domenica 4 aprile 2010

Letto e consigliato: "Gli ultimi Neandertal"

Ho appena finito di leggere “Gli ultimi neandertal” (edizioni Boopen, € 14.00), un libro piuttosto interessante scritto da Lorenzo Rossi, il curatore del sito www.criptozoo.com  che si occupa appunto di criptozoologia.
Fondata dallo zoologo belga Bernard Heuvelmans, la criptozoologia studia specie animali di cui non esistono prove certe sulla loro esistenza, che però viene dedotta da indizi indiretti. Fondamentalmente ci sono due categorie di animali, quelli che sono ufficalmente estinti in una certa area, come la la Lince in Italia di cui si continua a mormorarne l'esistenza da numerosiindizi ma senza ancora averne vista una, oppure animali dichiarati estinti come il Tilacino, di cui secondo alcuni ci sarebbero ancora degli esemplari superstiti in Tasmania.

Poi ci sono animali mitici come il mostro di Loch Ness o il Mokele Mbembe delle foreste africane (di questi e di altri animali mitici e del loro significato ne avevo parlato qui).

Ho sempre visto queste cose e questi personaggi, che spesso si muovono al confine fra la scienza e la fantasia con un certo distacco, vista la mia naturale diffidenza nei confronti di chi va contro l'"ortodossia" (pur essendo sempre attento alle novità che spesso rivoluzionano la conoscenza).

Invece, dopo aver esaminato alcuni documenti sono convinto che i criptozoologi non vanno confusi con ufologi e compagnia bella, avendo delle intenzioni rigorosamente scientifiche. Oltretutto qualche volta hanno avuto ragione: cito ad esempio il caso del Calamaro Gigante, oppure quello dell'Okapi (scoperta avvenuta prima che venisse coniato il termine criptozoologia). Ed è vero che di recente è stata persino scoperto un nuovo primate oltre a diverse specie di mammiferi.

Uno dei campi più classici della criptozoologia è la questione degli esseri simili all'uomo ma più grandi come Yeti, Almas o di Bigfoot (che preferisco chiamare Sasquatch, con il nome originale autoctono).

Il soggetto del libro è appunto la ricerca di Neandertaliani residui ancora viventi.
Ci sono una serie di studiosi che sostengono la possibilità dell'esistenza - ancora al giorno d'oggi - di nuclei di questi uomini primitivi nei monti dell'Asia Centrale o nel Caucaso. Portano a loro credito delle testimonianze dirette di persone che asseriscono di averli visti e qualche oggetto, come un pelo trovato sempre nel Caucaso.

Eì una ipotesi che personalmente trovo molto, ma molto improbabile se non impossibile, anche se io penso che le leggende di Almas, Yeti e Sasquatch possano davvero avere le loro radici nell'incontro fra i nuovi colonizzatori sapiens e neandertaliani residui che si erano rifugiati sui monti intorno alle terre strappate loro dai nuovi venuti (nel libro Rossi smentisce questo a proposito dello Yeti). Ne avevo parlato qui.

Il libro è scritto in maniera molto gradevole, anche se la lettura non è facilitata dalla grafica, forse troppo spartana.

Uno sguardo sommario al titolo (o a quanto ho appena scritto) potrebbe indurre qualcuno ad accostare a “Gli ultimi neandertal” i libri scritti da ufologi o teorici dell'esistenza del triangolo delle Bermude e quant'altro o semplicemente a Roberto Giacobbo e il suo terribile Voyager, tutta gente pronta a fare grandi teorie universali da un minimo indizio (di solito sballato....).

Niente di più sbagliato (e offensivo verso il nostro autore)

Rossi è un vero criptozoologo nel senso che è scientificamente rigorosissimo: ammette che esistono tutta una serie di indizi, sia materiali che a livello di testimonianze, ma che non c'è nessuna prova certa. La sua “prudenza” raggiunge livelli sbalorditivi, come ad esempio nel caso di Flores, l'isola nota per la scoperta di una popolazione residua riferibile a Homo Erectus caratterizzata da nanismo insulare (il famoso Homo floresensis, soprannominato Hobbit) che sicuramente era ancora presente 13.000 anni fa. Cita una leggenda locale in cui si parla degli “Ebu Gogo”, piccoli uomini che vivevano in una caverna. Ebbene, si rifiuta categoricamente di dichiarare che con certezza la leggenda si riferisca veramente agli Hobbit recentemente scoperti.

Questo ne fa un autore diverso, molto diverso, da quella massa di soggetti che scrivono proprio quello che lettori creduloni vogliono leggere. 

Il libro comincia con una bella introduzione sul “mito dell'uomo selvaggio”, e poi parla, anche qui in maniera molto rigorosa (cosa piuttosto difficile a farsi, visto l'argomento...), della vicenda dell'uomo del Minnesota, evitando di prendere posizione sulla realtà o no del reperto.

Poi passa, in un filo molto logico, a descrivere i Neandertal, proseguendo con testimonianze e indizi della presenza di loro remoti discendenti in Asia, per poi trarre la conclusione che, appunto, di indizi ce ne sono diversi indizi ma nesuna prova certa.

Da ultimo passa in rassegna anche ipotesi alternative per gli avvistamenti, quali orsi o altro e riprende la questione dell'uomo del Minnesota (che per me rimane una truffa bella e buona, "al solito" Rossi si limita ad elencare fatti e persone, senza trarre conclusioni...). Aggiungo che oltre a parlare per “sentito dire” l'autore è anche andato personalmente in Asia per approfondire la questione.

Una annotazione sulla copertina: è una riproduzione della figura di un “uomo barbuto” dipinta nella grotta di Isturitz, nei Pirenei dai primi sapiens (cultura Aurignaziana). Potrebbe essere davvero l'unico ritratto esistente di un neandertaliano, databile a circa 30.000 anni fa,in quanto profondamente diversa dalle altre riproduzioni che di se stessi avevano fatto i cro-magnon autori dei dipinti (nella stessa grotta ci sono altre possibili raffigurazioni di neandertaliani).

Complessivamente direi che è un libro quindi molto interessante perchè parla di una serie di eventi sconosciuti al grande pubblico (ma anche agli stessi cultori dell'antropologia) tentandone un inquadramento. Sicuramente direi che ha ampiamente meritato i 14 euro (più le spese di spedizione) stanziati per l'acquisto.

Un appunto: il libro è ordinabile sul sito www.criptozoo.com

giovedì 1 aprile 2010

Lo strano andamento delle temperature di Mimas, un satellite di Saturno


Mimas è un satellite di Saturno, il settimo per grandezza. Noto fin dalla fine del '700 (una delle tante scoperta del grande astronomo tedesco naturalizzato inglese Herschel), ha un diametro di circa 400 km, una densità è poco superiore a quella dell'acqua (1,15) e mostra una caratteristica tipica sulla sua superficie: un cratere di ben 130 km, denominato proprio "Herschel", i cui bordi sono alti quasi 5 Km, che la fa assomigliare alla celebre “stella morta” di Guerre Stellari.

Come altre lune del pianeta dagli anelli, mostra di avere una certa attività superficiale.

La missione Cassini non poteva non occuparsi di Mimas. Nell'ultimo fly-by avvenuto il 13 febbraio scorso ad una distanza di poco meno di 10.000 km, la navicella spaziale ha scattato diverse foto che hanno rivelato grandi variazioni superficiali nel ghiaccio che ricopre il satellite. La prima immagine è stata ottenuta unendo 3 fotografie scattate rispettivamente nell'ultravioletto, nel verde e nell'infrarosso, allo scopo di amplificare visivamente le differenze esistenti. Si vede abbastanza chiaramente il cratere Herschel e le zone immediatamente adiacenti. L'ipotesi più probabile è che i colori marchino delle differenze nella composizione della superficie del satellite.

Ma questa immagine non è poi così clamorosa rispetto a quella successiva, che è stata ottenuta con lo spettrometro ad infrarossi, capace di esaltare le differenze di temperatura.

Un corpo celeste “tipico” ha una distribuzione delle temperature in cui le massime sono raggiunte all'equatore e le minime ai poli, con in ogni punto il picco superiore nel primo pomeriggio. Ebbene, Mimas ha un andamento di questi valori completamente diverso.
Detto che – data la lontananza dal Sole – il clima su Mimas non è propriamente “caldo e afoso”, ma le temperature oscillano intorno ai 200° sottozero, non si era mai vista una cosa simile. La ripresa ci fa vedere che i valori massimi si hanno sia nel cratere Herschel che soprattutto in una mezzaluna che lo circonda e non di pomeriggio ma al mattino.

L'effetto ricorda quello del noto “pac-man” mentre si mangia un punto e visto che i parametri orbitali di Mimas sono normali, indubbiamente c'è qualcosa di strano.

La parola d'ordine al Southwest Research Institute in Boulder, in Colorado è quindi capire come mai in quella fascia la temperatura è di circa -181°, nel cratere Herschel -189° e nel resto del satellite -196°.
La spiegazione per quanto riguarda il cratere può essere un effetto delle pareti molto alte che lo delimitano e costituiscono in qualche modo luna trappola per il calore,

Ma la fascia esterna?
John Spencer, uno scienziato che lavora proprio sullo spettrometro a infrarossi di Cassini sospetta che le temperature differenti siano una spia di una differenza nella tessitura superficiale, come se ci fossero due tipi di “neve”, una vecchia densa e una più recente composta da polvere caduta “di recente” (astronomicamente parlando). Il ghiaccio denso infatti trasmette meglio il calore verso l'interno, mentre la polvere ha delle maggiori capacità isolanti e lo trattiene meglio.

In questo caso la spiegazione è che l'impatto che ha creato il cratere Hershel abbia fuso il ghiaccio superficiale o che si sia formata una nuvola di ghiaccio che è ricaduta più in là ricoprendo con della polvere la superficie ghiacciata preesistente.

La spiegazione appare convincente ma qualcuno avanza dubbi: Mimas attira su di se parte del materiale dell'anello E di Saturno, come può quindi essersi fissata una situazione come questa?

C'è quindi chi avanza un'altra spiegazione e cioè la presenza più in quella fascia che altrove di particelle silicatiche di provenienza meteoritica.

Quindi l'unica cosa sicura è che le differenze termiche dimostrano differenze nella struttura e/o nella composizione della superficie di Mimas. Ma come queste possano continuare a sussistere in una superficie che viene continuamente ricoperta da altro materiale (quello proveniente dall'anello E) non è ancora chiaro.

martedì 30 marzo 2010

Gli USA e le scorie nucleari: un problema ancora da risolvere

Mi riallaccio al post che ho scritto poco tempo fa sul caso di Yucca Mountain, il sito Usa prescelto come deposito delle scorie nucleari, perchè ci sono delle novità.

Come ho già detto, non sarei “pregiudizialmente contrario” al nucleare, ma solo ed esclusivamente se si trova soluzione al problema delle scorie. In effetti le ricerche sono tese a trovare la “nuova generazione” di impianti nucleari che andrebbe definita così: nuovi reattori che sfruttino un combustibile diverso per il quale venga approntata una nuova filiera con il risultato di avere scorie meno pericolose e, soprattutto, riprocessabili e che non costringano a stoccare materiale che rimane altamente radioattivo per centinaia di migliaia di anni.

Innanzitutto Barack Obama ha dichiarato di voler ricominciare la costruzione di centrali nucleari, spiazzando un po' gli antinuclearisti italiani, che non l'hanno presa molto bene.
C'è però una significativa differenza fra il caso americano e la nostra italietta nella quale si parla di nucleare senza accennare da parte dei proponenti al problema delle scorie. In USA la questione è fondamentale e addirittura è l'unico punto in cui nuclearisti e antinuclearisti di oltreoceano sono completamente d'accordo fra di loro, il che è tutto dire...

Veniamo al punto. Obama avrebbe anche deciso di chiudere definitivamente il progetto Yucca Mountain che nel caso è stato veramente uno spreco colossale di risorse (10 miliardi di $ fino ad oggi, più altri 200 mln previsti per il 2010). Le perplessità sulla reale sicurezza geologica dell'area probabilmente sono state prese in considerazione più della “naturale” opposizione degli abitanti “vicini” (le virgolette sono d'obbligo, confrontandoci con la nostra situazione: il luogo “civile” più vicino è Beatty, 1500 abitanti a quasi 50 km di distanza. Segue Indian Springs, 1300 abitanti, che dista circa il doppio. Las Vegas è a 150 km...).

La questione delle scorie rimane aperta e l'amministrazione presidenziale ha annunciato che se ne occuperà un comitato di cui faranno parte addirittura figure storiche sia democratiche che repubblicane del National Security Counsil, il consiglio per la sicurezza nazionale, il principale organo utilizzato dal Presidente per esaminare la sicurezza nazionale e le principali questioni di politica estera.
Il livello dei componenti della commissione è quindi una significativa dimostrazione di quale importanza viene data al problema dall'amministrazione americana. Le conclusioni dovrebbero arrivare entro l'autunno 2011.

Intanto sembra che al Congresso verrò presentata una mozione bi-partizan in cui verrà chiesto di continuare per adesso i lavori a Yucca Mountain.

Il problema da risolvere è che in questo momento ci sono 90.000 tonnellate di scorie sparse per il Paese (che aumentano al ritmo di 2.000 ogni anno) e tenere tutti questi siti aperti non è più una opzione percorribile.

Oltretutto i fusti in cui viene stoccato il materiale sono garantiti per 90 anni e quindi in qualche modo o la loro sicurezza verrà estesa o fra qualche decina di anni si porrà il problema di cosa farne.

Complessivamente in tutto i siti con depositi di scorie radioattive negli USA sono un centinaio, di cui una buona parte è a Hartford, nello stato di Washington, dove più che per il civile c'è stata una grande attività per la produzione di armi nucleari. Lì le scorie sono state sepolte nel terreno con un sistema di smaltimento poco sicuro: erano stati immersi nel petrolio, mentre adesso è prevista la loro vetrificazione. Pertanto dovranno essere riprocessate pure scorie vecchie di 50 anni e oltre.

Per dare un'idea delle dimensioni di quest'area, la sua superficie è 1500 kmq (per un raffronto, l'Isola d'Elba è 225 Kmq...)

Nel caso, altamente probabile, che il progetto Yucca Mountain venga fermato, si aprirà il dibattito su un suo uso, anche perchè ci sono migliaia di posti di lavoro in ballo. E la cosa, in pieno deserto, non è facile....

per quanto riguarda l'Italia, appare quindi sempre più urgente capire quale sarà il destino delle scorie provenienti dalle nuove centrali da costruire, quante ce ne sono di vecchie e dove sono andate quelle che non sono più nei vecchi siti provvisori di stoccaggio (ma in Italia spesso “provvisorio” diventa “definitivo”). Spero che evitino di farlo in una miniera di sale in Sicilia:i tedeschi lo hanno fatto, ma bisogna considerare sia lo spessore molto maggiore delle evaporiti permiane dello Zechstein sia la calma piatta della tettonica della zona.


Da ultimo do una notizia che mi aveva sconvolto quando l'ho saputa: una persona sicuramente attendibile mi ha detto che aveva sentito parlare del progetto di un sito di stoccaggio di scorie nucleari in una miniera di sale in Sicilia. Ne conclusi che probabilmente qualcuno aveva visto i siti di stoccaggio tedeschi nelle evaporiti permiane dello Zechstein, che però sono molto più spesse e soprattutto in una zona tettonicamente molto calma.

Ho effettuato delle sommarie ricerche in rete e gira la voce che, purtroppo, non solo hanno intenzione di farlo, ma, lo avrebbero già fatto da almeno una quindicina d'anni, perlomeno nella miniera di Pasquasia (Enna)
Ne parlano siti autorevoli, ma tutto quello che scrivo qui viene scritto con il beneficio del dubbio visto che le autorità negano il tutto

In questa zona nel 1992 sarebbe stata chiusa improvvisamente una importante miniera di zolfo per crearvici una discarica di scorie radioattive di basso e medio livello. Si mormora pure di un incidente con dispersione di Cesio.
In una pubblicazione la Provincia di Enna smentisce tutto. Però basterebbe una visita al sito per chiudere il cerchio, visita che sembra sia stata impedita.

Se il condizionale si trasformasse in un indicativo non avrei parole...
spero non sia vero...

lunedì 29 marzo 2010

Finalmente alla ribalta il più grande fra i vulcani sommersi nel Tirreno, il Monte Marsili

Oggi è una grande giornata per la vulcanologia italiana: finalmente il grande pubblico, apparentemente distratto dalle vicende elettorali, ha scoperto l'esistenza del Monte Marsili, il vulcano gigante del Tirreno sudorientale. Tanti sono i siti che oggi ne parlano, spesso con un copia - incolla dell'intervista di Enzo Boschi sul Corriere della Sera, che ho trovato grazie alla segnalazione di un lettore, PiT e che ha scatenato il putiferio. 

In realtà, salvo poche cose, Boschi descrive fatti che erano stati già appurati nel 2006, ma la novità è che stavolta proclama davvero a sua volta la necessità di un'attento monitoraggio del vulcano. Resta comunque ampiamente giustificata la richiesta di attenzione.
Io avevo già parlato del monte Marsili due anni fa in questo post, nel quale segnalavo la necessità di un servizio di sorveglianza di base anche su questo vulcano, per il potenziale rischio tsunami che gli si può associare, visto che l'unica volta che l'INGV lo ha monitorato dava come minimo segni di grande vitalità.
La cosa giunge nuova: solo nello scorso novembre il Dr. Boris Behncke della sede INGV di Catania, è stato ospitato da Erik Kemetti nel suo eccellente blog Eruptions, dove ha risposto a numerose domande sui vulcani italiani.
La mia domanda era sul perchè questo vulcano era così sconosciuto (lo stesso Behncke cita appena 3 lavori in materia). Riassumendo le sue parole lo scienziato gentilmente mi rispose che non era vero che il Marsili era ignorato, anche se era d'accordo sul fatto che ha ricevuto fino ad oggi poca attenzione e che comunque dalla missione del 2006 (quella citata nel mio post precedente, ndr) si vedeva che il vulcano, se non in eruzione, era quantomeno da considerarsi attivo.
Però, scopo dell'INGV è sorvegliare il rischio vulcanico a scopi di protezione civile (che garantisce una grossa quota dei finanziamenti dell'istituto).  E tra tutti i vulcani davvero pericolosi in Italia (niente a che vedere con esempi mostruosi come Vesuvio, Campi Flegrei, Vulcano, e forse anche i Colli Albani), non si può considerare il Marsil una priorità, anche se lo trovava un interessantissimo oggetto di studio.
Troverete qui tutte le domande e le risposte di Behncke

Questo solo a novembre scorso. Adesso la situazione è cambiata.Vediamo perchè.

L'INGV ha integralmente costruito in casa un nuovo sismometro a banda larga adatto a lavorare sul fondo marino, a cui è stato collegato anche un idrofono. Volevo già parlare di questo strumento perchè la tanto bistrattata comunità scientifica italiana è pur sempre capace di fare cose davvero egregie, purtroppo poco pubblicizzate, specialmente se non sfondano in televisione.

A luglio lo strumento è stato provato sul fondo del Tirreno, a oltre 3000 metri di profondità, e poi è stato posto in cima al Marsili, a quota -790. Come nel 2006 il vulcano ha dato segni di vitalità notevoli che purtroppo per la loro debolezza non sono rilevabili dalle troppo distanti stazioni a terra.

In futuro di questi strumenti ne saranno costruiti altri, permanentemente posati sul fondo marino e che trasmetteranno a terra i dati in continuo tramite delle boe trasmettitrici. Sicuramente uno sarà destinato proprio al Marsili.
E veniamo a ieri quando Enzo Boschi, storica figura della sismologia italiana, ha rilasciato una intervista al Corriere della Sera dove segnala diversi problemi che possono venire dal vulcano, sotto il quale è stata definita la presenza di una camera magmatica di rispettabili dimensioni (4 X 2 Km). Non sono tanto i magmi a preoccupare, quanto le precarie condizioni delle pareti dell'edificio, sempre strutturalmente deboli di suo in un vulcano e nel caso pure minacciate dalle tante emissioni idrotermali. Fra i dati della campagna di osservazioni ci sarebbero proprio anche forti segnali di due eventi franosi.

Inutile dire che il rischio frane è direttamente correlato al rischio tsunami. Tutte le isole vulcaniche presentano questo rischio e non solo durante le eruzioni. Anche una grossa parte dell'Etna è franata provocando un violento maremoto parecchi millenni fa. Alcuni massi in posizione strana in Alaska sono stati addebitati a frane avvenute nelle Hawaii.

Poi Boschi prosegue, contraddicendo Behncke (e la realtà dei fatti) quando afferma che il Marsili è da anni un sorvegliato speciale. Non è del tutto vero, anche se, comunque, sapendolo attivo, hanno approfittato per collaudare il sismografo proprio lì, azione che condivido totalmente.

La conclusione è che sono perfettamente d'accordo con Enzo Boschi: il Marsili va monitorato con attenzione, cosa che io sostengo da un bel pezzo: sismicità, analisi delle emissioni, topografia delle vene, flusso di calore.... Certamente la cosa più difficile è capire se da qualche parte ci sia una parete che sta per franare. Però è una cosa urgente. Le probabilità che avvenga un disastro sono estremamente scarse, ma è sempre meglio prepararsi

Comunque non capisco perchè Boschi abbia aspettato tanti mesi a fare queste dichiarazioni, visto che a novembre Behncke aveva escluso la necessità di monitorarl.
Se però questo passo servirà a trovare i soldi per monitorarlo... ben venga!

Aspetto la pagina sul Marsili sul sito dell'INGV!

giovedì 25 marzo 2010

Le grandi estinzioni di massa spiegate con gli espandimenti basaltici

Mi riallaccio al post che avevo scritto giusto un anno fa sull'argomento perchè della vicenda se n'è parlato parecchio negli ultimi giorni.
Le estinzioni di massa hanno sempre messo a dura prova geologi e biologi ed è sempre stata motivo di scontro fra diverse ipotesi e persino negata da alcuni creazionisti che addirittura sostengono che il biblico racconto di Giona si riferisca ad un diplodoco. Il problema fondamentale è che accadimenti simili non possono essere spiegati con il principio dell'attualismo, nel senso che in quei momenti ci sono stati dei fenomeni particolari, non comuni nella storia del nostro pianeta.

ASTEROIDE O VULCANISMO? SI RIAPRE LA QUERELLE. L'estinzione più studiata e dibattuta (anche se non la più violenta) è quella della fine del cretaceo, che ha permesso ai mammiferi di passare al vertice della catena biologica scalzando i dinosauri.
Per spiegarla è stato evocato tutto, dalla mano di Dio a malattie, variazioni climatiche etc etc. Alla fine la competizione darwiniana su queste idee ne ha lasciate in piedi solo due, le “più adatte” a spiegare i motivi della catastrofe: l'asteroide e le eruzioni del Deccan, avvenimenti entrambi che si sono svolti proprio in quel particolare momento
Purtroppo il dibattito è un po' viziato dai preconcetti di chi “crede” (nel pieno senso della parola!) ad una ipotesi piuttosto che all'altra, e non mi riferisco soltanto agli Alvarez, i primi ideatori della teoria dell'asteroide. Come dice anche un mio amico molti “credono” nell'una o nell'altra ipotesi, rifiutando persino di considerare attendibili le possibili prove del campo avverso.
Si comincia con un articolo su Science in cui un pool internazionale di ricercatori in base a dati geochimici, paleontologici e geofisici conferma che la caduta dell'asteroide ha provocato il disastro.
A questi rispondono altri ricercatori capitanati da Michael Prauss dell'Università di Berlino, secondo i quali nei sedimenti texani che hanno esaminato si evidenziano grossi cambiamenti climatici preesistenti all'impatto dell'asteroide. Quanto alla causa, la indicano nelle eruzioni basaltiche che all'epoca stavano formando i trappi del Deccan'.

I PROBLEMI DELLE DUE IPOTESI. L'impatto è sicuramente anteriore al K/T e nessuno può dubitare che il cratere ci sia e abbia un'età quantomeno vicina a quella dell'evento. Ma i sostenitori di questa ipotesi devono affrontare alcune questioni:
- alcune ricerche dimostrerebbero che l'impatto di Chuxchub (si scrive così???) sia avvenuto un po' prima dell'estinzione (c'è chi parla di 300.000 anni prima). Il che è un ostacolo notevoli per chi sostiene una catastrofe biologica immediatamente posteriore allo schianto.

- la fine del Cretaceo è stato un periodo piuttosto difficile per la vita, in particolare per quella marina: il livello dei mari si è innalzato e si sono formati una serie di bacini marini poco profondi in cui la circolazione delle acque era molto difficile, come l'odierno Adriatico. Questo ha avuto delle grosse ripercussioni su tutta la catena biologica delle piattaforme continentali, colpendo per esempio le ammoniti, in grave difficoltà di suo nel Cretaceo Superiore e sicuramente ha diminuito l'area a disposizione degli animali terrestri, segnatamente quella delle zone umide vicine al mare, notoriamente fra le più ricche di vita, almeno prima della colonizzazione umana e delle bonifiche.

- a Gubbio, come avevo già segnalato, nella famosa serie del Bottaccione ci sono due livelli di sedimenti simili a quello corrispondente al K/T e che sono correlati a due AOE (eventi anossici oceanici). 
Entrambi sono coevi a due piccoli picchi di estinzione di specie, cioè a delle estinzioni di massa “minori”, sempre avvenuti nel cretaceo e per la precisione nell'aptiano (“livello Selli”), e al limite cenomaniano – turoniano (“livello Bonarelli”). Sono stati attribuiti a fasi in cui un forte vulcanismo ha pesantemente alterato la composizione dell'atmosfera. Possibile allora che il livello simile, corrispondente al K/T, abbia un'origine diversa?

- Passiamo agli animali: come fa notare sotto pseudonimo un noto geologo su paleofox gli anfibi sono passati indenni e gli Aracnidi, che sono in cima alla piramide alimentare nel "microcosmo", pure. Vista la sensibilità al problema dell'acidità delle acque e degli UV tipica degli anfibi la cosa appare quantomeno contrastante.
Come gli anfibi, sono sopravvissuti coccodrilli e tartarughe acquatiche. Quindi sembra che gli ambienti umidi di fiume siano stati risparmiati, nonostante le piogge acide che sarebbero state innescate dall'impatto.

I sostenitori dell'origine vulcanica devono invece confrontarsi con le sferule e con l'anomalia nell'iridio presenti nei sedimenti dell'epoca. C'è chi sostiene che entrambi i fenomeni possono essere spiegati dalle eruzioni e addirittura i ricercatori canadesi Turgeon e Creaser hanno trovato l'anomalia dell'iridio anche nel “livello Bonarelli”. Quanto alle sferule, le stesse sono eruttate attualmente dal vulcano Piton de la Furnace, un vulcano nell'Oceano Indiano posto dove ora la zolla indiana sta passando sopra al punto del mantello terrestre in cui è situato il pennacchio caldo che 65 milioni di anni fa dette origine ai trappi (all'epoca la crosta dell'India passava proprio sopra quel punto). 
Alti valori di iridio sono stati misurati pure nelle lave del Kilauea, nelle Hawaii, il cui vulcanismo ha un meccanismo di formazione simile a quello dei Trappi.
Poi, aggiungo, siccome il meteorite è cascato davvero, potrebbero anche provenire da quello senza che però sia stato proprio lui ainnescare il disastro.

CONFRONTO FRA LE VARIE ESTINZIONI DI MASSA ALLA RICERCA DI UN DENOMINATORE COMUNE. Per capire l'origine delle estinzioni di massa occorre confrontarle fra loro e capire se c'è un unico comun denominatore. Ed è stato trovato: la formazione contemporanea agli eventi dei LIP (large igneous provinces), espandimenti basaltici improvvisi o quasi come appunto quelli del Deccan,

Nel Permiano medio ci sono tracce di una estinzione generalizzata (estinzione guadalupiana). Contemporaneamente si nota la deposizione di una forte copertura basaltica in quella che oggi è la Cina meridionale, che ha formato la cosiddetta Emei Shan flood basalt province. Queste eruzioni sarebbero avvenute in un mare poco profondo.

La cosiddetta “madre di tutte le estinzioni” è quella alla fine del Permiano. Negli ultimi anni è stata addebitata a un riscaldamento della Terra con l'interruzione della circolazione oceanica o alla emissione di gas dal bacino dello Zechstein, un enorme lago salato che si estendeva tra le attuali Gran Bretagna, Germania Settentrionale e Polonia le cui emissioni di gas idrogenati (cloroformio, tricoloroetilene ed altri), avrebbero avvelenato l'atmosfera; idea a prima vista fantasiosa ma venuta alla luce perchè dei depositi salini hanno davvero emesso questi gas. Però notiamo come alla fine del Permiano ci sono state le eruzioni dei Trappi siberiani, che rappresentano il più grande plateau basaltico conosciuto. Formatisi in un tempo molto ristretto, tra 248 e 250 milioni di anni fa, coprono una superficie di 25 milioni di kmq, cioè 3 volte gli Stati Uniti: è come se uno spessore di 3 metri avesse coperto tutto il globo terrestre. Sotto ai trappi ci sono dei forti spessori di evaporiti, per cui la dispersione in atmosfera di composti venefici come cloroformio e altri alogenati sarebbe stat causata dall'interazione dei magmi con le evaporiti. Quindi si spiegano così e non con rilasci dallo Zechstein i livelli ricchi in questi composti trovati nei sedimenti dell'epoca in diverse parti del mondo.

Anche l'estinzione di fine Triassico è contemporanea all'effusione di grossi espandimenti basaltici, quelli della Provincia Magmatica dell'Atlantico Centrale, precursori dell'apertura dell'Oceano Atlantico. Diffusi tra USA sudorientali, Africa Occidentale e America Meridionale, in Amazzonia i basalti si sono intrusi in una serie di evaporiti

Quanto al K/T i basalti del Deccan, è quasi certo che al di sotto vi siano evaporiti: i magmi hanno tracce di contaminazioni crustali.

Un espandimento basaltico è corrispondente anche al limite Paleocene – Eocene. Nell'occasione le coperture hanno interessato alcune zone attorno all'Atlantico Settentrionale, tra Groenlandia e Gran Bretagna, probabilmente correlato alla apertura di questo braccio oceanico.
In questo caso c'è stata una forte estinzione di foraminiferi bentonici.

LE ESTINZIONI SONO COLLEGATE ALLE LIP?. Da questi dati appare chiaro che tutte le estinzioni di massa almeno dal Permiano in poi coincidono con la formazione di grossi espandimenti basaltici, che sono spesso collegati a evaporiti. Nel caso dell'Emei Shan invece i sali potrebbero direttamente essere quelli dell'acqua marina. 
E' interessante capire l'associazione fra le due condizioni. La soluzione più semplice è che gli espandimenti basaltici arrivano in superficie grazie a zone in cui la crosta è indebolita, e le zone di rift (anche molto vecchie) sono quelle più indicate da questo punto di vista. E nelle zone di rift è facile che ci siano evaporiti.

La correlazione fra espandimenti basaltici ed estinzioni sembrerebbe quindi acclarata, però i sostenitori dell'impatto meteoritico non demordono e anzi nasce una nuova linea di pensiero: un impatto particolarmente forte porterebbe alla formazione di un espandimento basaltico più o meno nella parte opposta della Terra. Un team dell'università dell'Ohio avrebbe trovato infatti un cratere molto grande in Antartide: sarebbe vecchio di 250 milioni di anni e in posizione opposta a quella della Siberia del tempo.

Però non mi pare che 65 milioni di anni fa il Deccan e lo Yucatan fossero in simili condizioni. Allora, potrebbe davvero essere un caso che il meteorite abbia colpito lo Yucatan proprio in corrispondenza o quasi di una estinzione di massa? Bisognerebbe dire che statisticamente sia difficile. Eppure è probabile che sia così.

domenica 21 marzo 2010

Le Scienze della Terra per la rivista "Le Scienze" sono una cosa minore?

Quasi due anni fa ci fu il 40° anniversario della illustre rivista italiana, nata grazie ad una intuizione di un editore intelligente come Carlo Caracciolo e pochi altri e seguita poi da altre consorelle in giro per il mondo,. Per festeggiarlo fu preparato un numero speciale nel quale erano contenuti alcuni articoli (12) "significativi" apparsi sulla rivista.
Segnalai anche io l'iniziativa con un post in cui mi avevo osservato che fra quelli prescelti  non c'era nessun articolo sulle Scienze della Terra. Eppure un articolo come "La deriva dei continenti" di John Tuzo Wilson ci sarebbe stato proprio bene (nel post feci un pò di confusione, chiamandolo "la tettonica a zolle crostali" che invece è il titolo di un articolo successivo ad opera di un altro grande scienziato quale John Fitzgerald Dewey).


Adesso ci risiamo. La rivista presenta una nuova iniziativa editoriale "Beautiful minds. Gli scienziati raccontano la storia della scienza". 20 titoli che spaziano dai geni della antica Grecia a astronomia, fisica, matematica, astrofisica, chimica, informatica, biologia.
Ancora una volta mancano le Scienze della Terra.
Personalmente trovo assolutamente ingiustificata questa assenza. Eppure se  non sono molto antiche (ma l'informatica allora?) le Scienze della Terra hanno ovviamente contribuito più di altre alla scoperta del pianeta su cui viviamo. Dalla diatriba sul significato dei fossili, agli studi di Stenone, alla lotta fra catastrofismo (che gli accoliti del vicepresidente del CNR vorrebbero riportare in auge) e gradualismo culminata con il Principio dell'Attualismo e i "Principles of Geology" di Charles Lyell, per arrivare finalmente ad una teoria unificatrice di tutti i fenomeni geologici come la tettonica a zolle ci sarebbero tantissimi spunti per parlare di grandi scienziati. O no?


Invece in questa iniziativa i lavori si raggruppano in questo modo:

- 6 su fisici (compreso uno sulla teoria delle stringhe, comprensibile solo ad una ristretta fascia di persone)
- 3 ciascuno su scienziati rinascimentali, matematici e biologi
- 2 sugli scienziati della Grecia antica
- 1 ciascuno per medicina, chimica ed informatica

Mi pare evidente che per "Le Scienze" contino solo fisica e matematica.

E questa è la e-mail che ho inviato al direttore del giornale e per conoscenza, alla Società Geologica italiana, alla Federazione delle Associazioni di Scienze della Terra, alla redazione della rivista Geoitalia e alla Società Italiana di Mineralogia e Petrografia

Caro Direttore,
leggo la vostra rivista da oltre 30 anni e molto volentieri ho parlato del quarantennale della rivista dedicandogli un post sul mio blog "Scienzeedintorni", post in cui ho ricordato l'importanza della vostra rivista nella mia formazione e perchè tutt'oggi, nonostante la enorme messe di più che autorevoli informazioni scientifiche che si trovano su internet, considero sempre necessario leggere "Le Scienze".
Nel contempo feci notare nello stesso post quella che mi sembrava essere una lacuna dell'iniziativa: la mancanza fra quelli scelti nella selezione di articoli storici apparsi nella vostra rivista di un lavoro sulle Scienze della Terra.

Adesso appare una Vostra nuova interessante iniziativa editoriale ("Beautiful minds") e noto che - come avvenne in occasione del numero dei 40 anni - le Scienze della Terra non sono assolutamente considerate. Eppure secondo me anche la Geologia e le sue sorelle hanno diritto ad essere considerate delle conquiste per l'umanità. Perchè non parlare di Charles Lyell e la affermazione dei gradualisti contro i catastrofisti? Non pensate che altri pensatori oltre a Darwin hanno combattuto, come fece anche a suo tempo Galileo, per conquistare una visione della realtà del nostro pianeta basata su quello che si vede e non su credenze e superstizioni non scientifiche?Perchè non parlare del cammino che portò 30 anni dopo il libro di Wegener alla formulazione di una "teoria unificatrice" dei vari fenomeni geologici come la Tettonica a Placche?
Non nego certo l'importanza  degli scienziati di cui parlerete nella inziativa, per carità. Annoto solo che c'è una forte disparità di trattamento fra le varie discipline scientifiche.

Sono veramente dispiaciuto per quella che mi sembra una grave lacuna e mi piacerebbe saperne i motivi.

EDIT: RISPOSTA DI MARCO CATTANEO

Oltre al commento del Presidente della Società Geologica Italiana Carlo Doglioni visibile nei commenti al post, mi ha risposto personalmente Marco Cattaneo, direttore di Le Scienze, che mi autorizza a pubblicare la sua risposta. La posto direttamente qui sopra perchè abbia lo stesso spazio della mia domanda.


Caro Carlo (Doglioni, NdR), gentile dr. Piombino,

                                                                            anzitutto permettetemi di segnalarvi che, sebbene abbia la collaborazione di "Le Scienze", l'iniziativa "Beautiful Minds" non ci ha direttamente coinvolti in fase di scelta degli argomenti. Mi era stata chiesta un'opinione, e avevo segnalato alcune mancanze, indicando tra l'altro Wegener come un possibile candidato a sostituire alcuni titoli su cui avevo parecchie perplessità. Ma il mio parere non era vincolante, ovviamente.


Detto questo, sono d'accordo con molte osservazioni. Nel caso del nostro numero "extra" per i quarant'anni, fino all'ultimo avevo tenuto in considerazione un vecchio articolo sulla scoperta delle dorsali oceaniche, che chiudeva il cerchio della tettonica a placche, ma poi abbiamo rinunciando, forse privilegiando qualche Nobel in più. E forse questo è uno dei problemi delle scienze della Terra, che non c'è un Nobel (dico in senso psicologico...), quindi finiscono troppo spesso nelle retrovie. È una mia ipotesi, un'interpretazione.


In ogni caso, non stiamo trascurando la materia sulla rivista, e spero che sapremo continuare a darle l'attenzione che merita.


Un caro saluto
Marco Cattaneo

venerdì 19 marzo 2010

Il vulcanismo della Toscana

Il sottosuolo dell’area di Larderello, dove fin dall'antichità erano noti i soffioni (ora più noti come Geyser) è uno dei più studiati al mondo e la ricerca di fluidi geotermici è ovviamente il fattore scatenante di queste ricerche. Recentemente la produzione di energia geotermoelettrica si è estesa al Monte Amiata.
Apparentemente la cosa può sembrare strana, visto che i geyser sono associati ai vulcani ed in Toscana di vulcani attivi a prima vista non ce ne sono. Ma solo a prima vista, perchè la Toscana è realmente teatro di una intensa attività vulcanica da quasi 8 milioni di anni. I numerosi corpi vulcanici, sia intrusivi che effusivi, inquadrata nella PMT (Provincia Magmatica Toscana) si sono formati in questo periodo e hanno anche rivestito un ruolo particolarmente importante nella storia umana per le mineralizzazioni a loro correlate, già sfruttate in epoca etrusca. Comunque verso il 1282 a Larderello ci sarebbe stata una eruzione vulcano-freatica che avrebbe formato un cratere, ora occupato dal lago Vecchienna.<
Il Monte Amiata è per adesso l'ultimo episodio della serie ed è effettivamente molto recente, dato che la sua attività è databile fra i 300 e i 180 mila anni fa; il calore geotermico che viene sfruttato è quello della sua camera magmatica, ancora a temperatura elevata.

A Larderello i fluidi geotermici si originano da una massa magmatica che circa 3,8 milioni di anni fa si è intrusa a bassa profondità nella crosta, senza arrivare in superficie e che non si è ancora del tutto raffreddata perchè fra essa e la superficie c'è un grosso spessore di argille impermeabili che ha impedito lo scambio termico guidato dall'acqua.

E che ancora il processo che ha portato alla formazione di questi magmi non si è concluso lo dimostrano i dati sul flusso di calore dall’interno della terra, che in Toscana Meridionale raggiunge valori fra i più alti di tutto il globo terrestre. Naturalmente si tratta di un valore medio dell'area che prescinde da quelli, straordinariamente elevati, che contraddistinguono le due aree geotermiche. Questo rivela che al di sotto della parte meridionale della regione il mantello terrestre è molto più vicino alla superficie del normale (circa 25 km) e la crosta è più sottile.

Tolte Gorgona e Pianosa le altre isole dell'Arcipelago Toscano sono di origine magmatica. Capraia in particolare è quello che resta di un grande vulcano attivo quasi 7 milioni di anni fa. Giglio, Montecristo e il Monte Capanne sull'isola d'Elba sono invece magmi solidificatisi all'interno della crosta ed esumati sia per l'erosione che per il cosiddetto “denudamento tettonico”, cioè una estensione della crosta che porta alla luce zone che erano sotto all'area che si è allargata.
Alla PMT sono stati recentemente assegnati anche il Monte Vercelli, una montagna sottomarina 50 km a sud del Giglio e, nel Lazio, il Vulcano della Tolfa, i Monti Cimini qualche altro piccolo centro. Il magmatismo laziale più noto (Bolsena, Colli Albani etc etc) ha prodotti ed origine significativamente diversi da quelli toscani.

I vulcani veri e propri, cioè le manifestazioni documentate di magmatismo subaereo, oltre a Capraia e Amiata, si trovano a Radicofani (ben visibile nella foto), la Tolfa, Torre Alfina, Roccastrada e San Vincenzo. Contrariamente a quelli della provincia laziale quelli toscani non hanno proceduto alla formazione di caldere, se si eccettuano i Monti Cimini. Quindi le eruzioni non hanno avuto l'effetto di svuotare la camera magmatica (che appunto sull'Amiata è ancora calda) e provocare il crollo della crosta sovrastante.

STORIA DEI MAGMI TOSCANI: tutto comincia dopo la collisione continentale tra il blocco sardo-corso e la microplacca Adriatica che ha generato l'Appennino settentrionale. Il primo episodio assimilabile alla PMT è a Sisco, sul “dito” della Corsica ed ha un'età molto antica: quasi 15 milioni di anni. Consiste di rocce un po' strane, i lamproiti,rocce provenienti dal mantellO Non tutti gli Autori sono d'accordo, soprattutto per la differenza di età, ad includere Sisco nella PMT. Generalmente si assiste ad uno spostamento verso Est dell'attività: per esempio 7 milioni di anni fa interessava la parte tirrenica (Capraia, Montecristo, monte Vercelli); 5 milioni di anni fa era all'altezza della costa attuale e 1 milione di anni fa l'attività si è spostata tra la Valdorcia e l'alto Lazio, ben all'interno della Toscana. In pratica hanno seguito a distanza il progradare della catena, che come è noto ha interessato nell'Oligocene le zone attualmente lungo la costa tirrenica e adesso si trova lungo l'attuale spartiacque appenninico.

I PRODOTTI MAGMATICI: i magmi della PMT sono un po' strani. Una buona parte mostra buone affinità con le serie shoshonitiche o calcacaline, tipiche di un ambiente di arco magmatico come il Giappone o le Ande, magmi che si formano nella crosta. Però oltre a questi ci sono altri magmi che raccontano una storia molto diversa: quella di liquidi provenienti dalle profondità del mantello.

Ci sono prove chimiche notevoli in molti apparati che addirittura questi due magmi si siano mescolati. Al Giglio poi si vede come alcuni filoni lamproitici di provenienza mantellica siano ben posteriori alla solidificazione della massa principale, che – a parte i fenomeni di ibridazione –, è un tipico prodotto di fusione parziale piuttosto spinta di una crosta continentale profonda.

INQUADRAMENTO GEOLOGICO: e qui si va sul difficile, non essendoci ancora un accordo generale fra i vari Autori, che seguono due linee di pensiero distinte

Alcuni propendono per un semplice meccanismo di arco – fossa, legato alla subduzione della crosta adriatica sotto quella toscana. E' una soluzione tettonicamente accettabile, anche se non spiega alcune cose, in particolare la mancanza di un vero e proprio bacino di retroarco (che non può essere certo il bacino provenzale, nato ben prima) e la associazione di magmi di anatessi crustale (fusione parziale della crosta) con altri di provenienza mantellica. Lo schema è quello della figura qui accanto.

Inoltre gli ultimi profili sismici hanno evidenziato più che una subduzione della litosfera adriatica sotto quella toscana che questi due settori, di cui quello toscano a “crosta assottigliata” sono piuttosto due zone adiacenti e che la tettonica di superficie è diversa da quella profonda.



Pertanto la soluzione che va per la maggiore adesso è che l'input alla formazione dei magmi della provincia toscana l'abbia dato la risalita del mantello superiore al di sotto della Toscana Meridionale. Questi, molto caldi, hanno a loro volta fuso parti della crosta sovrastante, che quindi hanno formato i prodotti granodioritici o riolitici della maggior parte dei corpi vulcanici toscani.

LA PARTICOLARE COMPOSIZIONE DEL MANTELLO SOTTO LA TOSCANA. I magmi mantellici toscani sono sicuramente a composizione basaltica ma rispetto ai basalti alcalini normali, tipici di zone a crosta sottile che sovrastano una risalita del mantello, hanno delle differenze notevoli nel chimismo, che per certi versi ricorda quello dei magmi crustali. Il fatto viene spiegato con una semplice considerazione tettonica: il mantello toscano è stato interessato per ben due volte in tempi recenti da due piani di subduzione, quello alpino diretto verso Est, a cui si è sommato quello appenninico diretto a ovest. La presenza di questi pacchi di materiale crustale spiega quindi i motivi di questa anomala composizione