lunedì 21 aprile 2014

Le anticipazioni di Science sul rapporto ICHESE confermate: difficile una interferenza delle attività umane in relazione ai terremoti del 2012



Douglas Adams, in una delle sue solite geniali battute disse: la gente vuole sapere le cose, poi che siano giuste o sbagliate non è importante. E, aggiungo vuole sapere di avere ragione. Le polemiche di questi giorni sulla commissione ICHESE ne sono un eccellente esempio. Io, che invece voglio essere informato e obbiettivo, mi sono letto le oltre 200 pagine del rapporto. In questo post cerco di riassumere quanto è venuto fuori, per poter parlare con cognizione di causa con tutti quelli che continueranno a parlare a vanvera della questione senza aver letto l'articolo di Science (a partire dal titolo) né, tantomeno, il rapporto ICHESE stesso. Sono contento di una cosa: ho ricevuto parecchi messaggi privati e ho letto in rete diversi apprezzamenti pubblici al mio primo post sulla questione, anche se in diversi mi hanno fatto notare che la maggior parte di quanto è scritto in rete dice cose diverse da quanto è stato scritto da Science e nel rapporto stesso. Purtroppo l'Italia è piena di sedicenti esperti o di giornalisti che non sanno nulla di quello di cui parlano. E la disinformazione impazza. 

Come anticipato da Science il rapporto ICHESE è giunto ad una conclusione molto vaga: gli esperti concludono che "non si può escludere" una relazione fra estrazioni petrolifere e scossa del 20 maggio la quale poi, a sua volta, avrebbe determinato la seconda, quella del 29 maggio, che provocò il maggior numero di vittime. L'ho già fatto notare nel post (molto cliccato!) che ho scritto subito dopo il can-can mediatico sull'articolo di Science perché, avendo in mano l'articolo originale, ho potuto leggerlo (bastava fare così per capire cosa c'era scritto, cosa che non molti hanno fatto, traendo conclusioni sbagliate sempliemenne per setito dire). 

Addirittura, per evitare di dire idiozie sarebbe bastato leggere meglio il titolo dell'articolo: Human Activity May Have Triggered Fatal Italian Earthquakes, Panel Says. Quindi già il titolo stesso NON proponeva per il rapporto ICHESE la categorica conclusione della mano dell'uomo, senza un minimo punto interrogativo. Insomma, non c'era scritto "surely have induced" ma "may have triggered", il che, secondo una normale prassi di rigore nel riportare le notizie, avrebbe dovuto consigliare una certa prudenza nelle conclusioni.

Ad ogni modo la commissione conclude che i dati sono carenti e che occorrerebbe il lavoro di un'altra commissione. Come il Professor Ortolani mi chiedo su quali nuovi dati la nuova commissione dovrebbe lavorare... 
Insomma, non è che la montagna abbia partorito un topolino, sono stati i giornali a scambiare un topolino per una montagna, e inoltre questo topolino deve avere dei discendenti per capirci qualcosa. 
Non contesto comunque il fatto che non siano arrivati a delle conclusioni definitive: la Scienza non è ognisciente e pertanto non è detto che si possa sempre capire o chiarire le cose. Un aspetto non molto chiaro - se non sconosciuto - a molta gente.... 
Vi consiglio di andare a leggere il post del buon Mucciarelli, che in particolare di queste cose (sismicità indotta) se ne è occupato, prima e dopo il terremoto. Da quel post ho tratto anche alcuni passi in questo mio post.

DIFFERENZE FRA TERREMOTI INDOTTI DALL'ATTIVITÀ UMANA 
O ATTIVATI DALL'ATTIVITÀ UMANA 

Una delle questioni fondamentali (della quale parlano in pochi) è la differenza fra terremoti indotti e terremoti attivati dall'attività umana.
Vediamo cosa scrive Mucciarelli:
"La commissione si è quindi concentrata sull'unico sospetto rimasto sulla scena del delitto: il campo di estrazione di idrocarburi di Cavone, tra Novi di Modena e Mirandola. Viene esclusa la possibilità che questa attività abbia indotto (induced) il terremoto dell'Emilia, ma si dice che non si può escludere la possibilità che lo abbia attivato (triggered), fornendo un minimo aumento di sforzo ad una faglia che era pronta a scattare. Trigger in inglese è il grilletto del fucile: se lo tiriamo succede qualcosa solo se l'arma ha già il colpo in canna, e nelle conclusioni del rapporto viene detto che probabilmente la faglia del primo terremoto (20.05.12) era già carica e pronta."

Molto elegante e chiarissima, da parte di Marco, in particolare questa traduzione / spiegazione / confronto dei termini inglesi induced e triggered, che merita un approfondimento, giustamente inserito a pagina 9 del rapporto ICHESE, dove si trova anche il disegno qui accanto:

- terremoti “indotti” (induced): le attività antropiche producono cambi nel campo di sforzi del terreno tali da produrre un evento sismico. Un particolare importante è che in questo caso non è detto che la faglia sia necessariamente in uno stato di sforzo naturale tale che si sarebbe rotta in un futuro.
Appartengono a questa categoria, ad esempio, i terremoti dell'Oklahoma lungo faglie attive durante l'orogenesi ercinica, oltre 250 milioni di anni fa (per esempio la Wilzetta Fault), e nel contesto tettonico attuale assolutamente non più attive. 
Chiaramente una faglia rimane pur sempre una zona di debolezza e quindi se qualcosa si deve muovere si muoverà proprio lungo una vecchia faglia, non ne verrà prodotta una nuova.
In generale questo avviene a causa di iniezioni di fluidi nel terreno per vari scopi (geotermia, stoccaggio in profondità di liquidi inquinati, sollecitazione di pozzi petroliferi): tali fluidi possono raggiungere una zona di faglia e con la propria pressione diminuire l'attrito che la tiene ferma, quindi mettendola in movimento.

- Terremoti “attivati" (triggered): si tratta di terremoti attivati su faglie che già sono sotto sforzo (quindi in generale zone dove l'attività tettonica è un fatto “normale”): una piccola perturbazione generata dall'attività umana risulta sufficiente per muovere il sistema da uno stato “quasi-critico” (prossimo alla rottura) a uno “stadio instabile” (che coincide con la rottura). Un particolare importante è che con ogni probabilità anche senza intervento umano il terremoto ci sarebbe stato lo stesso in un futuro “prossimo” (geologicamente parlando) e quindi l'evento sismico è stato semplicemente anticipato.

Come ho già detto, la sismicità indotta è un vaso al chiuso che trabocca e senza l'intervento umano non si sarebbe neanche bagnato, mentre la sismicità attivata è un vaso all'aperto già quasi pieno in cui l'attività umana fornisce la goccia che lo fa traboccare prima della prossima pioggia, quando sarebbe traboccato da solo. 
Io spero che questa distinzione fra sismicità indotta e attivata sia chiara a tutti, compresi quelli che hanno sposato da sempre l'idea che le trivellazioni sono alla base del terremoto, che dovrebbero saper realmente dimostrare il perché in questo caso il terremoto è stato indotto o attivato (c'è anche una terza soluzione del problema: che sia stato solo un evento naturale). Lo so, non hanno chiaro nulla e magari blatereranno anche contro il sottoscritto e altri che chiedono di trattare questi argomenti con rigore scientifico e non con la geofisica da bar – sport studiata alla iutiùb iunivèrsiti e su siti come quello di Lannes.

Da notare che fra i casi in studio c'è il famoso terremoto di Cavriago del 1951, avvenuto proprio mentre era in corso l'estrazione di idrocarburi da un giacimento oggi esaurito.

ESTRAZIONE E STOCCAGGIO DI IDROCARBURI E INIEZIONE DI FLUIDI IN EMILIA NEGLI ANNI PRECEDENTI IL MAGGIO 2012 E LE CONNESIONI CON LA SISMICITÀ 

Nel rapporto ICHESE sono state prese in considerazione diverse possibili fonti di disturbo antropico sulla sismicità.
Il sito di stoccaggio di gas più vicino è a Minerbio, una cinquantina di km a SE della zona epicentrale della prima scossa del 2012. Questo impianto è stato escluso dallo studio perché non sono possibili scambi di liquidi o gas tra questo e la struttura sismogenetica sottostante per la presenza in mezzo di un forte spessore di sedimenti impermeabili.
Per lo stesso motivo lo studio ha escluso connessioni con altri pozzi per attività petrolifera, come quello di Spilamberto e quello di Recovato.
È stata invece considerata l'attività di un pozzo geotermico a Ferrara, che dopo una attenta analisi è stato escluso come ancorchè minima concausa.

Il focus principale si è quindi rivolto al pozzo di iniezione dei liquidi “Cavone 14”, operativo tra il 1993 e il 2012 e situato nella concessione di Mirandola. L'acqua veniva iniettata ad una profondità di poco superiore ai 3 km, duecento metri circa sotto il contatto fra l'acqua e il petrolio, con un massimo di attività fra il 2004 e il 2009 come si vede da questo grafico. In totale si tratta di due milioni e mezzo di metri cubi di acqua. Il valore può sembrare elevato, ma non è così, è pari, spannometricamente, a un cubo di poco più di 135 metri di lato.
Si tratta di un quantitativo minimo (tanto per un raffronto, è un centesimo di quanto iniettato a Groeningen, in Olanda in un importante giacimento di gas).
Tra settembre e novembre 2008 e nel novembre 2011 c'è stata una rapida diminuzione sia di produzione che di iniezione, senza variazioni nel tasso di sismicità. Tra aprile e maggio 2011 invece la rapida crescita di estrazione di greggio e iniezione di acqua corrisponde ad un aumento del tasso di sismicità.


IL RAPPORTO ESCLUDE LA SISMICITÀ INDOTTA
MA NON ESCLUDE A PRIORI LA SISMICITÀ ATTIVATA

Molti studi fanno notare come la iniezione di fluidi sia un meccanismo molto più efficace per provocare terremoti rispetto all'estrazione, specialmente salendo di Magnitudo degli eventi. Lo si vede dalla figura a pag.36 del rapporto, qua riprodotta. In effetti, mentre è stato possibile correlare attività sismica sostanziosa alla iniezione di liquidi in zone naturalmente asismiche come gli USA centrali, la stessa cosa non si può dire in caso di estrazione. E questo perché in generale è proprio l'aumento di pressione dei liquidi e nei gas lungo una faglia che ne permette il movimento. La sismicità osservata in caso di pura estrazione esiste, ma è molto debole.
In ogni caso la sismicità dovuta esclusivamente ad attività antropica (quindi, attenzione, quella di tipo “1”, la “sismicità indotta”, non quella “attivata”!) segue dei trend diversi da quelli della simicità normale.
La questione è se queste variazioni abbiano una connessione con il cambio del tasso di sismicità del 2012. 
La commissione nota, dunque, che il processo sismico iniziato prima del 20 Maggio 2012 e continuato nella sequenza sismica del Maggio – Giungo 2012 è statisticamente correlato all'aumento della produzione e della iniezione nel campo del Cavone. E siccome recenti ricerche sulla diffusione degli sforzi suggeriscono che le faglie attivate possono trovarsi anche a decine di Km di distanza dalle zone di attività di estrazione e iniezione, decide di investigare. È su queste basi che “con l'attuale stato dell'arte delle conoscenze in materia, la commissione ha investigato la possibilità di una connessione tra azioni di estrazione, iniezione e stoccaggio di fluidi e l'attività sismica in Emilia tra il maggio e il giugno 2012”.

La maggior parte dei casi documentati di sismicità indotta, non solo in aree di attività petrolifera, sono associati ad acquiferi dove, per una vasta serie di motivi, attività di iniezione di fluidi hanno indotto variazioni nella pressione delle falde. Con la modellazione usata non si evidenziano a Mirandola particolari variazioni nella pressione dei liquidi fino a parecchi kilometri di profondità, perché gli acquiferi vicini sono in grado di compensarle agilmente; invece è possibile distinguere dalla successione degli eventi una sismicità indotta da una sismicità naturale e la distribuzione delle repliche della scossa del 20 maggio è perfettamente in linea con quella teorica di un normale terremoto tettonico. 
Per queste due motivazioni pertanto viene esclusa la circostanza che si sia davanti ad un caso di sismicità indotta

Inoltre viene confermata una circostanza importante, e cioè che "in base ai dati di sismicità storica si può ritenere molto probabile che il campo di sforzi su alcuni segmenti nel sistema di faglie attivato nel 2012 fosse ormai prossimo alle condizioni necessarie per generare un terremoto di Magnitudo intorno a 6", mentre il movimento delle faglie è stato quello ipotizzato precedentemente per eventi del genere in quella zona.
E non viene esclusa a priori la possibilità che ci siano state delle vie preferenziali di uscita dei liquidi iniettati lungo faglie in stato di sforzo.
Quindi è forse possibile essere davanti ad un esempio di “sismicità attivata”, nella quale la distribuzione delle repliche segue un andamento indistinguibile da quello di una sismicità naturale

Anche se, aggiungo io, l'unico indizio è la quasi contemporaneità fra incremento dell'iniezione di liquidi a Cavone e sequenza sismica. Inoltre la struttura che lo ha provocato era riconosciuta perfettamente come struttura attiva e capace di produrre eventi del tipo di quelli che ci sono stati.
Ma la conclusione principale è che la scossa del 20 Maggio 2012 è completamente fuori dall'area di influenza di qualsiasi attività svolta a Mirandola


COMMENTO SULLE CONCLUSIONI DEL RAPPORTO

Quindi qui posto la seconda osservazione di Mucciarelli che completa un po' quello che avevo scritto io sulla localizzazione della prima scossa  "Nelle conclusioni del rapporto si dice che la seconda scossa è stata "triggerata" dalla prima per trasferimento di stress. Ora la cosa che sembra un po' strana è che il campo Cavone è molto più vicino alla seconda scossa che non alla prima. Se la faglia della seconda scossa era anch'essa pronta a scattare ed è stata attivata dal terremoto del 20 maggio, perchè non si è mossa lei per prima visto che è più vicina alla supposta sorgente della perturbazione degli sforzi? La stessa commissione ICHESE chiede che vengano fatti calcoli più approfonditi per poter valutare la effettiva intensità dello sforzo generato dalle estrazioni/reiniezioni e le modalità della sua diffusione, e confrontare questi valori con il trasferimento di stress per terremoto."

E qui viene il bello: il sismologo “medio” godrebbe da matti a poter descrivere su basi fisiche lo stato di una zona di faglia quando sta per rompersi e generare così un terremoto. Ho usato i termine godrebbe, perché per adesso tutto ciò è un sogno e nessuno è in grado di stabilire cosa si intende per faglia che sta per muoversi. 
Perché? Perché ancora i meccanismi fisici tramite i quali un accumulo di sforzo provoca un terremoto sono ancora oscuri (se lo fossero più probabilmente si riuscirebbe a prevedere i terremoti...). Quindi, la possibilità che le iniezioni a Cavone abbiano indotto il terremoto è una ipotesi speculativa bella e buona, un esercizio mentale.

Quanto alla nuova commissione, mi chiedo come sia possibile ottenere dei dati sullo stato di stress prima degli eventi del 2012...: il campo di sforzi dopo la serie di scosse è sicuramente cambiato e non capisco come sia possibile ricavarne il precedente.
Insomma, alla fine tanto rumore per un nulla scientifico, che però sta innescando le più vaste dichiarazioni di gente che di estrazione di idrocarburi, sismicità ed altre cose ha una visione quantomeno approssimativa ma si erge a italico maestro del pensiero.

AMARE CONSIDERAZIONI SU POLITICA E SOCIETÀ 
IN RAPPORTO AL TERREMOTO EMILIANO

E come al solito giova ricordare che abbiamo avuto morte e distruzione con accelerazioni cosismiche ridicole rispetto a quelle che si registrano in altre parti del mondo più civilizzate senza che succeda nulla, lungo una "sorgente sismogenetica" (leggasi: faglia) ben nota e in zone che la cartografia sismica dava per zone a rischio dal 2004, quando sono state pubblicate nella Gazzetta Ufficiale le Mappa di Pericolosità Sismica. 
Qualcuno si è chiesto cosa sia stato fatto in zona a livello regolamentare e cosa sia stato fatto per adeguare le strutture, almeno quelle di edifici pubblici come ospedali e scuole, che dovrebbero essere quelle più sicure, in grado di accogliere i primi i feriti, le seconde i senzatetto? C'è chi aveva la percezione di vivere in una zona caratterizzata da un certo rischio, visto che oltre le carte del 2004 anche la sismicità storica consigliava una “certa prudenza”?
Facile dare la colpa al petrolio, in questo caso.... (detto da uno che i combustibili fossili li vede come il fumo negli occhi...).
La Regione ha recepito tempestivamente le indicazioni pubblicate a partire dal 2004, mettendo in sicurezza almeno gli edifici pubblici, chiudendo gli edifici fatiscenti e obbligando a realizzare le nuove costruzioni secondo le regole antisismiche? I moderni capannoni, costruiti meglio, per esempio non sarebbero crollati. La situazione sarebbe tornata rapidamente alla normalità e non ci sarebbero stati tutti questi strascichi. 
È del tutto evidente che si è cercato e si cerca in ogni modo di sviare l'attenzione dai veri aspetti critici dell'accaduto, forse perché si teme di doverne rispondere a vari livelli.

Un'ultima considerazione: la Regione Emilia – Romagna ha deciso di non autorizzare più ricerca e stoccaggio di idrocarburi o cose del genere. Come Mario Tozzi ritengo che ci sarebbero motivazioni ben più fondate e serie di questa per smettere di estrarre ed usare idrocarburi. Simpatizzare per i "no-triv" non significa dire che questa sia una motivazione intelligente.... 
Spero che non passi l'equazione “fine dell'attività di estrazione e stoccaggio di idrocarburi e fine dell'attività sismica”......
Perchè potrebbe esserci un brutto risveglio.... (dopo il quale qualcuno darà la colpa alle attività del passato?)

lunedì 14 aprile 2014

Perchè in Emilia Romagna non vengono estratti i combustibili fossili con il fracking


A seguito del mio (molto letto) post sull'articolo di Science sulle cause del terremoto emiliano del 20 maggio 2012 è riuspuntata fuori ovviamente anche la questione del fracking. In diverse occasioni e su diversi siti, compresi quelli semi istituzionali di parrocchie o associazioni, ma anche su giornali on-line e cartacei viene detto che in Emilia si fa il fracking. Mi sono arrivate anche e-mail ed un commento su quel post che accennano al fracking. È un'idea completamente folle. Voglio ribadire che nei giacimenti dell'Emilia – Romagna, come anche nel resto d'Italia, non si può fare fracking per un motivo semplicissimo: non esistono (per fortuna!) le rocce con le caratteristiche necessarie da rendere obbligatorio lo sfruttamento tramite l'uso di tale tecnica, tecnica che è inutile e costosa in giacimenti tradizionali come sono quelli italiani. In buona sostanza ci possono essere altre motivazioni per opporsi allo stoccaggio di gas nel sottosuolo o all'attività di estrazione di idrocarburi in italia, non certo quella del fracking....

PERCHÉ NASCE IL FRACKING

Il petrolio e il gas vengono pompati esattamente come si pompa l'acqua dai pozzi perché i liquidi scorrono nelle porosità del terreno: normalmente le rocce contengono idrocarburi come contengono l'acqua nei loro pori, cioè negli spazi fra un grano e l'altro, oppure nelle fratture. Se ci sono diversi liquidi questi si dispongono nel terreno come in una bottiglia, stratificandosi in base al loro peso specifico, come si vede da questo schema: in basso c'è l'acqua, sopra il petrolio e ancora sopra il gas.
Alle volte (anzi, direi spesso) viene inettata acqua proprio per far salire il petrolio più in alto.

Qualche decennio fa fu ideata la tecnica di scavare non solo in verticale, ma anche in orizzontale. Questo perchè alle volte i giacimenti sono a migliaia di metri di profondità e il costo di una perforazione è altissimo. In pratica raggiunge il giacimento un solo pozzo verticale, da cui si dipartono brevi pozzi orizzontali, risparmiando migliaia di metri di perforazioni.
Nel frattempo erano stati individuati i cosiddetti “prodotti proppanti”, capaci di aiutare l'acqua a fratturare le rocce per agevolare i movimenti del petrolio. I proppanti sono usati anche per la geotermia. La maggior parte di questi sono sabbie o prodotti ceramici, l'uso dei quali apporta problemi ambientali nulli o insignificanti dal punto di vista dell'inquinamento. 

La porosità varia a seconda della dimensione dei grani che compongono la roccia: più grandi sono i grani, pià la roccia è porosa.

Le argille sono praticamente impermeabili perchè i loro grani sono estremamente minuti.

In alcuni bacini dove si sono formati sedimenti argillosi la deposizione di alghe ed altri materiali organici avvenne in condizioni di mancanza di ossigeno, per cui questi resti organici non si sono distrutti ma si sono trasformati in metano o altri idrocarburi. Alcuni di questi sedimenti si sono trasformati in rocce molto dure, prive di porosità e senza fratture, dove i fluidi rimangono intrappolati all'interno senza poter scorrere; se si vuole estrarli occorre letteralmente fracassare la roccia.
Per chi vuole approfondire ho scritto due anni fa un post sull'argomento.

Questi giacimenti erano già sfruttati in alcune zone, per esempio in Estonia e Oklahoma, con pozzi verticali, ma con risultati non proprio eccellenti. Poi a qualcuno è venuta l'idea che la tecnica di scavare pozzi orizzontali una volta giunti allo strato utile poteva essere utile per sfruttare meglio i gas-shales, fratturando la roccia con acqua ad altissima pressione e con l'ausilio di prodotti chimici particolari. Una procedura ambientalmente molto discutibile (eufemisticamente parlando) che però dal punto di vista economico immediato ha dato buoni frutti.
Oggi in USA si assiste ad un boom di queste attività

IL FRACKING, UNA PRATICA COSTOSA

Un particolare di non trascurabile importanza è che coltivare un giacimento con il fracking è nettamente più costoso che coltivarlo in maniera tradizionale.
Quando un processo industriale più costoso è giustificabile? Se e solo se permette risultati migliori rispetto ad un altro già in uso: quindi se permette di ricavare materiale in quantità maggiore e/o qualità migliore. In caso di rocce porose il fracking non serve a niente, perché aumenta solo i costi senza aumentare la produzione e/o la qualità degli idrocarburi estratti.
Pensate che se il petrolio dovesse scendere sotto i 75 dollari al barile i giacimenti come quelli del North Dakota potrebbero tranquillamente chiudere (e si tratta di un milione di barili al giorno, oggi), perché estrarlo costerebbe di più di quanto verrebbe ricavato vendendolo. 
In questo post ho riassunto la situazione geologica dei giacimenti emiliani in particolare. Si nota che in Emilia, dove vengono sfruttate rocce porose e fratturate della “Falda Toscana” (che continua nel sottosuolo padano ben oltre l'Appennino) e delle sequenze terziarie che l'hanno coperta, il fracking sarebbe una inutile complicazione che aggiungerebbe senza motivo una serie di costi. Ricordo che, alla fine, il petrolio greggio costa relativamente poco: 100 dollari al barile significano meno di 70 centesimi al litro. 

DELL'IMPOSSIBILITÀ DI FARE FRACKING SENZA ESSERE NOTATI

Quanto ho detto è un aspetto puramente tecnico / economico che da solo giustifica la non presenza di attività di questo tipo quando non necessaria. Ma ci sono anche altri aspetti di tipo logistico che non passerebbero inosservati:

1. un impianto del genere non è mimetizzabile in una cantina, sia per le dimensioni, sia per il continuo afflusso di automezzi per portare sabbia ed altri materiali per il fracking e per portare via gli idrocarburi ottenuti. Impossibile che una attività di questo tipo non venga notata

2. l'acqua necessaria all'attività è tanta. Un pozzo che fa fracking ha intorno una serie di strutture per raccogliere le acque necessarie alla sua attività (e sono tante): un solo pozzo richiede durante la sua vita, pochi anni, una quantità di acqua pari al fabbisogno quotidiano di una città di un milone e mezzo di abitanti con i quantitativi consumati a Firenze, che non sono pochi dato che in un giorno lavoratvo il numero delle persone che per lavoro o altro (turismo, studio etc etc) sono presenti nella città è una percentuale significativa che si aggiunge al numero dei residenti. Chi farebbe fracking non autorizzato, verrebbe individuato anche solo per l'abbassamento mostruoso della falda acquifera nelle zone circostanti!

3. spazio necessario allo stoccaggio delle acque di flow-back, quelle che dopo essere iniettate tornano indietro da sole per la pressione nel pozzo, che rappresentano tipicamente circa il 20% del totale impiegato; queste acque devono ovviamente essere smaltite. Pertanto accanto all'impianto ci dovrebbe essere un invaso per contenere in attesa della depurazione o dello smaltimento le acque di flow-back, che non possono essere reimmesse nell'ambiente per il loro carico inquinante. Qualcuno ha fatto vedere delle immagini di vasche di stoccaggio dei liquami degli allevamenti dei maiali spacciadole per vasche di raccolta delle acque provenienti dal fracking. Follia pura.
Non è è neanche possibile scaricare clandestinamente queste acque perché una operazione del genere porterebbe conseguenze floro – faunistiche talmente gravi che verrebbero effettuate le ovvie analisi delle acque, grazie alla quali si capirebbe imediatamente la causa dell'inquinamento.

Quindi si può tassativamente affermare che in Emilia – Romagna non solo non avrebbe nessun senso utilizzare per l'estrazione degli idrocarburi la pratica del fracking, ma che tale attività non potrebbe essere praticata clandestinamente.
Affermare che viene fatto è semplicemente demenziale e frutto di una totale incultura in campo geologico e di estrazione degli idrocarburi, se non di disonestà intellettuale. 

Ripeto, non sono mai stato tenero con l'industria petrolifera e ritengo doveroso diminuire il consumo di idrocarburi per i gravi problemi ambientali che comportano durante tutto il loro ciclo: estrazione, trasporto, raffinazione ed utilizzo dei combustibili fossili.

Ma bisogna essere seri e soprattutto evitare di raccontare falsità che non giovano sicuramente alle istanze di chi cerca di diminuire il ricorso ai combustibili fossili.

Aggiungo che ho chiesto più volte a chi sostiene che in Emilia viene fatto il fracking perchè e soprattutto in quali rocce sono i depositi di idrocarburi che verrebbero coltivati in quel modo. Inutile dire che non mi è stata data risposta.


venerdì 11 aprile 2014

Estrazione di idrocarburi e terremoti emiliani del 2012: forse (molto forse) c'è una connessione?


Visto che sui giornali oggi si legge che su Science è stata lanciata la notizia che secondo la commissione di esperti ci sarebbe un legame fra attività di estrazione di idrocarburi e i terremoti emiliani del 2012, preferisco subito fare delle puntualizzazioni su quanto scritto in quanto mi immagino già gli starnazzamenti e le male interpretazioni (me ne sono già arrivate). Alla fine direi che se quello che dice Science sono le conclusioni della commissione il legame è parecchio debole, sempre che esista. 

Premetto, come ho fatto spesso, che il – anzi i – terremoti emiliani non c'entrano nulla con il fracking, nonostante quello che i disinformati convinti di essere informatissimi continuano a sostenere. Quello che è uscito oggi su Science e ripreso da una serie di media italiani in maniera un po' discutibile è invece una cosa molto seria. Siccome ho in mano proprio l'articolo originale mi sento di fare dei commenti.

Ricordo, per chi non mi conosce, di essere estremamente contrario al fracking per tutta una serie di motivi, principalmente ambientali.
Ho parlato dei terremoti di origine antropica in altri post; in particolare in questo, ho spiegato che in USA la sismicità indotta è un effetto collaterale delle attività petrolifere, perché, almeno quella più forte, non è dovuta alla estrazione di liquidi o gas in sè, ma alla iniezione di liquidi nel sottosuolo che viene effettuata: 
- o per sollecitare la produzione in fase decadente di un pozzo in via di esaurimento
- oppure per stoccare in profondità i liquidi che ritornano in superficie in caso di impiego di tecniche come il fracking (il cosiddetto flow-back, che coinvolge circa il 20% di quanto iniettato). 
Questi liquidi riempiendo i pori del terreno, con la loro pressione vanno a diminuire l'attrito lungo dei piani di faglia: la diminuzione dell'attrito può consentire alla faglia di mettersi in moto provocando terremoti. Questi fenomeni sono cosa nota e sono certificati mica da Cincirinella, ma dal Servizio Geologico degli Stati Uniti, l'USGS. Quindi, per cortesia, gli esponenti della lobby petrolifera ed i loro accoliti non dicano che non è vero.

Allora, siccome ci sono negli USA questi problemi, la costituzione di una commissione per fare luce sulla possibilità di un legame fra i terremoti emiliani e l'attività di estrazione di idrocarburi nell'area è stata un'idea interessante e doverosa.
Sembra, perché il documento stilato da questa commissione non è ancora uscito fuori, che ci siano dei legami anche in Emilia fra sismicità e attività di estrazione di idrocarburi. 

La commissione partirebbe dal fatto che lo stoccaggio di Rivara non c'entra nulla. E ciò non può che essere vero, in quanto le operazioni per realizzarlo nel maggio 2012 non erano ancora incominciate, piaccia o non piaccia a degli invasati disinformati del tipo di quelli di cui all'inizio di questo post. 
Lo stoccaggio di Rivara rappresenta a mio avviso un'opera “estremamente discutibile”, anzi “totalmente folle”. Annoto che proprio l'estate scorsa ci sono stati dei grossi problemi in Spagna (leggasi: sciame sismico di una certa portata) proprio durante l'immissione di gas in un sito di stoccaggio ricavato da un giacimento petrolifero esaurito, motivo per cui era stata sospesa l'operazione di carica del deposito. E quella del mare della Baleari non è una zona in cui insistono faglie attive, come invece lo è l'Emilia. Quindi figuratevi cosa possa pensare dell'idea di stoccare il gas a Rivara... Follia pura, caro onorevole Giovanardi....

In Oklahoma, come in Ohio, è semplice vedere la connessione, dato che quelle non sono zone sismiche, e si vede come all'aumento dei pozzi corriponda un brusco aumento della sismicità (dovuta – ripeto -  non al fracking in se e per se, ma alla reiniezione per stoccaggio nel sottosuolo profondo dei liquidi di flow-back).
L'Emilia – Romagna invece è in zona sismica eccome: sotto la pianura c'è attualmente l'asse di compressione fra la zolla europea e quella adriatica (oddio, europea, per me è una zolla da poco saldatasi a quella europea, vabbè...), con la formazione di pieghe e sovrascorrimenti.  
Per fortuna sembra che la crosta non riesca a sopportare senza rompersi sforzi molto grandi per cui si rompe prima di accumulare energia capace di scatenare terremoti particolarmente distruttivi. Comunque la storia della pianura emiliano - romagnola di eventi sismici ne segnala tanti e taluni con esiti piuttosto importanti. Antonio Mucchi ricorda che già nel 1993 i geologi ferraresi fecero presente che il tempo di ritorno di un evento in zona era prossimo e che non si poteva continuare a fare finta di niente.
Anche il reticolo fluviale ed i suoi spostamenti naturali precedenti alle bonifiche nella pianura delle province di Modena e Reggio Emilia dimostrano che lì sotto c'è una discreta attività tettonica.

Allora, vediamo cosa dice Science.
- in primo luogo che il rapporto non verrebbe reso pubblico per opportunità, in quanto potrebbe suscitare l'opposizione alle attività estrattive delle popolazioni delle zone coinvolte (potrebbe? le innescherà di sicuro)
- in secondo luogo che i terremoti del 2012 potrebbero essere ascritti al campo petrolifero del “Cavone”, posto tra Mirandola e Novi di Modena, una concessione che il Ministero dello Sviluppo Economico indica come sfruttata dalla “Padana Energia”, società appartenente al gruppo “Gas Plus SPA”. La vediamo in questa carta.

Ora, sempre secondo Sciences, il rapporto "non escluderebbelegami fra l'attività a Cavone e i terremoti emiliani.
Vediamo come, quanto e perché.
L'attività estrattiva e la immissione di fluidi nel terreno per permettere il flusso del greggio potrebbero aver provocato dei cambiamenti del campo di sforzi nel sottosuolo. Ma non sarebbero stati sufficienti da soli a provocare il terremoto. 
Quindi l'unica spiegazione possibile capace di giustificare un ruolo effettivo dell'attività estrattiva è che la faglia responsabile della prima delle due scosse principali, quella del 20, fosse già quasi pronta a muoversi e che sarebbe bastato un minimo contributo per innescare il primo dei due terremoti. L'ulteriore riassetto del campo di sforzi dopo la scossa del 20 ha poi innescato la scossa del 29 (che ho percepito benissimo anche io a Firenze).

Quindi, da sole, le variazioni del campo di sforzi non avrebbero potuto innescare il sisma del 20 maggio. C'è la possibilità – forse – che abbiano dato un contributo finale, diciamo la goccia che ha fatto traboccare un vaso che, comunque, sarebbe traboccato da solo qualche tempo dopo. 
In ogni caso la commissione affermerebbe che questo legame dovrebbe essere evidenziato tramite una modellazione che fino ad oggi non è ancora stata fatta. 

Ci sono poi una serie di dubbi.
Come ho sottolineato subito dopo il terremoto del 20 maggio, la faglia che lo ha generato era perfettamente conosciuta e l'INGV considerava già l'area a rischio.
Vediamo in questa carta, ovviamente ricavata con l'Iris Earthquake Browser, la distribuzione degli epicentri del terremoti principale e delle repliche tra i 20 e il 21 maggio 2012: si nota che sono tutte ad est della concessione. La scossa a M 4.2 che si è verificata 3 ore prima quella principale è praticamente nello stesso luogo di quella principale e la collocazione delle repliche indica chiaramente che il piano di faglia si è mosso tra Mirandola e Ferrara, e non coinvolge la zona in cui avviene l'estrazione del petrolio.


Su Science si riporta anche una dichiarazione di un geologo anonimo, il quale, oltre a far notare questa distanza fra gli epicentri e la zona di coltivazione, sottolinea che in precedenza non ci sono stati i benchè minimi accenni di sismicità nell'area della coltivazione e che poi, alla fine, si tratta di solo 500 barili al giorno, 75.000 litri (i quali, aggiungo, sono parzialmente compensati dall'acqua che viene iniettata).

Da ultimo, rimandando a questo post che ho scritto dopo il terremoto delle Apuane di un anno fa, ricordo che gli eventi del maggio 2012 sono facilmente inquadrabili in una fase parossistica della sismicità in tutto il settore nordorientale dell'Appennino Settentrionale.

Tirando le somme, diciamo che sono perplesso. A differenza di tanti che – senza conoscere la materia – sputeranno sentenze del tipo “è assodato che il terremoto emiliano sia dovuto all'estrazione di petrolio” (ce lo vedo Gianni Lannes, per esempio), cosa che NON è evidenziata dal rapporto, io che qualcosa di queste cose mastico tengo un atteggiamento prudente: ritengo in questo caso altamente improbabile una connessione, pur senza escluderla del tutto come contributo marginale.

Resto comunque totalmente contrario alla predisposizione di impianti di stoccaggio di gas in quella zona e continuo ad essere convinto, in generale, che sia necessario governare la iniezione di liquidi nel sottosuolo, in particolare se nel sottosuolo sono presenti delle faglie, anche non attive da decine di milioni di anni.

sabato 5 aprile 2014

il rapporto dell'ISPRA sul consumo del suolo nel 2014 ed alcune riflessioni


Il territorio e il paesaggio vengono quotidianamente invasi da nuovi quartieri, ville, seconde case, alberghi, capannoni industriali, magazzini, centri direzionali e commerciali, strade, autostrade, parcheggi, serre, cave e discariche, comportando la perdita di aree agricole e naturali ad alto valore ambientale. Le attività di ISPRA e del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente sono oggi in grado di attuare un monitoraggio continuo del consumo e dell’impermeabilizzazione del suolo nel nostro Paese ed infatti è uscito il rapporto 2014 dell'ISPRA sull'uso del suolo in Italia. Questa pubblicazione suscita un po' di preoccupazione e fa il punto su come viene usato il suolo nel nostro Paese. I dati sono ricavati della rete di monitoraggio del consumo di suolo, realizzata da ISPRA con la collaborazione delle Agenzie per la Protezione dell’Ambiente delle Regioni e delle Province autonome. Il sistema permette, attualmente, di ricostruire l’andamento del consumo di suolo in Italia dal secondo dopoguerra ad oggi.

Iniziamo definendo il consumo di suolo: è una variazione da una copertura non artificiale (che rappresenta suolo non consumato) a una copertura artificiale del suolo (cioè suolo consumato).
Il suolo consumato è quindi quella parte della superficie terrestre coperta dalle più varie strutture, per esempio edifici, capannoni, strade asfaltate o sterrate, aree estrattive, discariche, cantieri, cortili, piazzali e altre aree pavimentate o in terra battuta, serre e altre coperture permanenti, aeroporti e porti, aree e campi sportivi impermeabili, ferrovie ed altre infrastrutture, pannelli fotovoltaici e tutte le altre aree impermeabilizzate nelle città e nelle campagne. 

Questa definizione esclude, ovviamente, le aree aperte naturali e seminaturali in ambito urbano. 
Ed è altrettanto ovvio che un suolo coperto perde qualsiasi funzione produttiva naturale, per esempio la capacità di assorbire le acque piovane e CO2, la possibilità di essere utilizzato da flora e fauna ed anche la fruizione sociale. 
Altro problema è la frammentazione degli habitat, con la possibile interruzione dei corridoi migratori per le specie selvatiche.
Una questione importante è che anche togliendo la copertura, far ritornare il suolo produttivo non è semplice, e soprattutto è, in genere, un processo molto lento.
I risultati indicano, inoltre, la presenza di una porzione non indifferente di suolo consumato nelle aree rurali e naturali.

Come si vede dalla tabella 3.6 del rapporto, c'è subito una sorpresa: verrebbe da pensare che la copertura del suolo sia un fattore soprattutto edilizio. Invece dai dati emerge che questo uso non è così preminente. È sì al primo posto, ma solo con il 30%, che aumenta se vi aggiungiamo la parte occupata da piazzali e parcheggi (purtroppo non fornita singolarmente ma computata insieme a cantieri e discariche); succede che una parte importante del suolo è occupata dalle “vie di comunicazione”: a questa categoria appartengono strade asfaltate e ferrovie (queste ultime con una percentuale molto bassa). È da notare un 19% del suolo consumato da “altre strade”, principalmente costituito dalle strade di campagna non asfaltate. È facile capire il perchè: le strade sono particolarmente lunghe rispetto agli edifici.

Nella carta seguente, sempre tratta dal rapporto, si nota come da un consumo medio di suolo del 2,9% caratteristico degli anni ’50 siamo passati al 7,3% del 2012, con un incremento di più di 4 punti percentuali e ben più di un raddoppio in termini assoluti. In termini assoluti: si stima che il consumo di suolo abbia intaccato ormai quasi 22.000 chilometri quadrati del nostro territorio.


Un secondo aspetto è la velocità dell'occupazione del suolo in Italia nel corso degli ultimi venti anni: siamo intorno ai 70 ettari al giorno, 700.000 metri quadri il che significa che mediamente ogni giorno in Italia viene sigillata una superficie pari ad un centinaio di campi di calcio come il Meazza o il Franchi tutti i giorni (attenzione: mi riferisco solo al rettangolo di gioco, non agli stadi nella loro interezza!). Questa velocità è più o meno costante, non appare influenzata dalla congiuntura economica e non ha a suo favore una giustificazione da aumenti di popolazione e di attività economiche, che non sono avvenuti.

La tendenza al consumo di suolo è maggiore intorno ai centri urbani principali (e questa non è certo una sorpresa), e questo è avvenuto e avviene soprattutto a spese di aree precedentemente adibite a uso agricolo. In questa situazione molto ha giocato e gioca in parecchie aree un livello di programmazione mediocre, dove sono assenti o deboli gli strumenti di pianificazione del territorio, di programmazione delle attività economico-produttive e delle politiche efficaci di gestione del patrimonio naturale e culturale tipico.

Vediamo in questa figura l'incremento nell'occupazione del suolo regione per regione dagli anni '50.


Inoltre negli ultimi anni si è notata una progressiva trasformazione di città compatte in insediamenti diffusi caratterizzati da bassa densità abitativa. Questo comporta un forte incremento delle superfici artificiali e del coefficiente di impermeabilizzazione del suolo per abitante, con pesanti ripercussioni sul paesaggio e sull’ambiente. Nel conteggio di queste impermeabilizzazioni non viene computato un altro problema: la diffusione urbana a bassa densità lascia aree non coperte ma isolate dal resto del suolo libero, che quindi frammentano ancora di più gli habitat delle specie selvatiche.

Annoto, cosa non evidenziata nel rapporto che è a livello “medio” regionale, che nelle valli intermontane particolarmente abitate o sedi di attività industriali il suolo coperto raggiunge nel fondovalle livelli di quasi saturazione mentre nelle montagne intorno ci sono valori estremamente bassi.

Un altro aspetto da notare è il consumo di suolo in rapporto alla distanza dalla costa, come si vede dalla figura seguente: i valori di crescita nella fascia compresa entro i 10 km dal litorale sono nettamente superiori rispetto al resto del territorio nazionale: dal 4% degli  anni ‘50 siamo al 10,5% nel 2012. I valori  più elevati si registrano in alcuni tratti della Liguria, nella Toscana settentrionale, nelle province di Roma e Latina, in buona parte della Campania e della Sicilia, a Bari e a Taranto, e lungo la costa adriatica da Ravenna a Pescara. Banalmente, nelle aree più turisticamente sviluppate. Lo si vede da questo grafico:


Quali sono le prospettive e le indicazioni per il futuro? 
Le prospettive se continuiamo così sono imbarazzanti, sia per l'ambiente ma anche per la sicurezza di beni e persone.

La diffusione dei modelli a bassa densità abitativa con la “fuga dalla città” (che poi porta anche ad un aumento delle emissioni nocive da traffico) richiede un valore maggiore di suolo per ogni abitante.

L’abbandono delle terre, soprattutto in aree marginali, toglie la manutenzione soprattutto in suoli con marcata tendenza all'erosione. 
Con un incremento dell'agricoltura intensiva, il clima che cambia, lo sfruttamento non sostenibile delle risorse idriche e il rischio di salinizzazione delle stesse nelle aree costiere, l’impatto di questi processi sulla qualità del suolo è preoccupante e incide negativamente sulla condizione delle nostre terre, soprattutto nelle aree meno resilienti, in cui i legami tra biodiversità, paesaggio, fattori sociali e attività economiche sono più forti. Per non parlare dell'aumento del rischio idrogeologico.

È quindi necessario un intervento legislativo volto a una rapida approvazione di alcuni interventi e proposte legislativi, finalizzati alla limitazione del consumo di suolo per un contenimento dei tassi di crescita, soprattutto nelle aree peri-urbane e pianeggianti a elevata vocazione agricola. 
Per esempio comuni come Firenze hanno approvato piani strutturali in cui sono espressamente vietati ulteriori incrementi della superficie coperta.

Naturalmente una prima serie di iniziative sarebbe quella di investire sul patrimonio edilizio esistente, incentivando il riuso dei suoli già compromessi e la rigenerazione urbana. È evidente che, quindi, occorra tornare ad un livello di forme urbane più compatte e semi-dense tramite un recupero dei centri storici attraverso interventi di rigenerazione e riqualificazione. 

È peraltro importante il recupero di aree dismesse compresi ex siti industriali, innanzitutto perchè non ha senso coprire ex-novo quando ci sono aree già occupate a disposizione e poi perchè come ho detto è lento e laborioso. C'è poi un aspetto che esce dalla statistica: queste aree spesso potrebbero essere solo degli spazi isolati in mezzo all'urbanizzato: senza appositi corridoi non possono essere a disposizione di fauna e flora selvatica. Sarebbero quindi territori conteggiabili come “liberi” ma senza o con pochi vantaggi per l'ambiente.   

Insomma, senza una risposta forte della classe politica attraverso idonee leggi, sarà molto difficile una inversione di tendenza, con rischi ancora da capire e condizioni ambientali sempre più difficili

mercoledì 2 aprile 2014

Il terremoto del 1 aprile 2014 in Cile: colmata una importante lacuna sismica


La costa pacifica dell'America Meridionale è una delle zone sismicamente più attive che ci sono al mondo, in cui si sono verificati 6 dei 20 terremoti più forti a livello mondiale da quando la geofisica è diventata una “cosa seria”.
Oltre ai terremoti ospita una impressionante quantità di vulcani, diverse centinaia, quasi tutti in grado di produrre eventi disastrosi. 
Il terremoto di ieri sera in Cile è un chiarissimo segno dell'attività tettonica di questo settore del globo terraqueo, il margine continentale andino, dove la placca di Nazca, a crosta oceanica, si immerge sotto quella sudamericana. Uno scontro che dura da decine di milioni di anni e ha prodotto una delle più spettacolari catene montuose mondiali. Sismicità e vulcanismo dell'area riflettono in maniera “geologicamente elegante” questa situazione.

In particolare l'evento di ieri sera è un tipico terremoto di thrust, cioè si è mossa una faglia lungo un piano suborizzontale. Questo piano è probabilmente nientepopòdimenoche quello lungo il quale la placca di Nazca scorre sotto quella sudamericana. I terremoti di thrust sono i più forti che possono accadere, perchè una faglia suborizzontale per muoversi deve vincere l'attrito prodotto dallo spessore delle rocce sovrastanti e quindi prima di poter produrre un sisma accumula una quantità di energia elastica molto maggiore rispetto a faglie subverticali o inclinate.

Ricordo, tanto per incominciare, che M è un numero assoluto, non un “grado” e che un terremoto di Magnitudo n ha energia 30 volte superiore a un terremoto con M=n-1 (e quindi ha una energia 30 volte inferiore ad un terremoti di M=n+1): un terremoto con M=7 è 30 volte più potente di un terremoto a M=6 e 900 volte più potente rispetto a un evento a M=5

Questo terremoto ha delle caratteristiche che meritano una certa attenzione

La prima è che giunge dopo un paio di settimane di intensa attività sismica nell'area: il 16 marzo ci fu un evento con M 6.7, a cui ne sono seguiti, fino al 31 marzo, altri 3 con M maggiore o uguale a 6 e altri 28 con M compresa fra 5 e 5.9. Anche se non ho i dati per affermarlo, il decorso è stato particolare, proprio per la presenza di due scosse a M=6 a qualche giorno di distanza. Vediamo in questa carta tratta come anche quelle successive dall'Iris Earthquake Browser, la sismicità dell'area nella seconda quindicina di marzo, limitatamente agli eventi con M uguale o superiore a 5:



Nelle ultime 9 ore invece si contano 18 scosse con M uguale o superiore a 5 (scrivo alle 9.00 del matttino, magari fra un'ora il dato cambia di qualche unità in più).
Quindi è un esempio di una sequenza sismica in cui si nota un aumento dell'energia rilasciata ben dopo l'inzio della sequenza stessa. Non ricordo altri esempi a questi livelli di Magnitudo e ogni riferimento alla situazione abruzzese del 2009 è da ritenersi puramente casuale.

La seconda è la distribuzione geografica tra Perù e Cile degli eventi a M uguale o superiore a 8 nell'area: nella immagine, sempre dell'Iris Earthquake Browser, vediamo i 6 terremoti a M 8 o superiore nella zona degli ultimi 20 anni. 


Tralasciamo quello con il pallino rosso, è stato molto profondo (8.2 a 640 km di profondità) nel 1994 ed è all'interno e concentriamoci sui terremoti lungo la costa:
- il più meridionale è il fortissimo terremoto di Maue del 2010 (il cui epicentro, per la cronaca, è di poco più a nord di quello del terremoto e relativo tsunami a cui assistette Darwin nel 1835) 
- più a nord vediamo 4 eventi a distanza più o meno simile l'uno dall'altro: da nord a sud 2 in Perù (15 agosto 2007 M 8.0 e 23 giugno 2001 M 8.3) e due in Cile (quello di oggi e un 8.0 il 30 giugno del 1995).

L'evento di oggi quindi ha colmato una lacuna sismica che si nota anche guardando gli ultimi 30 anni (nella carta non è indicata la scossa di oggi proprio per evidenziare il gap). Un gap talmente noto da avere un nome: lacuna sismica di Iquiqe o del Cile settentrionale, dove l'ultimo grande terremoto (e davvero grande: M 8.8) si è avuto nel 1877. Anche in quel caso qualche anno prima c'è stato un forte evento poco più a nord (M 8.8 nel 1866) 

Da questa terza carta si nota la presenza più a sud di una vasta area priva di eventi a M maggiore di 7 negli ultimi 30 anni (ma che in ogni caso ne ha ospitati 4 con M superiore a 6 negli ultimi 4 anni) e che grossomodo corrisponde ad una zona in cui mancano anche vulcani. Curiosamente quel settore di subduzione privo di eventi in superficie e di vulcanismo recente continua anche in questi anni a produrre eventi molto profondi (oltre 500 km) nella zona di Santiago del Estero in Argentina.



lunedì 24 marzo 2014

IXV: ancora una volta l'Italia sugli scudi per lo spazio (nel silenzio dei media)


L'alta tecnologia dovrebbe essere una parte trainante dell'industria italiana ed in effetti aziende dotate di solidi piani di "Ricerca e Sviluppo" sono in genere fra quelle che nella congiuntura odierna se la passano meglio. Resta il problema di come pubblicizzare queste cose, in modo, per esempio, che si smetta con domande specifiche tipo “a cosa serve l'Agenzia spaziale Italiana” oppure più generali sul cosa serva spendere soldi nelle università per la ricerca “in quel carrozzone spendaccione”. Fa fatica ad arrivare il messaggio che aziende capaci di alti livelli di ricerca e sviluppo normalmente nel contesto odierno se la sfangano meglio di quelle che “si accontentano” e in televisione hanno più spazio interviste a sociologhi sulla importanza della memoria o programmi spacciati per scientifici come Voyager e Mistero. Oltretutto, spesso, quando si parla di Scienza e Tecnologia lo si fa male e mistificando la realtà, basti vedere il caso Stamina – Le Iene.
Partire dalla Pubblica Istruzione per una rinascita dell'italia è fondamentale, ma sarebbe il caso anche un impegno per aumentare la consapevolezza scientifica della Nazione e per parlare più di Scienze e Tecnologie e meno degli amori di ballerine e calciatori. Ed ecco un esempio dell'Italia "che va".

La parte più tecnologica del Bel Paese, al solito nel disinteresse generale dell'opinione pubblica italiana che di scienza e tecnologia parla molto a sproposito e specialmente con bufale su Internet e nelle aule giudiziarie (basta vedere, oltre a vicende tipo L'Aquila, la stupidità delle sentenze che legano vaccini ed autismo....) si sta dando da fare eccome...

Dopo aver costruito il nuovo razzo vettore Vega, che nel suo specifico settore (piccoli satelliti ad orbita bassa) è la macchina migliore che oggi esiste al mondo, registriamo che l'Italia dello spazio sta per ottenere un altro grande risultato: la produzione del prototipo dell'IXV (Intermediate eXperimental Vehicle), un veicolo della Agenzia Spaziale europea capace di essere lanciato (ovviamente...) proprio dal nostro razzo vettore VEGA e che sarà in grado di ritornate a terra ultimata la missione. Il tutto è previsto per settembre.
Il veicolo è attualmente nelle ultime fasi di revisione alla Thales Alenia Space di Torino, società nata da Alcatel Alenia Space quando il gruppo Thales ha acquisito l'intera partecipazione, una volta dell'Alcatel, in due joint-venture che il gruppo francese aveva con la nostra Finmeccanica. Thales è colui che in Italia è conosciuto come Talete, il grande filosofo e astronomo greco, ma in francese l'acronimo richiama le iniziali delle aziende che, fondendosi, hanno dato vita a questa nuova società: Thomson Alcatel et Sextant.

Nel campo spaziale sarebbe lungo l'elenco delle missioni passate, in corso e future in cui Thales Alenia Space e le sue antenate sono coinvolte. Ricordo i primi Meteosat, GOCE, Cosmo-SkyMed ed Exo-Mars, perchè sono missioni di cui mi sono in vari modi occupato

Finite le ultime prove a Torino il veicolo verrà inviato in Olanda, dove verrà sottoposto ai test finali prima di essere inviato al poligono europeo di Kourou nella Guyana francese.

IXV è un veicolo molto aerodinamico (e non potrebbe essere diversamente visto il suo impiego!) e manovrabile.
I sistemi di guida, navigazione e controllo sono molto sofisticati, come anche lo scudo termico che deve occuparsi del calore generato dal rientro nell'atmosfera.

IXV non è ovviamente solo italiano: è tutta l'Europa che partecipa al progetto, ma è l'Agenzia spaziale Italiana, di cui si parla dalle nostre parti più che altro per questioni diverse da quelle operative, che è a capo del progetto. Insomma, l'Italia ha ancora una volta il ruolo preminente in un progetto di enorme valore economico e tecnologico.
E italiano sarà anche, a Torino, nella sede della ALTEC, il controllo della missione, che sfrutterà pure le antenne della base “Luigi Broglio” di Malindi, in Kenya e quelle francesi del Centro di studi spaziali francese a Libreville, in Gabon (anche a questo proposito, di Malindi in Italia si parla molto per altre questioni...)


La missione sarà molto breve (un'ora e 40 minuti circa) ma assolutamente significativa; è divisa in una serie di fasi concatenate: dopo il lancio, a 320 km di altezza IXV si separerà dal vettore VEGA e continuerà a salire (nella cosiddetta “fase balistica”) fino a raggiungere un'altezza di 412 km. A quel punto inizierà la fase di rientro durante la quale entreranno in funzione numerosi strumenti scientifici che effettueranno varie misurazioni.
Ora però arriva la fase più delicata, quando IXV incontrerà l'atmosfera. La sua velocità a 120 km di quota sarà di 7.7 km/s, ideale per un rientro in atmosfera da un'orbita bassa. Il veicolo rallenterà fino a quando non si aprirà il paracadute ed ammarerà nell'Oceano Pacifico dove verrà recuperato da una nave.

Restano dolorosamente il fatto che di questo veicolo non se ne parla, ad esempio, nei Tg e nei talk-show, dove rivestono molta più importanza gli affari di Balotelli e che parlando delle questioni relative alla Agenzia spaziale italiana si parli dei problemi giudiziari ponendo l'interrogativo su cosa serva questo “carrozzone”.
Sicuramente a creare lavoro e alta tecnologia, le cose di cui in Italia avremmo maggiormente bisogno per uscire da questa crisi che è una crisi dovuta anche alla mancanza di consapevolezza da parte dell'opinione pubblica e della classe dirigente di guardare al di là del proprio naso e di privilegiare le esigenze del cervello a quelle della pancia, ignorando l'importanza della ricerca scientifica e tecnologica.

Certo, occorre investire nella Pubblica Istruzione, ma anche in Ricerca e Sviluppo e proclamare ai quattro venti le conquiste scientifiche e tecniche della nostra nazione. 
Questa non è pura agiografia per dimostrare di essere bravi...