venerdì 21 febbraio 2014

Un nuovo vulcano candidato per l'evento del 536 d.C. : l'Ilopango (El Salvador)


Negli anni intorno al 536 è avvenuto un immane disastro a livello mondiale. Fonti bizantine e cinesi, in particolare, assicurano che il sole sia rimasto oscurato per 18 mesi (insomma, per circa un anno e mezzo...) da una nebbia scura e secca (la somma di ceneri e aerosol di Zolfo). Ho cominciato ad interessarmi di questa faccenda molto per caso: qualche anno fa alla fine delle vacanze estive in una bancherella a Castiglioncello trovai “Catastrofe” di David Keys. Nella copertina lessi di una eruzione vulcanica che aveva sconvolto il mondo. Avendo finito i libri da leggere che mi ero portato, visto il prezzo di realizzo e la voglia di farmi due risate nei confronti di un catastrofista decisi di comprarlo. Però capii subito che proprio delle bischerate non erano e che questo fenomeno ha cambiato in parte il destino dell'umanità. La cosa che sorprende è che quello del 536 d.C. sia una evento tanto massiccio quanto praticamente sconosciuto, un evento che andrebbe studiato molto meglio; eppure negli studi storici nessuno ha considerato l'instabilità politica e sociale provocata da quei 18 mesi che sconvolsero il mondo. Il primo indiziato, ancora negli anni '80, secondo Stothers e Rampino è stato il Rabaul, in Nuova Guinea. Ed è la soluzione che mi era sempre piaciuta anche a me, pur con qualche dubbio. Keys ed altri pensano, secondo me completamente a torto al Krakatoa. Recentemente è stato indicato come fortemente indiziato il vulcano Ilopango, in El Salvador. E se anche non esiste una certezza matematica, diciamo che le prove a carico di quest'ultimo sono decisamente interessanti.

Ci sono testimonianze talmente attendibili in tutto il mondo da levare qualsiasi incertezza sul fatto che nel 536 sia successo qualcosa di eccezionale e transitorio. Ringrazio l'amico Davide Biosa, un finissimo letterato, che ha spulciato la letteratura bizantina, trovando dei passi molto interessanti. Ad esempio un testimone diretto, Procopio, nella “Storia delle guerre di Giustiniano” scrive che “il Sole irradiò la sua luce con una brillantezza simile a quella della Luna per un anno” e che “dal momento in cui questo è avvenuto, gli uomini non furono più liberi da guerre, pestilenze e da eventi mortiferi”. Una Cronaca Siriaca posteriore indica che il fenomeno durò dal 24 Marzo 536 al 24 Giugno 537. In quel periodo il mare sarebbe stato perennemente in tempesta.

Un avvenimento gigantesco, eppure totalmente sconosciuto ai più. Evidentemente non ha interessato gli storici, come è noto legati a guerre, regnanti, vicende politiche e cose del genere, ma che hanno sempre e completamente ignorato i fatti naturali. 
Ignorare l'evento del 536 è il più classico degli esempi su un certo modo di fare la Storia che non mi vede per niente d'accordo; a notevole aggravante per gli storici ci sono le sue conseguenze che perdurarono negli anni successivi e hanno avuto una importanza tremenda nella storia dell'Umanità, avendo avviato tutta quella serie di migrazioni e rimescolamenti etnici e politici che hanno caratterizzato da un capo all'altro l'Eurasia dei secoli successivi.

Tra questi effetti si può addebitare anche la peste che ebbe luogo tra il 541 ed il 543 (la cosiddetta “peste di Giustiniano”, dal nome dell'imperatore d'Oriente all'epoca in carica); le ricerche di un folto team internazionale, coordinato da Hendrick Poinar della canadese McMaster University, hanno dimostrato che la causa, come per altre epidemie successive, è stata la diffusione di un ceppo del batterio Yersinia pestis. Dopo l'evento principale, che in Mediterraneo ed Europa provocò la morte di decine di milioni di persone, successivi focolai sono persistiti almeno per altri 200 anni.
Normalmente le pestilenze si scatenano in corrispondenza di periodi in cui per qualche motivo le popolazioni sono più deboli; le cause possono essere eventi naturali (fasi troppo piovose o siccitose a cui si associano sempre diminuzioni dei raccolti) o eventi antropici come guerre; lo scenario seguito alla catastrofe del 536 è chiaramente compatibile con lo scatenarsi di una pestilenza.

UNA ERUZIONE VULCANICA COME CAUSA PIÙ PROBABILE

Sull'origine di questo fenomeno i ricercatori hanno puntato subito gli occhi su una grande eruzione vulcanica; questo è supportato dalle osservazioni sulla abbondanza di composti dello Zolfo nei ghiacci depositatisi in quegli anni in Antartide e in Groenlandia; questi livelli ad alto tenore di Zolfo sono comuni nei ghiacci e si depositano inequivolcabilmente in corrispondenza di eruzioni vulcaniche di particolare imponenza; un altro fattore è la descrizione di una “nebbia secca”, cioè composta di pulviscolo e non di umidità, fatta da parecchi Autori. 
In effetti si è trattato di un insieme di ceneri finissime e aerosol di zolfo. Una cappa del genere, derivata dall'eruzione dell'islandese Laki del 1783, arrivò a Parigi dove fu descritta da Benjamin Franklin, all'epoca nella capitale francese per trovare una alleanza fra il giovane stato americano e la Francia in funzione anti - inglese. 

Non sarebbe la prima, né l'unica volta, in cui una eruzione vulcanica esplosiva ha provocato sconquassi a livello globale: ad esempio appena 75.000 anni fa l'umanità ha rischiato l'estinzione a causa dell'esplosione a Sumatra del Toba, a causa della quale si è formato un lago lungo 100 kilometri. Nell'occasione si calcola che siano stati emessi in atmosfera ben 2800 km cubi di materiali e la cappa di aerosol e cenere oscurò il sole per almeno un decennio. Venendo a tempi recenti, si deve ricordare il 1816, l'”anno senza estate” innescato dall'eruzione del Tambora del 1815, che causò anche la famosa carestia in Irlanda durante la quale morirono decine di migliaia di persone. Nell'occasione furono emessi circa 50 kilometri cubi di ceneri.

Una prima caratteristica degli anni successivi al 536 è la ridottissima dimensione degli anelli di accescimento degli alberi. Accade normalmente che i dati siano contrastanti: se alcune zone registrano valori in diminuzione, in altre magari succede il contrario. Uno spostamento delle precipitazioni o una leggera anomalia nelle condizioni climatiche possono avere ripercussioni opposte anche fra zone limitrofe, non solo quando la distanza è maggiore. Negli anni dopo il 536 il basso valore di accrescimento degli anelli registra condizioni molto difficili in tutto l'emisfero settentrionale. 
Si vede bene da questo grafico tratto dal fondamentale lavoro del 2008 di Larsen et alNew ice core evidence for a volcanic cause for the AD 536 dust veil” che mostra i dati di Europa e Asia Settentrionale. Si nota nel grafico più basso, quello della “media” che gli anni dopo il 536 costituiscono il momento di minimo accrescimento degli alberi. Altri due valori molto bassi sono attorno al 1600, in piena piccola era glaciale ma soprattutto in corrispondenza di una importante eruzione del vulcano islandese Hekla (la predominanza di dati ricavati in Europa Settentrionale incide moltissimo sulla media), e ai primi del 1800, in corrispondenza dell'eruzione del Tambora.
È quindi un'altra conferma indiretta della natura del problema.

LA RICERCA DEL COLPEVOLE: IL RABAUL (NUOVA GUINEA) È IL PRIMO INDIZIATO

Ma qual'è il vulcano colpevole? I pionieri della ricerca sono stati Richard Stothers e Mike Rampino, geologi della NASA: nel 1984 Stothers su “Nature” propose come colpevole del misfatto il Rabaul, vulcano situato in Nuova Britannia, un'isola accanto alla Nuova Guinea. In Nuova Britannia ci sono ben 5 vulcani che hanno sviluppato eruzioni particolarmente violente negli ultimi 10.000 anni. 

Altri Autori (come anche Keys) suggeriscono una eruzione del Krakatoa, il vulcano dello Stretto della Sonda tra Giava e Sumatra che ha avuto una esplosione particolarmente violenta nel 1883. Ma non ci sono segni di una attività esplosiva particolare di quel vulcano nel VI secolo d.C. Keys in particolare pensa ad un errore nelle datazioni storiche, attribuendo al 536 l'eruzione che le fonti indicano essersi svolta nel 416.

L'eruzione della Ignimbrite di Rabaul era “comoda” per vari motivi: innanzitutto con la datazione delle età dei frammenti vegetali coinvolti nell'evento; purtroppo il metodo del Carbonio 14 fornisce risultati con una forbice molto elevata rispetto alle necessità: infatti veniva riportato “540 d.C. ± 90 anni”. il range era quindi piuttosto largo ma il 536 si trova proprio giusto nel mezzo. Inoltre le datazioni con il Carbonio 14 tendono ad indicare età leggermente più vecchie della realtà: per questo spesso troviamo in letteratura le età considerate con due grandezze diverse, gli “anni 14C” e gli “anni di calendario”:.
Un'altro aspetto positivo è che le eruzioni all'equatore hanno una maggiore facilità di disperdere i propri aerosol nella totalità della stratosfera.

L'unica perplessità riguardava le dimensioni dell'evento: la letteratura scientifica al proposito è scarna ed il valore che viene comunemente riportato è circa 11 km cubi: se li paragoniamo ai 50 km cubi emessi dall'indonesiano Tambora nel 1816, che provocarono "l'anno senza estate" e la carestia in Irlanda, i conti non tornano: appaiono francamente un po' pochi per un fenomeno della portata di quello del 536, e lo appaiono pure se si paragonano ai circa 20 km cubi provocati dalla eruzione del Krakatoa nel 1883. 
Pertanto avevo due idee in proposito: o l'eruzione è sottostimata o, essendo avvenuta in un golfo, ci sono stati dei coinvolgimenti di acqua marina che hanno amplificato la portata dell'evento.
In ogni caso il Rabaul fino all'altro ieri è rimasto il maggior indiziato.

Sono venute fuori anche delle spiegazioni alternative: ad esempio nel 2009 al meeting autunnale della Unione dei Geofisici Americani un gruppo di studiosi ha affermato di aver trovato nel golfo di Carpentaria tracce di un impatto meteoritico riferibile al VI secolo d.C. Una spiegazione simile potrebbe dare conto della nube di polvere ma non certo dell'anomalia nella quantità di Zolfo presente nei ghiacci e non ha mai incontrato il favore della comunità scientifica. 

UN NUOVO, AUTOREVOLE, INDIZIATO: L'ILOPANGO (EL SALVADOR)

Però c'è un'altra soluzione, nel senso che è entrato nella lista come principale indiziato un altro vulcano. Me lo ha fatto notare Raffaello Cioni, vulcanologo del Dipartimento di Scienze della Terra di Firenze. L'Ilopango, vulcano in El Salvador, che ad un certo punto tra il V e il VI secolo d.C. produsse una eruzione niente male: dove prima si ergeva una montagna alta almeno 2000 metri, oggi c'è una caldera di 10 kilometri di raggio, parzialmente riempita da un lago. Nell'immagine si vede il lago ed un'isola frutto di attività più recente.  Era stato calcolato che l'evento abbia coinvolto 18 kilometri cubi di materiali. L'eruzione ha provocato la formazione della “Terra Blanca Joven”, un orizzonte – guida tipico della stratigrafia archeologica mesoamericana.

Il fatto che sia un pò più a nord dell'equatore non è molto significativo ma il vero problema sta nella datazione “ufficiale” dell'evento: 450 ± 30 anni... un po' troppo vecchia per le “esigenze” del 536. Ancora nel 2010 Shigero Kitamura trovò risultati simili.
Rispetto al Rabaul il quantitativo di prodotti emessi è un po' maggiore, 18 km cubici, ma rimane lo stesso il mistero di come un quantitativo minore dei 50 emessi dal Tambora del 1816 abbia provocato tutto questo macello.

Poi spunta un particolare interessante: la “Terra Blanca Joven” segna anche una forte discontinuità a livello della civilizzazione. Quindi siamo sicuri che almeno da quelle parti ha rappresentato un “problema” di grande importanza a livello umano.
Però complici l'età un po' troppo antica e un quantitativo non eccezionale di ceneri disperse in atmosfera, nessuno, insomma, poteva pensare all'Ilopango come il colpevole dell'evento del 536.

Questo fino al 2012, quando un gruppo di ricerca guidato da Robert Dull dell'università del Texas ha revisionato l'eruzione. 
Innanzitutto ne ha ricalcolato le dimensioni: con 84 km cubi di prodotti emessi ne ha fatto di gran lunga la più grande eruzione avvenuta in tempi storici (l'eruzione che distrusse Pompei produsse appena poco più di 1 km cubo di materiale).
Poi ha effettuato nuove datazioni radiometriche con il metodo del radiocarbonio su tronchi di alberi contenuti nella “Terra Blanca Joven”. Al solito non sono risultati molto precisi, nel senso che l'età varia in un range notevole, tra il 440 e il 550 d.C.

L'anno 535 è, dunque, dentro questo intervallo ed è quindi da quelsto punto di vista la correlazione ilopango – 535 è possibile. Secondo Dell una conferma viene dalla stratigrafia delle anomalie di zolfo nelle carote glaciali, in particlare da certe caratteristiche composizionali (però c'è anche l'evento citato da Stothers e Rampino del 472, che forse si accorda meglio con i dati radiometrici).
Comunque le dimensioni dell'evento e la documentata influenza sulla vita umana, almeno nel Centroamerica ne fanno sicuramente un indiziato molto forte.

NUOVE DATAZIONI SCAGIONANO ULTERIORMENTE IL RABAUL

Ma... e il Rabaul?
Quanto alla ignimbrite di Rabaul, oggi viene considerata la causa di una anomalia dello zolfo registrata nelle carote glaciali nel 635 d.C. Anche in questo caso è stata rivisitata la cronologia del Carbonio 14 trasformando gli “anni 14C” in “anni di calendario”.

L'ILOPANGO APPARE UN SOSPETTATO MOLTO PROBABILE

Diciamo quindi se ancora non ci sono certezze assolute, è altamente probabile che l'evento del 536 d.C. e i suoi “effetti collaterali” siano stati innescati dalla eruzione dell'Ilopango nella quale si è formata la "Terra Blanca Joven", anche considerando che secondo gli studi di Dell & c. questa eruzione abbia emesso un buon 30% in più di prodotti rispetto all'eruzione del Tambora del 1816.
Inoltre c'è la questione della forte discontinuità nelle vicende umane in corrispondenza della Terra Blanca Joven in tutte le Americhe, che quindi si può facilmente correlare ai problemi sociali associati all'evento del 536 in Eurasia.

1 commento:

Jaime M R ha detto...

Molto Interesante , sonno del posto e non sapevo di questo avvenimento.