mercoledì 12 dicembre 2018

Mai fidarsi dei dati "a caldo" su localizzazione e Magnitudo di un terremoto!

  

Un anno fa il terremoto di Ischia ha portato alla ribalta una questione particolare, poco conosciuta ma importante, cioè la iniziale approssimazione dei parametri di un terremoto: succede normalmente, infatti, che localizzazione, magnitudo profondità e anche orientazione del piano di faglia vengono modificati nelle 48 ore successive rispetto ai dati forniti “a caldo”. Naturalmente in Italia quella volta successe un can can mediatico notevole, mentre ad esempio nessun giornalista o nessun utente dei social network se la prese in Nuova Zelanda con il Servizio Geologico locale quando sbagliò (anzi, direi che letteralmente “cannò”  - e ripetutamente!) la magnitudo del terremoto M 7.8 del 13 -11 2016, sottostimandola in maniera drammatica nelle prime due ore, nonostante le notizie provenienti dalla regione e i dati ricavati dalle altre agenzie scientifiche, o la localizzazione (e di parecchie centinaia di km...) del terremoto M 6.6 del 07-11-2017. Le cronache sismiche di venerdì 30 novembre sono un chiarissimo esempio di come si possa prendere facilmente fischi per fiaschi nell’immediato dell’annuncio di un terremoto, come l'annuncio di un forte terremoto sulla costa della baia di Hudson ieri. Quindi raccomando sempre, specialmente nelle prime ore dopo un evento sismico, di prendere tutti i dati con le molle!


TERREMOTI VERI E PRESUNTI NEI DATABASE. Tra i vari siti che guardo rapidamente la mattina prima di uscire per sapere cosa è successo nel mondo c'è anche quello del Geofon, dove proprio ieri 11 dicembre notai un terremoto di M 6.4 molto superficiale nei dintorni della Baia di Hudson, 14 minuti dopo un evento a discreta profondità M 7.1 alle isole Sandwich Australi (zona estremamente interessante dal punto di vista geologico e sismologico). Ora, se l'annuncio di un M7 alle Sandwich Australi rientra in un quadro assolutamente realistico (ce ne sono stati altri 3 negli ultimi 5 anni...), il M 6.4 del Manitoba mi ha lasciato abbastanza stupito. Controllando i giornali locali (prima cosa da fare!) non trovai nulla, e qualche minuto dopo anche dal sito del Geofon questo terremoto era scomparso, per cui ho dedotto che si è trattato del solito, anche se non frequente, falso positivo che ogni tanto arriva (forse una errata interpretazione automatica delle onde messe in giro dall’evento delle Sandwich Australi). Poi, accendendo il telefono, ho controllato su una app, che non modifica i dati dopo che li ha fissati, app dove in effetti, come di vede dalla schermata all'inizio del post, questo evento – fantasma era riportato. 

Il sito del Geofon avverte chiaramente di prendere
con le molle gli eventi generati in automatico 
Talvolta succede: non è la prima volta che i sistemi automatici segnalano eventi anche forti in zone asismiche o, addirittura, dentro il mantello, eventi poi tolti perchè - appunto - derivanti da errate interpretazioni effettuate dal sistema. 
Lì per lì avevo pensato ad un errore del genere anche per il terremoto M 6.5 del 3 aprile 2017 in Botswana e per me la conferma che invece si trattava di qualcosa di reale furono le cronache che ne parlavano e le numerose repliche associate alla scossa principale (sarebbe stato interessante un post sull’argomento, perché la geodinamica di quel terremoto è veramente particolare a causa della mia mania per le "cicatrici litosferiche" ma il tempo è sempre tiranno..). 

LOCALIZZAZIONE AUTOMATICA E CORREZIONE MANUALE DEI PARAMETRI DI UN TERREMOTO. Il concetto importante che voglio far notare in questo post è che in diverse pagine contenenti database sismici, come appunto il Geofon, esiste il concetto che la localizzazione di un evento sismico nella sua immediatezza sia piuttosto imprecisa. Infatti gli eventi si dividono in “riportati in automatico” o “revisionati da un sismologo”. E per esempio il Geofon stesso dichiara specificamente, come si vede qui accanto che "senza la revisione di un geofisico la posizone del terremoto potrebbe essere diversa da quella reale" (anzi.. alle volte si può trattare di un falso allarme).

Cosa vuol dire tutto questo? Per capire la localizzazione di un segnale radio si prendono 3 ricevitori e se ne confronta il relativo tempo di arrivo di quel segnale, perché più vicino è il ricevitore, prima arriverà (più o meno è lo stesso sistema, alla rovescia, che si usa per i localizzatori GPS).
Fondamentalmente funziona così anche in sismologia, ma qui c’è un inghippo di non trascurabile importanza: se le onde radio in atmosfera bene o male hanno una velocità che può ritenere costante per l’approssimazione che serve alla misura della localizzazione del ricevitore GPS, almeno per gli usi più comuni, a seconda del mezzo in cui si propagano, le onde sismiche presentano variazioni di velocità frequenti, rapide e soprattutto di entità tutt’altro che trascurabile, come vediamo nella tabella qui accanto, fornita dalla agenzia governativa statunitense EPA: ad esempio in un granito compatto le onde P si muovono a circa 5.5. km/s, mentre nelle sabbie come quella della riva del mare la velocità scende a meno di 2 km/s; e si tratta, litologia per litologia, di un valore “medio”, perché in realtà la velocità cambia caso per caso in base alle condizioni locali, che sono sempre diverse, dello stato in cui una roccia si trova (fratturazione, contenuto di acqua e quant’altro). 
Pertanto localizzare un evento sismico è estremamente più difficile che localizzare una sorgente radio in quanto per farlo occorre avere un preciso modello della velocità delle onde sismiche nella zona compresa tra l’ipocentro e il sismografo ricevente. Per questo di fatto all’inizio viene attribuita una posizione in maniera un po' spannometrica, e il dato viene successivamente migliorato. 
Lo stesso dicasi per la profondità, che per i terremoti superficiali all’inizio viene indicata con il valore standard di 10 km. Per cui gli eventi “rilocalizzati” nelle coordinate geografiche epicentrali e nella profondità ipocentrale sono ben più di quelli a cui vengono lasciati i valori attribuiti all’inizio e quando vedete “profondità 10 km” sappiate che probabilmente si tratta di una stima provvisoria.

I CASI DEL 30 NOVEMBRE 2018: in quel giorno  poche ore di distanza, ci sono stati due eventi che esemplificano bene quello che ho detto.

1. IL SUPPOSTO EVENTO IN ADRIATICO M 5.5. Nel tardo pomeriggio di quel giorno EMSC ha annunciato un evento sismico M 5.5 localizzandone l’epicentro nel Mare Adriatico. Un evento però stranamente non percepito sulla costa e che aveva messo un po' in allarme diversi utenti nei social network; fra l’altro INGV non lo aveva minimamente inserito nella sua lista, per cui in alcuni gruppi Facebook sono persino partiti i soliti insulti nei confronti di questa istituzione, del tipo “questi fannulloni che paghiamo noi manco si accorgono di questo terremoto” …. Invece era proprio la mancanza di questo evento nella lista terremoti di INGV che avrebbe dovuto far sospettare che qualcosa non quadrava...
EMSC ha successivamente riportato a M 3.3 l’evento qualche ora dopo, evento che 12 ore dopo risultava comunque completamente cancellato. Può succedere… 


IL SECONDO CASO: IL TERREMOTO DELL’ALASKA E L’INGHIPPO DELLA PROFONDITÀ. Ero a lavorare e non avevo certo tempo di smanettare. Fattostà che quando esco, alle 20.00 nella app che utilizzo (Terremoto, probabilmente collegata a INGV e che non aveva segnalato il terremoto dell’Adriatico) vedo un evento vicino a Anchorage e penso che possa aver generato gravi porblemi: l’informazione parla di M 6.9 a 19 km di profondità.
Arrivo a casa e apro il sito dell’USGS. Le cose da osservare subito sono la mappa dello scuotimento, il meccanismo focale e, nel caso di evento con possibili conseguenze sulle attività antropiche come questo, il PAGER, una previsione statistica su danni e perdite umane.
In particolare il meccanismo focale mi fece sobbalzare: lo stretto di Shelikov, la Baia di Cook e il loro retroterra (il bacino di Susitna) formano una zona ribassata grossolanamente allungata SW – NE rispetto a quanto li circonda, separata dall’oceano Pacifico da una dorsale in gran parte emersa formata dall’isola Kodjak e dalla penisola di Kenai; però secondo i miei ricordi nel quadro della collisione fra placca pacifica e placca nordamericana fanno parte dell’area di forearc, cioè della parte in compressione della placca superiore tra la fossa oceanica e l’arco vulcanico.
Insomma baia di Cook, bacino di Susitna, penisola di Kenai e isola Kodjak e il mare antistante equivalgono alla zona integralmente ricoperta dal mare nel mare a est del Giappone che ospita i maggiori eventi sismici come quello del 2011, tipicamente compressivi. 
Ebbene, il meccanismo proposto segnala invece una faglia normale, di tipo quindi distensivo. Mi vengono allora dei dubbi: forse ricordavo male e la baia di Cook è un abbozzo di bacino di retroarco sul tipo del Mar del Giappone. Ma no! No perché i vulcani sono più “in là”, cioè la baia di Cook è tra la fossa e l’arco vulcanico, pertanto è nel forearc e quindi è nella zona in compressione… per essere un’area in distensione i vulcani dovrebbero collocati su lato verso l’oceano della baia, e quindi su penisola di Kenai e isola di Kodjak. Invece sono dall'altra parte (la carta qui sotto spiega il tutto).



Pensai allora alla complessità regionale perché in quella zona presenta:
  • una curvatura nel limite di placca che poco a oriente di Anchoragre cambia di direzione da SW-NE a NNW-SSE
  • la amalgamazione nel Nordamerica di due blocchi esotici (Wrangellia e Yakutat)
  • diverse faglie che accompagnano la deformazione, inverse o trascorrenti (molte delle quali un mix fra questi due casi estremi: tranpressive, cioè trascorrenti con componente compressiva) 
  • e anche una interruzione dell’arco magmatico tra la punta NE dell’allineamento che viene delle Aleutine e i vulcani al confine tra il Canada e l’Alaska più meridionale

Allora ho ripreso appunti e bibliografia e ne ho cercata altra (oltretutto ne ho trovata di recentissima, che senza questo terremoto non avrei neanche cercato...) e ho continuato a non capire il perché del meccanismo estensionale di questo terremoto.
Poi la rivelazione: ritornando sulla pagina di USGS vidi che la profondità segnalata era diventata superiore a 40 km. A quel punto rimasi perplesso: “avevo letto male o c’era scritto 12 km?”. Riguardo la app, che, come ho sottolineato prima, per sua natura continua a riportare il dato iniziale e questa riportava 19.5, tanto per ribadire che all’inizio c’è una certa confusione sulla localizzazione; chiesi allora lumi ad un amico che aveva seguito la cosa, il quale mi confermò che la profondità era parecchio cambiata tra le prime stime e quelle definitive. 
A quel punto tutto il mio castello di dubbi finì, perché questo terremoto non è localizzato nella crosta dell'Alaska, bensì nello slab che vi si trova sotto, cioè nella parte della crosta dell’oceano Pacifico che sta scendendo nel mantello sotto l’Alaska. Quindi è in una placca diversa rispetto a quella in superficie. E chiaramente non ci sono relazioni fra le strutture della crosta intorno alla baia di Coo e quelle nel cuneo in discesa sottostante, dove appunto si è generato il sisma.

VALUTAZIONE IMMEDIATA E SUCCESSIVA DI UN TERREMOTO. Insomma, cari amici, è necessario ancora una volta puntualizzare alcuni aspetti importante dell’attività scientifica di analisi dei sismogrammi dopo che è avvenuto un terremoto: 
  • è possibile che i primi dati forniti “a caldo” siano scorretti, soprattutto posizione e Magnitudo dell’evento
  • i dati “migliori” sono in generale (a parte i casi neozelandesi….) quelli dell’agenzia più vicina al sito dell’evento e quindi in Italia il miglior riferimento è INGV.
  • è facile che più lontano si vada più venga sovrastimata la Magnitudo. 


Per cui non c’è nessun dolo da parte ad esempio di INGV nell’”abbassare la Magnitudo”: semplicemente una analisi più approfondita dei simogrammi e nuovi dati portano a migliorare la precisione dei parametri ipocentrali ed è abbastanza frequente che la Magnitudo risulti alla fine un po' più bassa di quella inizialmente ipotizzata, come pure è la regola che varino la localizzazione e la profondità dell’evento.

sabato 17 novembre 2018

I Campi Flegrei e la possibile eruzione distruttiva: il solito allarme giornalistico


No. L'eruzione epocale dei Campi Flegrei non è imminente. O, meglio, É praticamente certo che prima o poi avverrà ma non è detto che arrivi "a breve" dal punto di vista umano (e Dante's Peak in confronto sarebbe una passeggiata...). Lo si deduce in primis dalla storia geologica (i vulcani che formano caldere hanno spesso il vizio di farlo più volte..) e da una analisi sulle lave degli ultimi 60.000 anni, che ha rivelato come i prodotti dell'eruzione più recente, quella del Monte Nuovo del 1538, possiedano le caratteristiche tipiche delle eruzioni che precedono (ripeto: non necessariamente a breve) i collassi calderici. Insomma, tutte le volte che si parla di Vesuvio o Campi Flegrei, qualsiasi articolo scientifico che esce viene successivamente infarcito sulla stampa e su internet da fantasie su catastrofi imminenti. Vediamo dunque, dopo un breve riassunto della storia del vulcano, cosa dice questo interessante lavoro.

Rispetto ad un terremoto, una eruzione vulcanica in genere viene prevista: questo grazie ai suoi precursori, in particolare il tremore sismico (una serie continua di terremoti normalmente di piccola intensità provocati dal magma che si apre la strada sotto il vulcano) e alcune variazioni nella temperatura e nella composizione delle fumarole. Rilevare questi fenomeni vuol dire alzare il livello di sorveglianza prima che il tutto accada. Nessun vulcano monitorato è mai andato in eruzione senza questi precursori, anche se in qualche caso tra la certezza dell’eruzione e il suo arrivo il tempo è stato inferiore al previsto.

Il Vesuvio e Campi Flegrei sono vulcani attivi: anche se attualmente dormono sono in grado di produre i possibili precursori di una eruzione “da un momento all’altro” e, nel loro specifico, sono caratterizzati da due importanti fattori di rischio che ne aumentano la pericolosità:

  • appartengono al tipo più “cazzuto” che esiste di vulcani, quelli a magmi potassici: nonostante siano abbastanza rari, fra questi troviamo ad esempio Tambora, Rabaul e Yellowstone, cioè gli autori, insieme ai Campi Flegrei, di alcune delle più violente eruzioni degli ultimi 100.000 anni. Insomma, se i vulcani potassici costituiscono un numero quasi irrilevante nelle statistiche sui vulcani dal punto di vista del numero, in quelle delle eruzioni catastrofiche sono molto ben piazzati
  • sono all’interno di un’area intensamente popolata e che conserva beni culturali di importanza assoluta (fatto questo comunque “normale” per un’area in territorio italiano...)

In più i Campi Flegrei suonano un po' differente dal concetto normale di vulcano, che prevede - come ad esempio il vicino Vesuvio - una montagna che si erge da quanto la circonda: infatti si tratta di un insieme di crateri di varie dimensioni che si intersecano fra loro, con una altezza risibile rispetto ad un vulcano normale; questo perché la loro storia, almeno negli ultimi 60.000 anni consiste in una serie di eruzioni più o meno “normali” punteggiate da due eventi che hanno provocato la formazione di una caldera, cioè di una vasta depressione provocata dallo svuotamento improvviso di una camera magmatica e deposto spessori importanti rappresentati dall’Ignimbrite Campana e dal Tufo giallo Napoletano.
La stratigrafia dei Campi Flegrei è stata ricavata da un sondaggio che ha perforato il sottosuolo della caldera per 501 metri, il Campi Flegrei Deep Drilling Project (CFDDP) (quello che aveva suscitato forti e assurde preoccupazioni da parte di catastrofisti, i quali sostenevano che avrebbe potuto provocare una eruzione…..) ed è illustrata in Di Natale et al (2016).

Come si produce una caldera
I CICLI DEI VULCANI CHE PRODUCONO CALDERE. Un vulcano caratterizzato da una caldera, come anche Yellowstone, spesso ha una attività ciclica di calderizzazione che si ripete nel tempo. Ogni ciclo è caratterizzato non solo da una diversa frequenza delle eruzioni "normali" (quelle non distruttive), ma anche da significative differenze nel chimismo dei magmi:

  1. il ciclo comincia quando i magmi silicici si accumulano in un serbatoio a bassa profondità nella crosta; la risposta superficiale consiste in eruzioni non frequenti tra lunghe fasi di quiescenza; i magmi sono molto evoluti, cioè hanno subìto importanti processi di differenziazione, per cui mostrano un contenuto di silice piuttosto alto, mentre contengono poco Fe e Mg e pochi cristalli dentro una pasta vetrosa (nei magmi si può grossolanamente dividere una pasta vetrosa da cristalli solidi che vi “nuotano” come rami dentro un fiume in piena)
  2. nell’eruzione principale viene emessa una quantità enorme di magmi che letteralmente svuota in gran parte la camera magmatica: lo svuotamento provoca il collasso della crosta sovrastante e si forma un enorme cratere largo anche parecchi km. Nonostante che questa fase duri molto poco c'è una enorme differenza fra i magmi all'inizio a alla fine dell'eruzione, con gli ultimi molto meno differenziati e contenenti una significativa percentuale di cristalli (nei Campi Flegrei si va da magmi vetrosi al 96% sino a magmi con meno del 70% di vetro). Questo aspetto dimostra la presenza di un notevole afflusso di materiale “nuovo” dalle profondità della crosta
  3. nella fase post-collasso si assiste ad una progressiva ricarica della riserva che si era svuotata. I magmi post-collasso sono meno differenziati quindi hanno più Fe e Mg e sono meno ricchi in silice, mentre le eruzioni sono più frequenti

Il passaggio dalla fase che segue l’evento principale a quella che ne precede il successivo è quindi marcato da un cambio sia nella frequenza degli eventi, che diventano più rari e nel chimismo dei prodotti, che si evolve verso termini più differenziati in cui ad esempio scompaiono minerali come i pirosseni, ricchi in Fe e Mg, al contrario frequenti nei primi magmi seguiti al collasso calderico e in cui aumenta significativamente la percentuale di vetro rispetto a quella dei cristalli. 
Un'altra caratteristica importante è rappresentata dalla temperatura di equilibrio e dal contenuto in acqua dei magmi: 
  • dopo la formazione della caldera i magmi sono più caldi e con un contenuto di acqua minore; con il tempo la loro temperatura di equilibrio (cioè, approssimativamente, quella alla quale fonderebbe) diminuisce
  • al contrario, il contenuto di acqua aumenta. 
  • il collasso calderico è segnato da un aumento della temperatura di equilibrio e da una diminuzione del contenuto di acqua. entrambii trend si invertono bruscamente in corrispondenza del collasso calderico, in cui aumenta la temperatura di equilibrio e diminuisce il contenuto di acqua

L'inversione durante il collasso di questi parametri e di quelli precedenti è la spia del fatto che il collasso calderico sia connesso ad un massicico arrivo di nuovo magma dal basso che perturba la camera magmatica. 

L'ATTIVITÀ ERUTTIVA DEI CAMPI FLEGREI TRA 60.000 E 16.000 ANNI FA. La storia del vulcano è ben ricavabile dall’Osservatorio Vesuviano (sito internet). Se le caratteristiche dell’attività vulcanica sono state nel passato simili a quello che è successo negli ultimi 16.000 anni, i Campi Flegrei hanno alternato fasi di qualche migliaio di anni di attività frequente a fasi di riposo sempre nell’ordine delle migliaia di anni. Inoltre abbiamo due episodi fondamentali in cui quanto c’era è stato praticamente distrutto da collassi calderici che hanno emesso delle ingenti quantità di materiali in atmosfera e lasciato grandi tracce sul terreno e cioè:

  1. circa 39.000 anni fa l’eruzione dell’Ignimbrite Campana, uno degli eventi più violenti degli ultimi 100.000 anni al mondo
  2. circa 15.000 anni fa l’eruzione del Tufo Giallo Napoletano

ATTIVITÀ ERUTTIVA DEGLI ULTIMI 15.000 ANNI. I dati degli ultimi 15.000 anni, cioè del dopo - Tufo Giallo, sono, come è logico, molto più frequenti perché non è intervenuta da allora nessuna eruzione distruttiva. La prima cosa che si nota bene è la divisioni in più fasi di attività, delimitate da pause più o mneo lunghe:

  • tra 15.000 e 9.500 anni fa hanno avuto luogo 34 eruzioni esplosive, con una media di una eruzione ogni 70 anni
  • tra 8.600 e 8.200 anni fa, dopo un periodo di quescenza di meno di 1000 anni, si verificava in media una eruzione ogni 65 anni,  6 delle quali sono state fortemente esplosive
  • dopo altri 3000 anni di silenzio, tra 4.800 e 3.800 anni fa ci sono state 16 eruzioni esplosive e 4 eruzioni effusive, che si sono succedute con una frequenza media di una eruzione ogni 50 anni
  • poi il silenzio, che dura quindi da quasi 4000 anni, rotto esclusivamente dalla piccola eruzione del Monte Nuovo nel 1538

Questo ovviamente escludendo quello che è successo sia al Vesuvio, sia soprattutto a Ischia, dove fra il 2000 a.C. e il 1302 si contano oltre 15 eruzioni. Ma Ischia, come il Vesuvio, sono considerati apparati a se stante, anche se per alcuni Autori la camera magmatica principale è la stessa.

LE VARIAZIONI NEL TEMPO DEI MAGMI FLEGREI. Nel lavoro appena uscito (Forni et al, 2018) i ricercatori combinano varie informazioni petrografiche e geochimiche ricavate da campioni di roccia, minerali e vetri di grandi dimensioni provenienti da 23 eruzioni diverse degli ultimi 60.000 anni di storia dei Campi Flegrei, inclusi i due eventi che hanno formato le caldere  39000 e 15000 anni fa e le unità chiave rappresentative di attività che ha preceduto e seguito le due eruzioni catastrofiche.
I dati “buoni” sulle fasi intermedie che hanno preceduto gli episodi principali sono scarsi; penso che ciò sia duvuto al fatto che i collassi calderici abbiano distrutto buona parte della storia eruttiva immediatamente precedente. Guardiamo in particolare i dati sulla cristallizzazione e sul contenuto in cristalli:

  • i pochi dati pre-ignimbrite campana mostrano un contenuto in cristalli estremamente basso e una differenziazione molto spinta, talvolta più spinta deill’evento principale, in linea con quello che dovrebbe succedere teoricamente
  • i primi magmi del periodo fra i due eventi principali sono poco evoluti e poi presentano un graduale aumento della differenziazione 
  • il grado di differenziazione dopo un massimo  scende di poco prima di arrivare al collasso di 16 mila anni fa. Sono prodotti con scarso contenuto di cristalli tranne il caso di Trentaremi, che appartiene presumibilmente alla fase post-Ignimbrite Campana e non alla successiva pre-tufo giallo

Le tre fasi successive all’evento del Tufo Giallo di 15.000 anni fa hanno caratteristiche petrologiche interessanti:

  1. la prima è un tipico esempio di attività post – collasso, con magmi poco differenziati e ricchi in cristalli
  2. la seconda è rappresentata in questo lavoro da un dato singolo, molto evoluto e con pochi cristalli
  3. nella terza i magmi sono piuttosto evoluti, ma il contenuto in cristalli è particolarmente alto

Le variazioni nel temo di temperatura di equlibrio
e contenuto di acqua nei magmi flegrei - Forni et al, 2018)
CARATTERISTICHE DELL'ERUZIONE DEL 1538. Venendo all’ultima eruzione del Monte Nuovo del 1538, il magma è particolarmente omogeneo ed evoluto (anzi, è il più differenziato di sempre!) e il più povero di sempre di cristalli; insomma, per questi parametri ed altri, per esempio:

  • la temperatura teorica del liquido che ha generato il magma, molto bassa come che è minima prima della formazione della caldera e massima nelle sue fasi finali
  • il contenuto in acqua

Questa eruzione ricorda moltissimo i prodotti che hanno preceduto le fasi iniziali degli eventi di formazione delle caldere, non solo quella dei Campi Flegrei.
Quindi questa ultima eruzione indica l’inizio di una nuova fase che potrebbe potenzialmente essere il segnale che in un momento imprecisato del futuro, in una grande eruzione che culminerà nella formazione di una nuova caldera
Quando? Potenzialmente “presto” in termini geologici. Ma è estremamente probabile che non la vedrà nessuno di coloro che attualmente vivono sulla Terra. Inoltre i segnali dell'arrivo di un nuovo e massiccio afflsso di magma, necessario per disturbare la camera magmatica attuale e indurre l'eruzione catastrofica, sarebbero ben evidenti, probabilmente anche mesi prima dell'evento.
Con questo, ritengo lo stesso che nell'area a rischio viva un pò troppa gente...


Di Natale et al (2016) The Campi Flegrei Deep Drilling Project (CFDDP): New insight on caldera structure, evolution and hazard implications for the Naples area (Southern Italy), Geochem. Geophys. Geosyst., 17, 4836–4847, doi:10.1002/ 2015GC006183.
Forni et al (2018) Long-term magmatic evolution reveals the beginning of a new caldera cycle at Campi Flegrei. Sci. Adv. 4, eaat9401
Osservatorio Vesuviano http://www.ov.ingv.it/ov/it/campi-flegrei/storia-eruttiva.html - consultato il 16 novembre 2018


venerdì 9 novembre 2018

Riflessioni sull'assetto del territorio dopo gli ultimi eventi atmosferici





Ho già avuto qualche screzio con un paio di detentori di case abusive (dei quali uno potrebbe essere graziato – a nostre spese – dal nuovo condono strisciante ischitano) e continuo a non capire come sia possibile che una costruzione abusiva possa essere venduta, affittata, servita da utenze e segnalata con un numero civico… Continuo anche a chiedermi se l’abusivismo edilizio in zone a rischio sia una questione di irresponsabilità o di ignoranza: la differenza non è di poco conto perchè un irresponsabile sa di stare facendo una cosa sbagliata e/o pericolosa, mentre un ignorante non si rende conto di attuare un comportamento a rischio. D’altro canto è evidente l’atteggiamento quantomeno passivo nei confronti dell’abusivismo di alcune macchine comunali (dai sindaci in giù): visto che una casa non si costruisce in una notte, spiegatemi come sia possibile fare operazioni edilizie così evidenti senza che nessuno le noti…. Quando poi sento il sindaco di Agrigento (non so e non mi interessa il partito in cui milita) dire che i regolamenti urbanistici devono mettere al centro il cittadino, anziché, come sarebbe più logico, le esigenze dell’assetto del territorio e specialmente quelle dei fiumi, capisco che c’è poco da fare: bisogna rassegnarsi al “disastro continuo”. Ma facciamo il punto sulla situazione.




IL PARAGONE FRA 1966 E 2018, IN PARTICOLARE A PROPOSITO DEL VENETO. Martedì 30 ottobre tramite amici che stanno da quelle parti avevo capito che la situazione nell’Alto Veneto era estremamente drammatica e che la grande copertura mediatica sugli yacht di Portofino non puntava alle cose più importanti che erano successe in quei giorni; purtroppo solo qualche giorno dopo anche i media si sono – finalmente – accorti del dramma. D’accordo, anche qui qualcuno avrà esagerato costruendo qualcosa in un posto non troppo sicuro, ma stiamo parlando in questo caso soprattutto di frane e danni a boschi, anche se qualche vittima c’è scappata lo stesso… ma non riesco ad immaginare neanche lontanamente cosa potrebbe essere accaduto se ci fosse stata una situazione edilizia come quella di Contrada Cavallaro...

Domenica 28 ottobre era chiaro che la faccenda si stava mettendo molto male e ne parlavo con l’amico Michele Cavallucci dell’Osservatorio meteo – sismico di Perugia (seguite anche la pagina FB dell’osservatorio… interessante…): le figure atmosferiche erano le stesse, però non volevo essere il primo ad agitare lo spettro del 1966 e ho aspettato che lo dicesse qualcun altro. Trovo significativo che a farlo sia stato il governatore del Veneto, Zaia: è importante che il Governatore di una Regione potenzialmente interessata da un grave evento atmosferico sia il primo ad annunciare il rischio. 
Già, il Veneto. Perché se l’evento del novembre 1966 è ricordato universalmente per i danni subìti da Firenze, io insisto a chiamarlo “evento alluvionale della Toscana e dell’Italia di nord-Est”, in quanto gli epicentri del problema sono stati due: oltre alla Toscana (una buona parte, non solo Firenze), anche per i monti del Triveneto è stato un avvenimento epocale.
La situazione dei primi di novembre del 1966
Ai primi di novembre del 1966 sulla Spagna c’era un’area depressionaria, il cui profondo minimo di 994 hPa provocò una massiccia evaporazione nel Mediterraneo occidentale. Purtroppo, contemporaneamente, sui Balcani insisteva un’alta pressione che ha bloccato la perturbazione nel suo movimento verso est, costringendola a scaricare quindi sulla nostra penisola tutta la sua acqua; in più la fortissima differenza di pressione fra il Mediterraneo e i Balcani innescò sull’Adriatico venti meridionali caldi ad oltre 100 km/h.
Ed è esattamente quello che è successo anche la settimana scorsa in Veneto: perché i danni oltre alle piogge che hanno gonfiato i fiumi e provocato tutte quelle frane sono stati causati dai venti meridionali incredibilmente forti innescati anche questa volta dalla differenza di pressione esistente fra il Mediterraneo occidentale e i Balcani; venti che, come nel 1966, hanno spinto le acque dell’Adriatico, provocando uno dei peggiori episodi di “acqua alta” degli ultimi 100 anni e questa volta hanno devastato, insieme alle piogge, la parte più elevata della catena alpina in Veneto.
La tempesta di vento è stata dunque eccezionale nella sua violenza e dovuta alle circostanze meteorologiche particolari. E che non sia un evento comune lo attestano proprio le devastazioni di alberi pluricentenari venuti giù come fuscelli. La differenza principale è che nell’ottobre 1966 il tempo freddo e umido aveva depositato anche a quote basse parecchia neve e il suo scioglimento dettato da piogge e riscaldamento dette un fattivo contributo alle piene. Stavolta – per fortuna – questo contributo è mancato, il che ha almeno salvato le pianure da larghe esondazioni.


Densità di frane in maglie di 2 km dal rapporto
sul dissesto idrofeologico di ISPRA 2018

PERCHÈ COSÌ TANTE FRANE ED ALLUVIONI IN ITALIA? Anche le piogge del 2018 sono state eccezionali, ma lo è stato soprattutto il vento che raramente procura nel nostro Paese danni così vasti; per il resto, frane ed alluvioni in caso di forti piogge sono una caratteristica “classica” del territorio italiano, in quanto dal punto di vista della difesa del suolo l'Italia è uno dei Paesi più difficili che si possano immaginare, offrendo delle specificità peggiorative rispetto alla situazione classica europea:

- un rilievo giovane, con due catene montuose in cui i processi tettonici sono ancora attivi, come dimostrano i frequenti terremoti ma anche le elevate differenze di altitudine in zone meno sismiche 
-  colline e monti bellissimi ma spesso composti da sedimenti vagamente consolidati più che da rocce litificate
- una idrografia che si sviluppa in tanti piccoli bacini anziché in pochi grandi bacini
- un territorio circondato da mari caldi che apportano piogge molto intense
- una densità di popolazione molto elevata, come il tasso di occupazione artificiale del suolo



Quindi è per la natura stessa del territorio che i processi dominanti nell’evoluzione naturale del paesaggio italiano siano frane, alluvioni (e anche terremoti). Il mix di queste circostanze è terribile, perché i bacini idrografici piccoli quando sono esposti a forti piogge sono molto più soggetti a piene improvvise di bacini grandi: andando nei casi estremi il Fereggiano a Genova nel 2014 e il Rio Maggiore a Livorno nel 2017 sono esondati quando ancora pioveva; invece nel 2000 le Ferrovie ebbero tutto il tempo di rialzare il ponte di Rovigo sulla Bologna – Padova prima che la piena del Pò causata dall’alluvione piemontese avvenuta giorni prima arrivasse nel basso Veneto; anche l'inondazione di Dresda del 2002 e quella di Parigi del 2015 furono preannunciate diversi giorni prima, dando il tempo di mettere in sicurezza diverse opere d'arte.

Una situazione del genere imporrebbe particolari precauzioni dal punto di vista dell'uso del territorio. E invece fra tutte le Nazioni europee la nostra è probabilmente quella in cui il rispetto per il territorio è minore, un Paese in cui sono state fatte molte cose che non dovevano essere fatte e ne sono state realizzate ben poche di quelle che dovevano essere fatte per un suo corretto uso.


l'alveo del Bientina (Pisa) tornato palude durante una alluvione

FIUMI, PALUDI E LAGUNE COME DOVREBBERO ESSERE E COME SONO. Vediamo i fiumi nascere, ricevere gli affluenti e sboccare in mare. È una configurazione quasi totalmente artificiale: in Natura un fiume, dopo una ripida discesa dal monte, arrivando nel piano si impaluda, si divide in più rami, ed è libero di modificare a suo piacimento il suo corso in lungo ed in largo per tutta la valle, dove zone asciutte si alternano ad acquitrini e laghi.

L’uomo invece ha confinato i fiumi in alvei sempre più stretti, spesso rettificati con una lunghezza ridotta anche a un terzo di quella originaria. Le rettifiche, ideate per aumentare lo spazio per l’agricoltura e diminuire le distanze agevolando i trasporti (prima delle ferrovie le merci viaggiavano quasi esclusivamente sui fiumi), ha comportato gravi effetti negativi: l’incremento della pendenza e l’eliminazione delle curve hanno aumentato la velocità della corrente, diminuendo il volume di acqua contenibile dall'alveo e la distanza fra gli affluenti, i quali ormai riversano le loro piene quasi contemporaneamente nel corso principale.
Le paludi sono praticamente inutili per l’Uomo (anzi, erano luoghi malsani ed inospitali, quindi fino alla scoperta della cura per la malaria erano anche estremamente pericolose) ed erano così sgradite che Dante ne parla così:


Qual dolor fora, se de li spedali

di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre
e di Maremma e di Sardigna i mali
fossero in una fossa tutti ’nsembre,
tal era quivi, e tal puzzo n’usciva
qual suol venir de le marcite membre
Inferno XXIX, 46 - 51

Siamo nella nona bolgia dell'ottavo cerchio, insomma il puzzzo delle paludi si trova quasi in fondo all'inferno...
Le bonifiche, che hanno fornito spazio per le attività umane (principalmente l'agricoltura) nel contempo hanno tolto aree di stoccaggio per le piene e pertanto i fiumi si ritrovano a dover gestire anche quella percentuale di acqua che si sarebbe fermata nelle paludi, mentre a causa del disboscamento i suoli montani trattengono meno le piogge e immettono più velocemente l’acqua nei fiumi.
Anche le coste lungo le pianure non sono naturali: la laguna veneta, che ci sembra una eccezione, in realtà è proprio quello che ci si dovrebbe aspettare per una costa lungo una pianura, dove al posto di una linea di costa precisa in condizioni naturali ci sarebbe una successione di stagni, dune, cordoni litorali - insomma.. una laguna - con un limite fra acque salmastre e quelle dolci delle paludi all’interno molto più sfumato di quello che vediamo oggi.
Insomma, in Italia buona parte delle aree pianeggianti sarebbe per natura coperta da specchi d’acqua e ciò che vediamo adesso, dalle pianure interne a quelle costiere, è il risultato di vaste operazioni di bonifica.
Per chi volesse qui ho scritto qualcosa sul problema delle bonifiche.


Nelle aree urbanizzate sparisce il reticolo superficiale delle bonificihe: il sistema fognario sarà adeguato?
Immagine dell'Autorità di bacino dell'Appennino Settentrionale di Prato, Campi Bisenzio e la parte occidentale di Firenze) 


I SUOLI SIGILLATI. Già i suoli agricoli non sono il massimo rispetto a quelli naturali quanto ad assorbimento dell'acqua (specialmente quelli in cui i filari o islchi sono paralleli alla massima pendenza), ma in quelli artificiali (intendendo con questo termine solo i suoli sigillati, cioè coperti da edifici, strade etc etc) diventa impossibile: la copertura artificiale toglie al suolo la possibilità di assorbire la pioggia e in città soltanto i giardini la drenano naturalmente; pertanto è necessario un sistema fognario efficiente (che – comunque – immette l’acqua piovana nei fiumi prima rispetto ad un suolo naturale).

Non ci si deve quindi stupire se a volte bastano poche ore di pioggia per esondare: se piove una certa quantità di acqua in qualche modo una certa percentuale di essa dovrà per forza defluire. Allora i fiumi escono dal loro alveo, o meglio da quel poco che gli abbiamo lasciato, sommergendo quanto incautamente gli abbiamo costruito intorno.

La costruzione delle casse di espansione, zone che possono essere allagate in caso di piena è finalizzata proprio a catturare l'acqua in eccesso, rilasciandola a piena finita. Il rischio alluvione zero non si può ottenere e le alluvioni in quanto tali non si potranno mai evitare, anche se è possibile evitarne alcune conseguenze trattando meglio i fiumi e costruendo in zone più sicure (o meno insicure). Ma l’attuale domanda umana di uso del territorio potrebbe consentire di vivere solo in zone a basso rischio idrogeologico?



SITUAZIONE ODIERNA. Specialmente dal dopoguerra abbiamo assistito ad una edificazione incontrollata (e spesso abusiva) nelle aree a rischio frana o alluvione e adesso ne paghiamo le logiche conseguenze, mentre la legislazione è stata – spesso consapevolmente – carente e/o farraginosa. A dimostrazione della nostra scarsa propensione ad un uso corretto del territorio in pochi anni abbiamo avuto diversi condoni edilizi, di cui quello del 1993 approvato mentre in Piemonte si stavano contando i danni della peggiore alluvione dopo quelle del 1966.

La farraginosità riguarda anche le procedure, complicate dalla dispersione delle competenze dal punto di vista burocratico fra i vari enti per cui spesso non si sa chi deve fare cosa.



A questo si aggiungono altre importanti concause antropiche: dopo bonifiche, rettifiche e restringimento (se non tombinature!) dei fiumi, circostanze quali il degrado del reticolo idrografico minore e l’abbandono delle montagne e delle fasce collinari hanno diminuito la capacità dei corpi d’acqua di assorbire le acque piovane, ridotto i tempi di concentrazione delle piene e favorito il dissesto del territorio.  Inoltre le operazioni di bonifica erano basate su un fitto reticolo di canali per il deflusso delle acque, che in molte zone è stato cancellato e in altre è oggetto di una manutenzione insufficiente come lo è quello di altre opere idrauliche di regimazione come le briglie.

Però bisogna ricordarsi che, come dicono ad Arezzo,  l’acqua affitta, ma non compra e quando un fiume ha bisogno di spazio… se lo riprende, punto e basta.
Non ci si può allora stupire che a fiumi e torrenti siano sufficienti pochi giorni (se non ore) di pioggia per esondare: quando piove una certa quantità di acqua (e non si può evitare che succeda ....) è perfettamente logico che in qualche modo una certa percentuale di essa dovrà pure defluire. Allora i fiumi escono dal loro alveo, o meglio da quel poco che gli abbiamo lasciato, sommergendo quanto incautamente gli abbiamo costruito intorno e i versanti franano.

  
Malguzzi et al (2006) The 1966 ‘‘century’’ flood in Italy: A meteorological and hydrological revisitation. Journal of Geophysical Research 111, D24106, doi:10.1029/2006JD007111, 200


mercoledì 17 ottobre 2018

i movimenti della base dell'Etna e gli tsunami vulcanici



Fra i terremoti a sud del vulcano e l’articolo – uscito con un singolare tempismo in questi giorni – sulle faglie che si sono mosse  in mare immediatamente a largo di Acireale non si contano le esternazioni della stampa (soprattutto quella web da clickbaiting) in tutto il mondo secondo le quali l'Etna si sta tuffando nello Ionio, con scenari apocalittici di mega-frana e tsunami. In realtà questi scenari sono, a scala planetaria, poco frequenti ma parecchio catastrofici quando si verificano in un vulcano che si affaccia sul mare e c’è davvero da augurarsi che non succedano presto, visto appunto sono rari e che l’ultimo è di poco meno di 150 anni fa (correva l’anno 1883 quando esplose il Krakatoa). Quanto all’Etna, in effetti sta scivolando lentamente ma da qui a dipingere scenari così catastrofici dopo un articolo che porta delle ricerche innovative su un argomento comunque noto da quasi 30 anni ce ne corre…. Vediamo però di che rischio si tratti e cosa succede in questo momento nei dintorni di Catania.

I vari tipi di collassi dovuti ad una eruzione da Hunt et al (2018)
è chiaro il rischio tsunami se questi eventi avvengano su pendici esposte al mare
I VULCANI: GIGANTI APPARENTEMENTE MASSICCI MA SPESSO MOLTO DELICATI. Due giorni dopo l’inizio di una eruzione laterale effusiva due frane si staccarono dalla montagna lungo la Sciara del Fuoco a Stromboli il 30 dicembre 2002 e precipitando in mare crearono uno tsunami che fece un po' di danni tra Eolie e Sicilia (Bonaccorso et al, 2003). Nel XX secolo Stromboli ha prodotto diversi eventi di questo tipo, di cui purtroppo si ricorda solo la Scienza ma non la memoria collettiva. Alla fine è stato un evento di ridotte dimensioni rispetto a quello che può accadere, ad esempio quando un vulcano posto in un’isola esplode, come successe in Indonesia per l’eruzione del Krakatoa del 1883. 
In generale i pendii dei vulcani sono soggetti a franare, perché sono strutture in cui si accumulano molti materiali in uno spazio ristretto e infatti, a parte alcune eccezioni, sono montagne che possono raggiungere altezze considerevoli in poche migliaia di anni e molte di quelle più basse lo sono a causa di esplosioni o di collassi calderici che ne hanno distrutto le parti più alte: limitandoci a casa nostra guardiamo i 3300 metri di altezza dell’Etna, ma nel Tirreno le altezze sono paragonabili: la base dello Stromboli è situata molto in profondità per cui si tratta di un picco ben più alto dei 1000 metri di quota a cui arriva la sua cima; un altro esempio noto è il Marsili, la cui vetta si trova ad appena 700 metri dalla superficie, ma la piana batiale su cui è cresciuto è ad oltre 3000 metri di profondità. 
Si comprende quindi come i vulcani possano essere strutture piuttosto instabili anche non in caso di eruzioni distruttive e sono spesso oggetto di frane, che possono assumere dimensioni catastrofiche e in quelli che si affacciano sul mare (una discreta percentuale del totale) la cosa pone una seria minaccia di tsunami, con onde che possono arrivare a dimensioni mai viste nella breve storia umana. 
Chiaramente in fase eruttiva queste frane sono molto più probabili e aumentano la drammaticità dell’evento anche sulla terraferma lontano dal mare, come successe ad esempio nell’eruzione del St. Helens del 1980, dove per effetto di un terremoto con M5 si creò una imponente frana: all’interno della montagna la perdita del peso della parte franata fece diminuire la pressione che confinava l’acqua calda che vi era contenuta, provocandone un rilascio improvviso ed esplosivo (caso "C" della figura).
E alla fine si è trattato di un evento che ha rilasciato solo (si fa per dire) un volume inferiore a 5 km3. In realtà i fondi marini intorno a certi arcipelaghi vulcanici come Hawaii e Canarie testimoniano collassi che interessano volumi ben maggiori: ad esempio alle Canarie sono documentati, eventi che hanno coinvolto oltre 300 km3 di materiali (Hunt et al. 2018) in corrispondenza di esplosioni maggiori a cui segue il collasso di uno dei vari vulcani dell’arcipelago; una cosa del genere avrebbe oggi conseguenze incalcolabili su tutte le coste dell’oceano Atlantico, innescando a causa dei danni anche una crisi economica devastante. 


L'area tra la faglia della Pernicana e il sistema Tremestieri-Acitrezza
che si sta muovendo verso est (da Urlaub et al, 2018)
IL CASO-ETNA. In Italia oltre ai vulcani delle Eolie (ricordo che oltre a Stromboli e Vulcano, anche Lipari e Panarea sono tutt’altro che spenti), un vulcano che potrebbe provocare degli tsunami a causa delle frane è l’Etna.
Il vulcanologo dell’INGV Boris Behncke osserva: che i fianchi orientale, sud-orientale e meridionale dell'Etna si stiano muovendo verso l'esterno, lo sapevamo (e l'abbiamo detto in numerosissime pubblicazioni ma anche in molte conferenze per il pubblico) da più di 15 anni. Le prime ipotesi su questi movimenti sono uscite nel 1991, la conferma l'abbiamo avuta in maniera impressionante durante l'eruzione etnea del 2002-2003.
In questa occasione proprio l’amico Boris ha riscontrato che lo sciame sismico precedente alla eruzione aveva prodotto una dislocazione di diversi decimetri (Behncke and Neri, 2003). Le prime ipotesi a cui accenna invece sono contenute in Neri et al (1991).
Movimenti dello stesso tipo di quelli del 2002-2003 sono stati documentati anche prima delle eruzioni avvenute tra luglio e agosto 2001, tra maggio 2008 e giugno 2009 e tra settembre 2004 e marzo 2005.
L’Etna “respira” e prima delle eruzioni principali si registra un rigonfiamento dell’edificio (una cosa normale per un vulcano del genere) che provoca anche uno scivolamento verso il mare. 
Fondamentalmente la parte orientale dell’edifico etneo sta scivolando verso lo Ionio tra due linee:

  • a nord-est lungo il sistema di faglie della Pernicana
  • a sud-est lungo il sistema di faglie di Tremestieri – Acitrezza

Naturalmente questi sistemi sono trascorrenti e altrettanto ovviamente quello settentrionale è una trascorrente sinistra, mentre quello meridionale è una trascorrente destra.
La situazione a sud è più complessa, perché è influenzata anche da una compressione sottostante che dovrebbe essere dovuta alla presenza e del sistema di alimentazione del vulcano, per qualche motivo è bloccato da una superficie sovrastante sulla quale esercita uno sforzo (Alparone et al, 2011). Il magma è presente solo nella parte meridionale del sistema perché la crosta in quella parte della Sicilia si sta muovendo verso NW rispetto alla sorgente nel mantello e quindi grossolanamente le parti più settentrionali del vulcano sono quelle più antiche.
Questi sistemi di faglia dalla terraferma proseguono in mare: in corrispondenza della faglia della Pernicana lungo la piattaforma continentale a nord c’è la dorsale di Riposto e il sistema di Tremestieri – Acitrezza continua con una importante faglia trascorrente.
A largo esistono anche due pieghe anticlinali che denotano una certa compressione in atto verso il margine della scarpata. Li vediamo nella figura tratta da Urlaub et al (2018).


I movimenti del versante orientale dell'Etna (da Puglisi e bonforte, 2004)
Tutti i dati satellitari concordano: il versante orientale dell’Etna si muova verso il mare ad una velocità di qualche centimetro l’anno (Puglisi e Bonforte, 2004). Ancora una volta si può osservare che è una cosa normale per vulcani di questo tipo, specialmente quando, come l’Etna, un enorme ammasso di materiale pesante si è messi in posto sopra successioni sedimentarie più leggere: è più o meno come mettere uno scatolone di materiale pesante sopra a un cuscino di gommapiuma; l’Etna ha pure l’aggravante di essere immediatamente a lato di una scarpata, e quindi nel caso della gommapiuma sarebbe uno scatolone posto al limite di uno dei lati del cuscino. Una situazione quindi decisamente delicata.
Nel 1996 fu appunto ipotizzato che la Valle del Bove fosse il risultato di un vasto collasso di una parte dell’edifico vulcanico avvenuto all’inizio dell’Olocene che avrebbe prodotto uno tsunami di vaste dimensioni, le cui tracce sul vulcano sarebbero rappresentate dal conoide del Chiancone (Calvari e Groppelli, 1996), ma sono difficili da trovare in marea a causa dell’aumento del livello marino dopo la fine dell’ultima glaciazione. Una traccia archeologica in verità forse esiste, un villaggio (Atlit-Yam) che ora si trova  a qualche metro di profondità lungo la costa israeliana e che mostra di essere stato abbandonato all’improvviso (Zohar et al., 2001), come sono stati attribuiti a questo evento dei depositi della piana batiale dello Ionio (Pareschi et al, 2006). Comunque questa ipotesi oggi sembra godere di meno favore rispetto a qualche anno fa. Venendo a Israele, carotaggi effettuati recentemente in mare a poche centinaia di metri dalla costa hanno evidenziato tracce di ben 4 tsunami di età molto più recente di quella dell’abbandono di Atlit-Yamdal (Tyuleneva et al 2018) ed è noto che anche in epoca storica degli tsunami si sono abbattuti sulla costa. Quindi un collegamento fra l’Etna e Atlit-Yam non può attualmente essere considerato sicuro o probabile, ma solo possibile.  


La variazione della distanza fra due sensori separati dalla faglia che continua
il sistema di Tremestieri - Acitrezza nel maggio 2017 (da Uralub et al, 2018)
MISURE DI DEFORMAZIONE DEI FONDALI ANTISTANTI L’ETNA. Il lavoro di cui si parla in questi giorni (Urlaub et al, 2018) colma una lacuna importante: i dati satellitari sono eccezionalmente utili (ne ho parlato spesso e li uso...) ma si possono ottenere esclusivamente sulla terraferma. Dei ricercatori hanno quindi messo sul fondo marino alcuni localizzatori. Il risultato è stato estremamente importante, perché tra il 12 e il 20 maggio 2017 i sensori hanno variato la distanza fra loro. La dislocazione è compatibile con un  movimento non inferiore ai 4 centimetri lungo la faglia trascorrente meridionale (il prolungamento in mare del sistema di Tremestieri – Acitrezza); inoltre l’area a nord della faglia si è sollevata di circa 1 centimetro (ricordate le pieghe anticlinali lungo la scarpata?). Visto che questi spostamenti non possono essere addebitati ad una frana, l’unica causa possibile è che ci sia stato una scorrimento lungo questa faglia e siccome nel periodo in oggetto non sono stati registrati dei terremoti siamo evidentemente davanti a un chiarissimo esempio di scorrimento asismico, che ha comunque rilasciato, nell’arco di qualche giorno, una energia pari ad un terremoto di M 5. 
Annoto che questo evento si colloca poco dopo le eruzioni di febbraio-aprile 2017, quando sull'Etna era ancora presente una piccola attività sommitale (Behnke, com. pers.)
La conclusione importante di questo lavoro è che le zone di taglio lungo le quali il versante orientale dell’Etna scivola lentamente verso est non solo iniziano ben oltre la linea di costa ma addirittura che la loro attività maggiore potrebbe essere appunto in mare.


LE VARIE IPOTESI SULLE MOTIVAZIONI DEL MOVIMENTO. Per spiegare il perchè di questo lento collasso, che viaggia alla velocità non certo irrilevante di qualche centimetro all’anno (Puglisi e Bonforte, 2004) sono state avanzate diverse ipotesi, che essenzialmente si dividono in tre campi:

  • il collasso è indotto dalla attività vulcanica, in particolare da episodi di aumento della pressione nel magma o dalla intrusione di filoni che si fanno posto nel basamento del vulcano
  • il collasso è indotto dalla gravità che agisce in qualche modo su un edifico in equilibrio precario
  • il collasso è indotto da cause tettoniche, in particolare dal sollevamento del basamento (di cui esistono ampie prove)

Urlaub et al (2018) propendono per una origine gravitativa del fenomeno; io penso che la causa non sia unica e che tutti questi meccanismi concorrano al movimento. Ho qualche idea su questo, ma essendo, appunto, idee e non potendo fornirne una dimostrazione la logica mi impone di evitare di esprimermi con maggiore dettaglio, anche se si può pensare che la attività vulcanica e quella tettonica farebbero anticipare i movimenti gravitativi che comunque avverrebbero lo stesso in seguito.


CONCLUSIONI. I giornalisti e soprattutto i siti che campano evidenziando cose più o meno fintamente clamorose si sono ovviamente buttati a picco su questa notizia, amplificandola e deformandola. In soldoni, il rischio esiste eccome, come esiste dovunque ci sia un vulcano lungo il mare. Per fortuna eventi di portata epocale sono estremamente rari e quindi è piuttosto difficile per un singolo essere umano assistervi.
Altrettanto per fortuna in genere una eventuale frana di ampie dimensioni dell’Etna verrebbe sicuramente prevista prima osservando un aumento della velocità di deformazione.   


Alparone et al 2011 Evidence of multiple strain fields beneath the eastern flank of Mt. Etna volcano (Sicily, Italy) deduced from seismic and geodetic data during 2003–2004 Bull Volcanol 73,869–885 

Behncke B, Neri M 2003 The July–August 2001 eruption of Mt. Etna (Sicily). Bull Volcanol 65:461–476. 

Bonaccorso et al 2003 Dynamics of the December 2002 flank failure and tsunami at Stromboli volcano inferred by volcanological and geophysical observations Geophysical Research Letters, 30/18, 1941 

Calvari e Groppelli 1996 Relevance of the Chiancone volcaniclastic deposits in the recent history of Etna volcano (Italy), J. Volcanol. Geotherm. Res., 72, 239–258

Hunt et al 2018 Multi-stage volcanic island flank collapses with coeval explosive caldera-forming eruptions Scientific Reports 8:1146 | DOI:10.1038/s41598-018-19285-2 

Neri et al (1991) Studio strutturale e modello cinematico della Valle del Bove e del settore nord-orientale etneo Acxta Vulcanologica 1, 17-24

Pareschi et al (2006) Lost Tsunami Geophys. Res. Letters VOL. 33, L22608, doi:10.1029/2006GL027790, 2006

Puglisi e Bonforte 2004 Dynamics of Mount Etna Volcano inferred from static and kinematic GPS measurements Journal Of Geophysical Research, 109, B11404, doi:10.1029/2003JB002878, 2004 

Tyuleneva et al 2018 A new chalcolithic-era tsunami event identified in the offshore sedimentary record of Jisr al-Zarka (Israel) Marine Geology 396,67-78

Urlaub et al (2018) Gravitational collapse of Mount Etna’s southeastern flank Sci. Adv. 2018; 4 : eaat9700

Zohar, I., T. Dayan, E. Galili, and E. Spanier (2001), Fish processing during the early Holocene: A taphonomic case study from coastal Israel, J. Archaeol. Sci., 28, 1041–1053

mercoledì 10 ottobre 2018

Il terremoto e lo tsunami di Sulawesi del 28 settembre 2018.


Il 28 settembre un forte terremoto M 7.4 ha colpito la parte NW dell’isola di Sulawesi, preceduto 3 ore prima da un evento M 5.9 con un epicentro ad una trentina di km più a sud rispetto a quello dell’evento principale. Quello che è successo dopo rappresenta una classica serie di avvenimenti caratteristici di uno scenario disastroso innescati da un forte evento sismico, e cioè tsunami, frane e liquefazioni del terreno. La situazione umanitaria è molto difficile, sia dal lato squisitamente tecnico di un post-terremoto di questo tipo sia dal lato sanitario: le previsioni del tempo non sono per niente favorevoli e il rischio di epidemie è particolarmente alto. Ho aspettato a parlare di questo evento perché ho voluto vederci chiaro sulla questione dello tsunami e dalla relativa allerta, la cui tempistica all’inizio non era molto chiara. In particolare sembrava che lo tsunami fosse avvenuto molto dopo e che quindi non fosse dovuto direttamente al terremoto ma ad una successiva frana sottomarina. La ricostruzione degli eventi dimostra con certezza che l’emissione dell’allerta sia stata tempestiva e che lo tsunami sia avvenuto durante l’allerta; comunque si ipotizza che una frana sottomarina abbia contribuito all’entità del fenomeno.

L'evento principale (stella rossa) e le repliche dimostrano
la vastità dell'areainteressata dal movimento
L’Indonesia è notissima per i terremoti: lo scontro fra la placca indoaustraliana e l’Eurasia ha consumato l’oceano che stava fra India e Tibet formando l’Himalaya; da qui il limite fra le placche scende verso sud provocando la sismicità della Cina di SW e della Birmania per poi dirigersi in mare: tra Birmania e Australia infatti c’è ancora tanta crosta oceanica che scende sotto l’Eurasia provocando l’intensa sismicità presente tra Andamane, Giava e Timor: tutti ricordano in particolare il terribile terremoto del dicembre 2004 a Sumatra. Ma il fronte dell’arcipelago della Sonda che dà sull’Oceano Indiano non è l’unica zona sismica importante di questa regione, come dimostrano gli eventi di questa estate a Lombok, sul back-thrust nella parte opposta dell’arcipelago rispetto quella rivolta all’oceano, di cui ho parlato qui; adesso, per la seconda volta nel 2018, la nazione del SE asiatico è alla ribalta nelle cronache sismiche in una zona diversa dalla grande linea sismica e vulcanica rivolta verso l’oceano indiano: il terremoto M 7.5 del 2018 09 28 avvenuto a Sulawesi, quasi 1000 km a nord di questo allineamento, che ha provocato danni ingenti e molte vittime, non solo per i crolli in se, ma anche per le liquefazioni del terreno e per i successivo tsunami.
L’epicentro del terremoto è stato localizzato circa 80 km a nord di Palu, ma una Magnitudo del genere corrisponde ad una sorgente non puntiforme: di fatto si è mosso un segmento della faglia di Palù – Koro lungo ben oltre 100 km e quindi la fascia di massimo risentimento, che essendo una faglia trascorrente subverticale è una striscia lunga e stretta, si estende molto lontano dal punto in cui è iniziata la rottura. Questa carta, ottenuta tramite l’Iris Earthquake Browser, dimostra quanto lungo è il segmento della faglia interessato dal movimento.

La compressa interazione fra Eurasia, Wallacea, Australia
e placca del Mare delle Filippine
QUADRO GEOLOGICO REGIONALE. Sulawesi è tra le 15 isole più grandi del mondo ed è una delle più strane dal punto di vista della forma, con quelle 4 penisole che si estendono da un piccolo corpo centrale. La geodinamica di quest’area è diversa ma, soprattutto, ben più complessa di quella, semplice, dell’arcipelago della Sonda: al posto di una convergenza lineare fra due placche abbastanza ben definita, pur con qualche struttura accessoria, come dimostrano gli eventi di qualche mese fa già citati, quelli all’interno di Sumatra del 2009 e quelli dell’Oceano Indiano nel 2012, Sulawesi è la periferia di una regione in cui troviamo interazioni molto intense fra 3 placche maggiori diverse: la placca indoaustraliana (grossolanamente) e quella del mare delle Filippine, che si scontrano con velocità rispettivamente di 7,5 e 9 cm / anno con la placca eurasiatica (o più precisamente con il blocco dell’Asia di SE o “blocco della Sonda”). Ho scritto “grossolanamente” a proposito della placca indoaustraliana perché tra Kalimantan e Nuova Guinea ci sono attualmente diverse piccole placche di minore grandezza (Halmahera,  Bird’s Head, Sula, Caroline, mare delle Molucche); tutte queste placche esprimono una intensa sismicità non sono ai loro confini, ma anche lungo zone di deformazione interna e ci sono molteplici subduzioni. Ho scritto “attualmente” perché nel blocco della Sonda tra Sumatra e Kalimantan ci sono le tracce di altre microzolle o di piccoli bacini oceanici tipo l’attuale mare delle Molucche che sono state inglobate in questo dopo essercisi scontrate e che quindi non esistono più (Metcalfe, 2013). Proprio quella del mare delle Molucche è un esempio attuale di microplacca in via di estinzione: la sua crosta oceanica sta subducando sia verso est sotto la placca di Halmahera sia verso ovest sotto le isole Sangihe (il prolungamento verso le Filippine della penisola di Minnahassa, il braccio settentrionale di Sulawesi) (Zhang et al, 2017), con relativi archi magmatici; per fate un esempio di casa nostra, un pò come la placca adriatica sta finendo sia sotto gli Appennini che sotto le Dinaridi.
Globalmente questo insieme di microplacche è compreso in Wallacea. Si tratta di blocchi di affinità gondwaniana, originariamente posti vicino all’Australia, che stanno andando a collidere con l’Eurasia come hanno già fatto quelli oggi inglobati nel blocco della Sonda tra Sumatra e Kalimantan.
Wallacea prende il nome dalla “linea di Wallace”, il limite orientale delle faune euroasiatiche a mammiferi placentati (passata solo, in maniera naturale, dai soli roditori): questa linea scorre proprio tra Kalimantan (il nome attualmente corretto del Borneo) e Sulawesi, lungo lo stretto di Makassar che le divide, e questa differenza principale nella zoogeografia è una conferma indipendente della non appartenenza di Wallacea all’Eurasia. Il nome è, ovviamente, un omaggio al grande naturalista Alfred Russell Wallace. Più ad est scorre la linea di Lydekker, che è il limite occidentale delle faune marsupiali di Australia e Nuova Guinea.

Il moto dell’Australia verso nord ha avuto delle conseguenze importanti a lunga distanza anche sull’origine di Homo, perché ha chiuso la porta asiatica di SE, una delle principali aree di scambio delle acque fra gli oceani che esistevano nel Terziario, sostituendo un braccio di mare piuttosto importante tra l’Oceano Pacifico e l’Oceano Indiano con un sistema di piccole soglie, spesso di debole profondità; ciò ha precluso alle acque tropicali del Pacifico il passaggio verso SW e di conseguenza l’oceano Indiano si è raffreddato e ne è diminuita l’evaporazione, contribuendo all’inaridimenti nel quaternario di buona parte delle sue coste (Cane e Molnar, 2001) e soprattutto consegnando alle australopitecine un paesaggio molto diverso da quello della foresta tropicale nella costa africana che vi si affaccia.

La faglia di Palu - Koro in Walpersd et al, 1998
SULAWESI E LA FAGLI DI PALU – KORO. Sulawesi si trova proprio nel centro della giunzione tripla tra le 3 placche principali maggiori (considerando grossolanamente Wallacea una parte dell’Australia) e il terremoto è avvenuto lungo la faglia di Palu-Koro, che attraversa l’isola e che insieme alla faglia di Matano delimita il blocco di Sula, che ne forma la parte settentrionale; poco più a nord la faglia cambia significato e diventa la linea lungo la quale la placca del mare delle Filippine subduce verso sud lungo la penisola di Minnahassa e quindi sotto la parte settentrionale di questo blocco. Negli anni ‘90  misurazioni GPS hanno dimostrato che la faglia Palu – Koro è caratterizzata da uno scorrimento asismico laterale di ben 3,4 cm / anno, con una piccola componente estensionale di 0,4 cm / anno e che la faglia è bloccata ad una profondità stimata intorno agli 8-16 km. In più i terremoti importanti vicini la fanno ulteriormente muovere: ad esempio in occasione dei terremoti di Minnahassa del 1996 (M 7.9 del 1 gennaio e M 6.6 del 16 e 7.0 del  22 luglio, localizzati nel nord dell’isola e collegati alla compressione lì in atto) ha fatto aumentare la media annua del movimento lungo la faglia a 6.3 cm/anno. Gli autori di quella ricerca hanno ipotizzato che gli eventi del 1996 abbiano determinato un aumento dello stato di sforzo lungo questa faglia (Walpersd et al 1998). 

TSUNAMI E TERREMOTI A SULAWESI.  La parte settentrionale dell’isola è continuamente bersagliata da terremoti molto forti: solo dal 1990 contiamo 7 eventi a M 7 o superiore, e altri 17 con M compresa tra 6 e 6.9. Wichmann (1918) documenta sulla costa occidentale di Sulawesi uno tsunami nel 1820. Ma fra quelli generati direttamente nello stretto di Makassar e quelli che vi arrivano da lontano, se si considerano tutte le coste dell’isola, Sulawesi è stata colpita da 20 tsunami dall’inizio del XX secolo, piccoli o grandi. In particolare sulla costa occidentale sono noti uno tsunami nel 1927 e uno nel 1968. Sull’evento del 1927 qualcosa personalmente non mi torna, perché risulta innescato dal terremoto M 6.3 del 12 gennaio con onde alte oltre 10 metri, provocando 50 vittime: mi pare una M troppo debole, a meno del concorso nell’innesco delle onde da parte di una frana e in effetti in un bollettino dell’ASEAN Coordinating Centre for Humanitarian Assistance on disaster management (AHA Centre) ne parla come di un evento a M 7.4, ma non sono riuscito a trovare la referenza bibliografica indicata; quello del 1968 è invece in relazione al terremoto M 7.2 del 14 agosto 1968, più o meno nella posizione e con il significato, degli eventi del 1996, con onde alte più di 8 metri.

LO TSUNAMI DEL 28 SETTEMBRE. La dinamica dello tsunami del 28 settembre non è ancora del tutto chiarita: in generale i terremoti a meccanismo trascorrente non sono ritenuti in grado di muovere il fondo marino in maniera tale da produrre onde di particolare importanza. Quindi vengono ipotizzate delle concause oltre allo scuotimento del fondo marino; in particolare l’innesco di una frana circa 200 – 300 metri sotto il livello del mare nei sedimenti che provengono dai fiumi e che non sono ancora consolidati (ricordo che data la quantità di pioggia e l’energia del paesaggio, il tasso di erosione da quelle parti è molto alto e i fiumi portano un carico di sedimenti piuttosto elevato). Questo spiegherebbe anche la fangosità delle prima delle 3 ondate che hanno colpito la costa. Inoltre è probabile che anche la topografia della baia di Palu abbia contribuito ad aumentarne l’altezza. Sono molti gli tsunami che vengono provocati da frane innescate da terremoti, per esempio nei casi del terremoto M 7.2 del 2 settembre 1992 in Nicaragua e del terremoto M 7.0 del 17 luglio 1998 in Nuova Guinea e questa ipotesi è considerata anche per lo tsunami di Messina del 1908

TSUNAMI E ALLERTA: TUTTO REGOLARE. Per quanto riguarda l’allerta, non è vero che lo tsunami è arrivato dopo la fine dell’allerta. Il BMKG, l’agenzia nazionale indonesiana per la meteorologia, la climatologia e la geofisica, aveva regolarmente attivato l’allerta per le coste dalla baia di Palu in poi verso nord, allerta conclusa alle 18.36 quando le tre ondate si erano già abbattute sulle coste. In realtà l’unica discrepanza è un ritardo nell’arrivo: previste per le 17.22 locali, le tre onde sono arrivate fra le 17.27 e le 17.32. Tantomeno, in questo caso, si può dire che il problema sia stato quello delle boe non funzionanti, perché l’allerta c’era; sarebbe stato un problema se e solo se l’allerta non fosse stata emessa: in quel caso senza le boe non ci sarebbe stato l’allarme. Annoto che in Indonesia il mancato funzionamento delle boe ha avuto delle ripercussioni, ad esempio nel 2010 a Sumatra quando non segnalarono uno tsunami  perché erano fuori uso in quanto utilizzate come ormeggi dai pescatori.

LE LIQUEFAZIONI DEL TERRENO. Una parte importante dei danni la dobbiamo alle liquefazioni del terreno, che sono state veramente imponenti e di cui circolano diversi video e immagini.  Faccio solo vedere questa immagine satellitare dei danni a Palu, dove si vede un quartiere intero, Balaroa, che è andato totalmente distrutto proprio per le liquefazioni.

danneggiamenti a Palu. Immagine del satellite ESA Copernicus

I danneggiamenti sulle strade a su di Palu (AHA Center)
SITUAZIONE ATTUALE. Per fortuna ci sono diversi aeroporti agibili, anche se con piste non lunghissime e quindi l’affluenza nell’isola dei soccorsi è abbastanza regolare, mentre i problemi sono ad uscire dagli aeroporti:  il quadro è davvero critico, perché le repliche si succedono senza interruzione (siamo ad oltre 500); molte di queste sono distintamente avvertibili e il rischio è che scuotimenti anche modesti possano mettano in movimento altre frane, aggiungendosi a quelle che, già cadute, bloccano molte strade. La viabilità è resa difficile anche da liquefazioni del terreno, macerie e dai ponti crollati o danneggiati. Vediamo qua la situazione a sud di Palu, dal sito dell’AHA center. 
Inoltre fa caldo e il rischio di epidemie è altissimo, soprattutto tifo e colera. Per questo la sepoltura dei cadaveri è avvenuta in fretta in fosse comuni allestite rapidamente. Inoltre le prossime settimane si annunciano più piovose e più calde del normale, tanto per complicare ulteriormente le cose.

Cane e Molnar 2001 Closing of the Indonesian seaway as a precursor to east African aridification around 3±4 million years ago Nature 411, 157-162
Metcalfe 2013 Gondwana dispersion and Asian accretion: Tectonic and palaeogeographic evolution of eastern Tethys Journal of Asian Earth Sciences 66, 1–33 
Walpersd et al 1998  Monitoring of the Palu-Koro Fault (Sulawesi) by GPS Geoph. Res. Lett.  25/13, 2313-2316 98 
Wichmann 1918 Die Erdbeben Des Indischen Archipels J. Müller (Amsterdam)
Zhang et al 2017 Geodynamics of divergent double subduction: 3-D numerical modeling of a Cenozoic example in the Molucca Sea region, Indonesia J. Geophys. Res. Solid Earth, 122, 3977–3998