martedì 19 gennaio 2010

il rischio sismico a Hispaniola: l'allarme per Port Au Priunce era stato lanciato e ce n'è un'altro per la zona settentrionale dell'isola

Quando si verifica un terremoto io mi fido essenzialmente delle mie fonti, dopo oltre 10 anni di esperienza nel web, perchè, ammetto, sono molto prevenuto nei confronti delle fonti di informazione generaliste. Però devo ringraziare Brunella Beato, una lettrice  (e blogger a sua volta) che indicandomi un link sulla CNN mi ha messo sulla buona strada.

Ricordo che nel post precedente ci eravamo lasciati con un dubbio: come è possibile che nella carta del rischio sismico da me riprodotta (e visibile di nuovo qui a fianco) la zona di Port au Prince non era segnalata come area a forte rischio sismico? Chiaro ed evidente che quella carta è sbagliata sia perchè ne abbiamo avuto una tragica riprova, sia perchè era risaputo in letteratura scientifica che lì c'era un margine trascorrente di zolla.

E' altresì vero che la zona colpita non ha una elevata densità di terremoti: a Hispaniola la sisimicità è molto maggiore nelle zone lungo l'Atlantico, dove al sistema trascorrente settentrionale si sommano gli effetti della subduzione sotto i Caraibi della crosta oceanica in corrispondenza di un perfetto sistema orogenico attivo, con le sue rocce metamorfiche, il batolite e le strutture di accrezione dei terreni sulla crosta continentale.
Grazie al link di Brunella sono riuscito ad arrivare agli scritti di un esperto dell'area, Paul Mann dell'Università del Texas, che invece era di tutt'altra opinione. Durante la 18esima Conferenza Geologica sui Caraibi svoltasi a Santo Domingo nel marzo 2008 Mann aveva presentato assieme ad altri ricercatori una ricerca dal titolo non proprio tranquillizzante: "Enriquillo-Plantain Garden strike-slip fault zone (EPGFZ): a major seismic hazard affecting Dominican Republic, Haiti and Jamaica".

Dopo aver descritto la tettonica generale intorno alla microzolla di Gonave, dimostra come la EPGFZ formi un lineamento geologico continuo e preminente tra Hispaniola e Giamaica. Intorno a questa linea, così ben visibile anche nell'immagine LANDSAT qui accanto, i ricercatori elencano e commentano una lunga serie di faglie, bacini, terrazzi ed altro associati alla EPGFZ, indicanti che la faglia ha un movimento trascorrente destro e che sicuramente è stata attiva nel tardo quaternario. Al proposito ho scaricato una presentazione dello stesso Paul Mann di oltre 130 Mb (astutamente ridotta a un più umano PDF di 22 Mb grazie alla stampante virtuale) in cui tra carte, foto, rendering tramite GIS e altro fa vedere tutta una serie di queste strutture che lo dimostrano inequivocabilmente.

Il lavoro conferma il movimento di circa 8 mm/anno e migliora sensibilmente le informazioni dell'USGS che avevo riportato nell'altro post: interessante appare il fatto che a partire dal terremoto del 1751, centrato nell'area del lago di Enriquillo (a Est di Port au Prince e già nel territorio della Repubblica Dominicana) ci sarebbe una progradazione verso ovest degli eventi, culminati nel terremoto della Giamaica del 1907. Nella cartina qui sotto l'area di Port Au Prince corrisponde alla parte in alto a destra dell'area di risentimento dell'evento del 1770. Da questa data il piano di faglia era virtualmente bloccato fino all'evento dell'altro giorno.

Secondo Mann negli ultimi secoli i due margini trasformi della placca di Gonave si sono mossi in periodi distinti. Il primo terremoto da lui indicato è del 1584 ed ha interessato il sistema settentrionale. Poi dal 1615 al 1860 il margine sismico è stato quello meridionale (la EPGFZ). La regola vale quasi sempre: Il margine settentrionale è ritornato attivo tra il 1842 e il 1946 (solo gli eventi del 1842 e del 1860 si sovrappongono). un'altra possibile eccezione è rappresentata da una scossa nel 1783. E' possibile che Mann non abbia citato questo sisma, attribuendolo più agli effetti della subduzione oceanica che al margine trascorrente della placca di Gonave.

Concludendo Mann nel 2008 scriveva che “dal 1770 a oggi nell'area della capitale haitiana si registra un deficit di deformazione di circa 2 metri, il che significa un terremoto di Mw = 7.2. Entro i 30 Km dalla faglia ci sono 2 città come Port-au-Prince e Kingston che insieme assommano oltre 3 milioni e mezzo di abitanti”. E che “lo studio paleosismico affrontato in questa comunicazione dimostra come questa ricerca debba essere considerata altamente prioritaria in Giamaica, Haiti e Repubblica Domenicana, dato il rischio sismico associato alla faglia”.

Un'altro aspetto allarmante da considerare dal 12 gennaio in poi è questo: Mann riporta che nel 1751 e nel 1761 gli eventi sarebbero stati multipli, rispettivamente 3 e 2. Nel 1751 una scossa a ottobre colpì la zona di Enriquillo e un mese dopo quella della capitale. Non sono in grado di dire dove è avvenuta la terza scossa attribuita a quell'anno né gli epicentri del 1761.


Abbiamo purtroppo avuto una drammatica conferma del pensiero di Mann. Ma probabilmente, anche se questo studio avesse avuto la considerazione ad esso dovuta, sarebbe cambiato poco. Tra recepire l'allarme e adeguare gli edifici (con le finanze disponibili a Haiti poi...) penso che si sarebbe potuto fare molto poco. Resta il fatto che qualcuno l'allarme lo aveva davvero lanciato.

Oltre alla possibilità in tempi brevi di nuovi terremoti lungo la EPGFZ verso la parte occidentale di Haiti e la Giamaica (e ci sarà da capire come mai la zona di Enriquillo è rimasta ferma quando in teoria doveva essere la prima a muoversi), ci sono forti apprensioni anche per ll'altra area caratterizzata da forte rischio sismico nell'isola di Hispaniola, la parte settentrionale del territorio della Repubblica Dominicana, dove si sta anciora strutturando  l'accrezione dei domini oceanici sulla crosta dell'isola.  Nell'allarme, che è noto almeno fino dal 1993, c'è sempre coinvolto Mann, assieme ad altri (con primo firmatario Carol S. Prentice). Siamo nella parte più orientale del sistema Settentrionale che delimita la placca di Gonave, nella valle di Cibao: in quest'area, scavando una trincea attraverso la faglia in una zona di recente accumulo di sedimenti, è stato chiaramente notato che, al di là della frequenza degli eventi, un terremoto capace di rompere il terreno manca da ben 700 anni, un limite superiore a quello che è stato determinato per le differenze di età delle altre rotture ritrovate.

In altre parole, anche qui bisogna che le autorità si rendano conto del rischio. Tutto sommato, se davvero fosse valida la “regola” che se si muove la EPGFZ non si muove la zona settentrionale, gli abitanti potrebbero dormire sonni tranquilli. Ma forse non è il caso di fidarsi di pochi secoli di osservazioni....

BREAKING NEWS DEL POMERIGGIO:

E' di questi minuti la notizia che nella zona delle Isole Cayman c'è stata una scossa con M=5.8.  Sono esclusi danni a cose e persone. Si è quindi mosso anche il sistema settentrionale. Ovviamente non si possono fare dei collegamenti sicuri fra i due avvenimenti. Intensità, profondità e analogie con gli altri terremoti della zona fanno supporre che anche qui siamo davanti ad un meccanismo di faglia trascorrente destra.

venerdì 15 gennaio 2010

Inquadramento tettonico del terremoto del 12 gennaio 2010 a Haiti e la sottostima del rischio sismico nell'area


Il terremoto di Haiti del 12 gennaio 2010 non è stato di per sé un terremoto fortissimo in termini di energia liberata: con una Magnitudo di 7.0 potrebbe anche non essere ricordato fra i 10 maggiori terremoti del 2010: c'è già stato per esempio il 3 gennaio un 7.2 alle isole Salomone, che fra l'altro ha provocato danni e uno tsunami di circa 3 metri di altezza.
I fattori che hanno provocato un simile disastro sono essenzialmente la bassa profondità ipocentrale (circa 10 km), l'essersi scatenato vicino a una città di un milione e mezzo di abitanti, in media poverissimi e quindi residenti in edifici costruiti pessimamente dal punto di vista sismico. e, come vedremo in fondo al post, in una zona in cui il rischio sismico si è rivelato molto sottostimato.
Eppure gli indizi di forte attività tettonica recente si vedono anche da foto satellitari: un esempio è la valle a SE di Port Au Prince.
Per precisare, la mappa dello scuotimento visibile qui a fianco, ha il massimo proprio in corrispondenza di Port Au Prince. Il colore rosso è riservato a intensità del IX grado Mercalli in su. Fate un pò voi...

Negli ultimi 10 anni solo due eventi sono stati peggiori come bilancio di vite umane: lo tsunami di Sumatra del 2003 e (forse) il terremoto cinese del Sichuan nel 2008. A Port Au Prince sono crollati anche palazzi governativi (da quello presidenziale in poi) e delle ONG, per cui dubito che sia rimasto qualcosa di minimamente abitabile.
Insomma la strage è stata provocata da una serie di concause in una nazione poverissima e esposta abitualmente di suo ad altre catastrofi naturali come gli uragani.

Vediamo ora il quadro geologico in cui si è scatenato questo terremoto.
Le Antille dividono il mar dei Caraibi dall'oceano Atlantico. Le Grandi Antille sono meno interessate da fenomeni sismici, mentre le Piccole Antille sono isole costellate da vulcani piuttosto attivi e pericolosi: lungo la fossa di Portorico la crosta dell'Oceano Atlantico scende sotto quella caraibica, che a sud confina con quella sudamericana. A nord, il contatto con la zolla nordamericana è molto più complesso: la zolla dei Caraibi si muove verso Est di circa 20 millimetri all'anno rispetto a quella nordamericana, in un margine di zolla di tipo trascorrente, come quello californiano contrassegnato dalla famosa Faglia di San Andreas. Però, anziché da una faglia singola, il margine nord della placca caraibica è contrassegnato da due sistemi di faglie diversi, grossolanamente subparalleli che individuano all'interno la microzolla di Gonave.

A nord c'è il “sistema settentrionale”, che borda la costa nord di Hispaniola e quella meridionale di Cuba. A vedere la cartina si ha addirittura l'impressione che un'isola più grande si sia divisa in due minori lungo questa faglia, spostando Hispaniola verso est rispetto a Cuba.

Il sistema meridionale, denominato “sistema di Enriquillo – Plantain Garden," assorbe un movimento medio di 7 millimetri all'anno, la metà del rigetto complessivo fra le due zolle e prosegue fino al continente americano e oltre, giungendo alla giunzione tripla fra zolla nordamericana, zolla caraibica e zolla delle Cocos.

Il sistema settentrionale invece si interrompe bruscamente nei pressi delle isole Cayman. Là si è formato un lineamento contrassegnato da un piccolo bacino (il Cayman Trench Spreading Center) che si è aperto per compensare il movimento verso est della zolla di Gonave, mentre la parte ado vest rimane sostanzialmente ferma. E il più profondo e il più lento (oltrechè il più piccolo) esempio di dorsale oceanica estensionale della Terra.

I sismogrammi dimostrano che il terremoto ha provocato uno scorrimento laterale destro con una leggera componente compressiva. Meccanismo focale e localizzazione dell'ipocentro dimostrano che la scossa si è originata lungo il sistema di Enriquillo – Plantain Garden.

Il terremoto del 12 gennaio è stato il più forte registrato in zona negli ultimi 200 anni. Nella zona sono segnalati 7 eventi principali, precisamente negli anni 1618, 1673, 1684, 1751, 1761, 1770 e 1860.

Da questo dato potrebbe sembrare che nell'area ci fosse un gap sismico importante: la distanza massima fra gli eventi era stata 90 anni e ora eravamo a 150 anni. Però senza conoscere in termini precisi i parametri di questi terremoti (nessuno di loro è stato effettivamente associato sul campo alla struttura, anche se i sospetti di un legame sono forti) ed essendo le mie conoscenze sull'area non certamente profonde, posso soltanto limitarmi a considerare questa come una ipotesi preliminare, senza poter affermare certezza alcuna.

Molto preoccupante a mio avviso è la poca distanza temporale fra alcuni eventi: il sistema presenta dei periodi maggiori di instabilitò per cui c'è da aspettarsi una o più forti scosse entro i prossimi 10o 20 anni?

C'è poi un interrogativo: la distribuzione delle repliche è piuttosto strana, essendo tutte dallo stesso lato della scossa principale, indicata nell'immagine con la freccia, mentre il cerchio giallo è Port Au Prince. Quindi si è mosso solo un segmento della struttura, mentre quello adiacente è totalmente fermo. Immagino che qualcuno stia già lavorando su questo aspetto che potrebbe avere dei risvolti difficili: già a Sumatra nel 2003, come ho evidenzato in un altro post, si è avuta una situazione simile e la porzione adiacente si è mossa qualche mese dopo, sia pure con energia molto minore. Ricordo comunque che qui abbiamo uno scorrimento laterale di due zolle mentre lì il terremoto si originò lungo una faglia orizzontale, l'esatto contrario di questa.


Da ultimo una questione di non trascurabile importanza. Dal 1990 a oggi nell'isola e zone adiacenti si era avuto un solo terremoto con M maggiore di 6 e per di più sulla costa atlantica. Solo la parte orientale dell'isola, nella Repubblica Domenicana, quella davanti a Porto Rico, mostra una intensa sismicità.  E questo è sancito dalla carta del rischio sismico nel centroamerica: nella quale  come si può vedere la zona di Port Au Prince è contrassegnata dal colore giallo, per cui erano previste al massimo intensità del VII grado Mercalli e non del nono come è successo.
Probabilmente sarebbe cambiato poco nel bilancio delle vittime: costruire con criteriantisismici in un Paese così povero è pura utopia. Ma almeno, forse, i palazzi sensibili (Governo, ONG, presidi dei Caschi Blu etc etc potevano esserestati esaminati con maggiore cura da questo punto di vista. Ma viste le previsioni probabilmente con le poche risorse a disposizione si è provveduto a fare altro.

Francamente non so se questa carta è stata redatta esclusivamente su basi storiche, ma mi sembra molto difficile che sia così.
Ed è chiaro che la pericolosità della zona era stata sottostimata. Ora, precisando che parlo con il senno di poi, non capisco perchè assegnare un valore così basso di scuotimento massimo teorico proprio in un'area in cui c'è un margine di zolla ben evidente e conosciuto.


giovedì 14 gennaio 2010

Le nanotecnologie per il restauro delle opere d'arte: una prospettiva per il futuro sperimentata con successo sulla Torre di Pisa


Non ci sono dubbi sul fatto che la Torre di Pisa sia uno degli edifici più celebri al mondo. C'è da dire che sarebbe osannata lo stesso anche se fosse dritta, ma così com'è fa passare in secondo piano le altre costruzioni della Piazza dei Miracoli, “robette” come il Battistero, il cimitero monumentale e la Cattedrale, uno dei massimi esempi dell’architettura romanica italiana.
Non tutti sanno che fra guerre e altri problemi I lavori per costruirla, iniziati nel 1173, si sono protratti per quasi due secoli, riuscendo però a rimanere nella piena fedeltà del progetto originario, o quasi: infatti ad un certo punto si vede una inclinazione della struttura, perchè tentarono in quel modo di raddrizzarla (forse per questo qualcuno aveva pensato che la pendenza della Torre fosse intenzionale?).

C'è anche chi l'ha messa sul ridere come icona della carenza di cultura sulla necessità di avere una consulenza da parte di un geologo: “vedi cosa succede a risparmiare sulla perizia geologica????”, altri ne hanno ricavato gag stupende, a partire dal leggendario “Servizio Torri” di “Amici miei atto II”.

Fattostà che la Torre ha continuato a pendere sempre di più e del suo restauro statico (deciso stavolta dopo una lunga e dettagliata indagine geologica....) si è parlato molto all'epoca su quotidiani e rotocalchi.
Non tutti però sanno che oltre ai restauri statici sono stati affrontati anche altri problemi che riguardano i materiali lapidei. I marmi del rivestimento sono stati messi a dura prova da sollecitazioni chimiche e fisiche: alla normale esposizione agli agenti atmosferici e alle conseguenze dell'inquinamento atmosferico (le “croste nere”), le costruzioni pisane patiscono i problemi comuni alle altre città poste vicino al mare: sali marini sono entrati nei pori del materiale reagendo con esso.

Il risultato è che, con il passare del tempo, i capitelli finemente scolpiti in marmo bianco di Carrara hanno perso gran parte del modellato e il materiale sopravvissuto si presentava con un aspetto pulvirulento ed incoerente.

Si è posto quindi il problema di consolidarli e per questo è stata scelta una tecnica molto moderna: l'uso di nanomateriali.
Le nanotecnologie stanno sviluppandosi sempre di più praticamente in tutte le branche delle attività tecniche, dalla medicina all'industria meccanica, dall'aerospaziale alla sanificazione. Sono nate quando si evidenziò che alcuni materiali, se composti di particelle inferiori al decimo di micron, presentano, un rinforzo di alcune proprietà “classiche”, e anche delle altre proprietà particolari. In altri casi, come questo, i nanomateriali vengono scelti soprattutto per le loro minime dimensioni.

Un laboratorio di ricerca toscano, il CE.RI.COL., branca tecnologica del Gruppo Colorobbia, un colosso mondiale dei materiali per le industrie di base come ceramica e vetro, ha fornito un prodotto consolidante a base di nanosilice in solvente acquoso.

Il prodotto è stato applicato ai capitelli del loggiato del primo ordine della Torre di Pisa per immersione: in corrispondenza di ognuno di loro è stata creata una vasca, sigillata con del silicone e riempita con il nostro prodotto (come se avessero messo delle mutande ai capitelli....). Le pietre hanno così potuto assorbire lentamente la silice, che per le sue dimensioni nanometriche è riuscita ad entrare praticamente in ogni vuoto. In pratica è stato come simulare in tempi molto brevi un meccanismo naturale, la diagenesi, che è il lungo processo geologico per mezzo del quale i sedimenti sciolti si trasformano in dura roccia.

A questo modo sono stati ottenuti due effetti importanti: la coesione del marmo è aumentata in maniera drastica e la chiusura dei pori limiterà al massimo la circolazione di liquidi al loro interno.
Ovviamente il trattamento non ha alterato il colore dei capitelli.

Se non bastava questo, c'è stata un altra applicazione di nanomateriali nella zona superiore della torre, vicino alla cella campanaria. Stavolta anziché una nanosilice è stato usato un nanobiossido di titanio. Questo composto ha due caratteristiche molto interessanti. Prima di tutto rende la superficie su cui viene applicato super-idrofilica, per cui l'acqua anziche fermarsi con il suo carico di composti disciolti vi scivola via, evitando la formazone di gocce. La seconda funzione è quasi da fantascienza: colpito dalla luce solare genera dei radicali liberi che riescono a dissolvere i materiali organici! Quindi oltre a tenerla pulita, impedisce che la superficie venga attaccata da sostanze organiche.

L'intervento ha riguardato un arco in cui c'è un continuo ristagno di acqua piovana in qunto è nella zona sotto pendenza. Così l'”Opera della Primaziale di Pisa” (l'istituzione nata per sovrintendere ai lavori della costruzione dei monumenti della Piazza del Duomo che continua l'attività ancora oggi dopo oltre 1000 anni!!!) spera di poter risolvere i problemi di accumulo dello sporco in quel particolare punto del monumento.

Oggi un intervento del genere “fa notizia”, ma è possibile che in futuro queste diventino operazioni di routine: fermare lo sbriciolamento delle pietra e proteggerle con un materiale incolore che tenga lontano lo sporco sono dei traguardi impensabili fino a pochi anni fa e particolarmente importanti in una nazione ricca di palazzi storici come l'Italia.

domenica 10 gennaio 2010

Le incredibili conseguenze delle ultime ricerche sui piccoli scheletri umani ritrovati a Flores: quando la Scienza sorpassa la fantasia

Sarà capitato a tutti un libro, un fumetto o un film in cui uomini moderni incontrano una popolazione primitiva, se non di “pitecantropi” (un termine scientificamente superato che comunque continua ad essere usato dal solo Sermonti, biologo antievoluzionista, non a caso in buoni rapporti con De Mattei. Anche per questo gli oltre 9000 “euri” buttati via dal CNR per far stampare gli assurdi sproloqui di quella congrega rappresentano un oltraggio al buon senso).
Ma quello che fino ad oggi era semplicemente fantasia di qualche mente più o meno geniale, probabilmente è proprio quello che è successo nell'Indonesia di 17.000 anni fa.

EDIT MAGGIO 2016: RECENTI RICERCHE HANNO SMENTITO L'ETÀ COSÌ RECENTE E IPOTIZZANO UNA SCOMPARSA DI HOMO FLORESENSIS CIRCA 50.000 ANNI FA (vedi qui )

La scoperta dell'anno nel 2003 fu senz'altro quella dei 14 strani scheletri rinvenuti nell'isola indonesiana di Flores: sicuramente appartenenti a "uomini" primitivi questi scheletri (di cui quello più completo, LB1 di sesso femminile, da cui il soprannome "Flò") possiedono una caratteristica semplicemente sconvolgente: le piccolissime dimensioni e la capacità cranica altrettanto limitata.
Ovviamente il primo problema è stato capire chi erano di queste creature. Considerando la loro età la loro collocazione sistematica non è stata un gioco semplice. Il secondo è che il loro cervello era di dimensioni estremamente ridotte, 417 centimetri cubici, un valore tipico per scimpanzè e australopitechi. Possibile che con un cervello così piccolo fosse accompagnato da un livello culturale elevato, come dimostrano le ossa di Stegodon (un proboscidato) che mostrano evidenti segni di macellazione?
Sono state avanzate diverse ipotesi, generalmente ascrivibili in tre categorie:

1, Gli scheletri appartenevano a normali Homo Sapiens affetti da qualche patologia o da qualche disturbo genetico. Sono state ipotizzate via via diverse malattie che soprattutto hanno come conseguenza una testa di dimensioni ridotte. Questo soprattutto perchè, come fece notare Dean Falk, antropologo alla Università della Florida, "molti studiosi mostrano il preconcetto secondo il quale una capacità cranica così ridotta sia incompatibile con la costruzione di utensili come quelli rinvenuti vicino ai resti".

2. E' un caso di nanismo insulare. Questo si scontra con una difficoltà importante: ad oggi il fenomeno sembra sconosciuto nel genere umano, nonostante che diverse comunità primitive abbiano vissuto davvero in contesti insulari (isola di Flores compresa) nei quali altri mammiferi (elefanti, ippopotami etc etc) hanno subìto tale processo. Per ritrovare fra i nostri "parenti" più prossimi un caso del genere bisogna ritornare a Oreopithecus Bambolii, del Miocene toscano e sardo.

3. Siamo al cospetto di una nuova specie: le caratteristiche scheletriche mal si addicono a considerarli degli Homo Sapiens.

4. è una popolazione simile ai negritos, cacciatori – raccoglitori di piccola statura che vivono in nuclei isolati tra Filippine, Malaysia e Andamane. Probabilmente imparentati con alcune piccole popolazioni dell'India e dello Skri-Lanka, mostrano le somiglianze somatiche principali con gli aborigeni australiani e melanesiani e infatti le loro lingue appartengono alla famiglia linguistica indopacifica. Secondo alcuni studiosi rappresentano i “relitti” della migrazione dall'Africa verso il Pacifico meridionale dell'Uomo Anatomicamente Moderno.

La quarta ipotesi ha sempre trovato poco credito. Con il tempo, nonostante che ancora non ci sia unanimità fra gli studiosi, si è sempre più imposta all'attenzione l'idea che davvero siano tracce di una nuova specie, Homo Floresiensis e che questa specie sia più simile ai predecessori di Homo Sapiens che a noi stessi. Non è stata una vicenda indolore ma accompagnata da fortissime polemiche, in particolare a causa della asimmetria nel cranio di LB1, che i sostenitori della patologia hanno appunto addebitato a questa causa, mentre i sostenitori della nuova specie hanno sempre addebitato la cosa alla non perfetta fossilizzazione e a deformazioni indotte dal peso dei sedimenti sovrastanti. Per la cronaca LB1 doveva avere circa 30 anni quando è morta e anche questo oi fa propendere per un individuo sano: l'età è già avanzata per l'epoca per un individuo normale, figuriamoci per uno affetto da una patologia così grave.

I primi “rumors” sulla arcaicità delle ossa di Flores sono partiti abbastanza presto (o, meglio, subito): alla luce delle evidenti differenze con la nostra specie qualcuno, cominciò a dire che questi scheletri mostravano delle notevoli somiglianze più con Homo Erectus che non con Homo Sapiens.
Le ultime ricerche però sono arrivate a un livello decisamente sorprendente: nel corso del 2009 su Nature è comparso un eccellente articolo in cui osservando la pianta del piede l'Hobbit ricorda più un australopiteco che un esponente del genere Homo.

Andiamo con ordine, partendo dalla testa. Come fa notare la sempre chiara Kate Wong, una delle firme principali di Le Scienze, Homo Floresiensis è un po' un puzzle fra caratteristiche arcaiche da australopiteco e più moderne da umani. La testa, a parte la robustezza della mascella inferiore, è abbastanza “umana”. C'è anche una spiegazione per le notevoli capacità culturali: uno studio tomografico della scatola cranica dimostra che nel cervello ci siano delle strutture che sovrintendono ad attività culturali complesse, come l'area 10 di Broadman, assenti nelle australopitecine. Ma dal collo in giù si cambia la musica: il polso è scimmiesco, con un osso, il trapezoide, piramidale: nell'uomo moderno il trapezoide assume una forma simile ad uno scarpone e consente movimenti molto più precisi della mano. Clavicola, pelvi, femore e tibia dicono la stessa cosa. Ma la parte più “sconvolgente” è il piede: a parte la lunghezza relativamente elevata (il 70% del femore, contro il nostro valore medio del 55%), che rendeva non facilissimo camminare, manca l'arco plantare. Per inciso un rapporto dimensionale piede / femore simile è presente solo nel Bonobo. In compenso l'alluce è allineato con le altre dita e questa è una caratteristica più umana che da australopiteco e da scimmia antropomorfa.

Pertanto appare sempre più improbabile che le caratteristiche di LB1 e degli altri reperti siano ascrivibili ad una strana patologia. In effetti per poter sostenere questa idea occorre pensare a un meccanismo che ricrei delle strutture arcaiche. Un atavismo un po' troppo complesso per essere vero.
Però qui viene il bello. E' stato definitivamente risolto il dilemma se siamo davanti a una specie diversa o no: la maggior parte degli studiosi a questo punto concordano: “sì, gli individui appartengono a una nuova specie, denominata Homo Floresiensis

Spesso nella scienza la risoluzione di un problema ne apre degli altri: un siffatto scheletro starebbe molto bene nell'Africa di 2 milioni di anni fa: come è possibile trovare tutto ciò nell'Indonesia di 17.000 anni fa?
Si nota infatti come la soluzione indicata, che sicuramente è quella più logica, apre una serie di problematiche antropologiche non indifferenti: se Homo Floresensis deriva direttamente dalle australopitecine (o addirittura "è" un'austalopitecina), allora bisogna per forza concludere che qualcuno emigrò dall'Africa verso l'Asia ben prima di 2 milioni di anni fa in assenza di una tecnologia (relativamente) moderna. Un evento completamente sconosciuto fino ad adesso e che avrebbe una seconda conseguenza: un australopiteco sarebbe sopravvissuto praticamente fino ai nostri giorni, quando si sapeva che nessuna altra specie di ominini condivideva con i nostri antenati l'ambiente almeno negli ultimi 30.000 anni (dall'estinzione di homo Neandertalensis) e, di più, che i sopravvissuti erano nostri cugini molto più alla lontana di tutte le forme conosciute attraverso le ricerche paleontologiche degli ultimi 2 milioni di anni!

Poi sulla classificazione di austalopitechi, uomini primitivi etc vale sempre il detto di Dawkins: "non è che la mamma Australopitecus abbia partorito un figlio Homo": anche considerando in quelche momento delle violenti accelerazioni dell'evoluzione  (gli "equilibri punteggiati" di Gould e Eldredge), è chiaro ed evidente che i passaaggi sono stati complessi e che le caratteristiche di molti reperti sono per forza "intermedie" fra quelle tipiche di una specie e quelle tipiche di un'altra.

Per questo sono in corso una serie di ricerche in diversi siti dell'Indonesia per confermare questa rivoluzione nella antropologia: la scoperta di nuovi Hobbit è vicina?

mercoledì 6 gennaio 2010

Il primo anno con Linux: un buon bilancio


Attualmente sul PC ho 2 scrivanie aperte con diversi programmi attivi:

Nella prima ho un client e-mail (thunderbird), un web browser (firefox) con 3 finestre aperte e il monitor di sistema.

Nella seconda ho due files di word processor (open office), una finestra di esplorazione dei files del PC (che mette subito al loro posto i files quando li sposti e non li accoda alla fine della cartella), un altro web browser (konqueror) e la schermata del monitor di sistema catturata con un apposito tool.

Possiedo un “vecchio” portatile HP 510, che presi più di 2 anni fa, quando ancora non era uscito Vista, dotato di un processore Intel Celeron da 1,40 Ghz e che era segnalato come “economico anche se completo”. Nulla di che, quindi. Ci misi subito 1 Gb di RAM perchè 512 Mb mi parevano un po' pochini.

In questo momento come si vede dall'immagine la CPU viaggia al 33% e impegna con tutta questa roba lanciata 527 Mb della Ram.

Come è possibile che impiego così poca RAM e CPU? Ho forse installato un vecchio sistema operativo di qualche anno fa?

No, sto viaggiando con la penultima versione di UBUNTU, la 09.04. Aggiornerò il sistema alla versione corrente, la 09.11 del novembre 2009 fra qualche giorno (per chi come me non è uno “smanettone” è sempre meglio aspettare un mesetto dopo il primo rilascio della nuova versione e a dicembre non ho proprio avuto tempo di farlo)

Chi utilizza Windows sarà molto sorpreso di tutto ciò, visto che anche con il vecchio XP una situazione del genere è molto difficile da gestire con così poca memoria e la macchina diventa lentissima.

E' circa un anno che ho lasciato Windows e sono entrato in contatto con il mondo di Linux. Sono pienamente soddisfatto. Non ho speso un euro di programmi, ho una completa suite da ufficio (OpenOffice, che già usavo su Windows), multimedia, masterizzazione CD, ascolto di musica, scannerizzazione, fotoritocco etc etc. E c'è compresa perfino la stampante virtuale, per salvare le pagine Web in formato PDF o PS (Anche OpenOffice può salvare un file in formato PDF, e loconsentiva ben prima che lo consentisse il più blasonato Office). Il tutto da quel “magico” Cd di installazione.

Tutti questo programmi erano già compresi nell'installazione del sistema (con l'eccezione di Konqueror e Skype) che mi è costato il prezzo di un CD da masterizzare e masterizzato contenente il sistema. Anzi, sì, ho dovuto fare altre due installazioni: i plugin per flash e per java, per You Tube e altre pagine web. Questo indica chiaramente che installando Ubuntu non installi solo il sistema operativo, ma tutto quello che serve ad un utente "normale" per scrivere, navigare, fare conti, gestire fotografie e immagini varie.
Un'altra cosa carina: le schermate che vedete su questo post le ho estratte con l'appositoprogramma che genera files con estensione PNG, non accettate da blogger. Per modificarne il formato mi è bastato aprirle con il semplice "visualizzatore di immagini", salvandole cambiando manualmente l'estensione da PNG a JPEG.

Non ho problemi di virus, malware etc etc. e gli aggiornamenti di sistema operativo e programmi vari sono gestiti da un gestore di aggiornamenti che funziona esclusivamente con la password di “amministratore del sistema”: data la password il sistema va in automatico ma si può sorvegliare attentamente quello che succede. In altre parole nessuno può riuscire a installare qualcosa senza che l'amministratore del sistema dia l'apposito consenso. Quindi basta che i dati scaricati provengano da una fonte sicura e rischi non ce ne sono.

Il risultato è che non corro il rischio di trovarmi decine di cose varie installate o, peggio, di processi funzionanti che spesso portano ad un rallentamento, se non a una paralisi, un PC con Windows.

A proposito dei virus, mio padre che a dispetto dei suoi 88 anni si diletta al PC sia in internet che con fogli elettronici per monitorare salute, spese e altre cose è passato anche lui a Ubuntu; con questo sistema usa allegramente dei fogli elettronici che, se li rimetti su un computer con Windows, ne farebbero di tutti i colori. Pensate che non solo l'antivirus sul sistema operativo di Microsoft aveva evidenziato la necessità di toglierli dalla circolazione, ma addirittura il virus ne aveva cambiato anche le estensioni. Rimesse le estensioni giuste con “Open Office” questi files funzionano benissimo (a patto di non rimetterli su windows...)!

Per la sicurezza, oltre all'utente principale che ha il “privilegio dell'amministrazione” (subordinato alla precisazione di una password) se ne possono inserire altri, che possono avere proivilegi molto minori. Per cui per chi ha moglie o marito o figli che usano il PC ma tendono a combinare pasticci perchè aprono e scaricano allegramente di tutto, basta fargli usare il computer come utente “sfigato” per cui non può assolutamente intaccare il sistema operativo. Ad esempio nel PC di mio padre installazioni e rimozioni di programmi o aggiornamenti di ogni ordine e grado possono essere eseguiti solo durante la sessione nella quale io sono l'utente. Quando l'utente è lui può solo, al limite, configurarsi il proprio desktop e niente altro.

I comandi anzichè in basso come lo standard di Windows, sono disposti in alto e in modo piuttosto razionale: a destra le opzioni di sistema (arresta, sospendi, cambia utente etc etc), a sinistra la cascata delle applicazioni – già suddivise per genere (ufficio, giochi, internet, multimedia, grafica) – che sono distinte dalle “risorse” e dalle “utilità di sistema” (come si potrebbe vedere dalla schermata qui a fianco se solo sapessi ingrandirla....). In basso a destra notate due finestrine in cui sono riprodotti gli aspetti che avevano in quel momento i due desktop

Pertanto l'uso è estremamente intuitivo e non occorre avere decine di icone sul desktop. Io ad esempio non ce n'ho neanche una e sul pannello superiore ho solo le 6 applicazioni che uso di più-

Anche il sistema di navigazione interno, sia pure graficamente meno “bello” di quello di windows è molto più semplice e intuitivo.

Molte periferiche funzionano senza bisogno di installare driver, per esempio alcune stampanti e le antenne USB per il wi-fi. Ho provato con la stampante HP di mio padre: l'ho connessaal mio PC e ho dato il comando di stampa di un file: fra le stampanti possibili la aveva subito indicate fra quelle possibiili.
Lo stesso è ovviamente successo sul suo PC fisso quando gli ho installato Ubuntu sia con la stampante, sia, a più riprese, con due diverse antenne wi-fi: riconosciute immediatamente all'accensione (con relativa richiesta della password di accesso alla rete). Inutile sottolineare invece che nello stesso PC per farle funzionare sotto Windows c'è stato bisogno delle installazioni. E pensare che su entrambe c'era scritto che erano compatibili con XP/Vista e MAC-OS, senza accennare a linux.

Purtroppo per altre periferiche la situazione si complica: molte case costruttrici ignorano la presenza di questo sistema operativo e quindi prima di comprare un qualsiasi componente è meglio informarsi prima, sperando che qualcuno nel mondo abbia già compilato il driver giusto se la Casa costruttrice non lo ha fatto. E questo è il principale problema di linux.

Adesso che è un anno che uso questo sistema sono arrivato a una serie di conclusioni:

- non c'è assolutamente bisogno di spendere soldi per comprare programmi (almeno quelli fondamentali)
- neanche è necessario cambiare il PC
- passare da Windows a Ubuntu è facile: basta abituarsi a qualche posizione diversa dei comandi e a qualche nome diverso: Ubuntu è una distribuzione di Linux facile ad usarsi
- passare da Ubuntu a Windows invece fa trovare il SO di Redmond abbastanza complesso
- specialmente chi mastica poco di informatica è meglio che utilizzi Linux per evitare di farsi inserire nel PC virus, trojan ed altro (ed essere quindi è fonte di pericolo per sé e per gli altri)

e per finire voglio fare alcune considerazioni.

1. Il bello di Linux è che ci sono moltissime "distro", cioè “distribuzioni”, le molte versioni sviluppate a partire dal Kernel di Linus Thorvald: Ubuntu (e le “distro” sorelle Kubuntu e Edubuntu), Debian, RedHat, Mandriva, Suse, OpenSuse etc etc. Ci sono diversi ambienti desktop (i principali sono Gnome e KDE, ma ce ne sono altri che consumano meno risorse ed adatti quindi a vecchi PC). Insomma, Linux è un sistema camaleontico in cui decidi che distribuzione usare a seconda della macchina che possiedi, se sei uno che si diverte a “smanettare” sul sistema operativo oppure uno che ha bisogno del PC per fare qualsiasi cosa ma che non ha voglia di fare il programmatore etc etc.


2. Molte persone che utilizzano Linux lo fanno o per darsi un tono oppure perchè è software libero. Io lo uso semplicemente perchè non avevo più voglia di stressarmi la vita con antivirus, deframmentazioni del sistema, apprensioni a scaricare la posta, decine di processi attivi di cui molti non si sa bene cosa siano e quindi ogni tanto ti tocca impiegare del tempo per controllare cosa diavolo possano essere e da dove provengano con Google o con Hijackthis. Insomma, proprio perchè non voglio stare sempre a controllare il sistema, scadagliarlo con antivirus e deframmentare una volta al mese (arrovellandosi il cervello per ricordarsi quando avevo fatto queste operazioni l'ultima volta!) un sistema operativo concettualmente semplice (quelli bravi direbbero “user-frendly”... ) è quello che fa per me. In effetti nell'ultimo anno ho passato pochissimo tempo sul sistema operativo, cosa che oltretutto non è che sia così bravo a fare, anzi... direi di essere fondamentalmente un ”utonto” da quel punto di vista.

3. Ammetto di aver avuto dei problemi. All'inizio avevo “Opensuse”, ma era troppo da “smanettoni” e mi ero incasinato. Poi un errore tragico per inesperienza mi aveva causato delle perdite ai primi di marzo. Ma da allora non ho mai avuto un problema: diventa lento quando ho la mia Signora che gioca a Farmville su Facebook (altro sito dove la navigazione con Windows e Internet Explorer può essere poco igienica per il PC).

Pertanto consiglio caldamente a tutti di provare Ubuntu: non è necessario togliere Windows: partizionate (o fate partizionare dal solito amico bravo) il vostro Hard Disk, ovviamente dopo averlo pulito e deframmentato. Installate poi Ubuntu e con l'opzione “dual boot” all'avvio della macchina deciderete se lanciare l'uno o l'altro dei sistemi operativi. Io il “dual boot” ce l'ho ancora ma sono mesi che non uso altro che Ubuntu.

Guardando su vari forum in materia, potrete usare anche (quasi) tutti i programmi che girano con Windows nel simulatore del sistema operativo della Microsoft che esiste in Ubuntu (mi pare che sicuramente non funzionino molti giochi, ma so che PhotoShop, tanto per citare un programma famoso, gira benissimo in questo simulatore).

Aggiungo che un paio di amici che lavorano nel ramo "assistenza PC" mi hanno detto: "se tutti usassero Ubuntu noi avremmo molto meno lavoro".

Da ultimo, un pensiero alla Pubblica Amministrazione: siccome con distribuzioni come Ubuntu non hai da pagare licenze (e soprattutto si possono continuare ad utilizzare computer non proprio ultimo modello) perchè non pensare ad un passaggio generalizzato da sistemi proprietari a software libero? Quanto risparmierebbe la Pubblica Amministrazione a questo modo? In molte nazioni europee (e non solo anche negli USA) enti pubblici di ogni ordine e grado sono passati o stanno passando a Linux. E questo è un dato di fatto. Sembra che lo stia facendo persino la CIA...

domenica 3 gennaio 2010

Una nuova ipotesi sullo spiaggiamento dei Capodogli nel Gargano del dicembre 2009


La notte fra il 10 e l'11 dicembre 11 capodogli si sono spiaggiati lungo la costa del Gargano. Due sono riusciti poi a riprendere il largo per gli altri non c'è stato niente da fare.
Come per quasi tutti gli spiaggiamenti, ancora non sono note le cause che lo hanno provocato.
Ne sono state pensate di tutte, da non meglio specificati problemi di inquinamento interferenze con sonar in attività, persino a un terremoto, visto che almeno uno degli animali viveva in una zona lungo la costa greca colpita 5 giorni prima da una moderata scossa. La marina italiana smentisce di aver utilizzato in quei giorni i sonar e per quanto riguarda attività di prospezione geofisica era in zona una nave olandese che però non dovrebbe aver usato sonar particolarmente potenti.

In realtà le uniche cose certe sono che gli animali erano dei giovani maschi in ottima salute e in buone condizioni fisiche, fatto questo che accomuna quasi tutti i casi conosciuti.
Eppure in tutta la ridda di voci sulle cause non ho trovata quella che mi pare la più probabile.

Cominciamo dall'inizio: i cetacei si sono originati nell'Eocene, circa 50 milioni di anni fa a partire da mammiferi terrestri affini agli odierni ippopotami nella zona tra India e Pakistan. Erano tutti dotati di denti. Si dividono tra Odontoceti (che possiedono i denti) e Misticeti, che possiedono i fanoni. Le “balene” sono Misticeti; raggiungono dimensioni ragguardevoli e si sono evolute per nutrirsi di krill (gamberetti) o altri piccoli animali (in pratica pascolano in mare). I primi cetacei con i fanoni risalgono all'Oligocene (34 milioni di anni fa). E' probabile che a parte l'uomo, le balene adulte abbiano pochi nemici (forse le orche) come sulla terra elefanti, ippopotami e rinoceronti. Qualche cucciolo invece è regolarmente predato dalle orche.
Ai cetacei con i denti, i misticeti, appartengono le orche, le tantissime specie di delfini, i globicefali, i narvali e appunto i capodogli. Sono predatori attivi che si nutrono di pesci e calamari. Nella dieta delle orche ci sono anche prede più grosse come foche, cuccioli di balena e delfini.


Gli spiaggiamenti dei misticeti sono molto diversi da quelli degli odontoceti: capita di vedere delle balene spiaggiate, ma in genere si tratta di cuccioli che hanno perso la madre, animali malati o deboli e quasi sempre isolati. Questo succede anche con gli odontoceti, ma in generale gli odontoceti mostrano una tendenza a spiaggiamenti di gruppo, che coinvolgono decine se non centinaia di individui. Le coste australiane sono fra quelle più interessate dal fenomeno. Annoto che è statisticamente più probabile uno spiaggiamento di odontoceti semplicemente perchè il loro numero è di diversi ordini di grandezza maggiore di quello dei misticeti.

Una delle principali differenze fra i due gruppi di cetacei è data dalla capacità da parte degli odontoceti di ecolocalizzare con un sonar prede ed ostacoli naturali. Questa caratteristica è comparsa piuttosto precocemente nell'evoluzione di questo gruppo, come dimostrano i crani fossili che possiedono il “melone”, un organo appunto connesso alla captazione degli echi.

Gli odontoceti non sono gli unici animali che usano questo sistema, lo fanno anche alcuni pipistrelli e alcuni uccelli. Particolarmente utile per chi si muove nel buio o dove c'è poca luce, la capacità di ecolocazione, sia pure allo stato latente, è presente in molti mammiferi, uomo compreso: i non vedenti spesso sono capaci di ecolocalizzare degli ostacoli. Addirittura ho letto di un bambino che riusciva ad andar in bicicletta intorno a casa sua guidandosi con gli echi.

Con l'ecolocazione i delfini e gli altri odontoceti riescono a “vedere” al buio. Gli esperimenti hanno dimostrato che il grado di precisione di questo senso è veramente ottimo. Essendo questa una differenza fondamentale nel comportamento fra misticeti ed odontoceti, malfunzionamenti del sonar sono stati spesso invocati come causa degli spiaggiamenti, assieme ad ipotesi più “ardite” come suicidi di massa, inquinamento o altro. E spesso è stata indicata una origine antropica, quali sonar per esercitazioni militari o prospezioni geofisiche,

In uno dei suoi migliori libri, l'Orologiaio cieco, Richard Dawkins avanza invece un'altra ipotesi. Non è farina del suo sacco ma è un'idea di diversi ricercatori, soprattutto australiani: gli spiaggiamenti potrebbero essere dovuti a particolari caratteristiche della costa che la oscurano al sonar.


La cosa mi aveva incuriosito ma quando leggi un libro di Dawkins non puoi approfondire tutto (altrimenti dopo 3 anni sarei ancora al terzo capitolo de “il gene egoista”!!). Però la tristissima occasione del Gargano mi ha dato l'input per interessarmi della questione. Ho trovato diversi articoli che parlano della cosa e fra i tanti ne ho selezionato uno, condotto da S.L. Chambers e e R.N. James del dipartimento di fisica della università di Perth, presentato a “Acoustic 2005 – Acoustics in a Changing Environment”, un convegno della “Australian Acoustic Society” svoltosi a Busseltown, amena località sulla riva della Geographe Bay,
un golfo piuttosto grande nei pressi dell'angolo sudoccidentale dell'Australia. Dotata di spiagge sabbiose e con una pendenza del fondo particolarmente bassa è un luogo in cui gli spiaggiamenti avvengono a ripetizione fra il 1996 e il 2003, 4 eventi hanno coinvolto quasi 500 animali, di cui per fortuna una buona parte sono stati aiutati a riprendere il largo). Particolarmente imteressante il caso del 2 giugno 2005, in cui morirono 120 Pseudoorca Crassidens in 3 luoghi diversi a più di 20 kilometri di distanza l'uno dall'altro. Anche in tutti questi casi gli animali apparivano in ottime condizioni di forma, perfettamente in salute e tranne in un caso, privi di infezioni parassitiche

Secondo Chambers e James ci sono due fenomeni che concorrono alla attenuazione fino alla scomparsa del segnale sonar: la bassissima pendenza del fondo marino vicino alla riva e la contestuale presenza di microbolle di gas.

E' accertato che tali microbolle si formino continuamente quando piove per l'interazione fra le gocce di pioggia e la superficie del mare. Altre origini sono la produzione di gas da parte di alghe e animali e la decomposizione di materia organica presente sul fondo marino. A causa del moto marino le bolle, di dimensioni variabili dal micron ai pochi millimetri, tendono ad andare verso la costa. La loro vita può arrivare ad alcuni giorni.


La “sonar termination” è un fenomeno che avviene quando il segnale acustico prodotto a una certa distanza in mare verso una costa con una pendenza minore di un grado si attenua fino a scomparire. Sommata alla presenza delle bolle, questa situazione farebbe sì che i cetacei non si rendano conto di essere prossimi alla riva e di conseguenza si arenano. Un po' come se noi vedessimo al di là di un muro invisibile e ci andassimo a sbattere contro.

I ricercatori hanno modellizzato le emissioni acustiche dei cetacei e calcolato i livelli di attenuazione. Ovviamente il modello non considera le irregolarità del fondo, lo stato di salute degli animali, le loro relazioni sociali etc etc. Un particolare di non trascurabile importanza è che nei giorni precedenti agli spiaggiuamenti le condizioni meteomarine sono state quelle ottimali per avere una abbondante presenza di microbolle di gas nelle acque.

E' possibile che questo modello possa essere applicato anche all'evento del Gargano del dicembre 2009? Io credo che valga la pena di esplorare questa possibilità, tenendo conto di entrambi i fattori, sia la forma della costa che la possibile formazione di microbolle.



venerdì 1 gennaio 2010

Maiani, De Mattei e le sorti della ricerca in Italia


Alla fine Maiani parlò di nuovo sull'affare De Mattei
Sul sito del CNR è uscita una nota “Precisazioni del Presidente del CNR sulla polemica tra evoluzionisti e anti-evoluzionisti a proposito del volume a cura del Vicepresidente, Prof. Roberto de Mattei”.

La nota comincia con una premessa: "In occasione del bicentenario della nascita di Charles Darwin, lo scorso 23 febbraio il Prof. Roberto de Mattei, Vice Presidente del CNR, ha organizzato un incontro informale a porte chiuse in una >aula della sede centrale dell'Ente. La riunione non ha gravato finanziariamente sul CNR. Le spese di viaggio e soggiorno sono state sostenute dagli stessi partecipanti e il Vice Presidente ha provveduto privatamente al pranzo per i convenuti".

Cominciamo con la considerazione che ai contribuenti italiani la riunione è costata solo la corrente elettrica e un po' d'acqua dei servizi igienici e forse dell'acqua minerale.
Forse era già troppo così. Poi però cominciano i guai: "gli interventi svolti nel corso della riunione sono stati pubblicati in un volume a cura del Vice Presidente de Mattei dal titolo "Evoluzionismo: il tramonto di una ipotesi ”, edito dalle Edizioni Cantagalli. L'editore ha fatto richiesta di un contributo finanziario, a parziale copertura della stampa, all'Ufficio Pubblicazioni e Informazioni scientifiche del CNR. In assoluta autonomia decisionale, come previsto, e agendo secondo le procedure ordinarie dell'Ente, l'Ufficio ha deciso di concedere parte del contributo richiesto, nella misura di 9.840 euro, Iva inclusa".

Quindi, evidentemente, l'Ufficio Pubblicazioni e Informazioni scientifiche del CNR non pensa alla congruità scientifica di quanto scritto nelle pubblicazioni. Un classico esempio di operazione burocraticamente ineccepibile. Ineccepibile? Forse non del tutto, perchè sul volume non è stato apposto il logo dell'Ente. Ciò è avvenuto su espressa richiesta del Vice Presidente che in questo modo ha voluto rimarcare come i contenuti non impegnino in alcun modo la posizione ufficiale dell'Ente.


Un capolavoro: il CNR a questa maniera salva la libertà di espressione (soprattutto quella di dire bischerate) senza sporcarsi le mani ed evita le critiche di alcuni giornali di destra per i quali evidentemente i dati scientifici contano meno di niente (nel paese di Croce e Gentile è ovvio....). E, soprattutto, concede un finanziamento senza che chi legga il libro sappia che lo ha dato....

triplo “mah”..

Il comunicato poi ricorda le (sciagurate) parole di Maiani del 30 novembre: "Desidero sottolineare il carattere aperto della ricerca intellettuale e la mia personale contrarietà a ogni forma di censura delle idee. La libertà di espressione è un bene garantito dall'articolo 21 della nostra Costituzione."



A questo proposito cito per la chiarezza Gianni Comoretto, scienziato e cattolico, il quale in un commento ad un altro mio post sulla materia, rispondendo ad un creazionista anonimo che ha tirato fuori questo magico concetto ha scritto che "la libertà di opinione è sacrosanta. Puoi benissimo credere che la Terra sia piatta, che il Camembert sia un generale di Napoleone, o che Eva derivi da una costola di Adamo. Ma non tutte le opinioni sono uguali, alcune corrispondono a fatti, altre no. L'evoluzione è un fatto".

Mi domando se l'Ufficio Pubblicazioni e Informazioni scientifiche del CNR abbia in testa questi concetti o basti presentargli un manoscritto “burocraticamente ineccepibile” anche se non lo è scientificamente.


Quasi quasi cerco di farmi pubblicare qualcosa anche io... Ho letto uno scritto di un religioso,probabilmente un vescovo che addirittura se l'è presa con Lyell e il gradualismo dicendo che erano nel giusto i "catastrofisti" della prima metà del XIX secolo. E allora perchè non scrivere per dimostrare come tutti i sedimenti creduti plioquaternari della Toscana si siano invece formati in un annetto a causa del diluvio universale, individuando pure la direzione delle correnti, e come la struttura dell'Appennino Settentrionale sia il frutto di due o tre eventi catastrofici distanziati di poche migliaia di anni l'uno dall'altro?

W il progresso della scienza!

Il comunicato, alla fine appare tranquillizzante, quando vi si legge che "purtroppo, la polemica su evoluzionismo e anti-evoluzionismo rischia di esaurire l’attenzione dei media (se ne è occupata anche Nature....) su una questione che in nulla ha inciso o inciderà sui programmi scientifici dell’Ente, né in termini di impostazione né di finanziamento alla ricerca, che proseguirà secondo i criteri di rigore scientifico propri della comunità internazionale".
Mi domando se “Proseguirà” o “ricomincerà” ad usare il rigore scientifico dopo la follia: nel 2009 talvolta lo ha lasciato da parte.

Purtroppo la sezione finale centra un punto focale: all'estero molti sono rimasti esterrefatti da De Mattei e il CNR rischia di diventare una barzelletta proprio per questo. E mi sa che non tutti citino questa cosa solo in maniera disinteressata: temo un effetto collaterale di questa disgrazia e cioè che qualcuno ne approfitti per mettere in dubbio la credibilità del CNR e dirottare fondi dall'Italia ad altre nazioni

C'è chi nell'ambiente scientifico è rimasto soddisfatto da questo comunicato. Fra i diversi commenti che amici e lettori mi hanno inviato ve ne cito uno che non proviene da Firenze, ovviamente senza citarne l'autore: credo che la precisazione del Presidente, che salvaguarda la dignità, il prestigio ed il ruolo scientifico dell’Ente, senza oscurare la libera espressione delle idee, ed evitando di esporre il CNR istituzionalmente a diatribe politiche, sia da apprezzare soprattutto in un momento particolare, come quello attuale, in cui il rischio di nuocere al CNR istituzione potrebbe essere anche molto pesante. Io, personalmente, condivido sul darwinismo la stessa posizione del Presidente che, come espressamente e chiaramente detto nel comunicato, è “diametralmente opposta a quella del prof. De Mattei” e quindi mi ritengo soddisfatto dal comunicato di Maiani.

A parte la necessità da parte di uno scienziato di dover puntualizzare la sua ovvia posizione sul darwinismo, personalmente sono ben poco soddisfatto non solo di questa precisazione di Maiani, ma anche di queste parole, che per me sono una spia del terrore che incute De Mattei e che soprattutto incute il sottobosco di cui il docente della “Università Europea” è la punta di diamante. Terrore che mi è stato più o meno indicato personalmente da un altro docente universitario, al solito non fiorentino, che conosce bene il Nostro a margine di un convegno a cui ho assistito e che ha detto che è in gioco il futuro della ricerca in Italia.


Mi chiedo che differenza ci sia con le parole, già riportate da me in un altro post, e che avevano fatto imbestialire anche l'anonimo appena citato: quelle pronunciate da Maiani il primo dicembre: "in merito all'articolo "Darwin mette in imbarazzo il Cnr - Lite tra studiosi sul creazionismo" (1.12.2009), voglio precisare che "il carattere aperto della ricerca intellettuale" e la "personale contrarietà a ogni forma di censura delle idee" per me e per il Consiglio Nazionale delle Ricerche non sono un "contentino", come afferma l'articolo, ma valori fondanti, coerenti con la civiltà del nostro Paese. Con l'occasione intendo ribadire con forza - al di là delle diverse posizioni culturali – i rapporti di stima, amicizia e proficua collaborazione che mi legano al Vice Presidente, prof. Roberto de Mattei".

Per la cronaca una risposta ben più dura a De Mattei venne dal presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Nicola Cabibbo: “no, il creazionismo non è scienza. E nemmeno cultura cattolica cristiana. Quell'idea non ha alcun diritto di cittadinanza nella nostra società”. e infatti De Mattei & c. hanno organizzato il loro convegno proprio perchè non fu loro permesso di partecipare a quello organizzato dal Vaticano.

Ma quello che si legge chiaramente in questo commento è che in pratica andare contro De Mattei (e soprattutto contro quelli che gli sono dietro) porterebbe il “rischio di nuocere al CNR istituzione”r. Semplicemente incredibile.... la ricerca scientifica in Italia sarebbe condizionata da questa gente?

Continuo a chiedermi chi ci sia dietro De Mattei: solo fondamentalisti cattolici e l'aristocrazia “nera” romana? Mah.... E' probabile che ci sia un disegno “elettorale”, con un messaggio del tipo “noi vogliamo tutelare chi crede davvero nella Bibbia, non come tanti altri” ma forse c'è qualcosa di peggio: il convegno di Radici Cristiane potrebbe fare parte di una strategia che cominciò con la Moratti ministro della scuola quando fu tolto il darwinismo dai programmi scolastici.

A tutti i membri della comunità scientifica spetterebbe controbattere questa follia. Ma non mi pare che adesso ce ne sia la volontà o, meglio, che pochi si vogliano esporre.