venerdì 22 novembre 2013

Le origini dei Nativi Americani: un mix fra Eurasia occidentale e orientale?


La notizia del sequenziamento del genoma di un bambino di 4 anni di 24.000 anni fa trovato in Siberia (il genoma più antico fino ad oggi sequenziato) porta dati interessanti e in parte sorprendenti sull'origine degli Nativi Americani ma nel contempo - ammettendo che questo genoma sia significativo della poplazione a cui apparteneva il proprietario - può giustificare meglio alcune caratteristiche genetiche delle popolazioni del Nuovo Mondo, a partire dalla questione dell'aplogruppo X e forse anche dell'origine delle lingue amerinde. 
 
Il quadro generale del popolamento delle Americhe prevede una colonizzazione a partire dall'Asia avvenuta durante la fase di deglaciazione seguita all'ultimo massimo glaciale: 16.000 anni fa l'aumento delle temperature divise la calotta glaciale che copriva il Nordamerica in due parti, la Laurentide ad Est e un'altra minore ad ovest nella zona della Catena delle Cascate, lasciando un passaggio libero nella zona delle odierne province canadesi di Alberta e Saskatchewan.
Su tracce di presenza umana anteriori a 20.000 anni fa non c'è attualmente consenso nella comunità scientifica (i 20.000 anni fa sono una data particolare, perchè appunto corrispondono all'ultimo massimo glaciale). Secondo alcuni Autori è possibile che nell'interglaciale precedente, prima che il progressivo nuovo raffreddamento rendesse il Mare di Bering e le zone limitrofe un inospitale deserto freddo, ci siano stati arrivi in America; al momento  però non sono state trovate prove sufficienti per accertarlo.

Sul chi fossero questi pionieri sono state fatte diverse ipotesi, e abbastanza ovviamente la maggior parte porta a popolazioni asiatiche.
Anzi, diciamo che la provenienza asiatica è una certezza. Ci sono meno certezze su quale parte del continente sia la vera zona di provenienza.

Ricordo che le Americhe registrano almeno 3 ondate diverse di penetrazione umana nel continente: le due più recenti occupano aree limitate: 

- gli Inuit: distribuiti fra Alaska, Canada e la parte estrema occidentale della Siberia, parlano lingue eskimo – aleute da molti Autori correlate alle lingue dell'Eurasia settentrionale 

- i Na-Denè: occupa(va)no una parte della costa pacifica tra USA e Canada e una zona tra Arizona New Mexico e aree limitrofe (Apaches e Navajos). Hanno una sicura origine siberiana, probabilmente nei monti Altai: i loro dialetti sono affini alle lingue sino-tibetane e a quelle caucasiche (ed infatti è stata istituita la superfamiglia linguistica sino – dene – caucasica). In particolare il legame più stretto appare quello con un gruppo di idiomi in estinzione, le lingue siberiane (solo poche centinaia di persone parlano l'ultimo dialetto rimasto, il Ket). La distinzione dei Na – Denè con i loro vicini parlanti lingue amerinde è prevalentemente su base etnica e linguistica in quanto da un punto di vista genetico gli incroci con le tribù vicine hanno diluito il genoma originario.

Agli Amerindi è attribuito Il resto (e la stragrande maggioranza) della popolazione nativa americana. Le loro origini sono dibattute. Se la maggior parte della comunità scientifica ritiene esatta una origine dall'Asia settentrionale, qualcuno pensa ancora all'Asia meridionale o ad un mix. Ci sono addirittura alcuni ricercatori che ipotizzano uno stretto legame fra gli Amerindi e gli antichi abitanti delle isole giapponesi ora confinati nella parte settentrionale di Hokkaido, gli Ainu, un altro popolo di origini genetiche e linguistiche piuttosto dibattute. 

Di fatto nell'Asia nordoccidentale ci sono diverse lingue difficilmente correlabili con altre, vicine o lontane che siano (sulla lontananza, basata ricordare il collegamento degli idiomi Na-Denè alle lingue caucasiche, che significa collegarle pure al basco...)
Sulle lingue amerinde intorno al 1990 c'era un certo consenso a classificarle vicine alle lingue euroasiatiche (quindi anche all'indoeuropeo, e la circostanza che in alcune lingue degli Stati Uniti l'accusativo è usato esattamente come nell'indoeuropeo potrebbe essere una traccia importante), ma non ho trovato molto nella letteratura recente. Anzi, secondo altre fonti le lingue amerinde sarebbero collegate a quelle dell'Asia meridionale.

5 anni fa scrissi un post sulle strane concordanze fra il DNA dei nativi americani e quello degli europei. In particolare la questione riguarda l'aplogruppo X del DNA mitocondriale, diffuso anche se in percentuali minori del 5% della popolazione in Europa Occidentale, Vicino Oriente e nelle Americhe, con una particolare diffusione nelle Isole Orcadi, in Georgia e fra i Drusi del Libano. Queste popolazioni hanno in comune la caratteristica di essere isolate e quindi possono presentare anomele frequenze di alcune variazioni genetiche: gli abitanti delle Orcadi sono un classico esempio di popolaizone insulare, i Drusi rappresentano un gruppo etnico piuttosto chiuso e i Georgiani hanno una lingua particolare che probabilmente ha funzionato da blocco parziale degli incroci con i vicini (come del resto è accaduto per i baschi).

La presenza di questo aplogruppo nei nativi nordamericani fu in principio attribuita a incroci avvenuti dopo l'inizio della colonizzazione europea del continente; una ipotesi assolutamente logica ma che però non ha retto perchè i dati mostrano una divergenza ben più antica di pochi secoli.

C'era poi la questione dell'Uomo di Kennewick: uno scheletro di 9000 anni fa trovato negli USA nordoccidentali (nello stato di Washington) con fattezze “vagamente caucasiche” e che appunto apparteneva all'aplogruppo X.
All'epoca citai un lavoro di due genetisti americani, Stanford e Bradley, i quali avevano lanciato l'ipotesi di un flusso di popolazione lungo la banchisa polare dell'Oceano Atlantico tra europa ed america Settentrionale che avrebbe apportato nei nativi americani dei geni europei; inoltre una tale spiegazione poteva dare conto anche delle somiglianze fra le punte di lancia dei Clovis americani con quelle dei Solutreani europei. Diversi studiosi ne hanno parlato, con periodici parossismi nella discussione come nel 2012.

Per quanto riguarda la genetica, molti aspetti suggeriscono un legame più stretto fra le popolazioni di Asia Settentrionale, Europa e Americhe rispetto alle popolazioni dell'Asia Meridionale e dell'Oceania e in questi giorni è apparsa una notizia interessante al proposito.

Un team di genetisti è riuscito a sequenziare completamente il genoma dello scheletro di un bambino morto a circa 4 anni ritrovato in Siberia circa 24.000 anni fa (quindi prima dell'ultimo massimo glaciale ma in una fase già estremamente fredda). È il genoma più antico attualmente sequenziato in maniera completa. Il sequenziamento completo di un genoma così "vecchio" è stato reso possibile dalle condizioni fredde e sostanzialmente secche in cui si sono conservati questi resti.

Il genoma evidenzia un certo grado di associazione con il genoma dei nativi americani; il problema è che molte altre caratteristiche lo rendono più vicino alle popolazioni dell'Eurasia occidentale che a quelle dell'Eurasia orientale, come sarebbe stato invece più logico aspettarsi. 
In sostanza i dati ricavati da questo scheletro propongono una provenienza del patrimonio genetico dei nativi americani per almeno un terzo da popolazioni dell'Eurasia occidentale e gli altri due terzi riferibili dall'Eurasia orientale. Ancora non c'è un lavoro specifico sull'argomento, ma solo un breve accenno su “Science” che si riferisce ad una comunicazione di Eske Willerslev, un ricercatore danese molto impegnato nel DNA antico. Aspettiamo ovviamente di saperne di più, ma qualcosa si può già ricavare.

È vero, come mi ha detto un altro personaggio molto “ferrato” in materia, che “una rondine non fa primavera”, cioè che per avere maggiori certezze bisognerebbe avere qualche dato in più (in questo caso altri individui da cui trarre il DNA): non è detto che un solo individuo studiato possa rappresentare la “media” di quella popolazione (potrebbe essere portatore di qualche linea che non c'entra niente o addirittura potrebbe provenire da un ceppo estraneo capitato lì per qualche combinazione).
Però questi dati, al netto di questa precisazione, confermano le origini euroasiatiche settentrionali degli amerindi, sia pure più miste del previsto.
La presenza di geni dell'Eurasia occidentale giustifica meglio anche i possibili collegamenti fra le lingue indoeuropee e quelle Amerinde.

Ma sicuramente l'altro aspetto importante è proprio quello dell'aplogruppo X: nel post precedentemente citato ho fatto notare che la sua distribuzione di base è in Europa e Vicino Oriente ma che è sporadicamente presente in alcune popolazioni americane non strettamente collegate fra loro.  
Non si sa di preciso quando questo aplogruppo si sia originato: proprio a causa della sua rarità ci sono molte incertezze nel calcolo e il valore medio (26.000 anni fa) oscilla attorno a una forbice di parecchie migliaia di anni. Dovrebbe essere comparso in Medio Oriente, per poi suddividersi qualche migliaio di anni dopo nei sottogruppi X1 (tipico ed esclusivo dei Paesi Arabi) e X2, che si trova invece sparso per Europa, Paesi Arabi, Asia settentrionale e Americhe (questi dati sono stati elaborati nel 2003). Da questo lavoro comunque sembrerebbe che l'aplogruppo presente negli Altai (X2e) non ha relazioni particolari con X2a (quello presente in America che appare differenziatosi precocemente in una zona del Vicino Oriente. 

L'aplogruppo X potrebbe quindi essere stato una componente minore delle prime genti colonizzatrici arrivate in America dopo l'ultimo massimo glaciale e quindi anche questa caratteristica genetica sarebbe arrivato in America dalla Beringia e non dalla banchisa atlantica.
Meno poetico ma più semplice. E soprattutto così è più facile spiegarne la distribuzione in varie popolazioni amerinde lontane tra loro e con un'età di divergenza fra i vari ceppi molto più antica rispetto alla colonizzazione europea.

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