venerdì 9 ottobre 2009

Dawkins, Gould e i coccodrilli: come conciliare "il gene egoista" con gli "equilibri punteggiati"

Richard Dawkins e Steven Jay Gould sono due dei principali pensatori sull'evoluzionismo degli ultimi 50 anni. Entrambi grandissimi scienziati ed appassionati divulgatori (ho avidamente letto molti dei libri che hanno scritto), biologo l'inglese – paleontologo l'americano, hanno spesso polemizzato pubblicamente.

Tempo fa mi sono dichiarato un Darwinista di stretta osservanza (chi mi conosce personalmente da tempo non ha dubbi che lo sia da quando ero un ragazzo!), di confessione Dawkinsiana (il gene egoista, appunto), ma che nel contempo strizza l'occhio agli equilibri punteggiati gouldiani.
Su alcune cose non la penso come Darwin, ma semplicemente perchè la Scienza fa il suo corso e io ho accesso a una quantità di informazioni enormemente più grande di quella che aveva il naturalista inglese. Quindi andare “oltre Darwin” significa adeguare l'evoluzionismo con le conoscenze attuali, non che l'impianto fondamentale di “l'evoluzione delle specie” sia da buttare!
Ricordo alcuni "errori" di Darwin. In primis il grande naturalista inglese pensava alla mescolanze dei caratteri: è uno sbaglio ma all'epoca non aveva a disposizione né gli studi di Mendel né tantomeno conosceva l'esistenza del DNA: pertanto arrivare a capire che o prendi quel gene da un genitore o lo prendi dall'altro era molto improbabile. Inoltre pensava che l'evoluzione procedesse in maniera lenta e continua. Invece gli equilibri punteggiati gouldiani prevedono dei momenti in cui l'evoluzione accelera il suo corso in mezzo a periodi di poche variazioni.

Gould, pensando a questi due aspetti traeva delle conclusioni completamente differenti: non si riteneva (purtroppo è morto nel 2002) un darwinista di stretta osservanza e questo ha portato alcuni creazionisti a dire, forzando il significato di alcune sue frasi prese a caso, che Gould abbia sconfessato Darwin e – implicitamente – che sia stato un antievoluzionista. Roba da ricovero alla neurodeliri

A questo punto mi dovrei porre il problema se sono un darwinista di stretta osservanza o no. Propendo per il “si”, nella convinzione che secondo me i messaggi principali sono “l'evoluzione è avvenuta, ma non grazie all'ereditarietà dei caratteri acquisiti”, ma grazie alla “sopravvivenza del più adatto”. Quanto alla velocità lenta e costante dell'evoluzione, Darwin nella sua formulazione è decisamente un gradualista estremo, forse anche un po' troppo. Però succede spesso che le nuove teorie quando vengono alla luce siano piuttosto semplici e successivamente, durante le ricerche in merito, ilquadro, valido nell'impianto generale, si complichi un pò. E' il caso per esempio della Tettonica a zolle Crostali. Poi bisogna calarsi nella sua epoca per capirlo. A parte che non conosceva ancora l'esistenza del DNA, l'immenso naturalista inglese nel suo gradualismo “totale” era forse anche condizionato dalla polemica fra “gradualisti” e “catastrofisti”: i gradualisti, capofila Lyell sostenevano che la Storia della Terra si era sempre svolta ad una certa velocità, quando invece i catastrofisti sostenevano degli scossoni che provocavano improvvisamente sollevamenti di montagne e estinzioni di massa. Oggi i creazionisti puntano molto sul catastrofismo, come già nel XIX secolo: ho letto per esempio l'articolo di un teologo che contesta il gradualismo di Lyell (e osanna Cuvier, ovviamente). Essendo ovviamente schierato dalla parte dei gradualisti, forse proprio per reazione ai catastrofisti Darwin non poteva sicuramente pensare che ad una estrema gradualità dell'evoluzione. Oddio, ormai le idee gradualistiche stavano decisamente trionfando, ma nella concezione di uno scienziato c'è sempre un imprinting dettato dall'ambiente e dalle polemiche in cui si è svolta la sua formazione iniziale.

Dopodichè appartengo alla “confessione” Dawkinsiana. Richard Dawkins sostiene una visione un po' estrema secondo la quale, alla fine, noi esseri viventi siamo semplicemente delle macchine che consentono ai geni di perdurare. Quindi procreiamo non per perpetuare la specie, ma perchè sono i nostri geni che ci dicono di farlo in modo che loro si possano perpetuare. Una visione estremistica ma che mi trova piuttosto d'accordo. Il “gene egoista” è abbastanza chiaro e semplice: i geni sono i replicatori che sono sopravvissuti nel tempo e per sopravvivere (per propagarsi come replicatori) hanno costruito dei veicoli, cioè delle macchine di sopravvivenza (animali, vegetali, uomo): noi siamo macchine da sopravvivenza programmate per permettere ai nostri geni di replicarsi. E' ovvio che solo i geni che danno le forme più adatte (spesso in coabitazione fra più geni) si riproducono. Anzi, i geni sono unità che sopravvivono "passando attraverso un gran numero di corpi successivi". I geni quindi vivono “milioni se non miliardi di anni”.

Veniamo ora agli equilibri punteggiati: l'idea parte dalle dinamiche della genetica ed in particolare dalla rapida evoluzione tipica di piccole popolazioni alla conquista di un nuovo ambiente. Lo si vede sia in grande scala nel caso delle grandi radiazioni adattative (come quella dei primi placentati o quella delle forme nordamericane in Sudamerica alla formazione dell'istmo di Panama) o in piccola scala citando il classico esempio delle lucertole di Pod Mrcau. Si vede quindi che in effetti grandi cambiamenti possano avvenire in periodi di tempo limitati.
E' questo il senso degli equilibri punteggiati Gouldiani: grandi salti in brevi lassi di tempo, mentre in periodi “normali” l'evoluzione procede con grande lentezza. Un andamento opposto all'estremo gradualismo darwiniano ma che, ovviamente, non è uno scarico di Darwin e dell'evoluzione da parte di Gould. Anzi, direi tutt'altro. E' semplicemente una migliore precisazione di quello che succede

Scrissi pure come fra i miei sogni ci sia la voglia di conciliare queste due visioni, secondo me alla fin fine non poi così in contrasto fra di loro. Razionalmente mi chiedo: “può darsi che io scriva così perchè sono “innamorato” di entrambi gli scienziati?”. Alla fine penso proprio di no.
Eppure io sarò scemo ma penso che, alla fine, Gould e Dawkins abbiano descritto due facce dello stesso problema. Gould parte dalla visione del paleontologo, che ha pochi reperti a disposizione, studia l'anatomia comparata, e cerca di capirne perchè vede pochi “anelli di congiunzione”. Dawkins è un biologo, nella cui visione i geni sono il sistema per leggere il passato.
Fedele alla impostazione letteraria dawkinsiana, che amo svisceratamente, vorrei quindi fare un esempio pratico con un raccontino, che chiamerò “il racconto del coccodrillo”.

IL RACCONTO DEL COCCODRILLO

Vediamo come conciliare le due posizioni e vediamo sia come l'evoluzione possa procedere anche in tempi rapidissimi come vuole Gould, sia come, alla fin fine, i geni che si perpetuano siano quelli che consentono, in nome della sopravvivenza del più adatto, le caratteristiche migliori per un particolare ambiente in un particolare periodo.

I geni sono sempre in lotta per la loro sopravvivenza contro altri geni e le mutazioni genetiche si sono dimostrate fondamentali non solo nella competizione preda / predatore, ma anche in risposta alle pressioni ambientali: se i geni non si fossero modificati nel tempo, difficilmente sarebbero sopravvissutiai tanti cambiamenti della Terra dalla loro apparizione. Quindi potersi modificare è stata una tattica vincente. Ma tutto questo non impedisce certo una evoluzione gouldiana: i geni specialmente in fasi di modifica ambientale o di conquista di nuovi ambienti sono molto “in pressione”, quando sono più favoriti quelli che consentono dei cambiamenti anziché quelli che dimostrano tendenze più conservative

I coccodrilli sono apparsi nel Triassico, evolvendosi da antenati terrestri affini a quelli di uccelli e dinosauri e la transizione da forme terrestri ad esseri ben adattati alla vita acquatica è stata piuttosto veloce. Fra le forme più vicine ai coccodrilli ci sono i membri della famiglia Rauisuchidae, che tutto sommato forniscono un bel modello di come dovevano essere i loro antenati. In seguito hanno un po' cambiato forme e dimensioni, in relazione soprattutto alle prede che avevano a disposizione, ma sostanzialmente il loro “piano corporeo” (non proprio casualmente molto simile a quello dei fitosauri – arcosauri anch'essi – che occupavano più o meno la stessa nicchia ecologica) è rimasto lo stesso. Non ce ne è stato bisogno perchè non hanno sostanzialmente cambiato le loro abitudini di animali predatori “generalisti” al vertice della catena alimentare nei fiumi e nelle zone umide delle fasce calde.

Questo stile di vita probabilmente li ha salvati dall'estinzione della fine del Cretaceo, che ha selettivamente lasciato quasi intatte le faune fluviali.
Gli unici coccodrilli meno specializzati per l'acqua apparvero all'inizio del terziario, nel primo Paleocene quando, scomparsi i dinosauri, approfittarono della mancanza di predatori carnivori (i mammiferi erano ancora degli insettivori), assieme ad alcuni uccelli. Però quando poi comparvero i primi mammiferi carnivori (creodonti, mesonichidi, primitivi esponenti dell'attuale ordine “carnivora”) fu la fine dei coccodrilli terrestri e degli uccelli carnivori (che resistettero in Sudamerica dove i mammiferi carnivori erano marsupiali e non placentati). In seguito, il raffreddamento della fine dell'Eocene ha molto ridotto il loro areale, ma dove vivono dominano. Se noi adesso guardiamo i geni dei coccodrilli, nel Trias inferiore si sono affermati e riprodotti quelli che hanno consentito il cambiamento da abitudini terrestri ad abitudini acquatiche, cioè quelli che da un corpo simile ai Raiosuchidi sono riusciti a costruire una “macchina” più acquatica. Successivamente hanno potuto arrivare fino ad oggi i geni che invece hanno scelto una visione più “conservativa” delle caratteristiche somatiche. Nel Triassico i geni più conservativi durante il periodo di transizione si sono rapidamente estinti: le forme da loro prodotte nel contempo non erano vincenti nei confronti dei loro competitori terrestri, nè riuscivano a reggere la concorrenza di quelle nuove, più adattate all'acqua. Questo vale per quasi tutte le forme di transizione.

I cambiamenti “epocali” avvengono in poco tempo e le forme intermedie sono difficilissime a trovarsi perchè si estinguono molto facilmente in quanto non sono “nè carne nè pesce”. Quindi di fossili del genere ce ne sono veramente pochissimi. Ed ecco così come con “il racconto del coccodrillo” riesco a dare ragione contemporaneamente sia a Gould che a Dawkins!

2 commenti:

Michele ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Michele ha detto...

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