lunedì 25 settembre 2017

I terremoti messicani del settembre 2017


I due terremoti messicani degli ultimi giorni, M 8.1 dell’8 settembre 2017 a largo delle coste del Chiapas e M 7.1 del 19 settembre 2017 5 km a ENE di Raboso meritano una certa attenzione per il loro contesto geotettonico piuttosto particolare, essendosi prodotti in profondità in uno slab (una zona di subduzione) dalle caratteristiche tipiche. Un altro aspetto della questione che merita una grande attenzione è l’effetto di sito che si è registrato, come sempre, a città del Messico: a causa della costituzione del suo sottosuolo, in questa città si registrano forti amplificazioni delle onde sismiche, che rendono distruttivi eventi che se la capitale messicana fosse stata costruita su un’area a geologia diversa non sarebbero stati così gravi.

Nota: per brevità parlando della parte della parte della placca oceanica che subduce sotto una placca continentale, userò il termine slab. Gli slab in genere sono evidenziati dalla sismicità, che è assente nel mantello circostante: i terremoti profondi avvengono sempre e soltanto all'interno di queste strisce di crosta oceanica che penetrano nel mantello, dove composizione, caratteristiche meccaniche e temperatura consentono una deformazione fragile; il mantello circostante è invece caratterizzato da una deformazione duttile, asismica. 
Qualche slab è asismico e viene riconosciuto attraverso la tomografia ricavata dal comportamento delle onde sismiche, con le quali si fa una specie di TAC alla Terra.  
La presenza nel mantello di vecchi slab ormai "digeriti" si può talvolta vedere grazie a particolarità nei magmi che si formano successivamente in queste aree.

MARGINI COMPRESSIVI ACCREZIONALI E EROSIONALI. Il primo aspetto particolare è il meccanismo focale di entrambi gli eventi: si tratta di terremoti connessi a faglie normali caratterizzati da un meccanismo distensivo, cosa apparentemente anomala in quanto siamo in una zona di scontro fra zolle dove dovrebbero esserci faglie inverse e quindi i meccanismi focali dovrebbero essere compressivi. Ma questo succederebbe se si fosse in presenza di un normale margine compressivo accrezionale. Invece le cose stanno un pò diversamente.
Negli anni '70 entrò nella nomenclatura geologica il termine prisma di accrezione, con cui si identifica tutta quella serie di scaglie tettoniche che si accumulano tra la zona di subduzione e la crosta sotto la quale la placca oceanica subduce che per lo più sono costituiti da materiali terrigeni provenienti dall'arco magmatico: ce ne sono tanti, sia per l'elevato livello di erosione che contraddistingue le aree emerse e le aree marine prospicienti alle fosse oceaniche (dove abbondano canyon sottomarini) sia perchè nell'arco sono diffuse eruzioni vulcaniche di tipo esplosivo con la produzione di tufi.
Questi sedimenti si depositano in parte lungo la breve piattaforma continentale come depositi di forearc ma più spesso finiscono direttamente nella fossa oceanica che evidenzia sulla superficie terrestre l'inizio della subduzione.
Di queste scaglie possono occasionalmente fare parte anche parti di crosta oceanica (le cosiddette “ofioliti”) e della sua copertura sedimentaria: questi materiali infatti anziché condividere con la placca in subduzione il destino di finire nel mantello ed esservi “digeriti” talvolta rimangono al contatto fra le due placche.
Con queste basi teoriche immaginatevi la sorpresa quando, carotando nel 1979 e nel 1981 il margine continentale a largo del Nicaragua al posto del prisma composto da sedimenti di fondo oceanico schiacciati contro la zolla continentale fu trovato, sotto a una serie di sedimenti recenti di mare poco profondo, il basamento cristallino centroamericano.

A questa scoperta ne sono seguite altre analoghe in altre aree di collisione fra le zolle ed è venuto alla luce il concetto che non su tutti i margini convergenti di zolla si sviluppi un prisma di accrezione: ci sono anche i margini convergenti erosionali. Come vediamo nell'immagine qui sopra:

  • in un margine di placche compressivo accrezionale il taglio operato dalla subduzione è dentro la zolla inferiore, quindi alcune delle sue parti, segnatamente i sedimenti depositatisi nel tempo nella fossa oceanica, rimangono a contrasto fra le due zolle ed essendo sufficientemente plastici si deformano e in parte si accavallano su quella superiore
  • in un margine di placche compressivo erosionale il taglio si imposta all'interno della zolla superiore tutti questi sedimenti e parte della zolla superiore scendono nella zona di subduzione 

È interessante notare che se in un margine accrezionale le faglie principali della zona sopra al limite fra le due placche sono thrust, cioè faglie compressive a basso angolo, in un margine erosivo abbiamo soprattutto faglie normali ad alto angolo.
Diagramma preso da [1] con evidenziati i margini giapponesi
È favorita la presenza di un margine compressivo erosionale quando:

  • ci sono pochi sedimenti in gioco e quindi una crosta oceanica coinvolta molto giovane e/o pochi apporti sedimentari dal continente
  • la velocità di convergenza è molto alta
  • notiamo che, ovviamente, con una alta velocità di convergenza l’apporto sedimentario dal continente è forzatamente minore per unità di lunghezza lungo la fossa

Nella carta qui sopra si vede la distribuzione mondiale di margini accrezionali (in celeste) e margini erosivi (in rosso).  
Nel diagramma preso da [1] si vede chiaramente come ci sia un rapporto tra velocità di convergenza e spessore dei sedimenti e che solo un margine caratterizzato da una alta velocità di convergenza può essere erosionale. In particolare si vede come intorno al Giappone ci siano quasi esclusivamente subduzioni erosionali, mentre l’unico prisma accrezionale, quello del Giappone centro – meridionale è non casualmente caratterizzato da uno spessore sedimentario maggiore e da una velocità di convergenza minore rispetto agli altri 3.

Sezione pubblicata dallo USGS per il terremoto del 19 settembre,
a cui ho aggiunto una stella che contraddistingue
la posizione di quello dell'8
I DUE TERREMOTI MESSICANI DEL SETTEMBRE 2017. Osserviamo la profondità dei due eventi: si tratta in entrambi i casi di terremoti a profondità intermedia (rispettivamente a 70 e a 50 km dalla superficie).

La notizia dell’evento dell’8 settembre mi ha colto fuori sede e con poco tempo a disposizione e quindi ho pensato che il meccanismo era coerente, perché ho considerato le grandi faglie normali tipiche di un margine accrezionale. Avevo solo qualche dubbio sulla profondità, nel senso che mi sembrava lì per lì un po' eccessiva, ma per i soliti strani meandri della mente umana avevo lasciato correre. Poi però una grande esperta di subduzioni come Paola Vannucchi mi ha ricordato la geometria particolare di questo slab, che rimane suborizzontale per un bel tratto e così ho realizzato che il terremoto non era avvenuto in una delle faglie normali della placca superiore ma nello slab in subduzione della placca inferiore: lo slab della placca delle Cocos dopo essersi immerso nel mantello rimane pressochè orizzontale per un bel pezzo e raggiunge profondità superiori a quella dell’ipocentro dell’8 settembre solo ben all’interno del continente, quando si piega per assumere finalmente la classica angolazione di tutti i piani di subduzione che scendono nel mantello.
A largo del Messico nella zona della fossa avvengono a bassa profondità terremoti di senso compressivo a basso angolo (terremoti di thrust) al contatto fra la placca nordamericana e quella delle cocos che le scende sotto fino ad una profondità di 25 km, dopodiché prevalgono eventi distensivi su faglie ad alto angolo [2]. Si tratta di uno sforzo di distensione in una zona in cui la zolla è sottoposta a forti deformazioni e si formano queste faglie distensive a causa dello stiramento della placca nelle parti esterne dei piegamenti. Quindi il primo dei due forti terremoti si è sviluppato nello slab della zolla delle Cocos nel tratto in cui si muove orizzontalmente.

Veniamo al secondo evento. Sempre con meccanismo distensivo e ad una profondità di oltre 50 km. Quindi anche questo si è verificato nello slab della placca delle Cocos. In questo caso però si è sviluppato in una posizione diversa, e cioè esattamente nella parte superiore dello slab alla fine del suo percorso orizzontale, dove si piega per fare quello che ogni “buon” slab deve fare: scendere nel mantello sottostante. Evidentemente nella zona di origine del terremoto tra la deformazione dovuta alla curva e il cosiddetto slab pull, cioè la parte dello slab che scende in profondità cerca di “tirare giù” quella orizzontale, ci sono delle tensioni che lo aprono.
Alla figura prodotta dallo USGS, il Servizio Geologico degli Stati Uniti, che indica la posizione del terremoto del 19 settembre ho aggiunto una stella per indicare l’ambiente in cui si è avvenuto quello dell’8 settembre, precisando che non sono avvenuti nella stessa sezione, ma che quello a largo del Chiapas è avvenuto in una sezione parallela a questa, però posta a qualche centinaio di km di distanza!

CONNESSIONI FRA I DUE EVENTI? La coincidenza temporale nella stessa struttura (lo slab in subduzione della placca delle Cocos) ha ovviamente spinto a pensare che ci possa essere un rapporto preciso fra i due eventi dell’agitato settembre messicano. Ad oggi mi pare una cosa con poche prove concrete, anche se, appunto, la breve distanza temporale lo rende quantomeno possibile. Comunque ricordo che siccome la distribuzione in una certa area dei terremoti maggiori spesso non è statistica, perchè gli eventi si addensano in particolari momenti (si vedano ad esempio nell’Appennino centrale le tre sequenze recenti tra 1997 e 2016, oppure la terribile sequenza 1916 – 1920  in Appennino Settentrionale, un qualcosa che li colleghi ci potrebbe essere ma è ancora difficile provarlo.

Stratigrafia sommaria del sottosuolo di città del Messico da [4]
AMPLIFICAZIONE DELLE ONDE SISMICHE A CITTÀ DEL MESSICO. La capitale messicana non è certo nuova a subire effetti disastrosi a causa di terremoti importanti sia pure lontani [3]. La città è esposta a rischio sia per i terremoti che si verificano:

  • al confine fra placca Nordamericana e placca delle Cocos, lungo la zona di subduzione, che si verificano come l’evento del 1985 nella zona costiera e quindi ben oltre i 200 km di distanza, se non 300
  • all’interno dello slab della placca delle Cocos che, appunto, tra la costa e Città del Messico rimane grossolanamente orizzontale, come appunto, il terremoto di questi giorni
  • ci sono anche sia pure poco frequenti, terremoti di bassa profondità nella fascia vulcanica trans-messicana a cui appartiene anche il vulcano simbolo della città, il Popocatepetl


Ma perché ci sono così grandi danni nella città? A causa delle pessime prestazioni da questo punto di vista del sottosuolo della capitale messicana, composto da 3 fasce in cui affiorano depositi diversi [4]:

  • sedimenti lacustri (da 30 a 80 m di argille fradice di acqua e molto comprimibili
  • colline di lava e tufi
  • fanghi e argille alluvionali

Il drammatico è che specialmente nei sedimenti lacustri le onde sismiche rallentano in maniera notevole, e pertanto diventano più alte: il risultato è imprimono al suolo durante il loro passaggio una accelerazione molto maggiore che nei dintorni. In più la loro frequenza si sposa molto bene con quella di oscillazione di molti edifici, il che ne aumenta la vulnerabilità.

[1] Clift, P., and P. Vannucchi (2004), Controls on tectonic accretion versus erosion in subduction zones: Implications for the origin and recycling of the continental crust, Rev. Geophys., 42, RG2001, doi:10.1029/2003RG000127.

[2] Pardo e Suarez 1995 Shape of the subducted Rivera and Cocos plates in southern Mexico: Seismic and tectonic implications Journal Of Geophysical Research 100, B7, 12357-12373

[3] Singh et al 2015 Intraslab versus Interplate Earthquakes as Recorded in Mexico City: Implications for Seismic Hazard Earthquake Spectra 31, 795-812 

[4] Zeevaert 1971 Foundation Engineering for Difficult Subsoil Conditions. Van Nostrand Reinhold Company, 1971

sabato 16 settembre 2017

Dopo Livorno 1 - La necessità della educazione al rischio geo - idrologico


Già altre volte ho parlato della questione del rischio geo – idrologico (incominciamo a definirlo così, come nel resto del mondo e non con quel termine italiano “rischio idrogeologico” che in teoria vorrebbe dire che sono dissestatele le falde acquifere): si tratta di una questione scarsamente presente nel cervello degli italiani tranne nella fase immediatamente successiva ad un disastro di questo tipo, quando i geologi finiscono in tutti i mezzi di comunicazione, dalla televisione ai social. Ora l’alluvione di Livorno lo ha riportato al centro della attenzione dell’opinione pubblica, ma siccome temo che, al solito, entro pochi giorni di queste cose non se ne parlerà più di nuovo, mi chiedo in che modo, invece, si possa continuare a tenere alta l’attenzione della popolazione sul problema e, soprattutto, in che modo informarla e tenerla sempre informata. Purtroppo stampa, televisione e social network pullulano di bestialità in proposito e basta vedere quello che il parlamento sta per approvare a proposito di condoni edilizi (il famigerato disegno di legge Falanga, non a caso lodato dalla stampa e dai politici di aree a forte abusivismo edilizio) per dimostrare che proprio non si vuole imparare le lezioni che continuamente gli eventi geo - idrologici cercano di spiegare. Vorrei quindi avanzare alcuni miei pensieri sul modo in cui si possa porre un po' più di attenzione nella società italiana per l’assetto del territorio e il rischio geo-idrologico.

Dopo il disastro sui giornali di Livorno sono state pubblicate le carte del rischio geo – idrologico. Immagino che molte persone abbiano scoperto solo in questo modo di abitare in (o possedere) un edificio situato in una zona a rischio, e ciò porta alla ribalta ancora una volta il disinvolto uso del territorio, da sempre al centro di interessi che poco ne rispettano i pericoli. 
Un particolare piuttosto importante è che mentre si possono importare dall’estero tutte le cose di cui abbiamo bisogno e che non produciamo a sufficienza (ad esempio oltre il 90% del nostro fabbisogno di idrocarburi), al giorno d’oggi non esistono più in Italia “miniere di suolo”: cioè, il territorio disponibile è questo, punto e basta (anche le guerre sono servite e servono proprio per conquistare altri territori…). 
La domanda che viene spontanea è se questa mancanza di informazione è voluta proprio perché non è possibile creare nuovi territori. 

LE BONIFICHE VANNO CONTINUAMENTE MANTENUTE. Questa domanda si intreccia, per esempio, con le reazioni alla recente estensione della tassa sui consorzi di bonifica in Toscana in aree che fino a poco tempo fa erano esenti da questo tributo. Premetto che non mi voglio occupare dell’argomento “tasse, balzelli & c” che non è attinente a Scienzeedintorni e quindi non entro nel merito della opportunità o meno di questa nuova tassa (o altra definizione come più vi piaccia); mi limito ad osservare – asetticamente – che: 
  • - l’attività di mantenimento e manutenzione delle operazioni di bonifica è strettamente necessaria e qualcuno la deve fare, indipendentemente da chi e con quali risorse finanziarie
  • - le novità (specialmente in fatto di tasse…) andrebbero spiegate prima di applicarle. Si chiama “comunicazione istituzionale

Osservo però che una serie di dichiarazioni da parte di giornalisti ed esponenti politici denotano una totale mancanza di conoscenza del territorio e dei problemi connessi con il suo assetto.
Per esempio leggo questa: nel 1904 un regio decreto crea la tassa sulle paludi: è un contributo per la loro bonifica, che però continua ad essere richiesto anche quando su quelle terre ormai bonificate vengono costruite intere cittàL’autore di questa frase, nell’occasione un giornalista di Repubblica non fa altro che riportare un “sentire comune”, che contiene un errore scientifico di fondo: il territorio ormai bonificato sarebbe a posto. Cioè, non occorra più farci niente.
Riflettevo su questo argomento nel caldo e secco scorso luglio quando in treno passavo per la val di Chiana: la ferrovia si tiene lungo il margine orientale della valle e scavalca alcuni fossi, in quel momento completamente in secca a causa della tremenda siccità di quest’anno, tra campi coltivati, qualche agglomerato di case, le tipiche case rurali della zona, le leopoldine (ben descritte qui) e qualche capannone industriale, mentre in fondo spiccavano nonostante la distanza e la foschia estiva l’Amiata e il Cetona. Mi sono domandato quanti sappiano che questa pianura in quel momento riarsa, dove è necessario irrigare i campi, fino a 200 anni fa circa fosse un insieme di laghi e aquitrini collegati addirittura in epoca etrusca ad un fiume come il Clanis, che svolgeva un ruolo fondamentale nelle rotte commerciali del’Italia pre – romana. E che la zona fosse sovrabbondante di acqua lo testimonia pure la convinzione che da queste parti provenisse la causa delle alluvioni del Tevere a Roma (addirittura la giovane Florentia mandò nel 17 d.C. una delegazione a Roma per scongiurare la deviazione del Clanis nell’Arno, ne ho parlato qui).

i meandri naturali del Syr Darya in Kazhakstan:
il fiume cambia di continuo il suo percorso
PERCHÈ SONO STATE FATTE LE BONIFICHE E LE PROBLEMATICHE GEO – IDROLOGICHE CONSEGUENTI. Fondamentalmente ci si dimentica molto spesso come siamo arrivati all'idrografia attuale e come i fiumi che ricevono affluenti e poi sfociano a mare e la separazione netta fra terra e mare delle coste in pianura siano una creazione antropica: in Natura un fiume appena scende dal pendio in una piana si ferma, divaga in vari meandri e le acque si impaludano; per quanto riguarda le coste, consideriamo una eccezione la laguna veneta, ma è esattamente la situazione naturale di una costa bassa in cui stagni, dune e cordoni si alternano senza poter dare un limite chiaro tra mare e terraferma. E quando la pianura alle spalle del mare è molto larga si passerebbe dagli acquitrini di acqua salata a quelli di acqua dolce.
Insomma, buona parte delle aree pianeggianti sarebbe per natura coperta da specchi d’acqua e ciò che vediamo adesso, dalle pianure interne a quelle costiere, è il risultato di vaste operazioni di bonifica. Qualche anno fa ho scritto una serie di post sulla storia delle opere idrauliche in Toscana (e, quindi, soprattutto delle bonifiche). Sono post concatenati e quindi chi volesse dal primo, che è questo, li può leggere in fila essendoci una serie di link che portano dal primo al secondo e così via.
Firenze prima delle bonifiche: in verde le aree palustri
Anche l'attuale centro di Firenze era circondato da acquitrini (ne ho parlato qui) su cui è stata costruita dagli inizi del XX secolo la periferia e, tanto per citare un caso letterario noto, il Boccaccio nel Decamerone ha ambientato la novella di Chichibio e della gru nella palude che insisteva dove ora c’è il quartiere di Campo di Marte. Mi domando quanti dei miei concittadini abbiano presente il fatto di abitare in una casa costruita strappando quel terreno alle acque palustri e quanti capiscano che senza una adeguata manutenzione i loro beni siano a rischio.

Le bonifiche, quindi, sono servite nel passato come “miniere di suolo”: paludi e lagune sono ecosistemi particolarmente produttivi ma si tratta di aree piuttosto sfavorevoli per l’Umanità: difficile lì dentro muoversi o fare delle attività economiche, a parte caccia e pesca; per non parlare dei rischi sanitari connessi (in primo luogo la malaria). Quindi sono state trasformate in aree più confacenti alle necessità umane, in primo luogo quelle alimentari e sanitarie. Però, ripeto, si tratta di "conquiste" di aree che sono sempre soggette al rischio di essere allagate e quindi oltre ad una corretta manutenzione delle opere che permettono al territorio di non allagarsi, nei territori stessi è necessario che popolazione, autorità e classe dirigente in generale siano consapevoli di dover mitigare il più possibile i rischi legati alle piene e alle alluvioni. Ad esempio si dovrebbero evitare il più possibile insediamenti nelle zone più esposte o operando in tali zone modo da essere più sicuri (ad esempio: evitare gli appartamenti ai piani terreni o, peggio ancora, l'uso di seminterrati. Dove non si può fare altrimenti, va seguito l'esempio di Aulla: visto il grave errore di averlo costruito in zona idraulicamente troppo pericolosa, il quartiere Matteotti è stato cancellato e gli abitanti trasferiti altrove.

Per l’uso agricolo del suolo le alluvioni sui terreni bonificati erano persino benedette, in quanto spargevano sui campi un provvidenziale strato di limo fertile, ma dalla seconda metà del XIX secolo sono aumentate le esigenze di aree edificabili a scopo residenziale ed industriale, che sono state impiantate nelle aree bonificate in quanto pianeggianti, con un ritmo sempre crescente fino alla fine del XX secolo.
I dati di ISPRA [1] a proposito di Toscana ed Emilia – Romagna sono disarmanti: il 30% delle unità locali di aziende nella prima e il 60% nella seconda sono poste in aree a rischio idraulico e come dimostra la raffineria a Stagno le conseguenze di un evento alluvionale oltre che economiche possono avere pesanti ricadute ambientali per la dispersione delle sostanze inquinanti presenti nelle industrie,
Però mi chiedo se oggi siamo davanti a irresponsabilitò (cioè a non considerare un problema conosciuto) o semplice ignoranza del problema stesso: non può stupire un “addetto ai lavori” che con 250 milimetri di pioggia in poche ore si sia allagata una zona come quella della periferia settentrionale di Livorno, impostata su una laguna bonificata (e quindi a livello del mare), e significativamente contenente toponimi come “Stagno”, “Faldo” (che fa trapelare la presenza di una duna o un rialzo, forse dovuto all’attività del fiume Tora) o “Guasticce” (area guastata dalle acque palustri). Ma la stragrande maggioranza della popolazione non è stata messa in grado di rendersene conto.  

Canali di bonifica nella campagna olandese
Il problema quindi è che senza una corretta manutenzione delle opere di bonifica il rischio idraulico è destinato ad aumentare, essenzialmente per tre motivi:
  • il continuo aumento dell’uso del suolo in zone a rischio
  • una maggiore frequenza dei fenomeni estremi a causa dei cambiamenti climatici
  • nel XX secolo l’espansione degli insediamenti in zone a rischio ha semplicemente eliminato una buona parte del reticolo di canali atto a far funzionare le bonifiche

Mi soffermo un attimo su questo terzo aspetto: per funzionare le bonifiche hanno bisogno di un reticolo di canali che viene appositamente creato, visibile in questa immagine della campagna olandese. In occasione del 50esimo delle alluvioni del 1966 invece ho esplicitamente parlato delle distruzione del reticolo delle bonifiche lorenesi. Lo vediamo nella carta qui sotto, dove le zone urbanizzate fra la periferia occidentale di Firenze e Prato sono caratterizzate da una densità molto minore di questo reticolo. Che i canali di bonifica siano stati sostituiti da una corrispondente densità di strutture interrate è solo una pia illusione. In assenza di questi canali le acque piovane, anziché stoccarsi in parte in queste canalizzazioni, si scaricano tutte e più velocemente nel corso d’acqua principale, anticipando e aumentando così la portata in caso di piena.  

Nei cerchi sono indicate le aree urbanizzate tra la periferia di Firenze e Prato
Si nota che le urbanizzazioni dopo il secondo dopoguerra hanno fatto tabula rasa del reticolo delle bonifiche 

Fonte: autorità di bacino dell'Arno

Nella foto pubblicata da Massimo della Schiava
si vede una delle casse di espansione del Rio Maggiore
il cui funzionamento è stato provvidenziale
I RISCHI DEI RII CHE SCENDONO DAI MONTI. Quanto al secondo epicentro del disastro livornese, e cioè i piccoli rii che scendono dai monti che dominano la parte meridionale della città, le valli a ridosso dei monti sono sempre state soggette ad eventi importanti. Genova e la Liguria tutta, come le pendici delle Alpi Apuane e i monti livornesi, hanno in più la pericolosa caratteristica di essere  alture importanti prospicienti il mare e quindi più prone ad eventi estremi come le celle temporalesche autorigeneranti; lo dimostrano gli eventi degli ultimi 20 anni, dall’alluvione dell’alta Versilia del 1996 in poi. I genovesi fino ad oltre la metà del XIX secolo si sono guardati bene da abitare la valle del Bisagno (dove nel medioevo vi fu persino impiantato un lazzaretto!) a causa delle note intemperanze del fiume e i nuclei urbani principali si erano formati sulle scomodissime colline che la circondano, lasciando sul fondovalle del Bisagno solo qualche borghetto minore (ne ho parlato qui). Altro esempio è Varese Ligure: come mai il nucleo del paese è un po' più in alto della piana e il ponte è molto alto rispetto al livello normale del fiume? Semplice, per le possibili piene del torrente, del tutto simili a quelle che si sono verificate a Livorno domenica scorsa. Il ponte moderno, su cui è scattata l’immagine presa da Google Maps, denota che non altrettanta attenzione sia stata posta nella costruzione del ponte più moderno.

CREARE CONSAPEVOLEZZA SUI RISCHI GEO – IDROLOGICI. Quindi le conclusioni principali che possiamo fare sono le seguenti: 
  • non si può continuare a sigillare nuovi territori (come invece purtroppo si continua a fare e nonostante che esistano territori sigillati attualmente abbandonati)
  • tantomeno è possibile tollerare colpi di spugna sull'uso del territorio come quello contenuto nel decreto Falanga
  • i territori che sono stati bonificati, sostituendo le paludi e le lagune con pianure occupate a scopo agricolo, industriale o abitativo, per continuare ad esistere ed essere protetti da alluvioni e da un nuovo impaludamento hanno bisogno di interventi continui
  • per la sicurezza idraulica è necessario ripristinare il reticolo delle canalizzazioni nelle zone in cui è stato con estrema disinvoltura eliminato. 
  • le risorse finanziarie vanno per forza trovate e questi interventi eseguiti. Perchè la prevenzione evita vittime e costa meno. Già con #Italiasicura qualcosa è stato fatto

Il ponte vecchio di Vezzano Ligure e quello nuovo: quale sarà il meno impattante in caso di piena? Da Google Maps


Immagine ottenuta grazie al motore di ricerca semantico
sempre attivo, ideato, brevettato e realizzato dai ricercatori
del gruppo di Geologia Applicata del dipartimento di
Scienze della Terra dell'Università di Firenze, descritto in [2]
Però occorre rendere consapevole la popolazione di tutto ciò. È ovvio che dietro questa mancata informazione ci siano diversi aspetti, in particolare la scarsa educazione scientifica dell’italiano medio e gli interessi a non far sapere agli eventuali acquirenti del rischio connesso ad un immobile.
Ripeto ancora che questa generale "non conoscenza" del problema ha una conseguenza politica importante: costruire un ponte o un centro commerciale e persino finanziare una sagra paesana “fanno immagine”. Sistemare un fiume o un versante no, perché in ben pochi si renderebbero conto di aver evitato una alluvione o una frana grazie a dei lavori, lavori che per di più molto facilmente si renderanno utili parecchie legislature dopo (ma – al contrario – i cittadini si accorgono tutto in una volta che avrebbero dovuto essere fatti dei lavori quando il problema lo subiscono).
A Livorno, ad esempio, le casse di espansione sul Rio Maggiore hanno funzionato benissimo nonostante i dubbi sulla adeguatezza del tratto tombinato finale e l’eccezionalità dell’evento: non oso pensare al disastro che sarebbe successo senza queste opere e solo lo sfondamento di una paratia ha provocato un forte allagamento. Spero che i Livornesi se ne rendano conto, in particolare quelli che grazie a questi lavori “l’hanno scampata”. 
Ma a monte delle casse e sui bacini degli altri torrenti su cui non sono stati eseguiti interventi il disastro si è trattato della classica “catastrofe geo-logica” (perché dalla stringente logica geologica - definizione di Nicola Casagli). 

Come se ne esce? Con l’educazione al rischio: occorre aumentare la percezione del rischio alla popolazioni in modo di da far adottare ai cittadini comportamenti adeguati di autodifesa. Si tratta di abbattere quella mentalità deleteria che pretende di delegare totalmente allo Stato la propria sicurezza, come se la protezione civile fosse un servizio esterno alla loro vita quotidiana, una sicurezza da fruire senza partecipare e magari senza rinunciare a nulla dei propri comportamenti nei momenti di allarme.

Le mie proposte quindi sono:
  • affiggere dappertutto nelle scuole, negli altri edifici pubblici, nei luoghi di culto, nei circoli e nei centri commerciali le carte in tema geo – idrologico (basta con il chiamarlo idrogeologico, non è un problema di falde acquifere…), corredate dalla differenza fra "rischio" e "pericolosità" e di note su "elementari norme di comportamento"
  • proporre una “certificazione geo – idrologica di un immobile come quella energetica
  • differenziare in qualche modo l’imposizione fiscale sugli immobili in modo da penalizzarli in proporzione al rischio geo - idrologico
  • riguardare un po' (un po' tanto..) la questione della Protezione Civile. Di questo però parlerò in uno specifico post

[1] ISPRA 2015: il consumo del suolo in Italia
[2] Battistini et al (2013) Web data mining for automatic inventory of geohazards at national scale Applied Geography 43, 147-158


lunedì 11 settembre 2017

Il disastro di Livorno del 10 settembre 2017: come è avvenuto e la questione del colore degli allarmi


Nonostante sia piuttosto giovane per essere una città italiana (ho parlato qui della sua fondazione, essenzialmente dovuta all’interramento del porto pisano), Livorno è una città molto particolare per il carattere dei suoi abitanti, a tal punto che secondo me “Livorno più che una città è uno stato dell’essere”. Non è esteticamente “il massimo” ma ne sono innamorato, a tal punto che quando vado a Pisa il caffè lo prendo “al vetro” e cioè “alla livornese”, in un apposito bicchierino in vetro. Inoltre mi è molto cara per vasi motivi: mia moglie è nata lì, per motivi di lavoro ci sono andato settimanalmente per anni, ci ho vissuto nei mesi in cui studiavo per la tesi di laurea e vado al mare nelle sue vicinanze. Conosco parecchia gente di lì e vedere quello che è successo mi rattrista parecchio, più che in altri luoghi. Voglio parlare di quello che è successo con una postilla sulla questione del colore dell’allarme: come per il caso Ischia, qui si perde tempo in questioni formali e non in questioni sostanziali, considerando – comunque – che i regolamenti regionali impongono certe azioni anche in caso di codice arancione.

L'interporto di Guasticce a NE di livorno: in alto a sinistra la piana costiera,
a destra la piana che va vero Empoli e Lucca e monti pisani sullo sfondo
Il territorio del comune di Livorno e delle zone adiacenti è posto al limite meridionale di una piana costiera che dalla foce del Magra arriva ai monti Livornesi e che nel pisano si fonde con quella del Valdarno inferiore, a sua volta collegata con quella della lucchesia. In buona sostanza si tratta di complesso di piane coalescenti che formano insieme una delle pianure più vaste dell’italia peninsulare, oggi, bonificata, dedita all’agricoltura e all’industria, un tempo occupata da una distesa di laghi, paludi e lagune i cui limiti sono Sarzana, Livorno. Lucca, Montecatini ed Empoli con in mezzo il promontorio dei monti pisani che la divide nei vari settori. Delle lagune restano importanti tracce proprio fra Pisa e Livorno in forma di dune che formano delle piccole alture.

Livorno, essendo esattamente al limite meridionale della piana ha quindi un territorio piuttosto variegato. 
La zona settentrionale è ancora ben dentro la piana costiera e confina al Calambrone con il territorio comunale di Pisa, da cui è separato dal canale scolmatore dell’Arno proveniente da Pontedera; alle sue spalle si estende, fra Stagno e Guasticce, buona parte del territorio di Collesalvetti. Notare il toponimo “Stagno”, che potrebbe suggerire qualcosa: si tratta di una zona praticamente al livello del mare se non al di sotto e che ancora oggi ritorna spesso allo stadio lagunare, al punto che non di rado viene chiusa per allagamenti la strada statale 67 bis, che dall’Aurelia a Calambrone porta verso Pontedera, prima della costruzione negli anni ‘90 della “stada di grande comunicazione Firenze – Pisa – Livorno” la principale strada di collegamento fra Livorno e l’entroterra). Nella zona è stato costruito l’interporto di Guasticce, opera fondamentale dal punto di vista delle infrastrutture al servizio del porto, la cui area con una certa saggezza è stata rialzata per evitare guai.
A est tra i Monti Livornesi e la città si estende una zona ondulata in cui si trovano aziende agricole e insediamenti produttivi.
Nella parte sud i monti arrivano al mare e inizia la celebre costa a scogli di Quercianella e Castiglioncello, che arriva fino a Rosignano, dove riprende la costa bassa.
Oltre alla “solita” sommersione di Stagno, i maggiori problemi stavolta si sono verificati appunto zona meridionale, dove nella sottile e molto urbanizzata striscia di terra fra la collina e il mare si trovano alcuni rii che convogliano in mare l’acqua che piove sulle alture prospicienti: i rii Maggiore, Ardenza, Felciaio e Banditelle (il quale prima di sfociare in mare riceve lo Stringaio). Tutti questi corsi d’acqua sono usciti dagli argini, facendo danni localmente ingenti. Il Rio Maggiore proviene dalla valle più grande dei monti livornesi, la Valle Benedetta, dove c’è un pluviometro del servizio idrografico regionale.

I dati dei pluviometri di Valle Benedetta e di Bocca d'Arno tra sabato 8 e domenica 9 settembre


L’EVENTO. Sabato 9 settembre la sala operativa della Protezione civile regionale ha emesso un avviso di criticità arancione per tutta la Toscana, codice arancione, a partire dalla mezzanotte dfino alle 24 di domenica 10 settembre, in quanto erano attesi forti precipitazioni e temporali, con possibili rischi di carattere idraulico sui corsi d'acqua maggiori e idraulico e idrogeologico sul reticolo minore, avvertendo che le precipitazioni potranno risultare localmente molto intense e persistenti
Domenica mattina quando mi sono svegliato ho immediatamente controllato i dati del Centro Funzionale Regionale Toscano e mi si è presentata questa carta, dove i pluviometri di Valle Benedetta e Bocca d’Arno (i cui grafici ho evidenziato qui sopra) segnalavano una precipitazione superiore ai 200 mm nelle 24 ore. 
Esaminando poi con precisione i dati di Valle Benedetta (indicati in ora solare) si vede che è iniziato a piovere alle 1.30 solari (2.30 legali) e che entro le 4.00 (le 5.00 legali) sono venuti giù 230 mm di pioggia. Poi la precipitazione si è attenuata, anche se sono caduti ulteriori 30 mm nella mezz’ora successiva.
A Bocca d’Arno, una ventina di km a NNW di Valle Benedetta, la pioggia è stata di entità simile ma è iniziata prima, alle 19.15 solari (le 20.15 legali) del 9 settembre ed è durata intensamente fino alle 0.30 del mattino seguente (le 1.30 legali) ed è durata 4 ore anziché 2, concludendosi prima dell’inizio del diluvio di Valle Benedetta.

Un livello di precipitazioni simile non poteva non avere conseguenze. E infatti secondo le notizie della stampa Ardenza, Felciaio e Stringaio sono usciti dagli argini alle 4.30. Sempre la stampa riporta che la piena del Rio Maggiore sia stata registrata un’ora dopo e questo ha una logica idraulica chiarissima: il suo bacino è molto più grande e quindi le conseguenze della pioggia si riflettono più tardi sul corso d’acqua. L’alveo ha retto nella prima parte del percorso finale fra la fine delle colline e il mare, grazie alle opere di regimazione (in particolare le casse di espansione, visibili in questa carta). Però ha iniziato a tracimare dall’intersezione con l’Aurelia.
Il vulnus è che negli ultimi 500 metri circa il Rio Maggiore è stato tombinato. Si tratta di un lavoro recente, concluso nel 1986 e che fu eseguito non per i soliti motivi (e cioè eliminare un corso d’acqua per fare spazio) ma perché esondava spesso, in particolare colpendo un cimitero posto sulle sue rive.
Contrariamente però a quanto si poteva pensare, dalle notizie che mi sono arrivate il problema non si è verificato nella zona dove inizia la tombinatura, ma da un punto intermedio: la pressione dell’acqua avrebbe fatto saltare un tombino proprio in vicinanza della villa Liberty dove si sono registrate le 4 vittime annegate in un appartamento, appartamento che non era come qualcuno sostiene un seminterrato, ma il piano inferiore. EDIT: non era un tombino, ma un portellone di entrata per la manutenzione, grande a sufficienza per far entrare un piccolo escavatore (comunicazione personale di Massimo Della Schiava). 
Purtroppo questa palazzina si trova in una zona più bassa rispetto alle strade che la circondano e ciò comporta due conseguenze:
  • l’acqua non vi è semplicemente transitata ma vi si è fermata, ristagnandoci
  • il piano terreno si è comportato esattamente come in altre condizioni si comporterebbe un seminterrato

La questione è, quindi, capire come mai l’acqua è fuoriuscita da questa apertura. Le possibilità sono:
  • la galleria a valle era ostruita e in questo caso sarebbe fondamentale capire se l’ostacolo incontrato dalla corrente sia il risultato di una mancata manutenzione che ha lasciato all’interno cose che non dovevano esserci oppure sia stato provocato da materiale traportato da questa ultima piena
  • a valle del tombino per qualche motivo il flusso ha incontrato dei problemi idrodinamici, che lo hanno bloccato


DOPO I FATTI, LE POLEMICHE: LA QUESTIONE DEL LIVELLO DI ALLARME. Come ho sottolineato parlando dei Piani di Protezione Civile, i presupposti fondamentali da cui bisogna partire sono:
  • che la diramazione di una allerta meteo spetta alla Protezione civile regionale
  • che nel suo comune il Sindaco è la massima autorità di protezione civile
  • che ovviamente il Sindaco ha bisogno di un input da parte della Protezione civile regionale per attivare tutto quello che prevede il piano comunale di protezione civile (ma ha anche l’autorità di decidere autonomamente un innalzamento del livello di allarme)

Qui purtroppo si entra, teoricamente, in una questione tipicamente politica in quanto, alla fine, si tratta di screzi (chiamiamoli così) fra due formazioni politiche diverse che governano una la Regione e una il comune di Livorno: una questione sulla quale, quindi, devo muovermi su binari di estrema oggettività non potendo parteggiare per principio per qualcuno.

La polemica da parte del sindaco di Livorno verte sul fatto che non ha avvisato la cittadinanza essendo una allerta arancione. È vero: la sera del 9 sul sito del comune di Livorno non si faceva accenno alla allerta meteo in corso. 
Se però andiamo a vedere quello che dice la Regione Toscana le cose cambiano e non poco. I colori delle emergenze sono stati giustamente unificati per tutta Italia (prima ciascuna regione faceva da se, con una situazione di caos totale fra colori, numeri e sigle). Ciascuna Regione poi ha, comunque, le sue metodiche.
In Toscana quando si profila una allerta meteo, la notizia viene pubblicata da “Toscana Notizie, l’agenzia di stampa regionale. Chiunque può chiedere di ricevere queste notizie via mail appena pubblicate (le ricevo anche io) e i Comuni  le ricevono tutti. 
Questa è la tabella delle allerte. 
Ora, si può disquisire dottamente sul fatto che quello che è successo sia da codice arancione o da codice rosso. Di fatto gli effetti dal punto di vista del danno maggiore (e di cui si parla) sono stati limitati alla fascia di esondazione di alcuni torrenti nella parte sud della città, e dell'allagamento di un'area industriale a nord, mentre per il resto della Regione è successo poco o nulla e quindi mi si permetta di esprimere una opinione e cioè che “arancione” era il colore giusto.
Però, guardando il regolamento, la discussione sul colore assume i connotati di una disputa di lana caprina in quanto, di fatto nella Regione Toscana la procedura differisce poco fra il livello di criticità arancione e quello rosso e funziona così:
  • sia a livello arancione che rosso la pubblicazione dell’allerta su “Toscana Notizie”  assume valenza di "Avviso di Criticità": viene adottato dal Sistema Regionale di Protezione Civile come "Stato di Allerta Regionale", e diramato a tutti i soggetti che fanno parte del sistema di protezione civile regionale: Province, Comuni, Prefetture, strutture operative, volontariato, gestori dei servizi e della viabilità al fine di rendere questi soggetti pronti a fronteggiare l'evento ed adottare misure di preparazione e prevenzione se possibili
  • eventualmente queste azioni possono essere diversificate per i due livelli in base ai piani di Protezione Civile dei singoli comuni. 
  • in ogni caso anche il codice arancione prevede l’attivazione di una serie di procedure che servono per garantire un presidio tecnico a supporto del sindaco (che, ripeto è la massima autorità di protezione civile del suo territorio). Questo presidio tecnico deve sorvegliare l’evolversi dell’evento in modo da poter valutare la necessità di azioni di “ prevenzione e contrasto” e, ovviamente, di organizzarle
  • dell'emissione dello stato di allerta è data massima diffusione anche tramite comunicati stampa, diramati attraverso i diversi canali possibili (tv, radio, web, social networks)

Ad esempio nella vicina Pisa la popolazione è stata avvisata e sono state adottate le azioni previste da parte della Protezione civile, con dislocazione di uomini e mezzi nelle aree maggiormente a rischio.
In particolare, nella deliberazione 7 aprile 2015, n. 395 della Giunta Regionale Toscana “Approvazione aggiornamento delle disposizioni regionali in attuazione dell’art. 3 bis della Legge 225/1992 e della Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 27.02.2004 “Sistema di Allertamento Regionale e Centro Funzionale Regionale”, a proposito di “allerta arancione” viene esplicitamente specificato fra le altre cose che durante questa fase il Comune debba svolgere obbligatoriamente una numerosa serie di operazioni fra le quali sono espressamente citate la “messa in sicurezza o l’interdizione preventiva di determinate aree” e, fatto che riguarda in particolare questa ultima vicenda, “analizzare lo stato del reticolo idraulico minore e di drenaggio urbano”.

La domanda è: a Livorno cosa hanno fatto? si sono allarmati? se sì, nessuno sorvegliava? Il problema che mi pongo, quindi, è se qualcuno in comune sia stato allertato e si sia reso conto di questi fatti:
  • che a Marina di Pisa fosse appena avvenuto un “evento pluviometrico importante”
  • che un evento del genere fosse in corso successivamente nel territorio comunale  
  • che la zona di Stagno fosse finita sott'acqua 
  • che la ferrovia Pisa - Roma fosse interrotta perchè dalle 3.00 circa la stazione di Livorno Centrale era completamente allagata
  • che (sempre se quanto apparso sulla stampa), alle 4.30 Ardenza, Felciaio e Stringaio fossero usciti dagli argini in maniera violenta: questo è un particolare importante, in quanto l’esondazione di questi rii avrebbe dovuto essere ritenuta un presagio per la esondazione del Rio Maggiore, il quale, avendo appunto un bacino di dimensioni molto maggiori degli altri tre, avrebbe dovuto registrarne l’inizio con un certo ritardo rispetto a quelle dei fossi minori

Poi.. è mai possibile che nessuno abbia pensato ai rischi connessi alla apertura di ispezione della tombinatura del Rio Maggiore? 
C’è poi un’altra questione: la stessa deliberazione citata, consente ai comuni o alle province nella fase di evento in corso la facoltà di innalzare il livello dell’allerta (e in questo caso portarlo al rosso)

La zona di Stagno allagata
POLITICA E PREVENZIONE. Siamo sempre lì. 
  • la prevenzione non paga in termini politici, meglio le piccole cose a breve termine in vista delle prossime elezioni, di qualunque colore si parli.  Ed è ovvio: un investimento nella costruzione di un ponte o di un centro commerciale “si vede”; un investimento per la sicurezza non si vede: nessun “cittadino medio” dopo una forte pioggia è in grado di capire che non c’è sttaa una alluvione o una frana grazie alle opere di mitigazione del rischio geo – idrologico. Nel caso specifico: quanti cittadini di Livorno somno a conoscenza che la zona a monte dell’aurelia è stata salvata dalla piena grazie alle casse di espansione?
  • non parliamo poi delle conoscenze generali sulla Protezione Civile: cosa sia, cosa faccia e chi ne fa parte.. 
  • c’è poi la percezione che sia lo Stato a risolvere sempre e comunque i problemi e che il cittadino possa stare lì, tranquillo e beato, a non fare nulla

Ma, alla fine della fiera, il problema è la scarsa preparazione dei sindaci in assetto del territorio e protezione civile. Torniamo indietro di qualche giorno, al 31 agosto: la Protezione Civile Regionale aveva emesso la stessa allerta di sabato 9 settembre. Ero ancora a Rosignano e il commento del mattino dopo fu “allerta meteo una …. : visto, deh, non è successo nulla...”. Ho fatto notare che invece problemi c’erano in alcuni punti ed erano molto seri (ad Arezzo e Follonica). 
Insomma, bisognerebbe che i sindaci ed i cittadini capissero che queste allerta vengono emesse per tutta la Regione in quanto questi fenomeni sono troppo limitati nello spazio per poterli predire con esattezza. Quindi l’allerta arancione per tutto il territorio toscano sta a significare questo avviso: “cari sindaci della Toscana, sappiamo che c’è il fondato rischio che in qualche punto, sia pure limitato, della nostra Regione si verifichino dei fenomeni estremi. Ne segue che ognuno di voi ha una bassissima probabilità che il proprio territorio venga coinvolto, ma a qualcuno di voi (e non è possibile sapere a chi) toccherà di sicuro”.
In mancanza di questa percezione è possibile che qualche sindaco, mai interessato da grandi fenomeni dopo una decina di codici arancioni in tutto il territorio regionale negli ultimi due anni, abbia volontariamente lasciato perdere perchè “tanto come al solito non succederà niente”.
Una leggerezza che in questo caso è toccata al sindaco di Livorno

Una leggerezza dovuta semplicemente al non aver capito le difficoltà del problema e cioè:
  • che le previsioni della quantità di pioggia sono probabilistiche e non deterministiche
  • che è impossibile fare previsioni a livello dettagliato per poter restringere le zone a rischio come qualche sindaco spera

Da ultimo mi chiedo se altri sindaci abbiano agito allo stesso modo. Sperando che, almeno, questa vicenda serva da lezione per questi altri improvvidi (ove esistenti) a cui stavolta “è andata bene”, essendosi comportati come il loro collega labronico. e che questi improvvidi siano sanzionati come si deve.

giovedì 31 agosto 2017

Il dramma del ritardo nella fornitura dei prefabbricati per i terremotati del Centro Italia e la italica burocrazia


I nuovi sfollati di Ischia non ci devono far dimenticare gli sfollati dell’Appennino centrale, dove nel quasi totale silenzio dei media sta succedendo una questione piuttosto imbarazzante per il nostro Paese: stampa, social network e opinione pubblica in genere (naturalmente in special modo chi è all’opposizione del governo attuale) puntano gli occhi verso le macerie che sono ancora lì e che, invece, come ho fatto notare più volte sono l’ultimo dei problemi. Voglio quindi parlare di quello che è il problema più importante del momento e cioè la fornitura dei moduli abitativi per la “ricostruzione leggera”, i prefabbricati burocraticamente noti come Soluzioni Abitative di Emergenza (in sigla: SAE). Le SAE sono fondamentali perché prima di effettuare la ricostruzione “pesante” e definitiva è necessaria la microzonazione sismica di livello 3 (con il fondato rischio che qualcuno dovrà avere il coraggio di dire ad alcune persone "qui non si può ricostruire" perché zona troppo esposta a rischio sismico o geo – idrologico). Sulla fornitura delle SAE siamo invece parecchio in ritardo; anzi, è questo il vero scandalo e invito dunque chi è all’opposizione del governo di farlo notare con vigore e a chi invece lo sostiene a chiedere di accelerare le procedure, pena la continuazione dell'immenso disagio delle popolazioni terremotate e il proseguimento di una pessima figura. E pensare che, probabilmente, tutti questo ritardi nascono da una procedura tanto burocraticamente corretta quanto farraginosa. Insomma, non è possibile in un momento d’emergenza pensare di seguire gli iter amministrativi assurdi dell’italica burocrazia, che diventano demenziali in questi casi.

Houston, abbiamo un problema…: dopo essere stato nelle zone terremotate dell’Italia Centrale avevo capito e illustrato su Scienzeedintorni, parlando con quelli che sono “sul campo” che il problema delle macerie è secondario e che ne sono altri più impellenti (ad esempio infrastrutture, tessuto economico) e che come azione propedeutica alla ricostruzione definitiva è assolutamente necessaria una seria microzonazione sismica.

Parlando delle emergenze provocate dagli eventi sismici del 2016 ho volutamente dato finora poco risalto al problema decisamente drammatico degli alloggi provvisori, volendo chiarire meglio la cosa in un post apposito da scrivere nei dintorni dell’anniversario, in corrispondenza del quale prevedevo che venisse data grane enfasi alle macerie e che in pochi purtroppo avrebbero parlato di infrastrutture, tessuto economico e microzonazione sismica e alloggi provvisori. E regolarmente è successo così.  
Quando ho scritto che una famiglia terremotata può stare anche un anno in più in una casa in legno o in un prefabbricato (realizzata nel quadro della ricostruzione leggera in emergenza), ma non può stare senza lavoro, perché senza reddito non può andare avanti, sapevo infatti che avrei dovuto parlare dello scandaloso ritardo nella fornitura delle soluzioni abitative di emergenza (le SAE). Ma poi è venuta Ischia, dove il dibattito, anziché sulla irresponsabile edilizia isolana, verte molto idiotamente sul posizionamento dell’epicentro della debole scossa napoletana. 
Per cui Amatrice e dintorni ora sono momentaneamente indietro nell’agenda e tocca quindi sforzarsi per ricordarlo.

I MODI DELLA RICOSTRUZIONE. Dopo un terremoto distruttivo la ricostruzione prevede due fasi: 
- il “primo reinsediamento”, cioè la prefabbricazione leggera per famiglie, commercio, artigianato: banalmente, un sistema veloce in cui vengono allestiti dei centri urbani provvisori con dei prefabbricati (che oggi sono anche abbastanza confortevoli) e si riavviano il più possibile le attività imprenditoriali, sempre sfruttando costruzioni prefabbricate. La vocazione agricola dell’Appennino centrale renderebbe più semplice la cosa rispetto ad un’area fortemente industrializzata: fornire prefabbricati ad uso agricolo o edifici per attività artigianali è decisamente più semplice rispetto al ripristino di grandi fabbriche
- finita questa fase emergenziale comincia la ricostruzione pesante (cioè le abitazioni in muratura). Questo processo deve essere svolto con una certa calma, perché oltre alla zonazione sismica di livello 3 (per evitare di costruire in aree particolarmente pericolose in caso di nuovi eventi sismici), occorre anche dare un’occhiata alle aree a rischio geo – idrologico e a tanti altri aspetti. Svolgerlo con una certa calma, però, è possibile solo ed esclusivamente se tutti hanno un tetto abbastanza confortevole sulla testa (e un lavoro)

LA RICOSTRUZIONE LEGGERA È IN RITARDO. E PARECCHIO. Ebbene, il problema è che sulle Soluzioni Abitative di Emergenza siamo ancora – e parecchio – in alto mare e sulle SAE le Istituzioni si stanno giocando quel poco di credibilità che resta loro. Il comunicato della Protezione Civile del 24 agosto 2017 conferma che sono stati completati i lavori in oltre quaranta aree e sono state consegnate ai sindaci 743 casette, di cui 138 a Norcia, 373 ad Amatrice, 146 ad Accumoli, 42 ad Arquata, 22 a Pieve Torina, 11 a Montecavallo, 10 a Fiastra ed una a Torricella Sicura (TE). Peccato che il totale richiesto sia di 3.649 SAE per tutti i 51 comuni che ne hanno fatto richiesta e quindi l'operazione è conclusa in appena del 20% delle necessità. Eppure sul suo sito il Dipartimento di Protezione Civile riporta esplicitamente che “sulla base delle esperienze pregresse e grazie agli strumenti contrattuali messi in campo precedentemente, si è stimato sin dall'inizio che per la realizzazione delle SAE fossero necessari circa sette mesi”.  Questa stima avrebbe dovuto tenere conto di numero e grandezza delle SAE richieste, tempistiche di progettazione e realizzazione, e del Complesso delle attività propedeutiche all’inizio dei lavori. Ora siamo ad un anno dal sisma e se anche le operazioni fossero partite 5 mesi dopo (quindi a febbraio) oggi dovrebbe essere già tutto a posto o quasi.
Insomma, il piatto piange, basta vedere la situazione in tempo quasi reale fornita dalla Protezione Civile a questo indirizzo: ad un anno dal sisma ci sono zone in cui non è ancora iniziato l’allestimento dei moduli abitativi di emergenza. Il che NON è tollerabile.

A questo punto bisognerebbe che le Istituzioni si dessero una mossa: 
  • a me sta benissimo che anziché puntare sul “demagogico” e cioè su cose sbagliate dal punto di vista tecnico ma di maggiore presa sull’elettorato (la rimozione immediata delle macerie seguita da un veloce avvio della ricostruzione definitiva) si sia deciso un iter meno spettacolare ma più corretto dal punto di vista tecnico, scientifico ed economico
  • ma siccome con l’inverno alle porte il ritardo mi pare esagerato, da cittadino italiano pretendo una soluzione rapida sulla questione, e che quindi si provveda di corsa a sanare questa terribile situazione, pena una figuraccia epocale da parte del governo (il quale. anche se direttamente il processo non lo riguarda, essendo la Protezione civile fuori dal meccanismo e procedura affidata agli enti locali, è pur sempre il primo responsabile delle regole del gioco)

Inoltre bisogna considerare a distanza di un anno l'effetto psicologico sulla popolazione ancora senza una soluzione abitativa provvisoria (ma decorosa) per l’immediato futuro, costretta a vedere tutti i giorni le macerie delle proprie case (con il terribile ricordo di amici e parenti che in quelle rovine hanno perso la vita). E quindi – insomma – non sarò “strettamente necessaria dal punto di vista tecnico” ma la rimozione totale delle macerie sta diventando necessaria dal punto di vista psicologico.
Mi chiedo al proposito se la follia interpretativa che considera alla stessa stregua lo smaltimento dei calcinacci di casa per le ristrutturazioni e le macerie del terremoto possa essere sorpassata (ovviamente prevedendo un iter ad hoc per le parti in amianto ed altri prodotti pericolosi).

La carta della situazione attuale.
Fonte: Sito del Dipartimento della Protezione Civile - Presidenza del Consiglio dei Ministri, contenuto non alterato - licenza CC-BY versione 4.0
LA SITUAZIONE ATTUALE DLLE SAE. Vediamo quindi la situazione dei moduli provvisori, burocraticamente noti come SAE (soluzioni abitative di emergenza). La carta qui accanto, presa dal link già indicato sopra, si riferisce alla seconda metà di agosto.

Innanzitutto definiamo il significato dei 5 pittogrammi della mappa, che lì per lì non paiono molto chiari anche perché lo stesso colore viene utilizzato con simboli diversi e lo stesso simbolo viene usato con colori diversi. Forse sarebbe stato meglio utilizzare 5 colori diversi indipendentemente dal pittogramma... 

  • il pittogramma bianco identifica le aree consegnate a chi deve eseguire la progettazione 
  • la pala in campo giallo contraddistingue le aree dove la Regione competente sulla base del progetto esecutivo, definisce e pubblica la gara per selezionare l’impresa che si occuperà di urbanizzare l’area (nei casi in cui le attività di urbanizzazione vengono affidate alle forze armate non viene espletata la procedura di gara) e, con la consegna dei lavori alla ditta vincitrice della gara, partono le attività. Quindi potremmo essere sia ad un punto “decente” (i lavori di urbanizzazione sono quasi finiti) come ancora in alto mare, e cioè essere ancora in attesa di vedere la gara.
  • la pala in campo verde identifica la fine urbanizzazione, ma ancora le SAE devono arrivare. Per fortuna alle volte i lavori di urbanizzazione procedono insieme a quelli del montaggio delle SAE, ma sfortunatamente fra questi non sono considerati gli allacci di luce, acqua, gas, di solito completati in un secondo momento
  • la casa in campo giallo identificano le aree dove le SAE sono ancora in montaggio 
  • la casa in campo verde identificano le aree dove l’installazione delle SAE è completata e sono stati montati gli arredi all’interno ma ancora il tutto non è consegnato al sindaco
  • le case in azzurro sono i punti dove le SAE sono consegnate al Sindaco, il quale le deve assegnare ai cittadini

Vediamo che ad un anno dal terremoto, quando essendo passati più di 7 mesi dall’evento, dovrebbero esistere solo pittogrammi azzurri, i colori prevalenti sono giallo e verde se non ancora il bianco. Per le aree identificate dalla pala in campo giallo i ritardi sono evidenti, mentre per quelle con il pittogramma bianco la situazione va da “decisamente in ritardo” a “intollerabilmente in ritardo”. Per cui si deduce che o le stime della Protezione Civile sulla conclusione dell’operazione erano ottimistiche o qualcosa non ha funzionato. 
E per me è “la seconda che ho scritto”. Vediamo perché.

IL COMPLESSO ITER BUROCRATICO DELLE SAE. Il processo che porta alla consegna al Sindaco delle SAE è il seguente:
  1. le aree dove sistemare i SAE sono state individuate dal comune dopo che i suoi tecnici ne hanno verificato l’idoneità dal punto di vista geo – idrologico (insomma, devono essere zone a rischio teoricamente ridicolo per alluvioni e frane)
  2. a sua volta la Regioni deve esprimersi in merito alla idoneità dell’area scelta
  3. poi la palla ritorna al Comune, perché se la stessa è di proprietà privata occorrono degli atti affinché la mano pubblica ne possa prendere possesso (in alcuni casi anche tramite esproprio)
  4. fatto questo la Regione consegna l’area a chi deve fare la progettazione, che ovviamente deve tenere conto del numero e del tipo di SAE richiesti
  5. il layout deve essere approvato formalmente da parte di Regione e Comune
  6. ricevuta l’approvazione il soggetto progettista entro venti giorni definisce il progetto esecutivo
  7. anche il progetto esecutivo deve essere successivamente sottoposto all'approvazione  di Regione e Comune
  8. la Regione definisce e pubblica la gara per selezionare l’impresa che si occuperà di urbanizzare l’area
  9. con la consegna dei lavori alla ditta vincitrice della gara, partono le attività

Il punto 8 non si applica nei casi in cui le attività di urbanizzazione vengono affidate alle forze armate 

Quindi in questo delirio burocratico la Regione si occupa della stessa area per ben 4 volte e il Comune 3. E, insomma, mi pare legittimo qualche sospetto sul fatto che la ricostruzione (anzi, in questo caso l’emergenza, dato che è appunto una fase ancora di emergenza), sia “un pochettino ritardata dalle formalità burocratiche”.

Ora, capisco l’emergenza, capisco tutto, ma ribadisco che ad un anno dal 24 agosto 2016 ci siano ancora diversi luoghi dove le SAE sono un miraggio beh… la cosa mi lascia interdetto e mi chiedo quanto abbia inciso nel ritardo (perché di ritardo si tratta e su un problema mica da poco) questo complesso iter burocratico.

COME USCIRE DA QUESTO CAOS BUROCRATICO? CAMBIARE LA LEGGE (E DI CORSA!). Siccome oltretutto ora il problema si pone anche per Ischia sono necessari dei provvedimenti per rimediare a questa assurdità.
Come uscire da questo caos burocratico? Semplice: occorre cambiare la legge cioè fare in modo che nell’emergenza gestita dalla Protezione Civile sia compresa anche la fase del “primo reinsediamento”.
In altre parole, se continuiamo a separare il reinsediamento dalla fase dell'emergenza la frittata è servita, come i terremoti del 2016 dimostrano in modo inequivocabile.

So che ora qualcuno storcerà il naso ma secondo me sarebbe molto bello se “saltando” le Regioni, il commissario per l'emergenza e il reinsediamento operi in prima persona confrontandosi esclusivamente con i sindaci nella loro qualità di massimi responsabili comunali della Protezione Civile. La procedura più snella inoltre (c’è solo la struttura di emergenza che opera in deroga alla burocrazia) consentirebbe di evitare i troppi passaggi burocratici che alla fine diventano di fatto uno scaricabarile delle responsabilità.
L’attività del Dipartimento di Protezione Civile in questo scenario si concluderà solo ed esclusivamente quando si è conclusa la ricostruzione leggera e si procederà a quella pesante. 
Ad evitare qualsiasi sospetto di scarsa trasparenza, tutti gli atti, gli affidamenti, i costi e lo stato dei lavori dovranno essere resi immediatamente pubblici su un apposito sito.

Un complesso di SAE nella zona artigianale di Norcia
CONSEGUENZE SECONDARIE DELLA SITUAZIONE ODIERNA. Oggi in questo ping–pong fra Enti Locali il sindaco rischia semplicemente di trasformarsi nel sindacalista dei propri cittadini contro il famigerato stato centrale (a cui si deve questa oscenità normativa) creando così il vero disastro sia per il reinsediamento che per la successiva ricostruzione pesante.
Inoltre questo processo inesorabilmente lento non alimenta certo la “fiducia dei cittadini nelle istituzioni”; anzi, direi che provocherebbe l’esatto contrario.
In una fase di sfiducia dei cittadini verso le istituzioni (che avrebbe potuto essere evitata semplicemente usando una procedura meno farraginosa) sarà facile che se dal punto di vista tecnico si renderà necessaria una delocalizzazione di un centro abitato (cosa che per qualche paese pare quasi scontata) dei tribuni improvvisati  grideranno ad oscuri interessi di bottega ergendosi a difensori di coloro che chiederanno di ricostruire il proprio borgo “dov’era e com’era” aggiungendo caos alla confusione.

Insomma… qui in gioco non sono un governo nazionale, né le amministrazioni locali; sulla pelle dei terremotati è in gioco la credibilità del Paese. Che se le soluzioni abitative di emergenza non saranno pronte entro l’inverno, farà una pessima figura davanti a tutto il mondo civile, mentre le popolazioni affronteranno in condizioni difficilissime la nuova stagione fredda (che da quelle parti è davvero fredda..) 

EDIT: DI SEGUITO RIPORTO UN COMMENTO DELL'AMICO MARIO SENSINI, GIORNALISTA CHE CONOSCE MOLTO BENE LA ZONA, VISTO CHE È ORIGINARIO DI QUELLE ZONE. LA SUA ESPERIENZA SUGGERISCE ALTRE CAUSE.

Caro Aldo, 
per una volta non sono d'accordo con te, per più di un motivo. Intanto la burocrazia, ineluttabile come il terremoto, come causa di tutto. Se ti studi bene la situazione, scoprirai che le cause degli enormi ritardi sono altre. 

La prima: l'errore madornale iniziale della Protezione Civile, che contrariamente a quanto dici gestisce anche la fase di reinsediamento, che ha aspettato prima di ordinare le casette che tutti i sindaci fossero pronti (poi quando hanno capito che mettere insieme tutti era impossibile, sono partiti lo stesso). (nota: io intendevo dire che si dovrebbero saltare almeno i passaggi in Regione)

La seconda: le difficoltà dei sindaci, cui tu proponi di delegare tutto. 
A Visso, uno dei comuni più colpiti, le aree per le casette, sette per oltre 300 abitazioni, sono state "individuate" tra il 12 aprile e il 5 maggio scorsi, a dieci mesi dal terremoto. 
A Pieve Torina, dove le Sae sono più di 200, hanno individuato le aree a inizio marzo: in tre di queste l'urbanizzazione è finita e in due hanno avviato le installazioni delle casette. 
A Fiastra hanno fatto ancora prima, ad aprile le aree, a giugno l'avvio dell'urbanizzazione, già ultimata in tre aree, e un primo campo già consegnato. 
A Camerino stiamo ancora a "carissimo amico". Le zone dove costruire sono state perimetrate tra fine luglio e il 24 agosto e solo in due aree su sette sono iniziati i lavori. 
A San Paolo e Arcofiato hanno trovato le aree, ma non sanno ancora quante casette ci devono mettere! 
Certo, stabilire dove mettere le casette, come dici anche tu, non è cosa facile: bisogna studiare il terreno, fare sondaggi, analisi, studi idrogeologici, devono essere vicine alle reti idriche e fognarie, a volte ci sono da fare gli espropri, non è una roba da dieci minuti. 

Tieni conto che per fare restare la gente vicino ai propri paesi si è scelto di fare anche dei campi SAE con quattro casette, come a Croce di Visso, o addirittura tre come a Convento di Caldarola. 
E che per farceli stare, in alcuni casi, si sono dovuti inventare l'impossibile: vai a vedere dove hanno appiccato le casette a Castelsant'Angelo, dove non c'è un terreno in pianura manco per farci un campo sportivo, o anche a Fiastra. 

C'è un altro motivo per cui non concordo con te, il ruolo che attribuisci alla microzonazione sismica. Non è certo per quella che si sta ritardando la riparazione delle case, magari fosse così. Per quelle analisi i Comuni hanno ricevuto una media di 20 mila euro a testa: Fiastra ha dodici frazioni, ma con quei soldi ci fanno si e no due buchi (uno l'hanno fatto, dove dovevano ricostruire la scuola, e hanno scoperto che ci sono quindi metri di terreno franoso sotto!!!). Sono d'accordo con il fatto che una seria microzonazione sarebbe necessaria, e dovrebbe secondo me essere obbligatoria ogni volta che lo Stato ricostruisce coi soldi pubblici qualcosa, ma non è così... Abbracci.