mercoledì 25 marzo 2015

Risolto il problema dell'origine degli ungulati terziari dell'America Meridionale


Una nuova ricerca effettuata usando il collagene ha finalmente risolto l'inghippo sulla origine dei due gruppi più importanti di mammiferi estinti sudamericani, i Notoungulati e i Litopterni. Era una questione in ballo già dai tempi di Darwin, fra i primi a studiare questi animali. Insomma, sembra ormai assodato che gli antenati di questi mammiferi siano venuti dall'America Settentrionale, attraverso un ponte di isole all'epoca posto sopra la zona di subduzione della crosta del Paleopacifico (la Placca di Farallon) sotto la zolla caraibica. Restano ancora dubbi sull'origine di altri gruppi di ungulati sudamericani (e difficilmente potranno essere risolti in futuro). Ma intanto è stato posto un importante tassello mancante nell'evoluzione dei mammiferi.

Le ricerche collocano l'origine dei mammiferi placentati in Asia settentrionale; i primi esponenti di questo clade, sia pure con caratteristiche ancora non completamente da placentato, sono addirittura giurassici (Juramaia sinensis). I placentati viventi sono suddivisi in quattro gruppi che riflettono la paleogeografia del mesozoico:
  • Laurasiateri (fra i quali carnivori, ungulati e pipistrelli) ed Euarcontogliri (Primati, Roditori, Lagomorfi etc) hanno una origine comune nella Laurasia, il continente settentrionale che comprendeva Nordamerica ed Eurasia (a parte India e qualcos'altro ora in Asia)
  • Afroteri (proboscidati, sirenidi e iracidi) si sono evoluti in Africa. Insieme a loro c'erano nel Terziario altri gruppi di afroteri che però si sono estinti quando le faune africane sono venute in contatto con quelle euroasiatiche, da cui sono state in gran parte soppiantate. Gli unici afroteri che sono riusciti a invadere l'Eurasia sono i proboscidati, i quali da quel momenti hanno conosciuto una distribuzione universale o quasi in tutti gli ambienti, da quelli caldi a quelli freddi.
  • Xenarthri in Sudamerica (formichieri, bradipi ed altri)

Se ormai appare chiara l'origine comune di Laurasiateri e Euarcontogliri (uniti nel clade dei Boreoeuteri) non abbiamo ancora certezze sulle relazioni fra Boreoeuteri, Afroteri e Xenarthri, nel senso che i dati spesso sono in contrasto fra di loro. Il quadro che ho messo, tratto da Springer et al. (2004) è estremamente significativo all'interno dei 4 cladi. Per quanto riguarda i rapporti fra i cladi gli autori sposano la soluzione secondo la quale la prima divisione è fra Afroteri e resto dei placentati, poi si dividono gli Xenarthri dai Boreoeuteria. Ma ci sono ancora altre posizioni possibili.

In questo quadro rimaneva una pesante incertezza, quella che avvolgeva gli ungulati terziari dell'America Meridionale (e almeno di parte dell'Antartide): notoungulati, litopterni, astrapoteri ed altri, le cui prime tracce risalgono al Paleocene e per i quali è stata proposta l'unione nel clade Meridiungulata.
L'America Meridionale ha vissuto isolata da quando si è separata dall'Africa e vi si era sviluppato dalla fine del Cretaceo un bioma autoctono al quale si sono integrati successivamente caviomorfi e scimmie platirrine, arrivati sul continente in maniera ancora non chiara.
Gli ungulati sudamericani hanno condiviso il continente con uccelli del terrore, carnivori marsupiali e tante altre forme tipiche, fra cui i placentati xenarthri e ne esiste una discreta documentazione fossile perché, oltre ai classici depositi fluviolacustri, le tante eruzioni esplosive dei vulcani andini ne hanno consentito la fossilizzazione alla base di depositi tufacei. Pertanto sono stati istituiti oltre 250 generi di questi mammiferi, il che ci dà un'idea della loro biodiversità.

Darwin nel suo viaggio intorno al mondo con la Beagle vide diversi fossili di questi animali. Ne notò le particolarità ma poi commise anche un errore (che, immagino, gli si possa perdonare...) attribuendo ad alcuni di loro lo status di antenati di mammiferi sudamericani attuali (per esempio pensò a Macrauchenia come antenato del Guanaco).

Astrapoteri, Xenoungulati e Pyroteri sono noti solo per poche forme di grandi dimensioni; sono scomparsi precocemente, tra Paleocene e Oligocene.
I Notoungulati erano il gruppo più numeroso: estremamente diversificati e diffusi, hanno occupato una vastissima serie di nicchie ecologiche e dato vita a forme piccole e grandi. 
Meno diffusi e diversificati, i Litopterni erano erbivori di medie dimensioni dalle abitudini probabilmente simile a quella degli equidi. Gli ultimi sparuti esponenti di questi due gruppi si sono estinti poco tempo fa, al passaggio Pleistocene – Olocene.

Ho detto gli ultimi sparuti esponenti perché, analogamente a quanto è successo da 39 milioni di anni fa in poi agli Afroteri, quando si formò l'istmo di Panama e i placentati del nord America invasero il continente questo contatto 3 milioni di anni fa è stato fatale per buona parte dei mammiferi sudamericani: quasi tutti i notoungulati, litopterni, uccelli del terrore e marsupiali carnivori si estinsero, mentre poco dal sudamerica arrivò nel nord (per esempio primati, opossum, armedilli e qualche uccello carnivoro oggi estinto). Solo pochissimi notoungulati e litopterni sono sopravvissuti fino al Quaternario per estinguersi solo 10.000 anni fa.

Il fatto che non esistano forme viventi ha impedito fino ad oggi di capire i rapporti fra questi ungulati e i quattro cladi principali dei mammiferi. E non tutti gli Autori sono concordi sulla loro origine comune: per esempio c'è chi ha proposto una origine nordamericana per i Litopterni e dall'Africa per i Notoungulati, il che ha impedito un consenso totale nella loro unione nei Meridiungulata
Gli altri gruppi sono ancora meno inquadrabili. Inoltre siccome le prime testimonianze risalgono al Paleocene c'è una ulteriore complicazione: sostanzialmente i mammiferi di quel tempo sono molto diversi da quelli successivi e quindi è più difficile trovare riferimenti validi. 

Due erano le possibilità più gettonate: una parentela con gli Afroteri (e forse con gli Xenarthri) oppure una discendenza da ungulati paleocenici nordamericani.

Da un punto di vista paleogeografico indubbiamente l'origine africana è più semplice: contatti fra i due continenti possono esserci stati anche in tempi successivi alla loro generale separazione (e in qualche modo ci sono stati, come dimostrano caviomorfi e scimmie del nuovo mondo, ma si vocifera da tempo anche di qualche possibile passaggio in senso inverso sempre nell'Eocene o giù di lì). 
Una origine nordamericana passa invece per una catena di isole che tra fine Cretaceo e Paleocene congiungeva la parte meridionale dell'America Settentrionale con la parte più settentrionale della cordigliera andina nella zona caraibica. Questo arcipelago era la conseguenza della subduzione della placca di Farallon (che costituiva il fondo del lato occidentale dell'Oceano Pacifico) sotto la zolla caraibica (in pratica corrispondeva alla zona più stretta dell'ogierna America Centrale. È comunque curioso che a parte i pipistrelli non sembra ci siano stati altri rapporti faunistici fra le due Americhe almeno fino al grande interscambio americano avvenuto alla stabilizzazione dell'istmo di Panama, 3 milioni di anni fa.

Per risolvere la questione, c'è chi ha tentato di estrarre il DNA dai fossili più recenti, approfittando della loro presenza fino almeno a 12.000 anni fa, ma purtroppo il clima caldo e umido ha impedito qualsiasi ridultato. Oggi è invece possibile lavorare con una proteina, il collagene, più stabile del DNA.
Sono stati utilizzati fossili dei generi Toxodon e Macrauchenia.
Toxodon è uno degli ultimi Notoungulati. Il suo stile di vita doveva assomigliare a quello degli ippopotami e probabilmente questa è stata la chiave della sua sopravvivenza in quanto non si è trovato in conflitto con i nuovi venuti. La sua estinzione è recentissima, praticamente al passaggio Pleistocene – Olocene, in sincronia con il resto della megafauna sudamericana.
Analogamente al resto delle estinzioni della megafauna avvenute proprio in quel momento da ogni parte della Terra, è stato proposto un coinvolgimento dell'uomo, da poco insediatosi nel continente. È possibile che si sia davanti ad un mix di cause: oltre alla caccia quei tempi sono stati contrassegnati da imponenti cambiamenti climatici e i mammiferi di grandi dimensioni, dal ciclo vitale lento, sono più vulnerabili ai cambiamenti rispetto a forme piccole, dal ciclo riproduttivo breve. La possibilità che uno dei più recenti reperti di Toxodon, un dente trovato nel Brasile meridionale, mostri segni di attività umana è ancora in discussione.
Macrauchenia rappresenta gli ultimi litopterni. La chiave della sua sopravvivenza al grande interscambio americano sono state le grandi dimensioni (era una belva lunga fino a 3 metri) e, probabilmente, il vivere in branchi: difficile la sua predazione. Anch'esso è scomparso al passaggio Pleistocene – Olocene.

Studiare fossili appartenenti a due ordini diversi (e spesso considerati di origine diversa) fornisce indicazioni utili anche sulle possibili parentele reciproche.
La prima notizia è che Litopterni e Notoungulati sono più simili fra loro che ad altri mammiferi. Pertanto questo suggerisce una origine comune degli ungulati terziari sudamericani (almeno di questi due ordini) e risolve il primo problema: non ci sono stati apporti da più continenti e la definizione di Meridiungulata è utilizzabile almeno per Notoungulati e Litopterni.

Per quanto riguarda la loro parentela con altri mammiferi, il collagene di Toxodon e Macrauchenia suggerisce una forte relazione con i perissodattili, gli ungulati a dita dispari (cavalli, tapiri e rinoceronti). I perissodattili, oggi molto ridotti in numero e diversità, hanno un passato glorioso nel Terziario inferiore.
Non solo, ma i dati dimostrano che gli antenati di perissodattili e Meridiungulata si sono separati fra loro dopo lo split fra Artiodattili e Perissodattili, probabilmente ancora nel Cretaceo.
È quindi esclusa una parentela degli ungulati sudamericani con i mammiferi originari dell'Africa. Vediamo quindi il posto dei Meridiungulata nel diagramma di Springer.

Purtroppo gli altri tre gruppi di ungulati sudamericani (Astrapotheria, Xenungulata e Pyrotheria) si sono estinti a metà del Terziario e quindi non è possibile applicare le tecniche genetiche su questi fossili.
Gli astrapoteri sono considerati parenti stretti dei notoungulati, per cui i dubbi sono molto pochi. Meno definita è la questione per Xenungulati e Piroteri, per i quali un'origine africana è ancora una possibilità, sia pure a questo punto più difficile di prima.

M.S. Springer, M.J. Stanhope, O.Madsen e W.W. de Jong (2004): Molecules consolidate the placental mammal tree - Trends in ecology and evolution 19, 430 - 438


lunedì 16 marzo 2015

Il vulcanismo nel Sahara e il suo inquadramento nella storia della geodinamica del nostro pianeta


Samantha Cristoforetti, la nostra astronauta attualmente di stanza nella Stazione Spaziale Internazionale è una delle persone di cui in questo periodo si parla maggiormente nei siti scientifici. In un suo tweet ha postato una foto di una parte del massiccio del Tibesti, un complesso vulcanico che si trova in mezzo al Sahara. Il vulcanismo sahariano è poco noto ma è uno dei segni attuali di una attività vulcanica che negli ultimi 500 milioni di anni ha pesantemente inciso sulla storia della Terra, sia quella geologica che quella biotica. La nostra astronauta ha commentato "mi piacerebbe essere un geologo per poter leggere un pò di storia del nostro pianeta in questa fotografia". Pertanto colgo questa occasione che “Astrosamantha” mi ha offerto per inquadrare il magmatismo sahariano e collegarlo ad altri fatti importanti nella storia della geodinamica del nostro pianeta, dalle vulcaniti paleozoiche europee, alla frammentazione del Gondwana nel Mesozoico e all'origine del genere umano.   


Se si eccettua la zona dove il continente si sta spaccando, tra il Mar Rosso e il Mozambico, la zona del Maghreb e quella del Sinai, l'Africa è un continente praticamente asismico. 
Dal lato vulcanico offre qualcosa di più: sempre nella zona della Rift Valley, in special modo nell'Afar e un po' più a sud: particolarmente famosi da quelle parti sono i laghi di lava del Nyiragongo e dell'Erta Ale. Ci sono poi nell'area nordoccidentale il Monte Camerun, le Canarie e Capo Verde. 

Ma l'elenco dei vulcani africani è molto più lungo, perchè il Sahara è letteralmente tappezzato da vulcan: tra Algeria, Libia, Ciad, Niger e Sudan ne troviamo diversi. La loro attività è sporadica, ma ha lasciato tracce durante l'Olocene e anche in epoca storica. In alcuni casi siamo davanti ad edifici di tutto rispetto, alti oltre 3000 metri.
L'Haggar e il Tibesti tra Algeria e Ciad, sono i più noti.
Troviamo sia stratovulcani che piccoli vulcani a scudo e tanti tufi. I magmi appartengono alla suite alcalina e vanno da basalti abbastanza primitivi a prodotti ben differenziati e come tefriti e fonoliti (ciò spiega l'abbondanza dei tufi).

La domanda fondamentale è cosa ci facciano tutti questi vulcani. 
Innanzitutto osserviamo che, trattandosi di serie alcaline, siamo di fronte ad un classico magmatismo di punto caldo, in cui i liquidi si formano per bassi gradi di fusione parziale del mantello in zone piuttosto profonde (altrimenti, con un grado di fusione maggiore, avremmo delle tholeiiti). 
Questa attività è il riflesso della presenza sotto al continente africano di una delle due zone di risalita di materiale caldo dalla base del mantello (la seconda si trova sotto l'Oceano Pacifico). Le vediamo in questa immagine tratta da un lavoro di Claudio Faccenna del 2013 (Mountain building and Mantle dynamics).

Questa zona di risalita è presente da tempi molto antichi ed ha pesantemente interessato nel Paleozoico le zolle continentali che ora formano l'Europa (in particolare il continente noto come Baltica) e che proprio all'epoca stavano passandoci sopra. Ne troviamo la dimostrazione nella geologia dell'area fra le Isole Britanniche e gli Urali, dove sono frequenti imponenti serie di lave basaltiche, come la provincia dello Skagerrak, messasi in posto nel Mare del Nord e dintorni a cavallo fra Carbonifero e Permiano, i basalti di Volyn in Ucraina di età circa corrispondente all'inizio del Cambriano e sempre in Ucraina (forse, vista la guerra in corso...) i basalti di Pripjat. Ci sono serie del tempo anche più a nord, verso la penisola di Kola. 
In pratica tutta la Russia Europea e l'Ucraina sono tappezzate da rift paleozoici dovuti a questa attività. Sono tutte Large Igneous Provinces (LIP), e la più importante di tutte è la provincia magmatica dei Trappi siberiani, la maggiore LIP continentale degli ultimi 400 milioni di anni, e il più potente killer della storia della Terra, dato che ha causato alla fine del Permiano la madre di tutte le estinzioni. I resti di questa imponente serie di lave occupano parte della Siberia ad est degli Urali, dall'Oceano artico al Kazakistan (purtroppo non sono evidenziati nella carta qui sopra).

Qualche tempo dopo il passaggio di Baltica, nel Triassico, sulla zona di risalita è arrivato  il Gondwana, il grande continente meridionale, all'epoca debolmente collegato alla Laurasia a formare la Pangea lungo la fascia orogenica ercinica. E la cosa fu semplicemente devastante: dopo 300 milioni dalla sua formazione, il grande continente si frammentò piuttosto improvvisamente tra Giurassico e inizio del Cretaceo. L'inizio di questo processo è stato devastante: la provincia magmatica dell'Atlantico Centrale, ora dispersa fra Europa, Americhe ed Africa, provocò l'estinzione di massa della fine del Triassico. Poco dopo i vari settori della catena ercinica furono smembrati e così finì la breve esistenza della Pangea.


Poi, in uno stillicidio di episodi intorno a quella che sarebbe diventata l'Africa, si formarono varie Large Igneous Provinces, sulle tracce delle quali si sono aperti l'Oceano Atlantico meridionale e l'Oceano Indiano: Paranà – Etendelka, Karoo – Ferrar, Madagascar, Kerguelen. Le emissioni di CO2 di queste imponenti masse vulcaniche (dell'ordine delle diverse centiania di km cubici) sono alla base del clima molto caldo (ma sufficientemente umido) che ha caratterizzato il mesozoico.
Anche i basalti del Deccan, il killer dei dinosauri (nonostante che il meteorite continui ad avere numerosi sostenitori) si devono a questa situazione.

L'ultima, per adesso, Large Igneous Province provocata da questo pennacchio caldo è quella dell'Afar: quindi anche la Rift Valley e la formazione della placca somala sono dovute a questa situazione. Giova ricordare che nel 2005 una eruzione vulcanica mosse, tra materiale arrivato in superficie e rimasto a bassa profondità ben 2,5 km cubi di magma in pochi giorni (per confronto il Kilauea nelle Hawaii ne ha prodotti 4 in 30 anni e il Bardarbunga in Islanda nell'eruzione da poco terminata ha messo in posto poco più di 1 km cubo di basalti in 5 mesi).

Quindi il vulcanismo attuale del Sahara, insieme a quello delle isole della costa atlantica dell'Africa Settentrionale e a quello dell'Africa Orientale non è altro che uno dei riflessi attuali di una situazione molto antica che ha messo in posto in tempi lontani le vulcaniti paleozoiche europee, ha provocato la frammentazione del Gondwana (mar Rosso incluso), ha massicciamente inciso nella storia della vita sulla Terra, perché ha provocando diverse estinzioni di massa di varia importanza, ha separato e chiuso delle terre emerse e, nell'Africa Orientale e, da ultimo, ha sovrainteso alla nascita e alla evoluzione del genere umano.

Questo è un elenco dei vulcani sahariani che ho desunto dalla bibliografia scientifica:




Algeria


Haggar
Manzaz Neolitico Coni di cenere e xenoliti serpentinitici
Atakar Attuale Alcalibasalti. Attività fumarolica e sismica. Testimonianze dei Tuareg su attività vulcanica
Taharla Quaternario Trachiti


Libia
Haruj Olocene Molti piccoli vulcani a scudo
Wau-en-namus Olocene? Caldera recente (?)






Ciad






Tibesti
Tarso Toh VI mill ac Colate basaltiche e maar
Tussidè Toh oggi Stratovulcano con trachiti e trachiandesiti.
Attività fumarolica
Tarso Voon oggi Stratovulcano con caldera e solfatara molto attiva
Emi Koussi “pre - moderna” Alto 3400 metri è uno stratovulcano con caldere sommitali.
Ehi Musgau

Vecchio stratovulcano alto più di 3000 metri su cui non c'è niente
Niger Todra Forse pochi secoli fa Tefriti e fonoliti seguite da lave basaltiche. Diversi coni di cenere





Sudan


Darfur
Jebel Marra 3500 anni fa Caldera. In precedenza basalti con sopra tante piroclastiti
meidob 5000 anni fa Duomi di lave trachitico - fonolitiche


Bayuda 950 DC Coni di cenere. Molti basalti hanno meno di 5000 anni.





domenica 15 marzo 2015

L'evoluzione delle piante e i cambiamenti ambientali nella storia della Terra


È uscito da poco un interessante articolo, di cui primo firmatario è un italiano, Daniele Silvestro, in cui grazie a PyRate, un nuovo software da poco ideato allo scopo, è stata fatta luce sulla dinamica della evoluzione delle piante, in termini di tassi di diversificazione e di estinzione delle specie. I risultati di questo lavoro non solo confermano (o precisano!) quanto si sapeva: esaminati con attenzione, gettano nuova luce su alcuni eventi di estinzione di massa (per esempio sugli avvenimenti della fine del Permiano). Quindi il confronto e l'integrazione fra dati paleoambientali e paleofaunistici e i dati ottenuti in questo lavoro (e possibilmente, altri dati ottenuti con PyRate selezionati per confrontare fra loro diversi ambienti e diversi tempi) potrebbe darci un grosso aiuto per comprendere meglio l'evoluzione della vita e delle condizioni climatiche sul nostro pianeta. Provo a fare una breve sintesi che dimostra come sia possibile correlare i dati floristici di questo lavoro con altri accadimenti geologici e faunistici.

Da parecchio tempo si sa che l'evoluzione delle piante e quella degli animali si sono svolte con tempistiche un po' diverse, anche se spesso nuove piante hanno avuto grandi influenze sulla vita animale. 
Anche lo studio dell'evoluzione delle piante è piuttosto diverso da quello degli animali. Per la paleontologia animale le impronte fossili rappresentano l'unico supporto ulteriore ai fossili, ma sono poche; le piante sono anche studiabili grazie ai pollini, che possono dare un'idea della situazione anche senza reperti diretti e sono piuttosto abbondanti. Ma ci sono anche degli svantaggi: in particolare incrociare i dati palinologici con quelli di foglie e rami fossili non è sempre semplice e spesso non c'è un consenso totale della comunità scientifica su questi dati.

Nel 1983 un articolo di KJ Niklas, BH Tiffney e AH Knoll descrisse quattro fasi in cui dei gruppi di piante hanno avuto una veloce diffusione: 
  1. la prima diversificazione delle prime piante terrestri, con la comparsa nel Siluriano delle prime vere foreste
  2. nella seconda fase felci arborescenti e licopodi dominavano le foreste del Carbonifero inferiore 
  3. le flore carbonifere hanno continuato a persistere ma da quel momento presero sempre più campo le gimnosperme, che comunque erano comparse già dal Devoniano medio  
  4. Finalmente, all'inizio del Cretaceo, arrivano le angiosperme, le piante con fiori, il gruppo dominante oggi.

Generalmente si considerano le prime presenze fossili di una linea vegetale piuttosto vicine alla loro origine (e qui, appunto, si innesta il dibattito sul confronto fra foglie e pollini); le datazioni genetiche alle volte hanno semplificato le cose, altre hanno fornito età non concordanti con i reperti fossili.
Per venire a capo del problema un gruppo di ricercatori ha inventato un software, PyRate, che consente di stimare i tassi di speciazione, estinzione e preservazione con una analisi statistica bayesiana dei fossili. Noto innanzitutto che il primo firmatario dei lavori che descrivono PyRate è il “solito” cervello in fuga: si tratta di Danilele Silvestro che laureatosi a Torino, oggi lavora a Goteborg. 

Questo andamento è stato precisato dall'analisi con questo software effettuata da un gruppo di cui è sempre leader il nostro Danile Silvestro, in cui si evidenziano il tasso di comparsa e di estinzione delle piante.

Il lavoro di Silvestro considera 3 gruppi principali delle piante vascolari:
  1. piante con spore, come le felci e i licopodi 
  2. piante con semi ma senza frutti (che indicherò con il termine Gimnosperme, un concetto che geneticamente ha oggi poco significato). Oggi sono rappresentate soprattutto dalle conifere
  3. piante con fiori, le angiosperme

LE PIANTE NEL PALEOZOICO SUPERIORE

Le analisi mostrano un picco nel tasso di origine di nuove specie a metà del Devoniano, in coincidenza con lo sviluppo delle foreste iniziato nell'Ordoviciano. A questo è seguita una riduzione  nel tardo Devoniano, in sincronia con le estinzioni di massa negli animali che si registrano alla fine del Frasniano (uno dei più importanti di questo genere di eventi) e del Famenniano, le ultime due età di questo periodo. Alla fine del Frasniano sono state colpite più le piante con spore di quelle con semi senza frutti.

Passata questa dura fase, nascono le grandi foreste tropicali del Carbonifero inferiore, quelle delle felci e dei licopodi. Ma a metà del periodo è avvenuto il cosiddetto “collasso delle foreste tropicali del Carbonifero medio”, un evento dalle dinamiche ancora poco chiare, accompagnato da una estinzione di forme animali. 
Secondo me almeno una parte del problema è stato dovuto alla deriva verso sud del Gondwana, che in quell'epoca raggiunge le alte latitudini meridionali con il conseguente raffreddamento e l'inizio delle glaciazioni del Permo – Carbonifero
Il Carbonifero superiore non è stato un buon momento per le piante con spore, mentre le Gimnosperme riuscirono ad ottenere un buon tasso di speciazione.

All'inizio del Permiano PyRate mostra mostrano un episodio di forte differenziazione delle piante con spore. Forse le grandi province magmatiche che si sono messe in posto all'inizio del Permiano (in particolare quella dello Skagerrak intorno all'odierno mare del Nord) hanno aumentato il tenore di CO2 atmosferico, che per la presenza di calotte glaciali doveva essere non proprio ai massimi livelli, date le capacità dei ghiacci di stoccare questo gas.

LA CRISI BIOTICA DELLA FINE DEL PERMIANO

Come era già noto, sia pure in maniera meno dimostrata matematicamente, la biodiversità delle piante è crollata come è successo per il mondo animale alla fine del Permiano: la madre di tutte le estinzioni ha quindi colpito duro anche nel regno vegetale. 
Nel Permiano terminale il tasso di estinzioni è stato altissimo sia nelle piante con spore che nelle Gimnosperme, ma queste ultime mostrano anche un alto tasso di speciazione, forse una risposta alle drammatiche e continue variazioni climatiche caratteristiche di quella fase.
Come ho avuto modo di dire gli eventi di fine Permiano sono stati due, a meno di 8 milioni di distanza l'uno dall'altro e sono stati entrambi molto duri. Secondo alcuni Autori le estinzioni delle piante sono avvenute sopratutto con il primo evento, quello innescato dai trappi dell'Emeishan, che dal secondo, innescato dalle terribili eruzioni che hanno portato alla messa in posto dei trappi della Siberia Occidentale.
Nell'analisi con PyRate spicca un dato: le piante con spore (come le felci) hanno risentito maggiormente dell'evento rispetto alle gimnosperme. È un particolare che si lega bene con quello che si osserva negli animali, dove gli anfibi sono stati colpiti in una maniera talmente dura che non si sono più ripresi e sono stati sostituiti nei fiumi da rettili come i notosauri, antenati di tartarughe, ittiosauri e plesiosauri. Insomma, mentre al passaggio fra Cretaceo e Paleocene i sistemi fluviali si sono dimostrati estremamente resilienti, 200 milioni di anni prima sono state proprio le zone umide a subire i danni peggiori. 

IL MESOZOICO E L'AFFERMAZIONE DELLE ANGIOSPERME

In perfetto accordo con quanto ipotizzabile, PyRate registra un fortissimo aumento della biodiversità all'inizio del Triassico, durante la ripresa della biosfera dalle grandi perturbazioni di fine Permiano, ma le piante con spore reagirono un po' dopo rispetto alle gimnosperme. Anche qui si nota una buona correlazione con il clima: le terribili condizioni dell'inizio del Trias, quando si sono registrate le temperature più alte ed il clima più secco dell'ultimo mezzo miliardo di anni, hanno evidentemente ostacolato la vita a chi aveva maggiori necessità di umidità.

Passata senza grossi problemi l'estinzione faunistica della fine del Triassico, nella flora del Giurassico e del Cretaceo le Gimnosperme se la passano bene fino all'avvento delle Angiosperme, che comparvero all'inizio del Cretaceo e si diversificarono abbastanza velocemente, pur senza ricoprire all'inizio delle posizioni dominanti, a cui arrivarono una trentina di milioni di anni dopo, e cioè circa 100 milioni di anni fa, nel Cretaceo medio.

Da quel momento il tasso di speciazione delle piante con spore aumentò, ma siccome si accompagnò ad un forte tasso di estinzione, il raggruppamento perse nettamente biodiversità, mentre le gimnosperme esibirono solo un forte tasso di estinzione. Le Angiosperme, pur affermandosi mostrano nella elaborazione con PyRate una diminuzione nella velocità di speciazione e una perdita di biodiversità. Lì per lì appare una contraddizione, ma è possibile che il tutto sia correlato ad un peggioramento delle condizioni climatiche e ad una maggiore resilienza delle angiosperme, che avrebbero semplicemente subìto meno perdite degli altri gruppi? 

Cerchiamo di ipotizzare cosa possa essere successo.

Il Cretaceo superiore ha visto tutto sommato un aumento della biodiversità degli animali (anche dei dinosauri) guidato da un aumento delle temperature, che raggiungono nel Turoniano, circa 90 milioni di anni fa, un massimo notevole. 
Fondamentalmente all'epoca ci sono stati due Eventi Anossici Oceanici al limite Aptiano – Albiano (112 MA) e al limite Cenomaniano  – Turoniano (93 MA), collegati alla messa in posto di importanti Large Igneous Provinces oceaniche (il plateau caraibico e quello di Ontong Java – Manihiki – Hikurangi), più la messa in posto di altri grandi accumuli lavici connessi alla rottura del Gondwana. 
Le emissioni di CO2 hanno causato un forte effetto serra; il caldo e l'umido hanno aumentato il tasso di fotosintesi, per cui in atmosfera si accumulava più ossigeno di oggi. Per questo  c'è stata una maggior frequenza degli incendi, come dimostra la presenza nei sedimenti di tutto il Cretaceo superiore di fuliggine e fullereni dispersi (e non solo, come vorrebbero i sostenitori del meteorite – killer, all'intervallo K/T). Una situazione del genere ha favorito le angiosperme rispetto alle conifere, notoriamente più soggete algli incendi per le caratteristiche del fogliame e per la presenza di resine.  

L'ESTINZIONE DI FINE CRETACEO E IL TERZIARIO

La fine del Cretaceo è stata difficile anche per le piante, ma i problemi hanno riguardato differentemente i vari ambienti. Nelle piante con spore il forte tasso di estinzione si accompagna ad un incremento del tasso di speciazione. L'estinzione è molto severa, nonostante che proprio al K/T, come già era successo alla fine del Triassico, alla fase più acuta delle estinzioni faunistiche corrisponde un temporaneo aumento dei pollini di felci, addebitato alla deforestazione provocata dalle piogge acide in una atmosfera devastata dalle emissioni dei trappi del Deccan (e alla fine del Trias da quelle della provincia dell'Atlantico Centrale) o agli incendi dovuti al clima, un po' meno caldo di prima ma sicuramente molto più arido.

All'inizio del Paleocene si nota un forte incremento della biodiversità floristica, più nelle angiosperme che nelle gimnosperme e ancora minore o nelle piante con spore.
Alla fine, mi sembra dai diagrammi di vedere un aumento del tasso di estinzione delle piante alla fine dell'Oligocene. Anche in questo caso c'è un rapporto fra estinzioni faunistiche e floristiche. La motivazione è probabilmente l'inizio del raffreddamento che ha portato successivamente alla glaciazione plio – quaternaria.

Insomma, i dati presentati da Silvestro & c. sono molto interessanti e, soprattutto, mostrano una buona coerenza con quanto si poteva immaginare in generale, analogie interessanti fra flora e fauna, (molto più stringenti di quanto qualcuno si poteva aspettare) e aiutano a comprendere le modificazioni paleoclimatiche.

Sarebbero interessanti degli studi di questo genere che anzichè la globalità del record vegetale fossile, prendessero in considerazione differenze nelle dinamiche di differenziazione ed estinzione in ambienti diversi, specialmente nei tempi a cavallo delle estinzioni di massa, e che probabilmente consentirebbe di capire meglio come le gigantesche emissioni delle Large Igneus Provinces abbiano  determinato questi fenomeni, determinanti per la storia della vita sulla Terra


Daniele Silvestro et al., 2015: Revisiting the origin and diversification of vascular plants through a comprehensive Bayesian analysis of the fossil record. New Phytologist (2015) doi: 10.1111/nph.13247

martedì 10 marzo 2015

Mitigazione del rischio di piene tramite la messa in opera di argini artificiali provvisori


Sabato 28 febbraio è stata presentata a Firenze una soluzione di emergenza per innalzare temporaneamente gli argini dei fiumi in caso del rischio di una esondazione con dei cuscini di un polimero riempiti di sabbia. È un sistema inventato e brevettato in Italia e frutto di una attenta serie di studi. Ovviamente è un qualcosa di provvisorio da mettere in opera in caso di emergenza e che può proteggere solo zone specifiche: non risolve il problema alla radice e non rappresenta una soluzione definitiva, la quale può venire solo attraverso una attenta riprogrammazione del territorio, realizzata in base alle esigenze della Natura e non a quelle antropiche. Si tratta quindi di un ausilio, che però può essere prezioso per evitare un disastro. 

Il rischio – alluvioni in Italia interessa larga parte del territorio. Qualche anno fa spiegai perché le alluvioni sono così frequenti e deleterie ai nostri giorni.

Siamo abituati a vedere i fiumi nascere, ricevere gli affluenti e sboccare in mare. Questa configurazione è quasi totalmente artificiale: in natura un fiume, dopo una ripida discesa dal monte, arrivando nella pianura si impaluda, si divide in più rami, ed è libero di divagare pigramente a suo piacimento in lungo ed in largo per tutta la valle, dove zone asciutte si alternano ad acquitrini e laghi (tra gli ultimi esempi di laghi di questo tipo c'è il Trasimeno). 

Anche quando i fiumi godevano di queste libertà, sconosciute nell’Italia di oggi, le alluvioni catastrofiche erano all’ordine del giorno. Poi è arrivato l’uomo, che ha imbrigliato i fiumi in alvei sempre più stretti, impedendogli di muoversi a piacimento e diminuendone la portata utile in caso di piena. Ma, fatto questo ancora più grave, li ha rettificati, riducendone la lunghezza anche a un terzo di quella originaria; si sono ottenuti così degli effetti negativi molto pericolosi: l’aumento della velocità dell’acqua per l’aumento della pendenza e la mancanza di curve (che notoriamente la rallentano) e la diminuzione totale del volume di acqua contenibile dall'alveo. Velocità maggiore e percorso più rettilineo diminuiscono la distanza temporale fra gli affluenti e quindi aumenta la probabilità che le varie piene degli affluenti si riversino quasi contemporaneamente nel corso principale, con esiti disastrosi.

Ecco un esempio pratico dell'impatto devastante delle bonifiche e della totale artificialità dei fiumi come li conosciamo oggi: l'Arno a Firenze ha una portata massima di 3600 mc/s, che nel centro di Pisa scende ad appena 2700 mc/s (e tra le due città il fiume riceve le acque di parecchi affluenti, Bisenzio, Ombrone, Elsa ed Era su tutti), Ora, non è che i pisani siano così scemi come li dipingono scherzosamente i livornesi: è che tra le due città l'acqua delle piene si riversava nelle paludi (erano in pratica delle casse di espansione) o allagava le campagne; da quando le paludi sono state bonificate e le arginature hanno protetto le pianure, Pisa era continuamente a rischio e per quello è stato costruito lo scolmatore che da Pontedera va verso Livorno e che ha salvato la città della torre pendente dal disastro in più occasioni.

Oggi, il consumo del territorio, l'ulteriore restringimento di alvei fluviali (se non il loro tombamento), accoppiati all'aumentare dell'intensità degli eventi estremi di precipitazioni hanno provocato un aumento delle alluvioni (e dei danni relativi, oltre al triste bilancio delle perdite umane). 
Innalzare ulteriormente gli argini dei fiumi per evitare le piene potrebbe essere una soluzione? No, non è una cosa fattibile, non solo per problemi di spesa ma anche per questioni pratiche: li puoi alzare quanto ti pare ma se da qualche parte si rompono è un guaio... inoltre se nelle campagne si potrebbe anche farlo (ed è stato fatto), quando i fiumi attraversano delle città è diverso, dove è anche difficile intervenire sulle sezioni degli alvei fluviali. 

Firenze è un caso drammatico: nella foto si vede benissimo il forte restringimento dell'Arno a monte dell'attuale Ponte Vecchio, dove alla confluenza fra l'Arno e il fosso di Scherraggio finiva la cinta muraria matildina. Lì sorse su un vecchio nucleo che dovrebbe risalire ai tempi di Matilde di Canossa (1046 – 1115) il Castello d'Altafronte, sicuramente realizzato nella sua interezza prima del 1180. Danneggiato violentemente dalla alluvione del 1333, fu ricostruito come palazzo nobiliare e oggi il Palazzo Castellani è la sede del Museo Galileo.

È possibile che all'epoca questo restringimento non doveva costituire un grande problema per diversi motivi: 
  • una parte delle acque dell'Arno si dirigeva in una grande palude dove oggi c'è il Campo di Marte
  • non c'erano bonifiche di rilievo a monte e quindi una parte delle acque che ora arriva di corsa a Firenze si fermava prima
  • quell'epoca appartiene al Periodo caldo medievale, che segnò una fase più calda e meno piovosa rispetto alla seconda parte del I millennio e quindi i fiumi avevano una portata minore


Di fatto le alluvioni dopo la costruzione del castello sono diventate una caratteristica costante della storia cittadina.
È ovvio che la soluzione più corretta dal punto di vista idraulico sarebbe quella di allargare l'Arno ma è altrettanto ovvio che non è praticabile (immagino che siate d'accordo: distruggere il Ponte Vecchio – risparmiato perfino dai nazisti nel 1944 – e gli Uffizi proprio non si può...).

Allora, come supplire a una portata come quella registrata durante la terribile alluvione del 1966? Dopo quell'evento il fondo del fiume è stato scavato, aumentando un pò la portata, che però non è ancora ai livelli necessari. Oggi ci sono  finalmente in costruzione le casse di espansione a monte della città, nel Valdarno superiore. Un effetto positivo della operazione Italia Sicura (come ho già detto su Scienzeedintorni mi occupo di politica solo ed esclusivamente in rapporto a questioni scientifiche e ambientali: su questo punto noto che finalmente abbiamo un governo sensibile a questo argomento non solo a parole, ma a stanziamenti e a fatti. Speriamo che non sia un fuoco di paglia).


Nel centro di Pisa nel gennaio 2014 i militari alzarono gli argini mettendo delle barriere provvisorie sulle spallette dell'Arno. Una soluzione interessante ma resta un problema fondamentale: la resistenza delle spallette stesse, nate per evitare le cadute dall'alto e non per innalzare il livello di piena. 

Ed ecco che è stata presentato a Firenze sabato 28 febbraio un nuovo sistema di argini provvisori: il Sistema Ecoreef® (una idea tutta italiana e brevettata), che è stato adottato dalla Regione Toscana. Sono andato a vedere in cosa consiste.
Si tratta di una barriera formata da una serie di cuscini di un polimero molto resistente e riempiti di sabbia che da un deposito (possibilmente in zona!) vengono portati su dei camion e scaricati con l'autogrù. Una volta scaricati, i cuscini vengono spinti uno contro l'altro con una pala meccanica e grazie alla loro plasticità si attaccano senza lasciare spazio al contatto fra l'uno e l'altro. Ne risulta una barriera lunga e continua, alta fino a due metri se si mettono gli elementi in tre file uno sopra l'altro.

Erroneamente il comunicato della Regione riportato dalla stampa, ha parlato di argini gonfiabili. C'è un motivo. Dalle informazioni che sono riuscito a prendere, originariamente questi moduli dovevano essere stoccati vuoti e gonfiati d'acqua al momento dell'utilizzo.
Questa soluzione avrebbe il pregio di un'area di stoccaggio ridotta ma una serie di inconvenienti:
  • i cuscini riempiti di acqua possono essere travolti dalla piena: basta che la forza delle acque li sposti leggermente per eliminare l'attrito con il terreno, che li tiene fermi
  • non sono sovrapponibili 
  • possono funzionare solo in un argine perfettamente piano: a quanto ho capito non sarebbero stati riempiti di acqua ad uno ad uno, ma a blocchi; pertanto se il terreno su cui viene montato un blocco non è perfettamente pianeggiante, c'è il rischio che qualche cuscino non venisse riempito del tutto
  • si possono rompere in caso di urto con qualcosa trascinato dalla corrente, "sgonfiando" tutto un blocco con l'evidente disastro che ne consegue


Quindi il progetto è stato modificato: la sabbia ha un peso specifico ben superiore a quello dell'acqua (1,4), per cui un cuscino riempito di sabbia è molto più difficilmente scalzabile di uno pieno d'acqua; inoltre i moduli in sabbia sono sovrapponibili e anche se si rompono per urti la sabbia non dovrebbe uscire fuori.

Questo sistema rappresenta dunque un ottimo esempio di prevenzione del rischio quando questo si manifesta, ma inevitabilmente ha bisogno di un valido sistema di previsione delle piene: l'azienda fornitrice, la GE.CO. di Cagliari, garantisce il montaggio di 1200 metri di argini artificiali in 8 ore dalla richiesta di intervento. È un preavviso ampiamente inferiore a quello di piena in corsi d'acqua come l'Arno a Firenze, e si può considerare pienamente soddisfacente dal lato operativo in situazioni del genere. Ovviamente è molto più difficile applicarlo per torrenti brevi come quelli liguri, dai tempi di allarme brevissimi.

L'importante è non fermarsi qui e pensare che “tanto in caso di piena si monteranno degli argini artificiali”: la lotta per la diminuzione del rischio alluvioni passa soprattutto da una politica seria del territorio.

mercoledì 25 febbraio 2015

Le polemiche sulla necessità di eliminare la nutria dai fiumi italiani


Ambientalisti in generale e animalisti in particolare dimostrano alle volte un integralismo teorico che non solo si scontra con una dura realtà, ma addirittura rischia di provocare danni proprio a quello che si vorrebbe proteggere. Il problema è che chi non ha una cultura scientifica in campo ambientale conquistata con anni di studi superiori e continuamente aggiornata e non ha scelto le letture "giuste" spesso non si rende conto di non avere l'esatta percezione di come stiano le cose. Allo stesso modo non si rende conto che la Scienza è (o, almeno, dovrebbe essere) deideologizzata. Invece l'ambientalismo (e nella fattispecie l'animalismo) rappresentano ideologie che (come succede in altri campi scientifici con certe idee religiose) talora, purtroppo, cozzano contro la Scienza e la realtà, per cui può succedere che certi convincimenti vadano addirittura contro quello che vorrebbero proteggere. Un'altra conseguenza del subordinare all'ideologia i dati (o non conoscerli) è, banalmente, la presunzione di avere ragione sempre e comunque e che chi non condivide le loro idee è un cattivone senza cuore che spreca il suo tempo e vuole distruggere il mondo. Il caso Brambilla – Nutrie è un ottimo esempio di questo, specialmente la discussione che ne è venuta dietro.

Sono convinto che gli animalisti siano importanti sia perché combattono fenomeni come il randagismo, sia perchè senza il loro contributo non si sarebbe fatta luce su certe pratiche inutilmente crudeli. Sono invece molto perplesso sulla loro posizione a proposito, ad esempio, di sperimentazione animale: al proposito modererò fra un paio di mesi un caffe-scienza sull'argomento in cui ci sarà il confronto fra un ricercatore che fa sperimentazione animale e uno che è contrario. 

Michela Brambilla si sta battendo ampiamente a favore dell'animalismo. Posizione che considero assolutamente legittima, anche se la sua attività di vendita di prodotti ittici rende a mio avviso un po' sui generis il suo animalismo (non trovo invece giuste le critiche su quanto abbia fatto prima di pentirsi ed abbracciare la causa, proprio perché era prima: chi salterebbe addosso a San Francesco per la sua vita dissoluta precedente alla conversione???).  
In un annuncio sulla sua pagina Facebook, con una nutria in mano, la Brambilla scrive: “diciamo basta alle crudeli stragi di nutrie che gli amministratori locali mettono in atto in tutta Italia. Non accettiamo che vi siano animali considerati di serie B o addirittura nocivi. Difendiamo anche la nutria”.

Evidentemente, innanzitutto, alla Brambilla (e a quelli che la appoggiano in questo caso) manca la nozione di specie invasive e dei danni che sono capaci di fare. E il Myocastor coypus (topo simile al castoro, coypus è il nome dell'animale in una lingua nativa americana) è presente nelle prime 100 posizioni della classifica delle specie invasive redatta dall'apposito gruppo di lavoro in seno alla Organizzazione Mondiale per la conservazione della Natura.

Le specie invasive (o aliene) sono quelle che che vengono introdotte nell'ambiente dall'uomo, accidentalmente o intenzionalmente pur provenendo da altri luoghi (spesso da altri continenti). Alcune di queste sono talmente adatte al nuovo ambiente da diffondersi in maniera tale da comprometterne l'equilibrio, predando specie locali fino alla loro eliminazione oppure distruggendo quelle corrispondenti (vedi l'esempio dei gamberi della Louisiana e quello degli scoiattoli grigi, con le stesse proteste da parte di chi non capisce che la fine del nostro scoiattolo rosso è prossima), e/o distruggere nicchie ecologiche particolari e le specie che vi abitano.
Le specie invasive vengono oggi considerate una delle cinque principali cause della perdita di biodiversità, insieme alla distruzione degli habitat, allo sfruttamento eccessivo delle risorse, ai cambiamenti climatici e all'inquinamento.

La nutria è un roditore caviomorfo originario del Sudamerica. Fu importata in America Settentrionale ed Europa - in Italia dal 1928 - come animale da pelliccia (il cosiddetto “castorino”). 
Dagli allevamenti questo roditore si è diffuso nei fiumi. Noto che chi sta per le nutrie spesso addebita la colpa di questa diffusione agli allevatori che se ne sono disfatti perché le pellicce sono passate di moda e non sapevano cosa farsene; al contrario i non ambientalisti sostengono che è la conseguenza delle incursioni negli allevamenti da parte degli animalisti, i quali spesso sono entrati all'interno delle strutture, liberando gli animali.
Probabilmente la verità sta nel mezzo (e, inoltre, ci saranno state pure delle fughe fortuite dagli allevamenti), ma comunque l'idea di liberare nell'ambiente animali che non ne fanno parte non è di sicuro un qualcosa che all'ambiente fa bene. Siamo ai soliti problemi di mancanza di cultura scientifica...

Vediamo in cosa consiste il problema delle nutrie. Fondamentalmente è un animale di grandi dimensioni (dalla testa alla - lunga - coda può arrivare al metro) per un territorio in cui a causa dell'antropizzazione i suoi possibili predatori sono scomparsi da qualche migliaio di anni, ad eccezione di alcune roccaforti montane. Pertanto nei fiumi nostrani non ha competitori: a casa sua, tra Paraguay, Bolivia e Argentina, a tenerne sotto controllo la popolazione ci pensano serpenti, lupi ed altri predatori. 
Al proposito, gira la voce, anche su testi attribuiti al WWF, che le nutrie vengano predate dai caimani. È una notizia errata in quanto l'areale delle nutrie è più meridionale di quello tropicale dei caimani. 
Se alla mancanza di predatori aggiungiamo il suo elevato tasso di fertilità (da buon roditore) si capisce bene come abbia potuto diffondersi in maniera così veloce e devastante: in Italia raggiungono la maturità sessuale a 4 - 6 mesi di età e la gravidanza, dopo la quale vengono messi alla luce da uno a 10 cuccioli, dura poco più di due mesi. È interessante notare che in Argentina, dove presentano una minore dimensione corporea, l’età della maturità sessuale è compresa fra gli 8 e i 10 mesi per il maschio e tra i 5 e i 10 mesi per le femmine.
È evidente come la selezione negli allevamenti abbia modificato pesantemente la specie originaria.
In diversi fiumi il nemico ci sarebbe: precisamente un altro invasivo, il siluro. Ma dubito che possa funzionare (e soprattutto il rimedio sarebbe peggiore del male visti i danni che fanno i siluri alla fauna ittica locale). 

La diffusione delle nutrie presenta tre aspetti di particolare rischio:
1. ha provocato danni accertati alle colture per centinaia di milioni di euro, se non di più. Le colture maggiormente colpite sono riso, barbabietola da zucchero, carota e cicoria
2. scavando tane negli argini di fiumi e canali ne indebolisce la struttura e provoca i famosi “fontanelli”, quei passaggi di acqua dal fiume ai terreni circostanti che erodono l'argine fino a farne crollare una parte
3. alimentandosi della vegetazione palustre, la nutria causa la scomparsa di alcune specie vegetali (Ninfea, Canna di palude, Tifa, etc) e della fauna che li utilizza per la nidificazione. Inoltre, secondo alcune fonti, questa specie è responsabile della distruzione di nidi e della predazione di uova e nidiacei di uccelli che nidificano a terra (Germano reale, Gallinella d’acqua, Cavaliere d’Italia, Folaga etc). La cosa pare assurda agli animalisti ma è riportata ampiamente nella letteratura scientifica (e d'altro canto i roditori in genere sono noti per il loro opportunismo alimentare) 

È emblematico il caso di Punte Alberete, vicino a Ravenna, dove si trovano gli ultimi esempi di foreste paludose della Valle padana: la diffusione incontrollata della Nutria ha provocato la scomparsa quasi totale delle distese di ninfee, che fino a 30 anni fa erano una delle caratteristiche principali dell'area; la conseguenza a cascata è stata la scomparse di quegli uccelli che costruivano il nido sulle foglie galleggianti e del resto del bioma tipico di questo particolare ambiente. 


Stabilito il problema si capisce che la sua eradicazione sia necessaria. In Inghilterra ci sono riusciti negli anni '80 del XX secolo nelle paludi dell'Anglia orientale. In Italia tra il 1995 e il 2000, ci sono stati danni per oltre 11 milioni di euro, mentre il controllo ne è costato 2 e mezzo e sono state rimossi 220.688 esemplari (circa la metà sono stati uccisi direttamente, un'altra metà dopo la cattura) ma, tanto per dare un'idea della vastità della popolazione, questo numero è risultato inferiore al tasso di crescita della popolazione.

Purtroppo non tutti la pensano così, in particolare gli animalisti. che le difendono a oltranza incuranti degli aspetti negativi della sua diffusione, nonostante che anche il WWF - e non la Federcaccia, che potrebbe avere qualche conflittuccio di interessi in proposito - abbia dichiarato la necessità di intervenire presto e drasticamente.

Fra le voci contrarie all'eliminazione registriamo prese di posizione un po' originali (diciamo così). Per esempio c'è chi dice che basterebbe evitare di vivere e/o coltivare in zone protette dagli argini. In pratica “lasciatele distruggere gli argini e levatevi di torno”. Cioè... queste persone pretenderebbero il trasferimento di milioni di persone in zone sicure (quali???) solo per le nutrie e poi, questa è ancora più bella, fare attività di agricoltura solo lontano dai fiumi... ogni commento sulla preparazione scientifica di chi le spara così grosse è superfluo.

Ora, questo discorso corrisponderebbe anche ad una mia visione “ideale” del territorio: via l'agricoltura, si ripristinano le condizioni ambientali precedenti alla colonizzazione e bonifica del territorio da parte dell'uomo (grossomodo gli ultimi 2200 anni con l'interruzione nei secoli bui del basso medioevo) e si vive di caccia e di raccolta, anziché di agricoltura e allevamento (o, alternativamente, importando il fabbiogno dall'estero). 
Peccato però che una operazione simile sia oggettivamente impraticabile e quindi evito di pubblicizzarla per evitare che a qualche irresponsabile venga in mente di proporla. 

Altri sostengono che gli argini cadano per la scarsa manutenzione. In parte può essere vero ma è fuori da ogni dubbio che le nutrie aggravano la situazione e non poco, come dimostra questa foto tratta dal sito della Unione regionale delle bonifiche dell'Emilia - Romagna.
Ancora più simpatica è una risposta espressamente rivolta ad un mio commento in proposito: in Veneto le case e le fabbriche sott'acqua ci sono finite perchè il territorio è stato ripetutamente stuprato dal cemento, non dalle nutrie. Non è un argomento complottista: il suolo dei campi che assorbe acqua, nel bilancio dei fatti che portano ad un'alluvione, batte la tenuta degli argini... credimi.
Figuriamoci se non mi batto contro il consumo di suolo... l'ho fatto spesso anche su Scienzeedintorni, ma pensare che in un territorio senza la minima cementificazione (e nell'area in discussione siamo a valori del 10% – poco, ma sempre troppo) le precipitazioni siano integralmente assorbite dal terreno è ridicolo e il bello è che questo viene detto semplicemente per tentare di assolvere le nutrie.

C'è poi chi prova empatia per gli animali: frase già sentita a proposito di un mollusco bivalve che sta invadendo il lago di Bilancino. Il problema è che, però, nessuno di questi signori prova empatia per la Folaga o per il Cavaliere d’Italia, tipiche specie adatte a vivere in un ambiente palustre già pesantemente disturbato (e arealmente molto ridotto) dall'attività antropica: questi animali inoltre interagiscono con altre specie animali e vegetali infinitamente più importanti della Nutria. 
Forse perché non capisce le conseguenze della diffusione del roditore, che potrebbe anche provocare problemi sanitari notevoli come la leptospirosi o altre malattie di origine batterica.  O non le vuole capire.

Insomma, purtroppo per loro, le nutrie rappresentano un problema e devono essere eliminate alla svelta almeno dalle zone in cui rappresentano un grave problema, pena la totale distruzione dei pochi ambienti umidi rimasti in Italia, il moltiplicarsi del rischio alluvioni e ingenti danni all'agricoltura. 

Altrimenti per i nostri fiumi si prospetta un futuro esclusivamente a nutrie e siluri, con l'approvazione degli animalisti, alla faccia della biodiversità e della salvaguardia dell'ambiente.