giovedì 27 agosto 2026

Il disastro del Nepal del 26 agosto 2026


Alle 2.52 UTC di mercoledì 26 agosto 2026 (8.52 ora locale) il Servizio Geologico degli Stati Uniti (USGS) ha inizialmente segnalato una scossa di terremoto di magnitudo 4.4 nella regione lungo il confine tra Nepal e Cina a nord di Kathmandu. Contemporaneamente, una "valanga" di ghiaccio e roccia – più simile a una frana in questo caso – si è riversata lungo un versante montuoso nel fiume Lhende Khola, affluente del fiume Bhote Koshi, che scorre dalla Cina al Nepal, spesso attraverso profonde gole.
L’evento è stato particolarmente distruttivo ed è probabile che i dispersi, molti dei quali non verranno più ritrovati, siano ben più di 1.000, considerando i tanti villaggi coinvolti. Lì per lì molti commentatori hanno pensato ad una frana indotta dal terremoto, anche se con un certo scetticismo perché la Magnitudo pareva troppo bassa per indurla. Successivamente USGS ha corretto i dati, indicando che in realtà le onde sismiche sono state provocate dalla frana e revisionato pure la Magnitudo. Quindi non si è trattato di una frana indotta da un terremoto, ma di un terremoto indotto da una frana. Di fatto a causa del riscaldamento globale questi fenomeni rischiano di diventare molto più frequenti di quanto non sono di già, specalmente durante l’estate quando al caldo si soMmano le piogge monsoniche.

UN TERREMOTO DOVUTO AD UNA FRANA E NON VICEVERSA. In diversi nelle prime ore dopo il disastro eravamo scettici sul fatto che un evento di M 4.4 avesse potuto generare una frana di tali dimensioni, anche pensando ad un effetto-domino in un’area nella quale comunque i versanti sono acclivi e in questa stagione indeboliti dalle piogge monsoniche. In quest’ottica si poteva ipotizzare che lo scuotimento, sia pur debole, avesse portato al cedimento di una diga di ghiaccio possibilmente già indebolita da temperature superiori alla media. La profondità di 10 km dichiarata da USGS non deve ingannare: quando una qualsiasi agenzia sforna un bollettino sismico in mancanza di indicazioni precise inserisce come profondità ipocentrale il valore standard di 10 km, ma si tratta di una stima provvisoria che cambia se l’evento viene revisionato. Quindi si poteva ipotizzare un epicentro più superficiale..
In realtà poco dopo USGS ha cambiato lo scenario e inserito l’evento nella lista dei “significant earthquakes avvertendo che inizialmente, questo evento era stato segnalato come un terremoto di Magnitudo 4.4 e che ulteriori analisi delle onde sismiche a lungo periodo indicano che l'energia sismica è stata invece generata dal collasso di un ghiacciaio e da una colata detritica. La posizione dell'evento (o, meglio, il punto da cui è partito il tutto) è stata stimata tramite immagini satellitari. Si dee notare che il nuovo epicentro è diverso da quella riportata all’inizio, come si vede dalla figura qui accanto.


I GLOF – GLACIAL LAKE OUTBURST FLOOD: UN ENORME PERICOLO PER IL NEPAL. Di primo acchito l’ipotesi principale è quella di un GLOF (Glacial lake Outburst Flood), termine con cui si indica una inondazione improvvisa e distruttiva che si verifica quando una diga naturale che trattiene le acque di un lago glaciale d'alta quota cede. Un fenomeno comune nella regione: ad esempio Nie et al (2018) hanno registrato, analizzando l’area sia con il remote sensing che con una analisi geomorfologica ben 62 eventi del genere da 56 differenti laghi glaciali, e in questo articolo all’area vicina all’evento del 27 agosto viene data una attenzione particolare, dato che è una delle due regioni ingrandite nella loro carta di tutto il sistema Himalayano.
I GLOF impattano molto violentemente la sicurezza idrogeologica del Nepal: eventi storici, come quello di Dig Tsho del 1985 e quello del villaggio di Thame del 2024, sottolineano la devastazione causata da queste inondazioni, comprese vittime, sfollati e distruzione di infrastrutture critiche (Khatri, 2025). Ad aggravare la situazione è la morfologia dell’area, dove gli abitanti devono scegliere tra vivere nelle piane, in genere rappresentate quasi esclusivamente dagli alvei dei fiumi, o nei versanti circostanti, molto impervi.
I versanti, oltre ad essere impervi, sono bersagliati da una impressionante quantità di frane, dovute appunto alle pendenze e alla quantità di precipitazioni monsoniche durante la stagione umida e le poche infrastrutture sono messe a dura prova dalle frane, come fa notare il buon David Petley in questo post e come scrissi qua i cinesi stanno pensando ad una ferrovia per bypassare questi problemi.
Quindi in genere villaggi e strade sono costruite intorno ai letti dei torrenti o vicino ad essi, con gli evidenti problemi in caso di alluvioni, le quali ovviamente distruggono tutti i ponti. Si ricorda anche, come evento recente, la distruzione del “ponte della pace” nel 2025. La vulnerabilità del Nepal è ulteriormente aggravata dall’insufficiente preparazione alle catastrofi e dalla mancanza di risorse adeguate per l’adattamento climatico..
E non solo le piogge monsoniche provocano frane, ma pure i terremoti sono un fattore scatenante, come dimostra ad esempio il terribile terremoto Mw7.8 di Gorkha del 2015 (Roback et al, 2018).
Da notare che spesso si tratta di disastri internazionali perché molti fiumi del Nepal provengono dal territorio cinese.

UN AUMENTO DEI GLOF NEL FUTURO. La frequenza e l’intensità degli eventi GLOF è in aumento, esacerbando i rischi per le comunità che vivono a valle dei laghi glaciali ad alto rischio, perché il riscaldamento globale sta mettendo a dura prova il cosiddetto “terzo polo”, costituito dai ghiacciai che a causa della quota molto elevata occupano buona parte dell’Himalaya e del Tibet: di fatto la criosfera dell'Himalaya-Karakoram si sta ritirando rapidamente, portando alla formazione e all'espansione diffusa dei laghi glaciali. In questa situazione è ovvio che aumenti il rischio della formazione di GLOF.


IL DISASTRO DEL 26 AGOSTO. Per una ricostruzione preliminare ci viene in soccorso come sempre quando si parla di avvenimenti del genere David Petley che in questo report assegna all’inizio del fenomeno le coordinate 28.2765 N e 85.5194 E, in una zona che secondo Google Maps si trova a circa 5.000 metri di quota, dove di ghiaccio ce n’è, e tanto. Da lì il movimento è arrivato al fondovalle del fiume Chusumbda Trangpo, un affluente del Lhende Kola, che si unisce al Kyriong proprio nei pressi della frontiera con la Cina (il punto da dove sono arrivate le prime immagini del disastro). In quella zona la quota del fondovalle è circa 3.000 metri quindi si tratta di 2.000 metri di dislivello in meno di 8 km. Dato il dislivello tra la zona sorgente e il fondovalle la frana con la sua forza ha potuto raccogliere un quantitativo di materiale straordinariamente elevato. Ovviamente essendo nel periodo dei monsoni il movimento ha trascinato materiali umidi, aggiungendo pure l’acqua che vi era contenuta.
Da qui le immani dimensioni di questo disastro

26 AGOSTO: GLOF O NON GLOF? Ancora non è chiaro se almeno una parte dell’acqua coinvolta provenga da un lago glaciale svuotatosi improvvisamente o no. In caso negativo non sarebbe un GLOF, però è sicuro che l’origine sia legata a un fenomeno improvviso nel ghiaccio. Di fatto nell’area sembrano esserci dei laghetti dovuto al disgelo, contenuti appunto da delle dighe di ghiaccio e quindi l'idea del GLOF doiventa la èpiù probabile. Però per una conferma bisognerà aspettare un pò. Se non si è trattato di un GLOF, allora l’innesco potrebbe essere stato simile a quello del crollo del ghiacciaio della Marmolada del 2022 e in questo caso l'acqua sarebbe stata fornita sia dal ghiaccio crollato che dai versanti attraversati dalla frana.

COSA FARE PER MITIGARE IL RISCHIO NELL'HIMALAYA? Purtroppo è sicuro che fenomeni del genere tenderanno ad aumentare a causa del riscaldamento globale, come viene evidenziato in un articolo uscito di recente (Rather et al, 2026). 
Un GLOF è più pericoloso di un semplice crollo  di un ghiacciaio tipo quello della Marmolada del 2022, perché trascina fino dall'inizio una quantità di acqua maggiore.  
Prevedere un singolo GLOF o un crollo di un ghiacciaio potrebbe non essere difficilissimo, fatte salve le difficili condizioni per portare la strumentazione necessaria. Ma le aree potenzialmente a rischio sono troppe, e allora la soluzione migliore è una sorveglianza satellitare del territorio, sperando che possa essere sufficiente a prevedere i fenomeni.
Ma una volta appurata scientificamente la presenza di un rischio reale, il problema passa dalla Protezione Civile e a quanto ho capito in Nepal il livello di preparazioni alle catastrofi non è elevato e a causa della morfologia le delocalizzazioni potrebbero non essere semplici.


BIBLIOGRAFIA

Khatri (2025). Impacts of Glacial Lake Outburst Floods on Nepal’s National Security. Unity Journal 6, 63-78,

Nie et al (2018). An inventory of historical glacial lake outburst floods in the Himalayas based on remote sensing observations and geomorphological analysis. Geomorphology 308, 91–106

Rather et al (2026) Glacial lakes and GLOFs in a warming Himalaya-Karakoram region: current understanding, challenges, and the way forward. Npj Natural Hazards (2026)3:7

Roback et al (2018). The size, distribution, and mobility of landslides 

venerdì 14 agosto 2026

180 anni fa il terremoto M 6.0 di Orciano: anche se ancora non pienamente compreso, è stato il primo evento studiato scientificamente quasi in diretta.


1l 14 agosto di quest'anno saranno 180 anni dal terremoto che nel 1846 ha colpito le attuali province di Pisa e Livorno, con epicentro a Orciano Pisano. Sono state investite dalle scosse in particolare le colline a sud di Pisa, nella val di Fine e fino alla bassa Val di Cecina. I danni sono stati ingenti ma poteva andare peggio: avvenuto di giorno, alle 12.57, quando i contadini erano fuori nei campi, non oso pensare al bilancio se fosse avvenuto di notte, viste le distruzioni. Questo terremoto viene ricordato in maniera particolare per alcune circostanze: innanzitutto per la posizione, dato che si tratta dell’unico evento sismico di una certa importanza fuori dalla zona sismica principale della penisola italiana e le sue cause ancora non sono ancora ben chiarite. Una caratteristica importante di questo evento è data dalle risposte della Scienza e della Pubblica amministrazione: si può dire che sia stato il primo terremoto i cui effetti sono stati studiati in maniera moderna dai geologi, come pure efficiente e “moderna” è stata la risposta da parte delle Autorità. Questo terremoto ha alcune caratteristiche peculiari e non è stato ancora ben chiarito il suo quadro geodinamico.

INQUADRAMENTO GEOGRAFICO. Il terremoto delle colline pisane del 14 agosto 1846 è ancora oggi, a 160 anni di distanza, un evento abbastanza enigmatico. Ha colpito un’area grossolanamente compresa tra Pisa, Livorno e Cecina, quando regnava Leopoldo II di Lorena, l’ultimo Granduca di Toscana e ha interessato soprattutto quello che è definito come il graben della Fine, la zona depressa che si trova fra i monti livornesi (che la separano dalla costa tirrenica) e la dorsale dei monti di Casciana e Castellina Marittima che la separano dalla Valdera. Il graben della Fine (ammesso che sia davvero un graben…) contiene sedimenti marini, i più vecchi dei quali datano al Miocene superiore, deposti su un substrato nel quale soprattutto si trovano la crosta oceanica mesozoica e la sua copertura sedimentaria, che affiorano nei mknti circostanti. Le principali repliche sono avvenute alle 22 dello stesso giorno, alle 15 del giorno successivo, e il 27 agosto alle ore 9.50. La sismicità avvertibile dalla popolazione comunque si è prolungata per circa 4 mesi, fino alla metà di dicembre 1846.

I DANNI: OLTRE ALLA ZONA EPICENTRALE UN FORTE RISENTIMENTO PIÙ A SUD. A Pisa i danni sono stati contenuti, mentre è interessante il caso della città di Livorno, dove la scossa danneggiò soprattutto la parte antica della cittàA parte le due città principali si trattava di una zona essenzialmente agricola, con una diffusa presenza di case rurali, in un periodo di crisi economica, poiché l’annata del 1846 era stata caratterizzata da scarsi raccolti.
Come succede spesso, la distribuzione dei danni e delle vittime nella zona epicentrale è stata abbastanza “classista”: a Orciano non sono crollate soltanto alcune abitazioni signorili (anche se hanno riportato lesioni e fenditure nelle murature); invece un’elevata percentuale di crolli ha interessato proprio le case coloniche e i villaggi della campagna, costruiti prevalentemente con materiali scadenti e secondo sistemi edilizi non adeguati a resistere a scosse sismiche, tutti edifici abitati dai ceti meno abbienti. I danni più significativi si sono avuti a Orciano Pisano: probabilmente non è casuale il fatto che sia il centro abitato di una certa dimensione più vicino alla parte più elevata della Val di Fine, dove troviamo lo spartiacque fra il bacino del torrente Tora a nord e il bacino del fiume Fine a sud.
Nelle colline pisane danni gravissimi e molti crolli sono stati registrati in località limitrofe, in special modo in varie frazioni degli attuali comuni di Crespina - Lorenzana, Fauglia e Casciana Terme. In quella che oggi è la provincia di Livorno sono state colpite gravemente alcune frazioni oggi appartenenti ai comuni di Collesalvetti e Rosignano Marittimo. Tutte aree in cui l’intensità macrosismica è stata pari o superiore all’VIII grado Mercalli.
È poi interessante la presenza di forti danni più a sud, oltre il fiume Cecina, a oltre 20 km di distanza da Orciano: la scossa distrusse gran parte dell'abitato di Guardistallo e ampi danni sono stati osservati nei vicini Montescudaio e Casale Marittimo. Questa area a forte risentimento in un’area più distale sono oggetto di dibattito e l’ipotesi più probabile è che in quella zona per qualche motivo ci sia stata una amplificazione locale delle onde sismiche. Se invece la rottura fosse arrivata fino a lì, la Magnitudo dovrebbe essere superiore al valore oggi accettato di 6.
Secondo le fonti ufficiali vi furono complessivamente 60 morti, di cui 18 a Orciano e almeno 400 feriti, di cui 170 a Orciano (notare che in questa località gli abitanti censiti erano in quel momento 761). Per fortuna, come ho scritto nell’introduzione, il terremoto è avvenuto in pieno giorno e quindi la maggior parte della popolazione era fuori casa.

GEOGRAFICAMENTE: UN EVENTO PARTICOLARE. In questa carta elaborata da Carlo Meletti di INGV, che ringrazio anche per i numerosi documenti che mi ha messo a disposizione per scrivere questo post, in particolare una sua recente conferenza al proposito, si vede la posizione anomala del terremoto del 1846: è l’unico a Magnitudo elevata nella penisola lontano dall’asse della catena appenninica dove troviamo le grandi faglie distensive, note anche di recente per i terremoti del 2009 e del 2016-2017. Per questo possiamo dire che parliamo di un evento con caratteristiche molto peculiari, per la cui origine di ipotesi ne sono state fatte tante. Purtroppo ancora di certezze ce ne sono poche. Per la maggior parte degli Autori la faglia principale corrisponde più o meno al bordo orientale dei monti livornesi, ma non è certo.

LA RISPOSTA SCIENTIFICA AL TERREMOTO. Dal punto di vista scientifico molto ha fatto la rivalità fra due scienziati, Paolo Savi e Leopoldo Pilla: i due docenti dell'Università di Pisa si recarono sul posto descrivendo in dettaglio l'evento. In pratica è stato sicuramente il primo terremoto studiato quasi in diretta! Non si può certo dire che i rapporti fra i due fossero “particolarmente amichevoli”, tutt'altro, e anche in questo caso molti aspetti furono occasioni di contrasto. Però, questa diatriba avrebbe prodotto quelli che possiamo considerare i più antichi esempi di analisi moderna di un evento sismico. Le loro considerazioni sono contenute in due volumetti che ciascuno dei due ha pubblicato a breve distanza dall’evento. La competizione comunque ha avuto esiti che per noi che li leggiamo sono estremamente utili.

Paolo Savi conosceva meglio le zone rispetto al campano Pilla, e nella sua lunga memoria ha riconosciuto una origine che oggi si definirebbe tettonica per l’evento e ha individuato quello che oggi si definirebbe l’epicentro nella Val di Fine.

Leopoldo Pilla è stato il primo ad osservare scientificamente fenomeni di liquefazione del terreno.
Però ha sostenuto erroneamente l’origine vulcanica del terremoto.
Ma se da un lato Pilla ha fallito clamorosamente sulla sua origine, dall’altro ha fatto una serie di considerazioni preziose sugli effetti del sisma. Non solo ha correttamente attribuito alle caratteristiche diverse del suolo la differenza fra la risposta alle sollecitazioni del terremoto fra gli edifici (soprattutto esaminando gli effetti diversi a Livorno fra la città vecchia e quella nuova), ma ha anticipato la distinzione tra previsione dei terremoti e prevenzione dei danni e ha ben chiarito come difendersi dai terremoti distruttivi, suggerendo la nomina di speciali commissioni che si occupassero della sicurezza dell’edilizia nelle fasi di costruzione e di manutenzione, con il compito di esaminare i luoghi su cui fabbricare i nuovi edifici e i materiali da utilizzarsi e Spingendosi addirittura a suggerire che il personale tecnico oltre che da ingegneri civili e militari fosse integrato con la figura del geologo!
Inoltre Pilla è arrivato a teorizzare per primo quello che oggi ci appare ovvio, la diversa probabilità del verificasi di terremoti più o meno forti nelle varie zone:
"Certamente la conoscenza dell'avvenire non è concessa alle facoltà dell'uomo; il quale rispetto al corso dei fenomeni naturali anomali può fare vaticini soltanto in grado di probabilità, deducendoli dalla sperienza del passato, o dal ragionamento che fa sopra una sagace riflessione".
Queste riflessioni sono per esempio alla base della OPCM 3519 del 2006 che ha suddiviso in varie zone sismiche l’Italia proprio in base alla probabilità del 10% del verificarsi di una scossa che comporti una certa accelerazione cosismica


le copertine dei due volumetti scritti da Leopoldo Pilla e da Paolo Savi


LA RISPOSTA DELLO STATO. Il Granduca di Toscana, Leopoldo II, si adoperò subito dopo il terremoto per organizzare il soccorso alle popolazioni colpite dal terremoto. La settimana successiva si recò in visita nei paesi devastati e già dopo 15 giorni dall’evento emanò un decreto che regolava i provvedimenti da attuare, secondo due linee guida:
  • attuare un pronto intervento
  • evitare il rischio che scoppiassero tumulti popolari dovuti al panico.
Un rapido censimento dei danni, conclusosi in soli 3 mesi consentì di stimare l’ammontare dei costi per la riparazione degli edifici nei 15 comuni maggiormente colpiti. La ricostruzione iniziò addirittura prima della fine ddi questa operazione, alla fine di ottobre.
Gli aiuti furono distribuiti anche in base alle condizioni economiche, privilegiando per quelli statali la condizione economica: più povera era una famiglia, maggiore è stato il contributo per la ricostruzione.
Insomma, la risposta statale al terremoto fu un esempio di buongoverno, decisamente moderno considerata l’epoca e poco o nulla sfuggì ai funzionari granducali, come dimostra il caso pittoresco di Montescudaio, dove si narra che la chiesa danneggiata, ma non distrutta, venne individuata come ricovero per la popolazione; ma improvvisamente ll’edificio non esisteva più: fu accertato che fu proprio il suo titolare, l’Abate Quirino Bussotti, a farla abbattere per farsi costruire una chiesa nuova e più bella. Ma l’amministrazione granducale se ne è prontamente resa conto e non è certo un caso se quella sia stata l’ultima chiesa a essere ricostruita, ben 10 anni dopo il terremoto.

GLI STUDI MODERNI SU QUESTO TERREMOTO. L’ipotesi più gettonata allo stato attuale è che il terremoto sia stato generato lungo una faglia normale immergente verso est lungo il bordo settentrionale dei monti livornesi, come si vede nella carta qui accanto tratta da Piccardi et al (2017). Lì per lì ero scettico perché quando ho rilevato insieme al buon Nicola Nozzoli per la tesi di laurea la zona sud-orientale dei monti che bordano la parte sudorientale del graben della Fine tra Castellina Marittima e Riparbella (non i sedimenti recenti, che anzi accuratamente evitavamo, bensì le successioni della crosta oceanica mesozoica e i sedimenti che la ricoprivano che formano l’ossatura dei rilievi collinari) avevamo trovato delle tracce di tettonica recente. Per cui, visto che vado al mare in quella zona, nei miei vagabondaggi in moto e sulle carte topografiche, ho cercato la prosecuzione verso nord della faglia nei sedimenti della val di Fine, ma con esiti deludenti (c’è della logica in tutto questo: se ci fossero state queste tracce qualcuno le avrebbe già trovate…).
Un’altra cosa interessante che ho visto è una situazione particolare interna ai monti livornesi, dove le valli del Rio Maggiore (uno di quelli coinvolti nell’alluvione del 2017) e del rio Chioma (che sfocia in mare all’altezza di Quercianella) in realtà sono una valle unica che è stata successivamente divisa da uno spartiacque in mezzo, giusto all’altezza di Orciano. Questo spartiacque potrebbe corrispondere al limite settentrionale di una fascia in movimento correlata al terremoto del 1846 e di altri precedenti.
Poi leggendo l'articolo di Luigi Piccardi ho visto che secondo la loro ricostruzione quella che ho visto è una faglia sì attiva recentemente, ma ha un tracciato ben diverso.

Comunque posso spoilerare una cosa: a seguito del rilevamento del foglio Livorno del CARG (la nuova carta geologica nazionale in scala 1:50.000, alla faccia di quelli che il CARG non serve a nulla) sono in corso degli studi parecchio interessanti. La mia impressione è che potrebbero portare importanti novità per chiarire la geodinamica dei monti livornesi e del mare antistante (di fatto quell'area è caratterizzata da una certa sismicità che evidenzia la presenza di deformazioni attive) e potrebbero pure portare novità sul meccanismo focale del terremoto del 1846, tradizionalmente considerato distensivo. Perché potrebbe addirittura non essere così!


BIBLIOGRAFIA

Piccardi et al (2017),  Mapping capable faulting hazard in a moderate-seismicity, high heat-flow environment: The Tuscia province (southern Tuscany-northern Latium, Italy) Quaternary International 451, 11e36

Catalogo parametrico dei terremoti italiani, al sito https://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15/
 



sabato 1 agosto 2026

considerazioni a proposito del terremoto dei Campi Flegrei del 31 luglio 2026



Il terremoto dei Campi Flegrei del tardo pomeriggio del 31 luglio 2026 difficilmente verrà scordato dagli abitanti della zona, e non soltanto da chi è stato ferito e da chi ha riportato danni alla casa. È vero: i danni, i feriti (e in diversi casi purtroppo anche le vittime) non le fa il terremoto, ma la cattiva edilizia.
Però come ho fatto notare in questo post, la profondità ipocentrale è il parametro che influenza maggiormente lo scuotimento nella zona epicentrale e come sempre succede ai Campi Flegrei a causa della bassa profondità  terremoti che da altre parti non sono sentiti o quasi qui vengono percepiti eccome. E che stavolta il risentimento sia stato importante lo dimostrano anche le frane cosismiche e lo certificano i dati, le carte prodotte da INGV, nelle quale si evidenzia nella zona epicentrale un massimo del VII grado Mercalli con una accelerazione cosismica superiore al 20% della forza di gravità. Non ditemi che è poco, ma con un evento sismico di M 4.7 a circa 3 km di profondità cosa ci si può aspettare di diverso?
La domanda, prima dei soliti commenti imbecilli su Napoli e dintorni, è cosa sarebbe successo in altre zone d’Italia con questi parametri… Anzi, direi che il patrimonio edilizio si è comportato meglio di quanto si potesse pensare.
Inoltre, contrariamente a quanto avviene di solito e cioè che i terremoti flegrei vengono risentiti fortemente in zona mentre a pochi km di distanza non se ne accorge nessuno, il terremoto del 31 luglio è stato risentito in una vasta fascia di territorio circostante. Anche questo è un aspetto che ne dimostra l’intensità.


I TERREMOTI DELLA SOLFATARA
. Anche se pure la zona di Arco Felice è ripetutamente investita dalla sismicità, le aree più importanti in cui avvengono i terremoti sono l’area fra il centro di Pozzuoli e la Solfatara e una fascia di deformazione nel golfo. A parità di Magnitudo il risentimento dei terremoti nel golfo è minore sia per la maggiore distanza dalle abitazioni, sia perché è facile che nel golfo la profondità ipocentrale sia maggiore.
In particolare entro i 500 metri di distanza dall’epicentro del M 4.7 del 31 luglio 2026 abbiamo dal 2023 altri 5 eventi “sopra le righe”: M 3.6 del 18 agosto 2023, M 3.2 del 22 settembre 2023, M 4.4 del 20 maggio 2024, M 3.9 del 15 marzo 2025 e M 3.5 del 28 febbraio 2026 (dati di GOSSIP/Osservatorio Vesuviano). Li vediamo in questa carta

COSA SUCCEDE
. Ammetto che questo terremoto mi lascia un po' perplesso. Questo non perché secondo alcune persone che posso definire come “molto autorevoli” i fenomeni sarebbero stati in attenuazione (io avrei aspettato un altro po' per dirlo) ma perché fino ad oggi i massimi della sismicità sono avvenuti quando il tasso di sollevamento era più alto e, anzi, nel modello di Danesi et al (2024), che mi piace moltissimo e che ho commentato qui fasi a basso tasso di sollevamento seguono i terremoti principali che invece avvengono quando il sollevamento è alto.
Negli ultimi mesi invece abbiamo visto un tasso di sollevamento minore, come si evidenzia dai bollettini settimanali emessi dall’Osservatorio Vesuviano. Il grafico è dell’ultimo bollettino, quello del 28 luglio 2026 (in ogni bollettino i dati dell’ultima settimana in esame, quelli in celeste, hanno una forte incertezza perché mancano ancora le correzioni dovute alle variazioni dell’orbita dei satelliti. Sono in attesa di sentire cosa dicono persone ben più esperte del sottoscritto al proposto. Nell'immagine oltre al sollevamento recente al Rione Terra (stazione RITE) si vede la distribuzione del sollevamento nell'area dei Campi Flegrei con i dati dei Persistent Scatterers ricavati dalle immagini dei satelliti radar InSAR della costellazione Sentinel-1 dell'Agenzia Spaziale Europea 

I TERREMOTI DELLE ULTIME ORE. Vediamo adesso la sismicità a partire dalla scossa M 4.7: si vede che oltre all’area della Solfatara si è attivato pochi minuti dopo anche un focolaio poco a largo della costa nella zona di Arco Felice. Questa carta è aggiornata alle 11.30 del 1 agosto. Ovviamente già fra qualche ora potrebbe essere incompleta (mi auguro di no)
Vediamo che la sismicità con Magnitudo da 1 in su interessa un’area piuttosto vasta. Consideriamo che con quelle profondità ipocentrali gà un M2 può essere risentito dalla popolazione e quindi temo che stanotte ben pochi siano riusciti non dico a dormire, ma almeno a riposarsi un pò.

COSA FARE. Il “cosa fare” è condizionato a quello che potrà succedere in futuro. Diciamo che non è possibile sapere cosa succederà. Dipenderà soprattutto dal fatto se i fenomeni si arresteranno. Se non si arresteranno entro qualche decennio lo scenario della ripetizione di terremoti come questo del 31 luglio e una eruzione tipo quella del Monte Nuovo del 1538 è possibile, ma è anche possibile (e auspicabile!) che l'eventuale magma in risalita si possa fermare come nel 1984 prima di raggiungere la superficie. Insomma: ora come ora non è assolutamente certo che si giunga ad una eruzione. Con l’osservazione che in caso di eruzione non solo la zona dove si formerebbe il cratere avrebbe dei problemi: c’è da considerare il peso delle ceneri sui tetti e sulle terrazze delle zone vicine e la possiiblità di incend dovuti alla penetrazione di materiali caldi nelle case.
Ma - ripeto - non c'è nessuna certezza che la fase attuale sfocerà in una eruzione, anche se è uno scenario possibile.


Qui abbiamo il grande equivoco dei Campi Flegrei: dai tempi degli etruschi in poi l’area è stata urbanizzata perché nessuno si rendeva conto di essere su un vulcano, questo perché manca la caratteristica principale che – popolarmente – evidenzia la sua presenza: una montagna. Inoltre fino a pochi decenni fa fuori dagli esperti (e dagli abitanto del luogo) erano in pochi a sapere che il Campi Flegrei sono un vulcano. Addirittura quando ero alle elementari (fine anni ‘60) i vulcani italiani attvi erano considerati 4 (Vesuvo, Etna, Stromboli e Vulcano). E fra i vulcani attivi non venivano indicati non solo i Campi Flegrei, ma neanche Ischia, il Banco Graham o Pantelleria che hanno mostrato attività vulcanica nell’ultimo millennio!
Ora, detto che normalmente la caldera è in subsidenza (come dimostrano Baia e il porto di Pozzuoli) e quindi senza l’inizio, negli anni ‘50 del XX secolo, di questo ciclo di fasi di unrest la zona del porto di Pozzuoli ora sarebbe sotto il livello del mare (le foto dei primi del ‘900 lo dimostrano), sono decenni che si sarebbe dovuto fare qualcosa. Intervenire su tutto il patrimonio edilizio oggi e urgentemente sarebbe impossibile dati i costi e la logistica dell’operazione. Ma che ci volesse un cancello perché i buoi potrebbero scappare è noto almeno dall’inizio degli anni ‘80 del XX secolo.
Che cosa si dovrebbe fare? Innanzitutto vietare l’insediamento di nuovi residenti (a parte le nascite). Detto questo, una delocalizzazione di funzioni primarie e degli abitanti, a partire da persone che volontariamente accettino la soluzione in aree specificamente considerate come quelle messe peggio, potrebbe essere messa in agenda. Basta che non facciano una cosa come il trasferimento degli abitanti del Rione Terra nel nuovo quartiere vicino a Monteruscello e con una raccomandazione: gli edifici abbandonati devono essere immediatamente demoliti per evitare nuovi insediamenti abusivi.

Noto inoltre che sul sito del Dipartmento nazionale della Protezione Civile viene comunicato che il 15 settembre 2025 sono iniziate le indagini geologiche e geofisiche finalizzate alla realizzazione dello studio di microzonazione sismica nella zona maggiormente interessata dal fenomeno bradisismico (zona di intervento), come previsto dal Piano straordinario di analisi della vulnerabilità. Dato che la microzonazone sismica a livello 3 è presente in numerosi comuni italiani, anche MOLTO meno esposti a fenomeni sismici rispetto ai Campi Flegrei, c’è da chiedersi perché non sia stato fatto prima del 2025 (non penso che questi studi esistessero di già e vengano adesso rifatti, nel caso esistessero prego di smentire la mia ricostruzione). Ricordo che la Microzonazione sismica serve ad identificare le aree, anche ristrette, nelle quali le onde sismiche vengono amplificate, cioè le aree che in caso di terremoto hanno maggiore probabilità di subire danni. La microzonazione ssmica nell'area flegrea dovrebbe servire a capire quali sono le aree più delicate e assieme alle specifiche condizioni degli edifici servirebbe a stabilire una priorità negli interventi, da diversi punti di vista: priorità nella delocalizzazione,  fattibilità dell'adeguamento antisismico dell'esistente, e anche per la realizzazione di nuovi edifici (cosa che peraltro dal mio punto di vsta dovrebbe essere categoricamente vietata!) 

LE BUFALE. Da ultimo, le bufale sui terremoti e sui Campi Flegrei. Ho letto alcune perle di rara imbecillità. Ovviamente ci sono quelli che il terremoto è stato più forte ma non cielo dikono. Addrittura qualcuno sostiene che INGV non può dire che la Magnitudo sia maggiore di 5 perché dovrebbero evacuare tutti e alle Autorità non conviene oppure che superata la magnitudo 5.0 tutto cambia! Quindi loro non possono sbilanciarsi.
Faccio quindi notare alcune cose:
  1. Sulla questione Magnitudo è successo talvolta che IN AUTOMATICO la magnitudo iniziale sia stata sottostimata se la scossa avviene subito dopo un evento minore. Qui non è il caso perché non ci sono eventi immediatamente precedenti alla scossa principale.
  2. Inoltre i dati sono pubblici e sono visti da tanti esperti in tutto il mondo e solo per quello non può essere nascosto niente. Questi personaggi che commentano senza sapere nulla si dimenticano anche che è stata pubblicata la mappa dello scuotimento, che è ben più importante della Magnitudo dove appunto, come ho detto, emerge una accelerazione di picco molto alta. Che giustifica ampiamente i danni e le frane.
  3. Quanto al perché non potrebbero fornire una Magnitudo superiore a 5, ho chesto a questi fenomeni di dire dove è scritto. L’unica risposta che ho ricevuto è la irricevibile mi creda, è così. (figuratevi se gli credo...)

Ci sono poi le persone che dopo anni che gli viene detto, non hanno ancora capito la differenza fra Magnitudo e scuotimento e di come oltre alla Magnitudo ci siano altri fattori come distanza, eventuali amplificazioni locali delle onde sismiche ed altro che influenzano la percezione di un terremoto
Insomma, c’è molto da fare sia dal punto di vsta tecnico, sia da parte dell’informaizone alla popolazione (quest’ultima tenendo conto che purtroppo una piccola percentuale di complottisti del non cielo dikono esisterà sempre...)