martedì 3 novembre 2009

Yeti, Almas, Bigfoot: un filo lega queste creature mitiche ai Neandertal?


Devo delle scuse a Lorenzo Rossi di www.criptozoo.com : l'area di diffusione dei neanderthaliani comprendeva anche l'Asia settentrionale e quindi ho provveduto a precisare quello che avevo affermato in http://aldopiombino.blogspot.com/2009/01/lestinzione-di-homo-neanderthalensis-e.html , chiedendogli delle scuse formali per essere incorso in un così grave errore.

Continuo a pensare che sia impossibile quello che afferma Rossi (peraltro il suo sito è molto ma moto interessante) e cioè che l'Almas sia una creatura veramente ancora esistente nei monti Altai: nessuno lo abbia mai avvistato o, meglio, come per lo Yeti dell'Himalaya e il Sasquatch (o “bigfoot”) della costa pacifica nordamericana non ci sono prove certe. E' vero che la foresta africana continua a dare delle sorprese (addirittura un paio di anni fa è stata trovata una nuova specie di scimmia), ma dubito che creature del genere possano esistere in continuità senza essere state ritrovate fino ad oggi in un ambiente molto più scoperto di una foresta tropicale.
Sia sullo Yeti che sull'Almas esistono delle supposte testimonianze, talvolta fassurde (ne cito a caso una: un Almas sarebbe stato catturato durante la seconda guerra mondiale da soldati del'Armata Rossa..... ). Su Bigfoot esiste una certa letteratura; ci sarebbero anche immagini e un filmato, ma la probabilità che siano dei falsi è altissima, come afferma lo stesso Lorenzo Rossi.

L'ostacolo maggiore che mi viene in mente è la quantità della popolazione necessaria per continuare una stirpe, anche se non occorrono numeri enormi: i Tasaday, indigeni delle Filippine, quando furono “scoperti” nel 1971 erano meno di 30. Vero che al proposito alcuni studiosi hanno pensato ad un falso orchestrato dall'allora dittatore filippino Marcos (e ovviamente della CIA), ma sono state avanzate diverse prove linguistiche e non che attesterebbero la realtà di questo fatto. Se i Tasaday non sono un falso si dimostra come anche piccole bande neanderthaliane potrebbero essere sopravvissute isolate all'avanzata dell'Uomo Anatomicamente moderno (e chiaramente è più facile che sia successo sui monti e non nelle steppe) .


“Creare” una leggenda non è difficile, basta pensare a tutte le idiozie che si diffondono in rete. Ma voglio raccontarvi una storiella. Metà degli anni '80, un nostro amico (Fxxx per la privacy) aveva la fama di avere sempre una “certa dose di fortuna” nel trovare parcheggio anche nei posti più congestionati. Al che qualcuno, mi sembra il Pucci (cognome molto diffuso e quindi privo di conseguenze per la privacy) cominciò ad evocare lo “spirito del Fxxx” quando c'era da parcheggiare. Ovviamente la battuta ebbe un certo successo e quando si cercava parcheggio si diceva "Spirito del Fxxx, se ci sei dacci un segno". Mi ricordo una volta a Fiesole che, disperato, dissi “ci vorrebbe lo spirito del Fxxx”: non feci in tempo a finire il cognome che si illuminò la luce di retromarcia di una macchina. Ridendo e scherzando ancora oggi a 25 anni di distanza, alcuni miei amici (che non hanno mai conosciuto Fxxx!) continuano ad evocarlo (fra questi uno è un esponente degli atei razionalisti....). Chiaro che nessuno al giorno d'oggi si sogna di divinizzare Fxxx, ma in altri tempi poteva benissimo nascere su uno come lui una leggenda. Magari era uno che con un odorato superiore riusciva a sentire gli odori degli animali prima degli altri e portava i suoi verso la giusta zona per la battuta di caccia. Oppure uno con altre qualità o che ha avuto la fortuna di trovarsi alcune volte al posto giusto nel momento giusto. Le leggende nascevano anche così.

Ci sono casi in cui i miti hanno una giustificazione zoologica. Ad esempio la presenza di un occhio solo centrale evidenzia in modo quasi matematico che la leggenda dei ciclopi è nata grazie ai teschi di elefanti che, come è noto, non hanno due cavità occipitali ma ne esibiscono una unica. Anche fra sirene e, appunto, Sirenidi (lamantino e dugongo), ci sono delle somiglianze. I draghi cinesi, lunghi e affusolati, fanno quasi pensare a dei coccodrilli giganteschi (quelli marini australiani non vivono tanto lontano). Il Thunderbird delle leggende indigene nordamericane potrebbe essere stato un Condor con una apertura alare di oltre 3 metri. Al proposito io penso invece a un grande uccello carnivoro non volatore, il Titanis Wallneri. Sembra pure che nei miti nordamericani sia rimasta anche l'eco del mammuth, estintosi in zona oltre 13.000 anni fa. Come, in un altro campo, sono convinto che anche il mito di Atlantide nasconda dietro qualcosa e persino uno tsunami che ha colpito la costa pacifica nordamericana nel 1700 è stato dimostrato grazie allo studio di alcune leggende.



Ed eccoci al punto. Non essendo un esperto del ramo, è probabile che le mie conoscenze in materia tendano a semplificare le cose. Sosteniamo pure che Almas, Yeti e Sasquatch (o Bigfoot in inglese) non abbiano fondamento alcuno. Però mostrano una caratteristica piuttosto strana: le genti che ne parlano (tibetani e tribù nordamericane della famiglia Na-Denè) hanno una probabile origine comune e proprio nella zona degli Altai.

I tibetani geneticamente provengono da territori più a nord di quelli che occupano attualmente.
I Na-Denè costituiscono un raggruppamento geneticamente e linguisticamente distinto dagli amerindi classici, e sarebbero arrivati nel continente dopo gli amerindi ma prima degli eskimo-aleuti. E' stata accertata la loro parentela, specialmente linguistica, con le popolazioni siberiane che parlavano lingue inquadrate nella famiglia linguistica siberiana, attualmente estinte (tranne una, il Ket, ormai però destinata alla rapida scomparsa, essendo parlata solo da pochi anziani).
Le lingue lingue siberiane rappresenterebbero una specie di anello di congiunzione che ha dato carburante ai sostenitori della parentela fra le lingue sino-tibetane, quelle na-dene e quelle caucasiche raggruppandole nella superfamiglia sino-dene-caucasica. Testimonianze dell'Almas arrivano anche dal Caucaso.
Un'altra coincidenza? Ammettiamolo: è un pò strano. Alcuni studiosi americani sostengono che il mito di Big Foot abbia radici molto antiche, di prima della migrazione in America (non esiste nelle culture amerinde).

Questa circostanza mi suggerisce che qualcosa di vero in queste leggende debba esserci per forza.
Ma, alla fine, chi era Almas / Yeti / Bigfoot?

Qualcuno ha pensato che le radici siano nel ricordo del Gigantopitecus, un primate di dimensioni gigantesche di cui in Cina sono stati trovati dei fossili, ma ci sono un paio di considerazioni che impediscono tutto questo: Gigantopitecus si sarebbe estinto 400.000 anni fa, davvero troppi per poter continuare a vivere nelle leggende e poi, un primate per vivere a queste temperature deve come minimo coprirsi di qualche vestito.  Pertanto se è un primate, allora è un uomo che ha sviluppato la necessaria tecnologia per resistere al freddo (abiti di pelliccia). Se non lo è, l'unica soluzione che mi viene in mente è un orso. Ma l'orso non cammina comunemente su 2 zampe e quindi siamo puno e a capo.


A questo punto, stabilito che l'origine del mito è l'Asia Centrale,(o il Caucaso) l'idea più ovvia è che questa creatura fosse davvero un uomo. Quale? Le dimensioni sono sicuramente maggiori rispetto ai nostri diretti progenitori. Questo esclude Homo Erectus e si adatta benissimo ai Neandertal, sicuramente più robusti dei Sapiens e che per la loro superiorità fisica hanno resistito a lungo fino a tempi recenti: infatti la sensazione comune è che Sapiens abbia prevalso avendo tecnologie migliori e se notiamo le carte sull'espansione dell'Uomo anatomicamente moderno vediamo come all'inizio si sia dovuto tenere lontano dalle aree occupate dai neandertaliani, riuscendo a sopraffarli soltanto dopo aver affinato le proprie conoscenze.

Quindi l'ipotesi più plausibile è che queste leggende si riferiscano a Neandertaliani rimasti isolati in Asia dall'avanzare dei sapiens e sopravvissuti per un po' di tempo.

Una questione importante è datare questa storia. La conquista dell'Asia settentrionale da parte dell'Uomo Anatomicamente Moderno data a circa 40.000 anni fa e gli ultimi Neandertal sicuramente attestati sono quelli di Gibilterra, poco meno di 30.000 anni fa. Questo tuttavia non può escludere che uno o più piccoli nuclei possano essere sopravvissuti in Asia nelle montagne.A questo proposito alcune ricerche tendono ad escludere che in neandertaliani fossero molto numerosi e quindi la loro struttura era di piccolissime bande disperse in un vasto territorio.

In quanto alla datazione, se Almas, Yeti e Sasquatch rappresentano lo stesso mito, è evidente che debba essere anteriore alla migrazione dei Na-Denè verso l'America, tra 10 e 15 mila anni fa, quindi dopo l'ultimo massimo glaciale quando – circa 20.000 anni fa – l'Asia settentrionale anni fu travolta dal freddo. La cosa potrebbe riflettere la presenza di piccole bande residue di neandertaliani in un ambiente molto freddo, in cui erano ancora capaci di resistere meglio dell'Uomo anatomicamente moderno. In questo caso, il progressivo riscaldamento da 20.000 anni fa in poi è stato loro fatale.

Sarebbe veramente interessante trovare delle prove dell'esistenza di queste creature. purtroppo per adesso siamo solo nel campo delle ipotesi.

EDIT: Lorenzo Rossi mi ha scritto una puntualizzazione che riporto integralmente:
 
Ti posso assicurare che non affermo nulla di simile, come sottolineo anche nel mio libro sull'argomento, non esistono prove solide circa l'esistenza di queste creature. Semmai è vero che però non ho in merito una posizione certa, in pratica rimango possibilista anche se si tratta di eventualità davvero molte remote, e inoltre anche ipotizzando che questi esseri esistano davvero la loro origine (neandertaliani o qualunque altra cosa) sarebbe tutta da stabilire. Il mio libro si intitola "gli ultimi neandertal" perché esamina la teoria secondo cui questi presunti esseri sarebbero appunto neandertaliani, ma non per questo la abbraccio ciecamente.

giovedì 29 ottobre 2009

Un bel dibattito sulla vulcanologia del Chaiten



Il primo maggio del 2008 nessuno poteva pensare che quello che stava incominciando quel giorno sarebbe diventato uno degli eventi scientifici più seguiti almeno nei due anni successivi, questo anche grazie ad internet (altrimenti di questa eruzione si sarebbe saputo ben poco). Rimando al primo post che ho scritto in materia per riportare alla mente i primi dati sull'eruzione.

Da allora la situazione è rimasta più o meno costante. Non ci sono state (ancora?) le temute nubi ardenti ma la città omonima è ormai persa, sepolta sotto una coltre di cenere prodotta dall'eruzione e trasportata lì dal vento e dalle acque, come tutta la pianura circostante. Dispiace per i cittadini di Chaiten ma non oso pensare a cosa sarebbe successo se una eruzione del genere avesse avuto luogo in un'area più popolata.

Purtroppo la zona, dove piovono 5 metri di pioggia all'anno, è spesso coperta dalle nuvole e le osservazioni dirette sono molto difficili perchè avvicinarsi al vulcano è ovviamente troppo rischioso, visto il costante pericolo di nubi ardenti, lahar e collassi dei duomi. Quindi le notizie sono spesso frammentarie e ricavate indirettamente dai dati atmosferici e geofisici. Un parziale collasso di un duomo lavico lo abbiamo avuto davvero il 29 settembre 2009, 16 mesi dopo l'inizio dell'eruzione.

Oggi questo vulcano sale alla ribalta per una clamorosa questione scientifica: sembra che il magma riolitico del Chaiten abbia avuto una risalita insospettabilmente veloce per lave del genere. Il Dr. Jonathan Castro, ricercatore formatosi negli USA, attualmente in Francia e che prossimamente si trasferirà in Australia è stato così gentile da rispondere a delle domande che abbiamo potuto rivolgergli tramite Erik Klemetti di “Eruptions”. Ne è nato veramente un bel dibattito. Per chi lo volesse leggere integralmente, commenti compresi, questo è il link.

Tanto per far capire la differenza fra una lava basaltica e una lava riolitica, costruire una casa lungo le pendici di un vulcano basaltico comporta un grave rischio per la costruzione stessa (l'Etna in questo è un esempio classico).

Costruire una casa su un vulcano riolitico non comporta questo rischio, perchè la lava non raggiungerebbe mai la casa non riuscendo a scorrere: quella che fuoriesce dalla bocca rimane più o meno nella zona e si accumula fino a formare i cosiddetti “duomi vulcanici”. Ma proprio perchè la lava è molto viscosa, i vulcani riolitici sono pericolosissimi, in quanto non hanno colate laviche ma una vasta gamma di prodotti come tufi, nubi ardenti ed esplosioni capaci di distruggere l'intero edificio etc etc. Anzi, la maggior parte delle esplosioni sono da addebitarsi ai vulcani a magma riolitico. Quindi una casa su un vulcano riolitico è ad altissimo rischio, molto maggiore di una su un vulcano basaltico, nonostante il rischio di distruzione da colata lavica sia estremamente remoto.

Riassumo quanto ha detto Castro nell'articolo su Nature: i segni premonitori dell'eruzione sono stati pochi e soprattutto più tipici di una lava basaltica: appena 24 ore tra il tremore sismico e l'inizio dell'attività, in un vulcano quiescente da 9300 anni. È la prima volta che viene osservato un simile comportamento in un vulcano riolitico e quelli prodotti dal Chaiten sono i duomi lavici più grandi negli ultimi 200 anni. Però questa situazione mette in subbuglio i vulcanologi che fino ad oggi pensavano di avere più tempo per lanciare l'allarme in vulcani del genere. La cosa si riflette anche in Italia, con vulcani come Lipari o Vulcano, in cui gli scenari attualmente prospettati sarebbero quindi molto più lenti di quella che potrebbe essere la realtà.

Le indagini sui (pochi) cristalli contenuti nel magma hanno dimostrato che il primo magma eruttato nel maggio 2008 è risalito molto velocemente da una camera magmatica posta a circa 5 km di profondità: ogni profondità è contrassegnata, a causa della minore pressione che il magma incontra via via che sale, da modifiche nei bordi dei cristalli contenuti nel magma e quindi studiandoli si può stimare la permanenza del liquido a varie profondità.

La discussione è venuta molto bene perchè tutti coloro che hanno posto le domande sono quantomeno "persone informate sui fatti", non degli sprovveduti. Si comincia con le preoccupazioni per il supervulcano di Yellowstone: attualmente i piani si basano su un certo tempo di attesa fra l'inizio dei fenomeni premonitori e l'eruzione. Queste scoperte sul Chaiten cambiano la situazione? No, dice Casto, perchè questo quadro si può applicare, solo ad eruzioni minori che possono comunque avvenire anche nei supervulcani. E purtroppo non si può evincere una regola nuova da questo caso: troppo diverse sono le condizioni tettoniche, chimiche e termiche fra un vulcano ed un altro per dedurre una regola “generale”.

Ci siamo poi spostati sull'origine dell'eruzione. Innanzitutto il quadro strutturale del Chaiten è quello giusto per un vulcano “orogenico”: la placca oceanica che subduce è a circa 170 km di profondità: il valore “ideale” per un arco magmatico. La camera magmatica dovrebbe essere a circa 5 km di profondità, ma non ci sono indagini geofisiche per stabilirne esattamente forma e dimensioni. Si sa che non è in equilibrio chimico in quanto la composizione dei feldspati non è costante.

Non si sa se il magma sia venuto da grandi profondità e sia il risultato della differenziazione di un originale magma di composizione basaltica o andesitica (più bassa in silice) o altrimenti se sia il risultato della fusione parziale della crosta dovuta alla risalita di magmi molto caldi sottostanti (ipotesi questa ben fondata a proposito dei magmi toscani). Anche se non c'è una evidenza della seconda possibilità, è sicuro che i cristalli hanno subìto degli sforzi prima del loro coinvolgimento nel magma. Quanto prima di essere coinvolti nell'eruzione e perchè, al momento non è dato sapere, né si sa da quanto tempo il magma è nella camera. Una cosa è sicura: c'è un alto contenuto di acqua e questo può essere uno dei motivi fondamentali della bassa viscosità della lava del Chaiten. Un altro è la scarsissima quantità di cristalli solidi all'interno.

Sul futuro dell'eruzione si sa poco: l'attività è molto costante e la costruzione dei duomi prosegue. Potrebbero raggiungere dimensioni ragguardevoli: parecchi kilometri cubici (a meno che non collassino). Un comportamento un po' diverso da quello dei duomi “classici”: un vulcano rioliico di solito preferisce costruire una catena di piccoli duomi anziché pochi duomi grossi. Nonostante la on ci sono evidenze di uno spostamento di composizione fra le prime lave di un anno e mezzo fa e quelle attuali. Altra caratteristica particolare è la granulometria dei tufi, molto più fini di quelli che si trovano normalmente associati ad eruzioni del genere.

questo è quanto, per adesso, sul Chaiten e siamo qui ad aspettare che prima o poi l'eruzione si concluda.

giovedì 22 ottobre 2009

Lo strano caso del terreno in sollevamento a Staufen (Germania) e la necessità di fare attenzione agli acquiferi

Staufen è una cittadina nella parte meridionale del Baden-Wuttemberg, nell'alta Selva Nera, vicino a Friburgo e quindi nell'angolo sudoccidentale della Germania. Lì sta succedendo una cosa piuttosto strana, evidenziata da una serie di fenomeni, come fessurazioni anche piuttosto importanti negli edifici. Risultano danneggiati il municipio, una chiesa due scuole e diverse decine di case private.

Siamo lungo il graben del Reno, un'area che ha avuto una importante attività tettonica negli ultimi 30 milioni di anni. Si è formato fra l'Eocene medio e il Miocene inferiore, durante una stasi dell'accorciamento crostale che ha generato l'arco alpino. La formazione della fossa ha provocato il contemporaneo innalzamento della Foresta Nera e dei Vosgi (Illies e Greiner, 1978). Questa parziale spaccatura della crosta europea è stata accompagnata dalla risalita del mantello sottostante e dai conseguenti fenomeni vulcanici, protrattisi fino al quaternario. Tutta la zona è sede di bassissima attività tettonica, ma sempre maggiore rispetto alla media dell'Europa Centrale: comunque, scosse di M maggiore di 3 sono rarissime.
Vicino a Staufen c'è un'area termale, con fluidi caldi che qualche anno fa erano stati indagati per un eventuale uso a fini energetici

I giornali del 2008 hanno parlato del fenomeno come un abbassamento del terreno: Der Spiegel scrive: “il problema è che la città sta affondando nel sottosuolo”. La cittadina è molto antica per gli standar tedeschi: attrestata già ben prima del 1000 ha un municipio del 1435 e mai si sono avuti problemi del genere. Si ipotizza proprio che la colpa di questo fenomeno sia del municipio, o, meglio, di alcuni lavori che sono stati fatti: la municipalità infatti, conoscendo la presenza di fluidi geotermici sotto la città, ha pensato di sfruttarli per il riscaldamento degli edifici, a cominciare dal palazzo municipale. Pertanto si è pensato che il sondaggio per carpire i fluidi abbia liberato una falda acquifera in pressione che, cominciando a svuotarsi, abbia perso pressione e provocato quindi l'abbassamento del terreno.


Dare la colpa a modificazioni della falda acquifera è normale, in quanto le fessurazioni degli edifici sono spesso dovute a questo. Ma i conti non tornano, come dimostra il satellite tedesco TerraSar-X: esaminando 2 foto prese a 10 mesi di distanza l'una dall'altra della zona di Staufen è stato dimostrato l'esatto contrario: secondo le misure satellitari l'area si sta sollevando (3 centimetri da gennaio a ottobre 2008). Forse chi ha ipotizzato l'abbassamento è stato tratto in inganno da un caso avvenuto a Kamen, vicino a Dortmund (e quindi non lontanissimo da lì), dove c'è stato un collasso del suolo dovuto proprio a una perforazione per una pompa di calore geotermica.

La spiegazione del fenomeno quindi deve essere ricercata in qualcos'altro. Vediamo: nel sottosuolo di Staufen è presente l'anidrite, un solfato di calcio anidro. Le anidriti sono rocce evaporitiche che si formano quando la salinità dell'acqua è troppo elevata per consentire loro di restare sciolte nell'acqua. Molto spesso troviamo rocce evaporitiche alla base dei cicli sedimentari. Le evaporiti terziarie nell'area sono ben conosciute: un bacino evaporitico molto sviluppato è leggermente più a sud, nell'Alsazia.
Le anidriti non contengono acqua al loro interno, ma ove ne vengano in contatto si gonfiano in maniera notevole (anche di più del 50%!)
Questa è la causa più probabile del sollevamento del suolo a Staufen.

Resta solo da capire se è davvero conseguenza della perforazione oppure l'acqua è finita a contatto con l'anidrite per cause naturali, per esempio lungo una delle tante faglie normali del sistema del graben del Reno.
Se fosse vera, come è probabile, la prima ipotesi, dispiace vedere come la buona volontà per la ricerca di soluzioni energetiche che diminuiscono le emisisoni di CO2 abbiano a volte esiti negativi. Questo si potrebbe evitare se solo si conoscesse meglio il sottosuolo. Non è che è impossibile usare nel caso in questione delle sonde geotermiche, ma nel loro posizionamento vanno tenuti di conto gli effetti sulla circolazione delle acque, predisponendo le necessarie precauzioni volte ad inmpedirlo: troppe volte i geologi sono chiamati a lavorare su problemi a costruzioni innescati da variazioni delle falde acquifere che per la stragrande maggioranza hanno cause antropiche.
Nella più che auspicabile implementazione anche in Italia della cosiddetta “geotermia a bassa entalpia” ad uso principalmente di riscaldamento e condizionamento domestico bisognerà tenerne molto di conto.

martedì 20 ottobre 2009

Uomini "probi" più razzisti di Darwin


Chiedo scusa a Makko che ha ragoni da vendere quando mi critica perchè insisto (sobillato...) sulla filosofia e non sulla scienza parlando di Darwin. Tanti (fra cui diversi miei amici) la pensano come lui, dicendo che non capicono cosa ancora ci sia da dibattere visto che l'evoluzione è scientificamente accertata al di lò di ogni ragionevole dubbio. Però voglio ulteriormente intervenire a questo proposito e spero che il sempre anonimo (anche per me e me ne dispiace) Simonpietro e altri come lui legga noquesto post fino in fondo.

Darwin, come ogni inglese dell'epoca, aveva sicuramente un imprinting razzista, e su questo non ci può stupire. Letteratura, scienza e politica dell'epoca ne erano infarcite (però si coprivano per pudore anche legambe dei tavoli....) comunque i creazionisti hanno esagerato, ponendo una grande attenzione ad alcune frasi esclusivamente per denigrarlo, come sono riusciti a svincolare dal contesto una frase di Steven Jay Gould per far credere che anche il paleontologo americano ad un certo punto di un suo libro sconfessase Darwin (sconfessare è proprio il termine che è stato usato): infatti quando scrisse che “bisogna andare oltre Darwin” non ha certo inteso dire che Darwin avesse sbagliato tutto, ma che al suo modello di evoluzione a ritmo lento e costante, secondo la visione gouldiana l'evoluzione procede con improvvise accelerazioni, gli “equilibri punteggiati”, nei quali ancora di più conta il meccanismo della “selezione naturale” tramite la “sopravvivenza del più adatto”.

L'affermazione che Darwin era razzista è gettonatissima in molti siti di destra e cattolici.
In particolare c'è questa frase: “Tra qualche tempo a venire, non molto lontano e misurato nei secoli, è quasi certo che le razze umane più civili stermineranno e si sostituiranno in tutto a quelle selvagge
Frasi come questa e altre anche peggiori si trovano nell’Origine dell’uomo.
Che dire? Certo, viste con gli occhi di oggi, queste frasi delineano un razzista.
E se digitate “Darwin+razzismo” su Google escono un sacco di siti che ne parlano.

Ma ovviamente questi signori non possono andare avanti e citare la frase successiva in cui Darwin dice:
"Il sentimento che ci spinge a soccorrere gli impotenti è principalmente un effetto incidentale dell’istinto di simpatia, che fu in origine acquistato come una parte degli istinti sociali, ma che divenne in seguito nel modo precedentemente indicato più tenero e più largamente diffuso. E noi non possiamo frenare la nostra simpatia con i suggerimenti della dura ragione, senza deteriorare la parte nobile della nostra natura. Il chirurgo può cercare di indurirsi mentre compie un’operazione, perchè sa che opera per il bene del suo malato; ma se noi volontariamente trascuriamo i deboli e gli impotenti, può derivarne soltanto un casuale beneficio, con un male grande e presente. Quindi dobbiamo sopportare senza lagnarci i sicuri cattivi effetti del sopravvivere dei deboli e del loro propagarsi".

Ai tempi di Darwin questi atteggiamenti erano correnti. Leggete quest'altro passo, che non è darwiniano:
"e aggiungerò che fra le razze bianca e nera vi è una differenza fisica che credo impedirà per sempre alle due razze di vivere insieme nell'uguaglianza sociale e politica. E nella misura in cui esse non possono vivere in questo modo, fin tanto che restano insieme ve ne deve essere una superiore e una inferiore, e io, come chiunque altro, sono favorevole a che si assegni il posto superiore alla razza bianca. Ne approfitto per dire che non vedo perché al negro si debba negare tutto solo perché il bianco deve avere una posizione superiore".
Probabilmente resterete di stucco: il passo è tratto da un discorso di Abraham Lincoln, del 18 settembre l858

Adesso mi rivolgo direttamente a Simonpietro. A Milano esiste una scuola cattolica intitolata ad Alexis Carrel, premio Nobel per la medicina nel 1912.
Dal Programma della scuola si legge: "fare scuola" secondo una precisa ipotesi culturale: l'ideale educativo cristiano inteso come apertura alla realtà nella totalità dei suoi fattori.

A questo punto è d'obbligo una cittazione tratta da un libro di questo scienziato “La ricostruzione dell’uomo”, un libro del 1936, lo stesso anno nel quale viene eletto socio della Pontificia Accademia delle Scienze

«Le nazioni stanno compiendo inutili sforzi per la conservazione di esseri inutili e nocivi, e così gli anormali impediscono il progresso dei normali. Dobbiamo affrontare con coraggio questo problema. Perché la società non usa i sistemi più economici per la cura dei criminali e dei pazzi?
(…) Una dolce morte con i gas risolverebbe il problema in modo umano ed economico».

Chiudo con alcuni passi tratti dal diario scritto durante la lunga sosta in Brasile, di cui il Nostro approfittò per studiare flora e fauna del Sudamerica (era il suo primo incontro con la biologia sudamericana). Assieme alle caratteristiche naturali, nel diario ci sono molti accenni alla società umana locale.

Per esempio durante una visita ad una fattoria nell'interno del paese annota: "questa collina è famosa perchè per lungo tempo fu il rifugio di alcuni schiavi fuggiaschi i quali, coltivando un po' di terreno vicino alla cima, riuscivano a trovare quanto era loro sufficiente per vivere. Ma poi furono scoperti e venne inviato uno squadrone che li prese tutti, eccetto una vecchia che preferì morire sfracellata, buttandosi dalla montagna, piuttostochè cadere di nuovo in servitù. Se fosse stata una matrona romana, sarebbe stato esaltato il suo nobile amore per la libertà, ma poiché era una povera negra, questo suo comportamento fu giudicato solo come bestiale cocciutaggine".

Commentando un mercato di schiavi scrive: "Io credo che al proprietario non passasse per la testa che fosse disumano smembrare 30 famiglie costituite da oltre 30 anni".

Osservando la variopinta popolazione di Rio de Janeiro, sottolinea l'obbligo di parlare portoghese come una pesante forma di controllo nei confronti degli schiavi. Successivamente parla degli schiavi diventati liberi cittadini e dice “se il numero di negri liberi aumentasse (come dovrebbe accadere) e che cominciassero ad essere scontenti di non essere uguali ai bianchi, allora il momento della loro generale liberazione non potrà essere molto lontano".
Le parentesi (nel testo originale) servono a sottolineare la cosa.

Poche righe più sotto scrive: “spero che venga presto il giorno in cui i negri avranno i loro diritti”

Allora, prima o poi riguarderò altri testi darwiniani. Ma mi domando se sarebbe questo il sudicio razzista precursore del nazismo da perseguitare, di cui vada scartato tutto l'impianto scientifico per la immoralità di alcune sue idee che non c'entrano nulla con la biologia?

Mi sa che ci siano ben altri scheletri negli armadi dei suoi detrattori.

domenica 18 ottobre 2009

I bacini intermontani dell'Appennino Settentrionale: fosse tettoniche o semplici pieghe?


Da un punto di vista geologico l'Appennino è molto più largo rispetto alla definizione geografica. Geologicamente tutta la Toscana (isole comprese!) fa parte dell'Appennino Settentrionale. Una delle caratteristiche principali di questo complesso orogene è una spiccata diversità fra il versante tirrenico e quello adriatico. Nel versante tirrenico troviamo un sistema di baqcini intermontani parallelei all'andamento della catena, in quello adriatico le valli sono trasversali. Altra differenza è che se nelle valli trasversali alla catena del versante adriatico c'è sempre un fiume principale che le percorre, alcuni bacini toscani (come la Valdichiana o il bacino di Firenze) non lo presentano.

Normalmente è ammesso che le fosse del versante tirrenico abbiano origine tettonica, delimitate ai margini da faglie normali: dal Tortoniano superiore l'area tirrenica è interessata da un regime tettonico estensionale, legato all'apertura del Tirreno, responsabile della formazione di una serie di bacini intermontani impostati sulla catena già strutturata, mentre la compressione si spostava via via verso l'Adriatico. In pratica a occidente della catena principale, la crosta si sarebbe sblocchettata in un sistema di horst (le dorsali) e graben (le fosse), la cosiddetta “tettonica a horst e graben” , tipica di zone in stiramento, dove gli sforzi sono di tipo estensionale.

Questo è comunemente accettato da molti ma non da tutti. I ricercatori di geologia strutturale dell'università di Firenze (principalmente Mario Boccaletti, Giovanna Moratti, Federico Sani e Marco Bonini) hanno studiato parecchi di questi bacini e la pensano in maniera diversa: ammettono che ci siano delle faglie normali ai margini delle fosse, ma le loro ricerche dimostrano che sono molto successive alla formazione dei bacini. Non solo, nei sedimenti che riempiono i bacini prevalgono soprattutto strutture compressive. Quindi questi studiosi contestano completamente la ricostruzione “classica” che considera queste vallate bacini estensionali, riconducendo il tutto a un continuum di deformazioni compressive, sia pure non costanti, ma contrassegnate da momenti di sforzo massimo seguiti da momenti di stasi. Un quadro completamente diverso che merita una grande attenzione. Anche perchè, come ripeto, secondo questa scuola, le grandi faglie normali ipotizzate (come la Pistoia – Settignano per il bacino di Firenze), non esistono.

Passiamo in rassegna alcune caratteristiche comuni dei bacini intermontani appenninici secondo questa scuola:
- dove si svilupperà in futuro un bacino si forma una piega sinforme (una piega a forma di sinclinale cioè una piega con convessità verso il basso) che comprende più unità già tettonizzate.
- la loro collocazione è sempre piuttosto particolare: si originano in mezzo fra due sovrascorrimenti fra le falde che compongono l'Appennino Settentrionale. Già questa è una coincidenza interessante da considerare: per esempio immediatamente accanto al bordo del Mugello si vede il grande sovrascorrimento delle Arenarie del Cervarola sulla Formazione Marnoso-arenacea.
- in quasi tutte le discontinuità stratigrafiche i sedimenti immediatamente sotto la discontinuità sono inclinati in direzione del bacino. Le inclinazioni sono massime ai lati del bacino e minime al centro.
- in generale le strutture distensive sono successive a quelle compressive
- le direzioni di raccorciamento sono in generale perpendicolari agli assi dei bacini
- le età delle discontinuità sono correlabili con i momenti di maggiore pulsazione compressiva lungo la catena appenninica. Questi momenti corrispondono a stasi dell'attività vulcanica della provincia magmatica toscana

Esaminiamo in particolare alcuni casi. Nella linea sismica illustrata qui sopra attraverso il bacino della Velona (noto per le sue faune di mammiferi del Miocene) vediamo come non esistano faglie normali, ma come all'incirca verso il bordo NE si annidi un classico thrust. Un secondo thrust in mezzo al bacino è sovrastato da una debole piega anticlinale. E' evidente che, almeno in questo caso, non si possa parlare di graben, visto che manca la condizione principale e cioè la presenza di faglie normali che lo delimitano

Nella sezione qui accanto vediamo come nel lato NE del bacino di Radicondoli – Volterra forti piegamenti (e faglie inverse) interessino le evaporiti del Messiniano (il livello contrassegnato dal numero 8). E' evidente che questo contrasta con la scuola tradizionale che non prevede forti piegamenti nei sedimenti deibacini, considerati "tardoorogenici" se non addirittura "postorogenici".

In quanto alla profondità dei bacini, c'è da fare una considerazione importante: prendiamo il bacino di Firenze, che curiosamente è una valle senza nome (eppure non si può dire che manchi di storia....)., la cui superficie è a circa 50metri sul livello del mare. Nella zona del casello autostradale di Firenze Nord ci sono circa 800 metri di sedimenti. Monte Morello, pochi Km distante, arriva a quasi 1000 metri di altezza. Sembrerebbe facile dire che la faglia normale che delimita il bacino abbia un rigetto verticale di quasi 2 km, ma non è così: nel bacino di Firenze, come in tutti gli altri, alla sedimentazione è corrisposta una ovvia subsidenza perchè il peso dei sedimenti ha provocato un approfondimento della base. Quindi le sezioni verticali del basamento che vengono prodotte con la situazione attuale non rappresentano, forzatamente, le condizioni all'inizio della sedimentazione al loro interno. La subsidenza può essere la causa che innesca ad un certo punto alcune faglie normali lungo i bordi del bacino, che interessano i sedimenti recenti. Vediamo qui schematizzato il caso della zona di Volterra. Queste faglie si formano nel basamento, forse lungo vecchie superfici di discontinuità riattivate (magari anche dei thrust riattivati con direzione opposta).
Lì per lì la cosa può lasciare perplessi: guardare da Artimino o dal piazzale Michelangeolo la fossa tra Firenze e Pistoia sembra proprio che i monti sullo sfondo coincidano con una bella faglia. Stesso discorso per le altre fosse. Ma se lo dicono dei geologi strutturali che quelle non sono faglie... beh..non si può dire che non abbiano competenza e autorevolezza in materia....
Un segnale in tale direzione comunque viene anche dalla letteratura geologica: non ho mai letto lavori sullo studio di queste faglie.... che forse anziché faglie normali, sono le tracce dei thrust principali della catena.
A questo proposito è interessante notare come tutto il grande sovrascorrimento delle unità della Serie Toscana, il “fronte della Falda Toscana”, dall'Appennino parmense al Lago Trasimeno sia bordato da fosse.

La presenza di deformazioni compressive in questi bacini non vuole dire che i thrust che li delimitano erano ancora attivi: un'altro caposaldo della geologia appenninica è che la deformazione procede verso il versante adriatico ed in effetti questi bacini si impostano su zone che sono già state interessate dai fenomeni plicativi e di sovrapposizione delle varie unità tettoniche. Però è scontato che fenomeni orogenici possano avere effetti in aree anche a una certa distanza: in un lavoro recentemente pubblicato sul volume II del 2009 del “Bollettino della Società Geologica Italiana” D.C.Peakock dimostra che l'orogenesi alpina ha provocato movimenti di faglie e piegamenti persino in Inghilterra.

mercoledì 14 ottobre 2009

Le certezze sulla geodinamica italiana degli ultimi milioni di anni e una nuova visione totale del problema



Fino ai primi anni' 80 i ricercatori erano riusciti a capire molte cose sulla storia geologica italiana e del Mediterraneo occidentale, ma all'interno di settori ristretti: l'Appennino Settentrionale, l'Appennino meridionale, le Alpi, la Cordigliera Betica, l'arco Siculo – Maghrebide etc etc. Al di là di alcuni tentativi da parte della scuola fiorentina con Mario Boccaletti prima e Benedetta Treves poi, mancava una visione unitaria che a poco a poco si sta facendo largo nonostante la permanenza di alcune incertezze, principalmente all'altezza dell'Appennino Settentrionale per il terziario inferiore (una o due subduzioni distinte nel tempo?), della Calabria (vedi post) e delle Alpi Lombarde, dove i ricercatori sono divisi fra chi sostiene che si sta assistendo agli inizi di una nuova fase compressiva di senso inverso rispetto a quella alpina e chi invece sostiene per le strutture attorno al lago di Como un'altra motivazione.

Nel contempo abbiamo anche una serie di certezze. In particolare nella storia recente dell'Italia ci sono due momenti cruciali, uno verso la fine del Messiniano (6 milioni di anni fa) e uno molto più recente (a metà del pleistocene, 700.000 anni fa).

La vicenda comincia alla fine del Messiniano, quando la placca adriatica forma ancora una appendice superiore dell'Africa.
L'Europa preme sia a ovest, lungo la catena alpina che a est, con il settore ellenico – anatolico. Nel Miocene superiore finisce di consumarsi l'oceano che si era aperto nel Giurassico situato fra la placca adriatica ed il settore ellenico di quella europea.
Ma questo non ferma il campo di sforzi: la Grecia preme e più a sud – ovest lo fa pure l'Africa. Quindi la zona adriatica per assorbire tutti questi sforzi si spacca: a nord il settore adriatico si separa da quello padano lungo il fascio di faglie trascorrenti Schio – Vicenza mentre a sud nella zona del Canale di Sicilia si separa dall'Africa stessa. Il movimento di per se sarebbe una trascorrente ma siccome l'Africa spinge piuttosto forte, strizza assieme alla placca adriatica l'Appennino in una morsa, costringendolo a ruotare. Quindi nel Canale di Sicilia si realizza anche una componente estensionale che forma dei piccoli bacini.

Intanto la subduzione della zolla adriatica, e per precisione della sezione di oceano giurassico rimasta fra Adria ed Europa (o fra Adria e Al.Ka.Pe.Ka.) continua e la fase tettonica rimane molto acuta. Questa situazione però non dura a lungo: all'inizio del Pleistocene, poco più di 2 milioni di anni fa, la crosta “europea” dell'Appennino collide con il nucleo più duro di Adria, della quale attualmente emergono dal mare il Gargano e le Murge. Da nord fino alla Basilicata l'orogenesi complessivamente si blocca (o quantomeno rallenta vistosamente). il blocco determina la cessazione della apertura del bacino del Vavilov.
Però c'è ancora da consumare la crosta oceanica dello Jonio e difatti l'unica zona di vera subduzione che continua a funzionare è quella attuale a E della Calabria. Dove cessa la resistenza della piattaforma adriatica, all'altezza del confine Basilicata – Calabria si crea una trascorrente sinistra che allarga il Tirreno a sud – est,: nasce il bacino del Marsili. Lo sviluppo della Linea del Pollino provoca in Basilicata la formazione di una serie di faglie trascorrenti orientate NE-SW.


Circa 700.000 anni fa le cose sono cambiate di nuovo. Il campo di sforzi si ridistribuisce perchè dopo la collisione fra il blocco apulo e l'Appennino la placca adriatica si è fermata ad ovest ma ricomincia a subdurre verso est sotto l'Europa nel settore balcanico – egeo. Rimane attiva la subduzione della zolla adriatica sotto la Calabria, con lo Jonio che continua a chiudersi.

Direi che in linea generale questa è un'ottima sceneggiatura, alla quale mancano ancora alcuni particolari. Come ho detto in apertura il pregio fondamentale è che i meccanismi invocati sono piuttosto semplici e applicabili a tutta l'area senza bisogno di complicazioni varie, quali cunei astenosferici e quant'altro.

lunedì 12 ottobre 2009

Gli insegnamenti della tragedia di Giampilieri

«la causa scatenante le forti alluvioni è stata certamente l'elevata intensità di eventi meteorici, ma non può non essere presa in considerazione la leggerezza di alcune scelte territoriali, che si sono rilevate determinanti negli effetti provocati dal dissesto idrogeologico. Scelte che hanno fatto sì che il degrado dei corsi idrici del messinese diventasse un fenomeno ormai generalizzato e diffuso capace di provocare un vero e proprio disastro». La Protezione Civile alla Magistratura di Messina, Ottobre 2008 sull'alluvione che aveva colpito Giampilieri un anno prima.

Alcuni amici mi hanno chiesto di parlare della tragedia di Messina. Non è che ne abbia tanta voglia perchè corro il rischio di dire le solite cose sulla irresponsabilità da parte dello Stato e delle persone. Ma è davvero “irresponsabilità”? A volte sì, a volte no. Mi spiego: una persona è “irresponsabile” se sa quello che sta facendo e i rischi a cui espone se e gli altri con le sue azioni. Se non sa quello che fa è da classificarsi come “ignorante” (e spesso gli ignoranti espongono se e gli altri a grossi rischi). Mi chiedo a che categoria appartengano quelli che, approfittando della situazione, si sono mescolati con i loro camion a quelli che smaltivano il fango, smaltendo in mare chissà che cosa e provocando lo stop alla operazione.

A giudicare da foto, articoli e poche esperienze personali in occasione di mie visite nelle zone diciamo che il territorio è trattato in maniera brutale, così come si faceva nel resto d'Italia in Europa e nel mondo prima che le parole “ecologia” ed “ambiente” entrassero nel vocabolario dell'umanità. Solo che apparentemente da qualche parte non sono ancora arrivate e proprio dove le condizioni sono peggiori essendo attualmente una delle aree a maggiore deformazione tettonica in Europa
Non è che vedendo telegiornali e/o leggendo giornali si capisca poi molto della situazione. In compenso ho sentito tanta gente parlare senza sapere come sono andate le cose, nutrendosi dei più normali luoghi comuni. Un esempio su tutti: una casa isolata a Scaletta Zanclea Marina accanto alla foce del fiume che ha scatenato i soliti commenti sui deficenti che costruiscono lungo i fiumi, lasciando intendere pure che era una costruzione abusiva: non era isolata fino a quando l'alluvione ha distrutto quelle adiacenti. Se tanti si fossero tappati la bocca o avessero fatto un controllo su Google Earth (o Google Maps per chi non ha g.e....) prima di parlare a vanvera si sarebbero risparmiati fiato e non avrebbero dato il là ad “ispiratissimi” commenti sui meridionali Per fortuna ho trovato in rete alcuni interventi piuttosto significativi che hanno ristabilito almeno per me la realtà dei fatti.

Innanzitutto un dato piuttosto preciso e forse ignorato: basta allontanarsi lungo la costa di qualche chilometro dai luoghi del disastro e lì non è successo niente. Invece a Giampilieri, Scaletta Zanclea, Briga Marina, Santa Margherita, Ponte Schiavo (chi conosceva questi posti fuori dai Messinesi?) è successo l'inferno.
Le circostanze mi ricorda un po' l'alluvione della Versilia di 15 anni fa. Lì successe una cosa davvero strana, una concentrazione incredibile di pioggia da una nuvola che rimase ferma nello stesso posto senza valicare il versante. Praticamente a poca distanza non venne giù neanche una goccia. Non so se a Giampilieri sia andata così. Però era da giorni che la situazione era difficile in Sicilia, fra il forte vento e le piogge che avevano già provocato altri guai da quelle parti qualche giorno prima.

La cosa più dolorosa è comunque sapere che nel 2007 c'erano già state le prime avvisaglie del problema, regolarmente ignorate (anche se, onestamente, siamo nel 2009 e non so se intervenire sarebbe stato tempisticamente possibile, tra burocrazia, redazione del piano, proteste di chi ci rimetteva qualcosa etc etc). E qui nasce un giallo, con informazioni contrastanti.
C'è chi dice che qualcosa non abbia funzionato a dovere: l'intervento non ci sarebbe mai stato in quanto non sono arrivati finanziamenti per la messa in sicurezza; questo non per ritardi burocratici ma semplicemente perchè il comune di Messina non aveva attuato la procedura per classificare l'area come zona a rischio idrogeologico. Un altro evento del genere è avvenuto un pò più a nord, nella zona di Mili San Pietro una quindicina di anni fa.
Altre fonti invece segnalano che dal comune la richiesta di revisione del PAI (piano di assetto idrogeologico) era partita un anno fa e che l'ufficio geologico del comune di Messina non sia proprio all'avanguardia: c'è un solo geologo in servizio (che ovviamente, con un territorio come quello messinese e scarsissimi mezzi tecnici fa quello che può e probabilmente è visto più come un “nemico” da parte di costruttori e cittadini). Il quale geologo comunque aveva indicato esattamente come a massimo rischio proprio le zone colpite in questi giorni e che quindi è sicuramente una persona molto competente.

E' stata dunque una tragedia annunciata? In parte sì, come dimostra la dichiarazione della Protezione civile. Non c'è stato bisogno di attendere molto per verificare la veridicità di queste parole, e una precipitazione definita eccezionale ha provocato quello che era stato previsto (oltre 300 mm di pioggia in tre ore).

Ma in ambienti scientifici si nega l'eccezionalità dell'evento: il professor Ortolani dell'Università di Napoli, in una bellissima e completa descrizione del fenomeno, afferma che un livello paragonabile fu toccato nel già citato evento dell'ottobre 2007, in occasione del quale si ebbero le prime episodiche colate di fango.
Riassumo brevemente che il danno è stato fatto non dalle acque ma da colate di fango. L'ossatura dei colli della costa messinese è formata da rocce metamorfiche paleozoiche del complesso dei Peloritani, di cui ho appena parlato a proposito della storia geologica della Calabria. La parte più superficiale è alterata e la pioggia ne ha azzerato le caratteristiche geofisiche: quando materiali sciolti vengono imbevuti di acqua la loro resistenza al taglio si abbassa drasticamente e quindi su un pendio la forza di gravità vince sulla coesione del terreno. Per fare un paragone è come quando si mette l'acqua in un secchiello riempito di sabbia: la sabbia dove c'è l'acqua si liquefa. Ovviamente nello strato superficiale sciolto sono ancora presenti dei massi, scesi a valle assieme al resto. Il fenomeno è concettualmente simile a quello che ha colpito Sarno nel 1998. Il primo distacco di fango dall'alto del versante sopra a Giampilieri ha trascinato anche il suolo sottostante, formano una valanga di materiale alta parecchi metri che ha percorso le strade del paese sommergendolo.
Più a valle (Scaletta Zanclea) il danno lo ha fatto l'acqua a cui si sono mescolati i fanghi provenienti dal monte. Ci sono state lungo i litorali delle pesanti modificazioni con una notevole avanzata delle spiagge alle foci delle fiumare

Ora vediamo cosa si può fare. Innanzitutto una brutta notizia: secondo il prof.Ortolani il rimboschimento non servirebbe a molto, perchè la superficie di scollamento è sotto al livello a cui arrivano le radici degli alberi, che quindi in caso di ripetizione del fenomeno scivolerebbero a valle con il fango. Le soluzioni sono due: terrazzare tutta la montagna, ma con fondazioni molto profonde, e soprattutto allargare gli alvei. E qui è evidente che il secondo lavoro deve essere fatto senza pietà, buttando giù tutto quello che deve essere buttato giù senza considerare costruzioni abusive ma che i proprietari sono riusciti a legalizzare in uno dei tanti condoni o edificate regolarmente in base a piani regolatori geologicamente sballati: ci troviamo davanti alla necessità di sfoltire le abitazioni e creare un alveo interno per le acque, circondato da una larga zona golenale (magari da attrezzare a verde pubblico) per consentire ai detriti di arrivare a mare. Questo perchè è stato appurato un fatto molto importante: a Scaletta Zanclea l'alveo avrebbe potuto reggere al volume di acqua. Il guaio, la portata maggiore al momento, lo hanno combinato i fanghi. E questi fenomeni possono accadere lungo tutta una fascia di territorio, come dimostra l'evento del 1996.

Terrazzare la montagna, scendendo con le palificazioni nel substrato roccioso e non fermandosi nel suolo, non è cosa semplice però mi pongo dei quesiti a cui spero qualcuno possa darmi una risposta: fino al 2007 non era mai successo niente del genere? Suppongo che la risposta giusta sia "no": le case di Giampilieri, almeno nella zona più alta, non sono proprio costruzioni moderne. Quindi, almeno per Giampilieri Superiore, dare tutta la colpa alla speculazione edilizia della seconda metà del XX secolo è quantomeno fuorviante.
E allora, se non era mai successo (almeno fino dal 1500), perchè? Forse perchè la montagna era regolarmente manutentata da chi ci lavorava? Oppure si erano verificati prima della edificazione del paese attuale e se ne era perso il ricordo o non era stato dato loro il peso necessario?

Speriamo solo che da questo disastro si impari una lezione e cioè che siamo costretti a convivere con il rischio idrogeologico, e che quindi bisogna tenere conto di questo nel costruire. Da oggi ignoranza e irresponsabilità non devono più prendere il sopravvento, né nei privati cittadini, né nelle isituzioni.