martedì 8 gennaio 2008

I mari italiani e il rischio Tsunami - un progetto della Protezione Civile

Tsunami è stata a lungo una parola sconosciuta ai più fino al terribile evento del dicembre 2004. Già un paio di anni prima, nel dicembre 2002, l'Italia ne aveva subito uno, provocato dall'eruzione dello Stromboli durante la crisi sismica che investì il meridione d'Italia e l'Algeria tra l'autunno 2002 e la primavera 2003 (violente eruzioni dell'Etna e dello Stromboli, sequenze sismiche del Tirreno meridionale e dell'Etna, terremoto di San Giuliano, terremoto a Boumerdes – Algeria Settentrionale).

Il rischio tsunami in Italia è minimo da un punto di vista statistico, cioè è molto difficile che una persona nella sua vita “veda” uno tsunami in Italia, tantopiù se distruttivo. Le testimonianze storiche attendibili su tsunami in Italia non sono tantissime, e questo riflette più la rarità dei fenomeni che una mancanza di dati. Però ci sono tracce di tsunami originati in Italia di una certa importanza in periodi antecedenti a quello storico. Per esempio, circa 8000 anni fa un'enorme frana di 35 chilometri cubi si staccò dal fianco orientale dell'Etna e si inabissò nel Mare Ionio, causando uno tsunami confrontabile se non maggiore di quello del 2004 del Sudest asiatico.

Gli Tsunami si formano per vari motivi. In primo luogo a causa di terremoti che provocano spostamenti improvvisi del fondo marino (come per il Grande Terremoto di Sumatra del 2004 e quello di Messina del 1908). I Vulcani lungo le coste e quelli che formano isole sono molto pericolosi, sia in caso di esplosione (ad esempio Santorini nell'antichità e Krakatoa nel 1883) oppure se interi costoni franano in caso di eruzione (come appunto Stromboli 2002) oppure per cedimenti naturali: un vulcano, anche se spento, può non essere un corpo stabile. Le frane possono essere di gigantesche proporzioni, come quella citata dell'Etna e ci sono prove che i vulcani hawaiiani abbiano prodotto fenomeni simili. Ci sono poi nemici ancora più sconosciuti, i vulcani sottomarini, come nel Tirreno il monte Marsili. Le difficoltà maggiori su questi vulcani sono soprattutto dovute alla difficoltà di avere informazioni sulla loro attività. n altro motivo di formazione di Tsunami sono le frane sottomarine, in particolare quelle che si finnescano nelle zone delle scarpate continentali.

Una differenza fondamentale è che terremoti, frane, vulcani e altri fenomeni naturali provocano problemi in zone piuttosto circoscritte (a parte i riflessi globali di poche, grandi eruzioni vulcaniche). Lo Tsunami è molto diverso: per sua natura colpisce zone anche molto distanti dalla quella di origine.

Dall'origine molto recente dei margini continentali italiani consegue che ci sono molte situazioni a rischio. Quindi la Protezione Civile Italiana ha lanciato il progetto MaGIC (Marine Geohazard along the Italian Coasts), che nei prossimi 5 anni mapperà e monitorerà margini continentali ed altre aree giudicate “a rischio” dei mari italiani. Nel progetto sono coinvolti geologi, geofisici, oceanografi, vulcanologi e altri scienziati. Dai vulcani lungo le coste, le isole e il fondo del Tirreno e del Canale di Sicilia, al margine ionico Calabro, caratterizzato da imponenti fenomeni di compressione crustale, alla scarpata Ibleo – Maltese che borda la costa ionica sicula siamo davanti a situazioni molto difficili. Anche la Sardegna orientale e la Liguria presentano situazioni a rischio.

Il progetto prevede la mappatura con profili geofisici per oltre 60.000 km di una buona parte delle coste italiane. In particolare verranno studiate le coste liguri, quelle sarde, tutta la costa tirrenica a sud di Ponza, tutta quella ionica e l'Adriatico dalle Tremiti verso sud. In mezzo al Tirreno verrà esaminato tutto il fondale fra le Eolie e Ustica, il Monte Marsili, un enorme vulcano attivo, più grande dell'Etna, posto a Nord delle Eolie e tutta la zona centrale, dove se il vulcanismo pare attualmente concluso, potrebbero essere osservate delle strutture tettoniche attive. Nel Canale di Sicilia gli obbiettivi sono la zona di Pantelleria e quella dei cosiddetti “Campi Flegrei siciliani”.

Inutile dire che la comunità scientifica si aspetta molto da questo progetto, sia per la definizione dei rischi, sia perchè questa è una magnifica occasione per migliorare le conoscenze sulla evoluzione degli ultimi 5 milioni di anni dei bacini che circondano la penisola.

Da ultimo una osservazione molto importante: le zone selezionate sono quelle in cui si possono originare i fenomeni. Ma le coste a rischio, dove le onde anomale si possono abbattere, sono molte di più.

3 commenti:

Ignazio Burgio ha detto...

A proposito di tsunami, recentemente ho pubblicato un interessante articolo, molto cliccato, sull'antico tsunami scatenato dall'Etna 8000 anni fa e sulla città sommersa di Atlit-Yam, sul mio sito www.CataniaCultura.com
Mi auguro che anche voi possiate trovarlo di vostro gradimento.
Cordiali saluti.

Aldo Piombino ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Aldo Piombino ha detto...

Ringrazio per la visita. Ho letto l'articolo e l'ho trovato veramente completo, interessante e soprattutto stimolante per nuovi approfondimenti.