Quando ho aperto Scienzeedintorni
ho trovato "naturale" come sottotitolo "le
spiagge del tempo sono erose dal fiume del cambiamento costante",
da Firth of Fifth, uno dei brani più
significativi dei Genesis, gruppo da me amatissimo.
Come c'è
scritto nelle mie note caratteristiche ho scritto che
non sarei lo stesso senza la “Nona”
di Beethoven (di cui ho almeno una dozzina di edizioni compresa la
riduzione per pianoforte di Listz), ma oltre alla Nona ho la fortuna di possedere
diverse centinaia di pezzi fra CD, LP, 45 giri e musicassette "dal
canto gregoriano all'heavy metal" (ad eccezione della melodica
italiana... mi scuso con i fans di queste canzoni ma io
non riesco neanche a metterci il termine "musica" davanti
alla stragrande maggioranza della produzione italiana degli ultimi 50
anni).
Fin da piccolo ero sempre ad ascoltare musica classica con il nonno.
Nato nel 1960, ho avuto la fortuna di poter vivere in diretta
quella irripetibile atmosfera degli anni '70 (a 12 anni, in prima
media, comprai il mio primo LP: Aqualung dei Jethro Tull) in cui
gruppi e solisti quali Pink Floyd, Emerson, Lake & Palmer,
Jethro Tull, Elton John e in Italia PFM, Orme e Banco (tanto per
citare alcuni nomi) partivano da "solide" basi classiche. Grazie alla fusione tipicamente "progressive" di elementi popolari, classici e moderni, capii
subito che nella musica non esistono "generi", ma "stili", visto che un brano
può essere arrangiato in una impressionante varietà di maniere (come
non pensare a qualche pezzo di Bach suonato con le chitarre
elettriche distorte in una diabolica riedizione heavy metal della
musica di un severo credente luterano!!) .
Il 12
ottobre sono 40 anni che è uscito l'album contenente Firth of Fifth
e cioè “Selling England By
The Pound". Ci tenevo dunque a fare un post su questo
album, ma ovviamente mentre sono laureato in Scienze
Geologiche e quindi sono un "geologo" e non un
"geofilo", non sono alla stessa altezza nella musica: sì,
d'accordo, ne conosco tanta, ma esternamente: rimango sempre un musicofilo e non
un musicologo. Pertanto non mi sento in grado di scrivere un post su
“Selling England” con la stessa
capacità che ho di scrivere sulla tettonica a zolle. Grazie ad un
amico comune ho contattato Simone Bardazzi. Laureato in
lettere, e con un dottorato di ricerca nell'ambito di
Storia del Teatro e dello Spettacolo, come ricercatore
si è occupato di eventi, persone e cose
fra la fine del 500 e i primi del 700. Molto appassionato
di musica e musicista, ha sempre svolto l'attività di
critico musicale (a fianco a quella di pubblicista per quotidiani e
magazine). Al momento, scrive per i mensili Rockerilla
e Audiophile Sound. Invidio pesantemente la sua collezione di
dischi, che dovrebbe aggirarsi sulle 7000
unità. Gli ho chiesto di parlare di Selling
England by the Pound. Lo ringrazio sentitamente per
essersi reso gentilmente disponibile.
Nel pieno svolgersi della
guerra dello Yom Kippur, dal nome dell’omonima festa ebraica,
mentre Egitto ed Israele si confrontavano in un aspro e doloroso
conflitto, il 12 ottobre del 1973 in Inghilterra veniva pubblicato il
quinto album dei Genesis, intitolato Selling England by the Pound.
In Italia, si era ormai sancito l’avvio della stagione calda degli
anni di piombo. Il 1968, infatti, era ormai largamente alle spalle.
Le prime pagine dei giornali erano dedicate ad un improvviso scoppio
dell’epidemia del colera. Giovanni Leone era Presidente della
Repubblica. Mariano Rumor Presidente del Consiglio, Aldo Moro
Ministro degli Esteri, Pazza Idea di Patty Pravo dominava il primo posto nella Hit Parade.
In Inghilterra, con
qualche ritardo rispetto all’edizione internazionale, usciva quindi
il più celebrato lavoro dei Genesis. Il primo ministro inglese era
il conservatore Edward Heath e a dominare le classifiche d’Albione
c’erano glam rock band come Elton John, Slade, Sweet, Gary Glitter.
Bowie, per di carota, in quel fatidico mese di ottobre era terzo in
classifica.
Il 1973 era ancora un
anno ricco di gemme per il rock di marca britannica, ma già lo
spettro di una certa stanchezza era nell’aria. I fermenti del beat,
della beatlemania, della psichedelia e del progressive più
sperimentale sembravano patire una certa empasse. I più scaltri, già
ambivano alle posizioni alte delle classifiche. La saga di Dark
Side of the Moon era appena iniziata (uscì nel marzo dello
stesso anno). Il modello che proponevano i Pink Floyd, tuttavia, era
ben diverso da quello dei Beatles. Meno ragazzine, e meno isteria,
tutto sommato.

Selling England by the
Pound è sia un’opera di passaggio, posta fra il progressivo
Foxtrot e il futurista The Lamb lies down on Broadway, ma anche un album con tutte le caratteristiche per essere una
pietra miliare del rock britannico. In un panorama discografico dove
il pop dominava le charts, i Genesis riuscirono a ritagliarsi un
ottimo spazio e Selling England by the Pound fu il loro lavoro
più venduto, tra quelli con Gabriel alla voce. Uscita appena un anno dopo
Foxtrot, l’opera si guadagnò facilmente il terzo posto in
classifica e il singolo I Know What I Like (In Your Wardrobe),
fu il primo vero brano d’impatto della band.
Il titolo dell'album ha
il sapore di un manifesto programmatico e di un’opera di denuncia.
Una premessa che risulta parzialmente ingannevole alla lettura
complessiva dei brani, che piuttosto di trarre spunto da chiari
riferimenti politici, utilizza suggestive sfumature e introduce punti
di riflessione. Un lavoro, a livello testuale, composto da domande,
piuttosto che da facili risposte.

Selling England by the
Pound è giocato su fragili equilibri fra i singoli musicisti,
che tessono una tela delicata, senza mai pestarsi i piedi a vicenda.
Un album che porta a compimento, in piena maturità, tutte le
suggestioni già sperimentate dalla band, sin dagli esordi. Vi è,
infatti, il folk inglese e l’amore per il surrealismo, Bach e
Hendrix, l’intreccio fra elementi acustici ed elettrici, fra
Hammond e i primi timidi sintetizzatori, il soul della voce di
Gabriel e il drumming fantasioso di Phil Collins.
I testi, realizzati da
Gabriel, spaziano dal gotico inglese, alla tenue poesia intimista,
fino a citare il corrosivo surrealismo dei Monty Phyton. Non è un
caso, che brani come The Battle of the Epping Forest sia
giocato, come in passato, su dei nonsense, dei giochi di parole e
degli improvvisi cambi di stile, a livello musicale. In quegli anni,
infatti, la lezione del Flying Circus dei Monty Phyton era ben
presente nell’immaginario collettivo dei giovani inglesi. Non è un
mistero, che gli stessi Pink Floyd, durante le session di Dark
Side of the Moon, non se ne perdessero una puntata, tanto da
ammettere che Cleese, Palin e soci siano stati una delle loro
primarie influenze per la realizzazione del celebrato capolavoro
‘lunare’. Gabriel non era esente dallo stesso fascino, tanto da
citare i Monty Phyton in scena con i medesimi escamotage surreali e
da percorrere il palco con falcate bizzarre, alla guisa di John
Cleese nel celeberrimo sketch The Ministry of Silly Walks,
andato in onda nel 1970.

I Know what I like,
singolo scelto per rappresentare l’album, è posta strategicamente
come secondo brano del lato A (per chi avesse il vinile,
naturalmente). Il brano è la storia di un giovane giardiniere, dai
grandi progetti, ma felice e soddisfatto di poter usare il proprio
tosaerba. Si tratta di una metafora, ispirata visualmente da un
quadro della pittrice Betty Swanwick intitolato The Dream, che
Gabriel volle come copertina dell’album. La pittura della Swanwick,
sempre secondo Gabriel, avrebbe ispirato tutti i testi contenuti
nell’opera. I know… è caratterizzata da suoni etnici come
alcune percussioni e un sitar elettrico suonato da Rutherford
(probabilmente un Coral Sitar) e un caratteristico bordone di basso
del Mellotron che riproduce il ronzio del tosaerba. Durante le sedute
di registrazione, Gabriel tentò, persino, di sovrapporre
un’ulteriore traccia di tastiera, mentre Banks si era allontanato,
generando un piccolo litigio fra i due. La traccia ha un incedere
beatlesiano, ma ricorda anche le migliori produzioni dei Bee Gees e
dei Moody Blues. Su tutto, si staglia la voce di Gabriel, che rivela,
senza filtri, i propri ascolti soul, con una linea vocale vagamente
suggestionata da Otis Redding e i Four Tops. Il brano era stato
presentato ufficialmente nell’agosto del 1973 come singolo, con la
traccia inedita su album Twilight Alehouse, come lato B.

In More Fool Me,
la traccia successiva, Phil Collins replica i buoni risultati di For
Absent Friends (in Nursery Cryme) come cantante solista.
Nel brano, s’intravede già lo stile di Collins e la sua
propensione alle atmosfere pop. Il batterista, in realtà, non era un
novellino al microfono e gran parte delle seconde voci dei Genesis
erano opera sua, non solo come esecuzione, anche anche come
composizione.

La storia e il culto del
passato, riaffiora nell’unico brano strumentale dell’opera,
intitolato After the Ordeal, riferito alle Ordalie; un'antica
pratica giuridica, secondo la quale l'innocenza o la colpevolezza
dell'accusato erano determinate sottoponendolo ad una prova dolorosa
o ad un duello.
Gabriel plasma
l’incantevole The Cinema Show attorno ad un testo che cita
abilmente Shakespeare, la mitologia greca e il poema La terra
desolata di Thomas Eliot. Il brano è composto da due parti. I
complessi arpeggi di chitarra classica e dodici corde, fanno da
contraltare al flauto traverso e con la voce di Gabriel nella prima
parte. La seconda parte, invece è dominata da un assolo di Banks su
una parte di accompagnamento in tempo dispari e dai forti connotati
elettrici.
La chiusa dell’opera è
affidata al brano Aisle of Plenty, che riprende il tema della
traccia di apertura dell’album, Dancing with the Moonlight
Knight e riprende il tema della svendita dei valori, materiali e
spirituali. Un brano che, riprendendo il tema dell’apertura,
riconduce l’album ad un concetto di circolarità,

Il
resto della storia, vede la band impegnata in un progetto ambizioso,
una specie di musical, un’opera davvero totale, che vedrà la luce
su doppio album nel 1974. Il lavoro viene scritto e provato dai soli
Collins, Rutherford e Banks, con Hackett sempre più in disparte.
Gabriel è assente per problemi familiari. Lamb lies down on
Broadway è il canto del cigno dei Genesis ed è ancora un
capolavoro, ma già mette in luce l’insanabile frattura fra Gabriel
e gli altri quattro, avvenuta nel 1977. La band proseguirà. Gli
album si faranno sempre più pop. Da quattro diventeranno tre, con la
dipartita di Hackett, e sul volgere degli anni ottanta torneranno a
dominare la scena con agili canzoni commerciali, ne belle, ne brutte,
semplicemente funzionali al mercato.
2 commenti:
Che bella questa recensione/narrazione...Chieda a Bardazzi se può farla anche per Aqualung:-))
salve, di chi è la frase "le sabbie del tempo..."?
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