giovedì 20 dicembre 2012

Il petrolio in Italia, dove, come quando e perchè

Come è noto i NO-TAV non mi sono assolutamente simpatici. I NO-TRIV, cioè coloro che si oppongono alle trivellazioni in Adriatico, godono invece della mia simpatia per una serie di motivi ragionati (non nascondo che alle volte molti ambientalisti mi lasciano molto perplesso): il petrolio di quei giacimenti non sarà risolutivo per la dipendenza dal greggio di importazione, il risparmio energetico e le energie alternative possono abbondantemente compensare quella bassa percentuale di idrocarburi, i rischi per la salute pubblica e di quella ambientale sono molto elevati, la durata della produzione sarà presumibilmente molto breve. Insomma, tanto rumore e tanti rischi per qualcosa di non dico inutile ma insomma di cui se ne potrebbe fare decisamente a meno. Però mi pare giusto illustrare dove e come si trova il petrolio in Italia. 

In questa carta vediamo che i giacimenti petroliferi italiani si trovano sul bordo orientale degli Appennini tra Pianura Padana e Mare Adriatico, sotto gli Appennini in Basilicata e infine nel Canale di Sicilia. A queste zone evidenziate in rosso le ultime ipotesi vorrebbero aggiungere il Golfo di Taranto e aree limitrofe.

Si deve sottolineare che bene o male le condizioni favorevoli alla formazione di giacimenti di idrocarburi sono abbastanza particolari e soprattutto difficili a verificarsi ed in Italia se escludiamo un pò di metano in sedimenti recenti, ciò è avvenuto solo in alcuni momenti del Triassico, fra 240 e 200 milioni di anni fa, in una precisa fase della storia geologica del nostro Paese.

Parliamo innanzitutto della Pianura Padana: sedimenti corrispondenti a quelli dove troviamo  petrolio (spesso “trovavamo”... i giacimenti sono esauriti almeno in buona parte) affiorano nel Canton Ticino. Da poco si era esaurita la costruzione lungo il bordo meridionale dell'Europa della Catena Ercinica e stava iniziando il ciclo sedimentario alpino con l'apertura della parte occidentale della Tetide, l'oceano che già divideva più ad oriente le parti del Gondwana che costituiranno Africa ed India, dalla Laurasia (Eurasia e America Settentrionale). Nella carta qui sotto le zone che oggi compongono l'Italia sono più o meno all'estremità occidentale del golfo della Tetide.

Si formano quindi dei depositi continentali in un ambiente di pianura o palude che poi sono passati ad ambienti lagunari. Queste aree si sono a poco a poco approfondite, sia per motivi tettonici che per il peso dei sedimenti che a poco a poco si sono deposti fra il Triassico e il Terziario medio. Quindi da una situazione di pianura e laguna, rappresentata dalla Formazione di Bellano, si instaura nell'Anisico circa 240 milioni di anni fa un regime di piattaforma carbonatica (tipo le attuali Bahamas), rappresentato dalla Formazione di San Salvatore. La situazione era però instabile: il mare andava e veniva (ovviamente in tempi geologici!) e il clima era molto caldo (eravamo vicini all'equatore) ed arido ma improvvisi eventi alluvionali depositavano nei bacini lungo la costa sedimenti e materia organica (vegetali ed animali trascinati dalle piene). Questi bacini avevano tutte le qualità per diventare sorgenti di petrolio: erano caratterizzati da bassa profondità e scarso ricambio con il mare aperto, per cui c'era carenza di ossigeno e di conseguenza la materia organica non si disfaceva e veniva sepolta rapidamente anche grazie alle piene successive.

Gli Scisti di Besano sono la formazione depositata in questa fase e mostrano un contenuto fossilifero di eccezionale importanza sia di animali che di vegetali, con rettili assolutamente particolari come il Tanistropheus, dal collo lunghissimo o il terribile Ticinosuchus. Poi riprende la sedimentazione carbonatica, con i Calcari di Meride, i quali comunque al loro interno contengono intervalli simili agli Scisti di Besano, anch'essi fossiliferi.
In seguito, dal Giurassico in poi, il bacino diventerà molto profondo e ben collegato alla Tetide per cui non ci sarà più la possibilità di formazione di idrocarburi.

Nel Ticino a causa della formazione delle Alpi il petrolio non c'è più ma è rimasto nei sedimenti corrispondenti che sono ancora sepolti della pianura padana, come si vede dalle prime due sezioni,   riferite alla pianura lombarda. I colori corrispondono alle età dei sedimenti: viola per il Triassico, blu per il Giurassico, verde per il Cretaceo, marrone per il Terziario.

Nella prima sezione il petrolio è rimasto nelle rocce dove si è prodotto e i pozzi si trovano in corrispondenza degli alti del basamento:

nella seconda sezione gli idorcarburi sono risaliti in formazioni deposte successivamente, per esempio la Maiolica, sedimentatasi tra Giurassico e Cretaceo:

Nella pianura emiliana e romagnola, lungo l'Appennino, i pozzi sono spesso in corrispondenza di faglie simili a quella che ha provocato i recenti terremoti. Vediamo una sezione nella zona di Faenza da SW a destra a NE a sinistra...

Il petrolio dell'Adriatico appartiene alla Piattaforma Carbonatica Adriatica e si è formato nelle stesse condizioni e nella stessa epoca di quello della pianura padana, ma quella zona come si può vedere differisce per alcune caratteristiche fondamentali: manca la spessa copertura sedimentaria  tra Cretaceo e Terziario e non essendo ancora stata coinvolta nella collisione che ha formato gli Appennini è ancora praticamente indeformata:


Una parte della Piattaforma Adriatica è stata invece già coinvolta nell'orogenesi appenninica ma per esempio quella della Basilicata, sia pure scivolata sotto le serie del “Bacino di Lagonegro” a sua volta ricoperte dalle “Unità Irpine”, ha conservato il petrolio, che è quello che viene estratto nella zona della Val D'Agri. Purtroppo questa sezione non è “in linea” con le altre come colori: il grigio  corrisponde ai calcari della piattaforma adriatica e il petrolio si è formato nella loro parte bassa, al confine con il basamento cristallino. Non escludo che una parte del petrolio sia comunque migrato più in alto, ma non ho trovato notizie “controllabili” in materia.

Il petrolio che alcune compagnie ipotizzano esista nel Golfo di Taranto e dintorni si riferisce a questa situazione.

Per finire vediamo che anche nel Canale di Sicilia il petrolio si è formato durante il Triassico nei primi sedimenti del ciclo alpino.


Tutte le sezioni ad eccezione di quella della Basilicata sono tratte dall'articolo di Piero Casero "Structural setting of petroleum exploration plays in Italy" pubblicato nel 2004 nel volume "Geology of Italy" della Società Geologica Italiana.

Concludendo, sappiamo che per tutta una serie di motivi meno petrolio consumiamo meglio è e che – spannometricamente – la Basilicata e il resto della produzione nazionale ci fornisce oggi 100.000 barili al giorno, quando ce ne servono tra 1.600.000 e 2.000.000.
Non mi aspetto da questi pozzi del mare Jonio una produzione che possa incidere sul quantitativo generale in maniera significativa. Quindi mi pare che i rischi siano troppi rispetto ai benefici e che quindi quel petrolio non si ha da estrarre.

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