lunedì 14 aprile 2014

Perchè in Emilia Romagna non vengono estratti i combustibili fossili con il fracking


A seguito del mio (molto letto) post sull'articolo di Science sulle cause del terremoto emiliano del 20 maggio 2012 è riuspuntata fuori ovviamente anche la questione del fracking. In diverse occasioni e su diversi siti, compresi quelli semi istituzionali di parrocchie o associazioni, ma anche su giornali on-line e cartacei viene detto che in Emilia si fa il fracking. Mi sono arrivate anche e-mail ed un commento su quel post che accennano al fracking. È un'idea completamente folle. Voglio ribadire che nei giacimenti dell'Emilia – Romagna, come anche nel resto d'Italia, non si può fare fracking per un motivo semplicissimo: non esistono (per fortuna!) le rocce con le caratteristiche necessarie da rendere obbligatorio lo sfruttamento tramite l'uso di tale tecnica, tecnica che è inutile e costosa in giacimenti tradizionali come sono quelli italiani. In buona sostanza ci possono essere altre motivazioni per opporsi allo stoccaggio di gas nel sottosuolo o all'attività di estrazione di idrocarburi in italia, non certo quella del fracking....

PERCHÉ NASCE IL FRACKING

Il petrolio e il gas vengono pompati esattamente come si pompa l'acqua dai pozzi perché i liquidi scorrono nelle porosità del terreno: normalmente le rocce contengono idrocarburi come contengono l'acqua nei loro pori, cioè negli spazi fra un grano e l'altro, oppure nelle fratture. Se ci sono diversi liquidi questi si dispongono nel terreno come in una bottiglia, stratificandosi in base al loro peso specifico, come si vede da questo schema: in basso c'è l'acqua, sopra il petrolio e ancora sopra il gas.
Alle volte (anzi, direi spesso) viene inettata acqua proprio per far salire il petrolio più in alto.

Qualche decennio fa fu ideata la tecnica di scavare non solo in verticale, ma anche in orizzontale. Questo perchè alle volte i giacimenti sono a migliaia di metri di profondità e il costo di una perforazione è altissimo. In pratica raggiunge il giacimento un solo pozzo verticale, da cui si dipartono brevi pozzi orizzontali, risparmiando migliaia di metri di perforazioni.
Nel frattempo erano stati individuati i cosiddetti “prodotti proppanti”, capaci di aiutare l'acqua a fratturare le rocce per agevolare i movimenti del petrolio. I proppanti sono usati anche per la geotermia. La maggior parte di questi sono sabbie o prodotti ceramici, l'uso dei quali apporta problemi ambientali nulli o insignificanti dal punto di vista dell'inquinamento. 

La porosità varia a seconda della dimensione dei grani che compongono la roccia: più grandi sono i grani, pià la roccia è porosa.

Le argille sono praticamente impermeabili perchè i loro grani sono estremamente minuti.

In alcuni bacini dove si sono formati sedimenti argillosi la deposizione di alghe ed altri materiali organici avvenne in condizioni di mancanza di ossigeno, per cui questi resti organici non si sono distrutti ma si sono trasformati in metano o altri idrocarburi. Alcuni di questi sedimenti si sono trasformati in rocce molto dure, prive di porosità e senza fratture, dove i fluidi rimangono intrappolati all'interno senza poter scorrere; se si vuole estrarli occorre letteralmente fracassare la roccia.
Per chi vuole approfondire ho scritto due anni fa un post sull'argomento.

Questi giacimenti erano già sfruttati in alcune zone, per esempio in Estonia e Oklahoma, con pozzi verticali, ma con risultati non proprio eccellenti. Poi a qualcuno è venuta l'idea che la tecnica di scavare pozzi orizzontali una volta giunti allo strato utile poteva essere utile per sfruttare meglio i gas-shales, fratturando la roccia con acqua ad altissima pressione e con l'ausilio di prodotti chimici particolari. Una procedura ambientalmente molto discutibile (eufemisticamente parlando) che però dal punto di vista economico immediato ha dato buoni frutti.
Oggi in USA si assiste ad un boom di queste attività

IL FRACKING, UNA PRATICA COSTOSA

Un particolare di non trascurabile importanza è che coltivare un giacimento con il fracking è nettamente più costoso che coltivarlo in maniera tradizionale.
Quando un processo industriale più costoso è giustificabile? Se e solo se permette risultati migliori rispetto ad un altro già in uso: quindi se permette di ricavare materiale in quantità maggiore e/o qualità migliore. In caso di rocce porose il fracking non serve a niente, perché aumenta solo i costi senza aumentare la produzione e/o la qualità degli idrocarburi estratti.
Pensate che se il petrolio dovesse scendere sotto i 75 dollari al barile i giacimenti come quelli del North Dakota potrebbero tranquillamente chiudere (e si tratta di un milione di barili al giorno, oggi), perché estrarlo costerebbe di più di quanto verrebbe ricavato vendendolo. 
In questo post ho riassunto la situazione geologica dei giacimenti emiliani in particolare. Si nota che in Emilia, dove vengono sfruttate rocce porose e fratturate della “Falda Toscana” (che continua nel sottosuolo padano ben oltre l'Appennino) e delle sequenze terziarie che l'hanno coperta, il fracking sarebbe una inutile complicazione che aggiungerebbe senza motivo una serie di costi. Ricordo che, alla fine, il petrolio greggio costa relativamente poco: 100 dollari al barile significano meno di 70 centesimi al litro. 

DELL'IMPOSSIBILITÀ DI FARE FRACKING SENZA ESSERE NOTATI

Quanto ho detto è un aspetto puramente tecnico / economico che da solo giustifica la non presenza di attività di questo tipo quando non necessaria. Ma ci sono anche altri aspetti di tipo logistico che non passerebbero inosservati:

1. un impianto del genere non è mimetizzabile in una cantina, sia per le dimensioni, sia per il continuo afflusso di automezzi per portare sabbia ed altri materiali per il fracking e per portare via gli idrocarburi ottenuti. Impossibile che una attività di questo tipo non venga notata

2. l'acqua necessaria all'attività è tanta. Un pozzo che fa fracking ha intorno una serie di strutture per raccogliere le acque necessarie alla sua attività (e sono tante): un solo pozzo richiede durante la sua vita, pochi anni, una quantità di acqua pari al fabbisogno quotidiano di una città di un milone e mezzo di abitanti con i quantitativi consumati a Firenze, che non sono pochi dato che in un giorno lavoratvo il numero delle persone che per lavoro o altro (turismo, studio etc etc) sono presenti nella città è una percentuale significativa che si aggiunge al numero dei residenti. Chi farebbe fracking non autorizzato, verrebbe individuato anche solo per l'abbassamento mostruoso della falda acquifera nelle zone circostanti!

3. spazio necessario allo stoccaggio delle acque di flow-back, quelle che dopo essere iniettate tornano indietro da sole per la pressione nel pozzo, che rappresentano tipicamente circa il 20% del totale impiegato; queste acque devono ovviamente essere smaltite. Pertanto accanto all'impianto ci dovrebbe essere un invaso per contenere in attesa della depurazione o dello smaltimento le acque di flow-back, che non possono essere reimmesse nell'ambiente per il loro carico inquinante. Qualcuno ha fatto vedere delle immagini di vasche di stoccaggio dei liquami degli allevamenti dei maiali spacciadole per vasche di raccolta delle acque provenienti dal fracking. Follia pura.
Non è è neanche possibile scaricare clandestinamente queste acque perché una operazione del genere porterebbe conseguenze floro – faunistiche talmente gravi che verrebbero effettuate le ovvie analisi delle acque, grazie alla quali si capirebbe imediatamente la causa dell'inquinamento.

Quindi si può tassativamente affermare che in Emilia – Romagna non solo non avrebbe nessun senso utilizzare per l'estrazione degli idrocarburi la pratica del fracking, ma che tale attività non potrebbe essere praticata clandestinamente.
Affermare che viene fatto è semplicemente demenziale e frutto di una totale incultura in campo geologico e di estrazione degli idrocarburi, se non di disonestà intellettuale. 

Ripeto, non sono mai stato tenero con l'industria petrolifera e ritengo doveroso diminuire il consumo di idrocarburi per i gravi problemi ambientali che comportano durante tutto il loro ciclo: estrazione, trasporto, raffinazione ed utilizzo dei combustibili fossili.

Ma bisogna essere seri e soprattutto evitare di raccontare falsità che non giovano sicuramente alle istanze di chi cerca di diminuire il ricorso ai combustibili fossili.

Aggiungo che ho chiesto più volte a chi sostiene che in Emilia viene fatto il fracking perchè e soprattutto in quali rocce sono i depositi di idrocarburi che verrebbero coltivati in quel modo. Inutile dire che non mi è stata data risposta.


venerdì 11 aprile 2014

Estrazione di idrocarburi e terremoti emiliani del 2012: forse (molto forse) c'è una connessione?


Visto che sui giornali oggi si legge che su Science è stata lanciata la notizia che secondo la commissione di esperti ci sarebbe un legame fra attività di estrazione di idrocarburi e i terremoti emiliani del 2012, preferisco subito fare delle puntualizzazioni su quanto scritto in quanto mi immagino già gli starnazzamenti e le male interpretazioni (me ne sono già arrivate). Alla fine direi che se quello che dice Science sono le conclusioni della commissione il legame è parecchio debole, sempre che esista. 

Premetto, come ho fatto spesso, che il – anzi i – terremoti emiliani non c'entrano nulla con il fracking, nonostante quello che i disinformati convinti di essere informatissimi continuano a sostenere. Quello che è uscito oggi su Science e ripreso da una serie di media italiani in maniera un po' discutibile è invece una cosa molto seria. Siccome ho in mano proprio l'articolo originale mi sento di fare dei commenti.

Ricordo, per chi non mi conosce, di essere estremamente contrario al fracking per tutta una serie di motivi, principalmente ambientali.
Ho parlato dei terremoti di origine antropica in altri post; in particolare in questo, ho spiegato che in USA la sismicità indotta è un effetto collaterale delle attività petrolifere, perché, almeno quella più forte, non è dovuta alla estrazione di liquidi o gas in sè, ma alla iniezione di liquidi nel sottosuolo che viene effettuata: 
- o per sollecitare la produzione in fase decadente di un pozzo in via di esaurimento
- oppure per stoccare in profondità i liquidi che ritornano in superficie in caso di impiego di tecniche come il fracking (il cosiddetto flow-back, che coinvolge circa il 20% di quanto iniettato). 
Questi liquidi riempiendo i pori del terreno, con la loro pressione vanno a diminuire l'attrito lungo dei piani di faglia: la diminuzione dell'attrito può consentire alla faglia di mettersi in moto provocando terremoti. Questi fenomeni sono cosa nota e sono certificati mica da Cincirinella, ma dal Servizio Geologico degli Stati Uniti, l'USGS. Quindi, per cortesia, gli esponenti della lobby petrolifera ed i loro accoliti non dicano che non è vero.

Allora, siccome ci sono negli USA questi problemi, la costituzione di una commissione per fare luce sulla possibilità di un legame fra i terremoti emiliani e l'attività di estrazione di idrocarburi nell'area è stata un'idea interessante e doverosa.
Sembra, perché il documento stilato da questa commissione non è ancora uscito fuori, che ci siano dei legami anche in Emilia fra sismicità e attività di estrazione di idrocarburi. 

La commissione partirebbe dal fatto che lo stoccaggio di Rivara non c'entra nulla. E ciò non può che essere vero, in quanto le operazioni per realizzarlo nel maggio 2012 non erano ancora incominciate, piaccia o non piaccia a degli invasati disinformati del tipo di quelli di cui all'inizio di questo post. 
Lo stoccaggio di Rivara rappresenta a mio avviso un'opera “estremamente discutibile”, anzi “totalmente folle”. Annoto che proprio l'estate scorsa ci sono stati dei grossi problemi in Spagna (leggasi: sciame sismico di una certa portata) proprio durante l'immissione di gas in un sito di stoccaggio ricavato da un giacimento petrolifero esaurito, motivo per cui era stata sospesa l'operazione di carica del deposito. E quella del mare della Baleari non è una zona in cui insistono faglie attive, come invece lo è l'Emilia. Quindi figuratevi cosa possa pensare dell'idea di stoccare il gas a Rivara... Follia pura, caro onorevole Giovanardi....

In Oklahoma, come in Ohio, è semplice vedere la connessione, dato che quelle non sono zone sismiche, e si vede come all'aumento dei pozzi corriponda un brusco aumento della sismicità (dovuta – ripeto -  non al fracking in se e per se, ma alla reiniezione per stoccaggio nel sottosuolo profondo dei liquidi di flow-back).
L'Emilia – Romagna invece è in zona sismica eccome: sotto la pianura c'è attualmente l'asse di compressione fra la zolla europea e quella adriatica (oddio, europea, per me è una zolla da poco saldatasi a quella europea, vabbè...), con la formazione di pieghe e sovrascorrimenti.  
Per fortuna sembra che la crosta non riesca a sopportare senza rompersi sforzi molto grandi per cui si rompe prima di accumulare energia capace di scatenare terremoti particolarmente distruttivi. Comunque la storia della pianura emiliano - romagnola di eventi sismici ne segnala tanti e taluni con esiti piuttosto importanti. Antonio Mucchi ricorda che già nel 1993 i geologi ferraresi fecero presente che il tempo di ritorno di un evento in zona era prossimo e che non si poteva continuare a fare finta di niente.
Anche il reticolo fluviale ed i suoi spostamenti naturali precedenti alle bonifiche nella pianura delle province di Modena e Reggio Emilia dimostrano che lì sotto c'è una discreta attività tettonica.

Allora, vediamo cosa dice Science.
- in primo luogo che il rapporto non verrebbe reso pubblico per opportunità, in quanto potrebbe suscitare l'opposizione alle attività estrattive delle popolazioni delle zone coinvolte (potrebbe? le innescherà di sicuro)
- in secondo luogo che i terremoti del 2012 potrebbero essere ascritti al campo petrolifero del “Cavone”, posto tra Mirandola e Novi di Modena, una concessione che il Ministero dello Sviluppo Economico indica come sfruttata dalla “Padana Energia”, società appartenente al gruppo “Gas Plus SPA”. La vediamo in questa carta.

Ora, sempre secondo Sciences, il rapporto "non escluderebbelegami fra l'attività a Cavone e i terremoti emiliani.
Vediamo come, quanto e perché.
L'attività estrattiva e la immissione di fluidi nel terreno per permettere il flusso del greggio potrebbero aver provocato dei cambiamenti del campo di sforzi nel sottosuolo. Ma non sarebbero stati sufficienti da soli a provocare il terremoto. 
Quindi l'unica spiegazione possibile capace di giustificare un ruolo effettivo dell'attività estrattiva è che la faglia responsabile della prima delle due scosse principali, quella del 20, fosse già quasi pronta a muoversi e che sarebbe bastato un minimo contributo per innescare il primo dei due terremoti. L'ulteriore riassetto del campo di sforzi dopo la scossa del 20 ha poi innescato la scossa del 29 (che ho percepito benissimo anche io a Firenze).

Quindi, da sole, le variazioni del campo di sforzi non avrebbero potuto innescare il sisma del 20 maggio. C'è la possibilità – forse – che abbiano dato un contributo finale, diciamo la goccia che ha fatto traboccare un vaso che, comunque, sarebbe traboccato da solo qualche tempo dopo. 
In ogni caso la commissione affermerebbe che questo legame dovrebbe essere evidenziato tramite una modellazione che fino ad oggi non è ancora stata fatta. 

Ci sono poi una serie di dubbi.
Come ho sottolineato subito dopo il terremoto del 20 maggio, la faglia che lo ha generato era perfettamente conosciuta e l'INGV considerava già l'area a rischio.
Vediamo in questa carta, ovviamente ricavata con l'Iris Earthquake Browser, la distribuzione degli epicentri del terremoti principale e delle repliche tra i 20 e il 21 maggio 2012: si nota che sono tutte ad est della concessione. La scossa a M 4.2 che si è verificata 3 ore prima quella principale è praticamente nello stesso luogo di quella principale e la collocazione delle repliche indica chiaramente che il piano di faglia si è mosso tra Mirandola e Ferrara, e non coinvolge la zona in cui avviene l'estrazione del petrolio.


Su Science si riporta anche una dichiarazione di un geologo anonimo, il quale, oltre a far notare questa distanza fra gli epicentri e la zona di coltivazione, sottolinea che in precedenza non ci sono stati i benchè minimi accenni di sismicità nell'area della coltivazione e che poi, alla fine, si tratta di solo 500 barili al giorno, 75.000 litri (i quali, aggiungo, sono parzialmente compensati dall'acqua che viene iniettata).

Da ultimo, rimandando a questo post che ho scritto dopo il terremoto delle Apuane di un anno fa, ricordo che gli eventi del maggio 2012 sono facilmente inquadrabili in una fase parossistica della sismicità in tutto il settore nordorientale dell'Appennino Settentrionale.

Tirando le somme, diciamo che sono perplesso. A differenza di tanti che – senza conoscere la materia – sputeranno sentenze del tipo “è assodato che il terremoto emiliano sia dovuto all'estrazione di petrolio” (ce lo vedo Gianni Lannes, per esempio), cosa che NON è evidenziata dal rapporto, io che qualcosa di queste cose mastico tengo un atteggiamento prudente: ritengo in questo caso altamente improbabile una connessione, pur senza escluderla del tutto come contributo marginale.

Resto comunque totalmente contrario alla predisposizione di impianti di stoccaggio di gas in quella zona e continuo ad essere convinto, in generale, che sia necessario governare la iniezione di liquidi nel sottosuolo, in particolare se nel sottosuolo sono presenti delle faglie, anche non attive da decine di milioni di anni.

sabato 5 aprile 2014

il rapporto dell'ISPRA sul consumo del suolo nel 2014 ed alcune riflessioni


Il territorio e il paesaggio vengono quotidianamente invasi da nuovi quartieri, ville, seconde case, alberghi, capannoni industriali, magazzini, centri direzionali e commerciali, strade, autostrade, parcheggi, serre, cave e discariche, comportando la perdita di aree agricole e naturali ad alto valore ambientale. Le attività di ISPRA e del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente sono oggi in grado di attuare un monitoraggio continuo del consumo e dell’impermeabilizzazione del suolo nel nostro Paese ed infatti è uscito il rapporto 2014 dell'ISPRA sull'uso del suolo in Italia. Questa pubblicazione suscita un po' di preoccupazione e fa il punto su come viene usato il suolo nel nostro Paese. I dati sono ricavati della rete di monitoraggio del consumo di suolo, realizzata da ISPRA con la collaborazione delle Agenzie per la Protezione dell’Ambiente delle Regioni e delle Province autonome. Il sistema permette, attualmente, di ricostruire l’andamento del consumo di suolo in Italia dal secondo dopoguerra ad oggi.

Iniziamo definendo il consumo di suolo: è una variazione da una copertura non artificiale (che rappresenta suolo non consumato) a una copertura artificiale del suolo (cioè suolo consumato).
Il suolo consumato è quindi quella parte della superficie terrestre coperta dalle più varie strutture, per esempio edifici, capannoni, strade asfaltate o sterrate, aree estrattive, discariche, cantieri, cortili, piazzali e altre aree pavimentate o in terra battuta, serre e altre coperture permanenti, aeroporti e porti, aree e campi sportivi impermeabili, ferrovie ed altre infrastrutture, pannelli fotovoltaici e tutte le altre aree impermeabilizzate nelle città e nelle campagne. 

Questa definizione esclude, ovviamente, le aree aperte naturali e seminaturali in ambito urbano. 
Ed è altrettanto ovvio che un suolo coperto perde qualsiasi funzione produttiva naturale, per esempio la capacità di assorbire le acque piovane e CO2, la possibilità di essere utilizzato da flora e fauna ed anche la fruizione sociale. 
Altro problema è la frammentazione degli habitat, con la possibile interruzione dei corridoi migratori per le specie selvatiche.
Una questione importante è che anche togliendo la copertura, far ritornare il suolo produttivo non è semplice, e soprattutto è, in genere, un processo molto lento.
I risultati indicano, inoltre, la presenza di una porzione non indifferente di suolo consumato nelle aree rurali e naturali.

Come si vede dalla tabella 3.6 del rapporto, c'è subito una sorpresa: verrebbe da pensare che la copertura del suolo sia un fattore soprattutto edilizio. Invece dai dati emerge che questo uso non è così preminente. È sì al primo posto, ma solo con il 30%, che aumenta se vi aggiungiamo la parte occupata da piazzali e parcheggi (purtroppo non fornita singolarmente ma computata insieme a cantieri e discariche); succede che una parte importante del suolo è occupata dalle “vie di comunicazione”: a questa categoria appartengono strade asfaltate e ferrovie (queste ultime con una percentuale molto bassa). È da notare un 19% del suolo consumato da “altre strade”, principalmente costituito dalle strade di campagna non asfaltate. È facile capire il perchè: le strade sono particolarmente lunghe rispetto agli edifici.

Nella carta seguente, sempre tratta dal rapporto, si nota come da un consumo medio di suolo del 2,9% caratteristico degli anni ’50 siamo passati al 7,3% del 2012, con un incremento di più di 4 punti percentuali e ben più di un raddoppio in termini assoluti. In termini assoluti: si stima che il consumo di suolo abbia intaccato ormai quasi 22.000 chilometri quadrati del nostro territorio.


Un secondo aspetto è la velocità dell'occupazione del suolo in Italia nel corso degli ultimi venti anni: siamo intorno ai 70 ettari al giorno, 700.000 metri quadri il che significa che mediamente ogni giorno in Italia viene sigillata una superficie pari ad un centinaio di campi di calcio come il Meazza o il Franchi tutti i giorni (attenzione: mi riferisco solo al rettangolo di gioco, non agli stadi nella loro interezza!). Questa velocità è più o meno costante, non appare influenzata dalla congiuntura economica e non ha a suo favore una giustificazione da aumenti di popolazione e di attività economiche, che non sono avvenuti.

La tendenza al consumo di suolo è maggiore intorno ai centri urbani principali (e questa non è certo una sorpresa), e questo è avvenuto e avviene soprattutto a spese di aree precedentemente adibite a uso agricolo. In questa situazione molto ha giocato e gioca in parecchie aree un livello di programmazione mediocre, dove sono assenti o deboli gli strumenti di pianificazione del territorio, di programmazione delle attività economico-produttive e delle politiche efficaci di gestione del patrimonio naturale e culturale tipico.

Vediamo in questa figura l'incremento nell'occupazione del suolo regione per regione dagli anni '50.


Inoltre negli ultimi anni si è notata una progressiva trasformazione di città compatte in insediamenti diffusi caratterizzati da bassa densità abitativa. Questo comporta un forte incremento delle superfici artificiali e del coefficiente di impermeabilizzazione del suolo per abitante, con pesanti ripercussioni sul paesaggio e sull’ambiente. Nel conteggio di queste impermeabilizzazioni non viene computato un altro problema: la diffusione urbana a bassa densità lascia aree non coperte ma isolate dal resto del suolo libero, che quindi frammentano ancora di più gli habitat delle specie selvatiche.

Annoto, cosa non evidenziata nel rapporto che è a livello “medio” regionale, che nelle valli intermontane particolarmente abitate o sedi di attività industriali il suolo coperto raggiunge nel fondovalle livelli di quasi saturazione mentre nelle montagne intorno ci sono valori estremamente bassi.

Un altro aspetto da notare è il consumo di suolo in rapporto alla distanza dalla costa, come si vede dalla figura seguente: i valori di crescita nella fascia compresa entro i 10 km dal litorale sono nettamente superiori rispetto al resto del territorio nazionale: dal 4% degli  anni ‘50 siamo al 10,5% nel 2012. I valori  più elevati si registrano in alcuni tratti della Liguria, nella Toscana settentrionale, nelle province di Roma e Latina, in buona parte della Campania e della Sicilia, a Bari e a Taranto, e lungo la costa adriatica da Ravenna a Pescara. Banalmente, nelle aree più turisticamente sviluppate. Lo si vede da questo grafico:


Quali sono le prospettive e le indicazioni per il futuro? 
Le prospettive se continuiamo così sono imbarazzanti, sia per l'ambiente ma anche per la sicurezza di beni e persone.

La diffusione dei modelli a bassa densità abitativa con la “fuga dalla città” (che poi porta anche ad un aumento delle emissioni nocive da traffico) richiede un valore maggiore di suolo per ogni abitante.

L’abbandono delle terre, soprattutto in aree marginali, toglie la manutenzione soprattutto in suoli con marcata tendenza all'erosione. 
Con un incremento dell'agricoltura intensiva, il clima che cambia, lo sfruttamento non sostenibile delle risorse idriche e il rischio di salinizzazione delle stesse nelle aree costiere, l’impatto di questi processi sulla qualità del suolo è preoccupante e incide negativamente sulla condizione delle nostre terre, soprattutto nelle aree meno resilienti, in cui i legami tra biodiversità, paesaggio, fattori sociali e attività economiche sono più forti. Per non parlare dell'aumento del rischio idrogeologico.

È quindi necessario un intervento legislativo volto a una rapida approvazione di alcuni interventi e proposte legislativi, finalizzati alla limitazione del consumo di suolo per un contenimento dei tassi di crescita, soprattutto nelle aree peri-urbane e pianeggianti a elevata vocazione agricola. 
Per esempio comuni come Firenze hanno approvato piani strutturali in cui sono espressamente vietati ulteriori incrementi della superficie coperta.

Naturalmente una prima serie di iniziative sarebbe quella di investire sul patrimonio edilizio esistente, incentivando il riuso dei suoli già compromessi e la rigenerazione urbana. È evidente che, quindi, occorra tornare ad un livello di forme urbane più compatte e semi-dense tramite un recupero dei centri storici attraverso interventi di rigenerazione e riqualificazione. 

È peraltro importante il recupero di aree dismesse compresi ex siti industriali, innanzitutto perchè non ha senso coprire ex-novo quando ci sono aree già occupate a disposizione e poi perchè come ho detto è lento e laborioso. C'è poi un aspetto che esce dalla statistica: queste aree spesso potrebbero essere solo degli spazi isolati in mezzo all'urbanizzato: senza appositi corridoi non possono essere a disposizione di fauna e flora selvatica. Sarebbero quindi territori conteggiabili come “liberi” ma senza o con pochi vantaggi per l'ambiente.   

Insomma, senza una risposta forte della classe politica attraverso idonee leggi, sarà molto difficile una inversione di tendenza, con rischi ancora da capire e condizioni ambientali sempre più difficili

mercoledì 2 aprile 2014

Il terremoto del 1 aprile 2014 in Cile: colmata una importante lacuna sismica


La costa pacifica dell'America Meridionale è una delle zone sismicamente più attive che ci sono al mondo, in cui si sono verificati 6 dei 20 terremoti più forti a livello mondiale da quando la geofisica è diventata una “cosa seria”.
Oltre ai terremoti ospita una impressionante quantità di vulcani, diverse centinaia, quasi tutti in grado di produrre eventi disastrosi. 
Il terremoto di ieri sera in Cile è un chiarissimo segno dell'attività tettonica di questo settore del globo terraqueo, il margine continentale andino, dove la placca di Nazca, a crosta oceanica, si immerge sotto quella sudamericana. Uno scontro che dura da decine di milioni di anni e ha prodotto una delle più spettacolari catene montuose mondiali. Sismicità e vulcanismo dell'area riflettono in maniera “geologicamente elegante” questa situazione.

In particolare l'evento di ieri sera è un tipico terremoto di thrust, cioè si è mossa una faglia lungo un piano suborizzontale. Questo piano è probabilmente nientepopòdimenoche quello lungo il quale la placca di Nazca scorre sotto quella sudamericana. I terremoti di thrust sono i più forti che possono accadere, perchè una faglia suborizzontale per muoversi deve vincere l'attrito prodotto dallo spessore delle rocce sovrastanti e quindi prima di poter produrre un sisma accumula una quantità di energia elastica molto maggiore rispetto a faglie subverticali o inclinate.

Ricordo, tanto per incominciare, che M è un numero assoluto, non un “grado” e che un terremoto di Magnitudo n ha energia 30 volte superiore a un terremoto con M=n-1 (e quindi ha una energia 30 volte inferiore ad un terremoti di M=n+1): un terremoto con M=7 è 30 volte più potente di un terremoto a M=6 e 900 volte più potente rispetto a un evento a M=5

Questo terremoto ha delle caratteristiche che meritano una certa attenzione

La prima è che giunge dopo un paio di settimane di intensa attività sismica nell'area: il 16 marzo ci fu un evento con M 6.7, a cui ne sono seguiti, fino al 31 marzo, altri 3 con M maggiore o uguale a 6 e altri 28 con M compresa fra 5 e 5.9. Anche se non ho i dati per affermarlo, il decorso è stato particolare, proprio per la presenza di due scosse a M=6 a qualche giorno di distanza. Vediamo in questa carta tratta come anche quelle successive dall'Iris Earthquake Browser, la sismicità dell'area nella seconda quindicina di marzo, limitatamente agli eventi con M uguale o superiore a 5:



Nelle ultime 9 ore invece si contano 18 scosse con M uguale o superiore a 5 (scrivo alle 9.00 del matttino, magari fra un'ora il dato cambia di qualche unità in più).
Quindi è un esempio di una sequenza sismica in cui si nota un aumento dell'energia rilasciata ben dopo l'inzio della sequenza stessa. Non ricordo altri esempi a questi livelli di Magnitudo e ogni riferimento alla situazione abruzzese del 2009 è da ritenersi puramente casuale.

La seconda è la distribuzione geografica tra Perù e Cile degli eventi a M uguale o superiore a 8 nell'area: nella immagine, sempre dell'Iris Earthquake Browser, vediamo i 6 terremoti a M 8 o superiore nella zona degli ultimi 20 anni. 


Tralasciamo quello con il pallino rosso, è stato molto profondo (8.2 a 640 km di profondità) nel 1994 ed è all'interno e concentriamoci sui terremoti lungo la costa:
- il più meridionale è il fortissimo terremoto di Maue del 2010 (il cui epicentro, per la cronaca, è di poco più a nord di quello del terremoto e relativo tsunami a cui assistette Darwin nel 1835) 
- più a nord vediamo 4 eventi a distanza più o meno simile l'uno dall'altro: da nord a sud 2 in Perù (15 agosto 2007 M 8.0 e 23 giugno 2001 M 8.3) e due in Cile (quello di oggi e un 8.0 il 30 giugno del 1995).

L'evento di oggi quindi ha colmato una lacuna sismica che si nota anche guardando gli ultimi 30 anni (nella carta non è indicata la scossa di oggi proprio per evidenziare il gap). Un gap talmente noto da avere un nome: lacuna sismica di Iquiqe o del Cile settentrionale, dove l'ultimo grande terremoto (e davvero grande: M 8.8) si è avuto nel 1877. Anche in quel caso qualche anno prima c'è stato un forte evento poco più a nord (M 8.8 nel 1866) 

Da questa terza carta si nota la presenza più a sud di una vasta area priva di eventi a M maggiore di 7 negli ultimi 30 anni (ma che in ogni caso ne ha ospitati 4 con M superiore a 6 negli ultimi 4 anni) e che grossomodo corrisponde ad una zona in cui mancano anche vulcani. Curiosamente quel settore di subduzione privo di eventi in superficie e di vulcanismo recente continua anche in questi anni a produrre eventi molto profondi (oltre 500 km) nella zona di Santiago del Estero in Argentina.



lunedì 24 marzo 2014

IXV: ancora una volta l'Italia sugli scudi per lo spazio (nel silenzio dei media)


L'alta tecnologia dovrebbe essere una parte trainante dell'industria italiana ed in effetti aziende dotate di solidi piani di "Ricerca e Sviluppo" sono in genere fra quelle che nella congiuntura odierna se la passano meglio. Resta il problema di come pubblicizzare queste cose, in modo, per esempio, che si smetta con domande specifiche tipo “a cosa serve l'Agenzia spaziale Italiana” oppure più generali sul cosa serva spendere soldi nelle università per la ricerca “in quel carrozzone spendaccione”. Fa fatica ad arrivare il messaggio che aziende capaci di alti livelli di ricerca e sviluppo normalmente nel contesto odierno se la sfangano meglio di quelle che “si accontentano” e in televisione hanno più spazio interviste a sociologhi sulla importanza della memoria o programmi spacciati per scientifici come Voyager e Mistero. Oltretutto, spesso, quando si parla di Scienza e Tecnologia lo si fa male e mistificando la realtà, basti vedere il caso Stamina – Le Iene.
Partire dalla Pubblica Istruzione per una rinascita dell'italia è fondamentale, ma sarebbe il caso anche un impegno per aumentare la consapevolezza scientifica della Nazione e per parlare più di Scienze e Tecnologie e meno degli amori di ballerine e calciatori. Ed ecco un esempio dell'Italia "che va".

La parte più tecnologica del Bel Paese, al solito nel disinteresse generale dell'opinione pubblica italiana che di scienza e tecnologia parla molto a sproposito e specialmente con bufale su Internet e nelle aule giudiziarie (basta vedere, oltre a vicende tipo L'Aquila, la stupidità delle sentenze che legano vaccini ed autismo....) si sta dando da fare eccome...

Dopo aver costruito il nuovo razzo vettore Vega, che nel suo specifico settore (piccoli satelliti ad orbita bassa) è la macchina migliore che oggi esiste al mondo, registriamo che l'Italia dello spazio sta per ottenere un altro grande risultato: la produzione del prototipo dell'IXV (Intermediate eXperimental Vehicle), un veicolo della Agenzia Spaziale europea capace di essere lanciato (ovviamente...) proprio dal nostro razzo vettore VEGA e che sarà in grado di ritornate a terra ultimata la missione. Il tutto è previsto per settembre.
Il veicolo è attualmente nelle ultime fasi di revisione alla Thales Alenia Space di Torino, società nata da Alcatel Alenia Space quando il gruppo Thales ha acquisito l'intera partecipazione, una volta dell'Alcatel, in due joint-venture che il gruppo francese aveva con la nostra Finmeccanica. Thales è colui che in Italia è conosciuto come Talete, il grande filosofo e astronomo greco, ma in francese l'acronimo richiama le iniziali delle aziende che, fondendosi, hanno dato vita a questa nuova società: Thomson Alcatel et Sextant.

Nel campo spaziale sarebbe lungo l'elenco delle missioni passate, in corso e future in cui Thales Alenia Space e le sue antenate sono coinvolte. Ricordo i primi Meteosat, GOCE, Cosmo-SkyMed ed Exo-Mars, perchè sono missioni di cui mi sono in vari modi occupato

Finite le ultime prove a Torino il veicolo verrà inviato in Olanda, dove verrà sottoposto ai test finali prima di essere inviato al poligono europeo di Kourou nella Guyana francese.

IXV è un veicolo molto aerodinamico (e non potrebbe essere diversamente visto il suo impiego!) e manovrabile.
I sistemi di guida, navigazione e controllo sono molto sofisticati, come anche lo scudo termico che deve occuparsi del calore generato dal rientro nell'atmosfera.

IXV non è ovviamente solo italiano: è tutta l'Europa che partecipa al progetto, ma è l'Agenzia spaziale Italiana, di cui si parla dalle nostre parti più che altro per questioni diverse da quelle operative, che è a capo del progetto. Insomma, l'Italia ha ancora una volta il ruolo preminente in un progetto di enorme valore economico e tecnologico.
E italiano sarà anche, a Torino, nella sede della ALTEC, il controllo della missione, che sfrutterà pure le antenne della base “Luigi Broglio” di Malindi, in Kenya e quelle francesi del Centro di studi spaziali francese a Libreville, in Gabon (anche a questo proposito, di Malindi in Italia si parla molto per altre questioni...)


La missione sarà molto breve (un'ora e 40 minuti circa) ma assolutamente significativa; è divisa in una serie di fasi concatenate: dopo il lancio, a 320 km di altezza IXV si separerà dal vettore VEGA e continuerà a salire (nella cosiddetta “fase balistica”) fino a raggiungere un'altezza di 412 km. A quel punto inizierà la fase di rientro durante la quale entreranno in funzione numerosi strumenti scientifici che effettueranno varie misurazioni.
Ora però arriva la fase più delicata, quando IXV incontrerà l'atmosfera. La sua velocità a 120 km di quota sarà di 7.7 km/s, ideale per un rientro in atmosfera da un'orbita bassa. Il veicolo rallenterà fino a quando non si aprirà il paracadute ed ammarerà nell'Oceano Pacifico dove verrà recuperato da una nave.

Restano dolorosamente il fatto che di questo veicolo non se ne parla, ad esempio, nei Tg e nei talk-show, dove rivestono molta più importanza gli affari di Balotelli e che parlando delle questioni relative alla Agenzia spaziale italiana si parli dei problemi giudiziari ponendo l'interrogativo su cosa serva questo “carrozzone”.
Sicuramente a creare lavoro e alta tecnologia, le cose di cui in Italia avremmo maggiormente bisogno per uscire da questa crisi che è una crisi dovuta anche alla mancanza di consapevolezza da parte dell'opinione pubblica e della classe dirigente di guardare al di là del proprio naso e di privilegiare le esigenze del cervello a quelle della pancia, ignorando l'importanza della ricerca scientifica e tecnologica.

Certo, occorre investire nella Pubblica Istruzione, ma anche in Ricerca e Sviluppo e proclamare ai quattro venti le conquiste scientifiche e tecniche della nostra nazione. 
Questa non è pura agiografia per dimostrare di essere bravi... 

martedì 11 marzo 2014

La Beringia, la terra oggi sommersa su cui gli antenati degli Amerindi hanno vissuto per migliaia di anni



Ritengo molto utile parlare di questa fase molto particolare della storia umana, poco conosciuta ma significativa. 20.000 anni fa, ai tempi dell'ultimo massimo glaciale, la presenza della Beringia, una terra oggi sommersa sotto le gelide acque del Mare di Bering orientale e del mare dei Chukchi, è cruciale nelle ricostruzioni sul popolamento delle Americhe, in special modo sulle origini della maggioranza dei nativi americani, gli amerindi (Gli altri gruppi sono i Na-denè della costa pacifica canadese e gli Eskimo - Aleuti dell'Alaska, le cui origini sono un pò più chiare). Ci sono ancora diverse domande che difficilmente potranno essere risolte da ritrovamenti archeologici in quanto tali eventuali reperti giacciono sul fondo non certo profondo ma difficilmente studiabile del mare di Bering. 


Nella carta qui sopra vediamo la situazione nell'area tra Nordamerica e Siberia circa 20.000 anni fa, durante l'intervallo temporale intorno all'ultimo massimo glaciale (che chiamerò d'ora in poi con la sua sigla inglese, LGM - Latest Glacial Maximum). Si vede bene una terra oggi scomparsa a causa dell'innalzamento del livello marino successivo all'LGM.
Oggi ci sono pochi dubbi sul fatto che gli antenati degli Amerindi, la stragrande maggioranza delle popolazioni native americane, abbiano vissuto per un po' di tempo in questo ponte di terre emerse, chiamato Beringia, che occupava la parte occidentale del Mare di Bering e – a nord dell'omonimo stretto – quella meridionale del Mare dei Chukchi. Certo, ci sono i sostenitori della “Polynesian connection”, che invocano un contributo genetico dei polinesiani, ma è evidente che questa possa essere una circostanza valida solo per gli ultimi 2000 anni. 
Altri parlano di un rapporto fra le popolazioni nordamericane Clovis di 12.000 anni fa con i solutreani europei, in base alla questione dell'aplogruppo X, ma questa idea ha perso consistenza negli ultimissimi anni. 
Annoto infine che sono ormai state sorpassate le idee basate sugli studi della morfologia del cranio, che, a causa delle differenze fra i crani dei "paleoindiani" avevano ipotizzato due invasioni differenti, con la seconda che elimina pressochè totalmente la prima.

Le domande principali sul popolamento della Beringia e sul successivo passaggio in America sono: 
- perchè questa popolazione di origini asiatiche è entrata ta in Beringia?
- perchè sono rimasti lì qualche migliaio di anni senza andare oltre?
- perchè successivamente i Beringiani sono entrati nelle Americhe e le hanno conquistate?
- quando l'hanno fatto, prima o dopo l'ultimo massimo glaciale?
- hanno percorso un itinerario costiero o uno più interno che si apri quando la calotta si ruppe in due parti, isolando quella sulla Catena delle Cascate da quella principale, la Laurentide?

LA BERINGIA E LA CALOTTA LAURENTIDE

Oggi la porzione settentrionale e quella orientale del Mare di Bering sono caratterizzate da una profondità veramente ridotta, poche decine di metri. E al di là dello Stretto di Bering, le stesse caratteristiche sono condivise dalla piattaforma siberiana lungo il Mare dei Chukchi. Per dare un'idea, come si vede da questa carta, tratta da Ager (2003) Late Quaternary vegetation and climate history of the central Beringia land bridge from St. Michael Island, western Alaska, anche a 100 km a largo dell'Alaska la profondità del mare di Bering è inferiore a 50 metri. La cosa è particolarmente evidente nel Norton Sound, una vasta insenatura dalla forma che assomiglia ad un quadrato di 100 km di lato, in cui la profondità non supera i 25 metri. È facile capire che durante il periodo di basso livello marino corrispndente all'LGM questa zona era una terra emersa.

La Beringia quindi era un ponte di terre emerse che univa l'America Settentrionale e la parte nordorientale dell'Asia. Durante le epoche glaciali però non ha avuto una grandissima importanza per gli scambi faunistici tra Asia e Americhe a causa della presenza di quel muro invalicabile che era la calotta Laurentide. Nel nordamerica c'erano due calotte glaciali, quella Laurentide e quella della Cascadia, che nei periodi più freddi erano unite mentre in quelli relativamente più caldi erano divisi da un corridoio libero dai ghiacci nella zona delle pianure interne. La carta pubblicata su Dyke (2004) An outline of North America deglaciation illustra queste tre zone, la Catena delle Cascate (la “Cordillera”), le pianure interne e lo scudo laurentide.

Il progressivo raffreddamento prima dell'LGM ha unito le due calotte circa 24.000 anni fa, mentre si sono separate durante il successivo riscaldamento 16.000 anni fa. Ne consegue che la colonizzazione delle Americhe può essere avvenuta o prima di  24.000 o meno di 16.000 anni fa. La soluzione più probabile è dopo, in quanto nelle Americhe non ci sono evidenze sicure di presenza umana prima dell'LGM.
Una cosa estremamente interessante, a prima vista molto strana, è che la calotta laurentide occupava durante l'LGM una significativa parte dell'America Settentrionale, ma non la sua parte più nordoccidentale, l'Alaska. Allo stesso modo quella europea arrivava fino agli Urali e da questo consegue che anche in Siberia non ci fosse una vera copertura ghiacciata. Lo vediamo nella carta qui sotto, tratta da Clark e Mix (2002) Ice sheets and sea level of the Last Glacial Maximum. Le lettere indicano le vsrie calotte principali (Cordillera, Laurentide, Groenlandia, Britain)


LE MIGRAZIONI UMANE IN BERINGIA

Ci possono essere svariati motivi per i quali gli esseri umani migrano in massa: crisi alimentari, eventi naturali o antropici, speranza di trovare una terra migliore, pressioni di altri popoli. Ci sono poi altre due motivazioni: l'abbondanza di cibo può portare ad una sovrappopolazione e quindi alla migrazione forzata di una parte della popolazione (questa motivazione, per esempio, è alla base dell'occupazione della pianura padana da parte dei Galli nel V secolo a.C..). 
In un periodo come quello, in cui la popolazione era scarsa, era anche possibile uno spostamento per inseguire le prede e ler oscillazioni climatiche hanno ovviamente influito e non poco sulla distribuzione delle specie animali e vegetali utili per i bisogni umani.

In particolare la Beringia è stata occupata da una popolazione di origine asiatica che aveva dei punti di contatto con gli europei, o, almeno con qualche popolazione che in seguito ha contribuito al pool genetico europeo: lo dimostra la storia dell'aplogruppo X del DNA mitocondriale.
Un altro indizio indiretto sono alcuni esempi di mitologia, nei Maya, ma anche in altri popoli amerindi, descritti dal grande Giorgio de Santillana, nel celebre libro scritto con Hertha von Dechend, Il mulino di Amleto. In questo libro si vede come molte delle leggende mitologiche di tutta l'Eurasia e delle Americhe hanno tratti troppo comuni per non avere una stessa origine. 

Secondo gli ultimi studi gli uomini arrivarono in Beringia circa 25.000 anni fa.
In questo caso il motivo della migrazione potrebbe essere stato l'avanzamento dei ghiacci e delle zone in cui c'era poco di cui nutrirsi in vista dell'LGM. A questo proposito si è visto che una buona parte della Siberia settentrionale che era probabilmente abitata durante la fase calda centata intorno a 60.000 anni fa (quello che una volta era chiamato l'interglaciale Riss – Wurm) è stata ripopolata di recente (o era popolata dai Neandertal e dai Denisovani?).
La data spiega anche perchè ma non possono essere andati oltre: ad est c'era la calotta laurentide, che si era di nuovo riunita con quella della Cascadia, chiudendo il corridoio delle pianure interne.
A sud c'era la catena formata dalla penisola dell'Alaska e delle Aleutine (e che, comunque, anche se fosse stata attraversata non arrivavi da nessuna parte).

Ecco perchè per qualche migliaio di anni queste genti non si sono mosse di lì (anche se non si può escludere in quei tempi che qualche successiva migrazione dall'Asia abbia contribuito al patrimonio genetico dei beringiani.

La Beringia di 20.000 anni fa non era un ambiente facile: sicuramente era freddino. Se fosse stato anche secco o umido ci sono idee diverse, basate sullo studio dei pollini. Da un lato c'è chi sostiene che fosse soprattutto una tundra ricoperta da varie erbe e qualche cespuglio. Per altri l'ambiente era più umido. Diciamo che forse ci potevano essere aree a diversa umidità, ma una soluzione di facile compromesso è la presenza in mezzo a questa tundra erbosa di zone più umide corrispondenti a laghi o a fiumi che venivano dal continente.
Circa 15.000 anni fa però le cose cambiano: le condizioni diventano meno fredde e più umide e fanno la loro comparsa eriche e arbusti vari: sono i segni del miglioramento climatico.

I BERINGIANI VANNO IN AMERICA

I primi elementi sicuri della presenza di umani in America sono dei manufatti rinvenuti in Alaska, presumibilmente dovuti ai beringiani, che comunque non sono più vecchi di 14.000 anni fa. È però possibile che la trasgressione marina abbia coperto siti interessanti.
Non ci sono indizi certi di una presenza umana nelle Americhe prima di 20.000 anni fa e quindi la soluzione più semplice è che le popolazioni amerinde derivino da questi uomini che vivevano in Beringia.
Ma perchè queste genti sono migrate?

Verrebbe spontaneo dire che se ne sono andati perchè la trasgressione marina stava mangiando la Beringia.
Ma è sbagliato, perchè fino a 12.000 anni, quando ormai i Clovis vagabondavano per gli odierni USA buona parte di quell'area era ancora sopra il livello de mare. Quindi non è stato quello il motivo.

Per trovare una risposta bisogna considerare i due possibili itinerari compiuti tra la Beringia e gli USA: secondo alcuni Autori i progenitori degli amerindi sono passati lungo la costa; secondo altri Autori lo hanno fatto dalle pianure interne, approfittando dell'apertura del varco privo di ghiacci quando la calotta della Cascadia si è separata da quella Laurentide e che il ritiro dei ghiacci è stato un trend generale interrotto da alcune, brevi, fasi di riavanzata.
È un discorso che merita una particolare attenzione.

Personalmente mi piace più l'idea del corridoio interno, con gli uomini che dall'Alaska seguono le loro prede, il cui areale aumenta al ritiro dei ghiacci. La principale difficoltà di questa impostazione è la lentezza del ritiro dei ghiacci nella zona del Territorio dello Yukon.
Il corridoio costiero deve invece tenere conto della complessa dinamica dei ghiacciai costieri: alcuni infatti sono riavanzati in diversi intervalli. Ho intenzione di occuparmi specificamente di questo a breve.

C'è poi un interrogativo finale: se si considera (come fattori geologici, archeologici, genetici e in altri campi) una colonizzazione delle Americhe dopo l'ultimo massimo glaciale, fa quasi paura vedere la velocità di espansione: ci sono evidenti tracce già 13.000 anni fa nel Cile centrale e 11.000 anni fa all'estremità meridionale della Patagonia. Una avventura incredibile, considerando le distanze, la varietà degli ambienti e il fatto che non disponevano dell'invenzione della ruota.

lunedì 3 marzo 2014

La frana di Cavallerizzo di Cerzeto (Cosenza): magistratura contro Geologia e Protezione Civile


Cavallerizzo è una piccola frazione del comune di Cerzeto in provincia di Cosenza; la storia delle sue frane merita una certa attenzione, essendo un esempio di quello che non si dovrebbe fare per un corretto uso del territorio e per la mitigazione dei danni da dissesto idrogeologico. Nel 2005, a seguito di una frana che ha coinvolto l'abitato la Protezione Civile ha formato una commissione per capire cosa fare: la commissione ha concluso che il rischio idrogeologico e sismico sono parecchio elevati e sulla base di questo il Dipartimento della Protezione Civile e l'amministrazione locale hanno deciso che l'abitato avrebbe dovuto essere delocalizzato. Fu ricostruito in luogo sicuro ma alcuni abitanti hanno fatto ricorso e il Consiglio di Stato ha dato loro ragione.
Morale: la legge italiana quindi ha deciso che va demolito un paese costruito in maniera (si spera) corretta, e in un luogo idoneo e che un abitato in condizoni geologiche pazzesche, può continuare ad esistere.



CAVALLERIZZO DI CERZETO:
UNA GEOLOGIA “DIFFICILE” FRA FRANE E PERICOLOSITÀ SISMICA

Il borgo fu fondato nel XV secolo, alla pari del capoluogo comunale Cerzeto: si tratta di profughi albanesi che arrivarono nell'Italia Meridionale per sfuggire alla conquista dei Balcani da parte dell'Impero Ottomano, e a cui fu concesso di fondare diverse comunità sparse fra Sicilia, Calabria e Campania.
Una cosa interessante è che tutte le aree concesse in quel periodo ai profughi balcanici erano sostanzialmente piuttosto disagiate (altrimenti sarebbero state già occupate...) e per i più vari motivi nessuno ci era andato ad abitare.
Cavallerizzo non fa eccezione: geologicamente è veramente un concentrato di sfortuna.

1. Il versante su cui poggia il paese è soggetto ad una “deformazione gravitativa profonda di versante. Traduciamo dal geologhese all'italiano: Cavallerizzo è costruito su di un blocco la cui base, profonda, è separata da quanto sta ancora più sotto da  superficie di debolezza lungo la quale il blocco si muove. Le deformazioni profonde sono il tipo più subdolo di frane: si osservano preferibilmente solo con foto aeree o da satellite che consentono di documentare mediante vari sistemi (interferometria, GPS etc etc) gli spostamenti e le deformazioni superficiali del terreno. La zona dove eventualmente il contatto viene a giorno può essere contrassegnata da una linea di sorgenti. Ed è un fenomeno praticamente sconosciuto al grande pubblico. 

Ok – direte – la zona è particolarmente sensibile. Però c'è dell'altro:

2.  ben 3 (tre) frane interessano l'abitato, che ha una lunga storia in proposito. Una di queste si è mossa il 7 maggio 2005

3. A questo si aggiungono, tanto per gradire, qualità scadenti dal punto di vista geotecnico del substrato sul quale è stata costruita Cavallerizzo: una falda acquifera molto superficiale e un suolo particolarmente debole. 


4. . Ma c'è di più... in un “crescendo rossiniano” decisamente sconfortante: guardiamo gli aspetti geofisici:
- Cavallerizzo, come si vede da questa immagine presa da un lavoro di Carlo Tansi del CNR di Cosenza, è situato proprio lungo il sistema di faglie che delimita il bordo occidentale della valle del Crati, una struttura tettonica tanto evidente quanto attiva: ci sono depositi quaternari dislocati e in epoca storica ci sono stati episodi con una intensità compresa tra i gradi VIII e IX MCS. In particolare nello specifico la faglia San Fili – Cerzeto – San Marco Argentano, può dare accelerazioni di picco nell'area del borgo di circa 0,48 g (quasi 5 metri al secondo per secondo). Per confronto l'accelerazione in Emilia, in un'area con costruzioni e suolo dalle caratteristiche decisamente migliori, è stata di 0,3 g:
- tra i due blocchi contrapposti della faglia c'è una zona milonitizzata (in termini umani: completamente sminuzzata dall'attrito lungo la faglia) larga 30 metri, che in caso di terremoto ha il non confortante vizio di frenare la velocità delle onde sismiche e quindi di aumentarne l'ampiezza.
Detto in soldoni, Cavallerizzo è la tipica zona potenzialmente soggetta ad amplificazione delle onde sismiche, una classica situazione da cui si dovrebbe stare alla larga.
- e per finire, tanto per gradire, la falda acquifera potrebbe provocare in caso di sisma ampi fenomeni di liquefazione del terreno e c'è il rischio molto reale che un eventuale sisma inneschi un rapido movimento delle tre frane che interessano l'abitato.

Un accanimento della geologia nei confronti di un borgo abitato come questo difficilmente si può vedere altrove...  E con i valori attesi di accelerazione cosismica, il tipo di suolo, le modalità di costruzione degli edifici, ci sono forti dubbi che in caso di scossa del genere il paese resti in piedi, .

LA FRANA E LA COMMISSIONE DI STUDIO DEL PROBLEMA:
IL PAESE VA DELOCALIZZATO

La frana del 2005 minacciò il crollo di una buona parte del paese: vennero danneggiati 124 edifici (altri 183 non subiscono danni) ed evacuati 329 abitanti su 581. Fu ovviamente dichiarato lo stato di emergenza e la Protezione Civile, prendendo in mano la situazione, decise di avviare una serie di studi allo scopo di valutare la pericolosità e il rischio residuo nel centro abitato con una campagna di indagine in vari ambiti:

- un rilevamento geologico e geomorfologico di dettaglio
- una campagna di monitoraggio degli spostamenti sia da terra che usufruendo dei dati satellitari
- analisi per valutare la risposta del terreno in caso di terremoti

I monitoraggi da satellite grazie alla digitalizzazione, permettono di notare qualsiasi spostamento del terreno a partire da quando l'area è stata soggetta a regolari osservazioni dallo spazio. Sono quindi sempre utilissimi in caso di frane, perchè è possibile vedere anche la storia pregressa dei movimenti, almeno fino da quando sono disponibili le immagini di un certo tipo, quindi almeno dagli anni '90.
L'analisi dei dati satellitari ha evidenziato che tutto il centro abitato è in movimento. Tra il 1999 e il 2005 la velocità era di circa 1 cm/anno, velocità che tra il 2003 e il 2005 è aumentata notevolmente fino a raggiungere in alcuni punti i 3,5 centimetri all'anno (quindi negli anni prima della frana!). Il movimento ha poi rallentato ma, insomma, siamo sempre a livelli che in alcuni punti eccedono i 2,5 cm/anno.
Il movimento è verso sud – est e quindi perfettamente coerente con la dinamica delle frane e della deformazione gravitativa profonda.

Queste indagini sono durate parecchi anni e nel 2010 il risultato ha permesso solo di emettere questa prognosi infausta, come si legge sul sito del DPC: sulla base del complesso dei dati raccolti e delle osservazioni geologiche e geomorfologiche di campagna è stato dimostrato che l'abitato di Cavallerizzo è interessato per tutta la sua estensione da tre frane coalescenti, che a loro volta s'impostano su una deformazione gravitativa profonda di versante.
Si ritiene che le condizioni di rischio siano estremamente elevate, per cui la rilocalizzazione dell'intero abitato in zona sicura è la migliore soluzione per garantire alla popolazione un adeguato livello di sicurezza sostenibile a lungo termine

La relazione trovò anche un'area idonea alla rilocalizzazione del paese: l'area stabile di Pianette, dove le condizioni geologiche e morfologiche consentono la costruzione della new town senza rischi di frana o alluvione, pertinenze e infrastrutture comprese; Pianette è anche ad una distanza maggiore dalla faglia e le accelerazioni previste in caso di terremoto sono inferiori a quelle che possono sopportare edifici costruiti in maniera corretta.
Inoltre Pianette è a distanza e altitudine compatibile con le esigenze espresse degli abitanti di Cavallerizzo per una loro delocalizzazione.
Viene deciso quindi di costruire la città nuova in quella località, con il Comune di Cerzeto perfettamente d'accodo.

Annoto che questa sarebbe “alta” protezione civile, cercare di prevenire danni a cose e persone prima che accadano dei disastri. In questo caso i rischi sono di due tipi: rischio sismico perchè in caso di movimento della struttura sismica la risposta del suolo sarebbe drammaticamente elevata e idrogeologico perchè le frane continueranno a fare quello che fanno, specialmente durante fasi prolungate di pioggia.

MA A CAVALLERIZZO NON TUTTI SONO D'ACCORDO

I primi alloggi vengono consegnati nel febbraio 2011. Ma a Cavallerizzo non tutti gli abitanti sono soddisfatti: c'è una forte resistenza alla delocalizzazione e nasce l'Associazione “Cavallerizzo Vive”, con la finalità di ottenere la possibilità di abitare nuovamente le nostre case e ritrovarci nelle nostre piazze, nei nostri vicoli, come risultato di una aggregazione di forze raggiunta per mezzo di un'opera di informazione corretta e completa.

Da un punto di vista emotivo li capisco, non è facile lasciare la casa che magari appartiene alla famiglia da parecchie generazioni, non c'è niente da dire.
E ciò probabilmente vale ancora di più in una comunità appartenente ad una minoranza etnico – linguistica, per natura attaccata in maniera particolare al proprio territorio. 
Ma, come ho già detto altre volte, in Italia occorrerebbe delocalizzare tanti agglomerati urbani, non solo questo, e senza guardare in faccia a nessuno.

Il bello è che questa associazione non si configura come il solito covo di gente in lotta contro la “scienza cattiva” come i noti casi Stamina e Giuliani, ma si avvale di osservazioni di alcuni geologi. Il sito dell'associazione contiene un documento scritto da un giornalista che si è occupato del problema, Luigi Guido. Nel 2009 dà una spiegazione completamente diversa del fenomeno. Il documento comincia riportando che la prima cartografia delle frane risale al Seicento, da quando cioè vi è “traccia di documenti che testimoniano di frane avvenute più volte nel corso dei secoli”.  

Questo dovrebbe già far pensare che questa frana fa parte della normale storia locale.
Invece no: il documento considera come colpevole della frana del 2005 l'errata gestione del territorio negli ultimi decenni ed in particolare la costruzione di un acquedotto e altre opere che hanno avuto il risultato di dirottare sempre più acqua nella falda sotto il paese. In particolare considera colpevole di questo specifico evento l'acqua fuoriuscita dalle tubazioni dell'acquedotto che poi in parte crollerà anch'esso il 7 maggio 2005.
Non conosco nello specifico il caso ma visto che siamo in Italia che negli ultimi decenni sia stata fatta da quelle parti una errata politica di sfruttamento del territorio è quantomeno possibile (se non probabile o certo...).
Qui il documento contiene una prima contraddizione: se le frane sono avvenute più volte, anche prima delle modifiche moderne,  il paese è lo stesso sottoposto a gravi rischi naturali dal punto di vista idrogeologico, ammesso e non concesso che questo ultimo evento abbia origini antropiche.

Ma soprattutto, e questo è molto grave, asserisce che: è da tre anni (quindi dal 2006, ndr) che ogni anfratto è monitorato da sonde “super tecnologiche” che non registrano un solo micromillimetro di spostamento. Questa è una posizione palesemente errata che non sta né in cielo né in terra... mi tocca notare anche un intento canzonatorio sui mezzi impiegati per i rilevamenti, appellati come sonde super tecnologiche. Mezzi che, appunto, hanno dato risultati completamente diversi da quelli che sono asseriti dal giornalista.

La almeno parziale buona fede di Luigi Guido sta in una perizia geologica allegata agli atti, da parte di due professori dell'Università della Calabria, Antonino e Fabio Ietto, che contestano sia la precisione dei dati satellitari (probabilmente per non conoscenza delle questioni, non essendo esperti di frane), sia l'importanza della deformazione gravitativa profonda di versante sia dal punto di vista teorico che pratico. Inoltre si basano quasi esclusivamente sulla cartografia geologica esistente e non – per esempio – su prove in situ. In pratica scrivono un esercizio teorico a tavolino, non certo un lavoro sul campo. I giudici hanno dato retta a questa perizia pur essendo palesemente lacunosa e sotto molti aspetti errata nei metodi e nei risultati. A proposito, indicano che il sito di Pianette presenta gli stessi problemi quando dati e rilevamenti riconoscono esattamente il contrario.

In ogni caso la perizia in questione non fa il minimo riferimento sul rischio sismico. Invece, purtroppo,  in caso di scossa di un certo livello è purtroppo facile pensare che Cavallerizzo farebbe la fine di Onna. È interessante notare come l'associazione Cavallerizzo Vive, nell'accogliere questa perizia non agisce proprio secondo lo statuto che vorrebbe una “opera di informazione corretta e completa”, ma accoglie una perizia di fatto non corretta, incompleta e fondamentalmente sbagliata.

Ovviamente nel sito di Cavallerizzo Vive si evidenzia la pubblicità del film della Dandini sul “terremoto annunciato” dell'Aquila. Immagino che abbiano brindato alla comunicazione della sentenza sulla commissione grandi rischi.

AVVISO AI LETTORI PRIMA DI PROSEGUIRE: sul sito di "Cavallerizzo vive" c'è anche una ampia documentazione sul malaffare incentrato sulla Protezione Civile nella ricostruzione di Cavallerizzo e non solo. A questo proposito voglio puntualizzare a chi legge quanto segue:
- non sta a me commentare né l'estetica del nuovo paese (che mi dicono sia bruttino) nè la gestione delle emergenze o cosiddette tali degli ultimi anni nella parte che ha attirato la “curiosità professionale” della magistratura, delle forze dell'ordine e del giornalismo d'inchiesta
- io mi occupo di Scienza e non di Diritto e se ho commentato (come farò adesso) qualche sentenza della Magistratura è stato perchè si è occupata in malo modo di questioni scientifiche.
- senza entrare in aspetti non scientifici, sui quali non mi sento di parlare per ovvie questioni di competenza, mi sento in dovere di segnalare che anche in questo caso sembra che ci siano stati i “soliti metodi” tipici del malcostume utilizzati per la stragrande maggioranza delle opere pubbliche italiane, che nello specifico riguardano il filone della Protezione Civile ed i lavori più o meno urgenti che sono passati come emergenza. 
- faccio altresì notare che in questo caso l'urgenza c'era davvero e se non è successo ancora nient'altro nel paese vecchio lo si deve alla fortuna (o alla mancanza di sfortuna.... dipende dai punti di vista) e alla lentezza a scala umana dei fenomeni geologici.

LA QUERELLE GIUDIZIARIA SUL PAESE NUOVO

Fattostà che nel paese degli azzeccagarbugli e della miriade di leggi, disposizioni, ordinanze etc etc un sistema per appellarsi contro un qualcosa si trova sempre e così hanno fatto quelli di Cavallerizzo, che hanno esposto una lunga serie di eccezioni. Hanno infatti constatato che per la costruzione del paese nuovo non era stata eseguita la Valutazione di impatto ambientale (la famosa VIA): questo perchè essendo stato proclamato lo stato di calamità naturale non sembrava necessaria questa procedura.

Nella sentenza datata 3 marzo 2010 del TAR del Lazio si da ragione alla perizia geologica degli Ietto, segnatamente quando affermano (abbiamo visto erroneamente!!) che la località Pianette presenta gli stessi rischi e pericoli, se non maggiori, di Cavallerizzo. In ogni caso il TAR rileva che per un progetto del genere la dichiarazione dello stato di calamità naturale è necessaria ma non sufficiente per adottare provvedimenti senza il VIA se non c'è un ”pericolo immediato non altrimenti eliminabile”, cose che il verbale della conferenza dei servizi del 31 luglio 2007 non evidenzia.
Per questo tale verbale viene annullato, costringendo a fare una nuova riunione per adottare una VIA. È una sentenza strana perchè contestualmente dichiara irricevibile l'opposizione alla Ordinanza del Presidente del consiglio dei Ministri che impone la delocalizzaizone di Cavallerizzo. Cioè, secondo il TAR del Lazio, Cavallerizzo va spostata ma la procedura è lacunosa.

La Protezione Civile non ci sta e promuove un ricorso al Consiglio di Stato, il quale dà torto al TAR del Lazio, annullandone la sentenza. Mi chiedo se non sarebbe stato meglio, anche da un punto di vista di comunicazione istituzionale, accontentare la richiesta del TAR del Lazio. 
Comunque se non l'avesse fatto il DPC, un ricorso l'avrebbero fatto gli abitanti, che a loro volta non ci stanno e questo porta ad una nuova pronuncia su richiesta di Cavallerizzo Vive. Alla fine, il 13 dicembre 2013 il Consiglio di Stato dà definitamente ragione alla associazione “Cavallerizzo vive”: ci voleva la VIA.

I soliti giornali ridono facendo notare che la Protezione Civile ha costruito un “villaggio abusivo”. Cosa che dal punto di vista legale secondo il consiglio di Stato è vera... L'Associazione “Cavallerizzo vive” ride anch'essa.
Mentre il paese, senza una minima prevenzione del rischio sismico in una zona fra le più pericolose del Paese, continua a muoversi verso valle, aspettando un nuovo episodio franoso.

Irresponsabilità totale.

A cui forse seguirà che Cavallerizzo Vive chiederà i fondi per rifare qualcosa in paese dopo la prossima frana ...