giovedì 28 aprile 2016

Il terremoto di La Rochelle del 28 aprile 2016: geodinamica all'interno della zolla europea




Stamattina un terremoto ha investito i dintorni di La Rochelle, sulla costa atlantica francese. 
La scossa è stata distintamente avvertita dalla popolazione e le agenzie di stampa riportano delle notizie su evacuazioni precauzionali di alcuni edifici e di qualche minimo danno. A poche ore di distanza dall’evento, di M inferiore a 5,  ma che è stato risentito in maniera discreta perchè l'ipocento è a meno di 10 km di profondità, si levano già le grida complottistiche o allarmistiche (fine del mondo, arma della NATO, fracking e compagnia), perché secondo i soliti “informati” da quelle parti non ci sono terremoti.
Sbagliato, anzi, sbagliatissimo!

La Francia in effetti non è particolarmente nota per i terremoti. Le sue zone più sismiche sono quella pirenaica e quella alpina, nella quale è compresa la Provenza dove, nel 1909, un terremoto provocò oltre 40 morti.
Sulla costa atlantica gli eventi sono rari, ma non assenti. Lo dimostra questa carta tratta dall’IRIS Earthquake Browser, che mostra dal 1972 ad oggi 51 eventi con M uguale o superiore a 4, di cui 4 hanno avuto M 5 o più (con un massimo di 5.3 nel 1972). 
Se invece consideriamo anche eventi più deboli, con una M uguale o superiore a 3, allora il numero dei sismi nella stessa area dal 1972 a oggi diventano oltre 550.
Andando più indietro nel tempo rispetto a quello che può fare il prezioso database americano (e quindi potendo contare solo su sismi significativi perchè avvertiti chiaramente dalla popolazione) si possono ricordare il terremoto M 5.5 del 14 marzo 1962 nella Bretagna tra Rennes e Nantes e quello del 26 gennaio 1852 che a Bordeaux ebbe una intensità fino al VII gradi della scala Mercalli.

Quindi in quell'area di attività sismica ce n'è, anche se il livello di fondo non è certo paragonabile a quello italiano o a quello greco (per rimanere in Europa).

Scendendo nei dettagli notiamo in particolare che che la scossa di stamattina è quella più a NE di tutte quelle che negli ultimi 40 anni sono state registrate a SW di La Rochelle, dove i terremoti si distribuiscono lungo una linea che taglia trasversalmente l’isola di Oleron.  Questa circostanza rende l’evento di oggi ancora meno strano. Tutte le scosse su questa linea hanno movimento trascorrente.




Ma come  mai ci sono questi terremoti?
L’Europa Centrale Occidentale è considerata una zona stabile dal punti di vista sismico, posta com’è ben all’interno della zolla euroasiatica e lontana da bordi attivi come la dorsale medio – atlantica e la zona di convergenza Europa – Africa. Ci sono alcune aree in cui si registra una certa attività sismica come la fossa del Reno o i Sudeti, al confine fra Polonia, Germania e Repubblica Ceca.  


In questa carta, presa da [1], vediamo la geologia della costa atlantica francese: il Massiccio Armoricano a nord e il Massiccio Centrale ad Est sono divisi dal bacino dell’Aquitania. Questi due massicci sono formati da rocce che appartenevano alla catena ercinica, quella catena che si è formata quando il continente meridionale, il Gondwana, si è scontrato con l’Euromerica (il Nordamerica e l’Europa fino agli Urali) nel Carbonifero, oltre 300 milioni di anni fa, dando vita alla Pangea. Ne ho parlato qui.

Il Massiccio Centrale è sede di attività vulcanica anche molto recente (l’ultima eruzione risale a 7000 anni fa), che fa parte di quelle manifestazioni vulcaniche terziarie e quaternarie concentrate in alcune zone ristrette tra Spagna, Francia e Germania. Ne ho parlato qui
Annoto che su uno di questi vulcani, il Laacher, nella regione dell'Eifel, ogni tanto vengono fuori delle bufale bestiali su un suo prossimo risveglio, cosa che, naturalmente, non si può escludere ma che per adesso non è all'ordine del giorno. 

Nel bacino dell’Aquitania ci sono sedimenti mesozoici e terziari spessi fino a 10 km, mentre il basamento è simile ai massicci adiacenti.

Essendo un prodotto di una collisione fra due continenti, l’area presenta delle forti disomogeneità crustali lungo le quali tendono ad allinearsi i terremoti che sono essenzialmente provocati da due fenomeni:

  • l’effetto congiunto della convergenza fra Africa ed Europa
  • la spinta che viene esercitata dalla produzione di crosta oceanica lungo la dorsale medio atlantica, lungo a quale l’Atlantico si allarga. 
  • in più c’è una componente dovuta alla leggera estensione del Massiccio centrale, forse a causa del sottostante pennacchio di magma che viene dal mantello e che provoca il vulcanismo di quella zona
Quindi l'evento di oggi non ha nulla di strano, ma è riconducibile nella normale dinamica di quella zona.

[1] Mazabraud et al (2013) Is earthquake activity along the French Atlantic margin favoured by local rheological contrasts? C. R. Geoscience 345 (2013) 373–382

domenica 24 aprile 2016

la bufala dello "sversamento di petrolio in mare " a Marina di Grosseto


Nel post che ho pubblicato venerdì sulla comunicazione durante le emergenze ho accennato al problema dei commentatori fai da te che oltre a fare un'opera di documentazione spesso, volontariamente o no, fanno disinformazione perché danno una lettura completamente errata dei fatti. Errata visione che grazie ai social network si diffonde in maniera velocissima e se fino a qualche anno si diceva “l'hanno detto in tivvù”, oggi in molto prendono per oro colato quello che uno sconosciuto scrive su internet.
Per essere brutali, ma efficaci, si può dire, come afferma un mio corrispondente che "purtroppo al giorno d'oggi basta una telecamera, un tipo a caso che spara cazzate senza alcuna prova e una miriade di imbecilli che logicamente ci credono... il problema è la poca intelligenza di buona parte degli italiani....
Quindi la vicenda che vi sto per raccontare, divenuta virale in questo fine settimana, viene a fagiolo a dimostrazione che prima di aprile la bocca (o digitare su una tastiera) bisognerebbe avere chiaro di cosa ci si sta occupando.

Sull'onda dei gravissimi problemi che ci sono in questi giorni per il petrolio sversato nel Polcevera a seguito di un incidente ad un oleodotto, un filmato pubblicato venerdì 22 aprile che interpreta in maniera totalmente falsa e allarmistica una banalissima operazione di dragaggio in un porticciolo della Maremma toscana è diventato virale.
Direi che il tutto è ben riassunto sulla pagina di David Puente, che vi invito a leggere e di cui cito testualmente l'inizio:
Venerdì 22 aprile 2016 la pagina Facebook “Iene maremmane” ha pubblicato un video“denuncia” per un presunto “sversamento di petrolio” in mare, video rilanciato dalla pagina Facebook “Zerogas” e dalla pagina Facebook del deputato del M5S Mirko Busto (anche dal sito “La Cosa“). A parlarne è stato anche Leone del sito Pallequadre.com.Il video è stato largamente condiviso e ha scatenato numerose reazioni. Tuttavia i due realizzatori, Lorenzo Mancineschi e David Rossi, rischiano seriamente di vedersela con la Pro Loco di Marina che ha già annunciato possibili azioni legali.
LA CRONACA DELL'EVENTO

Veniamo ai fatti: questi signori hanno realizzato un video in cui vedono la situazione ritratta in questa immagine e cioè uno scarico a mare di una sostanza scura e decidono che si tratti dello sversamento di sostanze inquinanti in mare. 


Ora, a parte che se fossi un impenitente inquinatore non sverseri certo delle sostanze inquinanti in mare di giorno e così platealmente (e quindi – insomma – un briciolino di sospetto che sia qualcosa di regolare dovrebbe venirmi in mente), prima di spararla così grossa mi informerei un attimo di cosa stia succedendo, quantomeno chiamando le forze dell'ordine (risulta comunque che l'ARPAT sia andata a vedere).

In sostanza la situazione dovrebbe essere questa: Marina di Grosseto è costruita intorno alla foce del canale di San Rocco, uno dei canali della bonifica della piana di Grosseto. 
Come ho scritto nel terzo della serie di post con cui ho raccontato la storia delle opere idrauliche e delle bonifiche in Toscana dall'epoca etrusca ad oggi, la parte più lontana dal mare della piana di Grosseto fu bonificata con successo, mentre quella dell'area di Castiglione della Pescaia si rivelò non fattibile (e non lo è ancora oggi), ma prima di rendersene conto ci furono spesi diversi quattrini, tantochè il Giusti scrisse nella celebre e satirica “legge penale degli impiegati”:
Se un real Ingegnere o un Architetto
ci munge fino all’ultimo sacchetto,
per rimediare a questa bagattella
si cresca una gabella
(ogni riferimento a Vittorio Fossombroni, il curatore delle bonifiche lorenesi, è da ritenersi puramente voluto...)

Presso la foce  del canale di San Rocco è stato costruito un porticciolo. Chi ha una minima dimestichezza con la dinamica dei sedimenti fluviali capisce che la forma con cui è stato costruito favorisce l'accumulo dei sedimenti al suo interno, anzichè un loro deflusso nel mare.

IL PORTO DI SAN ROCCO E LA NATURA

PERCHÈ IL PORTO SI INTERRA: Cosa succede quindi? Le aree lagunari (perché la foce del canale può entrare a pieno diritto in questa  geomorfologia e seguirne la dinamica) sono soggette a cambiamenti naturali estremamente veloci, direi stagionali. La pretesa umana che tutto rimanga uguale è totalmente infondata.
In questo caso le acque del canale depositano i sedimenti che trasportano nel porto. Pertanto se si vuole evitare che l'area portuale si interri è necessario un dragaggio stagionale. Ed è quello che stanno facendo queste idrovore, stanno semplicemente riversando in mare la sabbia che aveva riempito durante la stagione piovosa l'area del porticciolo.
Quindi, se una trasmissione televisiva come le Iene già non brilla di suo per serietà dal punto di vista scientifico (basta ricordarsi la vicenda di Stamina), i suoi emuli maremmani hanno fatto di peggio: si tratta di una semplice e consueta operazione di pulizia, quindi.

PERCHÈ QUEL SEDIMENTO È SCURO. No, non si tratta di idrocarburi (petrolio, nafta o quant'altro), anche se in qualche modo si tratta di loro... precursori. 
Infatti per formare giacimenti di carbone o idrocarburi occorrono sedimenti scuri caratterizzati da un alto valore di TOC (total organic contentcontenuto totale di materia organica).

Come si formano sedimenti con un alto valore di TOC? È piuttosto semplice: se lasciamo della materia organica all'aria aperta, questa si decompone abbastanza velocemente perché la decomposizione della materia organica è sostanzialmente una sua ossidazione, reazione che si può ottenere nell'atmosfera, che contiene oltre il 20% di ossigeno. 
Se la materia organica si depone in una situazione come quella del porto di Marina di Grosseto, che è simile a quella di una palude o di una laguna, le acque non sono sufficientemente ossigenate per permettere la decomposizione della materia organica; anzi, il poco ossigeno che vi si trova viene spesso usato per l'inizio della decomposizione, la quale si arresta proprio per la mancanza di questo elemento. Quindi il sedimento si annerisce; il tutto avviene anche grazie all'azione di microorganismi anaerobici, capaci cioè di vivere senza o con poco ossigeno, che si nutrono di questa materia in disfacimento e che respirando emettono metano come noi emettiamo CO2.

Le paludi e le lagune infatti sono delle sorgenti naturali di emissioni di metano e alla base della catena di avvenimenti che porta successivamente alla formazione prima di torbe e poi di carbone, se questi sedimenti vengono sepolti e rimangono privi di contatto con aria ossigenata.

LA SCARSITÀ DI OSSIGENO NELLE LAGUNE E L'EVOLUZIONE DEI VERTEBRATI TERRESTRI: Le condizioni anossiche tipiche delle lagune sono anche state molto importanti per l'evoluzione: infatti i vertebrati terrestri discendono da pesci con pinne carnose simili ai dipnoi e ai celacanti che vivevano nelle lagune tropicali di oltre 400 milioni di anni fa, nel Devoniano. Questi pesci hanno iniziato a respirare aria perché le acque dove abitavano erano poco ossigenate a causa dei tanti residui organici che vi si trovavano.
Qualche anno fa ho beccato una situazione simile in una vasca con dei pesci rossi nella villa del Poggio imperiale a Firenze. Allora ho pubblicato su Scienzeedintorni il filmato che feci, e che mi è stato utile per spiegare come e perché si è svolta la transizione fra pesci e vertebrati terrestri.

CONCLUSIONE: UN FATTO SEMPLICE MA CHE ANDAVA MAGGIORMENTE COMUNICATO 

Insomma, niente di particolare e soprattutto viene scaricata in mare tutta roba genuina di origine naturale. Bastava quindi informarsi per evitare di fare una pessima figura e soprattutto di diffamare una zona che vive di turismo. Insomma, a certi personaggi consiglio quantomeno di stare un po' più attenti.
Questa non è libertà di informazione, ma pura diffamazione! Considero estremamente giusto che, come dice la testata online locale "Il Giunco" questi soggetti siano stati denunciati. Quindi non è che io sono per la censura, ma non si può dire tutto e il contrario di tutto e, soprattutto, denunciare dei misfatti (che se veri sarebbero gravissimi) senza prima capirci qualcosa... 

A questo punto, però, mi tocca tirare le orecchie anche ai responsabili della operazione: mettere qualche cartello per spiegare che cosa sta succedendo, contenente una documentazione fotografica e informativa sulle caratteristiche del sedimento sarebbe stato interessante e utile e forse avrebbe impedito la pubblicazione di un filmato contenente tali imprecisioni.

EDIT DEL 25 APRILE: mi dicono che il filmato incriminato sia stato rimosso, con una serie di scuse. Purtroppo il danno è stato fatto

venerdì 22 aprile 2016

Servizio di Protezione Civile, piani comunali di Protezione Civile e comunicazione ai cittadini durante e a proposito delle emergenze


I piani comunali di Protezione Civile dovrebbero seguire il “metodo Augustus”. Questo metodo considera un territorio come un organismo vivente e come tale costituito da vari organi, ciascuno con una sua funzione specifica. Quando l'equilibrio dell'organismo viene alterato per una malattia (in questo caso una catastrofe) tutte le sue funzioni concorrono per guarirlo. In Protezione Civile gli organi sono, le varie funzioni che agoscono sul territorio, che in caso di calamità si mettono ad operare tutte insieme. Il Metodo Augustus è quindi un qualcosa di diverso da una direttiva o una norma, che, data la incredibile diversità di caratteristiche morfologiche, climatiche, culturali e civili del territorio italiano, irrigidirebbe di fatto la stesura dei piani di emergenza. Una parte essenziale nel piano viene rivestita dalla comunicazione ai cittadini. Anzi, si può dire che il piano non esiste senza la comunicazione preventiva, quella in tempo “di pace”, da cui la popolazione ha imparato cosa fare durante le emergenze. 

La Protezione Civile (o, meglio, il Servizio della Protezione Civile) è una cosa un po’ particolare, perché non esiste sul territorio una “caserma della Protezione Civile”: si tratta di un soggetto multiforme, a cui partecipano in modo coordinato tutti: enti pubblici, soggetti privati (soprattutto il volontariato) e anche – bene ficcarselo in testa – il singolo cittadino. 
Detto che i protagonisti di una emergenza sono 4 (lo scenario, chi vi opera, cosa si fa e la popolazione interessata), bisogna rilevare l’importanza dei sindaci in tutto questo: oltre ad essere all'interno del territorio comunale autorità sanitaria (per esempio sono loro a emettere ordinanze che in casi di allarme sanitario vietino l'uso degli acquedotti), autorità di pubblica sicurezza (possono ad esempio chiudere delle strade), i sindaci sono anche l'unica autorità di Protezione Civile del proprio comune, cioè comandano e governano tutto quello che ha a che fare con la sicurezza dei cittadini in caso di eventi catastrofici di ogni ordine e grado: è il sindaco che deve comunicare tempestivamente ai cittadini la situazione e i pericoli; si tratta di una responsabilità enorme (specialmente in un Paese come l'Italia dove frane e alluvioni sono eventi comuni), che passa in buona parte attraverso il piano comunale di Protezione Civile: qualche sindaco è andato sotto processo proprio perché come autorità di Protezione Civile non ha recepito in modo idoneo le indicazioni che gli erano arrivate. 

Questa funzione deriva dalla legge 225 del 1992, mentre prima questa funzione era svolta dal prefetto. Eppure ci sono dei sindaci che ancora non hanno capito questa funzione, se è vero che in fase di emergenza hanno chiamato altre Autorità chiedendo di “parlare con il responsabile della protezione civile”. Anzi, si dice che a qualcuno, dopo questa richiesta, sia stato fornito proprio il…. numero del telefono da cui stava parlando! Naturalmente il sindaco non è onnipotente (tantomeno è ogniscente) quindi per agire deve essere informato del problema da parte degli appositi centri funzionali regionali, che diramano una allerta, a cui deve seguire da parte sua l’attivazione dei servizi di Protezione Civile. Diramare una allerta non è una cosa banale che fa una singola persona pigiando un bottone, ma il risultato di una catena di controllo che alla fine emette una sentenza dopo aver analizzato dei modelli. 
Si può dire che il sistema della Protezione Civile abbia agito nel miglior modo possibile durante una emergenza quando: 
  1. il coordinamento operativo dell'intera macchina dei soccorsi, sia dal punto di vista comunicativo interno, sia nella gestione delle risorse è stato efficiente 
  2. ci sia stata una efficace comunicazione nei confronti della popolazione interessata all'intervento 


GLI EQUIVOCI CHE CONDIZIONANO I GIUDIZI SUL SISTEMA DI PROTEZIONE CIVILE

Una serie di equivoci ha minato i rapporti del sistema di protezione civile con società, magistratura e parlamento. Alla base ci sono alcuni errati convincimenti, che continuano ad essere poco chiari (anzi, spesso completamente sconosciuti) non solo alla cittadinanza, ma anche a molti decisori, per non parlare della magistratura. 

Il primo è la convinzione (o, forse, la pretesa) che la Scienza riesca a prevedere tutto al millimetro. Non c'è la percezione del fatto che i modelli su cui viene diramata una allerta non sono deterministici, ma probabilistici. 
In sostanza: con che precisione i modelli descrivono quantità di pioggia e portata dei fiumi? Nell'Italia dei piccoli bacini, dove in una valle piovono 200 mm di piogge in poche ore mentre pochi km accanto non succede nulla, è impossibile determinare con precisione dove e quanto pioverà. 
Quindi bisogna capire che non sempre ad una allerta corrisponda poi un evento “esattamente come previsto”. E bisogna mettere in conto che questo evento possa essere “un po' più forte” o “meno violento” del previsto, parlando di eventi meteorologici. 
Purtroppo dopo molti interventi assurdi da parte della magistratura (a partire dal processo dell'Aquila alla Commissione Grandi Rischi), prendersi la responsabilità di dare o no un allarme in base ai modelli è diventato non solo difficile in sé, ma anche a causa dei possibili strascichi giudiziari. Una cosa che esiste solo in Italia. E tutto per la assurda pretesa che i modelli siano deterministici. 
Ora, è chiaro che nessuno goda a diramare allarmi che poi si riveleranno esagerati, perché come sono oggettivamente un problema gli eventi non previsti, anche i falsi positivi presentano una forte criticità: quando più allerte si dimostrano esagerate c'è il rischio che quelle successive vengano percepite più come fastidi che come pericoli reali. Come nessuno gode se le cose sono andate peggio di come era stato modellizzato (attenzione! modellizzato, non ipotizzato!).

Il secondo equivoco è ritenere che la protezione civile quando interviene sia in grado da sola di aiutare subito tutti e lo Stato faccia tutto. In sostanza, c'è la convinzione che i cittadini abbiano solo il compito (se non addirittura il diritto!) di stare lì ad aspettare l'aiuto. Non si può garantire la presenza di un membro dell’esercito, dei pompieri, del comune, del volontariato o quant’altro porta a porta che dice cosa fare: i cittadini dovrebbero saperlo già da prima come comportarsi e dove andare perché dovrebbe essergli già stato comunicato preventivamente dal piano di Protezione Civile. 
Quindi nessuno può pensare di delegare ad altri quello che è in grado di fare da solo. 

Il terzo equivoco è nel concetto stesso di Protezione Civile: generalmente viene associata alla risposta alle emergenze, mentre in realtà questo complesso organismo agisce anche prima, classificando i rischi e cercando, ove possibile, di abbassarne l’entità se non di eliminarli. 

A queste errate percezioni si somma la secolare diffidenza dell'italiano medio nei confronti delle istituzioni (che, oggettivamente - spesso fanno di tutto per meritarsi questa diffidenza...). E per aumentare i problemi, negli ultimi anni si sta affiancando una sempre maggiore diffidenza nei confronti del mondo scientifico da parte di una rumorosa minoranza, che però riesce spesso a catturare i primi posti nei motori di ricerca e che spesso è sovraesposta mediaticamente da parte di alcuni giornalisti (o siti internet) irresponsabili che “la sparano grossa”: alcune volte questo succede per scarsa preparazione specifica, ma altre volte purtroppo è una cosa puramente voluta per fare audience. 
Annoto che spesso chi in tempo di pace esprime la sua diffidenza sulla comunità scientifica, spesso è proprio colui che durante le emergenze pretende precisione dagli scienziati. 

LA COMUNICAZIONE AI CITTADINI DURANTE LE EMERGENZE

Abbiamo visto che in un piano di Protezione Civile sia fondamentale la comunicazione, e non solo quella all'interno della macchina dei soccorsi, ma anche quella ai cittadini, che però devono sapere già cosa fare: un cittadino non informato diventa durante l'emergenza un diversamente abile anche se non lo è!

Negli ultimi anni la situazione durante le emergenze è notevolmente cambiata: la diffusione degli smartphone ha trasformato chiunque in fotografo o regista, in grado di documentare e commentare un evento calamitoso quando è in corso, diffondendo immediatamente e capillarmente tutto quanto grazie ai social network. Questo anche perchè gli smartphone e i nodi della telefonia mobile hanno delle batterie per cui non necessitano continuamente di alimentazione elettrica (uno dei servizi che si interrompono spesso durante le catastrofi). Ne segue che se fino a qualche decennio fa era difficile avere delle notizie dalla zona colpita (e infatti la regola era “il punto di massimo danno è quello da cui NON vengono comunicazioni”), oggi si assiste ad una sterminata produzione di notizie, non sempre chiare e scientificamente corrette perché molte di loro provengono da fonti a cui non sono ben chiari i concetti che ho espresso poco sopra. E, soprattutto, i soccorsi arriveranno sempre “parecchio dopo” ... 
In realtà, la comunicazione non deve avvenire solo DURANTE le emergenze: deve esserci anche una COMUNICAZIONE PREVENTIVA, che deve essere fatta prima delle eventuali emergenze e che ne semplifica la gestione

LA COMUNICAZIONE PREVENTIVA NEI PIANI COMUNALI DI PROTEZIONE CIVILE 

I piani comunali di protezione civile dovrebbero essere in grado di rispondere alle possibili emergenze e quindi devono nascere sul territorio, capendone i rischi, naturali (per esempio un fiume) o antropici (un impianto industriale pericoloso). 
Il piano deve contenere 4 aspetti: previsione, prevenzione, emergenza e ripristino. 

Qui occorre parlare della resilienza, cioè della capacità di una comunità che è consapevole di convivere con dei rischi accettabili, e che reagirà in caso di bisogno in modo attivo ed integrato con le autorità locali
Più una comunità è riuscita a diminuire i rischi, più è resiliente. 
Cioè, il piano di Protezione Civile in qualche modo deve fare un po' di prevenzione per diminuire i rischi. 
In sostanza si può dire che se il piano è leggero, allora siamo davanti a una comunità resiliente e organizzata. Più il piano è pesante, meno la comunità è resiliente e organizzata. 
Oltretutto, più un piano è complesso, più è di difficile applicazione.

Il concetto di resilienza introduce un altro concetto, quello del “rischio accettabile. È un rischio “non frequente” che i cittadini sanno che però incombe sulle loro teste (o sui loro averi). 
Quindi si forma un patto fra sindaco e cittadini, che hanno recepito una qualche indicazione di essere esposti potenzialmente a un rischio e che sono consapevoli di dover agire in caso di criticità. 
Ma oltre a sapere di essere potenzialmente a rischio, bisogna che i cittadini siano stati avvisati di cosa debbano fare in caso di allerta. 
Da questo conseguono alcuni aspetti:
  • la comunicazione deve essere al centro del piano di Protezione Civile
  • il piano non deve essere percepito come un servizio esterno che viene fatto alla comunità, bensì il cittadino deve essere consapevole di essere parte attiva del piano
  • il cittadino deve essere informato dei suoi rischi e deve sapere cosa fare e come comportarsi

Se questi requisiti non vengono soddisfatti, nella criticità ne scoppia un’altra, quella di chi non sa cosa fare... 

Finisco con una considerazione: il piano di Protezione civile funziona quando si parte dalla base dal basso verso l'alto, e le strutture della Protezione civile che sono AL SERVIZIO del piano, non sono IL piano, che deve essere redatto dopo aver esaminato ogni aspetto. 
Il problema maggiore è che oggi la maggior parte di questi piani sono soltanto dei semplici adempimenti burocratici. 
Purtroppo se hai un piano che non è mai stato collaudato con delle esercitazioni, né hai informato i cittadini dei rischi che corrono, sei burocraticamente a posto, ma a un fiume in piena che esonda della burocrazia non gliene frega proprio niente…

mercoledì 20 aprile 2016

Dopo il 17 aprile: e ora mettiamoci tutti al lavoro perchè risparmiare emissioni si può, ma ci vuole la volontà di tutti, politici e cittadini


Allora… sono state delle settimane dure (per non essere volgari). Sono volati insulti a gogò, sono state rotte amicizie, non solo virtuali su facebook, ma anche reali, dimostrando che l’Italia è una repubblica fondata sul livore. Specialmente da parte di alcuni sostenitori del sì chi sosteneva opzioni diverse è stato trattato in malo modo. Domenica 17 aprile qualcuno è andato a votare si (o no) convinto di fare il bene dell’Italia, altri ci sono andati perché Renzi aveva detto di non andare o perché aveva degli interessi particolari da difendere nel votare sì o no. C'è chi si è astenuto, sempre convinto di fare il bene dell'Italia, altri si sono astenuti perché Renzi ha detto così o perchè, come me, hanno pensato che questo referendum fosse una cagata pazzesca di fantozziana memoria. Altri si sono astenuti perché delle trivelle non gliene fregava nulla. Altri ancora perché non gliene frega nulla direttamente di votare. 
E comunque tutti proclameranno di avere vinto... perchè i sostenitori del sì diranno che milioni di italiani hanno votato “contro le trivelle” (ripeto che al limite votavano contro le pompe) quelli del no perchè “hanno votato in pochi”, Renzi e soci come se sia stato un plebiscito a favore del governo.
E tutti continueranno a dire le stesse cose, insultando gli altri fronti, come continueranno a sparare grandi cazzate i guru di entrambe le parti, dalla D'Orsogna ai petrolieri. Ma al di là di quanto ho sostenuto a proposito del referendum, il problema di ridurre le emissioni da idrocarburi è impellente.

Inutile nasconderlo… per il fronte ambientalista è stata una sconfitta gravissima, secondo me dovuta ad una campagna elettorale idiota. Ugo Bardi ha centrato benissimo il problema in questo post, in cui se la prende anche con quelli della “decrescita felice”.
Come ho scritto nel mio libro sull’estinzione dei dinosauri, le estinzioni di massa sono dovute a grandi emissioni di CO2 da parte di violente e voluminose eruzioni vulcaniche e la balla del meteorite killer è dovuta proprio alla necessità di non rivelare che i gas – serra hanno estinto i simpatici rettiloni...
Ora sarebbe tempo di fare sul serio e dopo il referendum, bisogna che TUTTI insieme si trovi il verso di consumare meno idrocarburi, sia cercando di usare fonti energetiche complementari e rinnovabili ma ricordandoci che la più importante fonte di energia è il risparmio... quindi meno sprechi e più efficienza nei trasporti, nell'industria e nell'edilizia!

Ha scritto il direttore di Le Scienze Marco Cattaneo (si, colui che ha detto anche che per limitare a due gradi il rialzo delle temperature a causa delle emissioni dai combustibili fossili occorrerebbe modificare la scala dei termometri, non uno di quelli che “le emissioni antropiche di CO2 non modificano il clima”):
Valeva davvero la pena scannarsi, insultarsi, minacciarsi? In questi giorni ho visto costituzionalisti di Google sfidarsi a duello sulla corretta interpretazione di una carta che non hanno mai letto prima. Curve sud accalorarsi su piani energetici inesistenti e su fonti energetiche miracolose, sciorinando terawattora e tep come se fino al giorno prima avessero progettato smart grid. A voce sempre più alta. Persone stimabilissime chiedere la galera, o almeno una dissenteria, per chi non avrebbe votato, nel peggiore stile da curva sud. E funzionari di partiti fare pernacchie a chi votava. Ne ho avuto abbastanza di venditori di fuffa. Ne ho avuto abbastanza di curve sud. Ne ho avuto abbastanza di una democrazia immatura in campagna elettorale permanente effettiva. Sarebbe ora che crescessimo. Per il nostro bene.

Sono d'accordo con lui che lo strumento referendario debba valere per cose ben più importanti, ad esempio questioni che hanno attinenza con la libertà individuale come le grandi questioni morali, divorzio e aborto, coppie di fatto, stepchid adoption stralciata dalla legge Cirinnà, fine vita.
Sarebbe stato bello un referendum in stile svizzero per ottenere un piano energetico nazionale che preveda il miglior equilibrio possibile tra il consumo inevitabile di combustibili fossili e un futuro sempre più libero dalle emissioni di CO2. Ma la nostra legislazione non consente una cosa del genere: un referendum può essere solo abrogativo di una legge o confermativo di una riforma costituzionale.
Penso comunque che, tanto, di ricadute pratiche, anche con un referendum del genere temo ce ne sarebbero state poche in mancanza di volontà politica in materia e non solo guardando come sono stati considerati i risultati di altri referendum (in alcuni casi per fortuna...). C'è poi da chiedersi chi debba formulare i quesiti e, soprattutto, se ne derivino proposte tecnicamente fattibili (cosa di cui dubito fortemente date le caratteristiche dell'ambientalismo italiano).

EMISSIONI DA IDROCARBURI E CLASSE DIRIGENTE IN ITALIA

Quindi la prima riflessione seria (e basilare) da fare è che la scelta di andare verso una minore dipendenza dagli idrocarburi necessita di una classe dirigente (di cui quella politica è una parte) che abbia la volontà di farlo.
Purtroppo il problema è tutto qui, in una Italia la cui classe dirigente non capisce una emerita mazza di ricerca scientifica e tecnologica (sintetizzato dal concetto di cosa ce ne facciamo della ricerca scientifica e tecnologica quando facciamo le scarpe più belle del mondo?). La cosa ha origini lontane, da quando all’inizio del XX secolo la banda di storici, filosofi e letterati vari capitanata da Croce e Gentile condusse una guerra intellettuale contro Scienziati e Tecnici, considerati esponenti di saperi minori, culminata nella espulsione dei matematici dalla società italiana di filosofia e con la riforma scolastica del 1923, che sancì l’inferiorità degli studi scientifici e tecnici rispetto a quelli letterari. Ne è nata una classe dirigente che non ha saputo cogliere alcune grandi occasioni ed è dura arrivare a capire che ricerca & sviluppo e green economy “fanno” posti di lavoro…

Le soprintendenze per i beni architettonici e paesaggistici, che rappresentano il massimo di questa mentalità umanistica italiana, sono poi il massimo… La “difesa del paesaggio” porta a cose demenziali: mentre non hanno nulla da dire sullo scempio edilizio lungo le coste (non solo quelle più belle), il problema sarebbero le pale eoliche. Quella fiorentina poi brilla su tutte, quando impone una curva assurda alla linea tramviaria per non disturbare l’estetica del monumento di Vittorio Emanuele II a cavallo o boccia per motivi estetici i pannelli solari posti su un palazzo di una periferia “non bellissima” di Firenze; ma non dice niente sul traffico automobilistico, perché anche loro vanno in macchina e perché i gas di scarico non si vedono. 
Degli intellettuali fecero una levata di scudi contro la pista ciclabile sul ponte a Santa Trìnita perché “Firenze non è una città a misura di bicicletta” (ma evidentemente a misura di automobile sì)..
Inoltre, indipendentemente dai loro proclami sul liberismo, in molti la mattina si svegliano cercando il modo di spillare soldi a Pantalone e se si aggiunge il fatto che per non scontentare nessuno non si fa niente, scontentando tutti, la frittata è fatta.

Una questione da capire al volo è che, come fa argutamente notare il mio amico Luca Pardi, l’impatto zero non esiste. Ad esempio, anche l’eolico per funzionare ha bisogno di drogare i magneti con elementi rari che in qualche modo vanno estratti dalle rocce. Come anche bisogna capire che il miracolo economico è stato dovuto alla disponibilità illimitata di energia a basso costo.
Ci sono essenzialmente 3 settori che mangiano energia sui quali si potrebbe fare grosse cose: edilizia, trasporti e produzione di energia elettrica.

EDILIZIA ED EFFICIENZA ENERGETICA

Sull’edilizia, ed in particolare sulle prestazioni energetiche dell’edilizia italiana, stendiamo un velo pietoso: abbiamo edifici che consumano una montagna di energia per il riscaldamento invernale e per il condizionamento estivo. Certo, su questo molto ha giocato il fatto che fino a qualche decennio fa il costo del petrolio molto basso rendeva antieconomici gli accorgimenti per risparmiare energia. Oggi invece la ristrutturazione per migliorare le prestazioni energetiche di un edificio diventa un investimento che si ripaga in poco tempo, sia grazie ai minori consumi che grazie alle agevolazioni fiscali. La coibentazione degli edifici (e, per l’estate soprattutto, dei tetti) e la sostituzione degli infissi tradizionali farebbe risparmiare tantissimo. Inoltre, in diverse aree del nostro Paese, oltre al solare termico per ottenere acqua calda, anche la geotermia a bassa entalpia potrebbe essere una ottima soluzione.
Il problema sarebbe quello di rendere obbligatorio usare criteri energetici seri in fase di ristrutturazione edilizia o, semplicemente, in fase di manutenzione straordinaria. Recentemente ho visitato Klimahouse Toscana  2016, la rassegna del settore dell'efficienza energetica e della sostenibilità nell'edilizia: risparmiare nel riscaldamento e nel condizionamento si può eccome, ma c’è la volontà di fare qualcosa di simile fra imprese edili, amministratori di condominio, politica e dintorni?

I TRASPORTI: MAGGIORE RICORSO AL TRASPORTO PUBBLICO E A QUELLO "DOLCE"

I trasporti sono un altro settore in cui si evidenziano grossi problemi. Tradizionalmente popolo di individualisti, gli italiani considerano il treno e il trasporto pubblico di persone in generale cose di serie B (come dimostrano certe proteste contro la costruzione di ferrovie..). 
Qualcosa comunque sta cambiando: ci sono esempi in cui il trasporto su ferro di persone ha considerevolmente eroso il ricorso all’autovettura privata, quando si è dimostrato competitivo in termini di velocità e frequenza. 
Ad esempio il sistema dell’alta velocità ferroviaria ha abbattuto il numero di persone che percorrono lunghe distanze sull’asse Salerno – Napoli – Roma – Milano – Torino. A Firenze la linea 1 del tram (l’unica per adesso aperta) registra un traffico ben superiore alle aspettative, nonostante un sistema tramviario ancora allo stato embrionale, che per la mancata conclusione dei lavori per alcune strutture come il parcheggio al capolinea. 
Sulla variante della ferrovia Firenze – Empoli la nuova fermata di Lastra a Signa, nata quasi per un capriccio dell’Amministrazione Comunale, è stata talmente presa d’assalto che hanno dovuto ampliare i parcheggi e sono persino nati dei negozi. 
In Sardegna i nuovi treni, insieme a orari più intelligenti, hanno fatto talmente centro che pochi giorni dopo l’inaugurazione di un servizio ancora ridotto perché mancano ancora dei convogli, l’affluenza sia stata ben superiore alle attese con problemi di sovraffollamento… 

Nelle città, decisioni come chiudere al traffico alcune aree della città o strappare al mezzo privato una parte delle strade in favore dei mezzi pubblici (corsie preferenziali, tramvie etc etc) sicuramente all'inizio sono cose impopolari (che costringono a scelte che scontentano). Ma se però se realizzate bene dando alternative pubbliche al trasporto privato dopo un iniziale rifiuto porteranno nel breve - medio periodo al consenso. Le amministrazioni locali devono rischiare di più su questo aspetto e fregarsene se per istituire corsie preferenziali o piste ciclabili venga eroso spazio per le auto private.

Nel trasporto merci si nota un forte squilibrio rispetto ai Paesi europei più evoluti nei rapporti fra gomma e rotaia. In Italia c’è l’aggravante di un sistema di piccole e medie aziende e della loro dispersione nel territorio, cosa che non favorisce i trasporti su ferro, i quali hanno una capacità di trasporto ben superiore agli altri mezzi ma è più rigido, non ha la capacità del porta a porta. Comunque nuove tecniche rendono facile lo scambio di casse mobili di vario tipo (aperte, chiuse, cisternate e quant’altro) tra ferro e gomma per la terminalizzazione). Ma siamo sempre lì… occorrono politiche per incoraggiare questi sistemi e contemporaneamente scoraggiare il trasporto ad automezzo singolo almeno sulle lunghe distanze...

PRODUZIONE DI ENERGIA ELETTRICA

Quanto all’energia elettrica, in Italia la percentuale di produzione da fonti rinnovabili è piuttosto buona, soprattutto grazie all’idroelettrico. Il fatto è che non abbiamo il vento che hanno nei dintorni del Mare del Nord e questo è oggettivamente un ostacolo che si somma alla ostilità che le pale subiscono in diversi luoghi. Si può fare di più, ricordandosi comunque degli scandali in cui sono state coinvolti alcuni impianti del genere. Rimango ancora piuttosto scettico sul solare: è vero che siamo leader mondiali nella produzione di energia fotovoltaica, ma il problema è la discontinuità di questa fonte per l'energia. La mia idea è che invece il solare sia eccellente dal puntoi di vista termico come produzione di acqua calda.
Ci sono dei progetti per sfruttare le onde, come per esempio quello a Castiglioncello, ma siamo ancora ad uno stadio embrionale
Non voglio neanche pensare ad un ricorso all'energia nucleare: la gestione delle scorie e il decommissioning degli impianti alla fine della loro vita sono ancora nodi irrisolti. E meno male che con il referendum abbiamo evitato la costruzione dei reattori che erano stati previsti: gli EPR della AREVA non funzionano... chiedere ai finlandesi cosa ne pensano del reattore di Olkiluoto, il cui ordine è stato perfezionato nel 2003 con inizio della produzione previsto nel 2007 e ancora non si sa se e quando l'impianto entrerà in funzione... ci è andata di lusso...
In sostanza, senza iniziative che portino a consistenti risparmi, è davvero difficile pensare alle rinnovabili come "alternative" ai combustibili fossili, al massimo si potrebbe parlare di "fonti energetiche complementari". 
Ammetto che non sia una prospettiva particolarmente esaltante...
Bisogna notare che anche in questo campo conta la volontà e non la disponibilità di idrocarburi: alcuni stati produttori di idrocarburi fanno parecchio per consumarne meno soprattutto nella produzione di energia elettrica (ad esempio Scozia, Norvegia e Olanda, la prima aiutata da condizioni di ventilazione decisamente buone, la seconda grazie all’idroelettrico e la terza con i trasporti.

Insomma, risparmiare emissioni da idrocarburi anche in Italia si potrebbe, con comportamenti migliori da parte del cittadino e dell’industria, ma ci vuole una azione significativa del governo e delle amministrazioni locali in proposito. La domanda è se tutto ciò interessa alla classe politica e – in generale – alla classe dirigente italiana e, in ultima analisi, agli italiani.

domenica 17 aprile 2016

Il terremoto dell'Ecuador di questa notte


A meno di 48 ore dall'evoento giapponese, è la volta dell'Ecuador ad essere colpito da un evento sismico particolarmente importante. 
Il terremoto del 16 Aprile 2016, a cui è stata assegnata una Magnitudo di 7.8, è avvenuto poco all'interno della costa del Paese sudamericano, a circa 20 km di profondità. C'è stata anche una allerta tsunami, limitata alle coste di Ecuador e Colombia, che è stata successivamente cancellata. 
Il quadro tettonico è molto più “classico” rispetto a quello di ieri l'altro in Giappone: come il terremoto di Tohoku del 2011 e quelli cileni, l'evento dell'Ecuador si è scatenato proprio al contatto fra la zolla sudamericana e quella di Nazca che le scorre sotto alla rispettabile velocità di 6 centimetri l'anno (o nelle immediate vicinanze dello scorrimento)
Il meccanismo è dunque quello di un terremoto di thrust, il meccanismo capace di generare le scosse più forti che sono state registrate dalla sismologia. In questa figura schematica la stella indica dove questi terremoti si generano.

Perchè i terremoti di thrust sono quelli più forti? Il motivo è semplicissimo: un terremoto si verifica quando lo sforzo lungo una faglia raggiunge un livello tale da vincere le forze di attrito che ne impediscono il movimento a sforzi inferiori.
Se il piano di faglia è suborizzontale l'attrito che tiene ferma la faglia è molto maggiore di quello, ad esempio, che blocca una faglia subverticale, anche solo per il peso della roccia sovrastante al piano. Per cui questo piano di faglia per muoversi ha dovuto accumulare uno sforzo di dimensioni impressionanti. In questa immagine vediamo delle faglie di thrust e come si muovono.

Molti terremoti di thrust si addensano lungo la cosiddetta cintura di fuoco che circonda il Pacifico: dalla Nuova Zelanda (anche se gli eventi di Christchurch non sono dovuti a questo meccanismo) alle Isole Vanuatu, alla Nuova Guinea e poi Giappone, Kamchatka, Aleutine, Alaska e tutta la costa pacifica delle Americhe. In Europa è praticamente certo che il terremoto di Creta del 365 dC e quello di Lisbona del 1755 siano dovuti allo stesso meccanismo.

Il terremoto di oggi quindi fa parte di quella grande famiglia di sismi collegata a questo anello che circonda il Pacifico, lungo il quale si accoppia alla fortissima attività sismica la presenza di numerosissimi vulcani e, in particolare nell'America Meridionale, la formazione di una delle più spettacolari catene montuose mondiali, le Ande

In Ecuador i terremoti di thrust sono relativamente frequenti: si ricordano ad esempio quello del 14 maggio 1942 (M 7.8) il cui epicentro si trova ad appena 43 km a sud di questo. A 90 km a nord il sisma del 31 gennaio 1906, con una M che secondo le fonti va da 8.3 a 8.8, provocò anche uno tsunami mentre la larghezza della zona di rottura è stata superiore ai 400.
Ancora un pò più a nord abbiamo l'evento del 19 gennaio 1958 di M 7.8. 
Proseguendo, in Colombia, a circa 400 km a nord si sono verificati praticamente nello stesso punto due terremoti importanti negli ultimi anni: M 7.1 il 19 novembre 1991 e  M 7.2 il 15 novembre 2004.

Una particolarità di questo terremoto è che la scossa principale è stata anticipata 9 minuti prima da un evento a M 4.5 immediatamente a est del futuro epicentro. Il punto è contrassegnato dalla stella gialla nella carta qui accanto, dove sono indicate con i pallini viola le repliche principali avvenute fino ad ora.
Dall'andamento delle repliche si vede che la zona della rottura del terremoto di oggi si estende per qualche decina di km verso sud rispetto all'epicentro della scossa principale, in quell'area racchiusa nel rettangolo della carta dello scuotimento fornita dall'USGS esposta qui sotto. Per fortuna nella zona più colpita non ci sono città importanti, anche se le conseguenze si sono avvertire anche parecchio più a sud, fino a Guayaquil, dove è crollato un ponte.


sabato 16 aprile 2016

Il terremoto di Kyushu del 15 aprile 2016


Dopo la forte scossa di giovedì il rischio che a Kyushu si potesse verificare un altro evento forte era reale. E difatti è avvenuto... Il terremoto successivo, quello di ieri, nel Giappone meridionale può avere stupito perchè... ha fatto danni ingenti e vittime. Ma se anche rispetto all'evento del 2011 questo sisma è stato meno forte, è stato risentito in modo molto maggiore per la diversa posizione dell'ipocentro. Inoltre è anche più simile di quello di 5 anni fa ai terremoti più forti che possono colpire il nostro Paese. Vediamo come e perchè si è originato e come si è evoluta la sequenza.

Il bilancio attuale (alle 11 di sabato mattina ora italiana) è di circa 30 morti, ma purtroppo è molto probabile che si tratti di un bilancio molto parziale. Tutto ruota su quanti (si spera pochi) siano ancora sotto le macerie. Il terremoto di ieri notte a Kyushu, la più meridionale delle 4 grandi isole principali dell'arcipelago giapponese, gode di una importantissima copertura mediatica da parte delle principali testate giornalistiche mondiali online (CNN, BBC etc etc), mentre in Italia fra i grandi giornali solo il sito del Messaggero lo evidenzia. Più importanti le beghe dell'italietta... vabbè... lasciamo stare... se era morto un filosofo titoloni a gogò...
Questa sequenza è piuttosto interessante dal punto di vista scientifico perché è iniziata con scosse piuttosto forti il giorno precedente. Esaminiamo brevemente il perchè e il come di questo evento.

L'isola di Kyushu, la più meridionale delle principali isole che formano l'arcipelago giapponese è caratterizzata dalla presenza di diversi vulcani attivi (Aso, Unzen, Kirishima, Sakurajima) e si trova al di sopra dell'area in cui la zolla del mare delle Filippine si immerge sotto il continente euroasiatico.

LE DUE FACCE DELLA TETTONICA DEL GIAPPONE

Da un punto di vista tettonico il Giappone si può dividere in due parti:
  • quella settentrionale orientata circa N/S: la crosta della zolla dell''Oceano Pacifico scende sotto il continente e tra l'arcipelago e l'Asia si è formato un importante bacino marginale (il mare del Giappone). La subduzione, la cui traccia è la fossa del Giappone, è praticamente perpendicolare al limite e la sismicità è essenzialmente compressiva
  • all'altezza di Tokyo il limite della zolla pacifica si dirige verso il mare aperto, lungo la fossa delle Bonin, scendendo sotto un'altra zolla, quella del mare delle Filippine. La zona è indicata dal sistema di arco / fossa di Izu – Bonin e Marianne 
  • nella zona centro / meridionale, orientata NW/SE, la zolla che subduce sotto l'arcipelago è quella del mare delle Filippine ma la direzione del movimento è obliqua rispetto alla fossa di Nankai e più verso sud quella delle Rukyu. 

Rispetto alla zona settentrionale, dalla struttura più semplice, dove abbiamo la classica serie fossa / arco magmatico / bacino marginale / continente, nella parte SW il mare che divide l'arcipelago nipponico dalla terraferma non presenta delle discontinuità così marcate come a nord: insomma, un vero bacino marginale non si è formato e geologicamente siamo a pieno titolo nel continente asiatico.

LA LINEA TETTONICA MEDIANA

Inoltre per assorbire il movimento obliquo della zolla del mare delle Filippine la crosta ha risposto a questa sollecitazione formando una zona di taglio, in cui la parte verso l'oceano dell'arcipelago si sposta lateralmente verso SW rispetto a quella più diretta verso l'interno: è la grande zona di taglio laterale destro, nota come linea tettonica mediana giapponese: inizia vicino a Nagoya, divide in due l'isola di Shikoku e prosegue fino a Kyushu. Per cui a Kyushu, oltre ai terremoti dovuti direttamente a questa compressione, abbiamo la sismicità provocata da questo secondo importante asse tettonico, che fra le altre cose, ha anche provocato il terremoto di Kobe del 1995.
La vediamo in questa immagine.


da [1] Le due zone sismiche principali di Kyushu:
nell'isola quella dettata dalla Linea Tettonica Mediana
a est quella dettata dalla subduzione lungo la fossa di Nankai
In quest'altra immagine, tratta da [1], invece si notano le due principali aree sismogenetiche di Kyushu, quella lungo la fossa di Nankai, provocata dallo scontro fra la zola del mare delle filippine e quella euroasiatica e quella interna all'isola dovuta alla linea tettonica mediana.

LA SEQUENZA DI QUESTI GIORNI

La sequenza di questi giorni è piuttosto particolare. Vediamo che dopo la forte scossa di giovedì pomeriggio (ora di Greenwich, in Giappone sono 9 ore avanti, era la tarda serata) ci sono state altre scosse significative (con M supoeriore a 4.5) che si sono susseguite per circa 8 ore fino alle 20.10
Nelle 20 ore successive si sono verificate solo delle piccole scosse, fino a quando è arrivata la scossa più forte, quella delle 16.25, che ha dato il via ad una nuova sequenza di repliche piuttosto forti.  
Si vede che tutte questi eventi sono allineati lungo la parte meridionale della Linea Tettonica mediana.

Gli eventi di questi 3 giorni sono ben allineati lungo la linea tettonica mediana. 

Carta ottenuta con l'Iris Earthquake Browser 

Il terremoto ha provocato anche, oltre a numerosi crolli e vittime, anche almeno una grande frana che ha bloccato un'autostrada. Ci sono notizie anche sul danneggiamento di una diga, ma non sono riuscito a capirne di più. 
Quanto all'evento eruttivo nel vulcano Aso, questo non è necessariamente legato all'eruzione, anche se è possibile una correlazione.

Una cosa importante da segnalare è come mai questo terremoto, ben più debole di quello del 2011 avvenuto nel Giappone centro – settentrionale, abbia fatto, tsunami a parte, molti più danni (e vittime dirette) di quello.
Fondamentalmente perché l'ipocentro del terremoto del 2011 si trova a 30 km di profondità e ad oltre 50 km dalla costa.
Ieri invece l'ipocentro è stato in piena terraferma e a profondità inferiore ai 10 km. Per cui oltre 700.000 persone abitano nell'area che ha subito uno scuotimento del IX grado MCS. Inoltre qualche struttura può avere sofferto di pià essendo stata danneggiata dalla scossa principale del giorno precedente, anch'essa estremamente superficiale.

Insomma, rispetto all'evento del 2011 quello di ieri è sostanzialmente molto simile, per intensità e ipocentro, anche se non per meccanismo focale, ad eventi che possono accadere in Italia.
C'è da chiedersi se da noi ce la potremmo cavare con un paio di frane e meno di un centinaio di vittime...

[1] Savage et al 2015 Stress, strain rate and anisotropy in Kyushu, Japan. Earth and Planetary Science Letters 439, 129–142