lunedì 23 febbraio 2026

Il terremoto profondo del Kalimantan del 22 febbraio 2026: attività sismica profonda di una vecchia zona di subduzione


Il terremoto del Kalimantan del 22 febbraio 2026
 non appartiene a nessuno degli slab attualmente attivi
Lì per lì il terremoto del 22 febbraio 2022 a 600 km di profondità nei dintorni del vertice NE del Kalimantan, la cui Magnitudo varia secondo le agenzie tra 6.7 e 7.1, può lasciare perplessi. Capita talvolta che in automatico vengano segnalati dei terremoti in posizione strana (alle volte assolutamente improbabile), che poi vengono tolti con la revisione manuale dei dati, ma stavolta no, le revisioni manuali hanno accertato che è avvenuto davvero. Non solo, ma è semplicemente il più forte registrato di un piccolo raggruppamento di terremoti che si producono ne dintorni della punta nordorientale dell’isola di Kalimantan.

I TERREMOTI PROFONDI. La domanda è cosa significhi un terremoto da quelle parti e a quella profondità. Nella carta qui accanto osserviamo come terremoti a profondità superiore ai 400 km avvengano solo in zone molto ristrette e ben determinate. Naturalmente l’Italia, che è un compendio di quasi tutte le situazioni geologiche non può mancare nell’elenco (la sismicità del Tirreno, ne avevo parlato qui). Questo succede perché l’attività sismica è tipica della crosta terrestre ed è assente nel mantello tranne che negli slab, termine identificante le parti di crosta e litosfera oceanica che scendono nel mantello a seguito degli scontri fra due placche (insomma, le zone di subduzione).

Gli slab sono stati notati già con le prime indagini sismiche: i terremoti nel mantello terrestre possono avvenire solo in queste fasce lunghe e strette, in quanto gli slab corpi dotati di una certa rigidezza, anche perché più freddi di quanto li circonda. E infatti le zone di subduzione sono state individuate proprio grazie alla sismicità che le contraddistingue. Fra le zone con sismicità profonda vicino a casa nostra troviamo oltre al Mar Tirreno anche il bacino di Alboran

UN TERREMOTO PROFONDO NON RICONDUCIBILE AD UNO SLAB ATTUALE. È evidente come quello del 22 febbraio 2026 non possa fare parte dei terremoti legati alla subduzione sotto le Filippine della placca del mare delle Filippine, perché come si vede nell’immagine qui accanto i terremoti a profondità superiore a 400 km che ne derivano a quella profondità si trovano a quasi 800 km di distanza da questo e dagli altri minori nelle sue vicinanze.

Ma allora come mai questo evento sismico?

Ci viene in soccorso la tomografia sismica, che è un secondo sistema che si è aggiunto ai terremoti per riconosce gli slab nel mantello i quali, essendo più freddi del mantello circostante, presentano una anomalia positiva delle velocità delle onde sismiche.
La cosa interessante della tomografia sismica è che riesce ad evidenziare anche vecchi slab che esistono ancora anche se il regime tettonico che li aveva formati non esiste più. E per vedere la situazione non c’è niente di meglio dell’utilizzare un geo-tool fantastico come l’Atlas of Underworld dell’università di Utrecht, ideato da quattro fenomenali ricercatori come Douwe van der Meer, Douwe van Hinsbergen (fondamentale per i geologi come me appassionati di ciclismo, per la descrizione geologica delle aree delle principali corse del calendario ciclistico internazionale), Wim Spakman e Thomas van der Linden.
L’atlante si basa sulla tomografa sismica e presenta un compendio di tutte le anomalie fredde che corrispondono a slab vecchi e nuovi presenti nel mantello.

l'anomalia del Kalimantan nell'Atlas of Underworld

In particolare il terremoto del 22 febbraio 2026 va inquadrato nel residuo di un vecchio slab indicato nell’Atlas of Underworld come anomalia del Kalimantan, ovviamente seguendo la denominazione precedentemente indicata nella letteratura scientifica in peer-review. L’anomalia del Kalimantan si trova al di sotto del sud-est asiatico, dalla parte centrale a quella superiore del mantello inferiore. Alcuni Autori lo interpretano come prolungamento dello slab della Sonda (quello della placca indoaustraliana che si immerge nel mantello sotto Giava e Sumatra, per intenderci); peraltro questo slab presenta già una sismicità cosi profonda di suo in una posizione più – diciamo così – normale vicno alla zona di subduzione che borda a sud l'indonesia e inoltre non torna la geometria, perché è orientato in maniera diversa. Quindi Hall e Spakman (2015) suggeriscono che l'anomalia del Kalimantan derivi da una vecchia zona di subduzione situata più a nord e più antica di quella della Sonda. La base dell'anomalia del Kalimantan sarebbe quindi probabilmente risalente al Cretaceo Superiore o al Paleogene, e appartenente ad un episodio di subduzione precendente a quello attuale della Sonda, iniziato circa 70-65 milioni di anni fa e conclusosi 50-45 milioni di anni fa, proprio al momento in cui è iniziata la subduzione della Sonda.

Inoltre come si vede dalla figura l'anomalia del Kalimantan è parecchio spessa e per questo Wu et al. (2016) hanno suggerito che in realtà addirittura l’anomalia del Kalimantan si componga di due slab diversi sovrappost, un quadro in cui lo slab superiore rappresenterebbe una subduzione del proto-Mar Cinese Meridionale, più vecchia di quella delle Filippine, attiva grossolanamente per un periodo che va tra 50 e 20 milioni di anni fa. Addirittura sempre secondo Wu et al (2016) potrebbe esserci anche un terzo slab.

Quello che si ricava da questo terremoto quindi è che gli slab possono rimanere sismicamente attivi anche molto tempo dopo la cessazione della situazione geodinamica che li aveva generati.

BIBLOGRAFIA

 
Hall and Spakman (2015). Mantle structure and tectonic history of SE Asia. Tectonophysics 658, 4-45.

Wu et al (2016). Philippine Sea and East Asian plate tectonics since 52 Ma constrained by new subducted slab reconstruction methods. Journal of Geophysical Research 121, 4670–4741


giovedì 12 febbraio 2026

La formazione di caldere nei vulcani con lave basaltiche


la caldera del Kilauea (Hawaii). il "vulcano basaltico" per definizione
con una eruzione all'interno
 
Dall’emissione esplosiva di cenere e altri materiali più grossolani o riversando fiumi di lava a valle, i vulcani possono eruttare in molti modi, Se la fuoriuscita di magma precedentemente immagazzinato nella camera magmatica è sufficientemente elevata, il terreno sovrastante al serbatoio del vulcano può collassare. La struttura risultante, nota come caldera, può essere larga chilometri e profonda centinaia di metri.
Sono comprensibilmente famose le enormi eruzioni che hanno formato caldere in vulcani con magmi ad alto tenore di silice come Yellowstone o Toba. Tuttavia anche i vulcani con magmi a basso tenore di silice, a composizione basaltica e quindi più fluidi e più caldi, che come è noto mostrano in genere una minore propensione ad eruzioni esplosive, sono in grado di produrre eruzioni che possono evolvere nella formazione di una caldera. Anzi, quello di produrre cicli di formazione o collasso di una caldera è un comportamento molto diffuso fra i vulcani basaltici e la storia di molti di essi è costellata da più cicli di questo tipo, sia a livello di una singola eruzione, sia a lungo termine, con durata di decenni o secoli, indipendentemente dalla produzione di eruzioni “minori”.  Da ultimo occorre notare come anche le eruzioni che formano caldere nei vulcani basaltici possono innescare gravi problemi ambientali in un loro intorno significativo, a dimensione regionale.

La percezione secondo la quale un vulcano basaltico significa solo tranquille emissioni di lava con limitate emissioni di ceneri e lapilli gode di ampia popolarità ma non è vera, e questo vale specialmente quando le eruzioni coinvolgono la formazione di una caldera. Tutti i collassi storici di caldere basaltiche si sono verificati in modo incrementale nel corso di giorni o mesi attraverso una serie simile di crolli improvvisi e semiperiodici del fondo della caldera. A causa della gradualità del processo, molto maggiore rispetto a quelle dei vulcani con magmi a maggior tenore di silice queste eruzioni possono essere studiate più da vicino e più dettagliatamente.

l'eruzione del Bardarbunga nel 2014: il magma si è fatto strada
nella crosta lungo una frattura, arrivando in superficie a 40 km dal vulcano
 
I RISCHI PORTATI DALLE ERUZIONI CALDERICHE IN VULCANI BASALTICI. Ovviamente anche nei vulcani basaltici la formazione di una caldera rischia di diventare un problema perché si tratta di eventi tutt’altro che “tranquilli”, visto che possono interessare aree a decine di chilometri di distanza con effetti devastanti sulle comunità locali:
a) si possono produrre terremoti di Magnitudo fino a 6, associati a quantità di energia relativamente elevate in periodi prolungati, generando delle deformazioni in tutta l’area limitrofa al vulcano
b) le esplosioni sono ricche di cenere e lapilli, spesso in grado di generare pennacchi di cenere alti diversi chilometri
c) le emissioni di gas sono ricche in special modo di CO2 e SO2
d) normalmente la formazione di una caldera in un vulcano basaltico è preceduta da un fenomeno molto caratteristico: il magma si propaga anche molto lontano lungo direttrici contrassegnate da fratture preesistenti e può scaricare lava a centinaia di metri cubi al secondo per settimane a distanza di decine di km dal vulcano.

il Piton de la Fournaise nell'isola di Reunion, con le sue numerose caldere
RECENTI ERUZIONI CON COINVOLGIMENTO DELLA CALDERA IN VULCANI BASALTICI. A dimostrazione della frequenza con la quale i vulcani con magmi basaltici possono formare caldere, dalla fine degli anni '60 se ne sono verificati ben sei: Fernandina (Isole Galápagos, 1968), Tolbachik (Kamchatka, 1975), Miyakejima (Arco di Izu – Bonin, 2000), Piton de la Fournaise (Réunion, 2007), Bárðarbunga (Islanda, 2014-2015) e Kīlauea (Hawaii, 2018).
I sistemi magmatici e tettonici possono essere strettamente interconnessi su un'enorme gamma di scale spaziali e temporali e in modi che possono dare origine a pericoli complessi e difficili da prevedere. Ad esempio,
  • Tolbachik (1975): l’eruzione laterale ha provocato un abbassamento di 400 metri della sommità del vulcano (Fedotov et al, 2015)
  • Kīlauea (2018): l'iniezione di magma nella zona di rift orientale del vulcano ha innescato un terremoto di magnitudo 6,9 alla base del vulcano che ha ridotto lo stress compressivo sulla zona di rift, facilitando a sua volta un aumento del flusso sotterraneo di magma (Neal et al, 2019)
  • Piton de la Fournaise (2007): il collasso è stato associato a uno spostamento su scala metrica del fianco orientale del vulcano (Froger et al, 2015) 
  • Miyakejima (2000): gli abitanti furono evacuati nel settembre 2000 e potettero far ritorno stabilmente nell'isola solo nel febbraio 2005
  • Bárðarbunga (2014): il dicco che ha innescato il collasso si è propagato su una distanza di 45 chilometri a una velocità e lungo una direzione influenzate dalla topografia e dagli stress tettonici. Questo processo è stato studiato in tempo reale prima che il magma arrivasse in superficie (ne ho parlato qui). Essendo il vulcano nascosto sotto la spessa coltre del ghiacciaio del Vatnajokull, il fenomeno è stato monitorato solo attraverso i dati della sismicità. In molti casi queste intrusioni, come nel 2014, sono arrivate in superficie, alimentando eruzioni fessurali e colate laviche a lunga distanza (Glastonbury-Southern et al, 2022)
Di fatto a parte quella del Kilauea queste eruzioni si sono verificate in aree sostanzialmente poco popolate, e quindi i dati a disposizione non sono tanti (per il Bardarbunga i dati ci sono, ma appunto il fatto che il vulcano si trovi sotto il ghiacciaio ha impedito molte osservazioni). Le ampie osservazioni derivanti dal monitoraggio in tempo reale del Kīlauea del 2018 hanno contribuito a rivelare nuovi aspetti della struttura e del comportamento del vulcano. Questa eruzione ha distrutto centinaia di case in uno dei disastri vulcanici più costosi nella storia degli Stati Uniti.
Sempre parlando di effetti sulle popolazioni, i non troppo numerosi abitanti dell'isola giapponese di Miyakejima hanno atteso diversi anni per rientrare a casa.
E se una eruzione come quella del Bardarbunga del 2015, nella quale oltre 1 km cubo di lava è stata essa in posto a decine di km dal vulcano fosse avvenuta in un’area popolata sarebbe stata un problema di non trascurabile importanza (ne ho parlato diverse volte, per esempio qui).

la formazione di un dicco laterale prima della formazione di una caldera
in un vulcano basaltico (Anderson et al, 2025)
COME SI SONO FORMATE LE CALDERE? Durante le eruzioni che provocano la formazione di una caldera:
  • vengono emessi importanti volumi di lave 
  • spesso nell’evoluzione del processo la composizione dei magmi può cambiare, dimostrando come in situazioni del genere nuovo magma proveniente da serbatoi più profondi possa mescolarsi con il magma precedentemente immagazzinato nella camera magmatica. 
In tutti e sei gli ultimi casi, i collassi sono stati inoltre preceduti dall'intrusione laterale di magma nella crosta circostante, che si sono propagate fino a decine di chilometri. È proprio questo processo che drena il magma dalla camera magmatica e innesca i collassi.
Questi punti in comune suggeriscono processi simili. Il modello concettuale generale del ciclo a breve termine di collasso / riempimento è emerso dopo l’eruzione di Fernandina del 1968 (Simkin e Howard, 1970) ed è stato successivamente perfezionato e quantificato utilizzando le osservazioni degli eventi successivi e prevede questa sequenza di massima (Gudmunsson, 2008):
le fratture che guidano il "pistone" che scende o sale in base
alla pressione del magma nella camera magmatica (Gudmunsson, 2008
)

1. la fuoriuscita del magma svuota parzialmente la camera magmatica, riducendo il supporto per la crosta sovrastante
2. di conseguenza, nella crosta si formano faglie anulari, che individuano al loro interno un blocco con una forma che ricorda quella di un pistone.
3. La forza di gravità fa scivolare questo blocco bruscamente verso il basso nel serbatoio magmatico fino a quando si stabilizza. In questo modo il pistone aumenta di nuovo la pressione nel serbatoio, provocando un incremento del deflusso del magma, talvolta di livello tale da provocare ondate di eruzioni laviche fino a decine di chilometri di distanza lungo le fratture radiali.
4. Il continuo deflusso di magma riduce nuovamente la pressione del serbatoio, preparando il terreno per un altro improvviso collasso del pistone.
5. Naturalmente può succedere che nuovo magma affluisca dal basso nel serbatoio magmatico. In questo caso la ripressurizzazione innesca sismicità o addirittura, come è successi nel Bárðarbunga nel 2015, persino un movimento inverso con il pistone che si solleva

Di conseguenza i collassi della caldera sono collegati a importanti cambiamenti nell'attività eruttiva e nei rischi
Nell’isola di Hawaii gli abitanti se ne sono resi conto nel 2018, quando al Kilauea tra maggio e agosto sono stati registrati oltre 70.000 terremoti M>0, di cui 54 M≥5, compreso il M 6.9 del 4 maggio. 
Al Piton de la Fournaise, il crollo del 2007 ha ridotto il periodo di unrest che ha preceduto le eruzioni successive, ha portato a un aumento del numero di intrusioni di dicchi ed ha aumentato la percentuale di parossismi in prossimità della sommità (Froger et al,   2015)
Le analisi geochimiche dei periodi precedenti e successivi al collasso indicano che il movimento del pistone può influenzare fortemente la struttura della camera magmatica principale e di quelle più superficiali eventualmente presenti.

STUDI SULLE FASI PRE-CALDERICHE PER COMPRENDERE I PROCESSI CHE INFLUISCONO SU QUESTE ERUZIONI. Grazie a monitoraggi sismici, geodetici, geochimici e gravimetrici e agli approcci investigativi, ulteriori informazioni provengono dalle osservazioni sui vulcani che non hanno subito collassi calderici in tempi storici nonostante abbiano mostrato una notevole instabilità e attività eruttiva, come l'Ambrym (Vanuatu), il Sierra Negra (Galápagos), l'Axial Seamount (a largo della costa NW degli USA) e diversi vulcani delle Canarie. Queste osservazioni chiariscono ulteriormente le modalità e i tempi dell'accumulo di magma nei sistemi calderici, le interazioni dinamiche tra processi magmatici e tettonici e le varie condizioni che contribuiscono ad innescare l'inizio del collasso.

Ci sono comunque ancora delle domande fondamentali che rimangono senza risposta, in particolare:
  1. perché alcune intrusioni innescano il collasso della caldera e altre no?
  2. la diversità delle sequenze di collasso tra i diversi vulcani,
  3. perché e come terminano queste eruzioni.

Possibili correlazioni fra gli episodi di collasso calderico
e l'evoluzione umana (Franceschini et al, 2014)
FORMAZIONE DI CALDERE NELLA PARTE ORIENTALE DEL RIFT AFRICANO  E I PRIMI UOMINI. Nella zona dell’Afar e nei suoi dintorni la letteratura descritti due periodi di intenso vulcanismo esplosivo basaltico: 
  • il primo intorno a 3,5 milioni di anni fa durante il Pliocene, dominato da una voluminosa eruzione, il cui deposito è conosciuto come Munesa Crystal Tuff (MCT) 
  • il secondo è molto più recente, del tardo Pleistocene (tra 300 e 170 mila anni fa), ed è caratterizzato da eruzioni in almeno quattro distinti complessi vulcanici che hanno dato origine ad imponenti caldere ad Aluto, Corbetti, Shala e Gedemsa
Recentemente Franceschini et al (2024) hanno identificano nella prima fase fase almeno cinque diverse coltri ignimbritiche, estremamente simili tra loro e messe in posto in un intervallo di tempo compreso tra 3,85 e 3,41 Ma, alcune delle quali caratterizzate da depositi spessi decine/centinaia di metri.

Questi risultati suggeriscono che fra le conseguenze di questa attività vulcanica nella Rift Valley ci possa essere stato un impatto sull’ambiente tale da modificare i percorsi migratori e le strategie di sopravvivenza dei primi ominidi.

Infatti, rispetto ad una singola grande eruzione isolata, l’effetto cumulativo di molteplici grandi eruzioni susseguitesi in un intervallo di tempo limitato potrebbe aver comportato un impatto ambientale ancora più grande, non lasciando i necessari tempi di recupero all’ambiente tra un evento e l’altro.

BIBLIOGRAFIA

Anderson et al (2025). Lessons and lingering questions from collapsing basaltic calderas. Eos, 106

Fedotov et al (2015). Seismic Processes and Migration of Magma during the Great Tolbachik Fissure Eruption of 1975–1976 and Tolbachik Fissure Eruption of 2012–2013,
Kamchatka Peninsula. Geofizicheskie Protsessy i Biosfera, 13/3, 5–30.
 
Franceschini et al (2024). Pulsatory volcanism in the Main Ethiopian Rift and its environmental consequences. Communications earth & environment https://doi.org/10.1038/s43247-024-01703-1 

Froger et al (2015). Time-dependent displacements during and after the April 2007 eruption of Piton de la Fournaise, revealed by interferometric data.  J. Volcanol. Geotherm. Res. 296, 55–68

Glastonbury-Southern et al (2022). Ring fault slip reversal at Bárðarbunga volcano, Iceland: Seismicity during caldera collapse and re-inflation 2014–2018. Geophys. Res. Lett., 49, e2021GL097613 

Gudmundsson (2008). Magma-Chamber Geometry, Fluid Transport, Local Stresses and Rock Behaviour During Collapse Caldera Formation. Developments in Volcanology 10, 313-349      

Neal et al (2019). The 2018 rift eruption and summit collapse of Kīlauea volcano, Science, 363, 367–374 
        
Simkin e Howard (1970). Caldera collapse in the Galápagos Islands, 1968. Science, 169, 429–437   





lunedì 9 febbraio 2026

la necessità di armonizzazione dei PAI - Piani di Assetto Idrogeologico


Come tutte le volte che succede qualcosa del genere, i recenti fatti di Niscemi hanno portato alla ribalta, la questione del dissesto idrogeologico. I geologi e gli ingegneri che si occupano di territorio sperano sempre che finalmente succeda qualcosa, e che non ci si limiti come al solito a un paio di settimane in cui i professionisti imperversano su notiziari e talk-show, per poi far tornare tutto nel dimenticatoio fino al prossimo evento.
Annoto che anche stavolta sono stati intervistati professionisti che con le frane non c’entrano nulla, per esempio un fisico e anche che come al solito si parla di numero delle frane, quando questo indice è fuorviante per almeno due motivi fondamentali:
  • spesso un singolo fenomeno è suddiviso in più fenomeni diversi a seconda della cinematica e quindi il numero di frane aumenta in modo artificioso
  • più del numero delle frane conta la loro estensione: usando i numeri una frana di ridotte dimensioni conta come quella di Niscemi
Per cui il dato significativo da cui si dovrebbe partire è la percentuale del territorio a pericolosità da frana.
Ma se davvero venisse implementato, prima o poi, un programma serio per la mitigazione del rischio (non la messa in sicurezza, concetto completamente errato) occorre intendersi sul concetto di rischio e di pericolosità da frana. E qui entrano in gioco i Piani di Assetto Idrogeologico (da qui in poi più semplicemente PAI). Purtroppo i PAI sono in un certo modo malvisti, perché, come le aree protette, hanno il non trascurabile problema di impedire certe realizzazioni, come succede pure per le aree a pericolosità idraulica (basta vedere le polemiche sulle attuali proposte di una nuova perimetrazione delle aree a pericolosità da alluvione in Romagna).

PERICOLOSITÀ E RISCHO: DUE CONCETTI DIVERSI ANCHE SE COLLEGATI. Ho già svariate volte parlato della differenza fra questi due concetti, per esempio qui.
In buona sostanza:
LA PERICOLOSITÀ esprime quanto un luogo sia più o meno predisposto a subire un evento naturale e di quale entità, in base alle caratteristiche geografiche e geologiche proprie e dei dintorni. Insomma è una caratteristica intrinseca di una porzione di territorio (ad esempio la “pericolosità idraulica” risulta maggiore accanto ai fiumi e nelle zone più depresse di una pianura rispetto a quanto si trova a quota superiore e/o più lontano dal fiume)
IL RISCHIO, invece, è un concetto che prende in considerazione gli effetti che un evento naturale può arrecare in un certo luogo a cose e persone.
Ne segue che se la pericolosità non cambia a meno di cambiamenti morfologici all’interno e nell’intorno di un perimetro, naturali o artificiali che siano, il rischio invece varia in base a quello che c’è. Ad esempio un perimetro incolto, senza edifici né strade vicino ad un fiume segnalato a pericolosità idraulica “media” perché ogni tanto si allaga, ha un rischio basso perché una esondazione non comporterebbe nessuna conseguenza su cose e persone. Se però poi qualcuno decidesse di costruirci qualcosa (si tratterebbe nel caso di una azione improvvida, ma purtroppo è successo molto spesso), la pericolosità rimarrebbe uguale, ma il rischio aumenterebbe drasticamente.
Pericolosità e rischio sono correlati da una espressione che introduce un terzo termine, la VULNERABILITÀ, e cioè la predisposizione di un qualcosa (edificio, strada etc etc) ad essere danneggiato da un certo rischio.
La formula che lega questi tre concetti è R= P x V x E, dove R sta per Rischio, P per Pericolosità, V per Vulnerabilità ed E per il numero degli elementi a rischio.
La differenza fra pericolosità e rischio è quindi sostanziale, ma spesso persino dei professionisti fanno confusione in materia.

CONFRONTO FRA LE PERCENTUALI DI TERRITORIO A PERICOLOSITÀ DA FRANA E I DUBBI SULLA ATTENDIBILITÀ DEI DATI. Che le cose non funzionino diventa chiaro anche soltanto confrontando fra le varie Regioni la carta dell'IFFI (Inventario dei Fenomeni Franosi Italiani) dell'ISPRA e la percentuale di territorio classificata in pericolosità medio-alta e alta dei PAI (in genere classificate P3 e P4 ). La fonte è più che autorevole e cioè il rapporto dell’ISPRA Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio – edizione 2024 (ISPRA, 2025, disponibile qui). Fra l’altro in alcuni PAI la pericolosità manco esiste, il che è assurdo e anche per questo tanti complimenti al personale di ISPRA che ha dovuto armonizzare tutti i dati nella pubblicazione e che, nonostante la buona volontà, è stato costretto a fare statistiche sul "nulla": solo per le differenze nei regolamenti armonizzare tutti i dati è una impresa degna del massimo rispetto e quindi la "mosaicatura" è "omogenea" solo apparentemente.
Osserviamo appunto dei dati regione per regione, considerando appunto l’estensione delle frane, misurata in percentuale rispetto al territorio regionale, visibili nella carta assieme alla carta della suscettibilità. Già con un confronto spannometrico a vista nelle singole regioni si rischia di rimanere non poco perplessi. Le perplessità aumentano se confrontiamo la percentuale di territorio dichiarata fra alcune regioni. Prendiamo alcuni dati a caso:
  • la provincia autonoma di Trento ha il 20,6% del territorio in aree a pericolosità P3 3 P4, mentre quella di Bolzano si limita al 5.3%
  • nonostante la vasta parte del territorio regionale pianeggiante l’Emilia-Romagna ha il 14,7% della sua superficie in P3 e P4, mentre Veneto e Friuli ne hanno solo lo 0,7 e il 2,5% e regioni tipicamente prive di pianure come le Marche o l’Abruzzo sono rispettivamente al 7,6 e al 15,4
  • nell’Italia centrale spicca il 21% del territorio in P3 e P4 indicato in Toscana, una percentuale inferiore soltanto all'83,7 della Valle d’Aosta
  • al sud la Campania se la cava abbastanza bene con il 19,6% e il dato della Puglia è abbastanza in linea perché, sì, è solo il 3.1% ma è una regione che tolto il Gargano e poco altro, è decisamente pianeggiante. Ma pare assurdo che la percentuale della Puglia sia addirittura la metà di regioni con vasti territori collinari e montani come Piemonte e Friuli e ben 4 volte maggiore che in Veneto
  • note dolenti infine vengono da Basilicata (6,1%), Calabria (appena il 2,4%) e Sicilia (3,1%)

mappa dei distretti italiani. I distretti sono in base ai bacini idrografici
 e non alla suddiviosione amministrativa del territorio
LE MOTIVAZIONI DI QUESTE ANOMALIE NELLA DISTRIBUZIONE DELLE FRANE. A parte le possibili differenze di sensibilità degli estensori dei PAI, la cosa peggiore è che lo stesso fenomeno può cambiare di classificazione a seconda del PAI vigente nell’area in cui si trova.
E qui, tra 
(1) una non oggettività dei criteri che portano all’individuazione di una frana (e quindi alla soggettività del rilevatore)
(2) regolamenti difformi fra un PAI e l’altro 
e (3) una maggiore o minore attenzione da parte di chi li ha redatti e chi li modifica dal punto di vista scientifico ma anche da quello della presenza di pressioni politico-sociali
grande è la confusione sopra il terreno. 

Insomma, se qualcuno esamina una zona di cui non ha esperienza la prima cosa che deve fare è capire “lo spirito” con cui è stato redatto quel PAI.
Un’altra differenza fondamentale fra i vari PAI è che alcuni si occupano davvero di mappare e perimetrare le aree a pericolosità da frana (indipendentemente dal fatto che il movimento sia avvenuto o meno), altri semplicemente contengono un aggiornamento della cartografia dopo che le frane sono avvenute, il che contraddice, e non di poco, lo spirito con cui tali cartografie dovrebbero essere realizzate.

COSA FARE. Ora, va bene il federalismo, ma fra il centralismo più bieco e l’anarchia più assoluta c’è una vasta gamma di soluzioni intermedie. È quindi chiaro che parecchie cose non quadrino e che questo comporta differenze sensibili fra cittadini di regioni diverse alle prese con lo stesso fenomeno. Insomma: un PAI meno attento consentirebbe la realizzazione di manufatti in aree potenzialmente ad alta pericolosità più di quelle di un PAI attento, con tutte le possibili conseguenze economiche e sociali. Ricordo inoltre come tali differenze avrebbero una forte ricaduta sulla annosa questione delle assicurazioni: se fra i criteri che guidano l’entità del premio da pagare viene considerata la pericolosità, le differenze nella qualità della cartografia delle frane inciderebbero non poco sulla sua entità media fra i cittadini di una regione e quelli di un’altra: a parità di situazione geomorfologica chi ha la colpa di trovarsi in un PAI fatto meglio rischia di pagare un premio maggiore di quello di un immobile posto in un territorio con un PAI “meno attento”. Inoltre

Pertanto considero fondamentale il rifacimento totale della cartografia del dissesto idrogeologico e per farlo propongo di agire in tre step:
1. OMOGENEIZZAZIONE DEI REGOLAMENTI DEI VARI PAI. La prima cosa da fare sarebbe quella di costituire una commissione tecnica, la quale in un tempo ragionevole (un anno?) prepari un nuovo regolamento comune per tutti i PAI in tutti gli aspetti, a partire da quelli strettamente geologici e geomorfologici della classificazione dei fenomeni; ma devono anche essere precisati criteri di rilevamento, schedatura delle aree individuate, compresi dei manufatti coinvolti (dove per manufatti si considera di tutto: edifici, strade e quant’altro di antropicamente importante), grafica e legende della cartografia, stato del reticolo idrografico, esistenza di monitoraggi e altro.
Inoltre devono essere fissarti rigorosi criteri di aggiornamento, perché il PAI non può essere una fotografia statica della situazione al tempo del rilevamento, ma dovrebbe essere un catalogo dinamico che si aggiorna al cambiamento delle condizioni di un luogo.
Personalmente mi piacerebbe un sistema che lavori in base a delle matrici, cosa che garantisce l’omogeneità dei risultati (posto ovviamente che i dati siano omogenei).

2. PRODUZIONE DI UNA NUOVA CARTOGRAFIA DELLE FRANE. Fatti i criteri, andranno ovviamente applicati e la commissione dovrà anche emettere le linee-guda per
  • l’applicazione dei nuovi regolamenti
  • la redazione di una nuova cartografia della pericolosità da frane, dalla quale far discendere quella del rischio
  • la schedatura delle aree a rischio
un classico esempio della differenza fra due PAI limitrofi in un'area geologicamente omegenea:
1.nel PAI della parte superiore della figura PAI e IFFI  corrispjndono (al netto di uno sfalsamento tecnico
nel mio GIS dovuto a diversi sistemi idi riferimento impiegati nella cartografia
2. nella parte inferiore della figura si nota come il PAI segnali molti meno perimetri rispetto a IFFI

RILEVARE SUL TERRENO una nuova cartografia delle frane da cui ricavare pericolosità e rischio in base ai nuovi criteri certi, sicuri e comuni a tutto il territorio nazionale è un lavoro decisamente importante che non potrà che essere affidato alle Autorità di Bacino
, ovviamente con finanziamenti specifici con un apposita legge prodotta dallo Stato centrale che contenga obblighi chiari (tipo: se non finisci entro un certo tempo, scatta automaticamente il commissariamento). I finanziamenti dovranno contemplare ovviamente anche l’assunzione e l’addestramento di personale qualificato ove ci sia carenza di organico tecnico (cosa piuttosto probabile).
Siccome le modifiche al PAI sono di competenza delle Regioni, questa legge dovrà anche normale le procedure di approvazione delle stesse, che devono avvenire ed essere pubblicate sul bollettino ufficiale regionale entro un tempo-limite

3. DALLA TEORIA ALLA PRATICA. Il PAI così ottenuto rimarrà sempre un “elenco di frane”. Nonostante abbia già così un alto valore scientifico perché inventariando le frane caratterizza da questo punto di vista il territorio, questo risultato non deve essere trattato come una raccolta di figurine che, una volta finita, viene messa in una scaffalatura e riguardata a piacere. No: il PAI deve essere uno strumento gestionale per il territorio, cioè in base alle risultanze cartografiche ottenute deve venire fuori (sempre con una metodologia condivisa nel regolamento generale) una metodologia che indichi le azioni da intraprendere e le relative priorità. 
Quindi il nuovo regolamento deve avere, rispetto ai PAI attuali, una parte in più: quella in cui vengono identificati strumenti certi (e, ribadisco, comuni a tutto il territorio nazionale) per definire le aree dove si può convivere con un fenomeno e quelle che devono essere oggetto di delocalizzazioni.
Tutto questo anche per rendere univoci i criteri secondo i quali gestire delocalizzazioni (obbligatorie o facoltative), assicurazioni, agevolazioni di vario genere, sistemi di sorveglianza e allertamento in una scala di priorità e fattibilità di interventi. 
Insomma, dai PAI oltre alla parte strettamente scientifica dovranno uscire una mappa e una visione unica del territorio italiano sulla base di criteri gestionali univoci.

LA NECESSITÀ DI UNA SORVEGLIANZA CONTINUA DEL TERRITORIO. Almeno per le frane a movimento lento deve essere infine implementata su tutto il territorio nazionale una sorveglianza con i dati dei radar satellitari InSAR come quella attualmente presente in Toscana e altre regioni (ne ho parlato qui). Vedremo cosa succederà con il sistema nazionale che dovrebbe essere (finalmente) in arrivo. Purtroppo sembra che gli aggiornamenti verranno rilasciati ogni 6 mesi, il che se da un punto di vista dello “storico” di un luogo può andare bene, lo renderebbe meno inutile per il monitoraggio predittivo degli eventi e sicuramente inutile per una emergenza

LA DICOTOMIA FRA IFFI E PAI. Oltre a quelle PAI c’è anche la cartografia IFFI (inventario dei Fenomeni Franosi Italiani). IFFI è un inventario che contiene i fenomeni avvenuti e non le aree potenzialmente soggette a nuovi fenomeni, come invece dovrebbero indicare i PAI. Ebbene, la cartografia Ispra in diversi casi rileva frane che non risultano nella cartografie PAI. 
ISPRA giustamente avverte che per la progettazione e la pianificazione urbanistica, fanno testo solo le carte ufficiali delle Autorità Distrettuali e non IFFI, ma questo aspetto genera molta confusione soprattutto fra i tecnici. E se fossi un tecnico e mi trovassi in un'area dove PAI e IFF non corrispondessero, mi troverei un attimo a disagio.