalardo citano come modello l'eruzione di un vulcano molto cazzuto e cioè il Rabaul in Papua Nuova Guinea, dove segnali di una possibile eruzione esistevano da diversi anni (l'area si stava sollevando dal 1973!) e per questo era intensamente sorvegliato (2): il 18 Settembre 1994 il Rabaul produsse un evento piuttosto significativo dopo 51 anni di quiete, le cui prime avvisaglie si sono avute meno di un giorno prima (Qui trovate una descrizione sommaria di quello che è successo).
In quel caso le autorità riuscirono ad evacuare lo stesso la popolazione secondo un piano prestabilito, ma si trattava di 30.000 persone non di diversi milioni.
Annoto che questo è il solo evento da me conosciuto che abbia avuto sicuramente una evoluzione così rapida (forse il parossismo del Sinabung nel 2014 ha avuto caratteristiche simili, ma anche in questo caso c'era quantomeno un livello di attenzione).

Quindi nell'articolo su Scientific Report gli Autori non si sono minimamente sognati di dire che il Vesuvio o i Campi Flegrei presentino ora come ora il rischio di una eruzione imminente come sembra dagli articoli sulla stampa, ma semplicemente che ci possano essere dei tempi di preavviso di una eruzione molto più brevi di quanto comunemente ipotizzato.



E, come al solito, si confonde la previsione degli scenari possibili con le previsioni a breve termine basate sui monitoraggi.

Quanto ai piani di emergenza: per smentire dicerie varie basterebbe appenderli negli edifici pubblici, nelle scuole, nelle sedi di associazioni quali circoli, parrocchie, partiti etc etc.

(1) Pappalardo e Mastrolorenzo 2012: Rapid differentiation in a sill-like magma reservoir: a case study from the Campi Flegrei caldera Scientific Reports 2 Article number:712 (2012) 10.1038/srep00712
(2) Davies 1995: the 1994 eruption of Rabaul volcano - a case study in Disaster Management. UNDP Office, Port Moresby
(3) Macedonio et al. (2014) Sill intrusion as a source mechanism of unrest at volcanic calderas, J. Geophys. Res. Solid Earth, 119, doi:10.1002/2013JB010868.


giovedì 20 agosto 2015

La geologia dell'Europa settentrionale ed orientale: 1. l'antica storia del Cratone Est Europeo


Il Cratone dell'Europa Orientale (EEC – Est European Craton) comprende l'area fra la Scandinavia e il Mar Nero che una volta si chiamavano Scudo Baltico e Scudo Sarmatico. Oggi tettonicamente stabile, ha una lontana storia molto complessa ed agitata in cui una serie di blocchi, alcuni di età archeana, vecchi di oltre 2,5 miliardi di anni e unità paleoproterozoiche, quindi più recenti, si sono prima uniti e poi divisi. Dopo una sua prima amalgamazione 2.5 miliardi di anni fa, il continente così formato è stato interessato da fenomeni distensivi che hanno cercato di smembrarlo quando è passato sopra ad una zona di risalita di magmi dal mantello terrestre. La sua amalgamazione finale è avvenuta nel tardo Paleoproterozoico, 1.9 miliardi di anni fa.  
La definizione delle strutture dell'EEC è stata uno dei principali obbiettivi di studio dei geologi e dei geofisici russi, e ha portato ad una nuova e più chiara visione della definizione e della storia dei blocchi che lo compongono, con il riconoscimento dell'enorme orogene collisionale intracontinentale di Lapponia, Russia centrale e Baltia meridionale. I risultati di questi lavori sono stati riportati in un interessantissimo volume delle Special Publications della Geological Society of America, il n.510, curato da Michael V. Mints, della Accademia delle Scienze Russa.

il Cratone dell'Europa Orientale secondo Bogdanova 1993                        
Il cratone stabile dell'Europa dell'Est (EEC) riecheggia la presenza di Baltica, uno dei vari continenti derivati dalla fratturazione del supercontinente Rodinia; Baltica è rimasta da sola per qualche centinaio di migliaia di anni ma poi le si sono attaccate altre masse continentali durante l'amalgamazione della Laurasia: Avalonia lungo la Zona di sutura Trans – Europea (o Margine di Tornquist), lunga più di  2000 km dal Mare del Nord al mar Nero, Laurentia tra Scozia e Norvegia lungo la fascia delle Caledonidi e gli Urali ad E. che marcano lo scontro con Siberia. Nella parte più a NE, tra Urali e Oceano Artico, circa 500 milioni di anni fa Baltica divenne per un po' di tempo un margine attivo in cui si è consumato parte di un oceano e si è formata la fascia delle Timanidi (≈ 500 Ma), oggi tagliata bruscamente proprio dagli Urali. Tutte queste vicissitudini ne hanno modificato i bordi, mentre l'interno è rimasto come quasi 2 miliardi di anni fa.

3 puntualizzazioni per incominciare:
1. Baltica corrisponde alla totalità dell'EEC, ed è un qualcosa di molto più recente rispetto agli avvenimenti che racconto qui. Baltia invece si riferisce alla parte NW dell'EEC
1. I tempi sono spesso indicati in Ga (giga-anni fa). Dire 1 Ga vuol dire “un miliardo di anni fa” 
2. quasi tutti i blocchi principali di età archeana e paleoproterozoica sono chiamati microcontinenti: questa definizione è molto buona per le masse granitiche composte da crosta di tipo tonalitico – trondhjemitico - granodioritico (TTG), probabilmente derivate dalla fusione parziale di rocce più basiche in condizioni di flusso di calore molto alto o dal rimaneggiamento di graniti preesistenti, ma viene applicata lo stesso ad altre parti dell'EEC che probabilmente erano archi magmatici sul tipo di Filippine, Marianne o Giappone.

I MAGGIORI BLOCCHI CHE FORMANO IL CRATONE DELL'EUROPA DELL'EST

Il Cratone dell'Europa dell'Est è formato da 3 blocchi principali nei quali troviamo alcune delle rocce più antiche ora presenti sulla superficie terrestre: Sarmatia, Volgo – Uralia e Baltia, come si vede dalla carta ripresa da (1)

SARMATIA è composta da alcuni blocchi archeani. La sua geologia è ancora poco conosciuta, ma alcune caratteristiche sono ben chiare: la figura qui accanto mostra la storia della sua parte orientale, ripresa da (2), dove la greenstone belt di Vorontsovka è frapposta fra due microcontinenti, il Kursk a N e il Kophior a S (le greenstone belt sono fasce archaeane o proterozoiche di rocce mafiche e ultramafiche, che come le attuali ofioliti si sono formate in oceani, archi insulari o bacini di retroarco). Kursk e Kophior formavano un singolo continente, in cui un plume di caldo materiale del mantello ha provocato un regime di estensione 2.15 by Ga, producendo delle depressioni tettoniche che si sono riempite di lave alcaline e sedimenti, con anche una sporadica produzione di crosta di tipo oceanico e di eruzioni simili ai Trappi del Deccan. Pochi milioni di anni dopo un nuovo regime compressivo ha schiacciato di nuovo Kursk e Kophior l'uno contro l'altro lungo l'orogene collisionale intracontinentale di Bryansk – Kursk – Voronezh. Nella parte settentrionale di Sarmatia le fasce vulcanico – plutoniche di Osnitsa – Mikashevichi (lunga 800 km) e di Serpukhov testimoniano la presenza di un margine continentale attivo di tipo andino tra 2.1 e 0.9 Ga. 

VOLGO – URALIA ha una crosta spessa 60 km ed è tipica per gli “Ovoidi”, strutture tettoniche a ovali larghe tra 300 e 600, che arrivano fino all'interfaccia crosta – mantello e che visti in verticale assomigliano a dei vasi. Li vediamo in questa figura tratta da (3). Sono delimitati da faglie inverse lungo le quali sono stati sovrascorsi da quanto stava all'esterno. 
Al centro degli ovoidi troviamo aree ribassate riempite da rocce mafiche e sedimenti successivamente metamorfosate in modo molto spinto. 
Attualmente la spiegazione più convincente sulla loro origine è che siano resti di sistemi di rift in cui si sono messe in posto delle Grandi Province Magmatiche, successivamente sottoposte a fenomeni di compressione e raccorciamento piuttosto particolari. 
È possibile che i raccorciamenti siano avvenuti in presenza di alto flusso di calore da cui il metamorfismo spinto

La collisione archeana
di Kola e Carelia da (4)
BALTIA è il risultato di un lungo processo di amalgamazione. Nella sua parte orientale il continente di  Kola – Karelia è a sua volta l'unione di due masse continentali, Kola e Carelia, in mezzo alle quali troviamo almeno 8 diversi terranes di varia origine (fondo marino creato da una dorsale a bassa velocità di espansione, rocce plutoniche, vulcaniche e sedimentarie di archi collisionali, bacini di retroarco). Il risultato dello scontro è stato, ancora nell'archeano, l'orogene accrezionale – collisionale delle Belomoridi, messo in posto sul margine del continente di Kola, mentre quello della Carelia era un margine passivo. Tutto questo dimostra che anche 2,8 miliardi di anni fa c'era una tettonica a zolle simile a quella attuale.
In America settentrionale ci sono delle aree correlabili con Kola – Carelia a W della fascia orogenica trans – Hudsoniana.

Le altre parti di Baltia sono più giovani: a est del fronte delle Caledonidi nella maggior parte della Scandinavia si estende per oltre 1 milione di kmq il composito orogene delle Svecofennidi, che si è formato quando una massa continentale ancora sconosciuta si è scontrata circa 2 Ga contro Kola – Carelia, il cui margine meridionale fece da margine attivo.
Nella parte meridionale della penisola Scandinava le Svecofennidi sono diventate il margine attivo dello scontro fra Baltia e Amazonia, formando circa 1 miliardo di anni fa l'orogene Sveco – norvegese, che fa parte della fascia orogenica di Grenville, oggi dispersa in mezzo mondo (fino ad Australia ed Antartide) ed una delle principali strutture conseguenti alla formazione del supercontinente di Rodinia.

LAUROSCANDIA E IL GRANDE OROGENE DI LAPPONIA – RUSSIA CENTALE E SUD BALTIA

Lauroscandia nel supercontinente Nuna
2 miliardi di anni fa, da (5)
Baltia e Volgo – Uralia si sono unite prima del limite Archeano – Paleoproterozoico, circa a 2.5 Ga, ben prima della formazione delle Svecofennidi. A quei tempi erano unite nella Lauroscandia a buona parte delle aree oggi facenti parte dell'America Settentrionale. È ancora incerto se anche Sarmazia fosse unita a loro. Circa 2 miliardi di anni fa Lauroscandia era una delle componenti del supercontinente noto come Nuna o Columbia. 

Le catene a pieghe Archeano – Proterozoiche di Europa Orientale e Nord America formano un puzzle ampiamente dibattuto e per la cui soluzione sono state avanzate nel tempo parecchie idee ed interpretazioni diverse. Solo nel 2004 è arrivata la soluzione oggi considerata definitiva. La struttura più prominente è l'arcuato orogene di Lapponia - Russia Centrale e Baltia Meridionale, lungo 3000 km e largo tra 400 e 1000 km, che va dalla Lapponia alla Bielorussia, la cui esistenza è stata avanzata solo dagli anni '70. 

Lauroscandia è stato un continente dalla vita lunga ma non tranquilla: poco dopo la sua formazione, la deriva l'ha portata sopra un plume del mantello: si sono formati dei rift che l'hanno fratturata, più o meno lungo le strutture dei precedenti eventi accrezionali; alcuni di questi rift hanno persino formato piccoli bacini oceanici sul tipo del Mar Rosso. 
La figura, presa da (6) mostra come nel settore Lappone il nuovo regime estensionale / transcorrente si sia sovraimposto sulla vecchia fascia delle Belomoridi (i terreni vecchi sono in marrone, quelli derivati dall'apertura in verde e giallo). 
Anche in questo caso si evidenzia la presenza di alcuni eventi di Large Igneous Provinces, delle quali una viene messa in relazione con l'evento di Shunga, nel quale troviamo il più antico accumulo di sedimenti ricchi in materia organica, la “shungite”, nota purtroppo più per le superstizioni che la accompagnano che per il suo particolare significato. Anche in Groenlandia troviamo situazioni analoghe.
Questo stadio estensionale è durato fino a circa 2 Ga, dopodichè si è innescato un ambiente compressivo, i cui primi effetti sono la definitiva collisione fra Sarmatia e Volgo – Uralia, lungo la fascia orogenica del Voronezh settentrionale.
In attesa dello scontro con Baltia su Sarmatia iniziò l'attività dei margini di tipo alpino di  Osnitsa – Mikashevichi e Serpukhov. 
Alla fine la compressione ha definitivamente chiuso i vecchi sistemi di rift della Lauroscandia e si è formato l'orogene di Lapponia -  Russia Centrale e Baltia Meridionale, la cui costruzione si è conclusa a 1,7 Ga. Questa struttura continua nell'attuale America Settentrionale, tra il bordo settentrionale e occidentale della baia di Hudson fino al Wyoming, dove è conosciuto come l'orogene Trans – Hudsoniano. 

La parte europea e quella americana sono però molto differenti: in Europa c'è stata la chiusura di piccoli bacini, non sempre oceanici, mentre in Nord America si vede un vero ciclo di Wilson con la formazione e la chiusura di un grande bacino oceanico

Dopo questo importante evento orogenico le aree appartenenti al Cratone Est Europeo sono diventate stabili, anche se hanno subito fra Neoproterozoico e Paleozoico diversi eventi di rift che non hanno provocato maggiori eventi tettonici, e le vicende che hanno coinvolto i suoi margini durante l'amalgamazione della Laurasia e di cui ho brevemente parlato all'inizio del post.


(1) Bogdanova, S.V., 1993, Segments of the East European craton, in Gee, D.G., and Beckholmen, M., eds., EUROPROBE in Jablonna 1991, Warszawa, Poland: Institute of Geophysics, Polish Academy of Sciences and European Science Foundation, Polish Academy of Sciences, p. 33–38
(2) Mints et al., 2015 Middle Paleoproterozoic Bryansk - Kursk - Voronezh intracontinental collisional orogen. GSA Sp.Pub. 510, 155-169
(3) Mints et al. 2015 Neoarchean Volgo-Uralia continent GSA Sp.Pub. 510, 131-153
(4)  Mints et al. 2015 Mesoarchean Kola-Karelia continent GSA Sp.Pub. 510, 15-74
(5) Mints 2015 Evolution and major features of the Early Precambrian crust of the East European craton GSA Sp.Pub. 510, 333-354
(6) Daly et al. 2006 The Lapland - Kola orogen: Palaeoproterozoic collision and accretion of the northern Fennoscandian lithosphere. Geological Society, London, Memoirs 32,579-598



martedì 4 agosto 2015

Il downburst del temporale di Firenze del 1 agosto


Anche se mi occupo parecchio di paleoclimatologia non sono un meteorologo e quindi è possibile che la mia spiegazione sull'evento di Firenze della sera del primo agosto faccia un po'.... d'acqua. Però mi sono un po' stufato delle iperboli tipo “uragano” a proposito di questo evento. Ero appena arrivato al mare sulla costa a sud di Livorno quando è passato di lì il temporale che avrebbe fatto così tanti danni a Firenze. La sera ho avuto notizie da gente a bordo di un treno fermo tra Campo di Marte e Rovezzano per un guasto alla linea aerea (fanno parte del gruppo Facebook dei pendolari valdarnesi). Pensavo che i cavi fossero stati tranciati dalla locomotiva di quel convoglio (talvolta succede, una volta anche ad un treno sul quale c'ero io) ma mi parve subito strano che fossero interrotti tutti e 4 i binari. Che fosse caduto un albero sulla linea? Mah, suonava un po' strano... in quel tratto ci sono barriere antirumore piuttosto alte... poi è venuta fuori la notizia da parte di RFI: in pratica parti di un tetto erano finite sulla ferrovia. Ci rendemmo conto che doveva essere successo qualcosa di grosso e grazie agli smartefonne (come si dovrebbero chiamare a Firenze) ci siamo resi conto del macello. Voglio quindi fare alcune puntualizzazioni in materia, soprattutto perché in pochi hanno correttamente parlato di quello che è successo e cioè un fenomeno poco conosciuto, il downburst.

Il 1 agosto una massa di aria calda proveniente da SW si è arricchita di umidità sopra il Mar Tirreno, formando una cella temporalesca che ha percorso, seminando tuoni fulmini e pioggia, tutto il territorio tra la costa a sud di Livorno e la Romagna. Sono stato testimone del suo passaggio sulla costa e l'ho seguita grazie alla carta delle fulminazioni nel sito del LAMMA. 

La perturbazione si è accanita soprattutto sui quartieri orientali di Firenze, probabilmente perchè a quel punto si è trovato davanti il primo ostacolo veramente alto, la dorsale del Monte Giovi e quella del Chianti: il rallentamento che ne è derivato ha aumentato la quantità di pioggia che è caduta su quella parte di Firenze ed è il motivo fondamentale per il quale solo in quella zona si sono avuti gli allagamenti: l'intensità particolare di certi eventi come quelli recenti di Liguria e Lunigiana e quello della Versilia del 1996 è dovuta proprio al temporaneo arresto della cella temporalesca in prossimità di un rilievo. Durante questa sosta ci sono stati anche forti problemi per il vento. Ma non si è trattato di una “tromba d'aria” un “uragano” o cose del genere, come in molti hanno scritto, bensì di un fenomeno diverso chiamato “downburst. Anche io avevo pensato lì per lì ad una tromba d'aria ma un amico, Michele Cavallucci di Blue Planet Earth, mi ha avvisato che probabilmente per lui si trattava di un downburst e, dopo averne discusso con altre persone, abbiamo convenuto che avesse ragione. Questa foto fornitami dalla mia amica Elisa mostra, come testimoniano l'autrice e altre persone, una lingua bianca che scendeva nella valle proprio lungo il versante verso Firenze del Monte Giovi.

Diciamo che è difficile su due piedi distinguere i due fenomeni perché in entrambi i casi hai forti distruzioni in un'area ristretta e perchè anche le trombe d'aria sono frequenti durante i temporali (ricordo benissimo quella del 28 agosto 1976 tra Forte dei Marmi e Marina di Massa: si scatenò durante un temporale pazzesco e mio nonno, profeticamente, disse “però... è come quando in India venivano le trombe d'aria!). 

La definizione di downburst è molto recente (1985) e per questo non esiste un nome in lingua italiana, solitamente molto ricca di termini per descrivere eventi calamitosi di origine naturale, come ho dimostrato a proposito di frane ed alluvioni

La presenza di questi fenomeni era già stata teorizzata ma divenne un'ipotesi molto realistica durante lo studio di alcuni incidenti aerei avvenuti negli Stati Uniti in decollo o in atterraggio: questi disastri mostravano più o meno la stessa dinamica, una forte ed improvvisa perdita di quota durante temporali particolarmente intensi apparentemente inspiegabile. 

Un downburst è quindi una forte corrente discendente che causa un deflusso improvviso in tutte le direzioni a partire dal punto in cui la corrente è scesa, con venti dalla intensità tipica di quelli associati alle trombe d'aria. 

Succede più o meno quello che si vede se svuotiamo improvvisamente un secchio verticalmente: l'acqua schizzerà via sul pavimento in tutte le direzioni dal punto sul quale è caduta: solo che l'acqua rallenta tantissimo quando si muove lungo il pavimento, mentre il vento orizzontale originato dal deflusso di un downburst no. 

In un temporale assistiamo ad una massiccia circolazione verticale dell'aria: durante il passaggio di una cella temporalesca l'aria calda e umida risale grazie alle corrente ascensionali fino alla cima della nube temporalesca, dove si ghiaccia e diventa molto più pesante e fredda rispetto all'aria che la circonda. A questo effetto si deve la grandine e l'estate fiorentina è nota per il caldo e per l'umidità, fattori che contribuiscono ad alimentare questi fenomeni.
Il problema è che alle volte questa sacca di aria molto fredda è molto più pesante di quella che le si viene a trovare sotto, per cui letteralmente precipita giù e quando arriva al suolo la corrente scatena le forti raffiche di vento che, appunto, divergono dal punto dove è caduta. 
Gli effetti sono molto localizzati (come dimostra l'evento del 1 agosto) e per questo non sempre la rete di rilevamento della forza del vento è sufficientemente densa da permettere di osservarli. Piccoli downburst sono comuni durante i temporali, provocando le raffiche di vento che spesso vo sono associate, ma per fortuna non raggiungono quasi mai livelli di forza terribili come in questo caso. 

Purtroppo questi fenomeni saranno sempre più comuni a causa del riscaldamento globale: infatti tutte le proiezioni danno per l'Italia un aumento della frequenza di questi fenomeni estremi, a causa di una combinazione fra un aumento della temperatura delle acque del Mediterraneo, che provoca una sempre maggiore evaporazione quando nuclei di bassa pressione atmosferica vi passano sopra e temperature più elevate di prima del suolo sulla terraferma.

So benissimo che il riscaldamento globale ha una base naturale (basta vedere l'alternanza di periodi più caldi e più freddi degli ultimi 5000 anni), ma anche che oggi la componente antropica provocata dal rilascio dei gas – serra è superiore a quella naturale: nelle ultime fasi particolarmente calde, il periodo caldo romano e il periodo caldo medievale, le temperature sono arrivate al livello delle nostre ma non hanno presentato un aumento del CO2 atmosferico pari al nostro e infatti le proiezioni parlano di temperature ben superiori a quelle massime registrate in quei periodi.

E ora veniamo ad una parte che ancora più triste, il complottismo: per Rosario Marcianò siamo alle solite: anche la tempesta fiorentina è colpa delle irrorazioni di “materiali igroscopici”  che “una volta affievolite danno la stura ad energie micidiali, rimaste a lungo compresse” e che questo episodio “non sarà certo l'ultimo, se non fermeremo la guerra del clima” effettuate con le scie degli aerei…. 
Di compresso – e parecchio – ci sono solo il cervello dei gonzi che lo seguono (ormai mi pare piuttosto pochi, per fortuna) e la rabbia di coloro che stanno lavorando per sistemare le cose e di chi ha perso casa, attivitò, automobile o motorino... 

Per l'ineffabile complottista quella dei cambiamenti climatici è una bufala per mascherare la realtà di un gruppo impegnato in una (malriuscita e costosissima) guerra segreta per cambiare il clima
Ancora una volta dunque abbiamo uno sciacallaggio ad opera di questo soggetto dopo un evento meteorologico... Dai Rosario, ti do persino una bella idea: io, che per te sono un noto disinformatore (pagato non si sa bene da chi...), sono partito per il mare poche ore prima: non è che sapessi che l'interruzione delle irrorazioni avrebbe portato ad un disastro simile?  

Ma si può fare di peggio: un altro, sul quale non riesco neanche ad esprimere un giudizio, dichiara che questo evento sia stato provocato apposta dallo Stato come... la strage di Bologna.

Queste cose le segnalo per far capire il livello a cui riescono ad arrivare i complottardi... 
Libertà di opinione e suffragio universale sono una gran bella cosa ma alle volte ti lasciano perplesso....

mercoledì 29 luglio 2015

Le emissioni gassose dell'eruzione del Bardarbunga


L'eruzione del Bardarbunga, iniziata alla fine di agosto del 2014 e conclusasi nel febbraio successivo, ha appassionato i vulcanologi all'inizio per gli eventi che l'hanno preparata, poi per le sue dimensioni, nonostante le quali per fortuna ha avuto poca incidenza sulle attività antropiche e sulla salute per tutta una serie di motivi. Ora è tempo di bilanci, soprattutto sulla qualità e sulla quantità delle emissioni gassose. C'è stato un attento monitoraggio dell'SO2, il cui tenore in atmosfera in alcuni momenti è stato piuttosto elevato. Inoltre si evidenziano differenze significative nelle percentuali di emissione dei volatili fra questa eruzione e quella del Laki del 1783: segnatamente il livello di CO2 è stato nettamente inferiore a quello che ci si poteva aspettare.

UNA GRANDE ERUZIONE

Le fontane di lava del Bardarbunga, alte fino a 50 metri 
L'eruzione in Islanda del Bardarbunga è durata circa 6 mesi tra il 31 agosto 2014 e il 27 febbraio 2015. Nell'agosto scorso ho scritto diversi post sulla situazione proprio perchè era possibile che avvenisse qualcosa di davvero importante. Qui ho presentato il vulcano: dopo mesi di forte sismicità sotto l'edificio principale del vulcano, che è sepolto sotto il Vatnajokull, il più grande ghiacciaio europeo, l'apparato centrale ha emesso solo una piccola frazione di magma il 23 agosto. Successivamente la sismicità ha evidenziato che la lava si stava incuneando lungo una frattura preesistente appartenente ad un sistema di fratture, il Trollagigar, che in qualche modo collega il Bardarbunga ad un altro vulcano, l'Askja. A 35 km di distanza dal Bardarbunga il magma non ha potuto più espandersi lungo quella frattura lineare, probabilmente perchè aveva incontrato il sistema radiale dell'Askja, ed è emerso in superficie il 31 agosto nella zona di Holuhraun, a nord del Vatnajokull dopo che una prima emissione di lava,sempre lì, 2 giorni prima.
Durante l'eruzione sono stati messi in posto più di un km e mezzo cubo di lave basaltiche, che ne fanno il maggior evento islandese dopo la forte eruzione del Laki degli anni 1783 / 84, che - comunque - ne aveva emessi ben 15 in un tempo più o meno simile. La colata è avanzata di 17 km in due settimane.
Ho anche scritto un post per smentire le dicerie catastrofistiche che si trovavano in giro, scritte da chi con voglia di sensazionalismo ma realismo zero immaginava scenari come quelli del Laki.
La fine dell'eruzione ha anche interrotto il processo di subsidenza della caldera del Bardarbunga, accompagnata da sismi piuttosto forti. Il rischio di un suo collasso definitivo si è per fortuna rivelato soltanto teorico.

TUTTO SOMMATO È ANDATA BENE: POCHI DANNI

Ora è tempo di bilanci.
Il problema maggiore di questi mesi non è stato la produzione di lava a Holuhraun, una zona deserta e quindi con uno scarsissimo impatto sulle attività umane e sull'ecosistema: diciamolo francamente, meglio di così non poteva andare... se l'eruzione fosse avvenuta sotto il Vatnajokull anzichè sfruttare la frattura propagandosi per chilometri oltre il limite del ghiacciaio, ci sarebbero stati due rischi

  • una drammatica alluvione  provocata dal suo improvviso scioglimento (fenomeni del genere sono talmente “comuni” in Islanda da avere un nome, Jokulhlaups)
  • e un blocco del traffico aereo per le ceneri che si sarebbero diffuse in aria a causa del contatto fra la lava e il ghiaccio, come per l'eruzione dell'Eyjafjallajokull nel 2010


È stata anche scongiurato il possibile collasso della caldera del vulcano, che durante l'attività a Holuhraun si è abbassata continuamente di circa 60 metri. Oltre ad un lento movimento continuo, se ne sono verificati di improvvisi in coincidenza di terremoti, di cui alcuni con M uguale o superiore a 5.
Inoltre il fatto che sia avvenuta d'inverno, in una fase di bassa crescita dei vegetali e in cui gli animali vivono ad altezze minori (i valori di inquinamento aumentano con l'elevazione del terreno) ha contribuito a diminuirne ulteriormente l'impatto.

LE EMISSIONI DI GAS DEL BARDARBUNGA

Un articolo appena uscito ha presentato un sommario dei primi dati sull'inquinamento provocato da questa eruzione su Geochemical Perspectives Letters, la rivista della European Association of Geochemistry (1).

Le emissioni di SO2 risultano essere state oltre una decina di milioni di tonnellate, un quantitativo superiore alle emissioni antropiche europee di tutto il 2011. In particolare è stata passata in molte occasioni la soglia di 350 μg al metro cubo di SO2 nell'aria in varie zone dell'isola; concentrazioni anomale di questo composto sono state misurate persino in Europa continentale in settembre, durante la fase iniziale in cui le emissioni erano superiori a 1400 kg al secondo (alla fine erano appena 100). 
La figura, proveniente dall'articolo citato, evidenzia in particolare la drammaticità della situazione a Hofn, cittadina posta a un centinaio di km a SE di Holuhraun. Naturalmente il gioco dei venti ha spostato continuamente l'area di massima concentrazione dei volatili: si nota per esempio come le concentrazioni massime nell'aria di Rejkjavik, a SW, siano contemporanee a basse concentrazioni a Hofn.
A causa delle emissioni combinate di CO2, SO2 (idratato in H2SO4), HCl e HF, la neve nella zona ha un pH medio di circa 3.3 (e scusate se è poco) e un contenuto di metalli pesanti ampiamente al di sopra dei limiti ammessi per le acque minerali
Per fortuna un parte dell'acidità è stata soppressa dalle reazioni con le polveri generate dall'eruzione stessa.

Quanto alle piogge, anche queste hanno mostrato dei valori significativamente molto acidi. Vediamo in questo diagramma la situazione a Borgir, sempre vicino a Hofn. L'area in blu rappresenta il pH medio delle piogge in quell'area in assenza di fenomeni eruttivi. Le forti oscillazioni dipendono soprattutto dalle variazioni dei venti prevalenti, mentre si nota, in perfetto accordo con quello che ci si aspetterebbe, che i valori più bassi di pH si hanno nella fase iniziale dell'eruzione quando le emissioni di SO2 erano alle stelle. 
Le interazioni fra polveri, gas e acqua hanno portato i tenori di ione solfato e fluoruro a oltre 60 volte il normale. I valori maggiori li abbiamo a ovest del sito eruttivo.

Bassi valori di pH aumentano la solubilità dei sali di diversi metalli, pesanti e non, e quindi l'acidità elevata aumenta la concentrazione di ioni metallici nelle acque, un fattore importante per la biologia dei corsi d'acqua perchè la loro presenza a livelli anche molto meno elevati di questi riduce ad esempio l'aspettativa di vita di molti pesci.

LE BASSE EMISSIONI DI CO2 DELL'ERUZIONE DEL BARDARBUNGA

In questa eruzione le emissioni di CO2 sono state piuttosto basse: sarebbe stato lecito aspettarsi un valore intorno ai 20 milioni di tonnellate e invece ne sono state prodotte solo 6, meno di quelle di SO2. La cosa mi ha spinto a contattare uno degli Autori, il quale mi ha detto che non è una situazione inedita in Islanda, anche se non è chiaro ancora perché – nello specifico – il magma del Bardarbunga si è comportato così.  
A questo hanno fatto da contraltare i primi giorni dell'attività, in cui il CO2 era decisamente molto maggiore di SO2
Le possibilità aperte sono due: 

  • eterogeneità della sorgente (in questo caso con pochi volatili) 
  • degassamento durante l'evoluzione del magma 

Non è ancora possibile sapere quale delle due soluzioni sia quella giusta


(1) Gíslason et al. (2015) Environmental pressure from the 2014–15 eruption of Bárðarbunga volcano, Iceland. Geochemical Perspective Letters (2015) 1, 84-93 | doi: 10.7185/geochemlet.1509