mercoledì 4 novembre 2026

l'evento alluvionale della Toscana e dell'Italia di Nord-Est dei primi di novembre del 1966


Quest’anno ricorre il sessantesimo anniversario di una delle alluvioni più importanti della storia repubblicana italiana: ai primi di novembre del 1966 piogge decisamente fuori dalla norma (tra un terzo e un quarto della media stagionale) hanno messo in ginocchio la Toscana e il Triveneto. È conosciuta talvolta come l’alluvione di Firenze, perché a causa della sua fama universale, la notizia che la città era stata invasa dalle acque è finita rapidamente sui giornali e sulle televisioni di tutto il mondo. In realtà, a causa della vastità delle distruzioni che hanno interessato non solo il capoluogo toscano, ma anche buona parte della regione e il Triveneto, parlare solo di Firenze è estremamente riduttivo e infatti ad esempio il progetto POLARIS del CNR-IRPI parla di “alluvioni del novembre 1966”. Personalmente mi piace il termine “evento alluvionale della Toscana e dell'Italia di Nord-Est”. Si è trattato della classica “tempesta perfetta” a cui hanno concorso una serie di fattori: una depressione pronunciata e un richiamo di aria calda sul Mediterraneo Occidentale, un robusto anticiclone nei Balcani, le piogge e il clima fresco delle settimane precedenti che nelle Alpi avevano depositato un manto nevoso sciolto dalle piogge e dal riscaldamento dei primi di novembre e la tempistica della distribuzione delle piogge fra Casentino e Mugello a causa della quale da poco a monte di Firenze in giù si sono sommate due onde di piena differenti. In questo primo post, dopo delle considerazioni generali, mi soffermo su alcuni aspetti di quello che è avvenuto a Firenze

le isobare del 4 novembre 1966: si notano 
la profonda depressione sull'Italia e l'anticiclone 
che blocca la perturbazione
L’INNESCO DELLA TEMPESTA PERFETTA. Alla fine di ottobre 1966 una depressione sulla Spagna ha iniziato a muoversi verso Est innescando un richiamo caldo. Hanno contribuito a rendere particolarmente drammatico il quadro diversi fattori:

1. MASSIMA EVAPORAZIONE. L’accoppiamento della depressione molto profonda e il richiamo di aria calda nel Mediterraneo occidentale ha consentito una evaporazione superiore al normale, gonfiando così le nubi di acqua
2. CONFIGURAZIONE DELLE FIGURE ATMOSFERICHE. Un robusto anticiclone sui Balcani ha bloccato sull’Italia la perturbazione. Spesso le grandi alluvioni italiane sono dovute al prolungarsi delle piogge a causa di un blocco anticiclonico ad Est dell’area interessata e proprio poche settimane fa, il 30 settembre 2026, un fenomeno analogo ha interessato la Francia: l’anticiclone, che in questo caso stazionava sull’Italia, ha bloccato una perturbazione atlantica, per cui le piogge hanno insistito su costa atlantica, Linguadoca e Provenza, con danni estremamente ingenti. 
Soltanto grazie a questi due fattori in un ristretto lasso di tempo in Toscana e Nord-Est piovve un quantitativo tra il 25 e il 35% della precipitazione media annua! Ma ci sono altre concause che hanno peggiorato la situazione.
3. I FORTI VENTI SULL'ADRIATICO. il gradiente pressorio fra la depressione profonda sull’Italia e l’anticiclone altrettanto robusto sui Balcani ha innescato forti venti sciroccali che hanno gonfiato l’Adriatico settentrionale e provocato a Venezia la maggiore acqua alta di sempre - 192 mm - avvenuta oltretutto in corrispondenza di una teorica fase di bassa marea. Solo i 187 mm registrati il 12 novembre 2019 si sono avvicinati al valore registrato nell’occasione.
4. PIOGGE E NEVICATE DELLE SETTIMANE PRECEDENTI. L’ottobre 1966 è stato piuttosto piovoso. Di conseguenza il livello dei fiumi era già più alto rispetto al solito e quindi la loro capacità di sopportare il forte afflusso di acque piovane era minore (e nel caso fiorentino gli invasi idroelettrici erano al colmo) e i terreni erano già saturi e dunque incapaci di assorbire ulteriori precipitazioni, per cui praticamente tutta l’acqua che è piovuta se ne è andata via. Inoltre grazie al clima fresco, nelle settimane precedenti nelle Alpi orientali aveva nevicato fino ad una quota abbastanza bassa per il periodo (800 metri): il rialzo delle temperature apportato dai venti sciroccali e le piogge hanno contribuito non poco allo scioglimento di questo manto nevoso: i fiumi hanno dovuto gestire quindi non solo le ingenti precipitazioni dei primi di novembre, ma anche le acque provenenti da questo improvviso disgelo
5. BACINO DELL'ARNO: DUE PIENE SI SOMMANO A MONTE DI FIRENZE. A Firenze e a valle di essa a causa della grande quantità, della estesa distribuzione (nel caso dell'Arno tutto il bacino a monte di Firenze - a parte la Valdichiana - e della tempistica delle piogge, a Pontassive, dove si trova la confluenza fra Sieve ed Arno, alla piena proveniente da Casentino e Valdarno superiore si è sommata quella proveniente dal Mugello: se avesse piovuto prima in Mugello e poi in Casentino / Valdarno superiore da Pontassieve avremmo avuto due massimi molto distanziati nel tempo, anzichè piuttosto vicini
6. TRENTINO E CADORE: UN TERRITORIO FERITO POCO TEMPO PRIMA. La gravità dei danni in Trentino e nel Cadore è inoltre da addebitare ad una alluvione avvenuta in agosto, che aveva lasciato alcune aree in situazione di squilibrio. Un po' quello che è successo in Romagna nel 2023: in molti non sanno che quella conosciuta come la grande alluvione del 2023 è stata preceduta da un evento abbastanza simile due settimane prima, per cui il territorio era già messo molto male. Insomma, in entrambi i casi si può letteralmente affermare che piovve sul bagnato

Con questo, non si può dire che senza queste circostanze aggravanti non sarebbe successo niente, ma sicuramente e non solo a Firenze l’esondazione sarebbe stata “un pò minore".
È importante notare che i massimi delle piogge sono registrati nelle parti sopravvento delle catene montuose che hanno incontrato le nubi. Per questo i livelli di precipitazione nella pianura padana fra l’Appennino e le Alpi sono stati sensibilmente inferiori.

UN BILANCIO TERRIBILE. La piattaforma POLARIS dell’IRPI-CNR evidenzia in questa carta le zone interessate dall’evento. Notiamo che in Toscana prevalgono i danni da alluvione, mentre nel Triveneto anche le frane hanno fatto la loro parte. Il bilancio fu tragico: tra Toscana e Nord-Est si sono contati più di 800 comuni interessati, con 134 morti (di cui 47 in Toscana) e tante città colpite, 88.000 sfollati (46.000 nella sola Toscana, poi 25.800 in Veneto, 15.800 in Friuli-Venezia Giulia, 800 in Emilia-Romagna e oltre 400 in Trentino-Alto Adige. Nel Nord-Est la Provincia di Belluno è risultata la più colpita: furono danneggiati o distrutti 4300 edifici, 528 ponti e 1.346 strade. Alcuni abitati sono stati addirittura abbandonati definitivamente.
Oltre a tutto il bacino dell’Arno, il secondo epicentro dei danni in Toscana si ebbe nel grossetano, dove il fiume Ombrone inondò la Maremma (compresa la città di Grosseto) causando migliaia di sfollati (e una sensazione di essere stati dimenticati nei confronti di Firenze).
A Firenze la piena dell’Arno arrivò la mattina del 4 novembre. Le acque superarono le spallette dei lungarni e sommersero i quartieri storici, raggiungendo in alcuni punti i 5 metri di altezza. In città si sono contati 19 morti e alla fine risultarono distrutti o danneggiati 9.752 negozi, 8.548 botteghe, 248 alberghi, 600 insediamenti produttivi, 13.943 abitazioni, migliaia di automobili.
Nelle campagne decine di migliaia di capi di bestiame morti o macellati per le ferite, 16,000 macchine agricole distrutte, mentre l’erosione e la furia delle acque hanno fatto man bassa di vigneti, foreste e terre coltivate. L’evento lasciò disoccupate decine di migliaia di persone.
A questi dobbiamo aggiungere i danni incalcolabili al patrimonio artistico e culturale (e questo non solo a Firenze!).

LA PIENA NEL BACINO DELL’ARNO. Le esondazioni riguardarono un pò tutto il bacino, praticamente dalla sorgente in Casentino fino al mare, compresa la maggior parte delle valli degli affluenti: a monte di Firenze Ambra e Sieve e tutti i torrenti minori del Valdarno Superiore; a valle di Firenze Ombrone Pistoiese e Bisenzio allagarono le zone di Campi Bisenzio e Signa.
Nel Valdarno inferiore Elsa ed Era provocarono i danni maggiori: i loro bacini sono molto stretti e allungati in direzione NE, per cui le loro parti iniziali, al confine con il bacino dell’Ombrone grossetano, si trovarono nella striscia maggiormente perturbata.
A Pisa la piena è stata inferiore a quanto avrebbe potuto essere in quanto nelle prime ore del 4 novembre 1966 la portata eccezionale dell’Arno e il rigurgito del fiume Era provocarono il cedimento degli argini in zona Ponticelli (Santa Maria a Monte) e a Santa Croce sull’Arno, riversando in quelle campagne parte dell’acqua che altrimenti avrebbe invaso Pisa, ma in compenso travolgendo gli abitati di Santa Croce, Castelfranco di Sotto e tutti gli altri centri minori della piana.



LA PIENA A FIRENZE.
  Le prime esondazioni avvennero a monte della città già nella tarda serata del 3 novembre, nel tortuoso tratto che l’Arno percorre tra Pontassieve e l’entrata nel bacino di Firenze. Circa alle 1 di notte del 4 novembre il fiume uscì dagli argini a Gavinana, all'acquedotto dell'Anconella, nella prima parte del corso cittadino in riva sinistra. Alle 2 gli orafi erano sul Ponte Vecchio a cercare di salvare il salvabile; hanno avuto qualche ora di tempo perché in centro il punto in cui si è registrata la prima tracimazione è stato alle 5, come sempre in piazza dei Giudici, prima della stretta del Ponte Vecchio, che come sempre ha influenzato moltissimo la dinamica dell’evento.
La distribuzione del livello raggiunto dalle acque e la sua quota topografica sono molto variabili e dipendono direttamente dal fatto che la città non è proprio in pianura: pochi metri di dislivello possono contare parecchio, specialmente se a causa di questi un alveo fluvale si stringe e la parte a monte della strettoia viene – di conseguenza – maggiormente interessata. In questa carta a sinistra vediamo la topografia cittadina: al centro spicca una zona in rilevato: il Mugnone uscendo nella piana aveva deposto una gran quantità di sedimenti, formando una conoide, presumo tra il XII e l’VIII secolo aC (una fase più secca ma nella quale probabilmente pioveva meno volte, ma con episodi piovosi intensi). Questa conoide è andata parzialmente in erosione in una successiva fase climatica più fresca e umida (sempre “probabilmente”, nella fase pre-romana). L'erosione ha interessato maggiormente la parte a NW di dove sorgerà il castrum romano (diciamo fra il Duomo e la stazione di Santa Maria Novella). Tutto questo è risultato nella formazione  di un leggero rilievo circondato dalla palude, raramente interessato dalle inondazioni, all' estremità verso l'Arno dela conoide. Su questo rilievo fu fondato il Castrum romano, che prese il nome di Florentia. A monte della conoide la zona di Santa Croce è invece leggermente depressa.
La conoide del Mugnone aveva ristretto il corso dell’Arno e a questa condizione naturale si è sommata nell’XI secolo la costruzione a difesa della città del castello di Altafronte, sorto dove ora si trovano buona parte degli Uffizi e il Museo di Storia della Scienza. Quindi da poco a valle del Ponte alle Grazie il fiume si restringe e non di poco ed è proprio lì che abbiamo sempre avuto le prime tracimazioni. Inoltre, quando la portata passava i 2500 mc/sec il Ponte Vecchio si comportava come una diga. Oggi il valore è superiore grazie a dei lavori effettuati dopo il 1966, negli anni ‘70 del XX secolo, ma già con 2.000 mc/sec il battente idraulico è evidente anche adesso, figuratevi a oltre 4.000 e senza i lavori che ho appena citato...
tra la parte a monte e quella a valle della città si è registrata
una differenza di 10 metri nella quota topografica raggiunta dalla piena
 
Ora, è evidente che non si può paragonare l’evento del 1966 alla formazione di un lago e che l'esondazione non determina una superficie orizzontale neanche in un’area piatta, ma tra gli “effetti diga” (in particolare quello della strettoia del Ponte Vecchio) e rigurgiti vari, la quota topografica raggiunta dall’acqua è risultata molto differente tra l’area a monte e quella a valle della città. Osserviamo la sezione in alto nella carta, grossolanamente parallela all’Arno: parte dalle Cascine e arriva al ponte a San Niccolò passando per l’area romana e la depressione di Santa Croce, dove nella piazza omonima sono stati registrati quasi 5 metri di altezza dell’acqua: se nella parte a valle della città il livello fosse arrivato alla stessa quota topografica il livello dell’acqua sarebbe stato di oltre 10 metri anziché al massimo 3. Questo fatto evidenzia come la strettoia che parte dagli Uffizi (e soprattutto il Ponte Vecchio) abbiano fatto fatto da diga, individuando un’area di ristagno immediatamente a monte e questo proprio in un’area topograficamente depressa. Nella carta qui accanto si vede benissimo la estrema differenza della altitudine del pelo massimo dell'acqua.

Questo spiega perché il livello delle acque sia stato così alto a Santa Croce e spiega una circostanza architettonica interessante: il pavimento del Duomo si trova poco al di sopra del piano di campagna, con una scalinata minima; quella della basilica di Santa Croce è invece molto più alta: questo perché la basilica ha un pavimento sufficientemente alto per evitarne l'allagamento durante le alluvioni "ordinarie", che al tempo della sua costruzione erano frequentissime. In media il livello del 1966 è risultato di mezzo metro superiore a quelle delle altre due alluvioni maggiori (1333 e 1557), le uniche che hanno sicuramente allagato il Duomo e la parte della città costruita sulla vecchia area romana, più elevata rispetto a quanto la circonda.

resilienza quando ancora non si chiamava così:
la scalinata molto più alta di Santa Croce rispetto a quella del Duomo

LE DIGHE E LE CONOSCENZE METEOROLOGICHE. L'EVENTO POTEVA ESSERE PREVISTO?  Tra Arezzo e Firenze si trovano due dighe costruite a scopo idroelettrico, La Penna e Levane. Il 4 novembre i laghi erano purtroppo pieni e furono svuotati nel mattino del 4 novembre. Il loro contributo è stato determinante per allagare il Valdarno superiore, molto meno per Firenze, dove, dopo l’esondazione a monte, hanno costituito una parte poco significativa del deflusso.
Su questo aspetto bisogna notare come il sistema di previsioni del tempo dell’epoca non era in grado di capire quello che stava per succedere. Invece, già nel 2016 è stato dimostrato che anche a partire dai pochi dati disponibili (la rete di pluviometri e idrometri era estremamente ridotta rispetto a quella odierna), con i modelli attuali si sarebbe stati in grado di prevedere il tutto e quindi i due invasi sarebbero stati svuotati prima in modo da laminare – almeno in parte – l’entità della piena.

IL SEGNO DELL'ALLUVIONE CHE À PERSISTITO PER ANNI. Dopo l’alluvione i segni più evidenti del dopo - piena a Firenze e non solo sono stati rappresentati dalle tracce dei vari livelli a cui si è attestata l’acqua sui muri e sulle automobili: infatti le acque penetrarono nei serbatoi del combustibile per il riscaldamento degli edifici, che all’epoca erano quasi tutti alimentati a nafta. Siccome la nafta è più leggera dell'acqua, costituì lo strato superficiale della colonna d'acqua, lasciando sui palazzi una serie di strisce che corrispondono ai momenti di stasi della diminuzione delle acque, segni che rimasero visibili per anni fino a quando le facciate non sono state restaurate (me li ricordo benissimo).