martedì 11 ottobre 2016

per il 50esimo del 1966 1: i guasti del XX secolo nel bacino dell'Arno


Inizio qui una serie di post per commemorare il 50esimo anniversario dell'alluvione del 1966. Il XX secolo per il bacino dell'Arno rimarrà nella storia per alcune caratteristiche negative, in particolare l'elevata edificazione in zone a rischio, partita negli anni '50 e impunemente proseguita dopo l'evento maggiore del secolo e cioè l'alluvione del 1966 e uno Stato molto più assente rispetto al passato. Certo, i problemi hanno radici più lontane, a partire dalle prime sistemazioni idrauliche che servivano a conquistare le terre palustri a scopi agricoli e alle rettifiche fluviali operate in periodo mediceo. Purtroppo, appunto, la lezione del 1966 è stata a lungo ignorata e c'è da sperare che le sistemazioni ora in corso o in progetto vengano realizzate prima del nuovo diluvio, in modo non da impedire le esondazioni (sarà molto difficile in caso di portata simile a quella di 50 anni fa), ma almeno di contenere il più possible i danni. In questo primo post espongo quello che è successo nella seconda metà del XX secolo, durante la quale, purtroppo, di cose positive per l'equilibrio idrologico del bacino ne sono state fatte ben poche.

Il Bacino dell’Arno è per estensione il quinto bacino idrografico italiano, ed occupa un’area di 8247 Kmq. L’asta principale che si origina sul Monte Falterona a Bocca d’Arno, si sviluppa fino alla foce per 241 Km.
Le esondazioni dell'Arno non sono un fenomeno che riguarda unicamente Firenze, ma interessano, in forma più o meno grave, tutta la parte valliva dell'asta fluviale, come testimoniano le importanti opere idrauliche ancor oggi esistenti lungo il fiume stesso. Per la sua conformazione e per la distribuzione delle precipitazioni è un bacino che sarebbe già soggetto di suo al rischio di piene importanti, senza gli interventi antropici. I primi, nel pisano, già nel XIV secolo miravano semplicemente a convogliare le acque del fiume in zone allagabili per preservare la città. 

La "veduta a volo d'uccello" di Leonardo:
oltre al Trasimeno si vedono altri specchi
d'acqua oggi bonificati
LE BONIFICHE MEDICEE E LORENESI. Gli interventi antropici iniziati nel XIV secolo e proseguiti ben dopo il 1966 e di cui ho più dettagliatamente parlato nel terzo post della serie che ho scritto sulle opere idrauliche in Toscana hanno avuto tutt’altro senso, aggravando la situazione: le paludi sono state bonificate, gli alvei rettificati e ristretti e le aree golenali occupate. Inoltre estesi disboscamenti hanno interessato aree collinari e montane.
Tutte queste operazioni, oltre a forti modifiche ambientali hanno costituito un problema geo - idrologico di non poco conto dal punto di vista delle alluvioni, a causa del più veloce ruscellamento delle precipitazioni e i disboscamenti hanno innescato frane ed erosione del suolo. 
Questi aspetti furono già individuati nel XVIII secolo da studiosi come Targioni Tozzetti e Morozzi, ma purtroppo, nonostante questi illustri avvertimenti le utilizzazioni forestali proseguirono selvaggiamente nel periodo post – unitario e solo dopo la seconda guerra mondiale, anche a causa del progressivo spopolamento delle zone rurali di media e alta quota, le superfici boscate hanno finalmente ripreso la crescita.

Le bonifiche e le rettifiche fluviali da un lato, strappando terreni a paludi e corsi d'acqua, hanno apportato consistenti benefici economici; inoltre hanno diminuito la lunghezza dei fiumi e risolto in buona parte il problema delle magre, agevolando la navigabilità (anche in funzione della spedizione via fiume dei tronchi d'albero, che galleggiavano spinti dalla corrente dai boschi alle città). C’era poi anche uno scopo igienico – sanitario, l’estirpazione della malaria. 
Ma dall'altro sono state un disastro per la difesa del territorio dalle alluvioni perché hanno ingigantito l'effetto delle piene: alvei dritti significano più velocità e meno volume, quindi possono contenere meno acqua, mentre le bocche degli affluenti risultano più vicine con il risultato che le loro piene invaderanno il corso principale a distanza più ravvicinata e con il maggiore rischio di sommarsi l'una sull'altra. La perdita delle paludi che funzionavano da casse di espansione ha ulteriormente ingigantito il problema. 
Se a questo si aggiunge il progressivo restringimento delle zone di pertinenza fluviale (tra Empoli e Pisa l’alveo era largo ben oltre un kilometro) la frittata è fatta: di acqua nel fiume ce ne sta molta meno di prima. Il restringimento lo si nota dalle foto aeree ma il confronto fra questa carte di Leonardo da Vinci e la situazione attuale dimostra la drammatica differenze fra il fiume a meandri che all’epoca costituiva l’asta fluviale tra Firenze e Signa e il canale rettilineo che vediamo oggi.


C’era poi la convinzione che le rettifiche servissero, velocizzandolo per il tracciato dritto e la maggiore pendenza, ad agevolare il deflusso delle acque e a diminuire il rischio alluvione. Questa asserzione fu confutata da Galileo, che nel 1630 scrisse la “lettera sopra il Bisenzio” opponendosi alla sua rettifica, dimostrando che raddrizzare le aste fluviali e velocizzare il deflusso non serviva a diminuire il rischio alluvioni. Da allora di rettifiche ce ne sono state davvero poche...

Dopo le bonifiche medicee arrivarono anche quelle lorenesi, che conclusero gli sforzi prima del comune di Arezzo e poi dei Medici per la bonifica della Val di Chiana. Il risultato, ai fini del regime dell’Arno è stato quello di aggravare la situazione, incrementando le portate fino a valori compresi tra 350 e 650 mc/sec nel caso degli eventi alluvionali consistenti (a Firenze tale operazione fu a lungo avversata proprio paventando questo rischio). 
È evidente come le paludi bonificate costituiscano zone naturalmente soggette ad essere alluvionate e quindi siano utilizzate impropriamente dal punto di vista idraulico: nel periodo lorenese tra il 1700 e il 1800 fu finalmente conclusa una sistemazione del territorio che – iniziata nei secoli precedenti – ha portato, tramite interventi di natura idraulica, idraulico - forestale e di bonifica agraria, alla creazione di un reticolo idraulico minore molto articolato che riusciva a contenere le acque derivanti dalle precipitazioni e, soprattutto, ne ritardava il flusso nei fiumi.
Questi interventi hanno spesso funzionato evitando le inondazioni in zone particolari, ma hanno avuto conseguenze pesanti a valle in quanto caricano il fiume anche di quelle acque che invece sarebbero là esondate.

GLI INTERVENTI DELLA SECONDA METÀ DEL XX SECOLO. L'equilibrio creato nel periodo lorenese era ancora sostanzialmente esistente nel 1954, ma l’espansione edilizia della seconda metà del XX secolo ha gravemente compromesso tutto questo: l’aumento della popolazione e lo spostamento dall’agricoltura all’industria e al terziario di buona parte della forza – lavoro hanno determinato in Italia un drammatico aumento della superficie sigillata in tutto il Paese Me ne sono occupato più volte, per esempio qui. Diverse ragioni di ordine storico, economico e sociale hanno promosso una veloce urbanizzazione, soprattutto a carico delle zone ad alto rischio idraulico: si stima che l'80% delle costruzioni situate nelle aree allagabili siano state costruite tra il 1950 e il 2000. 
Il problema ha molteplici aspetti: spesso coloro che si sono istallati in aree inondabili non sono stati in grado di valutare il livello di pericolo al quale si sono imprudentemente esposti, e talvolta questo pericolo è stato sottovalutato anche dalla classe dirigente, che specialmente nel nostro Paese presenta una ignoranza sui temi scientifici davvero terrificante. Ovviamente il tutto è avvenuto nel rispetto della normativa vigente, che quindi era assolutamente inadeguata alle necessità (e che spesso continua ad esserlo). I condoni edilizi poi hanno fatto il resto.

Il bacino dell’Arno non fa eccezione e qui nasce un problema: con l’espandersi del costruito (e, quindi del sigillato) si è assistito alla progressiva e barbara distruzione del reticolo delle canalizzazioni lorenesi senza che qualcuno si prendesse la briga di rifarlo in base alle nuove esigenze, il che non consente più quella diluizione delle piene che quei lavori avevano consentito
Di questo va tenuto conto quando si fanno dei raffronti storici: a parità di eventi con il passato, le acqua piovane scorrono via in una rete di canali meno estesa e con velocità maggiore e, quindi, nello stesso tempo, il loro volume è nettamente superiore: maggiori volumi d'acqua che si raccolgono in una rete più ridotta di prima costituiscono un mix che determina una diminuzione della capacità di contenimento generale del sistema terreno coltivato - canali, aumentando rispetto al recente passato il rischio idraulico. 
Tanto per fare un esempio, si calcola che nel pesciatino all'incremento del 20% delle impermeabilizzazioni corrisponda un aumento del 50% delle portate in caso di precipitazioni meno che intense.
Naturalmente in queste condizioni sperare che si mantenga un equilibrio naturale è pura utopia…

Urbanizzazioni industriali recenti in zona a rischio alluvione
nel comprensorio del cuoio
Il processo ha investito un po' tutto il bacino, e per la ricerca di spazio per la localizzazione di nuovi quartieri abitativi e di lottizzazioni industriali non si è andati tanto per il sottile, con picchi nel Valdarno superiore, intorno a Firenze, tra Fucecchio e S. Croce sull’Arno e tra Pontedera, Pisa e Livorno (sebbene in questa ultima area persistano vaste aree a scarsa edificazione). 
Un classico esempio è la zona del Valdarno superiore a valle delle dighe di Levane e La Penna, che veniva naturalmente inondata in occasione dalle piene e dove sono stati costruiti degli argini per proteggere la pianura (e i nuovi insediamenti).

Colpisce soprattutto come le riprese aeree del territorio studiate dall’autorità di bacino dell’Arno documentino lungo il fiume e i suoi affluenti che tale urbanizzazione in aree a rischio si sia sviluppata soprattutto tra il 1967 e il 1974 (e quindi in un momento in cui non si può dire mancasse la “memoria storica dell’accadimento”), ed è comunque continuata ancora fino al 2011, quando con la legge regionale 11 la Regione Toscana ha finalmente emesso il divieto di edificazione nelle aree a pericolosità idraulica molto elevata. 
Vale la pena di notare che oltre a un pò di manutenzione, l'unico provvedimento realmente efficace fatto nell'immediato del '66 fu l'abbassamento delle platee del Ponte Vecchio e del ponte Santa Trìnita a Firenze, che ha trasformato quella che era una drammatica strozzatura in uno dei tratti dell'asta fluviale a maggior portata. 
Da questo scempio non sono stati risparmiati neanche i bacini degli affluenti: ad esempio, secondo il piano di regimazione idraulica del bacino dell’Arno edito nel 1999, tra il 1975 e il 1995 circa nel sottobacino della Greve c’è stata una riduzione media del 20 % delle aree golenali. 

Questo processo inoltre è avvenuto in maniera disordinata, con i vari comuni che non si parlavano fra di loro e quindi senza coordinamento alcuno.

Un altro fattore di rischio è costituito dallo spopolamento dei versanti montani e collinari che ha portato all'abbandono diffuso o dalla trasformazione delle sistemazioni idraulico - forestali ed idraulico - agrarie delle zone di collina, aggravando sensibilmente i problemi del territorio a valle. Il cattivo funzionamento delle sistemazioni (per carenza di manutenzione o per mancato raggiungimento degli obiettivi progettuali) è infatti causa della velocizzazione delle acque e, quindi, della diminuzione dei tempi di corrivazione e della maggiore energia delle piene
Alle inefficienze strutturali del settore pubblico si deve aggiungere anche che il rischio è aumentato per scarsa e insufficiente manutenzione delle opere idrauliche e delle sponde a causa di vari motivi, fra cui certamente quello riguardante il succedersi nel tempo di diverse competenze idrauliche e la mancanza di finanziamenti adeguati

RIASSUMENDO: il grosso problema che si è venuto a creare specialmente dal dopoguerra nel bacino dell'Arno è l’incremento del coefficiente di deflusso (rapporto tra deflussi e afflussi) a causa di:

- drastici cambi nell’uso del suolo (copertura dei suoli con l’edificazione in pianura e spopolamento dei versanti) che hanno provocato la riduzione del tempo di corrivazione, tempo necessario alle acque meteoriche che cadono nel punto più lontano del bacino per raggiungere la sezione di interesse
- riduzione della capacità di trattenere le acque in zone in grado di contenere momentaneamente le acque di piena e consentirne un rilascio graduale

Ma soprattutto si può dire una cosa: una ripetizione attuale del 1966 porterebbe dei danni molto più gravi di allora al tessuto civile, industriale e commerciale di quell’evento.
Il problema non è capire SE una nuova alluvione colpirà il bacino dell’Arno, ma QUANDO succederà.
Si spera che succeda dopo che, grazie ad una inversione di tendenza dell'azione politica, saranno entrate in funzione le casse di espansione oggi in realizzazione o in progetto, che comunque risultano ancora insufficienti, soprattutto per la parte del fiume a valle di Firenze.


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